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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘cambiamento’

Conferenza sul controllo degli armamenti, intitolata L’onere del cambiamento

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

Roma. Si è svolto nella capitale presso la sala Ritz del prestigioso St Regis Grand, il Forum sul controllo degli armamenti, intitolata L’onere del cambiamento. I principali esperti in riduzione, controllo e non proliferazione delle armi nucleari provenienti da Stati Uniti, Russia, Francia, Svezia, Canada, Brasile, Australia e altri paesi hanno affrontato le questioni più importanti e urgenti in materia di sicurezza nucleare, compresa la possibilità di mantenere il controllo degli armamenti in assenza di un trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio, preservando il controllo strategico degli armamenti dopo il 2021 e mantenendo la stabilità strategica e regionale. I partecipanti si sono concentrati sugli standard e sui meccanismi esistenti per prevenire il crollo del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), e hanno dibattuto delle nuove minacce di terrorismo nucleare nonché sulle misure per contrastarle alla luce della prossima Conferenza di revisione del TNP del 2020.
CP Centro Pilota, quale “preferred supplier” della sede ospitante, in linea alle esigenze comunicative e scenografiche del Forum ha messo in campo le proprie migliori forze per realizzare un evento perfetto. Si trattava di collaborare attivamente, step by step, con gli organizzatori e realizzare congiuntamente una struttura tecnica di alto livello, corrispondente agli obiettivi del Forum.
Per questo si era deciso di arredare la sala Ritz con un allestimento tecnologico importante ma stando attenti a evitare soluzioni scenograficamente fastose. fonte http://www.centropilota.it

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«Le pmi siano guida del cambiamento»

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 ottobre 2019

Le imprese sono le realtà verso cui le persone oggi hanno più fiducia e hanno perciò l’opportunità – e insieme la responsabilità – di guidare il cambiamento. Oscar di Montigny, manager di primo piano in Banca Mediolanum, fondatore e presidente della start-up innovativa a vocazione sociale Be Your Essence, è intervenuto oggi in una Sala Ajace completamente sold out, una platea con circa 150 giovani imprenditori arrivati a Udine per il primo incontro internazionale, “Business meets future”, a loro dedicato e organizzato dal Comitato imprenditoria giovanile della Camera di commercio di Pordenone-Udine, presieduto da Fabio Passon. Il discorso di di Montigny ha preso le mosse dall’intervento dell’altro ospite d’onore dell’evento, Sergio Arzeni, presidente Insme e già direttore all’Ocse di Parigi. Se Arzeni ha evidenziato la necessità per l’Italia di invertire la sua incapacità di attrarre e trattenere talenti invece di farli scappare e ha parlato dell’evoluzione del mondo del lavoro oggi, dove la formazione è essa stessa lavoro e va coltivata di pari passo e con costanza, di Montigny ha introdotto quattro grandi temi che stanno modificando non solo il modo di fare economia, ma le nostre vite, su cui è necessario prendere consapevolezza, soprattutto da parte degli imprenditori, per saperli gestire. «Servono aziende consapevoli – ha detto di Montigny –. I tempi sono maturi per un’economia più sana». E, in questo senso, ha confermato come tutte le più autorevoli statistiche indichino come non ci sia nessuno meglio dei privati e delle piccole e medie imprese per essere il motore del cambiamento. I driver che più lo stanno producendo sono demografia, oggi in crescita esponenziale, attenzione all’ambiente non più svincolabile dal lavoro, dall’impresa, dalla consapevolezza quotidiana, ovviamente le tecnologie, sempre più pervasive e in modi che le nostre menti non sono in grado di elaborare e prevedere, e infine anche etica, valori, comportamento, questi ultimi una sorta di sintesi di tutti i precedenti driver. Per di Montigny, due parole che descriveranno il prossimo futuro sono “innovabililty”, miscela di innovation e sustainability («hanno senso solo se concepite e coltivate insieme»), e la più tradizionale “gratitudine”, applicata però oggi al fare impresa e al mercato. Le aziende sempre più dovranno lavorare in modo che le persone che fruiscono dei loro beni o servizi siano loro grate, in senso positivo, perché la gratitudine è l’unico sentimento vero, onesto e durevole a cui il lavoro di tutti deve tendere. Tendere cioè a un’ “economia 0.0”, che ritrova il suo senso, non è la velocità a fare tutta la differenza ma l’orientamento, il fare business in modo innovativo e utile.

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Lo sviluppo sostenibile e il cambiamento degli attuali equilibri

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

La comunità internazionale è in grado di realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile che si è prefissata entro il 2030, ma ciò avverrà solo attraverso un cambiamento profondo degli equilibri attuali. E’ necessario infatti garantire un volume adeguato di investimenti pubblici che possano orientare l’economia globale su un percorso espansivo, afferma il Rapporto sul Commercio e lo Sviluppo 2019 dell’UNCTAD.Il rapporto propone di rilanciare le misure di politica economica adottate con successo ai tempi della grande depressione, e di farlo su scala globale. Un Global Green New Deal offrirebbe, secondo l’UNCTAD, il quadro di riferimento adeguato per superare il decennio di austerità e di insicurezza che ha fatto seguito alla crisi finanziaria del 2007/2008, contribuirebbe inoltre a generare una distribuzione dei redditi più equa ed a invertire il trend di degrado ambientale in essere. Il rapporto propone una serie di misure che possano facilitare il finanziamento di un tale accordo.
Il cambiamento climatico in corso sta già causando gravissimi danni e rappresenta ad oggi una reale minaccia esistenziale. Decarbonizzare l’economia richiede un aumento significativo degli investimenti pubblici, diretti in particolare ai sistemi di trasporto, all’energia ed alla produzione alimentare. Ciò dovrà essere sostenuto da politiche industriali efficaci, da sussidi mirati, incentivi fiscali e prestiti facilitati nonché da crescenti investimenti in ricerca, sviluppo ed adattamento tecnologico.
Il rapporto stabilisce una tabella di marcia che possa portare i tassi di crescita nelle economie avanzate, dall’attuale 1% all’1,5%. Per le economie in via di sviluppo, esclusa la Cina, i guadagni saranno maggiori, compresi tra l’1,5% ed il 2% annuo.Ma saremo davvero in grado di conciliare crescita economica e tutela dell’ambiente?
Un aumento annuo degli investimenti “verdi” pari a circa il 2% della produzione globale – 1,7 trilioni di dollari, cioè solo un terzo di quanto attualmente speso per sovvenzionare l’utilizzo di combustibili fossili – potrebbe, secondo l’UNCTAD, generare un aumento netto dell’occupazione globale pari ad almeno 170 milioni di posti di lavoro, oltre a garantire un’industrializzazione più pulita nei paesi in via di sviluppo ed una riduzione complessiva delle emissioni di carbonio in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030.Ma il rapporto sottolinea anche come aumentare gli investimenti in maniera da sradicare la povertà e realizzare gli obiettivi in materia di nutrizione, salute ed istruzione imponga oneri finanziari impossibili da assolvere nel contesto attuale per molti paesi in via di sviluppo. Riformare profondamente il sistema commerciale, finanziario e monetario a livello internazionale è dunque di primaria importanza per realizzare l’Agenda 2030.
Le scelte di politica economica adottate nell’ultimo quarto di secolo ed in molti casi dettate dagli interessi del settore privato, infatti, non ci hanno condotto su un sentiero di crescita sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Il rapporto mette in discussione l’idea di continuare a battere la stessa strada e di finanziare lo sviluppo con gli stessi strumenti che hanno favorito l’indebolimento del tessuto economico conducendoci alla crisi del 2007/2008.
Al contrario, l’UNCTAD propone di porre il settore pubblico al centro della sfida per il finanziamento del Global Green New Deal ed invita la comunità internazionale a costruire il consenso necessario alla realizzazione di questo obbiettivo.

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Il più grande motore del cambiamento di fronte al più grande motore di ricerca

Posted by fidest press agency su martedì, 24 settembre 2019

Nel 2020, 825.000 posti di lavoro nell’UE saranno legati all’informatica e alle telecomunicazioni, ma attualmente, in seno all’OCSE, solo 1 laureato in Ingegneria su 5 è donna. Loro continuano a preferire fare la maestra o l’infermiera, le classiche ‘professioni da donna’. Anche se sono sempre più numerose quelle che sognano di diventare ‘youtuber’, ‘instagramer’ o influencer.Tuttavia, l’interesse delle bambine per la scienza e la tecnologia raddoppia quando hanno dei punti di riferimento in questo campo. Ed è qui che sorge il problema: non è affatto facile trovare dei referenti femminili. Soprattutto attraverso il primo strumento di ricerca di informazioni: Google.Internet si è dimenticato di loro. Neanche l’ombra, nelle prime ricerche, di referenti donne… in quasi nulla che non rientri nello stereotipo sessista femminile. Oggi Internet ci mostra un’immagine prevalentemente distorta della donna. C’è qualcosa che non va e la Fundación Esperanza Pertusa vuole risolvere il problema.A cominciare da quel modo di decidere che cos’è più rilevante. Per questo hanno chiesto a Google di renderle più visibili su Internet, al fine di aiutare a risvegliare l’interesse di altre bambine per le STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Una cosa così complessa (eppure così semplice) come cambiare il suo algoritmo. Quella formula segreta che decide ciò che esiste e ciò che no, e che, pur essendo aggiornata 500 volte all’anno, non ha ancora corretto quella carenza. «Se con Google Adwords è possibile apparire ai primi posti delle ricerche, semplicemente per aver pagato, supponiamo che Google potrà posizionare ai primi posti donne ispiratrici di altre donne, semplicemente per responsabilità» afferma Esperanza Navarro, presidente della fondazione.Infatti, allo stato attuale, è più probabile che una bambina preferisca essere ‘famosa’ che scienziata o ingegnera nucleare. Abbiamo bisogno «di più Marie Curie, di più Nuria Oliver, di più Walley… e di meno ‘silicone’». Un grido di aiuto che, prima o poi, dovrà essere ascoltato: «Cambiate il vostro algoritmo o tra non molto lo cambieremo noi!», assicurano queste future ingegnere del team di robotica di una scuola di Alicante, ‘Las Peque Robots’ (Le piccole robot), protagoniste del video della campagna.
Girls4Tech è un progetto educativo creato per promuovere l’interesse delle bambine per la scienza, la tecnologia, l’ingegneria e la matematica, che rientra nell’ambito del programma Women4Change della Fundación Esperanza Pertusa dell’azienda di calzature Gioseppo.
Abbiamo bisogno di più donne nei settori tecnologici, nella ricerca, nelle aziende e a capo dei principali progetti che stanno definendo il futuro, se vogliamo costruire un mondo più giusto, egualitario e sostenibile.

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Il Governo è cambiato, e allora cambino anche le politiche

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Oggi presentiamo l’ennesima storia di disperazione che evidenzia le contraddizioni più evidenti del nostro Paese. A denunciare è Maria Rondine, commessa Coop:”Buongiorno Francesco sono Maria, ti volevo far sapere cosa mi è successo. Ieri mio zio 88enne si sente male, chiamiamo il 118, vengono lo visitano ma ci dicono che è meglio non portarlo al pronto soccorso perché sono pieni e aspetterebbe per delle ore su una barella. Ci consigliano di chiamare un centro analisi per fargli fare le analisi a domicilio. Io ieri dalle 17 chiamo tutti i centri analisi a pagamento per chiedere questo servizio. Ebbene o sono già chiusi o chi è aperto mi dice che la domenica non fanno questo servizio!!! Passo la notte in bianco vicino a mio zio perché per me è un padre e stamattina alle sei sono già in viaggio per andare a lavorare, perché la pizza e le rosette oggi non devono mancare.«Storie come quella di Maria sono all’ordine del giorno – dichiara Francesco Iacovone, del Cobas nazionale – e ci raccontano di una sanità allo sbando, di veri e propri calvari nei Pronto Soccorso dei nostri nosocomi e di una carenza di organico strutturale e pericolosa per le nostre vite. Mentre la possibilità di fare shopping sembra essere l’unico “servizio” che non ci deve mai mancare. Sulla pelle di chi quel servizio per nulla essenziale lo presidia senza sosta.»«Lunedì il nuovo Governo chiederà la fiducia in Parlamento – prosegue il rappresentante sindacale – e noi vogliamo sapere come intende affrontare questa questione, che è stata snobbata nonostante le promesse dal passato Governo giallo verde. Ci aspettiamo dai nuovi Ministri Speranza e Catalfo una vera e propria inversione di rotta, che ci garantisca i servizi davvero essenziali e di pubblica utilità e riconsegni ai lavoratori del commercio una porzione di vita per curare i propri affetti e vivere una vita dignitosa ».«Noi certo non smetteremo di lottare, qualsiasi sia il colore del Governo, perché un paese che non riparte dal welfare e dal lavoro ha già perso.» – conclude Iacovone.

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Quando i partiti ci dicono di voler cambiare tutto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2019

Se volessimo citare il primo uomo che ha soggiogato i suoi simili con la suggestiva proposta di voler cambiare tutto dovremmo tornare all’età della pietra. Da allora ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti ma la barca della speranza e dell’attesa è riuscita a tenere la barra dritta a dispetto delle acque agitate in cui si è trovata. E’ uno strano destino il nostro. Ci accontentiamo dei trenta miseri denari e per guadagnarli non ci facciamo scrupolo di tradire il nostro simile per affidarlo nelle mani del carnefice. Ma perché queste anime pie hanno bisogno di un cambiamento? Perché lo attendono con tanta ansia tanto da illudersi delle parole del primo imbonitore di turno seguendolo docilmente come nella storia del pifferaio di Hamelin? Perché la nostra mente è limitata a tal punto da deprivarsi dalla capacità che dovrebbe essere innata nel discernere il falso dal vero? Forse perché è stata tanta l’attesa e l’amarezza della disillusione che abbiamo finito con l’affidare ai posteri questa lunga attesa non volendo rinunciare a quell’ultimo barlume da un moccolo di candela. E’ che di generazione in generazioni ci prendiamo in carico questa pesante eredità ma finiamo sempre con il vanificarla non riuscendo a fare altro che a rinviarne la soluzione. Se in base a questa premessa ci caliamo nella realtà italiana potremmo spiegare meglio il grado umorale degli elettori da 25 anni a questa parte. E ci sono voluti 25 anni per arrivare a una sola conclusione: le promesse non sono mancate ma è rimasta immutata la logica gattopardesca “del tutto cambiare per nulla cambiare”. Abbiamo avuto persino partiti e movimenti nuovi o partiti che ci hanno fatto credere d’aver cambiato pelle ma hanno finito solo con il fare la fine dei pifferi di montagna che andarono a suonare e furono suonati. Ora è la volta del piffero verde e che dire se non ai posteri: a voi la “facile” sentenza. (Riccardo Alfonso)

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Il mondo del lavoro sta cambiando più velocemente che mai

Posted by fidest press agency su martedì, 25 giugno 2019

E temi quali diversità e inclusione sul posto di lavoro non sono mai stati tanto rilevanti quanto oggi. Qualsiasi organizzazione, per lavorare al massimo delle sue potenzialità, necessita di una molteplicità di idee, punti di vista diversificati e approcci non convenzionali, elementi che solo un ambiente di lavoro inclusivo può favorire. Per questo è necessario che dipendenti e datori di lavoro operino in sinergia per garantire la valorizzazione della diversità e il rispetto dei diritti in azienda.“Un team diversificato, ma allo stesso tempo bilanciato e soprattutto ben gestito può rappresentare un enorme vantaggio per un’azienda – ha commentato Sofia Cortesi, Chief Financial Officer di Hays Italia -. Può incoraggiare la nascita e lo scambio di nuove idee tra colleghi e clienti, favorendo una più ampia visione del business. Un ambiente di lavoro inclusivo, inoltre, può aumentare la coesione del gruppo e la lealtà nei confronti dell’azienda, migliorando la produttività e le performance dell’intera organizzazione”.
I metodi di assunzione sono il primo strumento per favorire la diversity in azienda e, già a partire dalla prima scrematura dei CV, ci sono molti accorgimenti da osservare per migliorare il processo di selezione delle risorse. Spesso datori di lavoro e responsabili HR, ad esempio, valutano i candidati in base al loro curriculum, scartando risorse di talento a causa di periodi di inattività nel loro percorso professionale. Questo può costituire un particolare svantaggio, ad esempio, per coloro – in gran parte donne – che hanno scelto di staccarsi temporaneamente del lavoro per prendersi cura di figli o familiari. Supportare il rientro nel mondo del lavoro di questi professionisti, invece, è fondamentale per tutte le aziende che desiderano reclutare e fidelizzare risorse di talento.Molte aziende ricorrono già al cosiddetto “blind CV”, in cui informazioni quali età, genere e provenienza del candidato vengono omesse per evitare che pregiudizi inconsci influenzino la fase di scrematura. Impostare un processo di selezione focalizzato principalmente sulla valutazione delle competenze è utile per verificare soft skill fondamentali quali capacità comunicative, intelligenza emotiva, attitudine al problem solving e motivazione personale. Inoltre, è indispensabile che, anche in fase di colloquio, si mantenga un approccio neutrale per mitigare qualsiasi possibile pregiudizio nella selezione.
Se un’azienda è realmente impegnata nel garantire politiche di inclusione, è opportuno che comunichi ai propri dipendenti le iniziative intraprese per creare un ambiente di lavoro rispettoso della diversità. Che si organizzino meeting periodici, che si invii una newsletter o che si compilino dei veri e propri “Diversity & Inclusion Report”, è indispensabile che lo staff sia informato in modo puntuale e trasparente sui progressi dell’azienda in questo frangente. Un’azienda che si dichiara inclusiva deve anche saper dimostrare di esserlo, in primis ai propri dipendenti.
Il lavoro flessibile è generalmente sinonimo di professioniste che vogliono conciliare carriera e famiglia, di un vantaggio che si guadagna dopo numerosi anni di lavoro nella stessa azienda o, infine, di un benefit facoltativo concesso dalle aziende. Per favorire l’inclusione, invece, il lavoro flessibile dovrebbe essere offerto, come opzione, a tutti i dipendenti già al momento dell’assunzione, così come andrebbero create delle politiche “family friendly” anziché “female friendly” per abbattere i pregiudizi. Conciliare famiglia e lavoro, ad esempio, non deve essere visto come un problema di genere, ma come un problema sociale a cui le aziende devono porre rimedio se desiderano fidelizzare i talenti. Il lavoro agile deve essere concepito come uno strumento per attirare e mantenere in azienda le risorse migliori, siano esse donne o uomini, madri o padri, professionisti junior o senior. Inoltre, la flessibilità lavorativa, fondamentale per la creazione di una forza lavoro realmente diversificata, deve essere incoraggiata e correttamente comunicata a partire dai vertici aziendali: i dipendenti devono essere costantemente informati sulle opportunità a loro disposizione.

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La divisa del cambiamento e la grisaglia che ricorda Monti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

“Il tono dimesso del ministro Tria conferma ancora una volta la preoccupante mutazione genetica in essere all’interno della maggioranza. Conte ha dismesso la divisa del cambiamento e ha assunto una grisaglia che ricorda quella montiana. Ha messo la museruola a Salvini e Di Maio e si appresta a chinarsi all’Europa discutendo di ‘zerovirgola qualcosa’ di austerità. È l’esito scontato di chi sino ad oggi ha chiesto di sforare non per lo sviluppo ma per l’assistenzialismo con conseguente esplosione del debito pubblico. Per fratelli d’Italia il sovranismo economico è andare in Europa a chiedere di sforare per curare una Nazione ferita, per tagliare il cuneo fiscale con un importante piano industriale e per rilanciare gli investimenti. E invece questo governo non solo non va a chiedere di sforare per gli investimenti ma addirittura blocca anche quelli europei come la Tav. Il governo Conte si arrende al declino e ipotizza che l’unica politica di lavoro è il reddito di cittadinanza, cioè il metadone di Stato applicato alle politiche del lavoro. Insomma chiede di sforare per fare un po’ di finanza allegra e per aumentare la spesa improduttiva e assistenziale”. Così Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia intervenendo in aula sulla informativa del ministro dell’Economia Giovanni Tria.

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La Rai del cambiamento resta nel mondo delle buone intenzioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 aprile 2019

“La lotta per un cambiamento radicale del servizio pubblico è iniziata da tempo, ma non sta procedendo sui giusti binari.Ho voluto dirlo in maniera esplicita al Presidente Rai Foa stamattina in audizione in commissione di Vigilanza Rai. Riteniamo sia stato fatto un lavoro approfondito sul piano industriale triennale, ma ci sono delle incongruenze: penso alla capacità dell’azienda RAI sul mercato realtà degli OTT, sempre più competitive, che aggrediscono il mercato dei contenuti mentre il servizio pubblico rimane sempre più indietro.La riorganizzazione generale in corso, pensiamo alla chiusura di RaiMovie, avrebbe potuto portare un completo cambio di paradigma: quello che chiamo “Raiflix”.
Netflix, Amazon e gli altri OTT praticano un’attività predatoria, e la Rai annaspa. Invitiamo i vertici Rai a tutelare e garantire il pluralismo interno. Non è ammissibile il tono delle dichiarazioni del sottosegretario Vito Crimi sulla chiusura di Radio Radicale. Vergognoso è inoltre il mancato rifinanziamento del credito d’imposta per l’editoria per il 2019, che costringe molti giornali ai tagli del personale.
Questo governo, attraverso anche la Rai, si sta dimostrando un governo liberticida. Abbiamo richiesto l’audizione del sottosegretario per chiedere chiarimenti su questi atteggiamenti.Un appunto: Giorgia Meloni, quarto o quinto leader nell’indice di gradimento, è agli ultimi posti per numero di apparizioni televisive sui canali Rai, come denunciato francesco storace sul Secolo d’Italia. È pluralismo? Dubbi vengono oltretutto posti sul piano delle assunzioni: perché verranno assunti nuovi collaboratori mentre quelli precari non vengono stabilizzati e le graduatorie in sospeso non vengono assorbite? Completa solidarietà al Vicedirettore del TG1 Angelo Polimeno. L’azienda faccia velocemente chiarezza sull’eventuale lite e irrori le eventuali sanzioni.
Gli atteggiamenti aggressivi di Carboni in vigilanza fanno supporre che, probabilmente, una lite ci sia stata. La Rai del cambiamento, per ora, è sempre la stessa.”

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“Valutazioni, titoli BBB e cambiamento di rotta delle politiche monetarie”

Posted by fidest press agency su domenica, 14 aprile 2019

Le imprese della maggior parte delle economie sviluppate godono da anni di costi di finanziamento estremamente bassi (a volte persino negativi nell’eurozona). Le aziende sono state avvantaggiate dalla risposta delle banche centrali alla crisi finanziaria globale, e in particolare dalla riduzione dei tassi d’interesse e dagli acquisti di titoli, incluse obbligazioni societarie, effettuati dalla Banca centrale europea. Gli interventi delle autorità monetarie hanno contribuito inoltre a ridurre i rendimenti dei titoli di Stato a livelli che non si vedevano da decenni. Dato che il prezzo del debito corporate è fissato in relazione ai rendimenti sovrani, gli emittenti societari hanno beneficiato di un decennio di condizioni di indebitamento estremamente vantaggiose.Non sorprende che molte aziende abbiano trovato l’offerta di denaro “a buon mercato” molto allettante e abbiano emesso debito per finanziare fusioni, in aggiunta ad effettuare acquisizioni e altre operazioni più favorevoli agli azionisti, compresi i riacquisti di azioni proprie. Nel far questo hanno accumulato ingenti livelli di debito, che seppure relativamente facili da finanziare a tassi o rendimenti estremamente bassi potrebbero dare maggiori problemi qualora i costi di finanziamento dovessero aumentare notevolmente o persino normalizzarsi. Di conseguenza, le dimensioni del mercato investment grade europeo sono aumentate di circa due volte e mezzo, passando da un valore facciale di circa 800 miliardi di euro all’inizio del 2005 a oltre 2.100 miliardi di euro alla fine del gennaio di quest’anno.Nel frattempo, le decisioni delle agenzie di rating hanno creato una sovrabbondanza di titoli con rating BBB in Europa e negli Stati Uniti. Secondo i dati di ICE Bank of America Merrill Lynch (Figura 2), questa fascia a basso rating del mercato investment grade è passata da circa il 20% dell’indice europeo nel 2005 a oltre il 45% dello stesso all’inizio di quest’anno.
Ciò significa che il mercato europeo presenta oggi una struttura per rating analoga a quella del proprio omologo statunitense, anche se la duration complessiva del mercato è ovviamente inferiore di circa due anni. Alcuni temono che se una parte di questi emittenti fosse declassata ulteriormente alla categoria high yield, magari in seguito a un aumento dei costi di finanziamento, il ben più piccolo mercato dell’alto rendimento europeo avrebbe difficoltà ad assorbire un debito di tale entità.Noi siamo meno preoccupati. La crescente presenza di obbligazioni con rating BBB è dovuta in gran parte all’ingresso sul mercato di nuovi emittenti appartenenti al settore delle utility regolamentate, che prima della crisi finanziaria globale si finanziavano presso le banche e, naturalmente, al settore bancario stesso. Negli anni antecedenti alla crisi la maggior parte delle obbligazioni bancarie aveva rating più elevati, ovvero A o AA. La successiva transizione dei rating rispecchia il fatto che nel 2005 il merito di credito delle banche era stato erroneamente valutato.Dopo un decennio di ri-regolamentazione e risanamento, con conseguente aumento dei coefficienti patrimoniali e della liquidità, le banche sono diventate emittenti più solidi rispetto al periodo precedente il crollo. Contemporaneamente, la quota del debito subordinato o junior (bancario e societario) nell’indice è diminuita da oltre il 20% al 10% circa di oggi.
Un reale deterioramento della qualità del credito corporate si riscontra nel settore delle telecomunicazioni e in quello dei beni di consumo (incluse le auto). Tra gli emittenti di spicco il cui debito BBB è aumentato figurano Volkswagen, AB InBev e compagnie di telecomunicazione come Telefonica, Orange e Deutsche Telecom.
L’anno scorso il mercato europeo del credito investment grade ha evidenziato un andamento deludente. Come indicato, gli spread sono aumentati di circa il 90% in appena 12 mesi. Se consideriamo queste valutazioni nel contesto degli ultimi 20 anni, troviamo che attualmente sono di 0,5 deviazioni standard superiori alla media. In una prospettiva di più breve periodo, ad esempio cinque anni, sono più vicine a uno scarto di 2,5 deviazioni standard rispetto alla media. È evidente che il mercato è tornato a offrire un discreto valore.
Questo miglioramento delle valutazioni trova chiaramente spiegazione in alcuni sviluppi fondamentali, tra cui il cambiamento delle politiche monetarie, il rallentamento dell’attività economica e i comportamenti aziendali più favorevoli agli azionisti. Quest’ultima influenza si è tradotta in parte nell’aumento degli emittenti con rating BBB all’interno del benchmark. Restiamo convinti, come lo siamo da tempo, che il ciclo del credito sia giunto a una fase avanzata; tuttavia, nella misura in cui il miglioramento delle valutazioni rispecchia i timori riguardo alla maggiore presenza di titoli BBB, siamo diventati più ottimisti riguardo al mercato. (by Columbia Threadneedle Investments in abstract)

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La scuola in piazza per il cambiamento: quello vero

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 novembre 2018

Venerdì 30 novembre sarà una giornata di mobilitazione per le lavoratrici e i lavoratori della scuola (docenti, personale ATA, EX LSU ATA) e delle cooperative sociali che insieme agli studenti di Bastalternanza manifesteranno in tre luoghi diversi della città di Roma.
Una giornata di sciopero su vertenze molto importanti che l’Unione Sindacale di Base in questi anni ha portato avanti a difesa dei reali interessi dei lavoratori e del servizio pubblico che essi garantiscono, nell’ostilità di governi e sindacati subalterni a interessi completamente diversi: i profitti delle imprese private.Tre piazze con tre manifestazioni che vedranno uniti in un cordone virtuale i lavoratori della scuola che manifesteranno al MIUR insieme agli studenti, per l’immissione in ruolo immediata per tutti i docenti con 36 mesi di servizio, per un piano straordinario di assunzione del personale ATA a copertura del reale fabbisogno delle scuole, eliminando, con una vera internalizzazione del servizio e l’assunzione diretta dei lavoratori, anche la vergogna degli appalti cui sono adibiti gli EX LSU ATA, per un vero rinnovo contrattuale con consistenti aumenti salariali, contro la regionalizzazione del sistema d’istruzione che lede il principio solidaristico delle redistribuzione delle risorse e determinerebbe differenze sostanziali tra alunni del Sud rispetto al Nord, per l’abolizione completa dell’alternanza scuola lavoro e l’eliminazione dell’INVALSI, strumenti funzionali all’asservimento degli studenti e all’abitudine al lavoro precario.Piattaforma che si collega immediatamente con l’altra piazza, quella di Montecitorio, dove a protestare sarà appunto la platea di tutti gli ex LSU ATA che da oltre 20 anni salvaguardano il servizio di pulizia e decoro degli istituti scolastici, in condizioni di lavoro disastrose dal punto di vista salariale e dei carichi di lavoro. In questi anni questi due parametri si sono modificati in modo inversamente proporzionale: con il diminuire dei finanziamenti statali si sono ridotte le ore di lavoro, e quindi i salari, e sono invece aumentati i metri quadrati da pulire. Un appalto che ha consentito grossissimi guadagni per imprese, consorzi e cooperative, con uno spreco di risorse enorme ed un servizio sempre peggiore. La loro assunzione, per la quale sono stati accantonati oltre 11.500 posti di lavoro, farebbe risparmiare decine di milioni allo Stato e impedirebbe che centinaia di lavoratrici e lavoratori debbano rimanere anche fino ad 11 mesi senza salario pur continuando ad assicurare il servizio, sottoposti a continui ricatti delle aziende, per uno stipendio che nella generalità dei casi non va oltre i 4/500 euro e raramente raggiunge gli 8/900 euro. Porre fine a questa indecente esternalizzazione, che ha visto spesso le ditte coinvolte in scandali di malaffare, sarebbe solamente una misura di buon senso.
Nelle stesse ore al Senato manifesteranno gli educatori dei servizi socio-sanitari-pedagogici, che da tempo denunciano come nel nostro paese siano a rischio migliaia di posti di lavoro a causa di un riordino professionale derivante dal combinato disposto delle leggi Lorenzin/ex IORI, che potenzialmente espelle migliaia di educatori che, pur lavorando da moltissimi anni, oggi rischiano di vedersi accusati di abuso della professione educativa o di doversi pagare, in altri casi, percorsi formativi costosissimi senza alcuna garanzia di un riconoscimento formale della qualifica. Anche in questo caso un sistema di appalti che garantisce ricchi profitti alle imprese ma non tutela il lavoro. Il nuovo governo deve capire che difendere la qualità del servizio parte innanzitutto dalla professionalità degli operatori e che difendere i posti di lavoro significa assicurare a milioni di cittadini il diritto alla salute, al welfare universale, all’accoglienza, ai servizi culturali e alla persona. Insieme agli educatori ci saranno gli operatori sociali di tutti i servizi di welfare, da quelli assistenziali e sanitari a quelli per l’accoglienza, per dire basta alla precarietà, per la reinternalizzazione dei servizi, per svincolare da Patto di Stabilità il finanziamento di Sanità – Welfare – Cultura, per un CCNL che riconosca il Lavoro Pubblico di chi oggi è impiegato nel Terzo Settore.Alla base di tutto il rifiuto della gabbia finanziaria in cui siamo costretti dall’Unione Europea e dall’art.81 della Costituzione, che prescrive il pareggio di bilancio ed impedisce politiche espansive da parte dello Stato, inserito all’epoca del Governo Monti, che ha prodotto impoverimento e distruzione di diritti sociali, per l’abolizione del quale USB raccoglierà, anche durante le manifestazioni del 30 novembre, le firme sulla proposta di Legge di Iniziativa Popolare.

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Scuola: Governo del cambiamento?

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Le promesse del governo del cambiamento sull’abbattimento immediato del precariato scolastico non trovano alcun riscontro nella legge di bilancio. Dopo la denuncia dell’Anief, ad ammetterlo è stato anche il Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, intervenuto al Question Time alla Camera. Rispondendo ad una precisa domanda sugli organici dei docenti, in particolare sull’ampliamento di quelli della scuola dell’infanzia e primaria, il Ministro ha detto di avere “chiesto al presidente del Consiglio Conte e al ministro dell’Economia Tria che nella legge di bilancio vengano trovate le risorse per il rafforzamento dell’organico dei docenti, in particolare alla scuola dell’infanzia e alle primarie”. Perché solamente “attraverso un consistente ampliamento dell’organico che riguarderebbe, in particolare, le regioni meridionali dove è maggiore l’esigenza di potenziamento del tempo pieno – ha concluso Bussetti – potranno, infatti, crearsi le condizioni per dare soluzione agli effetti negativi prodotti dalla legge 107″. L’ammissione del Ministro non è sfuggita ai commenti della stampa specializzata. “Ci si aspettava che le risorse venissero stanziate nella legge di bilancio – scrive Orizzonte Scuola – ma di nuovi posti neppure l’ombra. A farne le spese, come al solito, il potenziamento del tempo pieno al sud, nonché le assunzioni in più per infanzia (si contava di recuperare 20.000 posti). Nel complesso, i posti che sono saltati, rispetto alle aspettative del Miur, sono 27.400”.Salvo interventi in Parlamento, quindi, sfuma il “pacchetto” di 27.400 assunzioni di insegnanti a Ata che il Ministro dell’Istruzione ha presentato in vista del prossimo anno scolastico. E allora viene da chiedersi: perché i politici di maggioranza e al governo, in testa lo stesso Ministro dell’Istruzione, continuano a perorare l’esigenza di incentivare sensibilmente il numero di cattedre nelle regioni dove i tassi di abbandono scolastico e disoccupazione sono altissimi e dove l’offerta culturale è vicina ai Pasi del terzo mondo? Perché si continua a penalizzare il primo ciclo, in particolare la scuola dell’infanzia, negando un potenziamento di organici degno di questo nome?Solo qualche settimana fa, avevamo ascoltato con serio interesse le parole dell’on. Luigi Gallo (M5S), presidente della commissione Cultura alla Camera, che ha parlato della necessità di organizzare delle iniziative culturali nei territori più degradati, affermando che “è necessario trasformare le scuole in presìdi di aggregazione per attività culturali ed educative” e riguardo al tempo pieno ha preso un preso un preciso impegno, sostenendo che “in questi cinque anni, bisogna necessariamente ridurre quella distanza che separa il Settentrione dal Meridione. Laddove esiste questo divario vanno posti rimedi. Il contratto di Governo prevede il recupero dei gap che esistono fra una regione e l’altra”.Ora, però, le buone intenzioni si perdono nella concretezza delle disposizioni del governo. Del progetto di ampliamento del tempo pieno, attraverso l’innalzamento degli organici del personale, non c’è traccia all’interno del testo della manovra economica del 2019: “I 27.400 mila posti chiesti dal Ministro Bussetti – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – erano già una quota risibile, rispetto alle effettive necessità, visto che oggi vi sono 120 mila posti vacanti, di cui quasi le metà su sostegno. Avere negato anche quelli significa che al momento non c’è alcuna volontà di investire su potenziamento tempo pieno. Addirittura, se non si cambia marcia, la prossima estate potremmo ritrovarci con un numero record di supplenti annuali. Così il governo del cambiamento negherà se stesso. Inutile promettere mari e monti se poi nell’unico provvedimento utile, nella legge di stabilità, non si trovano coperture finanziarie”, conclude Pacifico.

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Com’è cambiato il mestiere del giornalista in mezzo secolo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 ottobre 2018

Il Sessantotto e la Legge Basaglia. Due eventi storici che, a distanza rispettivamente di 50 e 40 anni, Glocal vuole ricordare con un occhio particolare: quello di chi li ha vissuti dall’interno delle redazioni. La settima edizione del Festival del giornalismo digitale, in programma a Varese dall’8 all’11 novembre, fa un salto nel passato con l’intenzione di guardare a due momenti che hanno cambiato la società per trarne spunti per il futuro. «In mezzo secolo sono cambiati gli strumenti, ma è cambiato anche il modo di raccontare gli eventi», ricorda Marco Giovannelli, ideatore di Glocal e direttore di Varesenews. «Dal passato però possiamo trarre importanti spunti per capire come si è evoluto il mestiere del giornalista; come è cambiato il giornalismo di inchiesta e come alcuni fenomeni hanno modificato il nostro modo di guardare e raccontare i fatti e la società».Tra i 60 eventi in programma nei quattro giorni di festival, due sono dedicati in particolare a questi momenti storici. Con “Liberi tutti: giornalismo d’inchiesta, letteratura e ricerca a 40 anni dalla Legge Basaglia”, il 9 novembre nella Sala Varesevive Glocal affronta la prima ricorrenza. Come è stata raccontata la vita nei “manicomi”? Quanto è stato importante il lavoro dei giornalisti per arrivare alla fine di una legislazione speciale e alla restituzione di diritti ai malati? Le risposte sono affidate ad Alberto Gaino, esperto di cronaca giudiziaria e autore del libro “Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione” nel quale ricostruisce le storie di alcuni giovanissimi internati a “Villa Azzurra” nella provincia di Torino. Grazie alla cartelle cliniche, Gaino ripercorre la vita di alcuni dei bambini reclusi non perché realmente malati ma perché avevano problemi a scuola o solamente facevano parte di una famiglia troppo numerosa. L’ospedale psichiatrico di Torino è stato nei suoi centocinquant’anni di vita un’immensa “discarica” umana in cui sono state rovesciate, come rifiuti organici, generazioni di uomini e donne, e bambini, tutti vulnerabili. Accanto a Gaino, Isidoro Cioffi, responsabile del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze negli ospedali dell’Asst Sette Laghi, nonché strenuo sostenitore della lotta allo stigma e della rivoluzione culturale introdotta dalla Legge Basaglia. Una legge che «fu scritta per scopi economici, un allegato della legge di bilancio», osserva il medico. «Era legata al contenimento della spesa, troppo elevata. Gli sviluppi, però, sono stati rivoluzionari, hanno sgretolato un muro che ha garantito a tutti pari diritti e dignità».
Nel corso dell’incontro prevista la proiezione di video con le immagini raccolte nell’ex ospedale di Bizzozero poco prima che fosse chiuso e smantellato.Un’intera serata è invece dedicata al “Sessantotto in redazione”. L’8 novembre al teatrino Santuccio, Michele Mezza, Michele Brambilla e Raffaele Fiengo presentano una performance multimediale per incontrare i personaggi e le idee che hanno costruito la società dell’informazione. Attraverso filmati e drammatizzazioni è possibile rivivere il percorso avviato nel 1968 che ha determinato la transizione dai giornali alla rete così come la conosciamo oggi. Come ha detto Mezza in una recente intervista pubblicata sulla rivista Pandora: «Il ‘68, o meglio il ‘64 americano, è il momento in cui la palla di neve del digitale diventa una vera valanga. Il momento che io considero topico è proprio alla fine del ‘64, quando Mario Savio, a Berkeley lancia il movimento del free speech. In pochi mesi, negli stessi posti, le stesse persone, con gli stessi valori, e gli stessi obiettivi, passano dalla mobilitazione anti autoritaria al free software, aprendo una nuova era in cui appunto l’informatica diventa tecnologia di libertà».

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I millennials? Una generazione rivoluzionaria e pronta al cambiamento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 ottobre 2018

Gig Economy (ovvero il modello economico basato sul lavoro indipendente, libero e temporaneo) e Job Hopping (ovvero l’attitudine a “saltare da un lavoro all’altro”) sono state un po’ le parole d’ordine che costellavano il nuovo approccio dei millennials al mondo del lavoro. Qualcosa è cambiato. Anche in seguito alla situazione attuale evidenziata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che registra un drastico calo (del 53% circa) delle retribuzioni dei lavoratori della Gig Economy negli ultimi cinque anni, sembra che i millennials stiano rileggendo il loro approccio alla luce di un deciso pragmatismo. Pur mantenendo una inossidabile fiducia nel futuro: il 74% degli intervistati è convinto che il mercato del lavoro migliorerà. Ultraconnessi e con una visione olistica del lavoro: per i millennials sarà la tecnologia a restituire umanità alla ricerca di un’occupazione.
Proprio perché il loro habitat naturale è digitale, anche la ricerca di un impiego, per il 77% degli intervistati, parte da un dispositivo mobile. Immediato e diretto, il mobile recruitment permette di aprire direttamente un contatto dialettico con il potenziale datore di lavoro e spoglia l’intero processo da quei rituali obsoleti e burocratici legati all’invio di curriculum, attese infinite e freddi colloqui “da copione”. I giovani del terzo millennio concepiscono il lavoro come un naturale proseguimento di quel cammino di crescita intrapreso tra i banchi di scuola, al punto che, per il 65%, l’esperienza aziendale viene messa davanti, come valore, anche al conseguimento di un diploma universitario. E da essa si aspettano molto: l’85 % degli intervistati privilegia un ambiente di lavoro fertile e stimolante a condizioni retributive vantaggiose e, in generale, pensa che le soft skills non siano un aspetto collaterale, ma che contino quanto le competenze tecniche.
Una generazione pronta a “tirarsi su le maniche” da subito e guardando al lungo periodo.
Il progetto che i Millennials sentono l’urgenza di realizzare è quello di una vita indipendente e non più ancorata al supporto della famiglia d’origine. Per questo ritengono molto importante la stabilità economica (il 52%) e la crescita professionale. Priorità non necessariamente legate all’esigenza di formare un nuovo nucleo famigliare (citata come obiettivo solo dal 10% degli intervistati). L’aspetto però forse più inatteso, è che i giovani lavoratori sono oggi consapevoli che tutto ciò è poco compatibile con il “nomadismo professionale”. Per questo il 72% dichiara di voler restare nella stessa azienda per più di cinque anni. Al contrario, un percorso di carriera ancorato al job hopping (ovvero cambiare lavoro più o meno ogni sei mesi) interessa solo al 14% della popolazione sondata. Infine, pur tenendo in grande considerazione valori come work-life balance, flessibilità e smart working, i millennials cercano un contratto full-time (63%) e, possibilmente, stabile.
Un ritorno al futuro? Sembrerebbe di sì. La percezione del mondo professionale di quella classe di popolazione che, entro il 2020, rappresenterà più della metà della forza lavoro a livello globale non ha rinunciato al sogno della modernità e agli impulsi rivoluzionari della cultura digitale iper-connessa, in continuo movimento e “always -on”. Però, crescendo, i millennials, stanno focalizzando meglio il proprio progetto professionale e di vita. Hanno vissuto sulla propria pelle la “grande crisi” degli ultimi dieci anni e hanno capito l’importanza di contestualizzare tale progetto all’interno di un quadro socioeconomico che forse si evolve a una velocità diversa da quella dei loro sogni e delle loro aspirazioni iniziali. E dato che, quella dei millennials, è una generazione incline al cambiamento (perché è cresciuta in un mondo che negli ultimi 30 anni ha subito una trasformazione maggiore di quella registrata nel corso di un secolo intero), non ha paura di cambiare idea. Anche se significa recuperare, pur rileggendoli con la grammatica contemporanea, alcuni valori chiave di chi li ha preceduti. http://www.cornerjob.com

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Quale Europa di fronte al Mediterraneo che cambia?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 ottobre 2018

Perugia venerdì 12 ottobre, ore 9.30 palazzo Gallenga, [aula magna] A questo interrogativo risponderanno i numerosi studiosi che si sono dati appuntmento a Perugia. Il Mediterraneo come spazio di rapporti tra Europa ed Africa sarà il tema di un convegno internazionale promosso dall’Università per Stranieri di Perugia in collaborazione con ODIMED, il prestigioso osservatorio internazionale, fondato dal prof. Guido Alpa, che si occupa di tutela di diritti umani in area mediterranea. Giuristi ed economisti, provenienti da varie realtà accademiche ed autorevoli membri di organizzazioni internazionali, affronteranno un’impegnativa agenda di lavoro, con particolare riferimento alle politiche europee dirette a valorizzare la centralità del Mediterraneo.

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Quanto i partiti ci dicono di voler cambiare tutto

Posted by fidest press agency su martedì, 4 settembre 2018

Se volessimo citare il primo uomo che ha soggiogato i suoi simili con la suggestiva proposta di voler cambiare tutto dovremmo tornare all’età della pietra. Da allora ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti ma la barca della speranza e dell’attesa è riuscita a tenere la barra dritta a dispetto delle acque agitate in cui si è trovata. E’ uno strano destino il nostro. Ci accontentiamo dei trenta miseri denari e per guadagnarli non ci facciamo scrupolo di tradire il nostro simile per affidarlo nelle mani del carnefice. Ma perché queste anime pie hanno bisogno di un cambiamento? Perché lo attendono con tanta ansia tanto da illudersi delle parole del primo imbonitore di turno seguendolo docilmente come nella storia del pifferaio di Hamelin? Perché la nostra mente è limitata a tal punto da deprivarsi dalla capacità che dovrebbe essere innata nel discernere il falso dal vero? Forse perché è stata tanta l’attesa e l’amarezza della disillusione che abbiamo finito con l’affidare ai posteri questa lunga attesa non volendo rinunciare a quell’ultimo barlume da un moccolo di candela. E’ che di generazione in generazioni ci prendiamo in carico questa pesante eredità ma finiamo sempre con il vanificarla non riuscendo a fare altro che a rinviarne la soluzione. Se in base a questa premessa ci caliamo nella realtà italiana potremmo spiegare meglio il grado umorale degli elettori da 25 anni a questa parte. E ci sono voluti 25 anni per arrivare a una sola conclusione: le promesse non sono mancate ma è rimasta immutata la logica gattopardesca “del tutto cambiare per nulla cambiare”. Abbiamo avuto persino partiti e movimenti nuovi o partiti che ci hanno fatto credere d’aver cambiato pelle ma hanno finito solo con il fare la fine dei pifferi di montagna che andarono a suonare e furono suonati. Ora è la volta dei pifferi giallo-verdi e che dire se non ai posteri: a voi la “facile” sentenza. (Riccardo Alfonso)

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Il movimento politico che non c’è

Posted by fidest press agency su martedì, 4 settembre 2018

L’articolo di spalla apparso giorni fa su “Il fatto quotidiano” a firma del suo direttore Marco Travaglio mi ha fatto riflettere. Il tema trattato s’incentrava su alcune considerazioni di merito sull’attuale governo che è stato definito, dagli stessi protagonisti, “del cambiamento”. Ho ricavata l’impressione che le parti in causa abbiano scelta questa soluzione ab torto collo. E qui lo ha evidenziato chiaramente Travaglio quanto scrive: “sono due forze popolari ma con idee e basi sociali diverse se non opposte” tanto che sono riuscite ad ottenere una composizione solo mediante un solenne impegno contrattuale. E’ che tutto questo non sarebbe successo se il PD non si fosse lasciato condizionare dal suo ex-segretario Matteo Renzi che ben altri progetti aveva in testa e primo fra tutti quello di allearsi con Berlusconi e quest’ultimo d’emarginare il suo scomodo alleato Matteo Salvini. Le cose, come possiamo constatare, sono andate diversamente e nel peggiore dei modi per il PD che sta sopravvivendo con il suo segretario fantasma Maurizio Martina ma che alle sue spalle resta la figura più reale del suo ex Matteo Renzi pronto a riaffacciarsi sulla scena politica come se il passato, che lo ha coinvolto ed emarginato, fosse solo un brutto sogno e in questo modo, se lo lasciano a briglia sciolta, riuscirà solo a far recitare il profundis al suo partito. Eppure di un movimento che possa richiamarsi alla sinistra e ritornare alla ribalta dell’attenzione popolare e, quel che più conta, al consenso elettorale se ne avverte fisicamente il bisogno. E’ un discorso che ancora una volta mi costringe a parlare di partiti che secondo un certo cliché, stile vecchio secolo, chiamiamo di destra, di centro e di sinistra oltre alle varie sfumature e alleanze che possono andare dal centro alla destra e alla sinistra o anche definirsi “estremi”. Oggi invece il rapporto è duale tra chi è e chi ha e l’evidenza dei fatti rende, semmai, più tragico questo divario tra miliardi di persone che passano dalla povertà alla miseria o si barcamenano con retribuzioni modeste o affogano nella disoccupazione cronica o in lavori occasionali e stagionali. All’opposto ci imbattiamo in un’area di ricchezza sempre più ristretta ed esclusiva che prospera soprattutto sulle indigenze altrui. E’ un nodo che, fatalmente, sta andando al pettine anche se a tutt’oggi non è la mancanza di consapevolezza del dramma che in tanti si sta vivendo ma la capacità di trasformare il malcontento che serpeggia in una forza di potere transnazionale e a guida unitaria. Ci arriveremo, certamente, ma non vorrei che accadesse troppo tardi trasformando la dialettica politica in una vera e propria guerra civile su scala planetaria. (Riccardo Alfonso)

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Concessionarie autostradali: come cambiare

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

di Giorgio Ragazzi. La tragedia del ponte Morandi ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sul ruolo delle concessionarie. Il Governo ha dichiarato l’intenzione di revocare la concessione all’ ASPI (Autostrade “per l‘Italia”).
L’istituto delle concessione si giustifica in teoria per l’idea che opere pubbliche possano essere finanziate con capitali privati, e poi devolute allo Stato a fine concessione, senza oneri per il bilancio pubblico. Ma questo non è storicamente mai avvenuto in Italia: il grosso della rete fu costruita, negli anni ’60 e ’70, tutta a debito, quasi sempre con garanzia dello Stato, mentre gli azionisti, IRI compresa, versavano solo pochi spiccioli in conto capitale. Rimborsati i debiti con il gettito dei pedaggi, invece di devolvere le infrastrutture allo Stato come previsto dai contratti, le concessioni sono state via via e spesso più volte prorogate “gratuitamente”: veri e propri regali grazie ai quali i concessionari hanno iniziato ad arricchirsi senza alcuna giustificazione.
La via delle proroghe gratuite fu iniziata per facilitare la privatizzazione della Autostrade e consentire quindi un rilevante incasso all’IRI, ma ne beneficiarono anche tutti gli altri concessionari, in primis il gruppo Gavio (per la storia delle proroghe e delle rivalutazioni monetarie rimando al mio libro “I Signori delle Autostrade”, il Mulino).
Gli unici che hanno pagato allo Stato (o meglio all’IRI) somme rilevanti per la concessione sono stati gli azionisti della Schemaventotto (controllata al 60% dai Benetton) che, a fine 1999, versarono 2,5 miliardi per il 30% della Autostrade. Nei cinque anni successivi i pedaggi aumentarono del 21%, con un incasso complessivo di oltre 11 miliardi, mentre gli investimenti venivano contenuti al minimo, appena il 16% di quanto previsto nella convenzione e nell’atto aggiuntivo. Si creava quindi un ampio polmone finanziario che consentiva alla Schemaventotto di lanciare un’OPA totalitaria sulla Autostrade che si concludeva, nel febbraio 2003, portando la quota di Schemaventotto all’84% circa. Questo acquisto, con un esborso di circa 6 miliardi (quanto incassato dall’IRI per la vendita di tutta la società), venne finanziato interamente a debito tramite una newco poi subito fusa nella Autostrade: così Schemaventotto passò dal 30 all’84% della Autostrade senza sborsare un euro, accollando alla società un debito che questa avrebbe ripagato coi pedaggi.
Successivamente Schemaventotto fece cassa cedendo le quote in esubero rispetto a quanto opportuno per mantenere il controllo e così, dopo appena tre anni, recuperò quasi interamente quanto pagato all’IRI, restando però al controllo di una società con ancora 30 anni di concessione e profitti attorno al miliardo l’anno.
Un affare davvero strepitoso per i Benetton e loro coazionisti, senza il minimo rischio! E pare che oggi, in caso di revoca della concessione, possano chiedere una penale indennizzo di 20 miliardi!
Tornando alle concessionarie, mentre non hanno storicamente svolto un ruolo socialmente utile, oggi sono divenute una palla al piede per l’economia, perchè investono in Italia solo una piccola parte del cospicuo flusso di cassa che deriva dai pedaggi: gran parte del resto viene investito all’estero o per diversificare in altri settori, mentre i pedaggi gravano sulla mobilità e riducono la competitività dell’economia. Nel 2017 ASPI ha avuto un margine operativo lordo di 2.450 milioni ma ne ha investiti nella rete solo 517. La holding Atlantia acquista invece quote del Tunnel sotto la Manica, il controllo della spagnola Abertis ed altri investimenti all’estero.
In sostanza lo Stato, a partire dall’infausta privatizzazione della società Autostrade, ha regalato quasi tutta la rete autostradale a soggetti che di soldi, all’origine, ne hanno investiti pochissimi, ma non si può reclamare oggi quanto donato, i contratti devono essere rispettati e i regali non possono essere revocati.
Per revocare la concessione all’ASPI il Governo dovrà dimostrare che vi sia stata grave inadempienza da parte della concessionaria; quand’anche riesca ad esibire prove in tal senso è scontato che la società farà opposizione sul piano legale, non solo in Italia, aprendo controversie forse assai lunghe e dagli esiti imprevedibili, anche per gli eventuali oneri a carico dello Stato. Esistono anche altri modi per eliminare gradualmente questo bubbone cresciuto nella nostra economia. Innanzi tutto occorrerebbe evitare qualunque nuova proroga e abrogare almeno qualcuna delle tante proroghe concesse dal ministro Delrio, quando sia possibile farlo senza violare contratti, come sembrerebbe possibile ad esempio per l’Autobrennero.
I profitti delle concessionarie potrebbero poi essere contenuti con una valutazione più rigorosa degli investimenti e riducendo l’oltremodo generoso tasso al quale vengono oggi remunerati.
Si dovrebbe infine stabilire il principio che quando una concessione scade l’opera venga devoluta allo Stato, come previsto dal contratto, senza essere né prorogata né rimessa in gara. Quando un’autostrada è stata ammortizzata il pedaggio diventa per lo più un’imposta e, se non si riduce il pedaggio, è meglio allora che la riscuota lo Stato piuttosto che un concessionario.
Lo Stato può ben gestire “in house” le nostre autostrade senza che per questo si debba parlare di “nazionalizzazione”. Lo Stato può facilmente appaltare in gara le due funzioni svolte dalle concessionarie, manutenzione ed esazione dei pedaggi, senza assumere alcun dipendente pubblico e con vantaggio per trasparenza e concorrenza. Il gettito dei pedaggi in genere copre ampiamente il costo di nuovi investimenti, che potrebbero essere appaltati con gare aperte invece che riservate a imprese controllate delle concessionarie.
Ci sono due casi in cui un tale cambiamento di politica potrebbe essere applicato da subito: quelli della Torino-Piacenza e dell’ATIVA, entrambe controllate dal gruppo Gavio, con concessioni già scadute ed opere già ammortizzate e che non necessitano di nuovi investimenti. Aspettiamo di vedere. (fonte: newsletter di Società Libera)

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Il XX secolo va ricordato anche per il modo come cambiarono le operazioni belliche

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

Se ritorniamo, infatti, agli eventi bellici che hanno preceduto la seconda guerra mondiale con i cosiddetti conflitti locali, scoppiati tra il 1918 e il 1939, possiamo notare che già allora si ebbe modo di verificare quanto fosse efficace l’uso combinato di forze aeronavali e dell’autotrasporto di truppe sul teatro d’operazioni belliche. Spostare, poi, grandi masse d’armati, da un settore operativo all’altro, o solo per rinforzare una linea di combattimento e di aggirarla, agevolmente, com’è avvenuto con l’invasione tedesca dell’Ucraina occidentale tra il 25 agosto e il 7 dicembre del 1941, dove erano ammassate, in un’area ristretta, oltre un milione di soldati russi, risulta un’impresa più agile ed efficace, rispetto alle grandi concentrazioni di truppe.
Da una parte ci troviamo con tanta confusione d’uomini e di mezzi e dall’altra un’agilità sorprendente di mezzi corazzati e motorizzati nel colpire le resistenze nemiche per accerchiarle e annientarle. Ebbene, sia pure con sistemi appena abbozzati, queste tecniche le ritroviamo ad esempio nella guerra cino-giapponese, nel settembre del 1931. In quella circostanza l’impiego delle “Tigri volanti” di Chennault “mercenari” sostenuti dagli U.S.A. seppero contrastare con efficacia l’avanzata giapponese sul territorio cinese. La stessa guerra civile di Spagna aveva dimostrato che le battaglie si vincono con una maggiore mobilità delle rispettive truppe. Nonostante ciò ci siamo trovati il 3 settembre del 1939 con una dichiarazione di guerra alla Germania, da parte della Francia e della Gran Bretagna, per onorare i patti firmati con la Polonia, senza un’adeguata preparazione militare tanto da iniziare le ostilità solo con modesti combattimenti dimostrativi, se escludiamo le azioni aeronavali.

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Come è cambiato il lavoro in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 agosto 2018

Grazie al supporto dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro Workmagazine presenta un numero speciale dedicato ai numeri del lavoro italiano. Rispetto a dieci anni fa la struttura del lavoro italiano è completamente cambiata: ci sono 2,8 milioni di lavoratori over 44 in più e 2,9 milioni di lavoratori under 45 in meno; i dipendenti part-time sono passati da 2,5 a 3,5 milioni, pari ad un aumento del 40%; l’industria ha perso 900 mila occupati, mentre i servizi sono aumentati di 800 mila unità; il Mezzogiorno ha perso 310 mila occupati, mentre nella Regione Lazio si è registrato un aumento di 193 mila unità e in Lombardia di 125 mila; sono “scomparsi” un milione di operai e artigiani e gli addetti ai servizi sono aumentati di 810 mila unità. Le riforme di cui l’Italia ha bisogno devono tenere conto di questo cambiamento di scenario, che determina un diversa prospettiva.
Come è cambiato il lavoro prima e dopo la grande crisi; quali sono le province ed i territori italiani in cui il mercato del lavoro funziona meglio e ci sono maggiori opportunità; qual è il contributo che viene dagli immigrati stranieri al lavoro italiano e quali sono le maggiori possibilità per laureati e diplomati per trovare lavoro in Italia: questi i temi importanti, su quali spesso circolano più opinioni che dati veri, ai quali è dedicato il numero on line di http://www.workmag.it, il magazine internet diretto da Romano Benini. I report statistici predisposti dall’Osservatorio sono allegati ad ogni articolo. Infine, su Workmag si trova un approfondimento sullo strumento dell’accordo di ricollocazione. (fonte: Testata in corso di registrazione • Editore Work Experience srl Direttore responsabile: Romano Benini)

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