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Cancro del colon-retto: le possibili conseguenze del rinvio degli screening dovuto alla pandemia di Covid-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 settembre 2020

I risultati di uno studio guidato da ricercatori dell’Università di Bologna, dell’Università di Parma e IRCCS Humanitas, pubblicati sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology, stimano le conseguenze che il rinvio degli esami di screening per il cancro del colon-retto, dovuto alla pandemia di Covid-19, potrebbero avere sulla ritardata diagnosi di malattia e sull’aumento della mortalità. Lo studio stima che ritardi nello screening di oltre 4-6 mesi aumenterebbero significativamente la diagnosi di casi più avanzati di cancro colorettale, e se i ritardi superassero i 12 mesi, sarebbe destinata ad aumentare anche la mortalità. Dopo i mesi di sospensione dovuti al lockdown, l’attività di screening è spesso ripresa in misura ridotta, ma in alcune realtà si sta cercando di trovare percorsi alternativi. «Qui a Bologna il programma di screening, in collaborazione con le associazioni delle farmacie, ha riorganizzato l’accesso al test del sangue occulto fecale facilitando l’adesione. Questa modalità evita l’accesso nelle strutture sanitarie e aumenta il numero dei punti di riconsegna», aggiunge Ricciardiello. «È necessario continuare a lavorare per aumentare ancora il numero degli utenti che aderiscono al programma». Pubblicato sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology con il titolo Impact of SARS-CoV-2 pandemic on colorectal cancer screening delay: effect on stage shift and increased mortality, lo studio è stato coordinato da Luigi Ricciardiello (Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna – U.O. Gastroenterologia, Policlinico di Sant’Orsola) e Luigi Laghi (Università di Parma, IRCCS Humanitas), con la collaborazione delle statistiche Clarissa Ferrari (IRCCS Fatebenefratelli di Brescia) e Michela Cameletti (Università di Bergamo). Lo studio è stato realizzato anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro: i due ricercatori Luigi Ricciardiello e Luigi Laghi sono titolari di Investigator Grants AIRC quinquennali.

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Servono più risorse da destinare alla cura del cancro nel nostro Paese

Posted by fidest press agency su sabato, 11 luglio 2020

Per affrontare la fase 3 della pandemia e un’eventuale seconda ondata del Covid nel prossimo autunno. In Italia, i tumori costano ogni anno circa 20 miliardi di euro: le uscite per i farmaci antineoplastici, nel 2018, hanno raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni e i costi diretti a carico dei pazienti e delle famiglie sono stimati pari a 5,3 miliardi di euro. Alla cura di tumori in stadio più avanzato corrispondono uscite sempre maggiori per le terapie. E la sospensione degli screening, la diminuzione delle visite oncologiche ambulatoriali e la cancellazione o il rinvio di numerosi interventi chirurgici, determinati dall’emergenza Covid negli ultimi mesi, rischiano di causare un aumento del numero di diagnosi di cancro in fase avanzata nei prossimi anni nel nostro Paese, con la necessità di più risorse. “È forte la preoccupazione dei pazienti che un’eventuale seconda ondata del virus in autunno possa provocare gli stessi danni a cui abbiamo assistito nella fase 1, in assenza di provvedimenti migliorativi dell’assistenza sia territoriale che ospedaliera – afferma Francesco Cognetti, Presidente di Fondazione Insieme contro il Cancro e coordinatore del Tavolo Tecnico -. Come affermato in molte occasioni dal Ministro Speranza, serve un significativo e immediato aumento delle risorse da destinare alla sanità. Le malattie croniche hanno un impatto enorme sulla spesa sanitaria. Basta pensare che, in Italia, quasi 11 milioni di persone vivono con patologie oncologiche, ematologiche e cardiovascolari. Il sistema nella fase acuta della pandemia ha prodotto grandi risultati grazie ad un buon sistema ospedaliero e al sacrificio degli operatori sanitari, che sono stati in grado di superare le lacune organizzative della medicina territoriale”. Il Fondo sanitario nazionale per il 2020, pre-Covid, era pari a 116,474 miliardi di euro. La spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL, in Italia, nel 2018, è stata pari al 6,5%. Grandi Paesi europei come Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%), nel 2018, hanno registrato percentuali di spesa pubblica in sanità rispetto al PIL decisamente più alte delle nostre (Fonte OCSE).“Buona parte delle criticità, emerse durante l’emergenza Covid-19, si riferiscono a carenze relative alla sanità pubblica territoriale, che inevitabilmente hanno determinato un sovraffollamento degli ospedali – spiega Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Responsabile Oncologia Medica Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 371mila nuovi casi di cancro. Per quel che attiene all’assistenza oncologica, riteniamo, come spiegato nel Documento, che una serie di attività quali i follow-up dei pazienti non più in trattamento, le attività di screening e di riabilitazione oncologica e tutte le problematiche attinenti alla gestione delle cronicità possono essere gestite in strutture sanitarie territoriali ad hoc di nuova istituzione, con una forte e strutturata collaborazione tra specialisti ospedalieri e medici di medicina generale”.“Inoltre – conclude il prof. Cognetti – serve forte impulso alla ricerca traslazionale e clinica, soprattutto nel settore della medicina personalizzata, privilegiando soltanto i progetti più validi e promettenti al fine di aumentare la selettività dei trattamenti con il risultato della massima efficacia e minore tossicità. Dovrà essere previsto un uso più esteso dei test genomici con capacità già dimostrata di markers prognostici e predittivi dei trattamenti oncologici, anche al fine di evitare, per esempio, la chemioterapia adiuvante in molte pazienti con cancro della mammella operato, così ponendo fine alle assurde discriminazioni attualmente in atto tra le Regioni a questo riguardo”.Nel webinar intervengono anche Franco Locatelli (Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, membro del Comitato tecnico scientifico della Protezione Civile e delegato del Ministro della Salute), Sergio Amadori (presidente AIL, Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma), Elisabetta Iannelli (Segretario Generale Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia – FAVO) e Antonio Gaudioso (Segretario Generale Cittadinanzattiva).

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I malati di cancro promuovono l’oncologia italiana per la gestione dell’emergenza Covid

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2020

Il 93% dei pazienti dichiara che lo staff sanitario è stato sempre raggiungibile via telefono o mail in questi ultimi mesi. Per il 97% i centri oncologici hanno pienamente rispettato le norme di sicurezza stabilite dalle autorità competenti. Otto malati su dieci ritengono che il personale medico-sanitario abbia dato la giusta attenzione alle loro ansie e preoccupazioni relative alla pandemia. L’89% afferma di avere ricevuto indicazioni precise sui dispositivi di protezione individuale (guanti o mascherine) al momento dell’accesso ai reparti o ai day hospital. E tutti i pazienti oncologici, sia sintomatici che non, sono stati sottoposti al tampone per il Coronavirus. E’ quanto sostiene un’indagine condotta su oltre 700 pazienti oncologici, provenienti da tutto il territorio nazionale, e promossa dall’Università Politecnica delle Marche e dagli Ospedali Riuniti di Ancona. Dalla ricerca emergono anche forti preoccupazioni circa le possibilità di contagio. Sette pazienti su dieci temono di essere colpiti dal Covid-19 e di poter, a loro volta, trasmetterlo a parenti e amici. “L’indagine dimostra come l’oncologia del nostro Paese sia riuscita finora a contenere gli effetti negativi di una pandemia devastante – spiega la prof.ssa Rossana Berardi, Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona -. I giudizi espressi dai pazienti sono, infatti, largamente positivi sia per quanto riguarda il rispetto delle regole di sicurezza che il livello di assistenza garantito. Tutti noi oncologi siamo stati chiamati ad uno sforzo enorme in quella che è stata l’ora più buia del sistema sanitario nazionale. Il malato oncologico è fragile perché soffre già di una patologia molta seria ed è giustamente preoccupato per le sue condizioni e per l’incolumità dei suoi cari. E’ perciò fondamentale riuscire ad instaurare un dialogo corretto, preciso e rassicurante con pazienti e caregiver. Le informazioni che dobbiamo dare, a una categoria molto particolare di uomini e donne, devono essere chiare e via via aggiornate in base alle nuove evidenze scientifiche emerse. Questo sta già avvenendo nei reparti attivi sull’intero territorio nazionale. Il 59% dei pazienti afferma che è stato concesso il giusto tempo, durante i colloqui con i medici, per comprendere le raccomandazioni da seguire in questa situazione d’emergenza”. Dalla ricerca nazionale, condotta dall’ateneo e dall’ospedale marchigiano, si riscontrano anche forti timori sul ricorso ad alcuni trattamenti anti-cancro. Il 53% degli intervistati teme che la chemioterapia possa aumentare le probabilità di contagio mentre il 35% pensa la stessa cosa dell’immunoterapia. “Per i pazienti colpiti da tumore esiste davvero un maggiore rischio di essere colpiti dal Covid in quanto potenzialmente immunodepressi – prosegue la prof.ssa Berardi -. In caso di contagio la gestione degli effetti negativi del virus sull’organismo risulta molto più complessa. Secondo gli ultimi dati della letteratura scientifica la mortalità dei pazienti oncologici con Coronavirus è tripla rispetto alla popolazione generale. Il timore maggiore è derivato dal fatto che i malati devono frequentare le strutture sanitarie per visite, esami e terapie. La chemioterapia può determinare un’ulteriore immunodepressione in quanto riduce i globuli bianchi. E’ una delle controindicazioni più insidiose e in questo particolare momento storico viene percepita come ancora più pericolosa. Al tempo stesso viene giustamente riconosciuta la migliore sicurezza di un trattamento innovativo e molto efficace come l’immunoterapia. E’ utilizzata da diversi anni in un numero crescente di neoplasie e rispetto alla chemio ha minori effetti collaterali anche a livello delle nostre difese immunitarie. Solo un giusto dialogo da parte dei clinici può rassicurare i pazienti e stimolarli a proseguire con le cure oncologiche. Rispettando le norme di sicurezza è possibile continuare a curare i malati anche nei prossimi mesi quando, come sostengono gli epidemiologi, la curva epidemica potrebbe risalire in concomitanza dell’arrivo della brutta stagione”. “La ricerca è stata resa possibile grazie al costante e prezioso supporto del dott. Michele Caporossi, direttore generale degli Ospedali Riuniti di Ancona e del Prof. Gian Luca Gregori, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche – conclude la prof.ssa Berardi -. Ringrazio infine Zelmira Ballatore, Filippo Merloni, Nicoletta Ranallo e Lucia Bastianelli per il prezioso aiuto nella realizzazione dell’indagine”.

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Ricerca sul cancro: Le eccellenze italiane

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

La prestigiosa rivista scientifica Nature, considerata una delle più autorevoli dalla comunità scientifica internazionale, ha recentemente pubblicato la classifica mondiale delle migliori 200 istituzioni accademiche impegnate nella ricerca sul cancro, la Nature Index 2020 Cancer Table. L’Università di Torino risulta essere il primo e unico Ateneo italiano presente in graduatoria, collocato alla 176° posizione a livello globale. La presenza dell’Ateneo di Torino in questa classifica testimonia che la ricerca condotta nei suoi Dipartimenti tiene il passo, in questo settore in rapida evoluzione, con gli istituti dei Paesi a livello globale maggiormente presenti. Gli Stati Uniti guidano la classifica con l’Università di Harvard e compaiono nella graduatoria di Nature con 85 istituzioni accademiche, seguiti dalla Cina con 43 istituzioni accademiche.La classifica Nature Index 2020 Cancer prende in considerazione la produzione di articoli scientifici sulla ricerca sul cancro scritti tra il 1° gennaio 2015 e il 31 agosto 2019 e presenti nel Nature Index, un database costantemente aggiornato relativo alle affiliazioni degli autori di articoli di ricerca pubblicati su 82 riviste scientifiche di alta qualità selezionate da un gruppo di scienziati indipendenti.La metodologia utilizzata per la redazione di questa classifica si basa sul numero di articoli condivisi sulla ricerca sul cancro pubblicati da gennaio 2015 ad agosto 2019, denominati Share; sul numero di articoli pubblicati da ciascuna istituzione da gennaio 2015 ad agosto 2019, denominati Count, e sul numero di articoli scritti sulla base di collaborazioni internazionali pubblicati nello stesso periodo di riferimento. Nella categoria Share l’Università di Torino si colloca al 25° posto a livello globale.La tradizione più che quarantennale nello studio dei meccanismi molecolari e cellulari che stanno alla base del cancro ha preparato l’Ateneo a raccogliere con successo la sfida della medicina di precisione, volta a garantire un uso ragionato dei nuovi farmaci anti-tumorali che aspirano a controllare un alterazione genetica ben precisa, riducendo effetti tossici e costi. Il piazzamento dell’Università di Torino in questa top 200 riflette altri ottimi risultati raggiunti dall’Ateneo nella ricerca sul cancro lo scorso anno. La Highly Cited Researchers list di Clarivate Analytics ha identificato gli scienziati che hanno mostrato un’influenza significativa nel mondo della ricerca oncologica attraverso la pubblicazione di articoli altamente citati (top 1% a livello mondiale) nell’ultimo decennio, tre di questi scienziati appartengono all’Università di Torino. Inoltre, sempre nel 2019, l’agenzia U.S. News & World Report ha pubblicato le classifiche delle migliori università del mondo per il 2020 ed eccellente è stata la posizione raggiunta da UniTo nella classifica della disciplina Oncology. Non solo l’Ateneo si è collocato alla 38° posizione a livello globale, ma in questa disciplina è risultato essere anche il primo Ateneo italiano.

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La ricerca contro il cancro non si ferma

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

C’è una malattia che continua ad avanzare nel mondo e la cui incidenza negli ultimi 10 anni aumenta progressivamente: il melanoma. Novità interessanti sulla lotta al tumore arrivano dall’Istituto Tumori Regina Elena. Uno studio condotto dal gruppo diretto da Donatella Del Bufalo ha dimostrato che le cellule di melanoma attivano vie metaboliche particolari che sono in grado di attrarre cellule del sistema immunitario, i macrofagi, e di “educarli” a favorire la crescita e l’aggressività del tumore stesso. I risultati, ottenuti in collaborazione l’Università del Piemonte Orientale di Novara, sono pubblicati sul Journal for ImmunoTherapy of Cancer (JITC).“Lo studio – dichiara Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico del Regina Elena – apre la strada ad approcci terapeutici aggiuntivi rispetto a quelli attuali mediante approcci di ricerca traslazionale”.
Lo studio è sostenuto da Fondazione AIRC. Nel 2019 in Italia sono stati oltre 2.000 i nuovi casi di melanoma della cute. Questo tumore ha maggiore incidenza nei giovani: rappresenta circa il 9% e il 7% dei tumori giovanili rispettivamente nei maschi e nelle femmine, posizionandosi come seconda e terza neoplasia più frequente nella fascia di età dai 0 ai 49 anni. L’identificazione dei meccanismi responsabili dell’aggressività del melanoma è di importanza cruciale, sia per una maggiore conoscenza della sua biologia sia per lo sviluppo di terapie che migliorino la prognosi dei pazienti. Nel recente studio dei ricercatori dell’Istituto Regina Elena, è stato dimostrato che la proteina bcl-2, espressa dalle cellule di melanoma, è in grado di mediare la comunicazione tra il tumore e i macrofagi, cellule del nostro sistema immunitario deputate alla protezione contro agenti estranei ma che, in particolari condizioni, possono diventare “alleati” del tumore. “Abbiamo anche identificato – precisa Del Bufalo – il ruolo centrale svolto dalla citochina IL-1β nell’orchestrare tale comunicazione tra tumore e macrofagi”.La proteina bcl-2 è quindi in grado di influenzare l’ambiente che circonda il tumore. Per tali ragioni, farmaci inibitori della proteina bcl-2 possono risultare efficaci andando, non solo a colpire le cellule di melanoma, ma anche a interrompere il meccanismo che aiuta le cellule cancerose ad eludere il sistema immunitario.

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Il 20% delle diagnosi di cancro è causato dalla sedentarietà

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

Una vera e propria epidemia legata all’inattività fisica, con conseguenze rilevanti visto che il 31,6% della popolazione è in sovrappeso e il 10,9% obeso. Basterebbero 150 minuti alla settimana di moderata attività fisica per ridurre in maniera significativa il numero dei nuovi casi di cancro in Italia, ma i corretti stili di vita devono essere seguiti fin da giovanissimi. Diventa, quindi, fondamentale il ruolo dell’educazione alla salute per i ragazzi e adolescenti.Per questo la Fondazione “Insieme contro il Cancro” e la Federazione Italiana Canottaggio, siglano un protocollo d’intesa per la promozione del progetto Allenatore Alleato di Salute, che si pone l’obiettivo di alfabetizzare gli allenatori perché insegnino, non solo tecniche sportive, ma anche a non fumare, a non consumare alcol, a seguire la dieta mediterranea, e a combattere la sedentarietà.
La campagna verrà presentata in una conferenza stampa giovedì 6 febbraio, alle ore 12 a Roma (Sala Giunta del Coni, Piazza Lauro De Bosis 15). Interverranno: Giovanni Malagò (Presidente CONI); Francesco Cognetti (Presidente Fondazione “Insieme contro il Cancro”); Giuseppe Abbagnale (Presidente FIC e Campione Olimpico); Lorenzo Porzio (Bronzo Olimpico e tecnico); e Pierpaolo Sileri (Viceministro alla Salute).

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Cancro della prostata, una web sitcom per abbattere i tabù

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 novembre 2019

Milano. Consapevolezza e prevenzione, le armi per battere sul tempo il cancro della prostata, il tumore più diffuso tra i maschi adulti italiani con 37.000 nuove diagnosi nel 2019, che se diagnosticato in fase precoce può essere curato in maniera efficace.Europa Uomo Italia Onlus insieme a Fondazione ONDA, con il patrocinio di Fondazione AIOM, SIU – Società Italiana di Urologia, SIUrO – Società Italiana di Urologia Oncologica, AIRO – Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica, AURO – Associazione Urologi Italiana, FFO – Fondazione per la Formazione Oncologica e il contributo incondizionato di Astellas, promuove la campagna “QUI PRO QUO – Salute della prostata: stop agli equivoci, sì alla prevenzione”, per sensibilizzare uomini over 50, le donne compagne di vita e i giovani maschi sull’importanza di superare i pregiudizi e sottoporsi a periodici controlli della prostata.Da oggi un cambio di rotta culturale è possibile grazie a una web sitcom con Francesco Paolantoni ed Emanuela Rossi, che racconta in 5 puntate con un linguaggio semplice e scherzoso come affrontare il delicato argomento della prostata e dei suoi problemi all’interno della coppia.Su prostataquiproquo.it la web sitcom e le informazioni sulla campagna.Il termine per partecipare al contest musicale scade il 30 giugno: tutte le informazioni sono disponibili sul sito http://www.voltatiguardaascolta.it

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Cancro: Più dialogo tra medici e pazienti

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 ottobre 2019

“Per sconfiggere il cancro bisogna anche riuscire a instaurare un dialogo costruttivo ed efficace tra medici e pazienti. Queste due categorie di persone si ritrovano da parti diverse della “barricata” ma condividono un percorso comune: la malattia. Una comunicazione corretta diventa così fondamentale e imprescindibile soprattutto per garantire una buona qualità di vita”. Con queste parole Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) apre la giornata pre-congressuale del XXI congresso nazionale AIOM che inizia domani a Roma. L’evento dal titolo Le attese dei pazienti, le risposte degli oncologi: Quando mi dicono… Cosa vorrei… si svolge oggi e vede la partecipazione di oltre 100 oncologi, pazienti, caregiver e psico-oncologi. Al centro del convegno c’è il confronto tra clinici e malati sulle rispettive esigenze emotive quando devono affrontare le problematiche della diagnosi, della recidiva di malattia o dell’inserimento in uno studio clinico. I pazienti, quando sentono dirsi “Hai un tumore” oppure “La cura non funziona” oppure “Potresti partecipare a uno studio clinico”, cosa vorrebbero? Ognuna di queste discussioni viene introdotta da un breve filmato estratto da alcuni famosi film. “Fondazione AIOM vuole affrontare questi temi, richiesti dai pazienti, e da tempo cerca di fornire soluzioni, ad esempio, nella ricerca dei centri di cura – aggiunge Fabrizio Nicolis -. Non a caso, è stata creata nel nuovo sito di Fondazione AIOM una sezione “Dove mi curo” per aiutare i pazienti oncologici italiani a trovare il centro oncologico chirurgico più vicino e con maggior volume di interventi (dati tratti dal Piano Nazionale Esiti di Agenas 2018). Inoltre, le parole possiedono un indiscutibile valore terapeutico. Bisogna riuscire a trovare quelle giuste, conciliando le reciproche esigenze, per favorire così un confronto che sia di supporto a clinici e malati. I dati scientifici e statistici più recenti dimostrano chiaramente come la sopravvivenza sia in aumento; nonostante ciò i tumori continuano a incutere timore tra tutta la popolazione. E questo può avere effetti negativi sul decorso della malattia. Il malato deve quindi essere libero di parlare con il “suo” linguaggio all’oncologo il quale deve evitare la più fredda comunicazione tecnico-scientifica”. “Importante inoltre diffondere informazioni sui benefici che possono derivare ai pazienti dall’inserimento in protocolli di studio: ulteriore impegno di Fondazione AIOM – sottolinea Fabrizio Nicolis -. E per il terzo anno di fila, come Fondazione AIOM, stiamo promuovendo questi eventi per favorire percorsi comuni e cercare di accorciare le attuali distanze tra medici specialisti e pazienti oncologici”.
La seconda, e ultima sessione, del convegno è invece interamente dedicata al cinema e sono premiati anche i tre migliori cortometraggi vincitori del Bando di Fondazione AIOM 2019 “Oncologia e Cinema”.

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Meno casi di cancro e più diagnosi in fase precoce

Posted by fidest press agency su domenica, 27 ottobre 2019

È necessario adottare provvedimenti urgenti per ridurre il carico di malattia e per sensibilizzare i cittadini sul ruolo della prevenzione primaria (stili di vita sani) e secondaria (screening anticancro). Nel nostro Paese, solo il 55% delle donne esegue la mammografia per individuare in fase iniziale il carcinoma della mammella, la neoplasia più frequente in tutta la popolazione (53.500 nuovi casi stimati nel 2019). E soltanto il 41% dei cittadini effettua il test per la ricerca del sangue occulto fecale per la diagnosi precoce del cancro del colon-retto, il secondo per incidenza (49.000 nel 2019). Non solo. Per garantire a tutti i pazienti le terapie più efficaci, gli oncologi chiedono alle Istituzioni la conferma del Fondo per i farmaci innovativi, istituito per la prima volta con la Legge di Bilancio del 2017. L’appello viene dal XXI Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), che si apre oggi a Roma.
“È urgente la conferma di questa fonte di risorse dedicate – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Nel 2018, il limite di 500 milioni di euro è stato sforato, infatti la spesa per i farmaci oncologici innovativi con accesso al Fondo è stata pari a 657 milioni. Per questo ne chiediamo non solo la conferma, ma anche un incremento”. Le uscite per i farmaci anticancro nel 2018, in Italia, hanno raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni. “I biosimilari permettono risparmi fino al 20%, liberando risorse per consentire l’accesso a terapie innovative – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – e la posizione di AIOM è che dovrebbero essere impiegati in tutti i pazienti che iniziano un nuovo trattamento. Siamo però preoccupati per la proposta di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di inserire una modifica legislativa che, già a partire dalla Legge di Bilancio del 2020, consentirebbe la sostituibilità automatica di un farmaco biologico con il biosimilare di riferimento, soprattutto perché si potrebbe innescare un meccanismo di continua, ripetuta, sostituzione del farmaco sulla base solo di requisiti economici. AIOM, come sottolineato anche da altre società scientifiche, ritiene che la scelta del trattamento debba rimanere una decisione affidata esclusivamente al medico prescrittore. Principio che vale soprattutto per i pazienti già in cura, in cui la scelta dell’eventuale passaggio da una terapia all’altra rientra nell’esclusivo giudizio clinico”.
“I nuovi casi di tumore, in Italia, tendono a diminuire – afferma Stefania Gori –. Nel 2019 sono stimate 371mila diagnosi (erano 373mila nel 2018). Aumentano invece le persone che vivono dopo la scoperta della malattia: oggi sono quasi 3 milioni e mezzo (3.460.025, erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015). Il calo complessivo delle diagnosi va ricondotto soprattutto all’efficacia dei programmi di screening”. “Quello per il tumore del colon-retto permette di individuare anche i polipi a rischio di trasformazione maligna – continua Giordano Beretta –. Nel 2017, oltre 6 milioni di cittadini di età compresa tra i 50 e i 69 anni sono stati invitati a eseguire il test. La partecipazione complessiva si attesta solo al 41%, con quasi trenta punti percentuali di differenza fra Nord (52%) e Sud (24%). Nonostante la bassa adesione, questa attività ha portato, nel 2017, all’individuazione e al trattamento di 3.061 carcinomi e di 17.379 adenomi avanzati. Da un lato aumentano gli inviti, dall’altro diminuiscono i cittadini che aderiscono: per lo screening del colon-retto dal 47% nel biennio 2009/2010 al 41% nel 2017, per la mammografia la tendenza è stabile (56% nel biennio 2011/2012, 55% nel 2017)”. “Abbiamo già attivato campagne di prevenzione rivolte in particolare agli anziani, che dovremo ampliare ulteriormente – afferma la Presidente AIOM –. Il nostro obiettivo è aumentare del 10% le percentuali di adesione entro 5 anni. Così potremo salvare più vite, diminuendo il numero dei nuovi casi e garantendo risparmi al sistema sanitario. Questo progetto è complementare alla revisione dell’assistenza oncologica nel nostro Paese”.
Un altro punto critico è costituito dall’adesione alle cure. “Maggior aderenza significa minor rischio di ospedalizzazione, minori complicanze associate alla malattia, maggiore sicurezza ed efficacia dei trattamenti e riduzione dei costi per le terapie – conclude la Presidente Gori –. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che solo il 50% delle persone colpite da malattie croniche segue correttamente le terapie, un problema che interessa anche i pazienti oncologici. E, per affrontarlo, AIOM e Fondazione AIOM hanno aderito al Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia (CIAT) e a quello europeo, che riuniscono società scientifiche, medici farmacisti, infermieri, Istituzioni e associazioni di pazienti. E, per la prima volta, una sessione del Congresso Nazionale è dedicata a questo tema”.

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I numeri del cancro in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 24 settembre 2019

Roma Il volume sarà presentato nell’Auditorium del Ministero della Salute (Lungotevere Ripa 1) martedì 24 settembre alle 11 in un convegno nazionale con gli interventi, tra gli altri, di Stefania Gori (Presidente Nazionale AIOM), Massimo Rugge (Presidente AIRTUM), Pierpaolo Sileri (Viceministro della Salute) e Silvio Brusaferro (Commissario Straordinario Istituto Superiore di Sanità). È stato invitato il Ministro della Salute, Roberto Speranza.Un’analisi a 360 gradi sui numeri del cancro relativi all’anno in corso permette a tutti gli attori della sanità di pianificare al meglio gli interventi necessari. Quanti nuovi tumori saranno diagnosticati in Italia nel 2019? Saranno più colpiti gli uomini o le donne? Quanti saranno i decessi? Quanti sono oggi i giovani malati? Esistono differenze nella incidenza, mortalità e sopravvivenza tra Nord, Centro e Sud? Sono solo alcune delle domande a cui risponde il volume “I numeri del cancro in Italia 2019”, il censimento ufficiale in grado di offrire una panoramica aggiornata sui numeri delle neoplasie relativi all’anno in corso. Questa pubblicazione, firmata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), da Fondazione AIOM, PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e dalla Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPEC-IAP), rappresenta un appuntamento annuale, indispensabile sia per gli addetti ai lavori che per i cittadini per conoscere l’impatto dei tumori con i dati epidemiologici relativi agli ultimi 12 mesi.

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Cancro alla prostata: dalla Thailandia un nuovo esame del sangue per rilevare il carcinoma prostatico cattivo

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 settembre 2019

Un team di ricerca internazionale dell’Università Mahidol di Bangkok, in Thailandia, ha sviluppato un nuovo esame del sangue in grado di rilevare il carcinoma prostatico clinicamente significativo nei pazienti ad alto rischio.Secondo il principale scienziato, il dott. Sebastian Bhakdi, il test è in grado di isolare e visualizzare cellule endoteliali circolanti associate al tumore (tCEC) da un piccolo campione di sangue da 10 ml.Le cellule endoteliali circolanti associate al tumore sono biomarcatori altamente promettenti per la rilevazione di tumori in fase precoce perché si pensa che derivino direttamente dai vasi sanguigni di un tumore.Sfortunatamente, tuttavia, sono estremamente rari e quasi indiscernibili dalle normali cellule del sangue, motivo per cui sono stati finora considerati non rilevabili nei laboratori di routine.“Mentre i tumori maligni iniziano a crescere i vasi sanguigni quando hanno una dimensione di appena 1 mm, ma i tumori dormienti non si comportano allo stesso modo. Di conseguenza, il tCEC è il primo tipo di cellule associate al tumore a diffondere nella circolazione dell’ospite e può indicare se la malattia danneggerà o meno il paziente” spiega il Dr Andrea Militello, Urologo e Andrologo di Roma, eletto Miglior Andrologo d’Italia 2018.
“Non tutti i tumori hanno bisogno di cure. Non è solo importante rilevare precocemente la malattia, ma anche valutare se è di natura aggressiva o meno. I test per tCEC potrebbero risolvere entrambi i problemi allo stesso tempo” spiega ancora il dottore.In collaborazione con partner privati, il dott. Bhakdi e il suo team hanno sviluppato una serie di nuove tecnologie che operano a temperature sotto lo zero che consentono loro di isolare tCEC dal sangue intero in appena 6 ore e visualizzarle al microscopio.I colleghi sviluppato il primo test di screening al mondo basato su tCEC in grado di rilevare sistematicamente queste cellule molto rare in campioni di sangue standard. Lo studio suggerisce che il test serve a distinguere tra uomini con e senza carcinoma prostatico clinicamente significativo.Secondo il medico thailandese-tedesco, che ora sta lavorando a Singapore, il nuovo test tCEC non è stato progettato come un test autonomo, ma come un componente aggiuntivo per lo screening dell’antigene prostatico specifico (PSA) in modo da adattarsi perfettamente nei percorsi diagnostici esistenti.”Lo screening del PSA è un argomento molto dibattuto nell’urologia moderna. In oltre il 75% di tutti i casi in cui i test del PSA hanno portato a una biopsia multi-core della prostata, è risultato negativo. Il che significa che il paziente è stato sottoposto a una procedura altamente invasiva per ragione a tutti”, ha detto il Dr. Militello, che da anni si occupa della diagnostica non invasiva del carcinoma prostatico.”Il test tCEC ora può colmare il divario tra lo screening del PSA e la biopsia, assicurando solo quei pazienti che hanno davvero bisogno di sottoporsi all’operazione. Con questo, speriamo di creare un reale beneficio clinico senza dover scuotere i percorsi diagnostici esistenti” dice ancora l’urologo romano.I risultati, ora pubblicati su Cancers, una delle riviste di oncologia di più alto livello nel mondo, indicano che i test tCEC potrebbero evitare oltre il 70% delle biopsie innescate dalle letture del PSA nella cosiddetta “zona grigia diagnostica” (4-20 ng / mL).Secondo il Dr Militello l’alto valore predittivo negativo del test (probabilità che i soggetti con un test di screening negativo non presentino la malattia) del 93%, sarebbe la chiave per escludere con sicurezza risultati falsi negativi, e con esso, ulteriore esame del paziente.”Esistono diversi test promettenti per governare il carcinoma prostatico, in particolare il PSA e la risonanza magnetica multiparametrica (mpMRI). Il problema è che nessuno di loro è in grado di escludere con sicurezza la malattia, che è la chiave per evitare test di follow-up potenzialmente dannosi. In combinazione con PSA come test di regole, l’alto valore predittivo negativo del nostro test potrebbe finalmente colmare il gap” conclude l’andrologo Militello.

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Cancro al polmone

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2019

AstraZeneca annuncia i risultati positivi di sopravvivenza globale (OS) dello studio di fase III FLAURA, uno studio randomizzato, in doppio cieco, multicentrico con osimertinib nel trattamento in prima linea di pazienti con carcinoma polmonare localmente avanzato o metastatico non a piccole cellule (NSCLC) che presentano mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR). Osimertinib ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante dell’OS rispetto ai precedenti standard di cura (SoC), gefitinib ed erlotinib. Lo studio FLAURA aveva già dimostrato un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione (PFS), prolungando il tempo in cui i pazienti vivevano senza progressione della malattia o morte per qualsiasi causa. La sicurezza e la tollerabilità di osimertinib si sono dimostrate coerenti con quelle dei precedenti studi clinici. Scott Pescatore, Vice President della Business Unit Oncology di AstraZeneca Italia, ha commentato: “Questi risultati rappresentano un traguardo importante nell’ambito dell’impegno di AstraZeneca di offrire nuove armi terapeutiche nel trattamento del tumore al polmone e rafforzano il valore di osimertinib come nuovo standard terapeutico in prima linea per i pazienti con carcinoma polmonare localmente avanzato o metastatico non a piccole cellule positivo alla mutazione dell’EGFR, ridefinendo le aspettative cliniche e offrendo nuove speranze ai pazienti.”AstraZeneca presenterà i risultati di OS dello studio FLAURA in uno dei prossimi congressi medici internazionali. Osimertinib è attualmente approvato in 74 paesi, tra cui Stati Uniti e Giappone, per il trattamento in prima linea del NSCLC localmente avanzato o metastatico EGFRm e ha ottenuto nel giugno 2018 l’approvazione della Commissione Europea nella medesima indicazione. Il cancro del polmone è la principale causa di morte per cancro tra gli uomini e le donne e rappresenta circa un quinto di tutti i decessi per cancro.1 Da un punto di vista istopatologico, il tumore del polmone viene distinto in NSCLC (circa l’80-85% delle diagnosi) e SCLC.2 Circa il 10-15% dei pazienti con NSCLC negli Stati Uniti e in Europa e il 30-40% dei pazienti in Asia presenta una mutazione di EGFR (EGFRm) 3—5. Questi pazienti sono particolarmente sensibili al trattamento con inibitori della tirosin chinasi di EGFR (TKI) i quali agiscono bloccando le vie di segnalazione cellulare che guidano la crescita delle cellule tumorali. Circa il 25% dei pazienti con NSCLC EGFRm presenta metastasi cerebrali alla diagnosi, una percentuale che aumenta a circa il 40% entro due anni dalla diagnosi.6 La presenza di metastasi cerebrali spesso riduce la sopravvivenza mediana a meno di otto mesi.

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Cancro alla prostata, nuovo test per identificarlo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 luglio 2019

Un esame delle urine può diagnosticare il cancro aggressivo della prostata e prevede se i pazienti avranno bisogno di un trattamento nei 5 anni successivi. Inoltre, grazie a questo test, dal nome PUR (Prostate Urine Risk), sviluppato dai ricercatori della University of East Anglia (UEA) e della Norfolk and Norwich University Hospital, in Inghilterra, possono essere identificati anche coloro con una probabilità più bassa di aver bisogno del trattamento, evitando così gli esami invasivi per i pazienti a basso rischio. «Il cancro della prostata si sviluppa lentamente e non è causa di morte per la maggior parte degli uomini colpiti, ma sfortunatamente, al momento non abbiamo la capacità di dire in quali sarà necessario un trattamento radicale e in quali no» spiega Shea Connell, della UEA. Spesso le indagini attuali non sono sufficienti, basti pensare che fino al 75% degli uomini è negativo al cancro nonostante un livello elevato nel sangue di antigene prostatico specifico (PSA), uno degli esami svolti per l’indagine insieme a risonanza magnetica, biopsia e esplorazione rettale digitale. Al contrario il 15% tra coloro con un valore di PSA nella norma hanno il cancro, in alcuni casi (15%) di tipo aggressivo. Di conseguenza è stata istaurata una “politica di sorveglianza” che richiede esami di follow-up costanti e invasi, a cui circa il 50% degli uomini non aderisce. «Questo test ha il potenziale per migliorare il processo decisionale clinico aiutando a identificare gli individui senza cancro, quelli con malattia ma a basso rischio e quelli che dovrebbero essere trattati» spiega Robert Mills, del Norfolk and Norwich University Hospital. PUR è stato sviluppato a partire dall’esame dell’espressione di 167 geni nei campioni di urina di 537 uomini. I ricercatori hanno trovato una combinazione matematica di 35 geni differenti che possono essere utilizzati per calcolare il rischio. Il test fornisce una valutazione simultanea del tessuto non-canceroso e dei gruppi di rischio (basso, intermedio e alto) e mostra quanto il cancro sia aggressivo. Il test quindi può essere utilizzato non solo per la diagnosi di cancro senza procedure invasive, ma anche per identificare il rischio dei pazienti, riuscendo a prevedere se quelli che ne sono affetti o sotto sorveglianza attiva richiedono un trattamento. «PUR ha un enorme potenziale per trasformare la diagnosi e il trattamento del cancro alla prostata» conclude Mark Buzza, della Movember Foundation, che ha finanziato lo studio. BJU Int. 2019 May 20. doi: 10.1111/bju.14811. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31106513 – fonte:doctor33)

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Cancro del colon retto. Che cosa cambia per lo screening

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

Il tumore del colon-retto, il terzo più diffuso al mondo e il secondo per numero di decessi, non è più una malattia che colpisce solo anziani e adulti attempati, ma anche persone con meno di 50 anni. Un significativo aumento dell’incidenza del cancro del colon-retto (CRC) sotto i 50 anni è stato osservato non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, Australia, Nuova Zelanda e Canada, tanto che tre studi appena pubblicati riportano i medesimi risultati. Nel primo Reinier Meester, Scuola di Medicina dell’Università di Stanford, Redwood City, California e colleghi hanno esaminato quasi 30.000 pazienti con CRC tra 40-49 anni diagnosticati in un periodo di 40 anni in nove regioni degli Stati Uniti. E i risultati, pubblicati su JAMA, indicano un aumento dell’incidenza di CRC del 2,9% annuo tra il 1995 e il 2015. Il secondo studio, pubblicato su The Lancet Gastroenterology & Hepatology, coordinato da Marzieh Araghi dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione, ha esaminato l’incidenza di CRC nei registri tumori in Australia, Canada, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda, Irlanda e Regno Unito. L’analisi ha mostrato un aumento dei tassi di cancro del colon sotto i 50 anni quantificabile in circa il 3% l’anno in Danimarca, Nuova Zelanda e Australia per il cancro del colon, e del 3,4% in Canada e del 2,6% in Australia per il cancro del retto. Nel terzo studio, pubblicato su Gut, Manon Spaander, del Centro medico universitario Erasmus MC di Rotterdam, Paesi Bassi, ha raccolto dati su oltre 140 milioni di individui tra 20 e 49 anni in 20 paesi europei. E i risultati mostrano un aumento di incidenza di CRC pari a quasi l’8% tra 20-29 anni, del 5% circa tra 30 e 39 anni e di poco più dell’1,5% tra 40- 49 anni. «Se l’incremento di incidenza del CRC dovesse continuare potrebbe essere necessario riconsiderare le linee guida di screening» concludono i ricercatori. E in un editoriale di commento allo studio di Araghi Giulia Cavestro, Raffaella Zuppardo, e Alessandro Mannucci dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano concordano sulla necessità di abbassare l’età di screening per il CRC, sottolineando la necessità anche di altre iniziative, tra cui le campagne di sensibilizzazione pubblica per aumentare l’aderenza allo screening. «Inoltre non basta ridurre l’età di screening, ma andrebbe considerata la storia personale e familiare di ogni paziente» concludono gli editorialisti.JAMA 2019. Doi: 10.1001/jama.2019.3076 (fonte: doctor33)

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I pazienti “guariti” dal cancro in Italia sono aumentati del 29% in otto anni

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Chicago. Erano 704.648 nel 2010, sono diventati 909.514 nel 2018. Passi in avanti importanti, a cui hanno offerto un contributo decisivo la diagnosi precoce grazie agli screening, i miglioramenti a livello organizzativo (Reti Oncologiche Regionali), i progressi diagnostici (in ambito di caratterizzazione biomolecolare), chirurgici, radioterapici e le terapie con farmaci innovativi. Ma la spesa per i farmaci anticancro nel nostro Paese è in costante crescita ed è passata da 3,3 miliardi di euro nel 2012 a più di 5 miliardi (5.063 milioni) nel 2017. Per continuare a garantire a tutti le terapie migliori, è fondamentale che venga confermato il Fondo per i farmaci oncologici innovativi, istituito nel 2016 per un triennio e pari a 500 milioni di euro all’anno. È l’appello dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) dal 55° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che si apre oggi a Chicago con la partecipazione di circa 40mila esperti da tutto il mondo. “Il Fondo è in scadenza a fine anno, chiediamo alle Istituzioni il rinnovo di questa fonte di risorse dedicate oppure provvedimenti che comunque permettano di poter trattare in maniera adeguata i nostri pazienti – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. L’alto livello dell’assistenza oncologica in Italia è dimostrato dai numeri: in dieci anni (2006 – 2016), la mortalità è diminuita del 24% fra gli uomini e del 12% fra le donne. Un risultato a cui ha contributo anche l’innovazione, in particolare l’oncologia di precisione. Perché il paziente possa ricevere una terapia di precisione sono necessarie una diagnosi accurata e una definizione del profilo molecolare della malattia con test specifici: diventa cioè necessario verificare che il tumore di quel paziente venga sottoposto a valutazione biomolecolare e che il paziente riceva, nel caso di test molecolare positivo, la terapia indicata. Si amplia così il concetto di appropriatezza diagnostico-prescrittiva che permette, attraverso una selezione adeguata del paziente, di evitare che i farmaci ad alto costo vengano prescritti in maniera non adeguata, evitando trattamenti inutili ai pazienti e, nel contempo, ottenendo risparmi notevoli per il sistema sanitario nazionale”.
Nel 2017 sono stati spesi circa 409 milioni di euro del Fondo per i farmaci anticancro innovativi e, nel 2018, il limite dei 500 milioni non è stato sforato. AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) determina le condizioni di accesso al Fondo definendo i criteri di innovatività. Il modello proposto prevede un approccio multidimensionale, che tiene conto di tre elementi fondamentali: il bisogno terapeutico, il valore terapeutico aggiunto e la qualità delle prove (robustezza degli studi clinici).
Nel 2018, in Italia, sono stati diagnosticati 373.300 nuovi casi di tumore. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. “L’aumento annuale del numero di neoplasie maligne diagnosticate e che in molti casi richiedono terapie a lungo termine – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – costituisce una grande sfida per i sistemi sanitari, che si trovano di fronte a necessarie revisioni delle risorse economiche e umane disponibili. I servizi sanitari per la gestione della malattia non sono sostenibili nella loro forma attuale. Oltre al rinnovo del Fondo per i farmaci oncologici innovativi, devono essere implementate le reti oncologiche regionali attive soltanto in Lombardia, Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Campania e nella Provincia autonoma di Trento. Solo un modello organizzativo di questo tipo consente a tutti i pazienti sul territorio di accedere in modo uniforme alle cure migliori”.
“Devono essere inoltre abbreviati i tempi di accesso alle nuove terapie – sottolinea il presidente Gori -. Il tempo che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’EMA (agenzia regolatoria europea) e l’effettiva disponibilità di un nuovo farmaco nella Regione italiana che per prima rende disponibile il trattamento è di circa due anni e questo lungo processo può penalizzare fortemente i malati. Oggi, in Italia, diverse disposizioni regolano l’accesso e la prescrizione di farmaci approvati da EMA prima del rimborso a carico del servizio sanitario nazionale: è il cosiddetto early access, cioè l’accesso ‘anticipato’ alle terapie. Queste modalità regolatorie permettono ai pazienti di essere trattati con farmaci antitumorali efficaci ma non ancora rimborsati dal servizio sanitario nazionale: per questo motivo AIOM ha deciso di inserire nel proprio sito web (www.aiom.it) anche la lista dei farmaci oggi resi disponibili all’interno di programmi di EAP o compassionevoli. Un ulteriore aiuto agli oncologi italiani per curare al meglio, sempre, i pazienti oncologici”.
“Sono quasi 3 milioni e quattrocentomila (3.368.569) i cittadini che vivono dopo una diagnosi di cancro, in costante crescita (+3% anno) – afferma Roberto Bordonaro, segretario nazionale AIOM e Direttore Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Garibaldi di Catania -. La medicina di precisione, che richiede di effettuare in maniera sempre più estesa test di profilazione genica, impone al Sistema Sanitario Nazionale l’imprescindibile esigenza di definire con chiarezza le regole di accesso a questi esami”.
“In particolare, il test per conoscere lo stato mutazionale dei geni BRCA dovrebbe essere effettuato su tutte le pazienti con tumore dell’ovaio al momento della diagnosi – sottolinea Saverio Cinieri, tesoriere nazionale AIOM, Direttore del Dipartimento di Oncologia medica e Responsabile della Breast Unit dell’Ospedale Perrino di Brindisi -. È questa la via da seguire per definire le migliori strategie terapeutiche e iniziare il percorso familiare che potrebbe permettere l’identificazione di persone sane con mutazione BRCA, nelle quali impostare programmi di sorveglianza o di chirurgia (annessiectomia bilaterale) per la riduzione del rischio di sviluppare la neoplasia”.

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Umanizzazione delle cure contro il cancro negli ospedali italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Chicago. Diventa un esempio da seguire nel resto del mondo. Con un incremento degli interventi psico-sociali nei reparti di oncologia, è infatti possibile migliorare dal 10% al 25% la qualità di vita dei pazienti colpiti da tumore. Per la prima volta un progetto scientifico, tutto italiano, dimostra e quantifica i benefici dell’umanizzazione delle cure destinante a chi sta affrontando il cancro. Si chiama HuCare-2 e i principali risultati sono presentati oggi, durante la sessione orale del Congresso della American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago. Il progetto è promosso e fortemente sostenuto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e da MEDeA Medicina e Arte onlus (associazione di volontariato di Cremona). Ha coinvolto in totale 772 pazienti di 15 diversi reparti oncologici italiani, equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale. “L’obiettivo principale che si siamo posti è fare in modo che i reparti oncologici introducano una serie di interventi psicosociali che migliorano la salute e la qualità di vita dei malati, contrastare l’ansia e la depressione che interessano circa il 70% dei pazienti oncologici e, in maniera, grave oltre un terzo dei malati – afferma Rodolfo Passalacqua, responsabile scientifico di HuCare e Direttore dell’Oncologia di Cremona -. Si tratta di disturbi seri, che possono impattare negativamente sulla risposta del malato alle cure. Gli oncologi e, più in generale, tutto il personale medico-sanitario devono sempre più saper affrontare queste situazioni critiche. Abbiamo quindi, come AIOM, avviato per questo progetto circa 25 corsi specifici che hanno coinvolto in totale 392 tra medici e infermieri. Attraverso il progetto HuCare vogliamo soprattutto creare percorsi comuni e condivisi sia per i camici bianchi che per i pazienti. E’ infatti fondamentale riuscire a uniformare gli interventi di psicologia oncologica o di comunicazione tra medico-paziente. In questo modo, l’assistenza risulta più efficace e migliorano anche le condizioni generale di salute così come hanno dimostrato i risultati estremamente interessanti che abbiamo ottenuto”. AIOM ha fondato alcuni anni fa a Milano la prima Scuola di Umanizzazione in Oncologia in Europa: Scuola AIOM-HuCare. Con il progetto HuCare2e sono stati avviati nei reparti sei diversi interventi: la formazione di tutto lo staff clinico (medici e infermieri) per migliorare le capacità comunicative e relazionali; lo screening dei pazienti per misurare l’ansia e la depressione; lo screening dei bisogni sociali; l’assegnazione di un infermiere di riferimento a ogni paziente; l’utilizzo di una lista di domande per tutti i malati per favorire la comunicazione con il medico; un percorso strutturato per fornire a malati e care-giver informazioni in modo corretto. “Siamo orgogliosi che un progetto AIOM sull’umanizzazione delle cure sia stato presentato al più importante appuntamento scientifico mondiale di oncologia – spiega Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Fornire un migliore e più appropriato supporto psicologico ai pazienti è un aspetto imprescindibile del nostro lavoro. Solo nel 30% dei casi i disturbi psicologici che affliggono questa particolare categoria di persone sono diagnosticati e trattati. E’ un dato che deve essere migliorato, soprattutto se consideriamo l’evoluzione dell’oncologia italiana. Oggi sei italiani su dieci colpiti da tumore riescono a sconfiggerlo e la tutela della qualità di vita dopo e, soprattutto, durante i trattamenti anti-cancro è perciò fondamentale. Si stanno aprendo nuove sfide alle quali dobbiamo saper rispondere in modo adeguato attraverso una sempre più specifica preparazione. HuCare rappresenta quindi un progetto pilota: come Società Scientifica siamo pronti ad avviare nuove iniziative simili”.

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Convegno sulle nuove frontiere della lotta al cancro

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 maggio 2019

Roma Oggi il 54% degli uomini e il 63% delle donne colpiti dal cancro sconfiggono la malattia. In un ventennio (1990-2009) la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è aumentata rispettivamente del 15% e dell’8%. Un obiettivo raggiunto grazie alle campagne di prevenzione e ad armi sempre più efficaci, come quelle che rientrano nell’oncologia di precisione. Un approccio a cui AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM dedicano oggi e domani a Roma un convegno nazionale. Per la complessità dei temi trattati, AIOM ha ritenuto fondamentale coinvolgere nel convegno esperti appartenenti a varie società scientifiche (SIAPEC-IAP, SIBioC, SIF). Inoltre, per facilitare un’adeguata informazione ai pazienti e ai cittadini, Fondazione AIOM terrà domani una sessione parallela durante il convegno.
“Ogni persona colpita dal cancro presenta caratteristiche che la differenziano dagli altri pazienti oncologici – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Per questo si parla di oncologia di precisione: grazie a dati biologici e clinici, è possibile individuare le caratteristiche del cancro che colpisce la singola persona e costruire una terapia su misura, cioè la strategia di trattamento migliore per ogni paziente. Oggi sappiamo che non esiste ‘il’ tumore ma ‘i’ tumori, e che la malattia si sviluppa e progredisce diversamente in ogni persona. Le conoscenze delle alterazioni genetiche e molecolari dei tumori sono notevolmente aumentate negli ultimi anni, anche grazie alla disponibilità di nuove tecniche di indagine. In particolare, è stato possibile individuare, in alcuni sottotipi tumorali, peculiari alterazioni genetico-molecolari che rappresentano non solo la causa di alcuni tipi di neoplasie ma anche i punti deboli che possono essere attaccati con armi”. Queste alterazioni, chiamate anche biomarcatori, permettono di individuare i pazienti che possono rispondere alle terapie target (cioè a bersaglio molecolare), disegnate per colpire in maniera precisa e specifica il bersaglio a cui sono destinate. “Anche l’immuno-oncologia, che si fonda sul potenziamento del sistema immunitario contro il tumore, rientra nel concetto di oncologia di precisione – sottolinea la presidente Gori -. Oggi un solo biomarcatore viene utilizzato nella pratica clinica per la prescrizione di alcuni farmaci immunoterapici, ma sono in corso molti studi internazionali per valutare vari biomarcatori utili all’identificazione dei pazienti che possono trarre maggiori benefici da questa terapia”. “Alla base della precisa selezione del paziente in relazione alle caratteristiche molecolari della neoplasia, vi è infatti, nei pazienti accuratamente selezionati, il potenziale maggior beneficio clinico ottenibile rispetto al trattamento tradizionale – spiega Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM -. Grandi vantaggi che possono essere garantiti anche da una ‘attenzione costante’ agli effetti collaterali. Gli effetti collaterali devono essere conosciuti dagli oncologi e ri-conosciuti quanto più precocemente possibile quando si manifestano al fine di assicurarne una gestione ottimale. Anche i pazienti devono esserne informati: ecco perché Fondazione AIOM da anni sviluppa il progetto dei Quaderni informativi per i pazienti oncologici, disponibili sul sito di Fondazione AIOM”.

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Cancro, linea guida per i trattamenti di precisione. Identificati 600 bersagli

Posted by fidest press agency su martedì, 30 aprile 2019

Medicina di precisione ancora in fase iniziale, mancano fondi e tecnologie. Un nuovo studio pubblicato su Nature ha portato un grande contributo alla produzione della Cancer Dependency Map, ovvero una linea guida per i trattamenti anticancro di precisione che potrà aiutare i pazienti a ricevere terapie più efficaci.I ricercatori del Wellcome Sanger Institute e di Open Targets, a Cambridge, nel Regno Unito, hanno utilizzato la tecnologia CRISPR per interrompere l’attività di quasi 20.000 geni in oltre 300 modelli provenienti da 30 tipi di cancro, e per scoprire quali di questi fossero essenziali per la sopravvivenza delle varie forme tumorali. In seguito, hanno sviluppato un nuovo sistema per assegnare una priorità e classificare ben 600 bersagli farmacologici promettenti per lo sviluppo di nuovi trattamenti.In questo studio di proporzioni notevoli, il più grande finora effettuato sull’argomento, gli esperti si sono concentrati su tumori comuni, come quello al polmone, al colon e alla mammella, e su tumori che hanno particolari bisogni clinici insoddisfatti, come quello al polmone, all’ovaio e al pancreas, nei quali la necessità di nuovi trattamenti è urgente. «Scienziati e aziende farmaceutiche stanno esplorando nuove terapie mirate che uccidano selettivamente le cellule cancerose, lasciando illeso il tessuto sano» afferma Francesco Iorio, co-primo autore dello studio. «Attualmente produrre nuovi trattamenti efficaci è molto difficile, infatti sviluppare un singolo farmaco può costare uno o due miliardi di dollari, ma circa il 90% dei medicinali viene abbandonato perché non adatto all’uso o inefficace durante lo sviluppo. Pertanto, la selezione di un buon target farmacologico all’inizio del processo può essere considerata la parte più importante della scoperta di nuovi farmaci» prosegue.Un bersaglio tra quelli scoperti che appare particolarmente notevole in diversi tipi di cancro è la elicasi RecQ della sindrome di Werner (WRN). Il gruppo di lavoro ha infatti osservato che le cellule tumorali che presentano un percorso di riparazione del DNA difettoso, e che costituiscono i tumori con instabilità dei microsatelliti, richiedono proprio la presenza di WRN per la loro sopravvivenza. L’instabilità dei microsatelliti è importante per la ricerca, in quanto si verifica in molti diversi tipi di cancro, tra cui il 15% dei casi di cancro del colon e il 28% dei tumori dello stomaco. Questa identificazione offre quindi un’entusiasmante opportunità per sviluppare i primi trattamenti contro il cancro mirati a contrastare la presenza di WRN.«Per la prima volta, e in maniera guidata dai dati, siamo in grado di offrire una guida sui geni che potrebbero costituire obiettivi terapeutici per lo sviluppo di nuovi farmaci anti-cancro» afferma Matthew Garnett, co-autore principale. Come ricorda l’esperto, la Cancer Dependency Map è un enorme sforzo volto a identificare tutte le debolezze che esistono nei diversi tumori, che permetterà di potenziare la prossima generazione di farmaci. «In definitiva, speriamo che tutto questo avrà un impatto sul modo in cui trattiamo i pazienti, e che molti più pazienti possano ottenere terapie efficaci. Ora questo strumento sarà liberamente disponibile per gli scienziati di tutto il mondo per capire in che modo un cancro si caratterizzi come tale, e come sia possibile prendere di mira i diversi tipi di cancro in modo molto più efficace di quanto sia faccia attualmente» conclude. (fonte: doctor33 – Nature. 2019. Doi: 10.1038/s41586-019-1103-9
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30971826)

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Elimina gli alcolici dalla tua giornata e non ti viene il cancro: Si! No! Forse?

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

L’alcol è una sostanza edonica, ma nel creare piacere può indurre dipendenza e certamente danno a vari organi e apparati. Se questo è vero per tutti, è altrettanto vero che per i giovani rappresenta un rischio ancora maggiore, poiché i ragazzi lo metabolizzano male, ne abusano spesso senza neanche rendersene conto, si abituano ad un approccio alle bevande alcoliche che può durare tutta una vita, lo usano per ‘sballare’ senza spendere granché e senza avere rapporti con l’illegalità. Spesso, sobri o ubriachi, inconsapevoli, si mettono alla guida di veicoli e muoiono (o fanno morire). Per tutte queste e per altre tante ragioni non può esistere uso di alcol fra i giovani. Non può essere altresì promosso l’uso indiscriminato di alcol in tutte le altre popolazioni (adulti e anziani). Ciò detto, vanno tuttavia fatte alcune considerazioni su recenti articoli della letteratura scientifica che già di per sè presentano un grosso bias fra il titolo e il contenuto. “L’alcol fa venire il cancro, l’alcol è un cancerogeno primario, anche un bicchiere di vino ne aumenta il rischio”… Questo dicono i titoli di recenti articoli. Tuttavia, leggendo gli stessi lavori, si evince che l’associazione forte è, anche a basse dosi di alcol, solo per cancro della mammella dopo la menopausa, della prostata (su cui tuttavia incide la presenza di insulino-resistenza) e forse del melanoma (su cui pesa come fattore confondente l’esposizione a raggi solari). Addirittura si documenta effetto protettivo dell’alcol per tumore vescicale, renale, ovarico e linfomi. Se la ricerca bibliografica sui fattori determinanti il cancro viene fatta per dieta e ambiente, emergono strettissime associazioni causa-effetto per eccesso di carboidrati, obesità e diabete, ridotta attività fisica, fumo, esposizione a contaminanti alimentari utilizzati nell’industria o nell’agricoltura (nitrosamine, idrocarburi policiclici, cadmio, arsenico, policromobufenili, diossine, pesticidi, interferenti endocrini, e altri ancora), contatto con sostanze utilizzate nel lavoro industriale (ad esempio collanti o clorofenoli nelle lavanderie o nei ristoranti, distruttori endocrini derivanti da una non corretta gestione dei rifiuti, e così via). Più recentemente, particolare importanza nella patogenesi dei tumori viene data all’uso di sostanze anabolizzanti-dopanti nelle palestre. Tutto ciò ha fatto sì che l’American Institute for Cancer Research nel 2018 (Alcoholic drinks and the risk of cancer, CUP, Continuous Update Project analysing research on cancer prevention and survival, World Cancer Research Fund), dopo attenta revisione della letteratura, abbia rivisto le proprie posizioni rispetto al 2007. Un primo problema metodologico posto dagli autori è la valutazione del contenuto alcolico di un drink (unità di misura con cui si valuta il consumo di alcolici). Ad esempio, in Gran Bretagna il vino è servito in un bicchiere di 250 ml contro i 125 ml generalmente considerato in Italia! L’altro discorso metodologico riguarda i ‘confounders’ quali appunto tutti quei fattori intrinseci (metabolici, ormonali, genetici, eccetera) o estrinseci (altre abitudini voluttuarie, dieta, esposizioni ambientali e lavorative, sede di residenza e altro ancora) che certamente possono influenzare l’insorgenza di cancro. Gli autori concludono sulla stretta associazione tra alcol e cancro-tumore mammella in epoca pre-menopausale e, carcinoma squamoso dell’esofago (nessuna relazione con adeno-carcinoma). Per fegato, colon e stomaco bisogna superare dai 30 ai 45 grammi di alcol/die per avere una significativa associazione, e per il pancreas non vi è alcun dato conclusivo. Infine un lavoro di marzo 2019 (Int J Cancer 2019), in cui sono stati valutati come fattori di rischio per tumore il fumo, l’alcol, l’indice di massa corporea, la dieta, l’attività fisica, il digiuno prolungato, le infezioni e le polluzioni ambientali, mostra come circa il 35 per cento di nuovi casi di tumore nell’adulto siano collegati all’associazione di più fattori, fra cui particolarmente la ridotta attività fisica e il fumo.“Quello che ci preme sottolineare, afferma il presidente della Sige Domenico Alvaro, professore di gastroenterologia dell’università ‘la Sapienza di Roma’ – é il ruolo delle società scientifiche e, nel caso in oggetto, della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige) nella interpretazione e diffusione delle novità scientifiche riguardanti la salute dell’uomo”.

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Dopo il cancro l’impotenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 aprile 2019

Ogni anno questo problema affligge migliaia di italiani che dopo l’intervento di asportazione radicale della prostata (prostatectomia) possono avere deficit erettile. Il disturbo condiziona pesantemente la qualità di vita e il rapporto di coppia. Se le terapie con farmaci sono inefficaci, la soluzione definitiva è l’impianto di protesi peniene di ultima generazione, che consentono il ritorno a una normale sessualità.In questo campo l’Andrologia dell’Azienda Usl di Piacenza, diretta dal dottor Stefano Fiordelise, fa scuola a livello nazionale. In particolare, l’ospedale di Castel San Giovanni è riferimento per la chirurgia protesica peniena, riconosciuto dalla Società Italiana di Andrologia (SIA). Le tecniche utilizzate dall’equipe del dottor Fiordelise saranno protagoniste il 12 aprile del corso NASA (National Academy of Surgical Andrology). Una giornata di full immersion nella chirurgia andrologica protesica per giovani andrologi selezionati dalla SIA. Il dottor Fiordelise eseguirà interventi di alta specialità, tra i quali l’impianto di protesi peniene per la disfunzione erettile. “Si tratta”, spiega Fiordelise, “di un’iniziativa nazionale della SIA, nata per favorire il perfezionamento chirurgico e diagnostico in andrologia rivolto ai giovani andrologi e al fine di incentivare e far conoscere i vantaggi di questi impianti”.Sono circa 3 milioni gli italiani over 50 affetti da impotenza, conseguenza indesiderata dell’asportazione radicale della prostata .“L’asportazione chirurgica della prostata”, spiega Fiordelise, “nonostante le tecniche laparoscopiche, robotiche e la nerve sparing che risparmia i nervi dell’erezione, causa comunque impotenza in circa il 30-40% dei pazienti. Durante l’intervento infatti i nervi dell’erezione possono subire quei danni che causano la disfunzione erettile, spesso definitiva. Per tornare al vigore sessuale di prima e quindi tornare ad amare pienamente, la soluzione definitiva è l’impianto di protesi peniene tricomponenti di ultima generazione. Rispetto a quelle del passato, le tricomponenti inducono un’erezione simile a quella fisiologica”.
Una semplice pressione. “L’impianto della protesi”, continua l’esperto, “è un intervento sicuro e si effettua con l’inserimento, all’interno dei corpi cavernosi del pene, di due tutori espansibili. L’uomo può ottenere un’erezione, che ha la stessa sensibilità e capacità di orgasmo presenti prima dell’intervento. L’Andrologia dell’Azienda Usl di Piacenza vanta circa 800 visite andrologiche all’anno e numerosi sono gli interventi di implantologia protesica, che si eseguono all’ospedale di Piacenza senza alcuna costo per il paziente.

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