Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘carcere’

Quanto male si fa in nome della giustizia o della sicurezza sociale?

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2020

In più di un quarto di secolo di carcere, qualche volta ho pensato che i “buoni” sono peggio dei cattivi. Solo che la loro cattiveria non la chiamano crudeltà, ma la chiamano giustizia. Credo che molti confondano la giustizia con la vendetta, ma spesso questa non solo è inutile ma è veramente una maligna spirale di odio. Sul ritorno in carcere di alcuni boss mafiosi rottamati, in disuso, anziani e malati, ho letto in rete dei commenti di persone contente di questa decisione. Non capisco cosa ci sia da essere contenti se la legge li aveva messi fuori, ma forse il mio senso di giustizia è diverso da quello della gente comune, perché penso che i morti non chiedano vendetta, credo piuttosto che questa la vogliano i vivi. Dopo tanti anni lo spirito di vendetta è ingiustificato nei confronti di persone che nel mondo criminale non contano più nulla. In questi giorni abbiamo visto che l’attenzione politica e mediatica si è concentrata su vecchi dinosauri condannati per la mafia del passato, invece di cercare i nuovi spavaldi mafiosi del presente. Si è persino criticato l’operato della magistratura di sorveglianza, che ha solo rispettato la legge e la Costituzione.A chi farà comodo che questi vecchi boss muoiano in carcere? Non lo so. Penso che forse farà comodo ad alcuni politici, o ai nuovi boss che da anni hanno preso il loro posto. Credo che la vendetta non renda migliore né chi la prova né chi la subisce. E inoltre si fa un favore alla cultura mafiosa. Perché la legittima. E così sembra che la mafia vinca sempre anche quando perde, perché la vendetta moltiplica il male, anche quando viene giustificata in nome della giustizia. Ovviamente se uno commette un reato deve pagare per la gravità di quel reato commesso, ma certo non si deve arrivare alla vendetta o alle condanne esemplari perché non servono a niente (accanirsi contro uno non purifica la società dalla delinquenza).
Nelle carceri andrebbero garantiti i diritti fondamentali delle persone e salvaguardata la dignità, altrimenti, se insegnano durezza, avremo in cambio solo persone aride. Se le carceri sono solo luoghi di frustrazione e tortura, è certo che non faranno diventare le persone migliori. Credo che far morire in carcere un ex boss, vecchio e malato, anche se ben curato, ma lontano dai familiari, sia una sconfitta per la giustizia e per le vittime stesse e, come se non bastasse, sia un favore alla mafia, perché in certi ambienti cancerogeni molti di questi mafiosi una volta defunti passeranno da eroi.
In tutti i casi penso che quello che debba far inorridire non sia tanto la notizia che alcuni boss siano usciti per motivi di salute ma, soprattutto, il fatto che siano stati messi alla gogna mediatica quei magistrati che hanno rispettato una legge dello Stato. (by Carmelo Musumeci)

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Proposta nuova legge contro droga e telefonini nelle carceri

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 maggio 2020

“Presenterò un’interrogazione parlamentare al ministro della giustizia Alfonso Bonafede affinchè intervenga d’urgenza per potenziare i livelli di sicurezza all’interno delle carceri italiane”. Lo annuncia il Questore della Camera Edmondo Cirielli (FdI), che si schiera al fianco del Sappe dopo l’ennesimo rinvenimento di sostanze stupefacenti, telefonini e denaro nelle carceri di Avellino, Secondigliano e Santa Maria Capua Vetere. “Nonostante le restrizioni legate al Covid-19, i detenuti continuano a farsi arrivare agevolmente la merce attraverso l’invio di pacchi alimentari mantenendo, di fatto, i contatti con l’esterno. Il ministro Bonafede – dichiara Cirielli – dovrebbe svegliarsi ed adottare provvedimenti straordinari per dotare il Corpo della Polizia Penitenziaria – che andrebbe rafforzato subito con lo scorrimento delle graduatorie – dei body scanner per impedire l’introduzione di materiale illecito all’interno delle case circondariali. Inoltre, le stesse andrebbero schermate all’uso dei telefonini per contrastare sul nascere possibili comunicazioni tra i detenuti e l’esterno. In questi anni, invece, i governi tecnici e di larghe intese non hanno fatto nulla. Per questo – aggiunge il deputato di FdI – mi farò promotore di una proposta di legge per punire penalmente coloro che vengono trovati in possesso di cellulari e droga nelle celle. Bisogna dare un segnale forte contro la criminalità, soprattutto dopo la sconcertante scarcerazione dei mafiosi: la ricreazione nelle carceri deve finire”.

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Progetto “Carcere e scuole: educazione alla legalità”

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2020

È un progetto complesso, che compie 18 anni e ha attraversato tempi difficili in cui nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza, perché un progetto con al centro le storie delle persone detenute non ha vita facile. Eppure, ce l’abbiamo fatta anche questa volta perché davvero nessuno vuole rinunciare a questo progetto, e dopo alcuni incontri di programmazione con i docenti ci siamo attivati per incontrare gli studenti a distanza. All’inizio avevamo qualche timore, perché veniva a mancare il contatto diretto, così importante quando le persone detenute portano la loro testimonianza, ma abbiamo deciso di provarci in un primo incontro, con due classi dell’Istituto Scarlcerle di Padova. E siamo veramente contenti dei risultati. Utilizzare un mezzo a distanza ci ha tolto la bellezza di leggere sui volti degli studenti l’interesse e l’emozione, ma ci ha permesso di coinvolgere persone che non abitando a Padova non avrebbero potuto partecipare: in quel primo incontro ad esempio abbiamo avuto con noi Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo Sergio Bazzega, ucciso nel 1976 in un conflitto a fuoco con un giovanissimo brigatista negli anni tragici della lotta armata in Italia, quando lui di anni ne aveva poco più di due.“La vittima, in generale, sente di avere il monopolio del dolore”: sono parole di Giorgio Bazzega, che ha per anni convissuto con la rabbia, il rancore, la droga usata come “anestetico”, ma poi ha incontrato sulla sua strada esperienze importanti che lo hanno portato a fare la conoscenza con una idea diversa della giustizia, quella che al male sceglie di non rispondere con altro male.In giorni di scuola strani, quando le lezioni si fanno a distanza e può sembrare un modo meccanico e senza calore umano, accade invece che si riesca ad aprire tanti dialoghi altrettanto “strani”, che mettono insieme persone che dovrebbero essere “nemiche” e invece hanno scelto di parlarsi: vittime, “carnefici”, figli innocenti di genitori detenuti. E così è successo che il 20 aprile, due classi dell’Istituto Scalcerle e poi il 23 moltissime classi del Liceo Curiel hanno “incontrato” in videoconferenza Fiammetta Borsellino, figlia minore del magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla Mafia nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992, e poi Francesca, figlia di un detenuto, ex appartenente alla criminalità organizzata, e ancora due persone che hanno finito di scontare una lunga pena.“Mio padre diceva che il vero cambiamento, la vera lotta alla mafia può essere fatta soltanto con quella rivoluzione morale e culturale che deve necessariamente coinvolgere le nuove generazioni” ha detto Fiammetta, e forse è una rivoluzione anche che una persona come lei, invece di nutrirsi di odio, scelga di rifiutare la vendetta e di privilegiare sempre il dialogo, il confronto, la mediazione.Questi incontri in videoconferenza fanno parte del progetto “Carcere e scuole: educazione alla legalità” che la redazione di Ristretti Orizzonti ha rimodulato arricchendolo, nonostante le difficoltà dell’emergenza, ed è sostenuto dal Comune di Padova e, per la parte in carcere, l’unica però ancora ferma, dalla Casa di reclusione.La richiesta che abbiamo da tempo fatto, e alla quale speriamo di avere finalmente una risposta, è che anche il personale del carcere e i detenuti della redazione interna di Ristretti Orizzonti siano coinvolti in questo progetto, che segna davvero una piccola rivoluzione culturale: l’apertura di un dialogo “permanente” per una idea diversa di Giustizia che coinvolga vittime, persone detenute, loro figli, volontari e operatori.Ma un progetto così innovativo ha bisogno di reinventare anche le parole della comunicazione: e allora il progetto si chiuderà con una videoconferenza in cui Gianrico Carofiglio, magistrato e scrittore, autore tra l’altro del testo “La manutenzione delle parole”, terrà una lezione e dialogherà sul valore delle parole.

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Ci si ammala di Covid-19 anche in carcere

Posted by fidest press agency su domenica, 19 aprile 2020

La lotta all’epidemia va garantita anche nelle carceri, per gli agenti di Polizia penitenziaria e per i detenuti, a vantaggio di tutta la collettività. Il Centro Studi Borgogna fa un’analisi della situazione negli istituti di detenzione e indica possibili misure di contrasto, che si possono riassumere in due concetti chiari e sintetici: favorire un deflusso controllato dagli istituti penitenziari e, per quanto possibile, contenere i nuovi ingressi in carcere. Per il futuro, la crisi può aiutare a risolvere annosi problemi del sistema penitenziario italiano.Secondo il Garante Nazionale dei detenuti, la capienza degli istituti di reclusione è di 51.416 posti, mentre quelli effettivamente disponibili sono circa 47.000; secondo gli ultimi dati diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria i detenuti presenti sono 57.137. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190%. Non solo sovraffollamento: le strutture sono fatiscenti e prive di basilari presìdi igienico-sanitari. Molte celle sono senza acqua calda, in buona parte mancano persino la doccia, e spesso prodotti per la pulizia e l’igiene personale.In questo quadro è difficile rispettare le indicazioni del Decreto Cura Italia sul distanziamento sociale. Visto anche quanto accaduto nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa), sarebbero drammatiche le conseguenze di un’eventuale diffusione del virus negli istituti di pena, dove l’unica iniziativa adottata è la sospensione dei colloqui con parenti e l’interruzione di attività sociali e rieducative.Per il resto, nulla è mutato e le infermerie non riescono a rilevare quotidianamente la temperatura corporea come da regolamenti. Una vera “bomba ad orologeria”, dove risulterebbe complicato intercettare con tempestività eventuali focolai di infezione. In totale – secondo dati diffusi dal DAP – i detenuti positivi sono 37, di cui 9 ricoverati presso strutture ospedaliere, mentre sono 8 i detenuti guariti. Molto più numerosi invece i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria: sono 158 su un totale di quasi 38.000. Sedici sono ricoverati, mentre risultano 5 contagi tra il personale dell’Amministrazione Penitenziaria appartenenti al comparto funzioni centrali. Questi dati sono da confrontare con l’esiguo numero di tamponi effettuati: in Lombardia, ad es., poco più di 150 su 8.700 detenuti.Il Governo è intervenuto col D.L. 18/2020 per prorogare sino al 30 giugno la durata dell’istituto della detenzione domiciliare, applicabile se la pena da eseguire non è superiore a 18 mesi (anche nel caso costituisca parte residua di pena maggiore) e se il condannato ha domicilio idoneo a soddisfare le esigenze preventive. Il beneficio è concesso con procedimento semplificato, entro cinque giorni, dal Magistrato di Sorveglianza. A queste misure si aggiunge l’estensione del periodo di licenza del detenuto semilibero oltre il limite previsto dall’Ordinamento Penitenziario. Ma non si applicano ai condannati per reati di particolare pericolosità sociale e a detenuti sanzionati nell’ultimo anno per infrazioni disciplinari o coinvolti nelle sommosse del 7-9 marzo.Se la pena è superiore a sei mesi, il controllo viene effettuato mediante l’uso dei braccialetti elettronici. I dispositivi immediatamente utilizzabili sono meno di 1.000, contro i 5.000 messi a disposizione dal Ministro Buonafede. Per l’attivazione completa della misura sono necessari ulteriori fondi ma soprattutto tempi rapidi che, a oggi invece, sono stimati in almeno tre mesi: troppo lunghi, a confronto della velocità di diffusione del virus.Il CSB propone un piano di svuotamento controllato delle carceri e, ove possibile, il contenimento di nuovi ingressi. Tra le misure deflazionistiche individuate, c’è la scarcerazione immediata – a prescindere dall’utilizzo di braccialetti elettronici – dei detenuti con pene (o residui di pena) non superiori a 2 anni e che non siano stati condannati per i reati già previsti quale causa di esclusione del beneficio dal Decreto.Per la riduzione dei flussi in entrata, è necessario dilatare ancor più il concetto di custodia cautelare in carcere quale extrema ratio, prediligendo misure meno afflittive ma comunque idonee ad assicurare le esigenze cautelari del caso.Tra le proposte anche la sospensione sino al termine dell’emergenza sanitaria dell’emissione di tutti gli ordini di esecuzione per pene fino a quattro anni divenute definitive. Solo lo svuotamento immediato delle carceri, sino ad arrivare al numero di detenuti, almeno, pari alla capienza massima consentita dalla normativa italiana ed europea, permetterebbe di garantire il distanziamento sociale. La crisi può aiutare a migliorare il futuro: auspichiamo che si possa finalmente affrontare il tema della situazione carceraria in Italia, con una progettualità in grado di risolvere il problema strutturale ed endemico del sovraffollamento degli istituti di pena.

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“55 bambini vivono in carcere, di cui 9 a Rebibbia, in tempi di Coronavirus”

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Roma. “Nella sezione femminile di Rebibbia ci sono 9 bambini che vivono con le mamme detenute. Dopo il caso accertato di medico positivo al Coronavirus si facciano uscire i bambini dal carcere affidandoli a familiari o ai servizi sociali o alle stesse madri agli arresti domiciliari”. È l’appello accorato che Aldo Di Giacomo, il segretario generale del S.PP., Sindacato di Polizia Penitenziaria, ha rivolto al Presidente della Repubblica Mattarella e ai Ministri della Salute Speranza e Giustizia Bonafede.”Una situazione di grande inciviltà che si aggiunge all’autorevole e recente denuncia del Presidente Mattarella sulla “mancanza di dignità in carcere” continua Di Giacomo.Al 29 febbraio scorso erano ben 55 i bambini con meno di tre anni d’età che vivevano in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 Italiane.Per Di Giacomo “non possono essere i bambini a pagare la sempre più grave disattenzione dell’Amministrazione Penitenziaria che si manifesta in relazione alla crescente diffusione del contagio Covid-19 in tutte le carceri italiane. Questi bambini devono uscire subito”.”Tra le misure decise per ridurre il numero di detenuti secondo il DL varato dal Governo la condizione dei bambini in carcere con le madri richiede priorità su tutti gli altri casi. È una situazione insostenibile che va rimossa che come S.PP. abbiamo denunciato “in tempi normali” figuriamoci in questi tempi di emergenza sanitaria. I bambini non devono stare in carcere nè tanto meno rischiare la salute”, conclude il segretario dell’S.PP.

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Ancora suicidi in carcere!

Posted by fidest press agency su martedì, 18 febbraio 2020

Tragedia a Bancali, detenuta si toglie la vita. Leggo: “Ennesima tragedia nel carcere sassarese di Bancali. Ieri, venerdì 14 febbraio, si è consumata nel carcere sassarese l’ennesima tragedia. Una detenuta italiana condannata, in espiazione pena, si è tolta la vita impiccandosi nella propria camera detentiva.” Da un’altra parte leggo: ” In Italia i reati diminuiscono e la mafia uccide di meno”. Quest’ultima affermazione mi ha fatto amaramente sorridere perché la mafia è stata superata abbondantemente dallo Stato. Lo Stato italiano e i suoi carceri producono morte e spingono al suicidio più della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra e della sacra corona, tutte insieme. Lo Stato può essere orgoglioso di essere riuscito ad essere più cattivo e sanguinario dei delinquenti. Riesce persino a convincere i suoi nemici ad ammazzarsi da soli. In carcere si continua a morire. Forse in questo momento se ne sta suicidando un altro. E nessuno fa nulla. I politici, per consenso elettorale, gridano “Tutti dentro”, fuorché loro ovviamente. La gente onesta preoccupata ad arrivare alla fine del mese e a pagare la rata del mutuo, non ha tempo per preoccuparsi di qualche detenuto o detenuta che si toglie la vita perché stanco di soffrire. Non solo i mafiosi, anche le persone “oneste” non sentono, non vedono e non parlano. I “buoni” difendono solo i “buoni”, i cattivi possono continuare a togliersi la vita in silenzio. In carcere si dovrebbe perdere solo la libertà, non la vita. Se questo accade non è colpa di chi si toglie la vita, ma di chi non l’ha impedito. La morte è l’unica cosa che funziona in carcere. È l’unica possibilità che hai fra quelle mura per non impazzire e per smettere di soffrire. Di questo passo il sovraffollamento sarà risolto dagli stessi detenuti. A chi importa che in uno dei luoghi più controllati e sorvegliati della società, muoiano le persone come mosche? Importa a me e per sapere cosa pensa e cosa fa un detenuto che decide di togliersi la vita leggete queste parole:”Si mise il cappio intorno al collo. Diede un calcio allo sgabello. Sentì una terribile morsache lo stringeva al collo. Si sentì soffocare. Sempre di più… sempre di più. Sentì barcollare il suo corpo da destra a sinistra, come un pendolo. Gli mancò il respiro. Il petto gli sussultò. I muscoli del collo gli si torsero. La bocca si aprì sempre più larga per cercare aria. La vista gli si annebbiò. I colori svanirono. Si sentiva galleggiare nello spazio. Non sentiva più il peso del suo corpo. Si sentiva leggero. Sentiva che la testa era circondata dalle stelle. Era bello morire. Non sentiva dolore. Non stava sentendo più nulla. Stava incominciando a sentirsi morto. Iniziò a vedere in bianco e nero.
Gli sembrò di non vedere né udire più nulla. Si accorse che stava morendo. Si sentì contento da morire. Presto la sua pena sarebbe finita. Non stava neppure soffrendo. Sembrava che stesse morendo un altro al posto suo. Molto presto non avrebbe avuto nulla più da preoccuparsi. Pochi secondi e la sua vita sarebbe finita. La morte era accanto a lui. Lo stava abbracciando. Lei lo guardava con desiderio, persino con amore.” (Carmelo Musumeci)

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Se sei innocente peggio per te, il fine giustifica i mezzi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 febbraio 2020

Leggo che per alcuni addetti ai lavori, la media di 1.000 innocenti in custodia cautelare ogni anno rappresentano un dato fisiologico. Non sono per nulla d’accordo, neppure quando questo possa servire a lottare contro qualsiasi tipo di criminalità. Senza contare che un innocente in carcere fa danni enormi alla credibilità della giustizia, perché l’innocente ha parenti e amici e tutti poi perdono fiducia nello Stato di Diritto.Nei miei 28 anni di carcere ho conosciuto tanti detenuti colpevoli di essere innocenti, alcuni pure condannati alla pena dell’ergastolo. Uno di questi, condannato per la strage di Via d’Amelio, dove è morto il giudice Borsellino, grazie alle rivelazioni di un altro pentito che lo scagionava, era stato liberato dal carcere di Spoleto, dopo tanti anni. Mi ricordo che prima di uscire era passato a salutarmi. Sedici anni prima eravamo nella stessa stanza del carcere dell’Asinara (l’Isola del Diavolo, come la chiamavamo noi prigionieri) sottoposti al regime di tortura del 41 bis. L’avevo visto entrare che era un ragazzino, con i capelli neri come il carbone e con il sorriso sempre stampato sulle labbra. E mi ricordo che l’ho visto uscire anziano, senza nessun sorriso e con tutti i capelli bianchi. Ricordo che, sapendo dei miei studi universitari di giurisprudenza, un giorno mi aveva chiesto di fargli una richiesta di permesso premio. Dopo un paio di mesi il magistrato di sorveglianza gli aveva risposto in questo modo: “(…) Si dichiara inammissibile la richiesta perché il detenuto è stato condannato per reati esclusi da qualsiasi beneficio penitenziario se non collabora con la giustizia (…).” Lui venne nella mia cella e mi chiese cosa volessero dire quelle parole ed io gli risposi in maniera semplice, come ormai facevo da anni con tutti gli ergastolani ostativi: “Vuole dire che sei destinato a morire in carcere se non metti in cella un altro al posto tuo.”
Dalla sua espressione del viso notai che forse non aveva capito il concetto e allora glielo spiegai ancora meglio:
“Lo vuoi capire o no? Per uscire devi confessare i reati e fare i nomi di altri e farli condannare, solo facendo arrestare loro potrai uscire tu.”Mi ricordo che per un attimo mi aveva guardato con i suoi occhi da lupo bastonato, poi li aveva abbassati e mi rispose:“Carmelo, io per uscire farei qualsiasi cosa, ma sono innocente e quindi come faccio a confessare un reato che non ho mai commesso?”Incredulo gli replicai: “Abbi pazienza, non è che non ti voglio credere, ma in carcere tutti dicono che sono innocenti.” Lui mi guardò per un lungo istante, quasi con vergogna, poi sbottò: “Carmelo, ma io sono innocente davvero.” Rassegnato, scrollai le spalle e gli risposi: “Mi dispiace, ma non posso fare nulla! Purtroppo se sei innocente è peggio per te.” Mi ricordo che quando ci siamo salutati e abbracciati, gli avevo augurato di tentare di rifarsi una vita, quella poca che la giustizia italiana, seguendo il pensiero filosofico che il fine giustifica i mezzi, gli aveva lasciato. (Carmelo Musumeci)

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Il carcere analfabeta

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 febbraio 2020

Siamo davvero alla frutta, per giunta, nella disattenzione e nell’indifferenza più colpevole. A tal punto da affermare che in carcere non ci sono innocenti, e se ci sono perche’ scandalizzarsi, in fin dei conti si tratta di eventi critici del tutto sopportabili. Sul carcere i plotoni di esecuzione, pronti a destabilizzare qualsiasi innovazione stanno sempre in agguato, sempre addosso a chi non può reagire.
In galera ci si ammazza, si rimane di lato, piegati contro i muri insanguinati, nel tentativo di colmare il vuoto all’intorno, nella mancanza di riferimenti certi, di valori condivisi, stritolati dall’emarginazione, dalla violenza, dall’illegalità. A chi pensa che in carcere non ci sono persone innocenti, occorre rammentare che invece può finirci chiunque, anche tuo figlio, tua madre, tuo padre, tua sorella, e dunque sarà meglio imparare ad avere rispetto delle persone, e non soltanto dei numeri, delle cose, degli oggetti disordinatamente accatastati all’intorno, occorrenti la propria carriera professionale o politica. Il castigo è una cosa, la punizione anche, la tortura e l’induzione al suicidio è ben altro. Se i maestri, i conduttori, gli esempi sono questi, c’è un carcere privo di autorevolezza, premeditatamente privo di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione. Le teorie si sprecano nei riguardi di questa terra di nessuno, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, di dottrine pedagogiche che adottano la cattedra per ri-educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “. Molto più semplice affidarsi al disamore istituzionale che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare le cose con la prepotenza degli atteggiamenti saccenti che mettono in “sicurezza “ i pochi rispetto ai tanti inconsapevoli. Il rispetto è la prima forma d’amore tra gli esseri umani, se viene a mancare quello, c’è il rischio di arrogarsi il diritto di giudicare sbrigativamente la presenza altrui, sminuirla, offenderla o degradarla, tutti comportamenti che azzerano sul nascere l’instaurarsi di una relazione significativamente educativa. Il carcere, il suicidio, la recidiva infantilizzante, la rieducazione parola spoglia scarabocchiata sulla carta costituzionale e il più potente agente educativo: il rispetto, trucidato dall’indifferenza di chi invece dovrebbe costitutivamente promuoverlo. Qualcuno ha detto che in carcere non ci sono innocenti, come a voler sputare sulla fossa dei tanti incolpevoli massacrati dall’ingiustizia, proprio per questo penso che non si può insegnare il valore del rispetto continuando a azzoppare la dignità altrui, anche dentro un carcere, dentro una cella. (Vincenzo Andraous)

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Carcere tra pena e redenzione

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 gennaio 2020

“L’articolo 27 della Costituzione parla di pena, non di carcere. Noi abbiamo una tradizione centrata sul carcere, ma la Costituzione lascia un campo molto aperto e non è detto che il carcere sia sempre la pena più adeguata” (Presidente della Corte Costituzionale) Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose, pestaggi, abusi, soprusi, sovraffollamento. Eppure nessuno ne parla, (o quasi, ma lo fanno in pochi) nessuno affronta il problema delle molte Guantanamo che ci sono in Italia. Non starebbe a me dire certe cose, io non ho la moralità e l’intelligenza dei nostri governati, politici, intellettuali e uomini di chiesa. Io sono un avanzo di galera, un delinquente, e per giunta pure ergastolano in liberazione condizionale, eppure sento il dovere di farlo lo stesso. Tutti sanno che in Italia il carcere quando va bene è una fabbrica di stupidità umana e quando va male è una fabbrica di ingiustizia. È come se chi andasse all’ospedale morisse, invece di guarire. Il carcere così com’è produce carcere, si nutre di male per produrre altro male e nuovi detenuti. La privazione della libertà non dovrebbe essere considerata l’unica forma di pena, non lo dico io ma lo afferma l’attuale Presidente della Corte Costituzionale. Sì, è vero, il carcere, per qualsiasi classe politica e per qualsiasi governo, porta consensi e voti elettorali, ma sono consensi e voti che grondano sangue, morti e odio. Questa, a mio parere, non è più giustizia, è solo vendetta sociale, di uno Stato ingiusto che guadagna sulla sofferenza, sia delle vittime sia degli autori dei reati. Nei miei 29 anni di carcere ho capito che spesso i “buoni” fanno i criminali per nascondere di non essere buoni mentre i veri criminali fanno i forcaioli per continuare ad essere criminali.Con il decreto di sicurezza bis si è andati a gettare benzina in fondo all’inferno. Ma proprio in fondo, nel girone più basso. Sembra che la società italiana davvero non voglia conoscere la verità sulle sue prigioni. Ai politici italiani non interessa sapere che le carceri scoppiano in tutta Italia, che i detenuti muoiono, che alcuni si tolgono la vita e che altri crepano psicologicamente. I politici, nella stragrande maggioranza, hanno dimenticato che anche i prigionieri sono uomini, e mai una parola o una riga sui 60.000 detenuti abbandonati a se stessi che vivono accatastati uno sopra l’altro. Vivere in questo modo toglie ogni rimorso per quello che si è fatto fuori.I “muri” sono abbastanza alti da permettere di poter far finta di non vedere e udire la disperazione e le grida d’aiuto che vengono da dentro. Sembra che a nessuno importi sapere che nelle carceri italiane non c’è più spazio per vivere; che vivere uno sopra l’altro è una condanna aggiuntiva, una condanna moltiplicata dal punto di vista fisico, psichico, morale e sanitario; che il carcere in Italia non è solo il luogo dove vanno i delinquenti, (non tutti, quelli veri stanno fuori) ma è soprattutto la discarica sociale per gli emarginati, i diseredati, gli emigrati, i tossicodipendenti, i figli di un Dio minore, i ribelli. Basti pensare a Nicoletta Dosio, l’attivista No Tav di 73 anni, condannata a un anno di carcere dal tribunale di Torino, perché accusata insieme ad altri attivisti di aver aperto le sbarre di un casello autostradale durante una manifestazione di protesta. (Carmelo Musumeci)

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Più ergastolo ostativo e carcere duro, più cultura mafiosa

Posted by fidest press agency su martedì, 8 ottobre 2019

“L’ergastolo ostativo è questo: una morte a gocce che annienta la speranza di costruire un futuro, l’idea di poter scegliere una nuova strada – diversa – da intraprendere. La gente lo sa cosa accade dentro il carcere? Mi sono chiesto tante volte. La risposta è no. Ed è per questo che ho cominciato a scrivere, a raccontare cosa accadeva in quelle mura, alte, protette dalle sbarre. La speranza non andrebbe mai negata a nessuno: molti giovani ergastolani, entrati in carcere all’età di 18/19 anni senza poterne più uscire, potrebbero essere salvati”. (“Illuminato Fichera: la libertà nell’era del carcere”, di Daniel Monni e Carmelo Musumeci). Leggo che alcuni europarlamentari italiani hanno dichiarato: “Ci appelliamo al buon senso dei giudici affinché nessun passo venga fatto verso l’abrogazione dell’ergastolo ostativo, una norma che prevede il carcere a vita e il divieto di benefici detentivi per mafiosi, terroristi e stragisti che non abbiano compiuto un percorso di collaborazione”. Rimango sempre meravigliato dell’ignoranza di alcuni politici che invece di lottare per sconfiggere la cultura mafiosa la diffondono e la incrementano. Molti di loro non hanno ancora capito che certi fenomeni criminali non si estirpano solo militarmente ma dando speranza e perdono sociale, per tentare di sconfiggere, o limitare, certi fenomeni criminali. Queste dichiarazioni mi fanno sospettare che la pena dell’ergastolo serva più alla politica per fare finta di lottare contro la mafia che alle vittime delle organizzazioni mafiose. Io penso che nessuna persona dovrebbe essere condannata e maledetta ad essere cattiva e colpevole per sempre, perché la pena dell’ergastolo rende ingiusta e crudele la giustizia più della pena di morte. Credo che una società abbia diritto di difendersi dai membri che non rispettano la legge, ma che sia altrettanto ragionevole che essa non lo debba fare dimostrando di essere peggiore di chi vuole punire. Purtroppo, con l’ergastolo ostativo, questo accade. Penso che il regime di tortura del 41- bis, insieme alle pene che non finiscono mai, non diano risposte costruttive né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni, senza dirle quando finirà la sua pena. Credo che la legalità e la fiducia prima di pretenderle bisogna darle, perché è difficile cambiare e migliorare con uno Stato che ti tortura con il regime del 41-bis e ti dà una pena che non finisci mai da scontare. Posso dire che per me è molto più “doloroso” e rieducativo adesso fare il volontario in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII (fondata da Don Oreste Benzi) che gli anni passati murato vivo in isolamento totale durante il regime di tortura del 41bis. Trattato in quel modo dalle Istituzioni, mi sentivo innocente del male fatto; ora, invece, che sono trattato con umanità, mi sento più colpevole delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita. E penso che questo potrebbe accadere anche alla maggioranza dei prigionieri che sono ancora detenuti in quel girone infernale. Sono convinto che anche il peggiore criminale, mafioso o terrorista, potrebbe cambiare con una pena più umana e con un fine pena certo. Non può essere giusto il solo mezzo della collaborazione per uscire dal carcere. Molti non sanno che molti capi delle organizzazioni mafiose hanno collaborato usando la giustizia per uscire dal carcere, mentre altri non possono farlo, o perché sanno poco o per non mettere a rischio i propri congiunti.
Alcuni politici si permettono di parlare a nome delle vittime dei reati, io penso che molte di loro non si accontenterebbero di veder marcire i loro carnefici in carcere ma vorrebbero che uscisse loro il senso di colpa per il male fatto (forse per farli soffrire di più), ma questo può accadere solo se la pena dà una speranza e aiuta a cambiare. (Carmelo Musumeci)

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Sovraffollamento in carcere: Formigoni uno in meno

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 luglio 2019

Più carcere più reati: alcuni politici, per aver consenso elettorale, vorrebbero non solo imprigionare i nostri corpi, ma anche i nostri cuori e, se fosse sulla terra, imprigionerebbero pure il cielo. (Dal mio diario dal carcere) Alcuni giorni fa i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano hanno concesso gli arresti domiciliari a Roberto Formigoni, l’ex presidente della Regione Lombardia, condannato per corruzione a 5 anni e 10 mesi di carcere. A me la notizia ha fatto piacere, perché così i miei ex compagni avranno un po’ di spazio in più nelle loro celle/bare.In carcere c’è il detto che la galera non si augura neppure al peggior nemico e sinceramente se fossi un giudice, oltre a Formigoni, tenterei di far uscire anche tanti altri dannati, che magari sono stati condannati non per aver ottenuto illecitamente lussi e privilegi, ma per disagio sociale, emarginazione o altro.Quando leggo o ascolto “Giustizia: pene più severe per ladri e rapinatori, emendamento in riforma processo penale”; “Giustizia: allarme-sicurezza, il Governo raddoppia le pene per i furti negli appartamenti”; “Da due a sei anni per chi svaligia gli appartamenti, da quattro a dieci per gli assalti armati. Tra gli obiettivi c’è il blocco dei benefici a chi viene condannato” mi scappa da ridere, per non piangere, pensando a come sono sciocchi alcuni politici se pensano che aumentando le pena diminuiscano i reati. Poveri illusi. Vorrebbero chiudere i criminali buttando via le chiavi, ma possibile che non si rendano conto che prima o poi molti di loro usciranno? E poi alcuni di questi, quando saranno fuori, si vendicheranno di essere diventati, in carcere, durante la detenzione, più cattivi di quando sono entrati, perché la maggioranza delle persone non sono malvagie, almeno quando entrano in carcere, ma lo diventano dopo, perché la galera non fa altro che affermare il criminale in carriera. Possibile che questi politici non sappiano che le nostre Patrie Galere sono fabbriche di odio sociale e che è difficile migliorare le persone con la sofferenza e l’odio? Probabilmente lo sanno, ma a loro interessa solo cavalcare le paure della gente per vincere le elezioni. Sono fortemente convinto che le pene lunghe, solo detentive, creino “tossicodipendenza” carceraria. E, in tutti i casi, la pena di per sé non può migliorare chi la subisce, ma lo può fare l’ambiente in cui la pena si sconta.
Pochi lo sanno, ma la pena detentiva da scontare in carcere è un’invenzione moderna, di circa 300 anni fa. La schiavitù, la pena di morte, la vendetta, la tortura fanno parte della cultura di ogni società, sia antica che moderna, invece l’usanza di punire tenendo chiusa una persona in una cella per anni e anni, e a volte per tutta la vita, è un fatto relativamente nuovo. Non più: (…) il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà. (Beccaria, Dei delitti e delle pene) A mio parere, il carcere com’è attualmente in Italia non serve: è solo una vendetta e le sofferenze patite in prigione non migliorano le persone. Sono convinto che il carcere meno peggio è quello che si chiude, e il migliore è quello che non verrà mai costruito.Lo so, molti penseranno che scrivo queste cose perché sono stato in carcere più di un quarto di secolo, ma sinceramente credo che si possa essere criminali pur non infrangendo nessuna legge, come alcuni politici che usano le paure della gente e lo spettro del carcere per cercare consensi elettorali. Penso che non serva a nulla aumentare le pene, perché chi va a rubare (o commette qualsiasi reato) non ci va con il codice in mano. E non pensa quasi mai a quanti anni di carcere prenderà, pensa solo a non farsi prendere, un po’ come fanno alcuni politici quando si fanno corrompere. Credo invece che per far diminuire i reati dovrebbero abbassare le pene e che il carcere, oltre ad essere più umano, dovrebbe fare “bene” alla persona ed essere l’estremo rimedio, come è accaduto per Roberto Formigoni. (Carmelo Musumeci)

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Il carcere e la speranza: un percorso di vita nuova

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 aprile 2019

Roma giovedì 11 aprile 2019, alle 14.30, all’Università Europea di Roma (via degli Aldobrandeschi 190) incontro “Il carcere e la speranza: un percorso di vita nuova” organizzato dall’Ufficio Formazione Integrale dello stesso ateneo in collaborazione con la Società di San Vincenzo De Paoli. Dopo il saluto di Padre Gonzalo Monzon LC, Direttore dell’Ufficio Formazione Integrale dell’Università Europea di Roma, interverranno: Antonio Gianfico, Presidente nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli e Claudio Messina, Delegato nazionale Carceri della Società di San Vincenzo De Paoli. Verrà presentata anche la testimonianza della vittima di malagiustizia Roberto Giannoni che ha conosciuto il carcere da innocente. Trarrà le conclusioni Carlo Climati, Direttore del Laboratorio “Non sei un nemico!” dell’Università Europea di Roma.
Con 850.000 soci e 1.500.000 volontari in 155 Paesi del mondo, una rappresentanza presso le Organizzazione delle Nazioni Unite di Ginevra, la Società di San Vincenzo De Paoli è una delle associazioni più vaste e radicate sul territorio. Fondata a Parigi nel 1833 dal Beato Federico Ozanam insieme ad un gruppo di giovani studenti della Sorbona, cattolica ma laica, l’organizzazione ha come scopo principale quello di aiutare le persone più sfortunate: i bisognosi, gli ammalati, gli anziani soli, chiunque si trovi in difficoltà.
“Povertà tra le povertà – afferma Antonio Gianfico – il carcere rappresenta un impegno di carità tra i più difficili e coinvolgenti”. “L’aiuto dei volontari – prosegue il Presidente – non si riduce ad una visita fine a se stessa, ma coinvolge il detenuto in un percorso di recupero e prevenzione. Ed è questo che offre la Società di San Vincenzo De Paoli: non solo un sostegno materiale, ma soprattutto attenzione umana, amicizia, aiuto a redimersi, a ritrovare se stesso e un giusto ruolo nella società”. L’Associazione si preoccupa anche della cura delle famiglie che hanno congiunti in carcere, accompagnandole in un cammino di educazione alla legalità per scongiurare il fatto che i figli possano ricadere negli stessi errori dei propri genitori.Nell’occasione verrà anche presentato il Premio Carlo Castelli per la solidarietà, concorso letterario riservato ai reclusi delle carceri italiane, organizzato dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Ministero della Giustizia ed il patrocinio di Camera e Senato.“Un bell’incontro che vuole presentare – conclude il Presidente della San Vincenzo – il ruolo del volontariato come attenzione al prossimo secondo i valori e gli insegnamenti del Vangelo”.

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In Pakistan vi sono attualmente 187 cristiani detenuti in carcere per blasfemia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Quasi 200 casi come quello di Asia Bibi di cui nessuno parla. . Così riferisce Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione Nazionale Giustizia e Pace pachistana (Ncjp), ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre in visita nel Paese asiatico. Se la vicenda giudiziaria della madre cristiana si è definitivamente conclusa il 29 gennaio scorso, per tanti altri suoi fratelli nella fede non è così.Con “legge antiblasfemia” si intendono principalmente due commi dell’articolo 295 del codice penale pachistano (i commi B e C). L’articolo 295B prevede l’ergastolo per chi profana il Corano, e il 295C la pena di morte per chi insulta il Profeta Maometto.«La legge anti-blasfemia è un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze, spesso usato impropriamente per vendette personali – aggiunge Chaudhry – E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze».È esattamente quanto è successo nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta ad ACS padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp durante una visita all’insediamento che oggi è stato ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane.Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega ad ACS l’avvocato Tahir Bashir – L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio».Come per Asia Bibi, anche per Sawan non mancano delle irregolarità. La denuncia è stata presentata da un suo amico musulmano, Shahid Imran, in seguito ad una lite. Ma soltanto due giorni dopo sono stati presentati due testimoni che in realtà non erano presenti al momento delle presunte offese a Maometto. «Le accuse a Sawan sono strumentali – spiega padre Yousaf ad ACS – in realtà il vero scopo era di cacciare i cristiani da questo quartiere, che è piuttosto ambito perché vicino a fabbriche siderurgiche».Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. «Non so perché abbiano incolpato mio marito – dice ad ACS – so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!».

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Battisti in carcere in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 15 gennaio 2019

“Il terrorista Cesare Battisti arriva in Italia, entra in una cella italiana. Nessuna gioia. Nessuna festa. E’ nell’ordine delle cose, semplicemente avviene con molto ritardo. Oggi è una giornata importante, perché dimostra che la giustizia prima o poi arriva, e che le Istituzioni non smettono di perseguire la piena realizzazione della legge. Ma non c’è spazio per alcun tipo di felicità, prima di tutto perché le Vittime dei crudeli delitti commessi da Battisti restano tali e il dolore del lutto le accompagnerà per sempre e non potrà mai essere sopito; e inoltre perché non c’è alcuna soddisfazione dettata da un desiderio di rivalsa, come fosse una vittoria o una vendetta contro uno in particolare, come fosse una questione personale verso questa persona che si chiama Battisti. Si tratta invece solo di vedere un pluriomicida condannato in via definitiva scontare la sua pena, come è sacrosanto che sia e come invece, purtroppo, non è stato per tanto, troppo tempo. Ma adesso finalmente, dopo 40 lunghissimi anni, la giustizia prende a fare il proprio corso, e di questo dobbiamo ringraziare soprattutto le Forze dell’ordine che con straordinaria caparbietà e professionalità hanno raggiunto un obiettivo così complesso e difficile. Ora Battisti vada in carcere e vi rimanga per sempre, dal momento che deve scontare l’ergastolo e le Vittime non potrebbero subire altri oltraggi vedendolo magari uscire prima. E di lui non si parli più una volta per tutte”.
Queste le parole di Mirko Schio, Presidente dell’Associazione Fervicredo (Feriti e Vittime della criminalità e del Dovere), nel giorno in cui Cesare Battisti, terrorista dei Proletari armati per il comunismo, condannato per quattro omicidi, giunge in Italia per essere condotto in carcere.

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I detenuti che muoiono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 dicembre 2018

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.
Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.
L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.
Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.
La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.
Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.
Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.
Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.
Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.
Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.
L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza. A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato? (Carmelo Musumeci)

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Alternativa al carcere: strategie possibili

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

Parma giovedì 25 ottobre, alle 17, a Palazzo del Governatore, il secondo appuntamento dedicato alla condizione carceraria in Italia e alle sue possibili alternative, da sempre uno degli ambiti di impegno di don Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Valentina Calderone, Direttrice dell’Associazione “A buon diritto”, dialogherà con Luisa Molinari, docente di Psicologia dell’educazione al Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali – DUSIC dell’Università di Parma, alla presenza anche della sociologa Vincenza Pellegrino, Delegata del Rettore per i rapporti tra Ateneo e carcere.
L’incontro si propone come un’occasione per discutere sulla riforma dell’ordinamento penitenziario e sulle misure alternative al carcere, intese come strumento di riduzione delle recidive, sollecitando una riflessione sull’educazione in carcere e sulla possibilità data ai detenuti di curare le loro relazioni affettive con i familiari e in particolare con i figli. Si tratta di temi di stretta attualità (recentissimo il caso della donna che nel carcere romano di Rebibbia ha ucciso i due figli piccoli gettandoli dalle scale) e che la ricerca scientifica ha già individuato come centrali, ma che sono ancora profondamente ostacolati dal sentire e dal senso comune. L’incontro si propone dunque come un momento di promozione di una cultura di “rieducazione del condannato” come prevista dall’articolo 27 della Costituzione, che ha come base il rispetto della dignità umana del detenuto.Valentina Calderone si occupa principalmente di temi legati alla privazione della libertà e alle migrazioni. Ha scritto, con Luigi Manconi, Quando hanno aperto la cella. Storie di corpi offesi. Da Pinelli a Uva, da Aldrovandi al processo per Stefano Cucchi, ed è tra i curatori del Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia (Ediesse 2014). Recentemente ha scritto con Manconi, Anastasia e Resta Abolire il carcere, con presentazione di Gustavo Zagrebelski. Collabora a titolo volontario con l’associazione Antigone, entrando in varie carceri italiane a svolgere l’attività di monitoraggio che contribuisce all’Osservatorio sulle condizioni detentive.L’incontro Le alternative al carcere: una strategia possibile prosegue il ciclo di iniziative del progetto “Parma per don Luigi Ciotti” (link), realizzato con il contributo del Comune di Parma e il coinvolgimento di numerose altre realtà cittadine, nell’ottica di una coralità che vuol dare l’idea in primis proprio dell’omaggio di un intero territorio. In calendario, prima del conferimento della laurea ad honorem del 23 novembre, ci sono altri due appuntamenti, su temi forti, legati all’attività di don Ciotti.

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Diamo voce a chi voce non ha

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 ottobre 2018

Riceviamo e pubblichiamo senza commento. Chi legge può farsi un’opinione e chiedersi in che paese viviamo. Scrive Carmelo Musimeci: “L’ho detto tante volte: quando una persona in libertà è malata, spesso, anche se non sempre, vive in un ambiente che rispetta il suo stato, nel senso che riceve cure e assistenza e, di norma, può essere sicura di ricevere attenzione dalla propria famiglia. Sono guai più grandi quando chi si ammala è detenuto in carcere: invece di attenzione trova indifferenza, tanto che spesso il male si trasforma in vergogna. Il prigioniero malato non gode della minima protezione e molte volte gli si fa persino una colpa della sua malattia. Penso che il detenuto malato sia come un cieco a cui si rimprovera di non vedere. Ecco cosa mi scrive Paola, la compagna di un prigioniero malato”:
“Martena Giuseppe, malato grave lasciato morire senza cure in carcere. 07/08/2017 prelevato dalla propria abitazione e riportato in carcere per “presunte” violazioni, uscito dal carcere nel luglio del 2014 per grave incompatibilità con il regime carcerario. Assolto per due di queste “pseudo violazioni”, da un anno e mezzo aspettiamo la decisione, o un eventuale discussione di altre due violazioni, ma la Procura di Lecce non si muove, non si sa nulla, procedimenti sospesi senza conoscerne il motivo. Nessuno però si rende conto che il mio compagno Martena Giuseppe non fa che peggiorare, ha una grave insufficienza renale, non ha più la sensibilità vescicale, tutti i medici, periti, urologi, in tutte le visite fatte si chiede esplicitamente che venga cateterizzato ogni volta che ne ha bisogno in un ambiente estremamente sterile, ma al mio compagno sono stati dati i cateteri e lui deve fare gli svuotamenti in una cella sporca insieme a blatte e topi senza nemmeno l’uso di guanti sterili. Lo hanno mandato a 1200 chilometri di distanza da casa con il dire che doveva stare in un cdt e invece in cdt non c’è mai posto e lo tengono in sezione, neanche in infermeria, proprio in sezione. Una patata bollente Giuseppe, è stato un mese a Lecce, lo hanno mandato a Teramo dove non c’è ombra di un cdt, il dirigente sanitario della struttura dichiara che Martena e’ incompatibile con la struttura e viene mandato a Secondigliano, anche lì non ha passato nemmeno una notte in cdt, il dirigente sanitario relaziona le stesse identiche cose, incompatibile con la struttura e viene mandato a Torino, Le Vallette, sezione comune, sporca, piena di blatte e topi, gli vengono negati anche i guanti sterili. Infiniti cicli antibiotici perché’ ha sempre febbre e infezioni, questa detenzione è diventata TORTURA a tutti gli effetti. Ora non vi chiedo di aiutarmi a farlo uscire. Ma prego chiunque possa fare qualcosa di farlo trasferire quanto prima in una struttura adeguata, dove può ricevere le cure idonee, dove può cateterizzarsi in un ambiente sterile e se possibile avvicinarlo un po’ alla famiglia xche’ lo tengono lontano anche dagli affetti, ammalato, spaventato, solo e lontano da me e dai suoi figli. LO VOGLIONO MORTO, psicologicamente è a pezzi, non reggerà molto lontano da me. Aiutateci vi prego Paola Valentino 3880926277”.

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La legittima difesa e il carcere non fanno paura ai chi vuole delinquere

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

Sì, è vero: una società ha diritto di difendersi dai suoi membri che non rispettano la legge ma, a mio parere, non lo dovrebbe fare dimostrando di essere peggiore di loro o, ancora peggio, creando un clima da far west. La proposta di legge per riformare la legittima difesa, come deterrente a furti e rapine, mi fa paura e mi fa temere non certo per i rapinatori o per i ladri, ma per le brave persone, nel caso venissero derubate o rapinate, perché se un bandito sa che può essere ucciso, a sua volta tenterà di sparare per primo.
Chi è mentalmente malato (pedofili e simili), chi è in astinenza da droga, chi si sente in guerra contro il mondo per motivi religiosi o politici, non ha sostanzialmente paura di andare in carcere o di essere ucciso. Infatti, alcuni non hanno neppure paura di farsi saltare in aria nel nome del Dio di turno. La possibilità di essere ucciso non fa paura neppure ad uno che ha fame e molti ladri provengono da situazioni di degrado, emarginazione, povertà e altro.
Molti delinquenti si sentono in guerra verso la povertà, coltivano un sogno di vita diversa, un destino migliore e, sapendo che potrà loro capitare di ricevere una fucilata alle spalle, accetteranno di ammazzare per non essere ammazzati. Leggete qui sotto questo articolo di Daniel Monni e capirete che questa non è una buona legge per la nostra società. (Carmelo Musumeci)

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Aggressione carcere Prato

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

«Prato: detenuto aggredisce alla gola con una lametta 4 agenti della Polizia Penitenziaria. Uno di loro è grave. A nome di Fratelli d’Italia piena vicinanza agli agenti feriti e a tutto il corpo della Polizia Penitenziaria, costretto ormai da troppo tempo a lavorare in condizioni disumane. Chiediamo al governo di tenere Fede agli impegni presi in campagna elettorale dalla sua maggioranza verso questi autentici eroi, intervenendo tempestivamente con aumenti degli organici e degli stipendi e con dotazioni adeguate a una Nazione come la nostra. Fratelli d’Italia ha già presentato le sue proposte in materia ed è pronta a garantire il suo sostegno al governo se, come speriamo, vorrà intervenire quanto prima». Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

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Lettera aperta dai detenuti dal carcere di Saluzzo

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

Siamo un gruppo di detenuti del carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo, che ha deciso di prendersi l’impegno di inviare ogni anno ai giornali, a ridosso dell’8 settembre, una lettera aperta alla cittadinanza. Così com’è difficile mantenere la propria parola fuori dal carcere, doppiamente difficile lo è per noi, poiché nel corso di un anno molte sono le cose che possono accadere: qualcuno di noi potrebbe essere stato trasferito in un altro carcere o agli arresti domiciliari; qualcuno potrebbe nel frattempo essere morto di cancro; altri, finito di scontare la propria pena, potrebbero già essere tornati in libertà. Ma faremo di tutto per essere fedeli a questo impegno; e sarà sufficiente che almeno due testate giornalistiche pubblichino la nostra lettera per poter dimostrare di aver mantenuto la promessa. Possiamo contare su Cascina Macondo, l’associazione di Promozione Sociale che da anni ci tiene impegnati con interessanti progetti e laboratori, e sarà sufficiente che un’altra sola testata, una rivista, un telegiornale, una fanzine, un blog, una pagina facebook, una sola, dia spazio a queste nostre parole.
Ringraziamo sinceramente coloro che avranno voluto accoglierci.
Ci teniamo a precisare che non parliamo a nome di tutti i detenuti del carcere di Saluzzo, e nemmeno a nome di tutti i detenuti delle carceri italiane. Così come è vero che fuori dalle mura, tra voi uomini liberi, ci sono mille teste e mille opinioni, altrettanto vero lo è per noi. Quindi parliamo a nostro nome, anche se supponiamo che molti potrebbero condividere i contenuti di questa lettera e le nostre intenzioni.
Potevamo scegliere, come periodo simbolico, i giorni a ridosso del Primo Maggio, festa dei lavoratori, in quanto ci piace pensare che, pur se ristretti, vorremo vestire il ruolo di “lavoratori per la riconciliazione”. Abbiamo invece scelto l’8 settembre, ricorrenza della nascita della Beata Vergine Maria, ma soprattutto giorno dell’armistizio e inizio della Resistenza. Simbolicamente ci è sembrato più appropriato, in quanto siamo detenuti che pacificamente vogliono conquistarsi nuovi strumenti: la parola, la filosofia, il diritto, la cultura, il dovere, l’istruzione. Ma fin qui è solo premessa. Perché scrivere una lettera aperta alla cittadinanza?
Semplicemente per esprimere a tutti voi che vivete al di là delle mura, donne e uomini liberi, un pensiero che abbiamo fatto nostro in questi anni di detenzione, di silenzio, di riflessioni. Un pensiero che vuole essere un consiglio soprattutto rivolto ai giovani, il seguente: “non fatevi mai giustizia da soli”. Ecco, ci tenevamo a dirlo che occorre resistere con ogni mezzo alla tentazione di farsi giustizia da soli. È l’errore che molti di noi hanno commesso.
Ci teniamo ad affermare questo principio di cui ora siamo davvero consapevoli.
Malgrado a volte lo Stato e le Istituzioni siano assenti, spesso latitanti, a volte ottuse e impietose, a volte arroganti e prepotenti quanto lo siamo stati noi in passato, malgrado questo, profondamente sentiamo di poter affermare: “non fatevi mai giustizia da soli, perché potreste scoprire un giorno che quella non era giustizia”. Noi abbiamo sbagliato e stiamo scontando la nostra pena.
A coloro che ancora non hanno sbagliato, a coloro che sono giunti al confine con l’errore, a coloro che pensano che non sbaglieranno mai, auguriamo di prendere in considerazione l’idea che noi, e la nostra esperienza, possiamo essere una risorsa e non un rifiuto. E che anche noi siamo uno spicchio di quella stessa cittadinanza di cui tutti facciamo parte. E che un mondo migliore non solo lo desiderano coloro che vivono liberi, ma anche coloro che vivono rinchiusi tra le mura di un carcere.

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