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Posts Tagged ‘capitalismo’

È possibile costruire un capitalismo sostenibile?

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2020

di Donato Speroni. Negli ultimi 40 anni, il modello neoliberista ha consentito uno sviluppo senza precedenti, ma ha aggravato le disuguaglianze e il degrado del Pianeta. Per modificarne i meccanismi è necessaria un’ampia partecipazione democratica e un “rimbalzo in avanti” dalla crisi in cui siamo, come indica l’Europa.La domanda circola da tempo: il capitalismo è compatibile con la costruzione di un mondo sostenibile? Già nel World economic forum di Davos del gennaio scorso, quindi in tempi pre-Covid, il tema prescelto era how stakeholder capitalism can solve the world’s urgent challenges. Il concetto di stakeholder capitalism già implicava una svolta rispetto allo shareholder capitalism, indicando un capitalismo attento agli interessi di tutti (lavoratori, consumatori, comunità locali) e non solo agli azionisti, cioè ai profitti. Lo shareholder capitalism, di matrice anglosassone, ha dominato il mondo economico negli ultimi quarant’anni, ma ha dimostrato la sua inadeguatezza davanti alle sfide del presente, creando una situazione di insostenibilità sociale e ambientale. Sociale, perché ha creato diseguaglianze sempre più forti, senza essere in grado di assicurare la loro riduzione; ambientale, perché l’economia industriale si è sviluppata senza tener conto in modo stringente delle cosiddette “esternalità”: il consumo di risorse naturali non rinnovabili, l’inquinamento, le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale. Sono stati introdotti alcuni correttivi, come il meccanismo di scambio delle emissioni (Ets nell’acronimo inglese di Emission trading scheme) sancito dal protocollo di Kyoto, ma non sono stati sufficienti per porre un freno al degrado del Pianeta.

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Il capitalismo è un “male oscuro”?

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 agosto 2020

Se non usciamo dal pantano in cui ci siamo infilati da quando nel XVI secolo siamo entrati a pieno titolo nella storia del capitalismo, non avremo la possibilità di crescere senza generare conflitti, odi e persecuzioni di ogni genere.
Eppure, rileviamo eloquenti segnali di una crisi di sistema che sta per esploderci tra le mani e nonostante il pericolo immanente cerchiamo di esorcizzarlo dilazionando l’irrinviabile.
Sarebbe da sciocchi il solo immaginarlo perché i segnali di una crisi si avvertono con chiarezza. Lo è la bomba demografica degli immigrati che a milioni cercano di spostarsi dalle aree invivibili del pianeta in altre che considerano più ospitali. Lo è l’antisemitismo, il razzismo, la lotta di classe tra chi è e chi ha. Lo sono le diseguaglianze sociali che creano povertà. Lo è l’avidità di pochi che generano guerre e lotte tribali sanguinarie e distruttrici.
Lo è chi rinuncia ad esercitare il suo diritto/dovere di elettore e diserta le urne disgustato dall’operare di certi politici, dall’arroganza dei circoli finanziari e dei potentati industriali. Lo è chi non vuole risolvere alla radice i numerosi conflitti regionali mentre i mercanti di armi non fanno altro che alimentarli per trarne profitti. Ci resta solo la speranza di un ravvedimento ma è un filo molto esile che può spezzarsi da un momento all’altro. (Riccardo Alfonso)

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2020

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro. Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti. Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Gli effetti di un’ideologia: capitalismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2020

Scrivono, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su ItaliaOggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalle sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni della manovra economica in discussione. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Adesso gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali settantotto nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. “Alla quale, ovviamente, pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. E’ anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali.
Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo.
Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani.
Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso)

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Le logiche capitalistiche

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 febbraio 2020

Esse fanno del consumismo lo strumento più qualificante, e così operando dimostrano questo nostro distacco dal futuro e quell’insistente imperativo di racchiuderci nel presente. Le distorsioni sono evidenti. Noi corriamo il serio pericolo di distruggere il nostro futuro. Lo facciamo con l’inquinamento atmosferico, con l’abbattimento delle foreste equatoriali, con le scorie inquinanti, con i rifiuti, con le produzioni dissennate e con una sfrenata natalità. Lo facciamo perché corriamo verso la logica dei facili arricchimenti. Il successo, il potere, le ambizioni e gli egoismi sono altrettanti figli del nostro tempo. Da ciò può provenire solo del male. Per essi non vi è futuro. Ne siamo consci, ma ci sentiamo troppo succubi delle nostre debolezze per reagire. Presiede su tutto ciò l’errata convinzione che ogni cosa è riconducibile alle dialettiche del passato. Basta dare loro una strigliata. Non è così. La ragione oggi è diversa da quella che apparteneva alle altre generazioni, quando immaginavano i possibili scenari del loro futuro. La situazione ora si presenta diversa e non ha precedenti. Mi riferisco, nello specifico, al crescendo delle innovazioni tecnologiche. La loro invadenza, nella vita di tutti i giorni, è così ampia ed estesa che ci procura pesanti contraccolpi esistenziali d’ogni genere: dal lavoro al divertimento, dalla vita di coppia ai rapporti con i colleghi e via di questo passo. Sappiamo che l’industria delle auto a benzina o a gasolio non ha un futuro, eppure continuiamo a produrle in gran quantità. Sappiamo che il petrolio è una fonte energetica che potrà garantirci alcuni lustri di tranquillità, ma sarà destinata a esaurirsi. Non ha, quindi, futuro ma non facciamo nulla di serio per ricercare e sviluppare fonti alternative.
Stiamo letteralmente sprofondando nei rifiuti urbani e industriali eppure adoriamo quel vezzo dell’usa e getti. S’imporrebbe una riconversione industriale per la produzione di beni che possono essere riciclati o integrati con parti più innovative. Ne siamo consci, ma non facciamo nulla poiché qualcuno ritiene che sia una strada che fa arricchire di meno.
Sul piano sociale si matura la stessa condizione tralasciando le riforme che ci fanno risparmiare tempo e risorse perché chi fa economia non consuma e, chi non consuma, non arricchisce chi vende. La stessa prevenzione, in medicina, per un corretto tenore di vita, è guardata con sospetto da chi ricava grossi profitti propinandoci gli unguenti salvifici di lunga vita.
Verrebbero meno quei farmaci che hanno il gran merito, per loro, di avere effetti collaterali all’infinito e capaci di stimolare l’assunzione di altri medicamenti e via di questo passo. Analoga situazione accade con lo sfrutta-mento economico delle ricerche e il loro asservirlo a interessi partigiani. E’ questo il presente che noi non riusciamo a scrollarci di dosso. È questo il futuro che non ci appartiene. (Riccardo Alfonso)

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Un nuovo capitalismo: il capitalismo di sorveglianza

Posted by fidest press agency su sabato, 22 febbraio 2020

di Giuseppe Bianchi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una nuova forma di capitalismo, “il capitalismo di sorveglianza”. La cosa non deve stupire perché il capitalismo ha subito continue evoluzioni che Ralf Dahrendorf ha individuato nel passaggio dal capitalismo del risparmio a quello dei consumi per approdare poi al capitalismo del debito.
Ma quali sono i tratti di questo nuovo capitalismo?
Secondo una recente letteratura i tratti sono forgiati dalla rivoluzione digitale che ha reso possibile una architettura globale della sorveglianza. Cerchiamo di cogliere alcuni tratti di questo nuovo ciclo di capitalismo. Il primo tratto è dato dalle nuove tecniche commerciali attivate dalle grandi aziende che, combinando una grande disponibilità di dati personali e comportamentali con l’utilizzo di algoritmi, riescono a personalizzare le offerte commerciali con l’obiettivo di fidelizzare i propri clienti. L’obiettivo della sorveglianza è quello di alimentare una domanda di consumo che si autoproduce assecondando la stabilità del sistema produttivo.
Non meno importante è l’applicazione delle nuove tecnologie dell’intelligenza artificiale (un prodotto dell’evoluzione digitale) ai processi di produzione che da vita a nuove forme di collaborazione fra macchine e lavoratori con l’intento dichiarato di alimentare nuove forme di automazione, meno standardizzate e replicative del passato e più aperte al contributo attivo dei lavoratori. Un superamento della proceduralizzazione del lavoro di marca tayloristica? Ad oggi non sembra.Anzi la nuova fabbrica digitalizzata è più sorvegliata introducendo nella scomposizione dei processi produttivi l’estensione di parametri misurabili e controllabili. L’autonomia concessa ai lavoratori è un’autonomia sorvegliata, una razionalizzazione neotayloristica più sofisticata in cui la microregolazione riconosciuta ai lavoratori per risolvere problemi di incertezza è vincolata a procedure rigidamente prestabilite.Ma c’è un aspetto ancora più inquietante di questo capitalismo di sorveglianza. L’emergere di nuovi poteri forti rappresentati dalle grandi aziende tecnologiche (Usa e Cina) che, tramite il governo delle piattaforme e l’utilizzo di algoritmi, raccolgono dati ad insaputa degli utenti che vengono usati per manipolare il consenso politico. È noto il caso della “Cambridge Analytica” che ha prelevato da Facebook una grande quantità di dati, elaborati da modelli e algoritmi, per creare profili di elettori ai quali indirizzare una pubblicità politica mirata. Si ha conferme di una intrusione distorsiva di tale pratica nelle elezioni di Trump e nelle votazioni per la Brexit. C’è poi il caso estremo della Cina che sta sviluppando una rete di sorveglianza che consente di classificare i cittadini sulla base della loro “affidabilità”, di cui il partito è giudice, un rating individuale che regola l’accesso ad alcuni benefici. La tentazione di schedare in segreto i cittadini è presente anche in alcuni paesi democratici. Un caso noto è quello in Olanda ove i cittadini più poveri sono stati schedati in funzione del “rischio” che ricorrano illegalmente ad alcune prestazioni dello Stato sociale. La reazione popolare ha indotto la magistratura ad intervenire abolendo tale discriminazione.Di fronte a queste manifestazioni del capitalismo di sorveglianza non si può non parlare di una evoluzione degenerativa del capitalismo che abbiamo fino ad oggi sperimentato. Un capitalismo che nel nostro continente Europeo ha assunto la denominazione di economia sociale del mercato proponendo un equilibrio, per quanto instabile, fra crescita economica, benessere sociale, libertà politiche.Oggi questo modello è in crisi perché sono venute meno le condizioni che lo reggevano: una crescita economica costante, il ruolo attivo dello Stato (lo Stato Keynesiano), il protagonismo dei movimenti di massa (partiti e Sindacati). In questo contesto si inserisce il ruolo trasversale dell’evoluzione digitale che introduce nuove disuguaglianze, in aggiunta a quelle esistenti: la disuguaglianza nelle conoscenze perché le conoscenze sono state prese in ostaggio dai giganti del web, costruendo una concentrazione di potere e di ricchezza mai prima vista. La nostra già debole democrazia è sfidata negli ambienti di lavoro e nelle società da un progressivo autoritarismo che non riduce i diritti democratici ma li svuota di contenuti partecipativi.Gli ottimisti possono pensare ad una ricostruzione del governo del popolo e del potere dei lavoratori, i pessimisti a salvare quello che si può.Il dato essenziale è ridare alla democrazia una capacità di controllo dei poteri forti dei gruppi tecnologici che hanno reso remoti e spesso impenetrabili i processi decisionali sottraendoli ad ogni forma di controllo sociale. La democrazia liberale, di fronte alle sfide del capitalismo di sorveglianza, è chiamata a difendere il suo futuro ricreando le istituzioni grazie alle quali il progresso tecnologico nella sua evoluzione digitale torni ad essere fattore di progresso economico e di benessere sociale. (fonte: https://isrilstudi.wordpress.com)

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Alessandro Aresu: Le potenze del capitalismo politico Stati Uniti e Cina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 febbraio 2020

Uscita prevista: 5 marzo. Il conflitto politico fra Stati Uniti e Cina è solo apparentemente lontano: un testo indispensabile per comprenderne a fondo i risvolti tecnologici e legali di questa guerra fredda e le conseguenze nell’economia mondiale.“La difesa è molto più importante della ricchezza”. Adam Smith segna così i confini dell’economia politica, nel momento della sua nascita. Anche oggi la sconfinatezza del mercato ha il suo limite nella sicurezza nazionale, dominio arcano dei grandi contendenti dell’arena globale, gli Stati Uniti e la Cina. Le due potenze del capitalismo politico fondono l’ambito economico e quello politico, attraverso le decisioni del Partito Comunista Cinese e degli apparati di difesa e sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Pechino e Washington vivono un acceso conflitto di geodiritto: una guerra giuridica e tecnologica combattuta attraverso sanzioni, uso politico delle istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri.

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Nils Gilman, serve un capitalismo progessista

Posted by fidest press agency su sabato, 19 ottobre 2019

«Il sistema neo-liberalista predilige l’accumulo di capitale, invece dell’aumento dei salari, che sono rimasti stagnanti nell’ultimo decennio. La crescita economica è lenta e irregolare. Quindi è necessario trasformare il modo in cui le risorse vengono distribuite, così che tutti ne possano beneficiare. Quello che serve è un nuovo capitalismo, che consenta alle persone comuni di accedere alla creazione di ricchezza direttamente alla fonte. Un capitalismo che potremmo definire progressista».È quanto ha dichiarato Nils Gilman, vicepresidente dei programmi di ricerca del Berggruen Institute e vicedirettore del The World Post, intervenendo al dibattito “Reinventing how to govern capitalism”, tenutosi alla John Cabot University (JCU) di Roma, a cura del Dipartimento di Scienze politiche e Affari internazionali, del Dipartimento di Scienze economiche e sociali e dell’Istituto Guarini per gli Affari Pubblici.Secondo Nils Gilman, la situazione attuale è il risultato di scelte fatte negli anni ‘70, che al momento andavano bene, ma ora non più. La prossima ondata di ricchezza economica, che potrebbe derivare dalle innovazioni tecnologiche, dovrà essere gestita diversamente e in maniera più equa. Adesso, infatti, la classe media non riesce a progredire, mentre i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. In Usa, ma l’esempio vale per tante altre nazioni occidentali, c’è una situazione di “stagnazione e disparità”.La soluzione, per Gilman, è quella di rinnovare il capitalismo in senso «mutualistico», anche reinventando il concetto di proprietà. Valga l’esempio dell’Alaska, dove attualmente parte dei proventi del petrolio vengono distribuiti ai cittadini. In questo senso, lo studioso pensa all’istituzione di una sorta di «fondo sovrano di ricchezza», negli Usa come in altre realtà nazionali. Gilman critica, invece, le proposte di un “universal basic income”, cioè di un compenso in denaro da elargire ai cittadini una o due volte nella vita, che redistribuisce ricchezza senza promuovere una maggiore uguaglianza. http://www.johncabot.edu/

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Il capitalismo del XIX secolo visto dai letterati

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Vi è un distinguo da fare, in campo letterario, se ampliamo la visuale al pensiero letterario internazionale. Christopher Caudwell, critico marxista inglese, un secolo dopo Leopardi si ritrovò a teorizzare, con un ragionamento analogo al poeta di Recanati, sullo sviluppo industriale capitalistico. Caudwell riconobbe nel poeta la figura più dotata di abilità personale. Intendendo con ciò affermare che la validità della funzione poetica è nel mettere in luce quei principi della realtà che l’illusione e la propaganda politica tendono a nascondere. Leopardi in ciò si rivela un maestro, un antesignano. Egli analizzò le ragioni per cui viene a formarsi una cultura apologetica degli scrittori del suo tempo che si sono schierati in tutto e per tutto dalla parte delle ideologie borghesi. Marx in seguito la definì: “Apologetica del capitalismo” e votata a presentare il capitalismo come il migliore degli ordinamenti sociali ed economici.
Posso, a questo punto convenire che la confusione dei ruoli è tanta. Per Olindo Guerrini, un poeta minore del tardo Ottocento, le stesse influenze dell’irrazionalismo di Nietzsche, cui gli scrittori dell’epoca spesso danno un significato rivoluzionario, altro non è che l’interpretazione filosofica del regime industriale. Alla fine sono proprio i “borghesi disoccupati” come li definiscono Guerrini e Crispi, che soffrono solo gli svantaggi dello sviluppo capitalistico, a sposare gli interessi del proletariato. Ma la differenza continua ad esserci, e si fa notare. Quando Guerrini aderisce alle iniziative benefiche della borghesia umanitaria finisce per limitare l’invettiva contro i politici corrotti e disonesti che rubano sulla beneficenza. L’equivoco continua al tempo della fondazione del Partito socialista quando le opinioni degli intellettuali sono quelle che la risoluzione del problema operaio passa solo attraverso gli schemi borghesi. In altri termini le cose, nella sostanza, non mutano. Qui parliamo di letterati che hanno aderito al socialismo quale Edmondo De Amicis, Pascoli, Giocosa, Graf, Ada Negri e altri minori. Costoro presentano il socialismo come una scelta degli operai stessi al fine di entrare nella borghesia e nel vivo della politica nazionale. In tal modo la critica al sistema capitalistico si presenta come un’inutile e assurda lotta di classe. A questo riguardo un distinguo va fatto per Edmondo De Amicis. La sua conversione al socialismo lo fa diventare al tempo stesso un illustre esponente della letteratura socialista e il capro espiatorio di tutti gli errori che, a giudizio di Antonio Labriola e dello stesso Engels, il socialismo italiano sta commettendo per eccesso di complicità con la borghesia. Più avanti negli anni ci imbattiamo con i due romanzi storici, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Egli, in queste opere, rappresenta il prodotto ancora informe e incompiuto di una società che ha posto appena le premesse del capitalismo. Verga riespone il rapporto originario fra imprenditori e sfruttati e lo conduce a riconoscere le lotte sociali nella misura e nel valore in cui esse appaiono ai suoi personaggi. Verga avverte in primo luogo la mancanza di protezione che la società borghese può offrire e, più in generale, il costante pericolo cui sono esposti i tentativi di raggiungere la piena espressione dell’individualità.
Sulla stessa lunghezza d’onda si presenta la visione pascaliana di un’Italia “tutta proletaria” per combattere lo sfruttamento europeo, per imporsi al rispetto internazionale, per migliorare le proprie condizioni attraverso la conquista coloniale. Un modo di ragionare che indusse Gramsci a definirlo “un colonialista di programma”. In tutte queste circostanze è mancata, sia pure a tratti, la fedeltà del traduttore. Se gli eroi, in questa fattispecie, furono grandi e silenziosi, non fu altrettanto eloquente chi avrebbe dovuto accendere negli italiani il sacro fuoco dell’amore patrio e dei diritti nel consorzio europeo. Noi abbiamo fatto scempio di quel sentimento e di quella fede per fare in modo che i nostri figli e i figli dei nostri figli, dal giorno dell’unità a oggi e per un domani prossimo venturo, potessero venerare, custodire e rendere qual è, in effetti, la forza e la grandezza di un messaggio tenuto alto e solenne dai nostri vati. Quest’amarezza non è sola dei giorni nostri. Già allora nei suoi scritti Mazzini lasciava trasparire un certo disagio. Egli, infatti, scriveva: “…. Quanto alle cose d’Italia in generale sono nauseato; nauseato della tattica sostituita all’iniziativa e alla moralità; nauseato della passività del popolo italiano, cominciando da noi; nauseato del vedere ripetere da tutti quasi che la turpe, vigliacca vendita di Nizza e Savoia è un fatto compiuto e che il Parlamento deve con dolore ratificarlo, come il Re lo ha con dolore concesso, come Cavour lo concedeva con dolore a Plombiéres, nauseato di tutto e di tutti. Sono canuto, affranto; non vivrò più lungo tempo: lascia, dunque, che non potendo far altro, io affermi almeno la verità”. (Riccardo Alfonso)

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Capitalismo e erosione dei sistemi democratici

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 agosto 2019

Abbiamo sempre pensato che non ci fosse conflittualità tra il capitalismo ed i sistemi democratici entro i quali esprimono il loro agire, ma non è così. E’ che il capitalismo come oggi lo viviamo tende sempre di più a mostrare il volto negazionista o per lo meno insofferenza sugli elementi costitutivi degli stati nazionali fondati su precise premesse sociali, culturali e giuridiche. Questa discrasia tende a rimettere in discussione gli stessi elementi costitutivi dello Stato a partire dal territorio, la sovranità popolare e l’ordinamento giuridico. Ciò significa che i confini tendono a diventare permeabili ai flussi migratori, monetari e alle forme culturali più superficiali come le mode e i consumi attraverso la comunicazione globale. A ben considerare non sarebbe un male se il fine fosse quello di un’equa ripartizione delle risorse, per una drastica riduzione dei conflitti e nel dare una certa omogeneità attraverso la comunicazione globale alle forme più superficiali di cultura e soprattutto alla cultura dei consumi. Ma così non è, purtroppo. In questa fattispecie il popolo perderebbe la sua identità culturale dando vita a fenomeni di massa che limitano il senso della continuità storica e della percezione del futuro. Si perderebbero le certezze del dettato costituzionale non più orientato da valori ma da interessi di parte. Resta da chiederci se mai è possibile una democrazia, come noi la conosciamo, senza Stato? Affidata agli interessi e alle fluttuazioni di poteri sociali non sottoposti a limiti e deprivate di valori? Sarebbe, senza dubbio, una svolta involutiva come sta già accadendo negli Stati Uniti, dove l’assistenza sanitaria è garantita solo ai possessori di un reddito. Diventerebbe una sudditanza delle culture nazionali e delle qualità condivise nella tradizione e nei costumi di un Popolo nella sua identità di Nazione. (Riccardo Alfonso)

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Conferenza: Un capitalismo per tutti

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 ottobre 2018

Torino Lunedì 29 ottobre, ore 18 Circolo dei lettori, via Bogino 9 per presentare Un capitalismo per tutti (Guerini e Associati). Con l’autore dialogano Sergio Cofferati, Gad Lerner, Roberto Marchionatti, Riccardo Rossotto e Cesare Vaciago.
I rapporti con Mediobanca di Enrico Cuccia rivelati da memorie inedite di Mario Schimberni, l’ascesa e il declino di Montedison. Queste le vicende prese in esame da Maifreda Germano, docente di Storia e documentazione d’impresa e Storia economica e sociale dell’età moderna presso l’Università degli Studi di Milano, in Un capitalismo per tutti (Guerini e Associati), volume oggetto del dialogo al Circolo dei lettori, lunedì 29 ottobre, ore 18, con l’autore, l’europarlamentare Sergio Cofferati, il giornalista Gad Lerner, il docente di Economia politica Università di Torino Roberto Marchionatti, l’avvocato Riccardo Rossotto e Cesare Vaciago.Montedison: enorme conglomerato di oltre 100.000 dipendenti da sempre al centro di brame politiche e finanziarie nazionali e internazionali, negli anni Ottanta andò incontro a una pesantissima ristrutturazione che la riportò all’utile. Dopo uno storico accordo con l’ENI per la divisione fra chimica pubblica e privata, si svilupparono costruttive relazioni con i sindacati, si rilanciò la ricerca scientifica, si riprogettarono le attività industriali (Himont) e terziarie: supermercati, banca e finanza.Le quotazioni a Wall Street e le clamorose acquisizioni di Bi-Invest e La Fondiaria minacciarono di sconvolgere il panorama del capitalismo italiano, da sempre improntato alle logiche del «salotto buono» di Mediobanca. Fino alla scalata di Raul Gardini, che pose fine al sogno di Schimberni e del suo top management di fare della Montedison la prima Public company italiana.Utilizzando, per la prima volta, ampia documentazione inedita (verbali del Consiglio di amministrazione e degli organi direttivi, lettere, testimonianze dirette dei tanti protagonisti aziendali dell’epoca e un sorprendente memoriale segreto di Schimberni stesso, che in prima persona commenta – non senza colpi di scena – il suo rapporto con Enrico Cuccia), il volume ripropone all’attualità un progetto imprenditoriale di respiro mondiale. Come argomenta il saggio introduttivo di Giulio Sapelli: se Montedison fosse diventata una Public company oggi l’Italia sarebbe un Paese diverso.

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperniate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, a un punto di non ritorno. Dobbiamo, quindi, andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti.
Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perché anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella.
Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale variamente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita.
D’altra parte l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema.
Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare cultural-mente le popolazioni le deprime poiché non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo.
Sono, a ben considerare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. E’ bene farsene una ragione. (Servizio Fidest)

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Il capitalismo del XIX secolo visto dai letterati

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

Vi è un distinguo da fare, in campo letterario, se ampliamo la visuale al pensiero letterario internazionale. Christopher Caudwell, critico marxista inglese, un secolo dopo Leopardi si ritrovò a teorizzare, con un ragionamento analogo al poeta di Recanati, sullo sviluppo industriale capitalistico. Caudwell riconobbe nel poeta la figura più dotata di abilità personale. Intendendo con ciò affermare che la validità della funzione poetica è nel mettere in luce quei principi della realtà che l’illusione e la propaganda politica tendono a nascondere. Leopardi in ciò si rivela un maestro, un antesignano. Egli analizzò le ragioni per cui viene a formarsi una cultura apologetica degli scrittori del suo tempo che si sono schierati in tutto e per tutto dalla parte delle ideologie borghesi. Marx in seguito la definì: “Apologetica del capitalismo” e votata a presentare il capitalismo come il migliore degli ordinamenti sociali ed economici.
Posso, a questo punto convenire che la confusione dei ruoli è tanta. Per Olindo Guerrini, un poeta minore del tardo Ottocento, le stesse influenze dell’irrazionalismo di Nietzsche, cui gli scrittori dell’epoca spesso danno un significato rivoluzionario, altro non è che l’interpretazione filosofica del regime industriale. Alla fine sono proprio i “borghesi disoccupati” come li definiscono Guerrini e Crispi, che soffrono solo gli svantaggi dello sviluppo capitalistico, a sposare gli interessi del proletariato. Ma la differenza continua ad esserci e si fa notare. Quando Guerrini aderisce alle iniziative benefiche della borghesia umanitaria finisce per limitare l’invettiva contro i politici corrotti e disonesti che rubano sulla beneficenza. L’equivoco continua al tempo della fondazione del Partito socialista quando le opinioni degli intellettuali sono quelle che la risoluzione del problema operaio passa solo attraverso gli schemi borghesi. In altri termini le cose, nella sostanza, non mutano. Qui parliamo di letterati che hanno aderito al socialismo quale Edmondo De Amicis, Pascoli, Giocosa, Graf, Ada Negri e altri minori. Costoro presentano il socialismo come una scelta degli operai stessi al fine di entrare nella borghesia e nel vivo della politica nazionale. In tal modo la critica al sistema capitalistico si presenta come un’inutile e assurda lotta di classe. A questo riguardo un distinguo va fatto per Edmondo De Amicis. La sua conversione al socialismo lo fa diventare al tempo stesso un illustre esponente della letteratura socialista e il capro espiatorio di tutti gli errori che, a giudizio di Antonio Labriola e dello stesso Engels, il socialismo italiano sta commettendo per eccesso di complicità con la borghesia. Più avanti negli anni ci imbattiamo con i due romanzi storici, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Egli, in queste opere, rappresenta il prodotto ancora informe e incompiuto di una società che ha posto appena le premesse del capitalismo. Verga riespone il rapporto originario fra imprenditori e sfruttati e lo conduce a riconoscere le lotte sociali nella misura e nel valore in cui esse appaiono ai suoi personaggi. Verga avverte in primo luogo la mancanza di protezione che la società borghese può offrire e, più in generale, il costante pericolo cui sono esposti i tentativi di raggiungere la piena espressione dell’individualità.
Sulla stessa lunghezza d’onda si presenta la visione pascaliana di un’Italia “tutta proletaria” per combattere lo sfruttamento europeo, per imporsi al rispetto internazionale, per migliorare le proprie condizioni attraverso la conquista coloniale. Un modo di ragionare che indusse Gramsci a definirlo “un colonialista di programma”. In tutte queste circostanze è mancata, sia pure a tratti, la fedeltà del traduttore. Se gli eroi, in questa fattispecie, furono grandi e silenziosi, non fu altrettanto eloquente chi avrebbe dovuto accendere negli italiani il sacro fuoco dell’amore patrio e dei diritti nel consorzio europeo. Noi abbiamo fatto scempio di quel sentimento e di quella fede per fare in modo che i nostri figli e i figli dei nostri figli, dal giorno dell’unità a oggi e per un domani prossimo venturo, potessero venerare, custodire e rendere qual è, in effetti, la forza e la grandezza di un messaggio tenuto alto e solenne dai nostri vati. Quest’amarezza non è sola dei giorni nostri. Già allora nei suoi scritti Mazzini lasciava trasparire un certo disagio. Egli, infatti, scriveva: “…. Quanto alle cose d’Italia in generale sono nauseato; nauseato della tattica sostituita all’iniziativa e alla moralità; nauseato della passività del popolo italiano, cominciando da noi; nauseato del vedere ripetere da tutti quasi che la turpe, vigliacca vendita di Nizza e Savoia è un fatto compiuto e che il Parlamento deve con dolore ratificarlo, come il Re lo ha con dolore concesso, come Cavour lo concedeva con dolore a Plombiéres, nauseato di tutto e di tutti. Sono canuto, affranto; non vivrò più lungo tempo: lascia, dunque, che non potendo far altro, io affermi almeno la verità”. (Riccardo Alfonso)

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Il capitalismo è un “male oscuro”?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Se non usciamo dal pantano in cui ci siamo infilati da quando nel XVI secolo siamo entrati a pieno titolo nella storia del capitalismo, non avremo la possibilità di crescere senza generare conflitti, odi e persecuzioni di ogni genere.
Eppure rileviamo eloquenti segnali di una crisi di sistema che sta per esploderci tra le mani e nono-stante il pericolo immanente cerchiamo di esorcizzarlo dilazionando l’irrinviabile.
Sarebbe da sciocchi il solo immaginarlo perché i segnali di una crisi si avvertono con chiarezza. Lo è la bomba demografica degli immigrati che a milioni cercano di spostarsi dalle aree invivibili del pianete in altre che considerano più ospitali. Lo è l’antisemitismo, il razzismo, la lotta di classe tra chi è e chi ha. Lo sono le diseguaglianze sociali che creano povertà. Lo è l’avidità di pochi che generano guerre e lotte tribali sanguinarie e distruttrici.
Lo è chi rinuncia ad esercitare il suo diritto/dovere di elettore e diserta le urne disgustato dall’operare di certi politici, dall’arroganza dei circoli finanziari e dei potentati industriali. Lo è chi non vuole risolvere alla radice i numerosi conflitti regionali mentre i mercanti di armi non fanno altro che alimentarli per trarne profitti. Ci resta solo la speranza di un ravvedimento ma è un filo molto esile che può spezzarsi da un momento all’altro. (A.R.)

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Il rigetto: Il capitalismo in U.S.A.

Posted by fidest press agency su domenica, 4 marzo 2018

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Gli effetti di un’ideologia: capitalismo

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2018

Scrivono, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italiaoggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni di tutte le manovre economiche. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Adesso gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali settantotto nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. “Alla quale, ovviamente, pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. E’ anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali.
Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo. Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani. Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso)

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 marzo 2018

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperniate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, a un punto di non ritorno. Dobbiamo, quindi, andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti.
Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perché anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella. Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale variamente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita.
D’altra parte l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema.
Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare culturalmente le popolazioni le deprime poiché non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo.
Sono, a ben considerare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. E’ bene farsene una ragione. (Riccardo Alfonso)

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Le trasformazioni del lavoro e il nuovo capitalismo dell’immateriale. In memoria di André Gorz

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 novembre 2017

Roma Mercoledì 29 Novembre 2017, ore 10:30 Dipartimento di Scienze Politiche, Aula 1A Via Chiabrera 199. Tavola rotonda sulle trasformazioni del lavoro e del capitalismo contemporanei, a partire dalla figura intellettuale di André Gorz. L’iniziativa costituisce il II incontro del ciclo di conferenze “Società, politica e teoria sociale dopo la grande recessione”, organizzato nell’ambito delle attività della cattedra di Sociologia Generale del Dipartimento di Scienze Politiche.

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

capitaliIl capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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