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Posts Tagged ‘capitalismo’

Conferenza: Un capitalismo per tutti

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 ottobre 2018

Torino Lunedì 29 ottobre, ore 18 Circolo dei lettori, via Bogino 9 per presentare Un capitalismo per tutti (Guerini e Associati). Con l’autore dialogano Sergio Cofferati, Gad Lerner, Roberto Marchionatti, Riccardo Rossotto e Cesare Vaciago.
I rapporti con Mediobanca di Enrico Cuccia rivelati da memorie inedite di Mario Schimberni, l’ascesa e il declino di Montedison. Queste le vicende prese in esame da Maifreda Germano, docente di Storia e documentazione d’impresa e Storia economica e sociale dell’età moderna presso l’Università degli Studi di Milano, in Un capitalismo per tutti (Guerini e Associati), volume oggetto del dialogo al Circolo dei lettori, lunedì 29 ottobre, ore 18, con l’autore, l’europarlamentare Sergio Cofferati, il giornalista Gad Lerner, il docente di Economia politica Università di Torino Roberto Marchionatti, l’avvocato Riccardo Rossotto e Cesare Vaciago.Montedison: enorme conglomerato di oltre 100.000 dipendenti da sempre al centro di brame politiche e finanziarie nazionali e internazionali, negli anni Ottanta andò incontro a una pesantissima ristrutturazione che la riportò all’utile. Dopo uno storico accordo con l’ENI per la divisione fra chimica pubblica e privata, si svilupparono costruttive relazioni con i sindacati, si rilanciò la ricerca scientifica, si riprogettarono le attività industriali (Himont) e terziarie: supermercati, banca e finanza.Le quotazioni a Wall Street e le clamorose acquisizioni di Bi-Invest e La Fondiaria minacciarono di sconvolgere il panorama del capitalismo italiano, da sempre improntato alle logiche del «salotto buono» di Mediobanca. Fino alla scalata di Raul Gardini, che pose fine al sogno di Schimberni e del suo top management di fare della Montedison la prima Public company italiana.Utilizzando, per la prima volta, ampia documentazione inedita (verbali del Consiglio di amministrazione e degli organi direttivi, lettere, testimonianze dirette dei tanti protagonisti aziendali dell’epoca e un sorprendente memoriale segreto di Schimberni stesso, che in prima persona commenta – non senza colpi di scena – il suo rapporto con Enrico Cuccia), il volume ripropone all’attualità un progetto imprenditoriale di respiro mondiale. Come argomenta il saggio introduttivo di Giulio Sapelli: se Montedison fosse diventata una Public company oggi l’Italia sarebbe un Paese diverso.

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperniate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, a un punto di non ritorno. Dobbiamo, quindi, andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti.
Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perché anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella.
Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale variamente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita.
D’altra parte l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema.
Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare cultural-mente le popolazioni le deprime poiché non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo.
Sono, a ben considerare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. E’ bene farsene una ragione. (Servizio Fidest)

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Il capitalismo del XIX secolo visto dai letterati

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

Vi è un distinguo da fare, in campo letterario, se ampliamo la visuale al pensiero letterario internazionale. Christopher Caudwell, critico marxista inglese, un secolo dopo Leopardi si ritrovò a teorizzare, con un ragionamento analogo al poeta di Recanati, sullo sviluppo industriale capitalistico. Caudwell riconobbe nel poeta la figura più dotata di abilità personale. Intendendo con ciò affermare che la validità della funzione poetica è nel mettere in luce quei principi della realtà che l’illusione e la propaganda politica tendono a nascondere. Leopardi in ciò si rivela un maestro, un antesignano. Egli analizzò le ragioni per cui viene a formarsi una cultura apologetica degli scrittori del suo tempo che si sono schierati in tutto e per tutto dalla parte delle ideologie borghesi. Marx in seguito la definì: “Apologetica del capitalismo” e votata a presentare il capitalismo come il migliore degli ordinamenti sociali ed economici.
Posso, a questo punto convenire che la confusione dei ruoli è tanta. Per Olindo Guerrini, un poeta minore del tardo Ottocento, le stesse influenze dell’irrazionalismo di Nietzsche, cui gli scrittori dell’epoca spesso danno un significato rivoluzionario, altro non è che l’interpretazione filosofica del regime industriale. Alla fine sono proprio i “borghesi disoccupati” come li definiscono Guerrini e Crispi, che soffrono solo gli svantaggi dello sviluppo capitalistico, a sposare gli interessi del proletariato. Ma la differenza continua ad esserci e si fa notare. Quando Guerrini aderisce alle iniziative benefiche della borghesia umanitaria finisce per limitare l’invettiva contro i politici corrotti e disonesti che rubano sulla beneficenza. L’equivoco continua al tempo della fondazione del Partito socialista quando le opinioni degli intellettuali sono quelle che la risoluzione del problema operaio passa solo attraverso gli schemi borghesi. In altri termini le cose, nella sostanza, non mutano. Qui parliamo di letterati che hanno aderito al socialismo quale Edmondo De Amicis, Pascoli, Giocosa, Graf, Ada Negri e altri minori. Costoro presentano il socialismo come una scelta degli operai stessi al fine di entrare nella borghesia e nel vivo della politica nazionale. In tal modo la critica al sistema capitalistico si presenta come un’inutile e assurda lotta di classe. A questo riguardo un distinguo va fatto per Edmondo De Amicis. La sua conversione al socialismo lo fa diventare al tempo stesso un illustre esponente della letteratura socialista e il capro espiatorio di tutti gli errori che, a giudizio di Antonio Labriola e dello stesso Engels, il socialismo italiano sta commettendo per eccesso di complicità con la borghesia. Più avanti negli anni ci imbattiamo con i due romanzi storici, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Egli, in queste opere, rappresenta il prodotto ancora informe e incompiuto di una società che ha posto appena le premesse del capitalismo. Verga riespone il rapporto originario fra imprenditori e sfruttati e lo conduce a riconoscere le lotte sociali nella misura e nel valore in cui esse appaiono ai suoi personaggi. Verga avverte in primo luogo la mancanza di protezione che la società borghese può offrire e, più in generale, il costante pericolo cui sono esposti i tentativi di raggiungere la piena espressione dell’individualità.
Sulla stessa lunghezza d’onda si presenta la visione pascaliana di un’Italia “tutta proletaria” per combattere lo sfruttamento europeo, per imporsi al rispetto internazionale, per migliorare le proprie condizioni attraverso la conquista coloniale. Un modo di ragionare che indusse Gramsci a definirlo “un colonialista di programma”. In tutte queste circostanze è mancata, sia pure a tratti, la fedeltà del traduttore. Se gli eroi, in questa fattispecie, furono grandi e silenziosi, non fu altrettanto eloquente chi avrebbe dovuto accendere negli italiani il sacro fuoco dell’amore patrio e dei diritti nel consorzio europeo. Noi abbiamo fatto scempio di quel sentimento e di quella fede per fare in modo che i nostri figli e i figli dei nostri figli, dal giorno dell’unità a oggi e per un domani prossimo venturo, potessero venerare, custodire e rendere qual è, in effetti, la forza e la grandezza di un messaggio tenuto alto e solenne dai nostri vati. Quest’amarezza non è sola dei giorni nostri. Già allora nei suoi scritti Mazzini lasciava trasparire un certo disagio. Egli, infatti, scriveva: “…. Quanto alle cose d’Italia in generale sono nauseato; nauseato della tattica sostituita all’iniziativa e alla moralità; nauseato della passività del popolo italiano, cominciando da noi; nauseato del vedere ripetere da tutti quasi che la turpe, vigliacca vendita di Nizza e Savoia è un fatto compiuto e che il Parlamento deve con dolore ratificarlo, come il Re lo ha con dolore concesso, come Cavour lo concedeva con dolore a Plombiéres, nauseato di tutto e di tutti. Sono canuto, affranto; non vivrò più lungo tempo: lascia, dunque, che non potendo far altro, io affermi almeno la verità”. (Riccardo Alfonso)

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Il capitalismo è un “male oscuro”?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Se non usciamo dal pantano in cui ci siamo infilati da quando nel XVI secolo siamo entrati a pieno titolo nella storia del capitalismo, non avremo la possibilità di crescere senza generare conflitti, odi e persecuzioni di ogni genere.
Eppure rileviamo eloquenti segnali di una crisi di sistema che sta per esploderci tra le mani e nono-stante il pericolo immanente cerchiamo di esorcizzarlo dilazionando l’irrinviabile.
Sarebbe da sciocchi il solo immaginarlo perché i segnali di una crisi si avvertono con chiarezza. Lo è la bomba demografica degli immigrati che a milioni cercano di spostarsi dalle aree invivibili del pianete in altre che considerano più ospitali. Lo è l’antisemitismo, il razzismo, la lotta di classe tra chi è e chi ha. Lo sono le diseguaglianze sociali che creano povertà. Lo è l’avidità di pochi che generano guerre e lotte tribali sanguinarie e distruttrici.
Lo è chi rinuncia ad esercitare il suo diritto/dovere di elettore e diserta le urne disgustato dall’operare di certi politici, dall’arroganza dei circoli finanziari e dei potentati industriali. Lo è chi non vuole risolvere alla radice i numerosi conflitti regionali mentre i mercanti di armi non fanno altro che alimentarli per trarne profitti. Ci resta solo la speranza di un ravvedimento ma è un filo molto esile che può spezzarsi da un momento all’altro. (A.R.)

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Il rigetto: Il capitalismo in U.S.A.

Posted by fidest press agency su domenica, 4 marzo 2018

Il capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Gli effetti di un’ideologia: capitalismo

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2018

Scrivono, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italiaoggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni di tutte le manovre economiche. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Adesso gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali settantotto nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. “Alla quale, ovviamente, pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. E’ anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali.
Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo. Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani. Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso)

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 marzo 2018

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperniate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, a un punto di non ritorno. Dobbiamo, quindi, andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti.
Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perché anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella. Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale variamente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita.
D’altra parte l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema.
Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare culturalmente le popolazioni le deprime poiché non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo.
Sono, a ben considerare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. E’ bene farsene una ragione. (Riccardo Alfonso)

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Le trasformazioni del lavoro e il nuovo capitalismo dell’immateriale. In memoria di André Gorz

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 novembre 2017

Roma Mercoledì 29 Novembre 2017, ore 10:30 Dipartimento di Scienze Politiche, Aula 1A Via Chiabrera 199. Tavola rotonda sulle trasformazioni del lavoro e del capitalismo contemporanei, a partire dalla figura intellettuale di André Gorz. L’iniziativa costituisce il II incontro del ciclo di conferenze “Società, politica e teoria sociale dopo la grande recessione”, organizzato nell’ambito delle attività della cattedra di Sociologia Generale del Dipartimento di Scienze Politiche.

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Il rigetto per un’idea di capitalismo pigliatutto

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

capitaliIl capitalismo di stampo statunitense sta mostrando tutti i suoi limiti entro e fuori i suoi confini. Questa sua continua interferenza negli affari interni degli altri stati e nella pretesa di volerli tenere sotto tutela in nome di una libertà viziata da interessi legati alle lobby affaristiche, condizionata dal cinismo e dall’avidità, sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. E’ un potere che trasforma in carta straccia gli accordi internazionali, il rispetto della dignità umana, la volontà di quanti vorrebbero una società dal volto umano.
Gli Stati Uniti tendono a proiettare l’immagine di una società dove la politica è suddita dei poteri forti e se tende a condizionarli è spazzata via senza tanti complimenti. E’ un paese che è incline a ripiegarsi su se stesso, con le sue contraddizioni, con le sue lotte intestine, con i frutti della violenza data da una cultura dell’avere sull’essere che comporta l’imbarbarimento della società e la caduta dei suoi valori fondanti.
E’ una classe politica che ha trovato la sua Caporetto nell’avidità dei suoi membri. Un tutto condizionato dal dio denaro.
Per il dio denaro ogni sacrificio è degno di rispetto e la lotta diventa spietata perché se si è ricchi non basta, bisogna averne di più e se si è poveri si diventa automaticamente dei perdenti.
Questo modello di società se ci appaga nel presente non sembra trovare spazio nel futuro. Le tensioni sociali che provocano, l’allargarsi della schiera di chi ne esce sconfitto, la depressione che ingenera per una vita vissuta nel vuoto e la caducità degli ideali che s’infrangono lungo la scogliera degli interessi partigiani, delle congreghe malavitose, dei comitati d’affari che favoriscono gli arrampicatori sociali, cinici e spietati, hanno raggiunto il loro punto di rottura ed ora siamo arrivati alla resa dei conti. Alla consapevolezza che non è più premiante la logica dell’avere che costantemente e inesorabilmente umilia quella dell’essere. Ed è anche una questione culturale se si pensa che chi studia, lavora, ricerca è spesso estraneo al mondo dell’avere e ciò facendo diventa un soggetto fuori al circuito degli interessi economici e finanziari di una società sempre più proiettata alla spinta di una prosperità fine a se stessa. Se questi parametri non s’invertono la prospettiva di un imbarbarimento del sistema diventa concreta e con essa la violenza e l’anarchia. (Riccardo Alfonso)

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Gli effetti di un’ideologia: capitalismo

Posted by fidest press agency su martedì, 26 settembre 2017

cassa depositi e prestitiHanno scritto, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italiaoggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni della manovra economica in discussione. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Adesso gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali settantotto nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. “Alla quale, ovviamente, pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. E’ anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali.
Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo.
Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani.
Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso)

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Quel “seme” che si chiama comunismo

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 giugno 2016

carlo marxIl primo a impiantarlo è stato un certo Karl Marx ma non gli piaceva che lo chiamassero “marxismo”. La sua Bibbia è “Il capitale”. Ciò che ne deduco, a mio avviso, è almeno una riflessione sulla necessità che vi debba essere un diverso ordinamento della società per andare oltre il capitalismo e le sue logiche perverse sul profitto e sullo sfruttamento del lavoro umano a beneficio di pochi. Egli lo considerava un processo di storia naturale dove il governo delle leggi non dipendono solo dalla volontà, dalla coscienza e dall’intenzione degli esseri umani ma ne determinano la loro volontà, la loro coscienza e i loro proponimenti. E’ stata, per ciò che mi riguarda, una riflessione che ho maturata nel tempo e che mi ha permesso di andare oltre le parole e le terminologie, pur necessarie, per definire un concetto, ma non del tutto esaustive per me. Io cercavo, e continuo a farlo oggi, con la stessa ansia e tormento, perchè sono convinto che l’avvenire del mondo non può identificarsi con i modelli di società di cui siamo portati a identificarci. Ecco perchè tendo a respingere quanti si avviluppano intorno alle parole o alle logiche di posizione che fanno dire a un povero, mi rassegno, a un benestante, mi va ben così, e a tutti coloro che vivono con il superfluo, negando agli altri persino il necessario, che lo sono per meriti divini. E’ un tocco al loro cinismo, al loro istinto di sopraffazione, di dominio su un popolo di servi e di asserviti. In passato le ricette proposte ci hanno dato la rivoluzione americana e francese e ancor prima quella tra plebei e patrizi dell’antica Roma ma non hanno avuto il merito di cambiare le logiche del sistema capitalistico ma solo di mutarne l’aspetto formale salvo poi consolidarlo nella sua arroganza e spirito di sopraffazione. Uno stimolo in più è venuto dalla rivoluzione russa, ma anch’essa, mel tempo, ha perso la sua carica riformatrice e innovativa. Cosa ci resta ora? Solo la speranza che questo popolo di senza volto sappia riscattare il suo anonimato, sappia ritrovare la sua dignità, il suo amor proprio per costruire un futuro di uguali dove la povertà non è un marchio indelebile e la ricchezza la virtù dell’arrogante, ma sappia cogliere i frutti della terra come un bene comune senza padroni e servi perché si può vivere anche per gli altri se gli altri fanno altrettanto con i propri simili nel rispetto reciproco e dove la natura vi è compresa in un sol corpo. E’ utopia? Forse, ma io vi intravedo l’unico sbocco possibile per una reale pacificazione dell’umanità e il riequilibrio dell’ecosistema. E’ un fatto culturale, beninteso. Sta nella nostra consapevolezza, nella nostra storia, nell’ingegno umano, nei suoi rappresentanti più emeriti. D’altra parte non possiamo continuare a dividerci tra chi è e chi ha senza generare conflitti sanguinosi e provocare vittime innocenti perché il male che oggi possiamo farci è grandemente distruttivo e capace d’annientare l’intera umanità e farci ripiombare nel mondo dei cavernicoli d’un sol colpo. La posta in gioco, quindi, è quella che non ci offre alternative, ma ne avremo coscienza prima d’imboccare il sentiero che ci conduce al fatale precipizio? (Dal libro “Verità e finzione” di Riccardo Alfonso, edizioni Fidest)

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Croce e Einaudi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 aprile 2016

einaudiIn un dibattito come questo è importante capire e farsi capire, quindi l’itinerario può farsi anche sdrucciolevole, purchè chiaro.
Nella mia precedente nota “Cos’è la Libertà” mi sono soffermato di Croce, ritenendolo il più importante intellettuale del secolo scorso Correttamente mi viene posta da alcuni lettori, sulle pagine de “L’Espresso” rubrica di Stefania Rossini, l’esigenza di guardare “anche” a Einaudi, proponendo una commemorazione negativa a fronte di quella positiva formulata per Croce.
L’argomento mi sollecita, ma bisogna dilatare il discorso prima di lanciarsi in assoluzioni o in condanne (non ne avrei il titolo). Con Croce parliamo di liberalismo, magari erede delle cultura di fine ottocento, quella cultura che impose a Croce una scelta di opposizione quando si trattò di votare l’inserimento nella Costituzione del Concordato del 1929; di contro, e la cosa meravigliò molti, ci fu l’approvazione da parte di Togliatti, con una scelta di alta strategia politica e diplomatica. In quel caso l’erede del liberalismo ottocentesco dovette seguire l’impegno culturale laico con punte anticlericali, mentre Togliatti aspirata a entrare, di forze e con convinzione nella sfera governativa. Già fin da allora apparve la distinzione tra “liberalismo” e “liberismo”, distinzione che toccherà il massimo della contraddittorietà con i governi Berlusconi, falsamente presentati come “liberali.
Non concordo con quanti, ipocritamente assimilano liberalismo con liberismo, come se si trattasse di parenti stretti, oppure di discendenza diretta. Il liberalismo si è nutrito di capitalismo, ma nel rispetto delle regole, quando la società civile meritava di essere identificata come “civile”.
L’antitesi tra liberalismo e liberismo non nasce in epoca remota, ma si è accentuata con la disgregazione dell’ideale liberale, quando le differenze si fecero tali da porre i loro contenuti in antitesi fra di loro.
Il liberalismo voleva e vuole educare gli uomini perché insegna ad auto realizzarsi, perchè l’individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede; nel liberalismo storico è nucleo centrale la meritocrazia che risulta strettamente connessa a un’economia di mercato. Esattamente l’opposto di quanto sostenuto dal neo-liberismo targato Berlusconi.
Fu Benedetto Croce ad avviare un dibattito tra liberalismo e liberismo, allo scopo di differenziare le libertà economiche dalle libertà civili, attribuendo alle seconde un rango nettamente superiore alle prime. La distinzione iniziale fu di carattere culturale, ma con dichiarata supremazia delle libertà civili, nel rispetto dell’altrui libertà che non deve essere sopraffatta in nome del mercato.
Dopo questa premessa ecco evidenziarsi talune differenze tra Croce ed Einaudi, senza la pretesa di giudicare, assolvere o condannare, bensì semplicemente annotare; nessuno dei due avrebbe nemmeno immaginato di veder mortificato l’ideale liberale come è accaduto con la “discesa” in politica (il termine, usato dallo stesso Berlusconi, è proprio quello esatto, perchè mai, pur nella millenaria storia di Roma, la politica è scesa così in basso, al punto da dover ricorrere a Caligola per trovare un parallelo credibile) di Berlusconi; fin dall’inizio del suo governo venne descritto come liberismo, volendo utilizzare un termine che è diventato dispregiativo e, per questo, antitetico al liberalismo.
Il liberalismo perse così i suoi contorni, fagocitato dal nuovo liberismo berlusconiano che fece scempio della libertà individuale e del rispetto delle altrui libertà, per dare spazio alla legge del più forte, del meno dotato di scrupoli, con lo stimolo all’evasione fiscale, con l’abolizione del reato di falso in bilancio, con le turbative d’asta diventate metodo di attribuzione. La Stato promise (e mantenne la promessa) il suo disinteressamento, per lasciare libero il mercato di regolamentarsi da solo, ma fece di più per incoraggiare tutto ciò che uno Stato democratico avrebbe identificato come reato penale: il liberismo berlusconiano ha provveduto a tranquillizzare i suoi sostenitori, inventando sanatorie l’una dopo l’altra, condoni che premiavano gli evasori e punivano i redditi dipendenti, costretti a pagare alla fonte; quindi il massimo con lo scudo fiscale che permise il rientro dei capitali frutto di evasione fiscale e dei movimenti economici che hanno dilatato a dismisura il debito pubblico, garantendo il diritto all’anonimato ottenendo in cambio la gratitudine (e la protezione) di tutte le mafie, anche quelle rinnovate con i colletti bianchi.
Liberismo assume oggi una valenza dispregiativa, che ai veri liberali ortodossi e proiettati verso “un liberalismo del terzo millennio”, non conviene nemmeno ricordare.Oggi l’Italia intera è chiamata a pagare gli errori commessi in mala fede, che hanno arricchito pochi e depauperato la stragrande maggioranza del paese. Il liberalismo può ancora partecipare, a pieno diritto, ad un nuovo risorgimento economico, politico, sociale ed etico, ma deve dialogare con le parti che fin ora sono state identificate come avversari, per promuovere una sempiterna “lotta di classe” a vantaggio della classe più opulenta, collocandosi al Centro della politica e in dialogo costruttivo con la Destra conservatrice purchè democratica e col la sinistra social-democratica non marxista
Con la fine di Berlusconi, finisce il liberismo di mercato, dello Stato disattento, dei condoni e delle sanatorie, nonché delle leggi ad personam; finisce, praticamente “il capitalismo liberista” che dovrebbe poter essere sostituito dal “capitalismo sociale” che nasce dall’incontro (e non più dallo scontro) del capitale-denaro con il capitale-lavoro, disposti, entrambi, paritariamente, a collaborare nella solidarietà sociale. (Rosario Amico Roxas)

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Capitalismo e democrazia: l’Italia come la Cina?

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2016

shanghai-chinaNon mi ha destato alcuna meraviglia la presenza, in un primo elenco di personaggi noti, di importanti dirigenti del Partito Comunista Cinese, con conti miliardari nei paradisi fiscali. Nessuna meraviglia perché lo avevo anche previsto leggendo semplicemente la cronaca quotidiana. Ci si chiede quale regime politico vige in Cina? Si dirà che il comunismo sarebbe al comando, ma bisogna fare taluni “distinguo” a chiarimento di una realtà che travolge ogni possibile convinzione ideologica.
In un sistema dominato dal socialismo reale, come è possibile che dirigenti del partito possano accumulare fortune miliardarie?
Il contagio capitalistico ha coinvolto anche il comunismo cinese, che, però, tiene sotto rigoroso controllo le piazze evitando ogni possibile azione di protesta da parte di quella stragrande maggioranza controllata dal comunismo reale.
Avviene in Cina una miscellanea paradossale di democrazia capitalistica, riservata a pochi o pochissimi, con il rigore staliniano, condito da condanne a morte per i trasgressori che osano esprimere le proprie delusioni.
La democrazia ha bisogno del capitalismo; possiamo affermare ciò dalla considerazione che l’asse che divide il pianeta non è più rivolto al dualismo democrazia e comunismo, bensì tra democrazia e autoritarismo. Accade ciò per via dell’inversione dei termini, in quanto il capitalismo si sviluppa e si afferma in un sistema democratico, ma,una volta affermato, non ha bisogno di democrazia, privilegiando l’autoritarismo, sotto qualunque natura, purchè rigoroso.
Eclatante risulta l’esempio della Cina, unico paese al mondo dichiaratamente comunista, diventato accentuatamente capitalista. Il gap tra Cina ricca e Cina povera sta aprendo una voragine incolmabile; i ricchi, diventati spesso ricchissimi, vivono nel lusso tipico di chi esercita una rivalsa contro le privazioni subite, i poveri sono diventati poverissimi, mentre la loro povertà diventa dinamica ed è destinata a crescere. La Cina è diventata la capitale mondiale delle manifatture, ha invaso il pianeta e continua a dilatarsi anche verso le tecnologie più sofisticate; ciò significherà un sempre maggior utilizzo degli automatismi produttivi a discapito del lavoro manuale, che oggi è oggetto di sfruttamento, e domani non ci sarà neanche questo perché le macchine sostituiranno l’uomo.
Ma i comunisti cinesi dove sono stante il capitalismo incombente?
Sono al governo e mantengono una situazione autoritaria che consente di tacitare qualunque forma di dissenso.
Da ciò deriva la considerazione che il gap nella popolazione cinese non è soltanto economico, ma è principalmente politico.
E’ la politica che mantiene lo stato di terrore e domina incontrastata ogni aspetto della vita pubblica e privata. La magistratura è politicizzata, non esistono sindacati, non esistono controlli di sicurezza sul posto di lavoro; esistono soltanto privilegi per quanti riescono a produrre, esportare e incrementare il PIL cinese, e sfruttamento nei confronti della stragrande maggioranza del paese considerata esclusivamente come mezzo per incrementare la produzione.
L’Italia si sta avvicinando al modello cinese, con differenze semantiche ma non sostanziali, con una palese sbandata verso forme autoritarie antidemocrtaticher. Invece di un governo comunista, si prospetta un governo liberista; ma entrambe le forme di governo necessitano dell’esercizio autoritario e puntano alla produzione, alla competitività, al mercato, ai consumi, concedendo ampie facilitazioni ai proprietari dei mezzi di produzione, permettendo lo sfruttamento dei prestatori d’opera, che vanno diventando sempre meno indispensabili perché sostituibili con macchine oppure attraverso le delocalizzazioni produttive.
Da queste considerazioni le mie più volte sostenute argomentazioni circa il pericolo incombente per il sistema democratico.
Una maggioranza liberista, tutte protesa verso il capitalismo più sfrenato, non ha bisogno di democrazia e tenderà a trasformarsi un governo autoritario.
Già ci sono le prime avvisaglie nei programmi che prevedono l’azzeramento dell’autonomia della magistratura, che non dovrebbe mai più intervenire nei reati fiscali ed economici, la maggior parte già resi inefficaci con le depenalizzazioni; plateale la dichiarazione di Berlusconi, affrontando il problema delle intercettazioni che scoprono malefatte ha detto “Le intercettazioni sono il “vulnus” della democrazia”. La maggior autorità al leader secondo una deriva presidenzialista sarà l’anticamera di una dittatura della maggioranza; mentre lo Stato dovrà essere assente nel perseguire ma attentissimo nel reprimere, dispensatore di servizi utili al mondo produttivo (strade, autostrade, TAV, ponte sullo stretto, aeroporti) ma lontanissimo dal valutare l’esigenza di una crescita equilibrata dell’economia. I primi passi sono stati compiuti dal governo Berlusconi, con la precarietà del lavoro giovanile, in modo da poter esercitare il ricatto “questo o niente”; con i periodici e preannunciati condoni fiscali che stimolano l’evasione; con l’assoluta distrazione dei controlli sulla sicurezza sul posto di lavoro, avendo praticamente eliminato la categoria degli ispettori del lavoro, perché la sicurezza costa e minaccia la competitività, mentre i morti tacciono e non creano problemi.
L’urgenza di ritornare al governo è data dall’esigenza di riprendere il discorso lì dove è stato fermato, con l’aggravante di voler coinvolgere anche il PD, partito che dovrebbe opporsi a tali manovre, sfruttando gli appetiti di poltrone che condizionano tutte le regole etiche della politica. Così ci ritroviamo a discutere di sistema democratico di fronte alla sua stessa contraddizione, con un governo che si regge sui consensi raccogliticci di quanti preferiscono la transumanza verso il potere che la tutela degli interessi nazionali. (Rosario Amico Roxas)

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Se il Reich avesse controllato….!

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2015

berlinoSe il Reich nello specifico, ma lo Stato in generale, esercitasse e avesse esercitato il diritto/dovere di controllare i regimi fiscali, finanziari e operativi delle aziende che gravitano nel suo territorio, lo scandalo della Volkswagen in Germania non avrebbe le dimensioni che sta assumendo, tali da stroncare la più importante azienda automobilistica d’Europa e del mondo. E’ più che probabile che sotto sotto ci siano manovre speculative da parte della concorrenza che opera in un regime liberista, nel quale l’assenza dello Stato finisce con il favorire manovre speculative. Ma, in ogni caso, tutto ricade nell’assenza del controllo statale, che, secondo il liberismo innestato dal capitalismo e dall’imperialismo, deve rimanere estraneo alle manovre di mercato, nella pia illusione che il mercato di regolamenta da solo.
Si è visto come l’assenza dello Stato, in Italia predicata e messa in atto dai governi Berlusconi, favorisca il generale pregresso e lo sviluppo!!! E’ così che nascono e vengono favoriti le evasioni fiscali, le corruzioni, i falsi in bilancio, le turbative d’asta, i latrocini, ormai non più occulti, bensì generalizzati.Si tratta di una moderna criminalità che non trova ostacoli in uno Stato che esercita il suo diritto/dovere di controllo; è una criminalità che da organizzata è diventata istituzionalizzata, la cui regia non è più di pertinenza delle varie “cupole” mafiose, bensì degli uomini-chiave che sono riusciti a entrare nelle posizioni strategiche delle istituzioni.
Il Reich tedesco pagherà a carissimo prezzo l’assenza del controllo, pur avendone avuto tutte le ragioni, ma ha preferito tacere, con una sorta di omertà che difficilmente potrà essere messa tacere, e se dovesse accadere sarebbe lo scandalo più grave del secolo.
Sulla medesima strada si ritrovano tutte le nazioni occidentali che hanno abbracciato il liberismo; a cominciare dagli USA dove i repubblicani premono per tornare ad amministrare la Casa Bianca, come ai vecchi tempi della consorteria Bush (padre, figlio e adesso anche il fratello). In Italia non stiamo per niente meglio; abbiamo ancora l’ombra infelice di Berlusconi che agisce e opera per interposta persona e si sta organizzando per…perdere le elezioni nazionali.
Renzi è l’asso nella manica delle pretese dell’ex premier Berlusconi, che si alleerà con Salvini per fargli perdere le elezioni, e di questo gliene siamo grati; l’alternativa sarà Renzi, con la scusante di non dare il potere in mano a Grillo. Con la vittoria di Renzi sarà Berlusconi il vero “deus ex machina” che deciderà le sorti della nazione e di se stesso. Così tornerebbe il liberismo con lo Stato “leggero” che si occuperà di sanatorie, condoni e scudi fiscali, tutto per proteggere il capitalismo che non gradisce il sistema democratico, privilegiando uno Stato autoritario che controlla le masse.L’esempio della Germania non servirà a chiarire i limiti democratici del liberismo, neanche quando altri scandali seguiranno quello attuale, perché la mobilitazione è generalizzata per coprire, con colpevoli silenzi, i danni che verranno e che colpiranno l’intera Europa, ma quello che più preoccupa sono i possibili risvolti che potrebbero ledere i principi democratici.

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Il paradosso della socialdemocrazia

Posted by fidest press agency su domenica, 12 luglio 2015

falce e martelloSi possono chiamare anche socialisti e persino comunisti ma in effetti non hanno nulla da spartire con il marxismo e soprattutto con le sue idee guida. La socialdemocrazia è nata nei “salotti buoni” della borghesia lacchè del capitalismo. Oggi forse più di allora si pensa che il virus che si vuole introdurre nel pensiero comunista possa rendere compatibile un rapporto di coesistenza pacifica tra le due correnti di pensiero come se il capitale e il lavoro potessero incamminarsi fraternamente lungo il cammino della vita. L’esempio tipico l’abbiamo in Italia e mi riferisco non solo al suo passato ma all’idea maturata in questi giorni di creare un nuovo soggetto politico di sinistra. Incominciamo con il dire che vi è stata la stagione dei diritti che la classe operaia si è vista riconoscere e che il capitalismo ha concesso sotto l’effetto della paura per via del comunismo abbracciato dall’Urss e dalla sua capacità d’affascinare le masse. Una volta caduto il “sipario” il capitalismo si è ripreso, con gli interessi, tutto quello che aveva elargito e non solo. Si è servito di governi deboli e succubi degli interessi padronali per consolidare le sue posizioni e lo ha fatto, per lo più, servendosi proprio dei movimenti cosiddetti di sinistra. E costoro hanno operato tanto bene, secondo i loro padroni, che non si sono fatti scrupolo di “catturare” parole come “sinistra”, diritti civili e quanto altro pur di confondere le acque e lasciare le masse interdette perché hanno finito con il perdere la stessa idea di socialdemocrazia. La domanda che a questo punto è doverosa porsi è se non siamo arrivati a un bivio dove non è più possibile associare il socialismo come termine di contrasto con le politiche che ci conducono verso una crisi irreversibile dell’economia di mercato che privilegia le speculazioni finanziarie, una grande concentrazione di ricchezza a scapito di quanti, e sono miliardi di persone, vivono ai margini della società e elemosinano il necessario mentre gli altri sguazzano nel superfluo.Oggi la risposta che possiamo formulare è davvero inquietante e drammatica se lo stesso Papa si è sentito in dovere di tranquillizzare le masse popolari che sono giunte a un livello critico per disperazione e povertà. E’ che la Chiesa ha, a nostro avviso, un peccato d’origine poiché se ha fatto bene a difendere il diritto alla vita non ha saputo esserne conseguente rispetto all’altro diritto che è quello del vivere. Non è possibile affidare ai mercenari, come sta accadendo in molte parti del mondo, il destino di intere popolazioni ridotte in miseria perché le tante o le poche risorse sono dirottate per l’acquisto di armi che i mercanti occidentali offrono copiose per mantenere in sella i dittatori di turno. E oggi nel mondo occidentale si aggiunge la disoccupazione che non potrà mai essere assorbita dal sistema capitalistico che puntando al profitto tende sempre più a schiavizzare le masse. Vi potrà mai essere una risposta adeguata? Nutro forti dubbi che possa accadere a breve, ma non si sa mai. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Grecia e il capitalismo truffaldino

Posted by fidest press agency su domenica, 12 luglio 2015

Il giornalista e politico Giulietto Chiesa è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.Chiesa in questo periodo si trova in Grecia e ha raccontato la situazione:“Si percepisce uno stato generale di disagio. Dopo il referendum sembrava che Tsipras avesse acquisito una forza contrattuale ampia, ma a quanto pare la forza contrattuale dell’Europa è ancora più alta. E’ in corso il ‘waterboarding’ della Grecia, li stanno soffocando, non li stanno facendo vivere, gli fanno ritirare al massimo 60 euro al giorno in banca. Ieri nell’isola in cui mi trovo adesso, un distributore è stato chiuso per mancanza di benzina. C’è una situazione di totale blocco. Non credo che i cittadini greci possano resistere a lungo, stanno andando avanti con i soldi che avevano sotto il materasso. L’Europa sta tenendo la popolazione greca per il collo. Il referendum del popolo greco viene azzerato da un gruppo di burocrati che non hanno nessuna legittimazione democratica. Questo è l’inizio della fine dell’Europa. Quando i principi che regolano uno Stato vengono cancellati con la forza. Questa Europa va cancellata e ricostruita da zero. Le istituzioni europee rispondono ad un disegno che non è democratico, le banche non possono dettare le leggi ai singoli Paesi. Non c’è nessuno che si salva ai vertici europei. I popoli devono rendersi conto che questa Europa è diventata estranea e ostile e devono ribellarsi. Bisogna unirsi ai greci, creando uno schieramento trasversale contro questa Europa. Se il governo Tsiprassarà costretto ad accettare i diktat europei, dovrà dimettersi. Tra uno-due anni la situazione sarà irrecuperabile. Bisognerà mettere in conto anche che scorra sangue, alla fine il popolo si solleverà in armi contro chi l’ha portata in queste condizioni. Non si può pretendere che un popolo conosca l’economia. I greci sono stati ingannati, gli è stato detto: ‘entrate in Europa e potrete spendere quanto volete’ e loro gli hanno creduto. Hanno creduto a dei prestatori di denaro irresponsabili e criminali, che sapevano che la Grecia non avrebbero potuto sopportare questo peso. Si sono presi profitti e interessi e hanno lasciato la Grecia affondare. Siamo di fronte ad una delle più colossali truffe mai costruite nella storia del capitalismo. La questione riguarda anche noi, la Spagna e il Portogallo”.

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Dalle ideologie ai valori

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 aprile 2012

The two major economic policy makers of the US...

The two major economic policy makers of the USSR, Lenin (left) created the NEP while Stalin (right) created the planned economy (Photo credit: Wikipedia)

Capitalismo, liberismo, finanza creativa, marxismo e libera idea del marxismo di Lenin ecc, sono i pezzi composti e scomposti delle ideologie che si sono imperneate nel XX secolo dopo averne elaborato il pensiero nei secoli precedenti. Ora siamo arrivati, a mio avviso, ad un punto di non ritorno. Dobbiamo andare avanti e trovare al tempo stesso un nuovo modello di società con cui convivere e far convivere i nostri nipoti e pronipoti. Nello stesso tempo il passato non si cancella con un tratto di penna perchè anche i pensieri seguono il principio fisico che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, si rimodella.
Oggi possiamo estrarre dal “culto delle ideologie” il “culto per i valori” e capire che se una società è cresciuta, a volte molto in fretta e in altri con forti ritardi da un contesto geofisico mondiale varaimente espresso nelle sue particolarità, bisogna ora ricucire le varie correnti di pensiero e dare ad esse una risposta diversa e più articolata partendo dal presupposto che i cambiamenti non solo sono tecnologici, industriali, sociali e culturali, ma investono una sfera ben più intima e che si richiama al ruolo dell’essere umano nel suo rapporto con la natura e nel suo complesso con il pianeta Terra che lo ospita.
D’altra parte l’uomo rappresenta l’ultimo anello della catena alimentare e in tale fattispecie è la natura a richiamare la nostra attenzione sulla necessità di rispettare un limite demografico necessario per non alterare l’equilibrio che è stato, si può dire da sempre, sancito per evitare il collasso del sistema. Oggi per fare un esempio pratico stiamo andando verso la stagione nella quale trovare un lavoro diventa un privilegio di pochi, così come l’istruzione universale invece di elevare culturalmente le popolazioni le deprime poichè non offre allo studio un adeguato corrispettivo lavorativo. Sono, a ben cosiderare, due aspetti dirompenti che da soli potrebbero provocare cadute rovinose nei rapporti sociali e negli equilibri istituzionali delle nazioni. Per non parlare d’altro, ovviamente. E queste cose non sono, purtroppo, rinviabili. E’ bene farsene una ragione. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Quali riforme in Italia e nel mondo?

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Castello che veglia sul mare

Image by Marco Crupi Visual Artist via Flickr

Nella cultura occidentale di questi ultimi tempo sta facendo capolino sempre di più la convinzione che la civiltà cosiddetta capitalistica stia esaurendo il suo ruolo e che è opportuno un nuovo giro di boa. Le ragioni sono tante e non solo, quindi, di natura economica. E’ che stiamo toccando un punto di non ritorno per errori del passato e che fanno sentire forte la loro presenza ai giorni nostri. Pensiamo, ad esempio, alla natalità. Aver toccato e superata la soglia dei sette miliardi di abitanti è un dramma sociale da non sottovalutare. La logica del “crescete e prolificate” si sta ritorcendo contro gli stessi estimatori. Da parte mia, e da anni che lo sostengo, ritengo sbagliato ancorare il diritto alla vita senza impegnarsi a sostenere un altro diritto parimenti importante che è quello del diritto a vivere. Dimentichiamo troppo di frequente che dare la vita non è sufficiente e che abbisogna assicurarne la tenuta. Tutto questo se non vogliamo che decine di milioni di bambini ogni anno nel mondo muoiono di fame, per mancanza di cure e che più avanti nell’età vivano di stenti, di malattie debilitanti o che rabbiosamente si riscattano esercitando la violenza contro i loro simili nella logica fisica che uno spazio occupato da un corpo non può essere preso, contemporaneamente, da un altro. Significa così che chi vive deve industriarsi a far si che dal diritto alla vita si passi automaticamente al diritto a vivere garantendo al nuovo venuto il diritto ad alimentarsi, ad avere assistenza sanitaria adeguata, ad avere un’istruzione confacente, un lavoro e ad essere affrancato dalla povertà nella vecchiaia. Se avessimo percorso questo tragitto virtuoso di certo non saremmo oggi in sette miliardi e forse saremmo in uno o due miliardi, ma in compenso avremmo più risorse, meglio distribuite e minori conflitti tribali e arrampicatori sociali. Forse non avremmo il progresso tecnologico odierno, ma in compenso saremmo più tutelati e sereni. Ma oggi come dobbiamo fare per limitare i danni derivanti da questo eccesso di natalità? La risposta è culturale. Non si deve, infatti, insegnare ad avere figli come un bene assoluto ma ad averli responsabilmente per ciò che possiamo dare ad essi nel loro diritto a vivere. La risposta è religiosa perché la fede non deve ignorare la solidarietà generazionale e a rendersi conto che si può esprimere solo nell’offrire entrambi i diritti e non uno solo. La risposta è economica. La produzione dei beni non è regolata all’infinito perchè le risorse naturali e quelle di trasformazione o da laboratorio hanno un limite e sta a noi calibrarle con oculatezza. La risposta è etica. Dobbiamo rispettare l’essere umano e la natura che lo circonda come una parte di un tutto che merita considerazione in ogni sua componente grande o piccola che sia. La risposta è sanitaria. Dobbiamo sconfiggere la convinzione che la sofferenza è inevitabile e non un male da evitare. E che la farmacopea deve curare e non creare dipendenza o effetti collaterali debilitanti. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Il nuovo ruolo dei sindacati

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 dicembre 2011

A rally of the trade union UNISON in Oxford du...

Image via Wikipedia

E’ molto probabile che ancora non risulti chiaro come l’attuale crisi segni la fine irreversibile del capitalismo liberista. ormai giunto alla massima espressione dell’egoismo di classe. Ci furono periodi in cui il capitalismo esercitò un ruolo nel processo dello sviluppo e del progresso; accadde quando le figure di banchieri del calibro di Rotschild e Morgan e capitani d’industria come Carnegie, Rockfeller, Ford, interpretarono la natura creativa del capitalismo. Anche in Italia non mancarono gli esempi, primo fra tutti Olivetti, che fu padre della sociologia dell’industria. Oggi i tempi sono profondamente cambiati; due guerre hanno cambiato la geografia del pianeta e la guerra fredda ha cambiato i termini del confronto e dello scontro, non più ideologico ma economico.
Perché meravigliarsi se oggi capitalisti, imprenditori, manager, finanzieri non sono più quelli di una volta?
In realtà, Tanzi, Cragnotti, Fiorani, Consorte, Ricucci, sono il frutto di una logica sistemica. Rappresentano un capitalismo in declino, entrato nella sua Terza Età. Ma non possiamo trascurare di aggiungere, buon ultimo ma solo per ricordarlo meglio, lo stesso Silvio Berlusconi, fallito come politico e statista, sull’orlo del fallimento come imprenditore.La natura creativa del capitalismo, con imprenditori di tal genere ha capovolto la sua tendenza per diventare esclusivamente manageriale e speculativo. Due guerre mondiali, l’abbraccio dello stato, la paura di nuovi crolli (come nel 1929) faranno il resto: il capitalista da attivo e creativo, è diventato parassita, verso lo Stato, verso il popolo, verso il mercato; produce ciò che rende e non privilegia ciò che serve. L’evoluzione del capitalismo può essere riassunto in tre fasi; la prima quando si affermano i capitani d’industria, le cui attività portano alla formazione delle grandi imprese; la seconda dove gli eredi dei grandi imprenditori, passano la mano a manager e proprietari azionisti; la terza fase, quella speculativa (giunta in questi tempi a completa maturazione, generando la crisi in atto) dove i principale azionisti, non confidando nei manager, iniziano, a differenziare gli investimenti per distribuire i rischi . Così la terza fase produce la figura, fin ora inesistente, del manager di portafoglio: venditori istituzionali, intermediari, ma sempre più spesso, imprenditori privi di scrupoli, animati solo dallo sfrenato desiderio di guadagno,non importa se lecito, illecito o anche criminale. Il “gioco” finisce così per riguardare solo chi decide di offrire capitale e chi decide come investirlo; il lavoro diventa un optional che non fa guadagnare abbastanza. E quel che conta per entrambi, non è più la bandiera o il carisma imprenditoriale, ma la redditività di un capitale investito, che diventa sempre più speculativo. E’, perciò, ovvio che in tale situazione proliferino avventurieri di ogni genere.
Come tutte le istituzioni sociali, anche il capitalismo è “mortale”, anche se a coloro che vi sono nati e vissuti, può apparire eterno. Non si capisce allora perché anche il capitalismo, come sistema politico, economico e sociale, non possa subire la stessa sorte di altre grandi istituzioni come l’Impero Romano, giudicato altrettanto eterno dai suoi contemporanei. Sembra un ritorno alle origini piratesche del capitalismo; non per nulla furono capitalisti d’assalto, ma anche pirati pericolosi, Drake e Morgan, che hanno, però, rischiato la pelle; personaggi come Tanzi, Cragnotti, Fiorani, Consorte, Ricucci e Berlusconi, appaiono patetici, da capitalismo in disarmo.In questa atmosfera da resa dei conti emerge il nuovo ruolo dei sindacati, non più arbitri di una lotta di classe, schierati dalla parte della classe lavoratrice, ma promotori del confronto tra i detentori del capitale-denaro e i detentori del capitale-lavoro.
Il capitalismo in fase terminale sta divorando ciò che resta del sistema politico ormai bloccato e privo di riferimenti: non esiste più destra, sinistra o centro, con la dialettica ideologica, ma uno stando confronto tra le parti per discutere solo di tasse, spesa sociale, pensioni, trascurando l’impostazione squisitamente politica dell’indirizzo da dare al progresso e allo sviluppo. Il ruolo dei sindaci sarà quello di riproporre la democrazia, diventata un fantasma che non incute paura, bensì noia, e viene, perciò, spesso rimosso da chi riesce a imporre la propria dimensione, dopo avere vanificato il senso stesso della democrazia, che sta nel libero esercizio, da parte del popolo elettore, della scelta dei propri rappresentanti, secondo coscienza e non per imposizione del potente di turno. Se la democrazia sarebbe “macchina che fabbrica cittadini”, nel senso che il voto rappresenta l’esercizio di una libera scelta attraverso cui l’elettore può “cambiare le cose”, allora la democrazia italiana non “fabbrica” più cittadini dal 1994, cioè dalla discesa in campo politico di Berlusconi; situazione aggravata irrimediabilmente con la legge elettorale universalmente chiamata porcellum. Nessuno meglio dell’apparato sindacale può farsi carico di un rilancio della democrazia ipnotizzata dalla promessa di facili guadagni e addomesticata da false visioni di chi ha tutto l’interesse di farci credere che siamo “una nazione di benestanti” che non deve preoccuparsi di nulla, neanche se si dovesse andare a elezioni anticipate; questo il succo delle affermazioni di Berlusconi che, ancora, crede di poter tornare nella stanza dei bottoni, trasformata nella “stanza dei bottini”. La promozione del confronto: questo il nuovo ruolo dei sindacati, perché non c’è democrazia se il confronto fra le parti viene sostituito dallo scontro. (Rosario Amico Roxas)

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