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Il cambiamento climatico incide sulla performance finanziaria delle banche

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

A cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Rosalie Pinkney, Analista del credito senior e Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments. Nel suo storico discorso del 2015, Mark Carney, allora governatore della Bank of England, invocò lo spettro di un “momento Minsky”, un crollo dei prezzi degli attivi causato dalla crisi climatica. All’epoca le sue parole parvero distopiche e sembrarono evocare una prospettiva distante. Oggi, tuttavia, appaiono più preveggenti. Una folta schiera di banche centrali teme che il cambiamento climatico possa scatenare la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo, le autorità di vigilanza in Europa e nel Regno Unito stanno già iniziando a esaminare la resilienza delle banche al cambiamento climatico, valutando sia le probabili tensioni derivanti dalla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio nei prossimi decenni, sia l’impatto di condizioni meteorologiche estreme. Per il momento, tuttavia, l’ansia delle autorità monetarie non si riflette nei mercati azionari o obbligazionari, che sembrano relativamente poco influenzati dal rischio climatico. Eppure nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe diventare un motore chiave della performance finanziaria e un fattore importante per gli investitori che valutano le banche. I rischi per gli utili non mancano neppure nel breve termine, mentre nel medio periodo è probabile che gli istituti con maggiori esposizioni legate al clima dovranno far fronte a requisiti patrimoniali più elevati, per non parlare dei rischi reputazionali. Ma non è solo una questione di rischio. Guardando avanti di qualche anno, potrebbero anche esserci opportunità per le banche che guidano il finanziamento della transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. In effetti, si stima che gli investimenti e i finanziamenti verdi potrebbero raccogliere fino a 50 miliardi di dollari di ricavi nei prossimi 5-10 anni.Finora, tuttavia, vi sono poche indicazioni che le banche stiano riducendo i prestiti legati ai combustibili fossili, on l’importante eccezione del carbone. Gli investitori potrebbero però iniziare presto a distinguere tra leader e ritardatari, grazie ai migliori dati estratti dalle informative obbligatorie. Inoltre, l’engagement degli azionisti e l’attivismo delle ONG potrebbero ripercuotersi in tempi brevi sulle valutazioni delle azioni bancarie. Abbiamo condotto un esercizio di engagement con più di 50 banche a livello globale, ponendo domande sulla strategia climatica e sulla gestione del rischio climatico e facendo seguito con una serie di incontri. Abbiamo riscontrato così l’emergere di alcune chiare tendenze. A livello generale, alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo. Abbiamo iniziato a tenere conto dell’esposizione delle banche ai rischi climatici nella nostra ricerca. Il cambiamento climatico non incide ancora sugli utili o sui requisiti patrimoniali delle banche, ma potrebbe farlo già tra due o cinque anni. Dato che nella nostra valutazione delle aziende adottiamo un orizzonte prospettico di due anni, incorporiamo questa dimensione nella nostra ricerca obbligazionaria e assegniamo i relativi rating alle banche. Queste valutazioni cominciano a influenzare la costruzione del portafoglio. A nostro avviso, non passerà molto tempo prima che gli investitori inizino a operare una distinzione tra leader e ritardatari. Ciò creerà un’opportunità per gli investitori attivi, premiando al contempo le banche che hanno agito tempestivamente per affrontare il cambiamento climatico con un costo competitivo del capitale. (abstract) http://www.columbiathreadneedle.it

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I giovani e il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021

I 400 giovani delegati a Milano per la Youth4Climate hanno passato il testimone ai leader riuniti oggi per la Pre-COP, il meeting preparatorio che precede di circa un mese la COP 26 che dovrebbe ridare vigore e velocità all’azione contro il cambiamento climatico.Per i giovani, che chiedono di avere maggiori spazi di partecipazione, la totale decarbonizzazione entro il 2030 non è derogabile, occorre finanziare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica tassando le emissioni di anidride carbonica e i Paesi devono agire con urgenza con “azioni climatiche che siano radicate nella giustizia sociale”. Un’urgenza che il WWF condivide pienamente e di cui il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha mostrato consapevolezza nel suo intervento, dove ha dichiarato che “Dobbiamo agire velocemente e più efficacemente per affrontare le crisi climatiche e al G20 di ottobre ci prepariamo a far fronte agli impegni per rimanere al di sotto di 1,5°C, sviluppare strategie in linea con questo obiettivo e sostenere i paesi in via di sviluppo”.Il WWF apprezza i toni e l’impegno del Presidente del Consiglio e si augura che il Governo tutto e la diplomazia italiana si senta investita della missione di fare del G20 italiano una tappa fondamentale per il successo della COP26 di Glasgow.L’Associazione del Panda si aspetta che, a partire dal messaggio dei giovani, gli Stati inizino una vera e propria corsa alla decarbonizzazione. In Italia questa corsa deve vedere finalmente l’approvazione di una legge Quadro sul Clima -ce l’hanno già i maggiori stati europei- che permetta di definire un tetto alle emissioni per tutti i settori (budget di carbonio) secondo la traiettoria di decarbonizzazione e trasformare l’economia.

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Il cambiamento climatico mette i colossi del petrolio di fronte a grandi sfide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

A cura di Darren Peers, Analista di investimenti azionari di Capital Group. Dopo essere sopravvissute al rovinoso crollo dei prezzi del petrolio nel 2020, oggi le maggiori compagnie petrolifere sono sottoposte a forti pressioni in merito al contributo che intendono fornire agli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.Negli ultimi mesi, un gruppo di azionisti attivisti guidato dall’hedge fund Engine No. 1 ha eletto tre nuovi membri al CdA di Exxon Mobil. La Royal Dutch Shell è stata obbligata da una sentenza di un tribunale olandese a ridurre le emissioni nette di carbonio del 45% entro il 2030. E gli azionisti di Chevron hanno votato a favore di un taglio delle emissioni totali di gas serra della società. (Ricordiamo che l’espressione “emissioni nette zero” si riferisce al bilancio tra la quantità di gas serra prodotto e la quantità di gas serra eliminato dall’atmosfera.) Ovviamente, la società occidentale sta spingendo per una riduzione delle emissioni. Detto questo, il percorso verso la riduzione delle emissioni di carbonio rimane in certa misura opaco e provvisorio, la società avrà ancora bisogno di idrocarburi per i trasporti, l’energia, le sostanze chimiche, la plastica e i lubrificanti.In questo momento, a livello mondiale c’è una tensione incredibile, soprattutto nelle società occidentali. Vogliamo un’energia a prezzi accessibili e al contempo pulita. A volte non è necessario scegliere: l’eolico onshore e il solare, per esempio, sono fonti di energia sia accessibili, sia pulite. Tuttavia, in molte altre parti della filiera energetica, l’energia pulita è più costosa. E, all’aumentare dei costi, aumentano anche le sfide. Questo è forse meno vero per le regioni relativamente ricche, ma per l’economia globale nel suo complesso è un vero e proprio motivo di tensione. Tutte queste società stanno cercando, chi più, chi meno, di raggiungere un equilibrio accettabile. Ci sono i colossi europei che si trovano nell’occhio del ciclone e hanno sviluppato importanti programmi per tentare una decarbonizzazione di concerto con la società. Le principali compagnie petrolifere statunitensi, invece, sono state meno proattive. Io sarei fortemente favorevole a una carbon tax che definisca un prezzo sul carbonio. Ritengo che questa misura contribuirebbe ad appianare il terreno di gioco. Ad oggi stiamo assistendo a un caleidoscopio di sussidi e regolamentazioni, con diverse gamme di rischi. BP, ad esempio, sta puntando fortemente sulle risorse rinnovabili, aprendo alla possibilità di rendimenti insoddisfacenti su questi investimenti. Chevron ed Exxon Mobil, dal canto loro, si sono mostrate meno disposte a una transizione verso aree delle energie alternative finora poco redditizie, ma così facendo potrebbero correre il rischio che il loro approccio venga considerato inaccettabile dalla società. E, se la sentenza emessa nei confronti di Shell insegna qualcosa, è possibile prevedere che le compagnie saranno indotte ad adottare misure di riduzione delle emissioni facendo leva sulle leggi e sulle politiche vigenti. Questo significa che dovranno ridurre la loro impronta di carbonio (sia in termini di emissioni che di intensità di carbonio) a un ritmo più sostenuto. Da diversi anni osserviamo che i colossi del petrolio investono in misura minore nelle loro attività tradizionali e che molti di essi sono sottoposti a pressioni verso un disinvestimento di determinate attività di combustibili fossili.Una possibile implicazione potrebbe essere che alcuni asset petroliferi tradizionali passeranno da società petrolifere quotate in borsa a produttori meno attenti agli aspetti ambientali e sottoposti a minori verifiche delle emissioni. Sebbene le società perseguano, a livello individuale, gli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, il bilancio delle emissioni globale potrebbe rimanere invariato. I minori investimenti nelle attività del petrolio potrebbero determinare una flessione dell’offerta proprio quando la domanda mondiale sta registrando una ripresa. Questo, a sua volta, potrebbe portare a un aumento dei prezzi del petrolio e le grandi compagnie petrolifere potrebbero trovarsi di fronte a un dilemma interessante: se i prezzi del petrolio rimarranno elevati, saranno ancora disposte a sacrificare investimenti in quell’attività per portare avanti la transizione verso le energie rinnovabili? Al momento non c’è una risposta chiara.Per le compagnie petrolifere, il dilemma è come realizzare una decarbonizzazione che sia anche economicamente redditizia – e anche a quale velocità farlo, e in che misura. Per ora è troppo presto per sapere quale di queste compagnie riuscirà eventualmente ad espandere le proprie attività a basse emissioni di carbonio con parametri economici redditizi.Non abbiamo ancora ben chiaro quanto rapidamente stia avvenendo la nostra transizione collettiva verso un’economia a ridotta impronta di carbonio. È probabile che, ancora per diversi anni, la domanda di petrolio e gas continuerà a crescere, per poi stabilizzarsi e iniziare molto lentamente a diminuire. Questo possibile sviluppo è dovuto ai rapporti economici attuali: gli idrocarburi sono ancora il modo più conveniente di alimentare le società e la crescita delle loro economie. Questo non sarebbe uno scenario dirompente per le grandi compagnie petrolifere, se non per il fatto che continueranno ad essere considerate il problema, e non la soluzione.Un’altra possibilità è che vengano sviluppate altre tecnologie per la riduzione del carbonio e che le tecnologie esistenti diventino economicamente più accessibili prima del previsto e/o che varie regioni siano disposte a imporre un prezzo del carbonio più elevato. Una maggiore spinta a muoversi verso la parte discendente della curva economica dei costi aiuterebbe le organizzazioni e le società a compiere il salto. Ad oggi non siamo dove dovremmo essere. Tuttavia, c’è sempre più consapevolezza che è necessario fare di più.La politica dei governi potrebbe anche influenzare la velocità del cambiamento nelle compagnie petrolifere e alterare i modelli di consumo, attraverso requisiti di cattura del carbonio o incentivi finanziari per i consumatori, che potrebbero promuovere il passaggio alle energie alternative. Per esempio, il pacchetto climatico “Fit for 55” proposto dall’Unione Europea prevede l’imposizione di un prezzo sulle emissioni causate dalle spedizioni e dai trasporti aerei, e il divieto di vendita di nuove automobili con motore a combustione interna entro il 2035.Le compagnie petrolifere hanno diverse potenziali aree su cui concentrarsi nell’ambito delle energie alternative. Per esempio, la catena di valore delle energie rinnovabili ha una struttura simile a quella del settore energetico. Tuttavia, gli asset sono diversi: potrebbe trattarsi della produzione di energia (ad es. costruzione di parchi eolici offshore), del trasporto di una particolare forma di energia alternativa come l’idrogeno (ad es. costruzione di condutture) o della distribuzione finale ai clienti (ad es. stazioni di ricarica per veicoli elettrici).Mentre le grandi compagnie petrolifere europee hanno puntato sull’eolico e il solare, le controparti di Chevron ed Exxon Mobil dispongono di tecnologie di cattura del carbonio che possono sfruttare a loro favore. L’idrogeno e i biocarburanti offrono un’ulteriore gamma di potenziali opportunità.Infine, se il mondo dovrà raggiungere l’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050, saranno necessari investimenti massicci nelle fonti di energie alternative. Questa potrebbe essere un’enorme opportunità per le grandi compagnie petrolifere – sempre che riescano a trovare un vantaggio interessante a livello di costo in una di queste aree.

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“Il grande impegno di Biden sul fronte del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior, Investimento responsabile e Brian Aronson, Analista azionario di Columbia Threadneedle Investments. I primi mesi del presidente Joe Biden alla Casa Bianca riflettono pienamente l’impegno della sua amministrazione a favore della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio. Biden è rientrato nell’Accordo di Parigi e recentemente ha annunciato un obiettivo estremamente ambizioso: dimezzare le emissioni entro il 2030. L’American Jobs Plan di Biden da 2.250 miliardi di dollari, noto anche come Infrastructure Plan ed annunciato a marzo in una proposta storica, affronta ampiamente gli impegni sul cambiamento climatico presi in campagna elettorale, andando addirittura oltre le promesse fatte in determinate aree. Sebbene le cifre finali potrebbero essere soggette a compromessi in modo da ottenere l’approvazione del Congresso, il piano mira ad imprimere slancio alla generazione di energia pulita e alla produzione statunitense di veicoli elettrici, fornendo inoltre un modesto sostegno per la ristrutturazione degli edifici. Il cuore di questo approccio è l’Infrastructure Bill: una lista di proposte da 2.000 miliardi di dollari volta ad avviare gli Stati Uniti su un percorso di azzeramento delle emissioni entro il 2050. La proposta infrastrutturale include la promozione di tecnologie a basse emissioni di carbonio e dei principali obiettivi relativi al cambiamento climatico.Biden ha svelato una vasta serie di proposte di spesa e di incentivi fiscali, ripartite per lo più su un periodo di otto anni ed incentrate su infrastrutture, adattamento ai cambiamenti climatici e iniziative sociali. Uno dei punti del piano consiste in particolare nella generazione di elettricità a zero emissioni di carbonio entro il 2035, come promesso da Biden in campagna elettorale. Tale obiettivo sarà supportato da incentivi fiscali sorprendentemente generosi per le energie rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, nonché da 100 miliardi di dollari di investimenti per il miglioramento delle infrastrutture energetiche. La transizione verso l’energia pulita potrebbe accelerare grazie alla proposta di un’estensione di 10 anni ai crediti fiscali per l’eolico, il solare e le pile a combustibile, che va ben oltre i due anni di incentivi precedentemente introdotti a dicembre 2020. La proposta consentirebbe agli sviluppatori di nuovi progetti di energia rinnovabile di realizzare immediatamente il valore in contanti dei crediti fiscali, il che aiuterebbe i loro flussi di cassa. Anche le aziende di servizi di pubblica utilità potrebbero beneficiarne, seppur meno direttamente, dato che i crediti fiscali potrebbero abbassare il costo dell’energia rinnovabile per i consumatori. Il calo delle bollette tende ad allentare le relazioni tra utility ed autorità di regolamentazione statali, favorendo una maggiore spesa per investimenti da parte delle prime, a vantaggio della crescita. Anche i 100 miliardi di dollari stanziati per l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche risulteranno vantaggiosi per le utility, supportando ancora una volta la spesa per investimenti. La proposta di Biden fa espressamente riferimento agli investimenti nelle reti di trasmissione, poiché sono necessarie linee a voltaggio più alto per spostare l’elettricità verde dai siti eolici o solari più grandi ai centri di carico. Inoltre, qualsiasi misura che faciliti il processo di scelta del sito per i progetti di trasmissione incoraggerà l’avvio di nuovi progetti. Questo enorme programma d’investimento sembra rappresentare uno sviluppo positivo per i produttori di apparecchiature elettriche, così come per alcune società di ingegneria e di costruzione. Non tutti però risulteranno avvantaggiati: il piano di Biden eliminerebbe i sussidi ai combustibili fossili per le società del settore petrolio e gas, ma non era certo una sorpresa.Per quanto riguarda i trasporti non inquinanti, l’enfasi principale delle proposte di Biden riguarda l’ulteriore impulso al mercato dei veicoli elettrici prodotti negli USA. Il piano prevede lo stanziamento di 174 miliardi di dollari per il settore, da spendere in particolare per l’installazione di 500.000 caricatori di veicoli elettrici entro il 2030, il che rappresenta una modesta sorpresa positiva. Potrebbe trattarsi di uno sviluppo significativo, specie se unito a un sussidio potenziale di 7.500 dollari per ogni consumatore che acquista un veicolo elettrico prodotto negli USA, e infonderebbe fiducia negli utenti verso l’infrastruttura di ricarica, rendendo competitivo il costo dei veicoli elettrici rispetto a quello dei motori a combustione interna. La combinazione di queste due misure fa salire del 15-30% le previsioni di Columbia Threadneedle per la domanda annuale di litio tra il 2021 e il 2025 e potrebbe sostenere le società posizionate per affrontare tale incremento. Le iniziative del piano sul fronte dei trasporti non inquinanti prevedono anche una proposta del valore di 111 miliardi di dollari riguardante le infrastrutture idriche, che include la modernizzazione dei sistemi idrici obsoleti, e i sistemi di trasporto pubblico e ferroviario, nonché il rafforzamento delle infrastrutture di importanza critica per le conseguenze del cambiamento climatico. Gli investimenti a favore di porti ed aeroporti intendono rendere gli Stati Uniti un leader globale nel trasporto aereo e di merci non inquinante, mentre gli investimenti nelle infrastrutture idriche possono fornire sostegno alle società i cui prodotti supportano il filtraggio, il trattamento e il trasporto efficiente di acqua. Le aziende di attrezzature per l’edilizia dovrebbero invece beneficiare dei 25 miliardi di dollari in finanziamenti per gli aeroporti e dei 17 miliardi di dollari in finanziamenti per le vie d’acqua, nonché di altre spese per infrastrutture più tradizionali. Parallelamente a tutto ciò, 85 miliardi di dollari in finanziamenti per il trasporto pubblico e 80 miliardi di dollari in finanziamenti per le ferrovie favoriranno la transizione verso mezzi di trasporto puliti per le flotte delle società ferroviarie e di consegne. In linea con la modesta promessa elettorale di Biden per l’avvio di una graduale ristrutturazione degli edifici, il piano propone di spendere 213 miliardi di dollari per il miglioramento dell’efficienza energetica. Gli edifici sono responsabili di circa il 10% delle emissioni degli Stati Uniti e di un terzo del consumo energetico del paese, secondo la US Energy Information Administration (EIA). L’importo sarà utilizzato per l’adeguamento di 2 milioni di abitazioni a prezzi accessibili, la costruzione di 500.000 nuovi alloggi e l’adeguamento di più di un milione di case con miglioramenti efficienti sotto il profilo energetico. Per raggiungere questi obiettivi è prevista l’estensione e l’espansione dei crediti per l’efficienza di abitazioni ed esercizi commerciali, nonché la creazione di un “Clean Energy and Sustainability Accelerator” (acceleratore di energia pulita e sostenibilità) da 27 miliardi di dollari per mobilitare gli investimenti privati. È presente anche una proposta per i progetti di rinnovamento energetico degli edifici pubblici. I principali beneficiari degli sforzi per rendere più ecocompatibile il patrimonio edilizio statunitense sono le società di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, le quali giocheranno un ruolo chiave nelle ristrutturazioni, riducendo significativamente il consumo di elettricità e sostituendo i refrigeranti nocivi.Allo stato attuale, il piano di Biden rappresenta un netto cambiamento rispetto alle politiche dell’amministrazione precedente e, se attuato, dovrebbe accelerare l’ecologizzazione dell’energia, dei trasporti e degli edifici statunitensi, e questo nonostante l’assenza di alcuni impegni presi in campagna elettorale, come i piani concreti sull’idrogeno verde e i dettagli sulle modalità di decarbonizzazione dell’agricoltura. La sua implementazione però è tutta da vedere. Ora tocca al Congresso trasformare il piano in legge ed è altamente probabile che alcune delle disposizioni non vengano approvate o siano modificate.

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Cambiano le abitudini di pagamento dei consumatori

Posted by fidest press agency su sabato, 8 Maggio 2021

Più di otto consumatori su dieci (86%) affermano che le loro abitudini di pagamento sono cambiate dall’inizio della pandemia, con il 59% che prova per la prima volta un nuovo metodo di pagamento, un numero che sale al 77% nella fascia di età che va tra i 18-24 anni. Questo è quanto emerge dalla nuova ricerca di Skrill, brand di pagamenti digitali affermato a livello globale che fa parte di Paysafe (NYSE: PSFE), piattaforma di pagamento specializzata leader nel settore, che ha intervistato 8.000 consumatori per l’ultima versione dello studio Lost in Transaction.La ricerca, che ha coinvolto Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Germania, Austria e Bulgaria, è stata condotta tra marzo e aprile 2021 e ha esplorato il cambiamento dei comportamenti dei consumatori nei confronti dei pagamenti. Non sorprende che il fattore chiave evidenziato dagli intervistati per l’adozione di nuovi metodi di pagamento sia stato l’impossibilità di effettuare pagamenti di persona (33% a livello globale, 36% in Italia), ma emergono anche come forti tendenze il desiderio di monitorare meglio le spese (26% in Italia, in media con gli altri Paesi) e le preoccupazioni sulle frodi (25% globale contro il 28% in Italia).Se, in generale, per completare una transazione nel mese di aprile, i pagamenti con carta sono stati il metodo di pagamento online dominante, con più della metà dei consumatori a livello globale che ha usato una carta di debito (54%) o di credito (52%), in Italia si è assistito a un fenomeno in controtendenza, con i portafogli digitali che stanno emergendo come il metodo di pagamento alternativo più popolare, preferito dal 55% dei consumatori (vs. 43% a livello globale), seguito dalle carte prepagate con il 51% (contro il 20% nel resto dei Paesi). Sempre in Italia, inoltre, il 45% degli intervistati utilizza i portafogli digitali più frequentemente rispetto a un anno fa, più di qualsiasi altro metodo di pagamento, una percentuale decisamente alta se paragonata al 32% dei consumatori a livello globale. Sorprendente, inoltre, la crescita in Italia dell’utilizzo delle carte prepagate online: il 39% dei consumatori italiani la usa più spesso rispetto a 12 mesi fa, un numero decisamente elevato se confrontato con quello di altri mercati (13% la media globale). Quando si tratta di acquisti in negozio, il 43% (36% in Italia) dei consumatori ha anche notato quali retailer si sono sforzati di aggiornare il proprio metodo di checkout in reazione alla pandemia, con il 28% (esattamente come in Italia) che afferma che le aziende non hanno reagito abbastanza rapidamente per renderlo più sicuro. Tuttavia, quasi la metà (48%) degli intervistati italiani dichiara di voler fare acquisti nei negozi con la stessa frequenza con cui lo ha fatto prima del COVID-19, sottolineando l’importanza di un checkout aggiornato anche per i rivenditori offline.

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Cambiamento climatico e costi alle imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2021

Il cambiamento climatico costa al sistema economico, e non poco: esaminando dieci anni (2009-2018), un grado in più di temperatura ha determinato una riduzione media di fatturato e redditività per le imprese italiane pari rispettivamente a -5,8% e -3,4%. Se poi si considerano le variazioni effettive del clima nelle varie aree geografiche, nel solo 2018 – anno particolarmente caldo – il nostro tessuto imprenditoriale ha registrato mancati ricavi per 133 miliardi di euro, con le maggiori perdite percentuali al Nord Est e al Centro. È quanto emerge dal primo anno di attività dell’Osservatorio Climate Finance della School of Management del Politecnico di Milano, che oggi alle 15 presenterà i principali risultati in un convegno online dove interverranno istituzioni, imprese, investitori e associazioni di categoria. Perché il surriscaldamento globale, causa sempre più frequente di eventi meteorologici estremi, è ormai a pieno titolo un tema economico. “Abbiamo sviluppato un database che incrocia le informazioni economico/finanziarie su 1.154.000 imprese in Italia tra il 2009 e il 2018 (22 milioni in Europa) con i dati metereologici di temperatura, piovosità, irraggiamento solare dal 1950 – spiega Vicenzo Butticè, vicedirettore dell’Osservatorio – per trovare evidenze empiriche solide sul rapporto che lega clima e sistema economico”. Ne sono derivate metriche affidabili per supportare gli enti regolatori, le istituzioni finanziarie e le realtà produttive nell’analisi economico/finanziaria del cambiamento climatico. L’Osservatorio ha infatti calcolato i danni reali, non ipotetici, dovuti all’aumento della temperatura di 1 grado centigrado in Italia: le piccole imprese sono quelle che più hanno perso in redditività (-4%, a fronte del -5,3% di fatturato), mentre le grandi realtà, potendo meglio agire sui costi e sui processi, nonostante una diminuzione di ricavi e di domanda pari quasi al triplo (-14,6%), hanno contenuto la perdita di marginalità a -3,6%. L’importanza della quantificazione dei rischi, specialmente nel settore finanziario, è dimostrata dall’intensa attività svolta dagli enti regolatori europei: tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 le autorità di controllo del mercato (ESMA), del settore bancario (EBA) e del settore assicurativo (EIOPA) hanno pubblicato una serie di documenti volti a identificare gli strumenti e le metriche per quantificare l’esposizione climatica delle attività in portafoglio. Estremamente rilevante per la gestione del rischio climatico è poi l’azione della BCE, che a marzo ha reso noti i primi risultati di un’analisi condotta su circa 4 milioni di imprese e 2.000 banche per identificare l’esposizione del sistema finanziario fino ai prossimi 30 anni. I dati mostrano come i costi per adottare ora strategie di adattamento e mitigazione siano di gran lunga inferiori a quelli che si rischia di dover pagare in futuro: secondo la BCE, la probabilità di default delle banche sarà tanto più elevata quanto minori saranno le azioni intraprese dal sistema economico per modificare la traiettoria di incremento della temperatura.

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La gestione del rischio legato al cambiamento climatico: considerazioni e ostacoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

A cura di Chris Wagstaff, Responsabile pensioni ed educazione all’investimento di Columbia Threadneedle Investments. Cosa devono chiedersi i proprietari di attivi prima di adottare una politica efficace di gestione del rischio legato al cambiamento climatico? Quali sono gli ostacoli da superare in fase di attuazione? Il cambiamento climatico è un rischio sistemico globale che riveste un ruolo sempre più importante ai fini della gestione del rischio. Ma nel formulare e quindi adottare una politica di gestione del rischio legato al cambiamento climatico, i proprietari di attivi devono porsi alcune domande chiave e considerare una serie di aspetti fondamentali. Tra questi figurano: Capire a che punto del processo di costruzione del portafoglio vanno inglobate le considerazioni sulla gestione del rischio legato al cambiamento climatico e se queste debbano costituire input primari o secondari. In molti casi, la gestione del rischio legato al cambiamento climatico è parte integrante della selezione dei gestori ma probabilmente secondaria rispetto a fattori quali il tasso di rendimento richiesto, i parametri di rischio, la diversificazione e la liquidità nel determinare l’asset allocation strategica, che possono incidere in maniera significativa sul profilo di rischio/rendimento, sulla diversificazione e sulle caratteristiche di liquidità del portafoglio.Se allineare o meno i portafogli agli obiettivi dell’Accordo di Parigi,come hanno cominciato a fare molti titolari di attivi, anche in vista di una probabile evoluzione in tale direzione del quadro normativo. Non si tratta di un compito facile in quanto non esiste un unico approccio riconosciuto per misurare e valutare l’allineamento delle temperature e, di fatto, la stessa intensità di carbonio di un portafoglio. Per non parlare dei percorsi di transizione delle posizioni di un portafoglio avendo a disposizione dati per lo più circoscritti ad azioni, obbligazioni societarie e titoli di Stato. Fortunatamente, la pubblicazione della Paris Aligned Investment Initiative dell’IIGCC aiuterà i gestori patrimoniali e i proprietari di attivi ad adottare politiche d’investimento in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi fissa un obiettivo di lunghissimo termine a cui ambire, ma i proprietari di attivi guarderanno inevitabilmente al proprio gruppo dei pari per un primo confronto di base e per monitorare in corso d’opera i parametri climatici prescelti. Perché tale raffronto funzioni, tutte le parti in gioco dovranno aumentare il livello di trasparenza e fissare traguardi intermedi realistici.Tenendo presente quanto sopra, i proprietari di attivi (coadiuvati dai loro consulenti d’investimento e gestori patrimoniali) devono aggirare tre grandi ostacoli per valutare l’esposizione al carbonio e alle emissioni di gas serra dei loro portafogli. Si tratta di: scarsità di analisi dei dati di qualità sulle emissioni di gas serra di Ambito 1, 2 e, soprattutto, 3; disomogeneità dei dati ESG (ambientali, sociali e di governance), nell’ambito dei quali il rischio climatico è un fattore di rischio chiave della componente “E”; infine le informative carenti delle aziende sulle emissioni di gas serra. L’ultimo punto compromette fortemente l’accuratezza sia dei dati ESG che di quelli sulle emissioni di gas serra compilati dai fornitori di dati e quindi analizzati dai gestori patrimoniali. Misurare le emissioni non è una scienza esatta. In particolare, le emissioni Scope 3 hanno una definizione vaga, sono per lo più stimate e soggette al rischio del doppio conteggio, inoltre il modo in cui i fornitori di dati raccolgono le informazioni varia enormemente in quanto ognuno utilizza metodologie diverse e adotta una visione differente dello stesso fattore. Malgrado queste limitazioni, gli investitori stanno utilizzando i dati a disposizione (principalmente di Ambito 1 e 2 ma anche di Ambito 3, spesso dopo aver apportato qualche correzione discrezionale) per decidere quali sono le società che si stanno impegnando per potenziare le proprie credenziali di sostenibilità e usare questi dati per monitorarne i progressi nel corso del tempo.Adottando idealmente target basati sulla scienza e allineati agli obiettivi di Parigi, i gestori e i proprietari di attivi potranno sostenere in maniera più efficiente i “vincitori”, ossia le imprese dotate delle tecnologie e dei vantaggi competitivi atti a prosperare grazie alla transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio. Potranno inoltre utilizzare queste informazioni per prendere decisioni informate sull’esclusione o l’allontanamento del portafoglio da determinati settori o titoli.Le esposizioni del portafoglio a questi rischi vengono tipicamente riportati sotto forma di impronta di carbonio. La TCFD raccomanda ai proprietari di attivi di comunicare l’intensità di carbonio media ponderata dei loro portafogli (per ogni titolo in portafoglio) sulla base delle emissioni di Ambito 1 e 2 (quelle che esulano dal controllo dell’organizzazione) ed espresse in tonnellate di CO2 equivalenti (tonnellate di emissioni di CO2)/fatturato in milioni di USD). Tuttavia, nei rapporti preparati per i titolari di attivi, e in particolare per i portafogli azionari, molti gestori forniscono parametri supplementari, come le emissioni di carbonio (tonnellate di emissioni di CO2/milioni di USD investiti) e le emissioni di carbonio totali (tonnellate di emissioni di CO2).Parimenti, l’analisi del rischio fisico può essere condotta da diverse angolature. Per esempio, se gli attivi di un portafoglio sono “geolocalizzabili”, è possibile misurare l’esposizione al rischio fisico associato al cambiamento climatico usando direttamente gli strumenti di modellizzazione del rischio catastrofale, analizzando i rischi fisici del portafoglio dovuti a pericoli come inondazioni, terremoti e incendi. Ciò, a sua volta, può far scattare analisi più dettagliate su come gestire o assicurare tale esposizione al rischio. Ad integrazione di questa analisi del rischio – benché si tratti di un’area ancora sperimentale, e fermi restando i tre limiti appena discussi – i gestori e i proprietari di attivi stanno cercando di potenziare la gestione del rischio legato al cambiamento climatico sviluppando indicatori basati sul Value-at-Risk (VaR) delle esposizioni climatiche del portafoglio al fine di stimare le perdite potenziali in un dato scenario climatico. (abstract da http://www.columbiathreadneedle.it)

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“Il nuovo secolo sarà all’insegna dell’Asia: opportunità post-pandemia”

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist, e Luca Paolini, Chief Strategist di Pictet Asset Management. A un anno dallo sconvolgimento sociale ed economico provocato dalla pandemia di COVID-19, l’Asia sta emergendo dalla crisi più forte di prima e con un’influenza maggiore sulla scena mondiale, spostando sempre più a oriente il centro di gravità economico del pianeta. Grazie alla gestione esemplare della pandemia, l’attività economica in tutta la regione è tornata ai livelli pre-COVID-19. (La sicurezza e la resilienza al COVID asiatiche sono considerate le migliori al mondo.) Inoltre, le politiche economiche anticrisi del blocco asiatico sono state prudenti e misurate, a differenza di quanto avvenuto in Occidente, dove i governi e le banche centrali sono stati costretti ad adottare misure estreme. Prendiamo la Cina. Sebbene sia stata l’epicentro della pandemia, le istituzioni politiche della regione non hanno dovuto ricorrere a un’eccessiva generosità fiscale o monetaria. La Cina non ha assistito a un aumento dei prestiti di proporzioni simili a quello delle economie sviluppate. La seconda economia mondiale è entrata in crisi con il debito pubblico al di sotto del 50% del PIL, che prevediamo salirà al 67,7% entro il 2022.Il quadro è simile nel resto dell’Asia emergente, più favorevole rispetto a quello delle economie del G5, in cui il rapporto debito-PIL medio dovrebbe superare il 150% entro il 2022. In altre parole, l’Asia è riuscita a sostenere la crescita senza gettare i semi di rischi finanziari futuri. Prevediamo un forte rimbalzo della crescita del PIL del blocco pari all’8,9% nel 2021, ben al di sopra delle economie avanzate, che dovrebbero crescere solo del 4,9%. Questo risultato appare ancora più solido prendendo in considerazione anche la lieve contrazione registrata dall’economia della regione durante lo scorso anno, appena dello 0,2%, rispetto al 5,2% delle controparti sviluppate. L’efficace gestione della pandemia da parte dell’Asia e la sua resilienza economica sono la naturale conseguenza di una serie di riforme strutturali rivoluzionarie che la regione ha promosso negli ultimi 20 anni, un processo a nostro avviso destinato a proseguire a ritmo ancora più elevato nel prossimo decennio. Dalla crisi valutaria alla fine degli anni ’90, le nazioni asiatiche hanno rafforzato le loro basi per una prosperità a lungo termine, riformando il proprio contesto istituzionale, normativo e del mercato dei capitali e promuovendo la competitività a livello internazionale.Un altro pilastro della ripresa economica post-pandemia è un’integrazione regionale più profonda. Nel mese di novembre i mercati emergenti asiatici hanno presentato un nuovo ambizioso accordo commerciale, il Regional Comprehensive Economic Partnership Agreement (RCEP), che riguarda gli scambi di merci, servizi e investimenti tra 15 Paesi che insieme rappresentano il 30% della popolazione mondiale. L’accordo dovrebbe contribuire a stimolare ulteriormente la crescita a lungo termine, riducendo le barriere commerciali e aumentando ulteriormente gli investimenti diretti esteri.Nonostante la pandemia, gli investimenti esteri diretti (foreign direct investment, FDI) asiatici rimangono resilienti. Nel 2020 la Cina ha superato gli Stati Uniti come maggior destinatario di FDI al mondo, attirando 163 miliardi di dollari. I Paesi del sud-est asiatico, come il Vietnam, meno sviluppati delle controparti settentrionali, dovrebbero trarre il massimo vantaggio dal nuovo accordo, in quanto rappresentano la base manifatturiera che approfitterà della domanda degli importatori desiderosi di diversificare al di fuori della Cina.
Il Vietnam è una delle nazioni asiatiche più dinamiche: offre un’elevata stabilità politica, un mercato globale profondamente integrato e abbondante manodopera, con la sua giovane popolazione di 100 milioni di persone. Inoltre, la gestione efficace della pandemia ha contribuito a rafforzare le credenziali del Paese. Grazie alla posizione geografica strategica per i collegamenti tra la Cina e il resto dell’Asia, il Vietnam dovrebbe attrarre una quota maggiore di FDI nei prossimi anni. A livello di macro-regione, gli standard di vita asiatici stanno migliorando rapidamente e la sua popolazione sta diventando sempre più urbana e benestante. Entro la fine del prossimo decennio l’Asia avrà due terzi della classe media del pianeta , le cui abitudini di consumo e di investimento trasformeranno il panorama economico.La crescente importanza dell’Asia sulla scena economica mondiale avrà conseguenze di ampia portata per gli investitori, non ultimo perché i mercati finanziari non ne hanno ancora preso atto. Uno sguardo agli indici azionari e obbligazionari mondiali mostra che l’Asia è sorprendentemente sottorappresentata. L’Asia emergente costituisce solo il 10% dell’indice dei mercati azionari globali e solo il 3% di quello obbligazionario, sebbene rappresenti circa il 24% sia dell’economia mondiale, sia degli utili societari globali. Si dice da tempo che se il XIX secolo è appartenuto all’Europa e il XX secolo agli Stati Uniti, il XXI secolo appartiene all’Asia. La regione è pronta ad aggiudicarsi una fetta sempre maggiore degli investimenti internazionali, man mano che i suoi strumenti finanziari si vanno trasformando in una classe di attivi strategica. Gli investitori dovranno modificare la composizione del proprio portafoglio per riflettere il peso crescente dell’economia asiatica.

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In che modo il Covid-19 potrebbe cambiare il mondo per sempre

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2021

A cura di Pauline Grange, Gestore azioni globali di Columbia Threadneedle Investments. All’inizio del 2020, quando in Cina è iniziato il lockdown, si sono verificate numerose interruzioni delle catene produttive dell’elettronica, delle automobili o dei beni di consumo sanitari, come i dispositivi di protezione individuale, di cui avevamo bisogno nei nostri ospedali. Quindi, a livello aziendale è aumentata la consapevolezza che le società non possono più fare affidamento su una sola regione o un solo paese, come la Cina. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a diversificare le loro catene produttive e a orientare alcune forniture più a livello locale. Questa dinamica è stata evidente soprattutto nel settore tecnologico.Nel 2020 abbiamo osservato un’escalation della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina: Washington ha imposto una serie di embarghi a società tecnologiche cinesi come Huawei, impedendo loro di accedere alla proprietà intellettuale o ai brevetti statunitensi. La Cina, a sua volta, è diventata più isolazionista negli investimenti tecnologici e ha capito di non poter più fare affidamento sulle società tecnologiche statunitensi. Quindi nel 2020, per la prima volta, ha investito più degli Stati Uniti in ricerca e sviluppo e si inizia a notare una regionalizzazione della tecnologia, in particolare per quanto riguarda le tecnologie per il clima. In quest’ambito si inizia a parlare di “guerre climatiche”, perché la Cina ha investito molto e sta iniziando a imporsi in aree come i veicoli elettrici, la tecnologia di batteria e quella solare, mentre l’Europa è diventata leader nelle energie rinnovabili.Con l’entrata in vigore dei piani di stimolo fiscale in Europa, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, i governi torneranno a dare la priorità ai posti di lavoro e alle aziende locali. La globalizzazione dunque non scomparirà, ma sta sicuramente cambiando.Anche in quest’ambito il ritmo della transizione dal consumo offline a quello online e dai contanti ai pagamenti digitali ha superato le aspettative di tutti. I consumatori sono stati costretti ad acquistare online a causa dei lockdown in tutto il mondo, ma anche le aziende hanno dovuto accelerare i loro investimenti nelle piattaforme digitali. Negli Stati Uniti, nel 2020 la crescita delle vendite online ha raggiunto ben il 44% su base annua, ossia tre volte l’espansione del 15% registrata nel 2019. Ora la penetrazione online negli USA supera il 21%, a fronte del 15,8% del 2019: si tratta di un incremento di 5,5 punti percentuali su base annua, il più elevato dall’inizio delle registrazioni.Secondo molte delle società digitali con cui ho affrontato l’argomento, la pandemia di Covid-19 ha accelerato questa transizione di diversi anni. È improbabile che questa crescita si ripeta nel 2021, quindi la domanda diventa: l’importo assoluto in dollari del consumo online diminuirà? Non credo. Innanzitutto, le aziende continuano a investire in piattaforme digitali e a spostare le loro attività verso un mondo online, mentre i consumatori si sentono sempre più a loro agio a fare acquisti in rete: alcune fasce demografiche che non avevano mai usato le piattaforme digitali ora le hanno adottate. Lo vedo con i miei suoceri, che prima della pandemia non avevano mai fatto acquisti online: ora scelgono volentieri ricette proposte in rete da aziende alimentari e fanno tutta la loro spesa online, e ne apprezzano molto la comodità.Quindi si è verificato un cambiamento culturale e in Cina dopo il lockdown il boom dell’e-commerce è proseguito, con ottime vendite e continui investimenti delle aziende in piattaforme online come Tmall ecc. La crescita potrebbe non restare tanto sostenuta, ma il consumo online è destinato a perdurare.
Questi sono argomenti vasti e complessi. Il rilancio dell’agenda “green”, ad esempio, ha chiaramente assunto un ruolo di maggiore spicco e fa parte dei programmi dei governi di tutto il mondo. La globalizzazione delle politiche di “emissioni nette pari a zero” nel 2020 è stata un aspetto decisamente positivo. I governi fisseranno per un determinato anno l’obiettivo di avere emissioni nette di carbonio pari a zero in linea con l’Accordo di Parigi, il cui obiettivo è azzerare le emissioni mondiali entro il 2050.In primo luogo, come abbiamo visto l’UE ha messo il Green deal al centro del suo programma di ripresa post-Covid, accelerando anche il suo obiettivo di decarbonizzazione per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 (dai livelli del 1990). Ma la grande sorpresa del 2020 è stata la Cina, la maggiore responsabile delle emissioni, che ha fissato l’obiettivo di emissioni nette pari a zero entro il 2060. Ciò ha avuto un impatto significativo: prima della fine del 2020 quasi la metà del mondo aveva fissato obiettivi di neutralità climatica. Ora, con Joe Biden alla presidenza, è più probabile che gli Stati Uniti stabiliscano un obiettivo di emissioni nette pari a zero; se ciò avvenisse, quest’anno circa il 60% delle emissioni globali sarebbe coperto da accordi di questo tipo, un fattore decisamente favorevole per quanto riguarda il cambiamento climatico.Per quanto riguarda il capitalismo morale, dobbiamo innanzitutto domandarci: cosa intendiamo per capitalismo morale o capitalismo responsabile? In precedenza, il capitalismo si concentrava notevolmente su un certo tipo di stakeholder, per esempio gli azionisti o i proprietari dell’azienda. Ora però le società sono soggette a crescenti pressioni da parte dei governi, dei consumatori e della popolazione in generale verso una maggiore attenzione a tutti i soggetti interessati. Rientrano in quest’ambito il modo in cui trattano o sostengono i loro dipendenti e/o fornitori e la creazione di valore per i consumatori.
Vi è anche la volontà di considerare i costi effettivi dell’attività aziendale, non solo in termini di dollari, ma di impatto sull’ambiente. Ciò che si è verificato durante la pandemia ha reso questi aspetti molto più importanti. Prendiamo per esempio il movimento Black Lives Matter, che si schiera contro il razzismo sistematico a livello mondiale e che ha costretto molte aziende a rivedere il loro organico, cercando di risolvere il problema della scarsa diversità del loro personale. Gli occhi sono stati puntati anche sulle catene produttive e alcuni rivenditori al dettaglio sono stati screditati pubblicamente per non aver onorato i contratti con i fornitori in Bangladesh, con un conseguente aumento dei livelli di povertà nel paese. Ora il modo in cui vengono trattati i fornitori ha conseguenze concrete.
Questi due fattori, ossia la rivisitazione del capitalismo e dell’agenda “green”, sono interconnessi? Credo proprio di sì. Le aziende hanno una responsabilità morale a livello sia sociale sia ambientale, e con la crescente importanza dell’agenda “green” dovranno anche affrontare una maggiore regolamentazione. Il loro accesso a finanziamenti a più basso costo potrebbe dipendere dal fatto che i loro prodotti aiutino a risolvere alcuni problemi ambientali a livello globale: finanziandosi attraverso social bond o green bond vedrebbero aumentare le valutazioni se rendessero i loro prodotti più responsabili dal punto di vista ambientale o sociale.Il ritmo e il successo con cui sono stati sviluppati diversi vaccini sono stati sorprendenti. Hanno superato le mie aspettative e dimostrano gli enormi progressi compiuti dalla tecnologia medica negli ultimi dieci anni. Per contestualizzare, prima della pandemia erano necessari in media più di 10 anni per trovare un vaccino, ma contro il Covid-19 sono stati messi a punto diversi vaccini di successo in meno di un anno.Per esempio, Moderna, una delle aziende biotecnologiche che ne hanno prodotto uno, è riuscita a sviluppare un vaccino pronto per la sperimentazione umana in soli 42 giorni dal ricevimento della sequenza genetica del virus. È riuscita nell’impresa usando una tecnologia innovativa chiamata MRNA, il che è stupefacente considerando che di solito con le tecnologie tradizionali sono necessari anni.Sono ottimista sul fatto che, essendo riuscita a sviluppare tutti questi vaccini e terapie contro il Covid-19 in meno di un anno, la comunità medica trovi una via d’uscita dalla pandemia per tutti noi nel corso del prossimo anno.

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IG globale: non sottovalutare il cambiamento dei comportamenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2021

A cura di Alasdair Ross, Responsabile credito investment grade di Columbia Threadneedle Investments. Siamo entrati nel 2020 sulla scia di una delle fasi espansionistiche più durature di tutti i tempi, con un ciclo di crescita alimentato da politiche monetarie sempre più accomodanti. Proprio alla luce di tale crescita e dei tassi d’interesse bassi, le imprese avevano aumentato l’indebitamento, ragion per cui all’inizio della pandemia la leva finanziaria appariva relativamente elevata.A causa delle chiusure dovute al Covid-19, i governi e le autorità hanno dovuto agire per evitare che uno shock economico si trasformasse in una crisi finanziaria. In tale ottica sono stati creati piani ad hoc volti a tenere aperto il canale del credito. Oltre ai pacchetti di supporto fiscale, come i programmi di cassa integrazione, sono state varate misure di sostegno sotto forma di prestiti diretti, tolleranza del settore bancario e ampliamento dei programmi di acquisto di obbligazioni societarie.I mercati investment grade ne hanno beneficiato direttamente. A marzo la Federal Reserve ha annunciato l’intenzione di procedere per la prima volta ad acquisti diretti di obbligazioni societarie, sulla scia dell’espansione del quantitative easing (QE) intrapreso dalla Bank of England e dalla Banca centrale europea.Il progressivo ritiro di queste misure potrebbe far aumentare il rischio di default o di declassamento, ma a giudicare dalla composizione del mercato ciò non dovrebbe causare grosse preoccupazioni. Il principale settore dell’universo IG è quello bancario, sostenuto da una politica economica tesa a gestire le perdite. Non ci aspettiamo pertanto grandi variazioni della qualità creditizia e anticipiamo una serie di fusioni tra operatori deboli e forti. Questo segmento rappresenta quasi il 25% del mercato IG globale. Vi sono anche settori in cui le prospettive appaiono favorevoli se non addirittura migliori rispetto a prima, come nel caso della tecnologia o degli alimenti e bevande, che rappresentano il 10% del mercato. Un altro 20% è costituito da settori perlopiù immuni, come i servizi di pubblica utilità, le telecomunicazioni e la sanità. Persino l’immobiliare, che è pari al 4% del mercato ma non è un settore particolarmente omogeneo, essendo costituito da numerosi sottosegmenti, ha messo a segno una buona performance in alcune aree. I magazzini e la logistica hanno beneficiato delle consegne a domicilio e dell’effetto Amazon. Le vendite al dettaglio e gli uffici hanno patito maggiormente, ma rappresentano appena l’1% circa dell’universo.Anche nei settori in cui la pandemia ha inciso negativamente su operazioni e utili, molte società con rating investment grade possono contare su importanti strumenti, tra cui una combinazione di taglio dei costi, riduzione della spesa per investimenti, gestione del capitale circolante e attività inorganica, ad esempio vendita di attivi, riduzione dei dividendi o aumenti di capitale, che possono essere e saranno utilizzati per difendere la qualità creditizia dei bilanci.Tuttavia, non bisogna sottovalutare la possibilità che l’emergenza sanitaria abbia prodotto un profondo cambiamento a livello di comportamenti. Torneremo in ufficio cinque giorni alla settimana oppure lo smart working è una realtà destinata a proseguire? Alcuni settori possono beneficiare di tali cambiamenti, come la tecnologia, gli alimenti e le bevande, mentre altri potrebbero esserne penalizzati.Ad ogni modo, in genere le autorità sono più veloci a introdurre strumenti di politica monetaria di quanto non lo siano a revocarli. Ad esempio, il QE della BCE è durato più a lungo di quanto fosse strettamente necessario ai fini delle tensioni sui mercati o del costo del debito per le grandi società europee. Più di recente, la Fed ha dichiarato l’intenzione di passare a un obiettivo di inflazione media, il che significa che anche qualora l’inflazione dovesse salire oltre il 2%, i tassi d’interesse non verranno incrementati, a meno che tale livello non si protragga nel tempo. Alla luce di quanto sopra, ci aspettiamo che il supporto politico resti presente a lungo.
La combinazione di fattori politici e il fatto che questa classe di attivi possa ridurre la leva finanziaria (cosa che i team di gestione cercheranno senz’altro di fare) ci rende abbastanza ottimisti per il futuro, più di quanto non fossimo all’inizio dell’anno.

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Direttore di Caritas Filippine: “Tifoni frutto del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 dicembre 2020

Il direttore di Caritas Filippine (NASSA) padre Tony Labiao sottolinea l’urgente necessità di una risposta globale per affrontare le cause alla radice del cambiamento climatico e prevenire le calamità naturali sempre più potenti che ogni anno si abbattono sul Paese asiatico.Ad un mese dai quattro tifoni che hanno colpito le Filippine e in occasione dell’anniversario dell’accordo sul clima di Parigi del 12 dicembre 2015, padre Tony Labiao dichiara a Caritas Internationalis: «Dobbiamo andare oltre la risposta alle emergenze. È necessario prevenire le cause del cambiamento climatico. Ma non possiamo farlo da soli nelle Filippine, abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità globale. È solo lavorando insieme che possiamo assicurarci che le generazioni future saranno al sicuro».Alla fine di ottobre il tifone Goni, il più potente tifone ad aver colpito le Filippine negli ultimi vent’anni, ha costretto oltre 350.000 filippini a lasciare le loro case e ha avuto effetti su circa cinque milioni di persone. A Catanduanes, l’isola dove si è abbattuto, oltre il 90% delle infrastrutture è andato distrutto.Nei dodici giorni successivi al tifone Goni, le Filippine sono state colpite dalle tempeste tropicali Atsani ed Etau e dal tifone Vamco, che hanno interessato oltre 4 milioni di persone.«Dobbiamo affrontare le vere cause di queste calamità: il cambiamento climatico, il degrado delle nostre montagne, il disboscamento illegale, l’estrazione di legname e le pratiche agricole non sostenibili», afferma padre Labiao. «Non è solo responsabilità del governo, ma della Chiesa e di tutti».Caritas Filippine ha adottato un approccio multidimensionale per tutelare le comunità rispetto a eventi climatici sempre più aggressivi. Tale approccio comprende il sostegno a diverse modalità di estrazione mineraria e il contrasto al disboscamento illegale, fattori essenziali per ridurre l’impatto delle condizioni climatiche estreme sul Paese.«Tutti questi problemi sono interconnessi», dichiara padre Labiao. «Dobbiamo far sentire la nostra voce più forte per far capire alla gente come le nostre azioni hanno un impatto sull’ambiente e sui poveri».Caritas Filippine lavora con le comunità prima del verificarsi di eventuali calamità naturali, attraverso programmi di preparazione alle emergenze che includono sistemi di allarme rapido e assicurano che le comunità reagiscano rapidamente e in modo coordinato in caso di disastri.A seguito dei recenti eventi climatici, le squadre Caritas sul campo hanno fornito assistenza a oltre 76.000 persone, distribuendo aiuti alimentari, kit igienici, lampade solari, utensili per cucinare, sacchi a pelo e acqua potabile.A lungo termine la Caritas costruirà rifugi permanenti, offrirà sostegno per il sostentamento e attività di sviluppo delle capacità.

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COVID-19 e cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

Per combattere il cambiamento climatico, il mondo deve imparare dalla pandemia di COVID-19 e agire con urgenza, pena conseguenze letali e di vasta portata per le persone costrette a fuggire dalle loro case, ha detto oggi Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR.In una discussione moderata dalla corrispondente di Al Jazeera India Elizabeth Puranam, Triggs era in compagnia di persone costrette alla fuga, ONG, accademici e rappresentanti dei governi per discutere gli effetti del cambiamento climatico sulle persone più vulnerabili del mondo, compresi coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria casa o sono apolidi.Tracciando delle analogie con la pandemia di COVID-19, i partecipanti hanno affermato che il mondo deve proteggere i più vulnerabili, ma anche coinvolgerli nella ricerca di soluzioni.”Se vogliamo risolvere il problema del cambiamento climatico, dobbiamo mettere al centro i più vulnerabili”, ha detto Hindou Oumarou Ibrahim, un attivista del Ciad che sostiene la giustizia ambientale e i diritti dei popoli indigeni. Il Ciad e altri paesi del Sahel sono colpiti da una delle crisi di migrazioni forzate in più rapida crescita e sono esposti in modo sproporzionato agli effetti negativi del cambiamento climatico e dei disastri ambientali, come il cambiamento dell’andamento delle precipitazioni che contribuiscono alle inondazioni e alla siccità.I più vulnerabili del mondo subiscono alcuni dei peggiori effetti del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature può incrementare l’insicurezza alimentare, dell’acqua e della terra, e allo stesso tempo danneggiare i servizi necessari per la salute, il sostentamento, la stabilita’ e la sopravvivenza. Invariabilmente, tra i più colpiti ci sono gli anziani, le donne, i bambini, i disabili e le popolazioni indigene.L’ultimo decennio è stato il più caldo mai registrato. Nel 2019, quasi 2.000 disastri, la maggior parte dei quali dovuti alle condizioni meteorologiche, hanno costretto 25 milioni di persone ad abbandonare la propria casa.Il cambiamento climatico ha continuato ad accelerare mentre il mondo combatte la pandemia di COVID-19.L’UNHCR ha nominato un Consulente Speciale sull’Azione per il Clima per guidare e definire la risposta volta a migliorare la resilienza delle persone costrette a fuggire dai rischi climatici e rafforzare la preparazione e la resilienza in situazioni di disastro. Istituito nel 2007, il Dialogo dell’Alto Commissario permette lo scambio di opinioni tra rifugiati, governi, società civile, settore privato, accademici e organizzazioni internazionali sulle sfide emergenti in materia di protezione umanitaria. Le cinque sessioni digitali di quest’anno si concentrano sull’impatto del COVID-19 sulle persone costrette a fuggire e sugli apolidi.

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“Il cambiamento climatico: effetti sulla salute, sulla scienza e sull’agricoltura”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

Torino Il primo dicembre alle ore 17.30 l’Accademia di Medicina di Torino in collaborazione con l’Accademia delle Scienze e l’Accademia dell’Agricoltura organizza una seduta scientifica dal titolo “Il cambiamento climatico: effetti sulla salute, sulla scienza e sull’agricoltura”. Intervengono Paolo Vineis, professore ordinario di Epidemiologia Ambientale presso l’Imperial College di Londra e responsabile dell’Unità di Epidemiologia Molecolare ed Esposomica presso l’Italian Institute for Genomic Medicine (Iigm) di Torino, Elisa Palazzi, ricercatrice dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e docente di Fisica del clima all’Università di Torino e Andrea Schubert, docente del dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari, sempre dell’Università di Torino. Paolo Vineis è autore del libro “Salute senza confini. Le epidemie della globalizzazione” (Codice 2020).In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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“Demografia dell’invecchiamento”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

Torino 30 novembre alle ore 16 una conferenza organizzata dall’Accademia di Medicina e l’Accademia delle Scienze sul tema “Demografia dell’invecchiamento”, nell’ambito dell’iniziativa “Longevità e senescenza: come invecchiare in salute”, con il supporto della Bioindustry Park di Colleretto Giacosa. Massimo Livio Bacci, professore emerito dell’Università di Firenze, senatore tra il 2006 e il 2013, membro della Commissione Esteri, sarà introdotto da Massimo Mori, Presidente dell’Accademia delle Scienze. Il prof. Bacci è stato tra gli animatori del sito web “Neodemos”, dedicato a temi demografici e di politica sociale (www.neodemos.info).Per seguire la diretta streaming occorre collegarsi al canale youtube dell’Accademia. Il link è il seguente (www.youtube.com/c/AccademiadelleScienzediTorino)

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Il prezzo del futuro

Posted by fidest press agency su sabato, 10 ottobre 2020

A cura di Christophe Donay, Head of Asset Allocation & Macro Research di Pictet Wealth Management Il cambiamento climatico non è una novità. L’impatto di tali cambiamenti è già in parte percepibile. La temperatura media globale è già aumentata di circa 1°C rispetto ai livelli pre Rivoluzione industriale, i modelli delle precipitazioni si modificano e si assiste all’acidificazione degli oceani. Inoltre, gli eventi climatici estremi sono sempre più frequenti e distruttivi. In ogni caso, quanto accaduto sinora potrebbe rivelarsi ben poca cosa rispetto a quel che ci attende se le emissioni di gas serra manterranno la traiettoria attuale. Per far fronte a questo gravissimo problema sono state varate diverse iniziative. Con la firma dell’Accordo di Parigi nel 2015 i Paesi si sono impegnati a contenere il rialzo della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e a fare il possibile per limitare l’incremento a 1,5°C. In base al Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC], in presenza di una probabilità di raggiungere tale obiettivo pari al 66%, il bilancio di carbonio residuo [carbon budget] ammonterebbe a 420 GtCO2, corrispondenti a circa 10 anni di emissioni ai ritmi attuali.In ogni caso gli economisti concordano sul fatto che le emissioni di gas serra rappresentino un’esternalità (comportano un costo per la collettività che gli emittenti non sostengono) che i mercati non sono sinora riusciti a internalizzare. Pertanto, l’attribuzione di un prezzo al carbonio non è solo vista come una necessità, ma in generale è anche considerata la via ottimale per passare a un’economia a basse emissioni di carbonio. Tuttavia, il prezzo a cui dovrebbero essere tassate le emissioni di carbonio è ancora oggetto di un acceso dibattito (le stime vanno da USD40 a diverse centinaia di USD per tonnellata). Ovviamente i governi rivestono un ruolo fondamentale nella destinazione degli investimenti e nella promozione di determinate condotte tramite l’erogazione di incentivi adeguati (sussidi, tassonomia, ecc.). Gli effetti del cambiamento climatico sulle asset class sono notoriamente difficili da valutare alla luce dei numerosi fattori in gioco. Ad esempio, la scelta di combattere il cambiamento climatico tramite l’innovazione oppure tramite una “decrescita” avrebbe ripercussioni estremamente diverse sul futuro dell’economia. Pertanto, optiamo per un approccio basato su scenari che considera molteplici variabili al fine di individuare tutti i potenziali rischi e opportunità.Non dobbiamo guardare al cambiamento climatico solo in termini di rischio. Come dimostrato dalla crisi da Covid-19, anche da gravi pandemie possono nascere delle opportunità. Le banche centrali, preoccupate dalle possibili conseguenze del cambiamento climatico per la stabilità finanziaria, sono sempre più propense a integrare valutazioni di carattere ecologico nel loro processo decisionale. Potremmo quindi assistere all’adozione di politiche di tassi estremamente bassi volte a creare le condizioni adatte a consistenti investimenti a lungo termine da parte di enti pubblici e privati. Di conseguenza, è plausibile un’erosione dei rendimenti degli strumenti a reddito fisso.

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L’Italia del cambiamento dietro la bandiera Pentastellata

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2020

Il Recovery fund con i suoi duecento e passa miliardi disponibili all’uso stanno agitando le segreterie politiche di maggioranza e di opposizione poste, come sono, sotto pressione dai vari settori economici, sindacati e società civile. Tutti vorrebbero una fetta da gestire in proprio e non sempre per fini indirizzati agli interessi generali del Paese. La domanda, a questo punto, che ci chiediamo, è se abbiamo una classe politica, nel suo insieme, in grado di reggere il peso di una scelta di campo che sappia guardare senza tentennamenti al futuro dell’Italia fatto di persone in primis e non da interessi corporativi e settoriali che non riescono a guardare oltre il proprio naso. La prima domanda che dovremmo porci è quali strumenti dobbiamo attivare per offrire al sistema paese un cambiamento in grado di rispondere alle nuove sfide tecnologiche in atto e in tale contesto rendere i beni prodotti competitivi in un mercato globalizzato dove spesso si esportano manufatti scadenti con la logica dell’usa e getta e con una classe lavoratrice ghettizzata. Dobbiamo anche capire sino a quando le tecnologie informatiche, robotiche et similia incideranno sulla forza lavoro in termini d’impieghi, di remunerazioni per i lavoratori e di profitti per la aziende. E il tutto va anche inquadrato in ciò che può offrirci l’adozione di un modello neoliberista fondato sulla dottrina economica che tende a ridurre l’influenza dello Stato sull’economia lasciando che le forze del mercato, guidate dalle regole della concorrenza, disciplinino l’equilibrio del sistema economico oggi, per altro, succube da chi usa la libertà senza regole per agire irresponsabilmente e sono soggetti di grande potere che operano all’interno dei mercati servendosi di strumenti operativi ad hoc come le multinazionali, e non solo. La sfida quindi si interfaccia con grossi interessi e da procacciatori d’affari senza scrupoli tanto da saper tenere, all’occorrenza, sotto scacco matto l’intera classe politica di un Paese. Ciò ci fa comprendere l’importanza di tenere alto lo scudo politico se vogliamo realmente sostenere gli interessi generali di una nazione e farla prosperare. E in questo contesto i Pentastellati possono giocare una partita importante diventando di nome e di fatto lo spirito critico del sistema paese perché lo hanno nel loro Dna, a dispetto di chi vi rema contro anche nel suo interno. (Riccardo Alfonso)

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“Gli strateghi del cambiamento”

Posted by fidest press agency su martedì, 19 Maggio 2020

Animali che fanno la fotosintesi, polpi che imitano animali velenosi, gabbiani che durante uno scontro si mettono a strappare fili d’erba. Non si tratta di nuovi effetti del Coronavirus, bensì naturali adattamenti all’ambiente.Saranno “Gli strateghi del cambiamento”, gli animali dagli apparentemente bizzarri comportamenti, i protagonisti della nuova puntata di Scienza Contagiosa, live sulla pagina Facebook e sul canale YouTube di Frascati Scienza, giovedì 21 maggio alle 16 .A raccontare le risposte del regno animale alla continua evoluzione del nostro Pianeta è Filippo Fratini, naturalista e biologo marino, membro della Società Italiana di Biologia Marina, moderato da Marzia Cannella staff di Frascati Scienza delle trascorse edizioni della Notte Europea dei Ricercatori, biologa, insegnante e divulgatrice scientifica.
Come di consueto, la puntata di Scienza Contagiosa è visibile sui canali Facebook e YouTube di Frascati Scienza. È possibile interagire con gli speaker inviando domande attraverso la sezione “Commenti” delle due piattaforme. Successivamente è prevista una replica su IGTV di Instagram.Scienza Contagiosa ha stipulato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione per il riconoscimento del programma di lezioni virtuali come azioni a supporto delle istituzioni scolastiche per la realizzazione di attività di didattica a distanza, a seguito dell’emergenza sanitaria da COVID-19. L’iniziativa del Ministero si chiama “protocolli in rete” e comprende già moltissimi contenuti di qualità pensati per la didattica a distanza.

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Il lavoro cambierà per oltre 6 mln di lavoratori di prossimità

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

Sono 6 milioni 145 mila i lavoratori di “prossimità” in Italia – camerieri, commessi, operatori sanitari e infermieri, parrucchieri ed estetiste – che per svolgere le proprie mansioni necessitano del contatto diretto, in alcuni casi fisico, con il pubblico. Si tratta di una quota importante dell’occupazione italiana (il 26,5%) concentrata maggiormente nel Nord Italia (48,7%) che, man mano che il lockdown inizierà ad alleggerirsi, si troverà a modificare il proprio stile di lavoro. Non solo mascherine e guanti, obbligatori per tutti, ma anche dispositivi specifici di protezione e una riorganizzazione dell’attività per garantire quel distanziamento sociale destinato ad accompagnarci ancora per i prossimi mesi. È la fotografia scattata dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro nell’indagine “Come cambieranno le professioni di prossimità” contenente una classifica dei lavoratori maggiormente esposti al contagio e più bisognosi di tutele per la Fase 2.

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Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sul nostro Pianeta?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 aprile 2020

Per scoprirlo, collegarsi sui canali di Frascati Scienza lunedì 30 marzo alle ore 14.30, con Copernicus is watching us, la virtual classroom di Scienza Contagiosa in cui Giancarlo Filippazzo programme coordinator presso il Copernicus Space Office dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) di Frascati, ci farà vedere i segni del climate change osservati dallo Spazio.Copernicus è il complesso programma di osservazione satellitare della Terra che rileva e gestisce dei dati sullo stato di salute del pianeta. Ad esempio, è proprio questo programma che negli ultimi giorni ha confermato un calo di inquinamento dovuto alla sospensione delle attività come misura di contrasto all’avanzamento del COVID-19.Per partecipare agli appuntamenti di Scienza Contagiosa, basta seguire la diretta sui canali Facebook e YouTube di Frascati Scienza. È possibile interagire con gli speaker inviando domande attraverso la sezione “Commenti” delle due piattaforme, lo staff di regia si occuperà di raggrupparle e proporle ai docenti che risponderanno in diretta ai vostri quesiti. Subito dopo è prevista la replica su IGTV di Instagram.

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Europa sociale e cambiamento demografico

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 marzo 2020

La commissione SEDEC del Comitato europeo delle regioni ha iniziato il suo nuovo mandato con una discussione sulle iniziative della Commissione europea volte a rafforzare la dimensione sociale dell’UE. Nella riunione del 24 febbraio, i membri hanno inoltre adottato un parere nel quale il CdR esorta ad affrontare le sfide demografiche a tutti i livelli di governo e in tutte le politiche dell’Unione. Questi due temi figurano tra le principali priorità del programma di lavoro della commissione SEDEC per il 2020. In gennaio la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione Un’Europa sociale forte per transizioni giuste , nella quale definisce il quadro generale per le prossime iniziative legislative in materia di politica sociale, come quelle riguardanti salari minimi equi, un regime europeo di riassicurazione contro la disoccupazione e il rafforzamento della garanzia per i giovani. Joost Korte , direttore generale della Commissione europea per l’Occupazione e gli affari sociali, ha sottolineato la necessità di rispondere alle rapide trasformazioni indotte dai cambiamenti climatici e dalla digitalizzazione, insieme alla demografia (spopolamento) e agli effetti della globalizzazione, sollevando inoltre la questione dello status dei lavoratori tramite piattaforma digitale.Gli ha fatto eco Anne Karjalainen (FI/PSE), consigliera comunale di Kerava, eletta in febbraio presidente della commissione SEDEC all’inizio del nuovo mandato quinquennale del CdR, la quale ha affermato che: “Attuare il pilastro europeo dei diritti sociali significa garantire un tenore di vita dignitoso a tutti, incrementare il numero degli occupati e offrire posti di lavoro di qualità, adottare misure adeguate per ridurre la povertà, proteggere i giovani e garantire pari opportunità a tutti. Le regioni e le città condividono questi obiettivi, sottolineando che per formulare politiche efficaci è necessario un migliore monitoraggio a livello locale e regionale”.
Nel corso del 2020 la Commissione europea pubblicherà una nuova relazione sugli effetti dei cambiamenti demografici e un Libro verde sull’invecchiamento. Nel progetto di parere Cambiamenti demografici: proposte per misurare e contrastare gli effetti negativi del fenomeno nelle regioni dell’UE , il CdR segnala che l’invecchiamento della popolazione europea, i bassi tassi di natalità e la sempre maggiore disomogeneità nella disparità della distribuzione demografica richiedono una risposta strategica coerente a tutti i livelli di governo e in tutte le politiche dell’UE. Le raccomandazioni formulate dal relatore János Ádám Karácsony (HU/PPE), consigliere comunale di Tahitótfalu, saranno adottate nella prossima sessione plenaria del CdR del 25 e 26 marzo.La commissione SEDEC sta elaborando inoltre due altri pareri: uno sul quadro di valutazione dell’innovazione regionale , che offre una valutazione comparativa dei risultati in materia di ricerca e innovazione in tutta l’UE, e uno sul Libro bianco sull’intelligenza artificiale pubblicato di recente dalla Commissione europea. I relatori dei due pareri sono, rispettivamente, Mikel Irujo (ES/AE), assessore all’Azione esterna della regione Navarra, e Guido Rink (NL/PSE), assessore comunale di Emmen.La commissione Politica sociale, istruzione, occupazione, ricerca e cultura (SEDEC) è una delle sei commissioni tematiche del CdR.

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