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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 25

Posts Tagged ‘cambiamento’

Il cambiamento della Pubblica Amministrazione parte dalle persone

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 gennaio 2022

I loro nomi, le loro storie e le loro opinioni sul futuro delle amministrazioni impegnate nella sfida del PNRR sono raccolti nell’”Almanacco degli innovatori 2021”, il libro pubblicato da FPA, società del gruppo DIGITAL360. L’Almanacco racchiude oltre 100 interviste realizzate da Gianni Dominici, Direttore generale di FPA, nell’arco di 15 mesi a partire dallo scoppio dell’emergenza Covid-19, con l’obiettivo di raccontare questo periodo di crisi, ma anche di grandi cambiamenti, attraverso la voce delle persone che lavorano nella PA o per la PA. Tra i protagonisti del cambiamento della PA raccontati nel libro, ci sono rappresentanti di istituzioni che avevano già cominciato a sperimentare lo Smart Working prima della pandemia, funzionari dei comuni impegnati a rendere i servizi digitali accessibili, docenti che hanno lavorato per una scuola innovativa, protagonisti di progetti di formazione ed empowerment di dipendenti pubblici, promotori di soluzioni che applicano i principi del co-design o degli open data nella pubblica amministrazione. Innovatori come Stefania Allegretti, Direttrice dell’Ufficio sviluppo organizzativo e del personale della Provincia Autonoma di Trento che, ben prima della pandemia, è diventata modello per l’adozione dello smart working, la formazione del personale e l’accompagnamento al cambiamento, realizzando tra gli altri il progetto di affiancamento intergenerazionale “Pat4Young” grazie a cui giovani neo-assunti sono stati inseriti a fianco di lavoratori senior, in una logica di scambio reciproco delle competenze. O come Elena Gamberini, Direttrice Generale dell’Unione dei Comuni Bassa Reggiana, ente che promuove la gestione associata dei servizi, grazie a cui piccole amministrazioni del territorio sono riuscite a fronteggiare l’emergenza cooperando, e che ha avviato nei mesi scorsi il progetto CittadINpratica per la digitalizzazione delle pratiche edilizie, un progetto fortemente innovativo per il territorio. O Ilenia Imola, Funzionario del Comune di Rimini, che per l’amministrazione ha sperimentato processi innovativi e nuovi modelli organizzativi, mettendo il digitale al servizio delle “connessioni umane”, con l’obiettivo di “fare squadra”, lavorare insieme per raggiungere obiettivi comuni, aumentare il benessere dell’organizzazione. E ancora Monica Cavallini, Project Manager del progetto “Scuola Digitale Liguria” con cui la società in house della Regione dal 2016 ha supportato l’innovazione digitale per la didattica coinvolgendo i docenti in tutorial online e videoconferenze, un’esperienza diventata fondamentale per la DAD nell’emergenza, grazie a una comunità di docenti che ha lavorato insieme. E poi Salvatore Urso, ingegnere del settore ICT Sanità della Regione Emilia-Romagna, da anni impegnata in politiche di digitalizzazione sanitaria, che durante l’emergenza Covid19 ha creato un sistema di monitoraggio per utilizzare servizi di telemedicina nelle aree montane appenniniche meno accessibili. E Giuseppe Gigante, Dirigente di INAIL Puglia, che ha promosso il progetto ‘Gli ScacciaRischi: le olimpiadi della prevenzione’: un videogioco che aiuta a riconoscere ed evitare i pericoli in casa, a scuola e negli ambienti di lavoro, attraverso dieci livelli di gioco e quiz. Tra i protagonisti dell’Almanacco, anche rappresentanti di start up e associazioni, come Ilaria Ricotti, Responsabile comunicazione e relazioni istituzionali di Too Good To Go, app contro lo spreco alimentare con circa 5 milioni di utenti in Italia, e Andrea Borruso, Presidente dell’associazione OnData, tra i promotori della campagna #datibenecomune, nata per chiedere alle istituzioni il rilascio di tutti i dati disaggregati sull’emergenza Covid e che oggi sta chiedendo al governo di rilasciare i dati necessari per consentire il monitoraggio dei progetti del PNRR. E insegnanti “visionari”, come Daniele Manni, docente di informatica e auto-imprenditorialità nell’Istituto “Galilei-Costa-Scarambone” di Lecce, dove aiuta gli studenti a creare delle micro e piccole imprese innovative, primo italiano a vincere, nel 2020, il Global Teacher Award, importante riconoscimento che premia 50 docenti tra 107 paesi al mondo.

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Il 46% degli italiani sta prendendo in considerazione l’ipotesi di cambiare lavoro

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 gennaio 2022

Tra i propositi degli italiani per il nuovo anno, a fianco di probabili diete e iscrizioni in palestra, c’è anche quello di cambiare lavoro. Secondo un’indagine condotta da Indeed – portale numero 1 al mondo per chi cerca e offre lavoro – oltre il 46% degli italiani sta pensando di cambiare lavoro. Proposito che 1 su 10 ha già iniziato “a mettere in cantiere” nel 2021. Cosa si cerca in una nuova occupazione? Guadagnare di più rimane la spinta principale a cambiare lavoro (54%), ma si fanno largo altre ragioni. L’incertezza degli ultimi due anni ha ridato fascino alla solidità. Si punta ad aziende che abbiano buone prospettive di sviluppo (18%) e a lavori sicuri (15%), nonché a buoni pacchetti di benefit (16%). Per chi ancora non può, la possibilità di lavorare da casa (16%) rappresenta una buona motivazione per cambiare. Più di 1 italiano su 10, inoltre, punta a lavorare in un ambiente che sia inclusivo, di cui condivide la cultura aziendale. Cambiare non spaventa. Più del 50% dei partecipanti all’indagine di Indeed ha una visione ottimista del mercato del lavoro e delle opportunità di carriera che si potranno aprire nel 2022. Un atteggiamento fiducioso che trova conferma negli intenti dei datori di lavoro. Il 20% prevede, infatti, di assumere a ritmo più sostenuto rispetto al pre-pandemia. Probabilmente per via di buone prospettive di sviluppo (8 aziende su 10 contano su un incremento del business nel 2022) ma anche in virtù del turn over che, nel corso del 2021, è aumentato secondo il 33% dei recruiter. In particolare, per le aziende che impiegano più di 500 persone (45%). Gianluca Bonacchi, Recruitment Evangelist di Indeed spiega “La pandemia ha modificato non solo priorità e preferenze dei lavoratori. Ha fondamentalmente cambiato la percezione di cosa debba intendersi per buon lavoro. Oggi le persone vogliono prima di tutto sentirsi al sicuro. Vogliono, inoltre, poter contare su una certa dose di flessibilità nell’espletamento delle proprie mansioni; sia in termini di orari, sia di luoghi. Non ultimo, apprezzano tutti quei benefit e quelle forme di supporto capaci di offrire un sostegno che va al di là della pura dimensione lavorativa, a sostegno del benessere personale del singolo e della vita al di là del lavoro”.Per attrarre e mantenere i migliori talenti, le aziende si dicono pronte a introdurre una serie di nuove policy nel 2022: dall’incremento della possibilità di lavorare da casa (42%), all’organizzazione degli spazi di lavoro in modo da garantire distanziamento (40%); dall’ offerta di supporto psicologico (37%), al miglioramento dei benefit (32%) ma anche creazione di occasioni di socializzazione (32%), per ovviare alla mancanza del contatto quotidiano.

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Cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su martedì, 4 gennaio 2022

Chiediamo a tutti i governi un’azione urgente e decisa per combattere il cambiamento climatico. La crisi climatica colpisce prima di tutto gli esseri umani, soprattutto chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case. Per oltre 80 milioni di rifugiati e sfollati in tutto il mondo, il cambiamento climatico rappresenta la più grande minaccia in un mondo già segnato da violenze e conflitti. 4 persone su 5 costrette a fuggire da conflitti e persecuzioni provengono dai paesi più colpiti da questa crisi e noi dobbiamo agire ora per proteggerli e sostenerli.Incendi, inondazioni, siccità, sono sempre più frequenti. Le conseguenze sono devastanti: insicurezza alimentare, migrazioni forzate, distruzione dei mezzi di sussistenza e nuovi conflitti.Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza che richiede una risposta collettiva. I suoi effetti saranno catastrofici per tutti noi, ma ancor di più per rifugiati e sfollati che si trovano proprio nei paesi più coinvolti da questa emergenza. Secondo studi recenti, senza un drastico intervento per ridurre il rischio di disastri climatici, entro il 2050, 200 milioni di persone ogni anno avranno bisogno di assistenza umanitaria a causa degli effetti del cambiamento climatico.Negli ultimi 70 anni, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, è stata in prima linea nei conflitti per proteggere le persone costrette a fuggire dalle proprie case da conflitti e violenza. Oggi il cambiamento climatico è diventata la prima linea e noi siamo sul campo per proteggere bambini, donne e uomini da questa nuova crisi. Tutti i paesi devono ridurre la propria impronta ambientale e sfruttare la crisi del COVID-19 per avviare una transizione verso modelli di sviluppo sostenibili. Per questo, chiediamo ai governi di agire, ORA. Non possiamo più aspettare.

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Figc e Parlamento europeo insieme contro il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su martedì, 7 dicembre 2021

On line il video ‘Voglio un pianeta così’ che illustra le finalità del progetto LifeTACKLE La Federazione italiana Giuoco Calcio (FIGC) e l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo uniscono gli sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di fare passi avanti concreti nel fermare il cambiamento climatico.Le due realtà, già da tempo, hanno messo in campo importanti iniziative a carattere ambientale e azioni concrete con il coinvolgimento di testimonial, ricercatori e attivisti di livello internazionale. Oggi la campagna del Parlamento europeo in Italia ‘Voglio un pianeta così’, che illustra il progetto ‘LifeTACKLE’ di cui la FIGC è partner, compie un ulteriore passo in avanti attraverso la diffusione di un video che ha come obiettivo quello di informare un pubblico sempre più vasto sulle finalità di questi due progetti.”L’Unione europea si è impegnata a ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 e di azzerarle entro il 2050″, ha spiegato Valeria Fiore, community manager dell’Ufficio in Italia del Parlamento europeo e coordinatrice della campagna ‘Voglio Un Pianeta Così’. “I pacchetti legislativi conosciuti come Green Deal e ‘Fit for 55’ sono fondamentali se vogliamo fermare un orologio che corre veloce, ma altrettanto fondamentali sono le piccole grandi storie di testimonial e attivisti che raccontiamo con la nostra iniziativa e che, ogni giorno, dimostrano come ci si può impegnare concretamente per dare un contributo a questa battaglia fondamentale per il futuro di tutti noi.”

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Sassoli: Necessarie misure immediate ed efficaci per mitigare il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su domenica, 5 dicembre 2021

Nel suo discorso, Sassoli ha fatto un bilancio dei risultati degli ultimi mesi e ha parlato delle sfide della prossima presidenza. “Nel corso di questo mandato, il Parlamento europeo aveva delineato due priorità fondamentali.” “La prima, politica, consisteva nel rafforzare il ruolo di scrutinio e la partecipazione dei parlamenti degli stati membri dell’Unione per il Mediterraneo nell’importante dibattito relativo al cambiamento climatico e al drammatico impatto che questo sta avendo nella nostra regione. Il cambiamento climatico, per lungo tempo sottostimato e trascurato, è diventato ora il centro del dibattitto politico come dimostrato dalla eccezionale partecipazione alla recente conferenza sul clima di Glasgow, il cui risultato, per quanto apprezzabile, è stato a mio avviso inferiore alle aspettative.” “L’Europa si è dotata di un’ambiziosa agenda verde, il cosiddetto Green Deal, che intende ridurre drasticamente le emissioni nocive e, dunque, il riscaldamento climatico e promuovere un’economia e uno stile di vita più sostenibile ed in linea con questi importanti obbiettivi.” “Questo sforzo non può che venire dall’Europa nella sua integralità inclusi i paesi più lontani dal Mediterraneo. L’Europa è nata come un progetto comune basato sulla solidarietà e la condivisione di valori e di principi fondamentali. E il cambiamento climatico è appunto una sfida fondamentale a cui tutti sono chiamati a contribuire.” “La portata della sfida di oggi è senza precedenti. La pandemia di COVID-19, ci sta dimostrando che in casi come questi le frontiere non contano più perché nessuno è al riparo da questi fenomeni e la collaborazione tra paesi del Mediterraneo non è un lusso, non è un’opzione che possiamo decidere di non seguire, ma è invece una necessità impellente per tutti. Non è più giustificabile che l’uno o l’altro dei paesi mediterranei, siano essi della sponda nord o della sponda sud, siano lasciati soli a gestire queste sfide epocali. Tutto ciò non solo è moralmente inaccettabile ma è anche pericoloso e a lungo termine estremamente costoso.” “La dichiarazione congiunta che ci apprestiamo ad adottare oggi deve rappresentare la base di un percorso condiviso. Il messaggio che auspico possa partire dalla nostra Assemblea parlamentare, rivolto alle principali istituzioni europee, internazionali, ed ai governi dei partner dell’Unione del Mediterraneo, deve essere chiaro ed univoco: si concretizzi l’adozione di misure immediate ed efficaci di mitigazione dei cambiamenti climatici, e si stanzino le risorse finanziarie adeguate a questa colossale sfida.” “Questo sforzo non può che venire dall’Europa nella sua integralità inclusi i paesi più lontani dal Mediterraneo. L’Europa è nata come un progetto comune basato sulla solidarietà e la condivisione di valori e di principi fondamentali. E il cambiamento climatico è appunto una sfida fondamentale a cui tutti sono chiamati a contribuire. È importante che il nuovo segretariato possa assicurare la continuità dei nostri lavori, permettere una gestione più opportuna dei fondi disponibili e una politica di comunicazione più moderna e efficiente. Grazie alla intensa cooperazione con gli altri membri dell’ufficio di presidenza abbiamo potuto, in tempi brevi, raggiungere risultati importanti ma molto resta ancora da fare per rilanciare il processo di cooperazione euro-mediterraneo e rafforzare la cooperazione tra i nostri parlamenti.”

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“Pictet Asset Management abbraccia il cambiamento con Destinazione Futuro”

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 dicembre 2021

Solo identificando i cambiamenti strutturali del mondo in cui viviamo, della società e dell’economia è possibile cogliere le migliori opportunità di investimento e giungere preparati alla “Destinazione Futuro”. È questo il titolo evocativo del nuovo webshow organizzato da Pictet Asset Management, in programma giovedì 2 dicembre, dalle ore 18:30, e che sarà possibile seguire sul sito di Pictet AM. L’evento mira a sensibilizzare il pubblico sull’importanza di non respingere e anzi abbracciare il cambiamento nella pianificazione dei propri investimenti, attività che non può prescindere da un’ottica di lungo periodo.Tanti sono i fattori destinati ad avere un impatto significativo sulle nostre vite e sulla nostra modalità di concepire gli investimenti. Ci sono cambiamenti in diversi settori – come: tecnologia, ambiente e healthy living – che stanno guidando le grandi transizioni della nostra epoca. È inevitabile chiedersi, infatti, quale ruolo avranno Big Data e Intelligenza Artificiale in un mondo destinato a diventare sempre più digitale. O, ancora, se vivremo parte delle nostre vite nell’universo virtuale del Metaverso. I cambiamenti dettati dalla pandemia hanno inciso sul volto che assumeranno le città del futuro? E, ancora, la medicina, la nutrizione, che direzione stanno prendendo? A queste e molte altre domande Pictet AM proverà a dare risposta in occasione di un evento interattivo e dinamico, in cui il focus saranno i Megatrend, le forze che modellano le nostre vite.

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“Quella sul cambiamento climatico è la più grande sfida di sempre”

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 novembre 2021

L’Italia può veramente guidare la transizione. Lo ha ricordato bene, anche oggi, l’economista Jeremy Rifkin. Transizione ecologica e digitale vanno di pari passo e rappresentano il presente e il futuro, non solo del nostro Paese. Oggi, più che mai, non possiamo che metterci tutto l’impegno per fare quelle scelte che rimarranno nella storia del mondo. C’è un doppio livello di interventi che si rendono necessari ed urgenti. Ma purtroppo sono ancora pochi a rendersi conto dell’effettiva portata di tutto questo. Il primo livello d’intervento è quello globale, di cui stanno discutendo proprio in queste ore al G20. Un piano d’azione comune non è più procrastinabile, e deve riuscire a dare anche risposte concrete a quei Paesi, ed a quelle economie emergenti, che oggi non hanno gli stessi strumenti nostri. In questa sfida, come ci sta dimostrando anche quella sul piano vaccinale, agire senza tenere in considerazione la dimensione internazionale vorrebbe dire vanificare ogni sforzo. Non possiamo certo obbligare nessuno, ma raggiungere un’intesa è estremamente importante. Il secondo livello è quello nazionale. Fondamentale per la ripartenza del nostro Paese e per il ruolo di guida che può, e deve, ritagliarsi. Abbiamo una responsabilità enorme, come rappresentanti delle Istituzioni e come cittadini. È il nostro Sistema Paese che, in una fase storica in cui abbiamo l’opportunità di fare ciò che è sempre stato considerato impossibile, si gioca veramente tutto, in termini di credibilità, di prospettiva, di fiducia. Abbiamo risorse, e strumenti, per cambiare definitivamente il volto del nostro Paese, rendendolo più moderno, sostenibile, digitale. Valorizzando ciò che abbiamo, rigenerando i nostri territori e le nostre Città. Se vinceremo questa sfida traineremo, con noi, l’Europa e il resto del mondo. Se non ci riusciremo perderemo un’occasione irripetibile”. Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, sui social.

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Gli agricoltori sono sempre più minacciati dal cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su domenica, 31 ottobre 2021

L’impatto dei cambiamenti climatici sta minacciando sempre più seriamente le condizioni di vita degli agricoltori in tutto il mondo: lo dice un nuovo studio commissionato da Fairtrade International e condotto da ricercatori della Libera Università di Amsterdam e dell’Università di Berna delle Scienze Applicate, diffuso a pochi giorni dall’inizio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, anche nota come COP 26. Lo studio sottolinea che maggiori investimenti nell’adattamento climatico e in altre misure di resilienza saranno cruciali per impedire il crollo del reddito degli agricoltori.Un’ombra sul futuro delle commodities. Banane, caffè, cacao sono alcuni tra i beni più commercializzati a livello globale; la ricerca analizza come regioni diverse del pianeta saranno colpite in modo differente dagli schemi metereologici generati dal cambiamento climatico.I produttori di banane del Centro e Latino America, ad esempio, dovranno affrontare stagioni meno piovose e temperature più estreme, mentre quelli del Sud-est asiatico e dell’Oceania un aumento del rischio di cicloni. I produttori di caffè del Brasile, America Centrale e sud dell’India registreranno presto degli aumenti dei picchi delle temperature insieme a siccità, con conseguenze sulla produzione di caffè Fairtrade. In Repubblica Dominicana e Perù, come in altre regioni dell’Africa Occidentale, i coltivatori di cacao dovranno affrontare periodi di caldo e siccità, mentre in Ghana orientale e Costa d’Avorio subiranno piogge più intense.L’effetto dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole è abbastanza riconosciuto, e i rischi per il futuro di commodities di grande interesse commerciale come il caffè, sono abbastanza noti. Studi suggeriscono che entro il 2050 metà delle aree agricole attualmente utilizzate per la coltivazione del caffè potrebbero non poterle più ospitare. Ma solo raramente si considera un collegamento ovvio, cioè quello tra il cambiamento climatico e le condizioni di vita di migliaia di contadini e lavoratori del settore agricolo.Negli ultimi anni Fairtrade ha rafforzato i requisiti dei propri Standard, aumentando il focus sui temi ambientali e sul cambiamento climatico, ad esempio attraverso le Accademie per il Clima e progetti dedicati con gli agricoltori. La dimensione che sta acquisendo la crisi tuttavia richiede partnership sempre più larghe per sostenere le comunità agricole affinché possano affrontare Ie enormi sfide che hanno davanti.

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Apertura al cambiamento delle aziende italiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 ottobre 2021

Partiamo da un dato: il World Economic Forum, nel suo report Future of Work, ha stimato che nei prossimi 5 anni il 50% della popolazione lavorativa dovrà adeguare le proprie competenze per tenere il passo con la competizione sempre più incalzante. La strada è già segnata e, inevitabilmente, si dipana lungo i binari della Trasformazione Digitale, ovvero quel processo di integrazione delle tecnologie digitali in tutti gli aspetti del business, che comporta all’interno delle organizzazioni cambiamenti sostanziali a livello di strumenti, cultura, operazioni e generazione di valore. Facile a dirsi, un po’ meno ad attuarsi.E qui entra in gioco Smartive, una full-service company al 100% italiana e focalizzata nel supportare le aziende e le organizzazioni – collaborando con Leadership Team, Direzioni HR / Digital & Innovation – nei processi di change management, proponendo percorsi studiati su misura in grado di coinvolgere in maniera diretta le singole persone impegnate con ruoli e mansioni diversi all’interno dell’azienda stessa.A guidare la strada, fin dal via iniziale di ogni percorso, sono le indicazioni fornite dalla SmartiveMap, un tool di people analytics, capace di inquadrare il livello di attitudine e la propensione alla trasformazione digitale dell’intera popolazione aziendale. Un test online che restituisce all’utente il proprio report con punteggi e confronti con il benchmark e all’azienda un cruscotto di analisi di dati relativi all’assessement, consultabile in real time.Incrociando skill, background e attitudini personali oltre che professionali, la SmartiveMap identifica 5 profili, dal più propenso verso il cambiamento digitale e dotato di elevati livelli di competenza al meno aperto nei confronti dell’innovazione e meno pratico nell’utilizzo delle nuove tecnologie. Nell’ordine: Embracer, Believer, Ally, Skeptic e Resister.

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“Cambiamento climatico: rivalutare i rischi di incendi boschivi”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici, Investimento responsabile e Kyle Bergacker, Analista senior investimenti tematici, Investimento responsabile di Columbia Threadneedle Investments. La stagione degli incendi boschivi del 2020 è stata tra le peggiori mai registrate negli Stati Uniti. In California, è stata raggiunta la cifra record di oltre un milione e mezzo di ettari bruciati, il doppio rispetto al precedente primato registrato nel 2018. Durante il blocco dovuto alla pandemia, il Nord America è stata l’unica regione al mondo in cui i livelli di inquinamento sono aumentati, e ciò è dovuto quasi esclusivamente al fumo creato da questi incendi.Benché gli incendi boschivi siano da sempre parte del ciclo ambientale degli Stati Uniti occidentali, le temperature più alte e la maggiore siccità per periodi più lunghi, con episodi di condizioni insolitamente umide, stanno incrementando la frequenza e la gravità degli incendi. La stagione degli incendi del 2021 è già sulla buona strada per superare la devastazione causata lo scorso anno, proprio mentre gli Stati Uniti occidentali e nord-occidentali sono alle prese con una siccità e un caldo da record. Da inizio anno più di 40.000 incendi in 13 stati hanno già consumato 1,9 milioni di ettari.Per certi versi, i rischi legati agli incendi sono chiari: morti, danni alle proprietà e distruzione degli habitat naturali della fauna selvatica. Tra i disagi per gli individui e gli impatti economici più ampi, vi è una miriade di altri costi che tipicamente non vengono conteggiati o presi in considerazione dagli investitori. Il calcolo accurato dei rischi economici posti dagli incendi boschivi richiederà sempre più una metodologia di valutazione della perdita potenziale di beni fisici che vada oltre la semplice estensione dei terreni e che tenga conto dell’impatto a lungo termine sulla sostenibilità, la salute e la società civile.La portata del rischio fisico posto dagli incendi boschivi per le aziende è vasta e potrebbe rivelarsi estremamente costosa. Un rapporto del 2018 del Center for Disaster Philanthropy ha rilevato che, salvo provvedimenti, 215 delle 500 maggiori aziende del mondo rischiano di perdere mille miliardi di dollari di qui a cinque anni a causa degli impatti degli eventi climatici, tra cui gli incendi. L’aumento della gravità e della frequenza degli eventi meteorologici estremi colpirà sempre più società, il che potrebbe modificarne il profilo di rischio, con importanti implicazioni sul piano finanziario.Le società a rischio non sono solo quelle più ovvie. Molti potrebbero pensare che la maggior parte dei costi ricada sulle aziende attive nei settori dei servizi di pubblica utilità o delle assicurazioni, ma non è necessariamente così. Dobbiamo esaminare ogni società per capire come nello specifico è esposta al rischio fisico di incendi e conoscere i suoi piani di mitigazione e adattamento. Gli attivi di alcune organizzazioni subiranno un danno diretto (ad esempio nel caso delle infrastrutture di rete), ma quasi tutte risentiranno di un qualche impatto indiretto: interruzioni alle catene produttive, cambiamenti a livello di disponibilità delle risorse, approvvigionamento, esigenze di trasporto e sicurezza dei dipendenti, solo per fare qualche esempio. ll nostro team di scienza dei dati può costruire modelli analitici per i fenomeni quali i rischi di incendio. Esistono fonti di dati che ci permettono di monitorare 5.000 aziende per capire il loro rischio di incendio. Le sedi fisiche sono caratterizzate da strutture e rischi unici, e gli sforzi di mitigazione possono fare la differenza. Alcuni edifici, per esempio, possono trovarsi in una zona in cui gli incendi si verificano ogni settimana, ma l’impatto per le strutture è basso o inesistente e pertanto presentano una bassa esposizione al rischio generale di incendi boschivi. Se invece l’edificio si trova in un luogo soggetto a incendi frequenti che hanno buone probabilità di bruciarlo, l’esposizione a tale rischio sarà considerata molto elevata. L’impatto degli incendi boschivi su comparti e settori che emerge dopo aver preso in considerazione questi livelli di esposizione è molto più esteso di quanto ci si possa aspettare. Gli incendi boschivi non sono un fenomeno esclusivamente statunitense. Anche in Australia e persino in Siberia si stanno registrando temperature record e incendi, mentre l’ondata di calore senza precedenti e gli incendi boschivi divampati in Grecia durante l’estate potrebbero essere un presagio di ciò che avverrà in Europa meridionale e centrale con il diffondersi degli effetti del cambiamento climatico.Un numero crescente di società sta prendendo atto delle minacce persistenti poste dagli incendi boschivi e ha iniziato a valutare e comunicare la propria esposizione al rischio e i propri piani di mitigazione. Decine di aziende dell’S&P 500 (attive nel settore immobiliare, ricettivo e degli alimenti e bevande) attualmente includono informative sul rischio di incendi nei loro 10-K Report. Il loro numero è in aumento rispetto ai pochi casi di un decennio fa, ed è probabile che continuerà a crescere man mano che più investitori richiedono una maggiore trasparenza in materia di fattori di rischio ESG. I rischi per le società e l’economia legati a incendi boschivi e ad altri impatti ambientali causati dal cambiamento climatico, quali inondazioni, temperature eccessive e tempeste violente, non diminuiranno, anzi, è molto probabile che peggioreranno. Gli investitori devono avvalersi delle giuste ricerche e strumenti analitici per determinare gli effetti dei loro investimenti e delle loro allocazioni. Il nostro team d’investimento responsabile valuta continuamente i rischi di fattori ambientali come gli incendi boschivi nelle aziende in cui investiamo ed incorpora queste analisi nel nostro processo d’investimento fondamentale. (abstract)

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Il cambiamento climatico incide sulla performance finanziaria delle banche

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

A cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Rosalie Pinkney, Analista del credito senior e Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments. Nel suo storico discorso del 2015, Mark Carney, allora governatore della Bank of England, invocò lo spettro di un “momento Minsky”, un crollo dei prezzi degli attivi causato dalla crisi climatica. All’epoca le sue parole parvero distopiche e sembrarono evocare una prospettiva distante. Oggi, tuttavia, appaiono più preveggenti. Una folta schiera di banche centrali teme che il cambiamento climatico possa scatenare la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo, le autorità di vigilanza in Europa e nel Regno Unito stanno già iniziando a esaminare la resilienza delle banche al cambiamento climatico, valutando sia le probabili tensioni derivanti dalla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio nei prossimi decenni, sia l’impatto di condizioni meteorologiche estreme. Per il momento, tuttavia, l’ansia delle autorità monetarie non si riflette nei mercati azionari o obbligazionari, che sembrano relativamente poco influenzati dal rischio climatico. Eppure nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe diventare un motore chiave della performance finanziaria e un fattore importante per gli investitori che valutano le banche. I rischi per gli utili non mancano neppure nel breve termine, mentre nel medio periodo è probabile che gli istituti con maggiori esposizioni legate al clima dovranno far fronte a requisiti patrimoniali più elevati, per non parlare dei rischi reputazionali. Ma non è solo una questione di rischio. Guardando avanti di qualche anno, potrebbero anche esserci opportunità per le banche che guidano il finanziamento della transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. In effetti, si stima che gli investimenti e i finanziamenti verdi potrebbero raccogliere fino a 50 miliardi di dollari di ricavi nei prossimi 5-10 anni.Finora, tuttavia, vi sono poche indicazioni che le banche stiano riducendo i prestiti legati ai combustibili fossili, on l’importante eccezione del carbone. Gli investitori potrebbero però iniziare presto a distinguere tra leader e ritardatari, grazie ai migliori dati estratti dalle informative obbligatorie. Inoltre, l’engagement degli azionisti e l’attivismo delle ONG potrebbero ripercuotersi in tempi brevi sulle valutazioni delle azioni bancarie. Abbiamo condotto un esercizio di engagement con più di 50 banche a livello globale, ponendo domande sulla strategia climatica e sulla gestione del rischio climatico e facendo seguito con una serie di incontri. Abbiamo riscontrato così l’emergere di alcune chiare tendenze. A livello generale, alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo. Abbiamo iniziato a tenere conto dell’esposizione delle banche ai rischi climatici nella nostra ricerca. Il cambiamento climatico non incide ancora sugli utili o sui requisiti patrimoniali delle banche, ma potrebbe farlo già tra due o cinque anni. Dato che nella nostra valutazione delle aziende adottiamo un orizzonte prospettico di due anni, incorporiamo questa dimensione nella nostra ricerca obbligazionaria e assegniamo i relativi rating alle banche. Queste valutazioni cominciano a influenzare la costruzione del portafoglio. A nostro avviso, non passerà molto tempo prima che gli investitori inizino a operare una distinzione tra leader e ritardatari. Ciò creerà un’opportunità per gli investitori attivi, premiando al contempo le banche che hanno agito tempestivamente per affrontare il cambiamento climatico con un costo competitivo del capitale. (abstract) http://www.columbiathreadneedle.it

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I giovani e il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021

I 400 giovani delegati a Milano per la Youth4Climate hanno passato il testimone ai leader riuniti oggi per la Pre-COP, il meeting preparatorio che precede di circa un mese la COP 26 che dovrebbe ridare vigore e velocità all’azione contro il cambiamento climatico.Per i giovani, che chiedono di avere maggiori spazi di partecipazione, la totale decarbonizzazione entro il 2030 non è derogabile, occorre finanziare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica tassando le emissioni di anidride carbonica e i Paesi devono agire con urgenza con “azioni climatiche che siano radicate nella giustizia sociale”. Un’urgenza che il WWF condivide pienamente e di cui il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha mostrato consapevolezza nel suo intervento, dove ha dichiarato che “Dobbiamo agire velocemente e più efficacemente per affrontare le crisi climatiche e al G20 di ottobre ci prepariamo a far fronte agli impegni per rimanere al di sotto di 1,5°C, sviluppare strategie in linea con questo obiettivo e sostenere i paesi in via di sviluppo”.Il WWF apprezza i toni e l’impegno del Presidente del Consiglio e si augura che il Governo tutto e la diplomazia italiana si senta investita della missione di fare del G20 italiano una tappa fondamentale per il successo della COP26 di Glasgow.L’Associazione del Panda si aspetta che, a partire dal messaggio dei giovani, gli Stati inizino una vera e propria corsa alla decarbonizzazione. In Italia questa corsa deve vedere finalmente l’approvazione di una legge Quadro sul Clima -ce l’hanno già i maggiori stati europei- che permetta di definire un tetto alle emissioni per tutti i settori (budget di carbonio) secondo la traiettoria di decarbonizzazione e trasformare l’economia.

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Il cambiamento climatico mette i colossi del petrolio di fronte a grandi sfide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

A cura di Darren Peers, Analista di investimenti azionari di Capital Group. Dopo essere sopravvissute al rovinoso crollo dei prezzi del petrolio nel 2020, oggi le maggiori compagnie petrolifere sono sottoposte a forti pressioni in merito al contributo che intendono fornire agli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.Negli ultimi mesi, un gruppo di azionisti attivisti guidato dall’hedge fund Engine No. 1 ha eletto tre nuovi membri al CdA di Exxon Mobil. La Royal Dutch Shell è stata obbligata da una sentenza di un tribunale olandese a ridurre le emissioni nette di carbonio del 45% entro il 2030. E gli azionisti di Chevron hanno votato a favore di un taglio delle emissioni totali di gas serra della società. (Ricordiamo che l’espressione “emissioni nette zero” si riferisce al bilancio tra la quantità di gas serra prodotto e la quantità di gas serra eliminato dall’atmosfera.) Ovviamente, la società occidentale sta spingendo per una riduzione delle emissioni. Detto questo, il percorso verso la riduzione delle emissioni di carbonio rimane in certa misura opaco e provvisorio, la società avrà ancora bisogno di idrocarburi per i trasporti, l’energia, le sostanze chimiche, la plastica e i lubrificanti.In questo momento, a livello mondiale c’è una tensione incredibile, soprattutto nelle società occidentali. Vogliamo un’energia a prezzi accessibili e al contempo pulita. A volte non è necessario scegliere: l’eolico onshore e il solare, per esempio, sono fonti di energia sia accessibili, sia pulite. Tuttavia, in molte altre parti della filiera energetica, l’energia pulita è più costosa. E, all’aumentare dei costi, aumentano anche le sfide. Questo è forse meno vero per le regioni relativamente ricche, ma per l’economia globale nel suo complesso è un vero e proprio motivo di tensione. Tutte queste società stanno cercando, chi più, chi meno, di raggiungere un equilibrio accettabile. Ci sono i colossi europei che si trovano nell’occhio del ciclone e hanno sviluppato importanti programmi per tentare una decarbonizzazione di concerto con la società. Le principali compagnie petrolifere statunitensi, invece, sono state meno proattive. Io sarei fortemente favorevole a una carbon tax che definisca un prezzo sul carbonio. Ritengo che questa misura contribuirebbe ad appianare il terreno di gioco. Ad oggi stiamo assistendo a un caleidoscopio di sussidi e regolamentazioni, con diverse gamme di rischi. BP, ad esempio, sta puntando fortemente sulle risorse rinnovabili, aprendo alla possibilità di rendimenti insoddisfacenti su questi investimenti. Chevron ed Exxon Mobil, dal canto loro, si sono mostrate meno disposte a una transizione verso aree delle energie alternative finora poco redditizie, ma così facendo potrebbero correre il rischio che il loro approccio venga considerato inaccettabile dalla società. E, se la sentenza emessa nei confronti di Shell insegna qualcosa, è possibile prevedere che le compagnie saranno indotte ad adottare misure di riduzione delle emissioni facendo leva sulle leggi e sulle politiche vigenti. Questo significa che dovranno ridurre la loro impronta di carbonio (sia in termini di emissioni che di intensità di carbonio) a un ritmo più sostenuto. Da diversi anni osserviamo che i colossi del petrolio investono in misura minore nelle loro attività tradizionali e che molti di essi sono sottoposti a pressioni verso un disinvestimento di determinate attività di combustibili fossili.Una possibile implicazione potrebbe essere che alcuni asset petroliferi tradizionali passeranno da società petrolifere quotate in borsa a produttori meno attenti agli aspetti ambientali e sottoposti a minori verifiche delle emissioni. Sebbene le società perseguano, a livello individuale, gli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, il bilancio delle emissioni globale potrebbe rimanere invariato. I minori investimenti nelle attività del petrolio potrebbero determinare una flessione dell’offerta proprio quando la domanda mondiale sta registrando una ripresa. Questo, a sua volta, potrebbe portare a un aumento dei prezzi del petrolio e le grandi compagnie petrolifere potrebbero trovarsi di fronte a un dilemma interessante: se i prezzi del petrolio rimarranno elevati, saranno ancora disposte a sacrificare investimenti in quell’attività per portare avanti la transizione verso le energie rinnovabili? Al momento non c’è una risposta chiara.Per le compagnie petrolifere, il dilemma è come realizzare una decarbonizzazione che sia anche economicamente redditizia – e anche a quale velocità farlo, e in che misura. Per ora è troppo presto per sapere quale di queste compagnie riuscirà eventualmente ad espandere le proprie attività a basse emissioni di carbonio con parametri economici redditizi.Non abbiamo ancora ben chiaro quanto rapidamente stia avvenendo la nostra transizione collettiva verso un’economia a ridotta impronta di carbonio. È probabile che, ancora per diversi anni, la domanda di petrolio e gas continuerà a crescere, per poi stabilizzarsi e iniziare molto lentamente a diminuire. Questo possibile sviluppo è dovuto ai rapporti economici attuali: gli idrocarburi sono ancora il modo più conveniente di alimentare le società e la crescita delle loro economie. Questo non sarebbe uno scenario dirompente per le grandi compagnie petrolifere, se non per il fatto che continueranno ad essere considerate il problema, e non la soluzione.Un’altra possibilità è che vengano sviluppate altre tecnologie per la riduzione del carbonio e che le tecnologie esistenti diventino economicamente più accessibili prima del previsto e/o che varie regioni siano disposte a imporre un prezzo del carbonio più elevato. Una maggiore spinta a muoversi verso la parte discendente della curva economica dei costi aiuterebbe le organizzazioni e le società a compiere il salto. Ad oggi non siamo dove dovremmo essere. Tuttavia, c’è sempre più consapevolezza che è necessario fare di più.La politica dei governi potrebbe anche influenzare la velocità del cambiamento nelle compagnie petrolifere e alterare i modelli di consumo, attraverso requisiti di cattura del carbonio o incentivi finanziari per i consumatori, che potrebbero promuovere il passaggio alle energie alternative. Per esempio, il pacchetto climatico “Fit for 55” proposto dall’Unione Europea prevede l’imposizione di un prezzo sulle emissioni causate dalle spedizioni e dai trasporti aerei, e il divieto di vendita di nuove automobili con motore a combustione interna entro il 2035.Le compagnie petrolifere hanno diverse potenziali aree su cui concentrarsi nell’ambito delle energie alternative. Per esempio, la catena di valore delle energie rinnovabili ha una struttura simile a quella del settore energetico. Tuttavia, gli asset sono diversi: potrebbe trattarsi della produzione di energia (ad es. costruzione di parchi eolici offshore), del trasporto di una particolare forma di energia alternativa come l’idrogeno (ad es. costruzione di condutture) o della distribuzione finale ai clienti (ad es. stazioni di ricarica per veicoli elettrici).Mentre le grandi compagnie petrolifere europee hanno puntato sull’eolico e il solare, le controparti di Chevron ed Exxon Mobil dispongono di tecnologie di cattura del carbonio che possono sfruttare a loro favore. L’idrogeno e i biocarburanti offrono un’ulteriore gamma di potenziali opportunità.Infine, se il mondo dovrà raggiungere l’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050, saranno necessari investimenti massicci nelle fonti di energie alternative. Questa potrebbe essere un’enorme opportunità per le grandi compagnie petrolifere – sempre che riescano a trovare un vantaggio interessante a livello di costo in una di queste aree.

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“Il grande impegno di Biden sul fronte del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior, Investimento responsabile e Brian Aronson, Analista azionario di Columbia Threadneedle Investments. I primi mesi del presidente Joe Biden alla Casa Bianca riflettono pienamente l’impegno della sua amministrazione a favore della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio. Biden è rientrato nell’Accordo di Parigi e recentemente ha annunciato un obiettivo estremamente ambizioso: dimezzare le emissioni entro il 2030. L’American Jobs Plan di Biden da 2.250 miliardi di dollari, noto anche come Infrastructure Plan ed annunciato a marzo in una proposta storica, affronta ampiamente gli impegni sul cambiamento climatico presi in campagna elettorale, andando addirittura oltre le promesse fatte in determinate aree. Sebbene le cifre finali potrebbero essere soggette a compromessi in modo da ottenere l’approvazione del Congresso, il piano mira ad imprimere slancio alla generazione di energia pulita e alla produzione statunitense di veicoli elettrici, fornendo inoltre un modesto sostegno per la ristrutturazione degli edifici. Il cuore di questo approccio è l’Infrastructure Bill: una lista di proposte da 2.000 miliardi di dollari volta ad avviare gli Stati Uniti su un percorso di azzeramento delle emissioni entro il 2050. La proposta infrastrutturale include la promozione di tecnologie a basse emissioni di carbonio e dei principali obiettivi relativi al cambiamento climatico.Biden ha svelato una vasta serie di proposte di spesa e di incentivi fiscali, ripartite per lo più su un periodo di otto anni ed incentrate su infrastrutture, adattamento ai cambiamenti climatici e iniziative sociali. Uno dei punti del piano consiste in particolare nella generazione di elettricità a zero emissioni di carbonio entro il 2035, come promesso da Biden in campagna elettorale. Tale obiettivo sarà supportato da incentivi fiscali sorprendentemente generosi per le energie rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, nonché da 100 miliardi di dollari di investimenti per il miglioramento delle infrastrutture energetiche. La transizione verso l’energia pulita potrebbe accelerare grazie alla proposta di un’estensione di 10 anni ai crediti fiscali per l’eolico, il solare e le pile a combustibile, che va ben oltre i due anni di incentivi precedentemente introdotti a dicembre 2020. La proposta consentirebbe agli sviluppatori di nuovi progetti di energia rinnovabile di realizzare immediatamente il valore in contanti dei crediti fiscali, il che aiuterebbe i loro flussi di cassa. Anche le aziende di servizi di pubblica utilità potrebbero beneficiarne, seppur meno direttamente, dato che i crediti fiscali potrebbero abbassare il costo dell’energia rinnovabile per i consumatori. Il calo delle bollette tende ad allentare le relazioni tra utility ed autorità di regolamentazione statali, favorendo una maggiore spesa per investimenti da parte delle prime, a vantaggio della crescita. Anche i 100 miliardi di dollari stanziati per l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche risulteranno vantaggiosi per le utility, supportando ancora una volta la spesa per investimenti. La proposta di Biden fa espressamente riferimento agli investimenti nelle reti di trasmissione, poiché sono necessarie linee a voltaggio più alto per spostare l’elettricità verde dai siti eolici o solari più grandi ai centri di carico. Inoltre, qualsiasi misura che faciliti il processo di scelta del sito per i progetti di trasmissione incoraggerà l’avvio di nuovi progetti. Questo enorme programma d’investimento sembra rappresentare uno sviluppo positivo per i produttori di apparecchiature elettriche, così come per alcune società di ingegneria e di costruzione. Non tutti però risulteranno avvantaggiati: il piano di Biden eliminerebbe i sussidi ai combustibili fossili per le società del settore petrolio e gas, ma non era certo una sorpresa.Per quanto riguarda i trasporti non inquinanti, l’enfasi principale delle proposte di Biden riguarda l’ulteriore impulso al mercato dei veicoli elettrici prodotti negli USA. Il piano prevede lo stanziamento di 174 miliardi di dollari per il settore, da spendere in particolare per l’installazione di 500.000 caricatori di veicoli elettrici entro il 2030, il che rappresenta una modesta sorpresa positiva. Potrebbe trattarsi di uno sviluppo significativo, specie se unito a un sussidio potenziale di 7.500 dollari per ogni consumatore che acquista un veicolo elettrico prodotto negli USA, e infonderebbe fiducia negli utenti verso l’infrastruttura di ricarica, rendendo competitivo il costo dei veicoli elettrici rispetto a quello dei motori a combustione interna. La combinazione di queste due misure fa salire del 15-30% le previsioni di Columbia Threadneedle per la domanda annuale di litio tra il 2021 e il 2025 e potrebbe sostenere le società posizionate per affrontare tale incremento. Le iniziative del piano sul fronte dei trasporti non inquinanti prevedono anche una proposta del valore di 111 miliardi di dollari riguardante le infrastrutture idriche, che include la modernizzazione dei sistemi idrici obsoleti, e i sistemi di trasporto pubblico e ferroviario, nonché il rafforzamento delle infrastrutture di importanza critica per le conseguenze del cambiamento climatico. Gli investimenti a favore di porti ed aeroporti intendono rendere gli Stati Uniti un leader globale nel trasporto aereo e di merci non inquinante, mentre gli investimenti nelle infrastrutture idriche possono fornire sostegno alle società i cui prodotti supportano il filtraggio, il trattamento e il trasporto efficiente di acqua. Le aziende di attrezzature per l’edilizia dovrebbero invece beneficiare dei 25 miliardi di dollari in finanziamenti per gli aeroporti e dei 17 miliardi di dollari in finanziamenti per le vie d’acqua, nonché di altre spese per infrastrutture più tradizionali. Parallelamente a tutto ciò, 85 miliardi di dollari in finanziamenti per il trasporto pubblico e 80 miliardi di dollari in finanziamenti per le ferrovie favoriranno la transizione verso mezzi di trasporto puliti per le flotte delle società ferroviarie e di consegne. In linea con la modesta promessa elettorale di Biden per l’avvio di una graduale ristrutturazione degli edifici, il piano propone di spendere 213 miliardi di dollari per il miglioramento dell’efficienza energetica. Gli edifici sono responsabili di circa il 10% delle emissioni degli Stati Uniti e di un terzo del consumo energetico del paese, secondo la US Energy Information Administration (EIA). L’importo sarà utilizzato per l’adeguamento di 2 milioni di abitazioni a prezzi accessibili, la costruzione di 500.000 nuovi alloggi e l’adeguamento di più di un milione di case con miglioramenti efficienti sotto il profilo energetico. Per raggiungere questi obiettivi è prevista l’estensione e l’espansione dei crediti per l’efficienza di abitazioni ed esercizi commerciali, nonché la creazione di un “Clean Energy and Sustainability Accelerator” (acceleratore di energia pulita e sostenibilità) da 27 miliardi di dollari per mobilitare gli investimenti privati. È presente anche una proposta per i progetti di rinnovamento energetico degli edifici pubblici. I principali beneficiari degli sforzi per rendere più ecocompatibile il patrimonio edilizio statunitense sono le società di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, le quali giocheranno un ruolo chiave nelle ristrutturazioni, riducendo significativamente il consumo di elettricità e sostituendo i refrigeranti nocivi.Allo stato attuale, il piano di Biden rappresenta un netto cambiamento rispetto alle politiche dell’amministrazione precedente e, se attuato, dovrebbe accelerare l’ecologizzazione dell’energia, dei trasporti e degli edifici statunitensi, e questo nonostante l’assenza di alcuni impegni presi in campagna elettorale, come i piani concreti sull’idrogeno verde e i dettagli sulle modalità di decarbonizzazione dell’agricoltura. La sua implementazione però è tutta da vedere. Ora tocca al Congresso trasformare il piano in legge ed è altamente probabile che alcune delle disposizioni non vengano approvate o siano modificate.

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Cambiano le abitudini di pagamento dei consumatori

Posted by fidest press agency su sabato, 8 Maggio 2021

Più di otto consumatori su dieci (86%) affermano che le loro abitudini di pagamento sono cambiate dall’inizio della pandemia, con il 59% che prova per la prima volta un nuovo metodo di pagamento, un numero che sale al 77% nella fascia di età che va tra i 18-24 anni. Questo è quanto emerge dalla nuova ricerca di Skrill, brand di pagamenti digitali affermato a livello globale che fa parte di Paysafe (NYSE: PSFE), piattaforma di pagamento specializzata leader nel settore, che ha intervistato 8.000 consumatori per l’ultima versione dello studio Lost in Transaction.La ricerca, che ha coinvolto Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Germania, Austria e Bulgaria, è stata condotta tra marzo e aprile 2021 e ha esplorato il cambiamento dei comportamenti dei consumatori nei confronti dei pagamenti. Non sorprende che il fattore chiave evidenziato dagli intervistati per l’adozione di nuovi metodi di pagamento sia stato l’impossibilità di effettuare pagamenti di persona (33% a livello globale, 36% in Italia), ma emergono anche come forti tendenze il desiderio di monitorare meglio le spese (26% in Italia, in media con gli altri Paesi) e le preoccupazioni sulle frodi (25% globale contro il 28% in Italia).Se, in generale, per completare una transazione nel mese di aprile, i pagamenti con carta sono stati il metodo di pagamento online dominante, con più della metà dei consumatori a livello globale che ha usato una carta di debito (54%) o di credito (52%), in Italia si è assistito a un fenomeno in controtendenza, con i portafogli digitali che stanno emergendo come il metodo di pagamento alternativo più popolare, preferito dal 55% dei consumatori (vs. 43% a livello globale), seguito dalle carte prepagate con il 51% (contro il 20% nel resto dei Paesi). Sempre in Italia, inoltre, il 45% degli intervistati utilizza i portafogli digitali più frequentemente rispetto a un anno fa, più di qualsiasi altro metodo di pagamento, una percentuale decisamente alta se paragonata al 32% dei consumatori a livello globale. Sorprendente, inoltre, la crescita in Italia dell’utilizzo delle carte prepagate online: il 39% dei consumatori italiani la usa più spesso rispetto a 12 mesi fa, un numero decisamente elevato se confrontato con quello di altri mercati (13% la media globale). Quando si tratta di acquisti in negozio, il 43% (36% in Italia) dei consumatori ha anche notato quali retailer si sono sforzati di aggiornare il proprio metodo di checkout in reazione alla pandemia, con il 28% (esattamente come in Italia) che afferma che le aziende non hanno reagito abbastanza rapidamente per renderlo più sicuro. Tuttavia, quasi la metà (48%) degli intervistati italiani dichiara di voler fare acquisti nei negozi con la stessa frequenza con cui lo ha fatto prima del COVID-19, sottolineando l’importanza di un checkout aggiornato anche per i rivenditori offline.

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Cambiamento climatico e costi alle imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2021

Il cambiamento climatico costa al sistema economico, e non poco: esaminando dieci anni (2009-2018), un grado in più di temperatura ha determinato una riduzione media di fatturato e redditività per le imprese italiane pari rispettivamente a -5,8% e -3,4%. Se poi si considerano le variazioni effettive del clima nelle varie aree geografiche, nel solo 2018 – anno particolarmente caldo – il nostro tessuto imprenditoriale ha registrato mancati ricavi per 133 miliardi di euro, con le maggiori perdite percentuali al Nord Est e al Centro. È quanto emerge dal primo anno di attività dell’Osservatorio Climate Finance della School of Management del Politecnico di Milano, che oggi alle 15 presenterà i principali risultati in un convegno online dove interverranno istituzioni, imprese, investitori e associazioni di categoria. Perché il surriscaldamento globale, causa sempre più frequente di eventi meteorologici estremi, è ormai a pieno titolo un tema economico. “Abbiamo sviluppato un database che incrocia le informazioni economico/finanziarie su 1.154.000 imprese in Italia tra il 2009 e il 2018 (22 milioni in Europa) con i dati metereologici di temperatura, piovosità, irraggiamento solare dal 1950 – spiega Vicenzo Butticè, vicedirettore dell’Osservatorio – per trovare evidenze empiriche solide sul rapporto che lega clima e sistema economico”. Ne sono derivate metriche affidabili per supportare gli enti regolatori, le istituzioni finanziarie e le realtà produttive nell’analisi economico/finanziaria del cambiamento climatico. L’Osservatorio ha infatti calcolato i danni reali, non ipotetici, dovuti all’aumento della temperatura di 1 grado centigrado in Italia: le piccole imprese sono quelle che più hanno perso in redditività (-4%, a fronte del -5,3% di fatturato), mentre le grandi realtà, potendo meglio agire sui costi e sui processi, nonostante una diminuzione di ricavi e di domanda pari quasi al triplo (-14,6%), hanno contenuto la perdita di marginalità a -3,6%. L’importanza della quantificazione dei rischi, specialmente nel settore finanziario, è dimostrata dall’intensa attività svolta dagli enti regolatori europei: tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 le autorità di controllo del mercato (ESMA), del settore bancario (EBA) e del settore assicurativo (EIOPA) hanno pubblicato una serie di documenti volti a identificare gli strumenti e le metriche per quantificare l’esposizione climatica delle attività in portafoglio. Estremamente rilevante per la gestione del rischio climatico è poi l’azione della BCE, che a marzo ha reso noti i primi risultati di un’analisi condotta su circa 4 milioni di imprese e 2.000 banche per identificare l’esposizione del sistema finanziario fino ai prossimi 30 anni. I dati mostrano come i costi per adottare ora strategie di adattamento e mitigazione siano di gran lunga inferiori a quelli che si rischia di dover pagare in futuro: secondo la BCE, la probabilità di default delle banche sarà tanto più elevata quanto minori saranno le azioni intraprese dal sistema economico per modificare la traiettoria di incremento della temperatura.

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La gestione del rischio legato al cambiamento climatico: considerazioni e ostacoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

A cura di Chris Wagstaff, Responsabile pensioni ed educazione all’investimento di Columbia Threadneedle Investments. Cosa devono chiedersi i proprietari di attivi prima di adottare una politica efficace di gestione del rischio legato al cambiamento climatico? Quali sono gli ostacoli da superare in fase di attuazione? Il cambiamento climatico è un rischio sistemico globale che riveste un ruolo sempre più importante ai fini della gestione del rischio. Ma nel formulare e quindi adottare una politica di gestione del rischio legato al cambiamento climatico, i proprietari di attivi devono porsi alcune domande chiave e considerare una serie di aspetti fondamentali. Tra questi figurano: Capire a che punto del processo di costruzione del portafoglio vanno inglobate le considerazioni sulla gestione del rischio legato al cambiamento climatico e se queste debbano costituire input primari o secondari. In molti casi, la gestione del rischio legato al cambiamento climatico è parte integrante della selezione dei gestori ma probabilmente secondaria rispetto a fattori quali il tasso di rendimento richiesto, i parametri di rischio, la diversificazione e la liquidità nel determinare l’asset allocation strategica, che possono incidere in maniera significativa sul profilo di rischio/rendimento, sulla diversificazione e sulle caratteristiche di liquidità del portafoglio.Se allineare o meno i portafogli agli obiettivi dell’Accordo di Parigi,come hanno cominciato a fare molti titolari di attivi, anche in vista di una probabile evoluzione in tale direzione del quadro normativo. Non si tratta di un compito facile in quanto non esiste un unico approccio riconosciuto per misurare e valutare l’allineamento delle temperature e, di fatto, la stessa intensità di carbonio di un portafoglio. Per non parlare dei percorsi di transizione delle posizioni di un portafoglio avendo a disposizione dati per lo più circoscritti ad azioni, obbligazioni societarie e titoli di Stato. Fortunatamente, la pubblicazione della Paris Aligned Investment Initiative dell’IIGCC aiuterà i gestori patrimoniali e i proprietari di attivi ad adottare politiche d’investimento in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi fissa un obiettivo di lunghissimo termine a cui ambire, ma i proprietari di attivi guarderanno inevitabilmente al proprio gruppo dei pari per un primo confronto di base e per monitorare in corso d’opera i parametri climatici prescelti. Perché tale raffronto funzioni, tutte le parti in gioco dovranno aumentare il livello di trasparenza e fissare traguardi intermedi realistici.Tenendo presente quanto sopra, i proprietari di attivi (coadiuvati dai loro consulenti d’investimento e gestori patrimoniali) devono aggirare tre grandi ostacoli per valutare l’esposizione al carbonio e alle emissioni di gas serra dei loro portafogli. Si tratta di: scarsità di analisi dei dati di qualità sulle emissioni di gas serra di Ambito 1, 2 e, soprattutto, 3; disomogeneità dei dati ESG (ambientali, sociali e di governance), nell’ambito dei quali il rischio climatico è un fattore di rischio chiave della componente “E”; infine le informative carenti delle aziende sulle emissioni di gas serra. L’ultimo punto compromette fortemente l’accuratezza sia dei dati ESG che di quelli sulle emissioni di gas serra compilati dai fornitori di dati e quindi analizzati dai gestori patrimoniali. Misurare le emissioni non è una scienza esatta. In particolare, le emissioni Scope 3 hanno una definizione vaga, sono per lo più stimate e soggette al rischio del doppio conteggio, inoltre il modo in cui i fornitori di dati raccolgono le informazioni varia enormemente in quanto ognuno utilizza metodologie diverse e adotta una visione differente dello stesso fattore. Malgrado queste limitazioni, gli investitori stanno utilizzando i dati a disposizione (principalmente di Ambito 1 e 2 ma anche di Ambito 3, spesso dopo aver apportato qualche correzione discrezionale) per decidere quali sono le società che si stanno impegnando per potenziare le proprie credenziali di sostenibilità e usare questi dati per monitorarne i progressi nel corso del tempo.Adottando idealmente target basati sulla scienza e allineati agli obiettivi di Parigi, i gestori e i proprietari di attivi potranno sostenere in maniera più efficiente i “vincitori”, ossia le imprese dotate delle tecnologie e dei vantaggi competitivi atti a prosperare grazie alla transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio. Potranno inoltre utilizzare queste informazioni per prendere decisioni informate sull’esclusione o l’allontanamento del portafoglio da determinati settori o titoli.Le esposizioni del portafoglio a questi rischi vengono tipicamente riportati sotto forma di impronta di carbonio. La TCFD raccomanda ai proprietari di attivi di comunicare l’intensità di carbonio media ponderata dei loro portafogli (per ogni titolo in portafoglio) sulla base delle emissioni di Ambito 1 e 2 (quelle che esulano dal controllo dell’organizzazione) ed espresse in tonnellate di CO2 equivalenti (tonnellate di emissioni di CO2)/fatturato in milioni di USD). Tuttavia, nei rapporti preparati per i titolari di attivi, e in particolare per i portafogli azionari, molti gestori forniscono parametri supplementari, come le emissioni di carbonio (tonnellate di emissioni di CO2/milioni di USD investiti) e le emissioni di carbonio totali (tonnellate di emissioni di CO2).Parimenti, l’analisi del rischio fisico può essere condotta da diverse angolature. Per esempio, se gli attivi di un portafoglio sono “geolocalizzabili”, è possibile misurare l’esposizione al rischio fisico associato al cambiamento climatico usando direttamente gli strumenti di modellizzazione del rischio catastrofale, analizzando i rischi fisici del portafoglio dovuti a pericoli come inondazioni, terremoti e incendi. Ciò, a sua volta, può far scattare analisi più dettagliate su come gestire o assicurare tale esposizione al rischio. Ad integrazione di questa analisi del rischio – benché si tratti di un’area ancora sperimentale, e fermi restando i tre limiti appena discussi – i gestori e i proprietari di attivi stanno cercando di potenziare la gestione del rischio legato al cambiamento climatico sviluppando indicatori basati sul Value-at-Risk (VaR) delle esposizioni climatiche del portafoglio al fine di stimare le perdite potenziali in un dato scenario climatico. (abstract da http://www.columbiathreadneedle.it)

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“Il nuovo secolo sarà all’insegna dell’Asia: opportunità post-pandemia”

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist, e Luca Paolini, Chief Strategist di Pictet Asset Management. A un anno dallo sconvolgimento sociale ed economico provocato dalla pandemia di COVID-19, l’Asia sta emergendo dalla crisi più forte di prima e con un’influenza maggiore sulla scena mondiale, spostando sempre più a oriente il centro di gravità economico del pianeta. Grazie alla gestione esemplare della pandemia, l’attività economica in tutta la regione è tornata ai livelli pre-COVID-19. (La sicurezza e la resilienza al COVID asiatiche sono considerate le migliori al mondo.) Inoltre, le politiche economiche anticrisi del blocco asiatico sono state prudenti e misurate, a differenza di quanto avvenuto in Occidente, dove i governi e le banche centrali sono stati costretti ad adottare misure estreme. Prendiamo la Cina. Sebbene sia stata l’epicentro della pandemia, le istituzioni politiche della regione non hanno dovuto ricorrere a un’eccessiva generosità fiscale o monetaria. La Cina non ha assistito a un aumento dei prestiti di proporzioni simili a quello delle economie sviluppate. La seconda economia mondiale è entrata in crisi con il debito pubblico al di sotto del 50% del PIL, che prevediamo salirà al 67,7% entro il 2022.Il quadro è simile nel resto dell’Asia emergente, più favorevole rispetto a quello delle economie del G5, in cui il rapporto debito-PIL medio dovrebbe superare il 150% entro il 2022. In altre parole, l’Asia è riuscita a sostenere la crescita senza gettare i semi di rischi finanziari futuri. Prevediamo un forte rimbalzo della crescita del PIL del blocco pari all’8,9% nel 2021, ben al di sopra delle economie avanzate, che dovrebbero crescere solo del 4,9%. Questo risultato appare ancora più solido prendendo in considerazione anche la lieve contrazione registrata dall’economia della regione durante lo scorso anno, appena dello 0,2%, rispetto al 5,2% delle controparti sviluppate. L’efficace gestione della pandemia da parte dell’Asia e la sua resilienza economica sono la naturale conseguenza di una serie di riforme strutturali rivoluzionarie che la regione ha promosso negli ultimi 20 anni, un processo a nostro avviso destinato a proseguire a ritmo ancora più elevato nel prossimo decennio. Dalla crisi valutaria alla fine degli anni ’90, le nazioni asiatiche hanno rafforzato le loro basi per una prosperità a lungo termine, riformando il proprio contesto istituzionale, normativo e del mercato dei capitali e promuovendo la competitività a livello internazionale.Un altro pilastro della ripresa economica post-pandemia è un’integrazione regionale più profonda. Nel mese di novembre i mercati emergenti asiatici hanno presentato un nuovo ambizioso accordo commerciale, il Regional Comprehensive Economic Partnership Agreement (RCEP), che riguarda gli scambi di merci, servizi e investimenti tra 15 Paesi che insieme rappresentano il 30% della popolazione mondiale. L’accordo dovrebbe contribuire a stimolare ulteriormente la crescita a lungo termine, riducendo le barriere commerciali e aumentando ulteriormente gli investimenti diretti esteri.Nonostante la pandemia, gli investimenti esteri diretti (foreign direct investment, FDI) asiatici rimangono resilienti. Nel 2020 la Cina ha superato gli Stati Uniti come maggior destinatario di FDI al mondo, attirando 163 miliardi di dollari. I Paesi del sud-est asiatico, come il Vietnam, meno sviluppati delle controparti settentrionali, dovrebbero trarre il massimo vantaggio dal nuovo accordo, in quanto rappresentano la base manifatturiera che approfitterà della domanda degli importatori desiderosi di diversificare al di fuori della Cina.
Il Vietnam è una delle nazioni asiatiche più dinamiche: offre un’elevata stabilità politica, un mercato globale profondamente integrato e abbondante manodopera, con la sua giovane popolazione di 100 milioni di persone. Inoltre, la gestione efficace della pandemia ha contribuito a rafforzare le credenziali del Paese. Grazie alla posizione geografica strategica per i collegamenti tra la Cina e il resto dell’Asia, il Vietnam dovrebbe attrarre una quota maggiore di FDI nei prossimi anni. A livello di macro-regione, gli standard di vita asiatici stanno migliorando rapidamente e la sua popolazione sta diventando sempre più urbana e benestante. Entro la fine del prossimo decennio l’Asia avrà due terzi della classe media del pianeta , le cui abitudini di consumo e di investimento trasformeranno il panorama economico.La crescente importanza dell’Asia sulla scena economica mondiale avrà conseguenze di ampia portata per gli investitori, non ultimo perché i mercati finanziari non ne hanno ancora preso atto. Uno sguardo agli indici azionari e obbligazionari mondiali mostra che l’Asia è sorprendentemente sottorappresentata. L’Asia emergente costituisce solo il 10% dell’indice dei mercati azionari globali e solo il 3% di quello obbligazionario, sebbene rappresenti circa il 24% sia dell’economia mondiale, sia degli utili societari globali. Si dice da tempo che se il XIX secolo è appartenuto all’Europa e il XX secolo agli Stati Uniti, il XXI secolo appartiene all’Asia. La regione è pronta ad aggiudicarsi una fetta sempre maggiore degli investimenti internazionali, man mano che i suoi strumenti finanziari si vanno trasformando in una classe di attivi strategica. Gli investitori dovranno modificare la composizione del proprio portafoglio per riflettere il peso crescente dell’economia asiatica.

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In che modo il Covid-19 potrebbe cambiare il mondo per sempre

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2021

A cura di Pauline Grange, Gestore azioni globali di Columbia Threadneedle Investments. All’inizio del 2020, quando in Cina è iniziato il lockdown, si sono verificate numerose interruzioni delle catene produttive dell’elettronica, delle automobili o dei beni di consumo sanitari, come i dispositivi di protezione individuale, di cui avevamo bisogno nei nostri ospedali. Quindi, a livello aziendale è aumentata la consapevolezza che le società non possono più fare affidamento su una sola regione o un solo paese, come la Cina. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a diversificare le loro catene produttive e a orientare alcune forniture più a livello locale. Questa dinamica è stata evidente soprattutto nel settore tecnologico.Nel 2020 abbiamo osservato un’escalation della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina: Washington ha imposto una serie di embarghi a società tecnologiche cinesi come Huawei, impedendo loro di accedere alla proprietà intellettuale o ai brevetti statunitensi. La Cina, a sua volta, è diventata più isolazionista negli investimenti tecnologici e ha capito di non poter più fare affidamento sulle società tecnologiche statunitensi. Quindi nel 2020, per la prima volta, ha investito più degli Stati Uniti in ricerca e sviluppo e si inizia a notare una regionalizzazione della tecnologia, in particolare per quanto riguarda le tecnologie per il clima. In quest’ambito si inizia a parlare di “guerre climatiche”, perché la Cina ha investito molto e sta iniziando a imporsi in aree come i veicoli elettrici, la tecnologia di batteria e quella solare, mentre l’Europa è diventata leader nelle energie rinnovabili.Con l’entrata in vigore dei piani di stimolo fiscale in Europa, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, i governi torneranno a dare la priorità ai posti di lavoro e alle aziende locali. La globalizzazione dunque non scomparirà, ma sta sicuramente cambiando.Anche in quest’ambito il ritmo della transizione dal consumo offline a quello online e dai contanti ai pagamenti digitali ha superato le aspettative di tutti. I consumatori sono stati costretti ad acquistare online a causa dei lockdown in tutto il mondo, ma anche le aziende hanno dovuto accelerare i loro investimenti nelle piattaforme digitali. Negli Stati Uniti, nel 2020 la crescita delle vendite online ha raggiunto ben il 44% su base annua, ossia tre volte l’espansione del 15% registrata nel 2019. Ora la penetrazione online negli USA supera il 21%, a fronte del 15,8% del 2019: si tratta di un incremento di 5,5 punti percentuali su base annua, il più elevato dall’inizio delle registrazioni.Secondo molte delle società digitali con cui ho affrontato l’argomento, la pandemia di Covid-19 ha accelerato questa transizione di diversi anni. È improbabile che questa crescita si ripeta nel 2021, quindi la domanda diventa: l’importo assoluto in dollari del consumo online diminuirà? Non credo. Innanzitutto, le aziende continuano a investire in piattaforme digitali e a spostare le loro attività verso un mondo online, mentre i consumatori si sentono sempre più a loro agio a fare acquisti in rete: alcune fasce demografiche che non avevano mai usato le piattaforme digitali ora le hanno adottate. Lo vedo con i miei suoceri, che prima della pandemia non avevano mai fatto acquisti online: ora scelgono volentieri ricette proposte in rete da aziende alimentari e fanno tutta la loro spesa online, e ne apprezzano molto la comodità.Quindi si è verificato un cambiamento culturale e in Cina dopo il lockdown il boom dell’e-commerce è proseguito, con ottime vendite e continui investimenti delle aziende in piattaforme online come Tmall ecc. La crescita potrebbe non restare tanto sostenuta, ma il consumo online è destinato a perdurare.
Questi sono argomenti vasti e complessi. Il rilancio dell’agenda “green”, ad esempio, ha chiaramente assunto un ruolo di maggiore spicco e fa parte dei programmi dei governi di tutto il mondo. La globalizzazione delle politiche di “emissioni nette pari a zero” nel 2020 è stata un aspetto decisamente positivo. I governi fisseranno per un determinato anno l’obiettivo di avere emissioni nette di carbonio pari a zero in linea con l’Accordo di Parigi, il cui obiettivo è azzerare le emissioni mondiali entro il 2050.In primo luogo, come abbiamo visto l’UE ha messo il Green deal al centro del suo programma di ripresa post-Covid, accelerando anche il suo obiettivo di decarbonizzazione per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 (dai livelli del 1990). Ma la grande sorpresa del 2020 è stata la Cina, la maggiore responsabile delle emissioni, che ha fissato l’obiettivo di emissioni nette pari a zero entro il 2060. Ciò ha avuto un impatto significativo: prima della fine del 2020 quasi la metà del mondo aveva fissato obiettivi di neutralità climatica. Ora, con Joe Biden alla presidenza, è più probabile che gli Stati Uniti stabiliscano un obiettivo di emissioni nette pari a zero; se ciò avvenisse, quest’anno circa il 60% delle emissioni globali sarebbe coperto da accordi di questo tipo, un fattore decisamente favorevole per quanto riguarda il cambiamento climatico.Per quanto riguarda il capitalismo morale, dobbiamo innanzitutto domandarci: cosa intendiamo per capitalismo morale o capitalismo responsabile? In precedenza, il capitalismo si concentrava notevolmente su un certo tipo di stakeholder, per esempio gli azionisti o i proprietari dell’azienda. Ora però le società sono soggette a crescenti pressioni da parte dei governi, dei consumatori e della popolazione in generale verso una maggiore attenzione a tutti i soggetti interessati. Rientrano in quest’ambito il modo in cui trattano o sostengono i loro dipendenti e/o fornitori e la creazione di valore per i consumatori.
Vi è anche la volontà di considerare i costi effettivi dell’attività aziendale, non solo in termini di dollari, ma di impatto sull’ambiente. Ciò che si è verificato durante la pandemia ha reso questi aspetti molto più importanti. Prendiamo per esempio il movimento Black Lives Matter, che si schiera contro il razzismo sistematico a livello mondiale e che ha costretto molte aziende a rivedere il loro organico, cercando di risolvere il problema della scarsa diversità del loro personale. Gli occhi sono stati puntati anche sulle catene produttive e alcuni rivenditori al dettaglio sono stati screditati pubblicamente per non aver onorato i contratti con i fornitori in Bangladesh, con un conseguente aumento dei livelli di povertà nel paese. Ora il modo in cui vengono trattati i fornitori ha conseguenze concrete.
Questi due fattori, ossia la rivisitazione del capitalismo e dell’agenda “green”, sono interconnessi? Credo proprio di sì. Le aziende hanno una responsabilità morale a livello sia sociale sia ambientale, e con la crescente importanza dell’agenda “green” dovranno anche affrontare una maggiore regolamentazione. Il loro accesso a finanziamenti a più basso costo potrebbe dipendere dal fatto che i loro prodotti aiutino a risolvere alcuni problemi ambientali a livello globale: finanziandosi attraverso social bond o green bond vedrebbero aumentare le valutazioni se rendessero i loro prodotti più responsabili dal punto di vista ambientale o sociale.Il ritmo e il successo con cui sono stati sviluppati diversi vaccini sono stati sorprendenti. Hanno superato le mie aspettative e dimostrano gli enormi progressi compiuti dalla tecnologia medica negli ultimi dieci anni. Per contestualizzare, prima della pandemia erano necessari in media più di 10 anni per trovare un vaccino, ma contro il Covid-19 sono stati messi a punto diversi vaccini di successo in meno di un anno.Per esempio, Moderna, una delle aziende biotecnologiche che ne hanno prodotto uno, è riuscita a sviluppare un vaccino pronto per la sperimentazione umana in soli 42 giorni dal ricevimento della sequenza genetica del virus. È riuscita nell’impresa usando una tecnologia innovativa chiamata MRNA, il che è stupefacente considerando che di solito con le tecnologie tradizionali sono necessari anni.Sono ottimista sul fatto che, essendo riuscita a sviluppare tutti questi vaccini e terapie contro il Covid-19 in meno di un anno, la comunità medica trovi una via d’uscita dalla pandemia per tutti noi nel corso del prossimo anno.

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IG globale: non sottovalutare il cambiamento dei comportamenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2021

A cura di Alasdair Ross, Responsabile credito investment grade di Columbia Threadneedle Investments. Siamo entrati nel 2020 sulla scia di una delle fasi espansionistiche più durature di tutti i tempi, con un ciclo di crescita alimentato da politiche monetarie sempre più accomodanti. Proprio alla luce di tale crescita e dei tassi d’interesse bassi, le imprese avevano aumentato l’indebitamento, ragion per cui all’inizio della pandemia la leva finanziaria appariva relativamente elevata.A causa delle chiusure dovute al Covid-19, i governi e le autorità hanno dovuto agire per evitare che uno shock economico si trasformasse in una crisi finanziaria. In tale ottica sono stati creati piani ad hoc volti a tenere aperto il canale del credito. Oltre ai pacchetti di supporto fiscale, come i programmi di cassa integrazione, sono state varate misure di sostegno sotto forma di prestiti diretti, tolleranza del settore bancario e ampliamento dei programmi di acquisto di obbligazioni societarie.I mercati investment grade ne hanno beneficiato direttamente. A marzo la Federal Reserve ha annunciato l’intenzione di procedere per la prima volta ad acquisti diretti di obbligazioni societarie, sulla scia dell’espansione del quantitative easing (QE) intrapreso dalla Bank of England e dalla Banca centrale europea.Il progressivo ritiro di queste misure potrebbe far aumentare il rischio di default o di declassamento, ma a giudicare dalla composizione del mercato ciò non dovrebbe causare grosse preoccupazioni. Il principale settore dell’universo IG è quello bancario, sostenuto da una politica economica tesa a gestire le perdite. Non ci aspettiamo pertanto grandi variazioni della qualità creditizia e anticipiamo una serie di fusioni tra operatori deboli e forti. Questo segmento rappresenta quasi il 25% del mercato IG globale. Vi sono anche settori in cui le prospettive appaiono favorevoli se non addirittura migliori rispetto a prima, come nel caso della tecnologia o degli alimenti e bevande, che rappresentano il 10% del mercato. Un altro 20% è costituito da settori perlopiù immuni, come i servizi di pubblica utilità, le telecomunicazioni e la sanità. Persino l’immobiliare, che è pari al 4% del mercato ma non è un settore particolarmente omogeneo, essendo costituito da numerosi sottosegmenti, ha messo a segno una buona performance in alcune aree. I magazzini e la logistica hanno beneficiato delle consegne a domicilio e dell’effetto Amazon. Le vendite al dettaglio e gli uffici hanno patito maggiormente, ma rappresentano appena l’1% circa dell’universo.Anche nei settori in cui la pandemia ha inciso negativamente su operazioni e utili, molte società con rating investment grade possono contare su importanti strumenti, tra cui una combinazione di taglio dei costi, riduzione della spesa per investimenti, gestione del capitale circolante e attività inorganica, ad esempio vendita di attivi, riduzione dei dividendi o aumenti di capitale, che possono essere e saranno utilizzati per difendere la qualità creditizia dei bilanci.Tuttavia, non bisogna sottovalutare la possibilità che l’emergenza sanitaria abbia prodotto un profondo cambiamento a livello di comportamenti. Torneremo in ufficio cinque giorni alla settimana oppure lo smart working è una realtà destinata a proseguire? Alcuni settori possono beneficiare di tali cambiamenti, come la tecnologia, gli alimenti e le bevande, mentre altri potrebbero esserne penalizzati.Ad ogni modo, in genere le autorità sono più veloci a introdurre strumenti di politica monetaria di quanto non lo siano a revocarli. Ad esempio, il QE della BCE è durato più a lungo di quanto fosse strettamente necessario ai fini delle tensioni sui mercati o del costo del debito per le grandi società europee. Più di recente, la Fed ha dichiarato l’intenzione di passare a un obiettivo di inflazione media, il che significa che anche qualora l’inflazione dovesse salire oltre il 2%, i tassi d’interesse non verranno incrementati, a meno che tale livello non si protragga nel tempo. Alla luce di quanto sopra, ci aspettiamo che il supporto politico resti presente a lungo.
La combinazione di fattori politici e il fatto che questa classe di attivi possa ridurre la leva finanziaria (cosa che i team di gestione cercheranno senz’altro di fare) ci rende abbastanza ottimisti per il futuro, più di quanto non fossimo all’inizio dell’anno.

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