Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘carcere’

Carcere di Voghera: “Terribili condizioni strutturali”

Posted by fidest press agency su domenica, 9 luglio 2017

carcereLa consigliera del MoVimento 5 stelle Lombardia Paola Macchi, della commissione speciale per la Situazione carceraria in Lombardia, ha visitato il Carcere di alta sicurezza di Voghera. “La mia visita è stata conseguente ad alcuni articoli letti sul web e ad una segnalazione della Yaraiha onlus, un’associazione per i diritti dei detenuti, per verificare se fosse in atto uno sciopero della fame e dei farmaci salvavita da parte di uno dei detenuti in regime di alta sicurezza. E’ stata una visita non annunciata ma ho trovato la massima collaborazione da parte della Polizia penitenziaria che mi ha subito condotta al reparto AS1 e permesso di parlare, ovviamente in loro presenza, con un gruppo di persone detenute che mi hanno illustrato alcuni punti di criticità, partendo dalle problematiche delle alte temperature nel corridoio e nelle celle”, spiega Macchi.
“Il reparto visitato – aggiunge – è all’ultimo piano della parte della casa circondariale costruita negli anni 80 e non c’è tetto di copertura ma solo un piano catramato, le grate alle finestre sono molto fitte, si può quindi immaginare il caldo soffocante; per questa ragione i detenuti hanno fatto richiesta di prese nelle celle per poter attaccare dei ventilatori in plastica e di ventole nel corridoio da acquistare a proprie spese. Il problema, di cui fanno le spese anche i poliziotti penitenziari, è che l’impianto elettrico del Carcere è vetusto e pare sia insufficiente a reggere le 24 ventole necessarie per rinfrescare gli 8 reparti più eventuali ventilatori personali; l’unico che è stato concesso è nella cella di una persona cardiopatica, concesso dopo la minaccia di sospendere i farmaci salvavita”. “Sono risultate terribili le condizioni strutturali dei locali sanitari, mai ristrutturati, con intonaci scrostati e vecchie mattonelle consunte, assolutamente insufficienti per una popolazione carceraria che oscilla fra le 360 e le 400 persone e per far lavorare in spazi adeguati e decorosi il personale sanitario; una ristrutturazione era stata prevista anni fa ma evidentemente è finita nel dimenticatoio. Altrettanto problematiche, e segnalate peraltro anche nelle tabelle delle ultime ispezione dell’ATS, le condizioni strutturali delle docce comuni, con soffitti verdi di muffa e della cucina dei detenuti. Da segnalare la gravissima mancanza di educatori, dovrebbero essere almeno 4, e sarebbero comunque 80/100 persone a testa di cui occuparsi, in realtà sono solo 2. E’ sottodimensionato anche il numero dei poliziotti, dei funzionari e dei sottoufficiali, 212 in organico ma tolti i distaccati e il personale negli uffici per i turni ci sono solo 93 agenti in un regime che è di alta sicurezza e non di vigilanza dinamica. Una situazione insostenibile per un carcere che deve avere una funzione rieducativa e non punitiva; per dare questo messaggio a persone che hanno dei trascorsi pesanti con cui confrontarsi e che cercano nei lunghi anni da trascorrere in carcere di istruirsi, diplomandosi e anche laureandosi fra mille difficoltà, e magari di affrontare modi di vivere a cui non avevano voluto o potuto accedere nell’ambiente di origine, occorre mettere in campo risorse ed è con l’intento di supportare la richiesta di miglioramento delle condizioni sia delle persone detenute sia di chi in questa struttura lavora che ho richiesto una visita urgente della Commissione al carcere di Voghera”, conclude Macchi.

Posted in Cronaca/News, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

La morte del Professore Stefano Rodotà: lettera dal carcere

Posted by fidest press agency su martedì, 27 giugno 2017

rodotàLa sua morte “ci ha molto addolorato, perché gli uomini ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) avevano ancora bisogno della sua voce e della sua luce per tentare di cancellare nel cuore degli umani e nel nostro ordinamento giuridico la pena più crudele che un uomo possa dare e ricevere: la condanna alla “Pena di Morte Viva”. Molti non sanno che il Professor Stefano Rodotà, insieme a Margherita Hack, Umberto Veronesi, Franca Rame, Don Andrea Gallo e tanti altri ancora vivi, era uno dei primi firmatari della proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo sul sito http://www.carmelomusumeci.com . Anni fa, anche a nome dei miei compagni, gli avevo scritto questa lettera: “La prigione è un mondo ignoto per tutti quelli che sono liberi e, per fare conoscere ai “buoni” l’inferno che hanno creato e che mal governano, scrivo spesso sulla violenza del mondo carcerario.
Sono un “cattivo, maledetto e colpevole per sempre” destinato a morire in carcere se al mio posto in cella non ci metto qualcun altro, perché sono condannato alla “Pena di Morte Viva”. Infatti in Italia una legge prevede che se non parli e non fai condannare qualcun altro al tuo posto, la tua pena non finirà veramente mai e non avrai nessun beneficio o sconto di pena, escludendo così ogni speranza di reinserimento sociale. Questa condanna è peggiore, più dolorosa e più lunga, della pena di morte, perché è una condanna di morte al rallentatore, che ti ammazza lasciandoti vivo.
Per questo gli ergastolani ostativi non hanno più età, come non l’hanno i morti, perché sono cadaveri viventi. E il nostro dolore è diverso da tutti gli altri prigionieri, perché non c’è neppure un briciolo di speranza in una cella di un uomo ombra. Per questo gli stessi ergastolani, con l’aiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi, prendendo coscienza della loro situazione hanno deciso di mettere in rete una raccolta di adesioni denominata “Firma Contro L’Ergastolo”, nel sito che porta il mio nome, http://www.carmelomusumeci.com , perché esistono molti modi per uccidere una persona, ma quello di murarlo vivo in nome del popolo italiano, senza l’umanità di ammazzarlo prima, è uno dei più crudeli. Sapendo del Sua sensibilità sociale abbiamo pensato d’invitarLa ad aderire pubblicamente contro la pena dell’ergastolo.”
Molti miei compagni erano scettici sul fatto che una persona così importante come Stefano Rodotà avrebbe aderito ad un’iniziativa che partiva così “in basso” e lo ero anch’io, consapevole che difficilmente un uomo delle istituzioni avrebbe avuto il coraggio di aderire pubblicamente ad una campagna così impopolare e controcorrente. Eppure lui lo fece, subito e senza esitazioni, facendoci così capire che non tutta la società era d’accordo a considerare irrecuperabili per sempre i condannati all’ergastolo.
Grazie professore. Buon riposo. (Carmelo Musumeci) (foto: rodotà)

Posted in Lettere al direttore/Letters to the publisher, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

A proposito della scarcerazione di Salvatore Riina per motivi di salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 giugno 2017

carcereIn questi giorni si è parlato molto della (improbabile) scarcerazione, per motivi di salute, di Salvatore Riina e la maggioranza politica e popolare del nostro Paese si è scandalizzata. Ma la Storia è piena di maggioranze che hanno sbagliato. A mio parere, essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione. Ciò che ho letto in proposito mi ha fatto amaramente riflettere: “Riina deve restare in carcere perché dentro viene curato meglio.” Io preferirei essere curato male ma ricevere conforto, una carezza e assistenza dai familiari.“Riina deve rimanere in carcere perché è ancora il capo di “Cosa Nostra.” Forse molti non sanno che nella malavita (come in politica) fermato un capo c’è già un altro in attesa, che prende subito il suo posto.“Riina non si è mai pentito”. Quando mi hanno arrestato, tanti e tanti anni fa, alcune persone mi dicevano: “Se ti penti esci dal carcere, rivedi la tua famiglia, riprendi a vivere e vieni stipendiato. Se sei bravo e se dici di sapere molto e lo dici un poco alla volta, il tuo stipendio aumenterà, viaggerai, conoscerai città nuove e nuove nazioni. Se chi accusi è innocente, è sfortunato e spacciato, se è colpevole è solo spacciato.” Un grande illuminato, quasi due secoli fa, scriveva che era motivo di vergogna per uno Stato chiedere aiuto, per scoprire dei delitti, a chi li aveva commessi. Chi riesce a vedere nei pentiti e nei collaboratori di oggi il pentimento dell’Innominato del Manzoni? Pentimento che fuoriesce dalla tristezza e dall’abiura morale? Il pentimento che nasce da un sofferto esame interiore? L’urlo della coscienza? Il graffio del rimorso? L’umiltà del peccatore? Tracce di riscatto morale? La testa in giù per il mal prodotto? Dov’è tutto ciò nei pentiti di oggi?“Riina non ha mai preso coscienza del male che ha fatto.” Credo che sia molto difficile che questo avvenga da solo, ad una persona murata viva in una cella, sottoposto al regime di tortura del 41 bis. In fondo la rieducazione del condannato, sancita dall’art.27 della nostra Costituzione, andrebbe garantita, almeno come tentativo, a tutti, anche ai più “cattivi e colpevoli per sempre”. Dopo tanti anni di carcere l’ergastolano diventa ancor più mostro, senza più ricordi e senza più passato. Il pensiero che un giorno potrebbe uscire, ma che forse non potrebbe mai uscire, non dà pace, né di giorno né di notte. E non c’è tortura più dolorosa dell’incertezza sulla propria sorte. Il dubbio sul proprio destino procura più dolore di qualsiasi altro male. Il carcere duro, in questo strano Paese, viene usato solo come luogo dove si invecchia e si muore. E l’ergastolo senza scampo trasforma la giustizia in vendetta e violenza, perché la morte ti ruba solo la vita ma la pena perpetua ti ruba l’amore, la speranza, il futuro. Ti ammazza lasciandoti vivo.Spesso i criminali uccidono senza odio, lo Stato invece uccide pian pianino, un po’ tutti i giorni, con odio e vendetta, e lo fa, dice, per fare giustizia. Una speranza, o una morte dignitosa, andrebbe data a tutti, anche ai mostri, almeno perché questi non creino culturalmente altri mostri.L’ergastolo e il carcere duro non sono dei deterrenti, anzi producono e aggiungono altro male e non spaventano neppure i terroristi, perché costoro la morte se la danno da soli.
È vero, il mostro Riina non ha avuto pietà e umanità per le sue vittime, ma questo credo non sia una buona ragione perché lo Stato faccia altrettanto.Io credo che le vittime innocenti prodotte da Riina si rivolterebbero nella tomba se la Giustizia lo lasciasse andare all’inferno senza aver fatto nulla per tentare di farlo pentire interiormente.Penso che il carcere debba servire a fermare il male, ma subito dopo deve fare il bene della persona, per farle uscire il senso di colpa dei crimini commessi, perchè questo è il dolore più grande ed è quello che fa più paura, anche ai mostri. Solo così la giustizia potrà funzionare.Da alcuni mesi esco al mattino e rientro in carcere alla sera, svolgendo, come volontario, servizio di sostegno scolastico e in attività socio-ricreative a bambini e adulti portatori di handicap. Ho iniziato a sentirmi colpevole e a rendermi conto del male fatto solo adesso che la società ha smesso di considerarmi cattivo e colpevole per sempre. E se questo è successo a me, potrebbe capitare anche ad altri mostri.
(Carmelo Musumeci) (carcere)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il carcere più fatiscente della Lombardia è a Varese

Posted by fidest press agency su sabato, 3 giugno 2017

regione lombardia“Come figura istituzionale facente parte della Commissione Carceri trovo doveroso andare a visitare le carceri anche in forma non ufficiale, quindi questa settimana mi sono recata al carcere di Varese per vedere cosa si stava facendo per questa struttura vecchissima che avevamo già visitato un paio di volte con la Commissione”, così Paola Macchi, consigliere regionale del M5S Lombardia.La visita segue una risoluzione dalla Commissione, approvata in consiglio, che invitava la Giunta regionale.
-ad attivarsi celermente presso il Ministero di Giustizia, affinché quest’ultimo, entro centottanta giorni dall’approvazione del presente provvedimento, proceda allo sblocco della situazione di inerzia in merito alla dismissione per consentire alla Casa circondariale di Varese di essere destinataria di risorse finanziarie da utilizzare per la riqualificazione e per l’ampliamento;
-a individuare, anche mediante una efficace collaborazione tra le istituzioni locali e Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria regionale, le soluzioni più idonee, orientate alla riqualificazione e all’ampliamento strutturale della Casa circondariale, al fine di garantire ai detenuti spazi adeguati e attrezzati per il recupero del loro benessere pisco sociale e per favorirne il reinserimento nella comunità civile;
– a ricercare comunque una soluzione definitiva presso il Ministero della Giustizia, anche alternativa alla riqualificazione esistente, mediante l’individuazione di una area da destinare alla realizzazione di una nuova casa circondariale e alle relative risorse finanziarie per la costruzione dell’opera; e successivamente a riferire alla commissione.
“Non si è più saputo nulla sull’ampliamento – dichiara Macchi – ma sono stati stanziati 50.000 euro per il rifacimento del piano terra e si attendono conferme per altri 100.000 euro per il rifacimento del primo e secondo piano. Tutti i lavori sono fatti in economia, utilizzando cioè manodopera interna, i detenuti stessi, che vengono pagati per questi lavori così da poter non solo impiegare le giornate lunghe della detenzione ma guadagnare anche qualcosa da poter magari mandare a casa. I lavori stanno proseguendo, rendendo decenti i servizi delle celle che prima non lo erano, bonificando i muri spesso intrisi di acqua e muffa a causa delle perdite delle tubazioni e rifacendo impianti di riscaldamento vetusti che negli scorsi inverni hanno lasciato al freddo i detenuti anche per settimane. Il carcere ha più di 100 anni, è in una struttura antica e non solo manca di spazi decenti per le attività comuni e per la palestra ma ha una cucina e un passeggio esterno che definire vergognosi è poco”.E aggiunge: “Ho chiesto se l’ATS avesse visitato la cucina, e ho fatto anche un accesso agli atti per avere i verbali dell’ATS a riguardo, perché non è accettabile che una cosiddetta società civile permetta delle condizioni strutturali e di attrezzatura così devastate come quelle che ho visto. Per non parlare poi dei passeggi, nemmeno un filo di verde, un misero quadrato di asfalto sotto il sole con un servizio che non si può definire tale, e un unico rubinetto per rinfrescarsi che perde copiosamente ed è pieno di muffa e muschio tutt’intorno. C’è da chiedersi innanzitutto perché in tutti questi anni non si sia mai fatto nulla per questo carcere, sicuramente il più fatiscente e trascurato della Lombardia, collocato nel centro di Varese, che ospita attualmente una settantina di detenuti e una guarnigione sottodimensionata di altrettanti poliziotti penitenziari costretti spesso a turni lunghissimi per supplire alla mancanza di personale. In seconda battuta perché, visto questo iniziale, ben misero stanziamento per una parziale ristrutturazione, la direzione e il provveditorato non abbiano chiesto più fondi per intervenire anche sulla cucina e i passeggi. Ricordiamo che l’art. 27 della Costituzione dispone che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato anche perché altrimenti davvero si rischiano recidive a go go”.”E a questo punto invito il Presidente Maroni ad andare a fare una visita a queste carceri dimenticate nella sua città, ma non una visita ufficiale, di spolvero, ci vada a sorpresa e giudichi lui se quanto vede può essere accettabile in una città dove si spendono tanti soldi pubblici ma solo per il salotto buono”, conclude la consigliere regionale del M5S.

Posted in Politica/Politics, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Recensione di un ergastolano del libro “Cattivi per sempre?”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 maggio 2017

musumeci (2)Il carcere in Italia spesso, oltre a non rieducarti, ti ammazza la mente e il cuore e lo fa in silenzio senza che nessuno sappia nulla, perché ci vuole tanto coraggio a scendere all’inferno e parlare, confrontarsi con i maledetti, i cattivi e i colpevoli per sempre. La giornalista Ornella Favero l’ha fatto. E dall’esperienza di questo viaggio ha scritto un bellissimo libro dal titolo: “Cattivi per sempre? Voci dalle carceri: viaggio nei circuiti di Alta Sicurezza” (Editore: Edizioni Gruppo Abele).Se leggerete questo libro, con le testimonianze raccolte da Ornella, scoprirete che gli ergastolani senza scampo passano la loro esistenza ad osservare la loro vita senza farne parte, perché non hanno più giorni davanti che li aspettano. E al mattino si svegliano con le ossa rotte, il cuore a pezzi e l’anima in fondo al mare perché la pena dell’ergastolo ostativo è una condanna senza umanità, ti ruba l’amore, ti mangia il cuore e ti succhia la speranza.
Verrete a sapere che esiste una “pena nella pena”, perché i gironi infernali del regime del 41 bis e dell’Alta sicurezza dei cattivi per sempre sono spesso dei veri cimiteri che ti fanno sentire che non fai più parte di questo mondo. E con il passare degli anni molti di loro diventeranno dei veri vegetali: né morti né vivi. Forse molti di voi non sanno che non tutte le carceri sono uguali e, secondo il comportamento processuale o il tipo di reato, attraverso criteri molte volte arbitrari, rimessi a una specie di dispotismo delle autorità carcerarie, vengono sbattuti nel girone più basso delle nostre patrie galere.
Se leggerete questo non potrete più dire “io non sapevo” perché verrete a conoscere, da una seria giornalista, che i circuiti di Alta Sicurezza sono spesso dei veri luoghi di follia istituzionale, senza orizzonti e senza nessun Dio.
Leggendo questo libro scoprirete che nella maggioranza dei casi il carcere, così com’è oggi in Italia, produce solo tanta recidiva, perché una pena crudele e cattiva non fa riflettere sul male commesso. E una sofferenza inutile non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei reati. In fondo ai cattivi per sempre non serve poi molto per migliorarsi, se non un po’ di speranza e amore sociale. Sono convinto, come lo è l’autrice di questo libro, che senza speranza è difficile rimanere umani, perché è difficile migliorare quando capisci che non esisti più e non conti più nulla. Ogni essere umano per migliorare e riflettere sul male che ha commesso ha bisogno di sperare e di essere condannato ad amare ed essere amato, perché solo l’amore sociale ti fa uscire il senso di colpa.
Grazie, Ornella, di avere scritto questo libro e di avere dato voce e luce ai “cattivi per sempre” e grazie a chi lo leggerà perché, per migliorare le nostre infernali Patrie Galere, i lettori sono anche più importanti degli scrittori. (Carmelo Musumeci)

Posted in Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Che cosa è il regime di tortura del 41 bis?

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 marzo 2017

BXP35776Firenze Sabato 8 aprile 2017, nella Sala del Centro Sociale Valdese in Via Manzoni, 21 si terrà il convegno dal titolo: 1992- 2017: 25 ANNI DI 41 BIS 25 ANNI DI TORTURA.
Programma della giornata: Ore 9,45 presentazione della giornata: Giuliano Capecchi, associazione Liberarsi; Letizia Tomassone, pastora chiesa valdese di Firenze;
Ore 10 intervento di Beniamino Deidda, Sandro Margara: il carcere speciale e l’ergastolo;
Ore 10,20 Venticinque anni di 41bis: interventi di: Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza di Nuoro e Presidente di Magistratura Democratica; Carlo Fiorio, ordinario di diritto processuale penale, università di Perugia; Carla Serra, avvocatessa; Giuseppe Mosconi, ordinario sociologia del diritto, università di Padova;
Ore 11,30 testimonianze di: Pasquale De Feo (una lettera), Jean Félix Kamba Nzolo, pastore valdese, Benedetto Labita, Maria Milazzo Labita, Carmelo Musumeci, Sebastiano Prino, Pepè Ritorto, Giovanni Farina (una lettera);
Ore 12,30 dibattito.
Ore 13,30 pausa momento conviviale.
Ore 14,30 ripresa lavori, interventi sulla tortura: Emilio Santoro, ordinario sociologia, università di Firenze; Maria Rita Prette, Edizioni Sensibili alle Foglie; Gustavo Leone, avvocato; Alessio Scandurra, Associazione Antigone;
Ore 15,30 Allora che fare? Interventi di: Ornella Favero, Presidente Conferenza nazionale volontariato giustizia; Alessia Petraglia, senatrice; Luca Maggiora, camera penale di Firenze; Elisabetta Zamparutti, rappresentante del governo italiano nel Comitato Prevenzione Tortura del Consiglio di Europa; Elton Kalica, ricercatore Università di Padova; Ristretti Orizzonti di Padova.
Ore 16,30 dibattito;
Ore 17,30 interventi di: Caterina Calia, avvocatessa; Nicola Valentino, Edizioni Sensibili alle Foglie; tortura, ergastolo, pena di morte.
Aderiscono alla giornata: Associazione l’Altro Diritto; Associazione Antigone; Coordinamento fiorentino contro l’ergastolo; Commissione carcere camera penale di Firenze; Edizioni Sensibili alle foglie; Conferenza nazionale volontariato giustizia.
Scrive in proposito Carmelo Musumeci nella parte del testimonial: “Era il 1992. Mi trovavo nella cella liscia. Ero in isolamento. Non vedevo e non parlavo con nessuno. La mia cella sembrava una scatola di sardine. Un fazzoletto di cemento, con una branda piantata sul pavimento. Un tavolino di pochi centimetri inchiodato al muro. Una finestra con doppie sbarre, una porta blindata spessa una spanna. Un bagno turco aperto senza nessuna riservatezza e, al lato, un piccolo lavandino. Lo spazio nella cella era minimo. A malapena riuscivo a stare in piedi per fare giusto qualche passo avanti ed indietro. Probabilmente un animale, vivendo in quel modo, sarebbe morto. Io invece sono riuscito a sopravvivere. Una notte, era l’ultima dell’anno, era passata la mezzanotte e le guardie stavano festeggiando rumorosamente l’anno nuovo. Erano ubriachi. Davano calci ai blindati e urlavano insulti verso di noi. Intuii che presto sarebbero venuti a divertirsi con me. Non mi sbagliavo. Arrivarono. Aprirono la cella ed entrarono. Ridevano. Erano ubriachi. Imprecai contro di loro, e loro iniziarono a colpirmi con i pugni. Quando poi fui a terra, iniziarono a colpirmi con i piedi. Per ripararmi mi trascinai sotto la branda. Le guardie fecero più fatica a colpirmi e presto si arresero e andarono a divertirsi con qualche altro detenuto. Infine, ho detto ad Anna che adesso il regime di tortura del 41 bis è ancora peggiore e si sa ancora di meno di quello che avviene, perché quei prigionieri hanno smesso di vivere, pensare, sognare e sperare.

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Un asilo per i bimbi milanesi nel carcere di Opera?

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 marzo 2017

porta nuova milanoMilano potrebbe avere il suo prossimo asilo nido all’interno del carcere di Opera. Una struttura quasi pronta all’uso è presente nell’istituto ed è stata visionata ieri da Simonetta D’Amico, consigliera comunale PD a Milano insieme a Gianni Rubagotti, iscritto al Partito Radicale e l’avvocato Paola Ponte insieme al Direttore Giacinto Siciliano durante una visita all’istituto organizzata dal Partito Radicale.
“Uno spazio che è stato inaugurato 4 anni fa che è un asilo nido dedicato ai dipendenti del carcere e che è stato però utilizzato solo in parte.” ha dichiarato D’Amico “L’idea che secondo me è da portare avanti è quella di convenzionarlo col Comune di Milano e di poter aprire questo asilo nido anche ai cittadini milanesi.
E’ una struttura bellissima, bisogna visitarla per rendersene conto, e sarebbe una opportunità sia dal punto di vista delle famiglie, perché sarebbe un costo inferiore rispetto a un asilo nido in zona centrale, e per far vivere il carcere sotto un punto di vista diverso”
Lo spazio inoltre è videosorvegliato, dando quindi massime garanzie ai genitori sul comportamento degli educatori presenti, e avrebbe costi molto ridotti per il comune.
La delegazione ha incontrato alcuni dei detenuti che hanno digiunato durante la Marcia per l’Amnistia dello scorso novembre informandoli sullo sciopero della fame di oramai 3 settimane di Rita Bernardini e Lucio Berté per chiedere lo stralcio di alcune norme della riforma della giustizia per garantirne l’approvazione in questa legislatura.
Lucio Berté digiuna inoltre per chiedere il rispetto di una mozione votata all’unanimità dal Consiglio Regionale lombardo che chiede che la ASL durante le visite nelle carceri controlli anche le cartelle cliniche dei detenuti.
La delegazione ha visitato alcuni dei detenuti anziani, alcuni dei quali ultraottantenni e con forti problemi fisici, un detenuto marocchino su sedia a rotelle in seguito a un ictus e che ha problemi di memoria.
Nell’ottica di rieducare i detenuti attraverso il lavoro sta per essere ampliato il panificio interno del carcere e nella ex-gelateria verrà aperto un pastificio che servirà altri istituti penitenziari.
Grazie anche alla collaborazione con atenei milanesi alcuni detenuti seguono corsi universitari, in generale già dalla loro entrata nell’istituto si cerca di instradare i detenuti verso percorsi formativi. Nella foto: Simonetta D’Amico (PD), consigliere comunale a Milano.

Posted in Cronaca/News, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Comment »

Il carcere ti ha fatto bene?

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2016

musumeciSpesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre lauree, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”.
Quanto odio questa domanda! Prima di rispondere penso ai pestaggi che ho subito all’inizio della mia carcerazione. Ricordo i compagni che si sono tolti la vita impiccandosi alle sbarre della finestra della loro cella perché il carcere induce i più deboli alla disperazione. Rammento i lunghi periodi d’isolamento nelle celle di punizione dove sono stato rinchiuso con le pareti imbrattate di sangue ed escrementi. Mi vengono in mente le botte che una volta avevo preso per essere rimasto più di qualche secondo fra le braccia della mia compagna nella sala colloqui. E di quando avevo dato di matto perché avevo trovato le foto dei miei figli per terra calpestate dagli anfibi delle guardie. Penso ai numerosi trasferimenti che ho subito da un carcere all’altro sempre più lontano da casa. Ricordo tutte le volte che venivo sbattuto nelle “celle lisce” perché tentavo di difendere la mia umanità. In quelle tombe non c’era niente. Nessuno oggetto. Neppure un libro. Nessuna speranza. Non vedevo gli altri detenuti. Li riconoscevo solo dalle grida e dal ritmo dei colpi che battevano sul blindato. Mi ricordo che avevano degli sbalzi di umore: da un’ora all’altra, improvvisamente, piangevano e ridevano. Rammento i lunghi anni trascorsi nel regime di tortura del 41 bis nell’isola degli ergastolani dell’Asinara. Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda.” “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Dopo di che, mi lasciavano la luce accesa (che io non potevo spegnere) e andavano via dando un paio di calci nel blindato. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità.
Per alcuni anni mi ero distaccato dalla vita, lentamente, quasi senza dolore. Non desideravo e non volevo più niente. Cercavo solo di sopravvivere ancora un poco. Mi sentivo già morto. E pensavo che non mi poteva capitare nulla di peggio. Ma mi sbagliavo perché non c’è mai fine al male.
I giorni, le settimane, i mesi e gli anni passavano e io continuavo a maledire il mio cuore perché, nonostante tutto, lui insisteva ad amare l’umanità. M’inventai cento modi per sopravvivere.
Adesso posso dire: “Ce l’ho fatta!”. Ma a che prezzo! Scrivevo per vivere e vivevo se scrivevo. A distanza di venticinque anni, mi domando a volte come ho fatto a resistere e non riesco ancora a darmi una risposta. Mi vengano in mente le ore d’aria trascorse nei stretti cortili dei passeggi con le mura alte e il cielo reticolato, ghiacciati d’inverno e roventi d’estate. Ricordo gli eterni andirivieni, da un muro all’altro nei cortili, o dalla finestra al blindato nella cella, sempre pensando che solo la morte avrebbe potuto liberarmi. Ricordo i topi che mi giravano intorno, gli indumenti, i libri e le carte saccheggiate. Stringevo i denti per non diventare una cosa fra le cose. È difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni. Ti consola poco capire che te lo sei meritato. È vero! Bisogna pagare il male fatto, ma perché farlo ricevendo altro male?
Dopo aver ricordato tutte queste cose, alla domanda se il carcere mi ha fatto bene rispondo che il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male.
Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto. Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali.Se a me questo non è accaduto è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società. (Carmelo Musumeci) (foto: musumeci)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

“Arte dal Carcere: Verso il Futuro”

Posted by fidest press agency su domenica, 30 ottobre 2016

sempre-insiemeMassa. 6 Novembre 2016 negli spazi comuni del Tribunale di Massa (MS) s’inaugura “Arte dal Carcere: Verso il Futuro”, 1^ Rassegna nazionale d’arte visiva per detenuti.Col Patrocinio del Pontificium Consilium de Cultura, del Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando, Comune di Massa; Comune di Carrara; Comune di Montignoso.Di grande valore Istituzionale per la partecipazione di 40 carceri ubicate in 17 regioni italiane, l’innovativa rassegna vede per la prima volta riuniti in un’unica esposizione 90 opere realizzate da detenuti reclusi in tutte le carceri italiane partecipi ad un unico grande progetto studiato per favorire, attraverso l’arte, la risocializzazione, il benessere psico-fisico e opportunità lavorative allacciando rapporti con la realtà esterna.
Pittura, scultura, grafica, installazioni, fotografie saranno esposte al pubblico, nel Tribunale di Massa fino al 30 settembre 2017.
Un’autorevole Giuria composta da esperti d’arte ha valutato i 276 elaborati artistici inviati da 190 artisti detenuti pervenuti via telematica alla Commissione esaminatrice che ne ha selezionati 90 (novanta) per l’esposizione.
La Commissione ha inoltre scelto, tra le opere selezionate, l’opera simbolo dell’annullo filatelico che Poste Italiane emetterà il 06 novembre per celebrare l’inaugurazione. L’opera scelta è “Sempre insieme”, disegno a matita su carta, raffigurante due mani saldamente unite nell’espressione di un aiuto reciproco. L’opera è realizzata da A. G. della Casa Circondariale di Ivrea.L’inaugurazione della Rassegna è fissata per domenica 06 novembre 2016 alle ore 10,00 – giornata della Misericordia – in cui Papa Francesco accoglierà una delegazione di detenuti delle carceri italiane nella Basilica di S. Pietro. Tutte le successive edizioni della mostra saranno inaugurate il 06 novembre per conservare memoria storica di un evento così importante.Il lungo periodo espositivo, undici mesi, dal 06 novembre 2016 al 30 settembre 2017, permetterà la massima fruizione del pubblico e la realizzazione di vari eventi collaterali quali: conferenze, dibattiti, riunioni di studio sulle opere esposte. I personaggi coinvolti saranno: storici, critici d’arte, artisti, ma anche associazioni che si occupano del disagio sociale ed emotivo dei detenuti.
I risultati dei vari workshop saranno raccolti in dispense e pubblicati sul sito della Rassegna.
Lo studio e il parere degli studiosi accresceranno il valore dell’iniziativa fornendo, nello stesso tempo, agli autori delle opere consapevolezza della propria creazione artistica. Ciò attiverà un percorso conoscitivo e di crescita che aprirà, nei detenuti, la strada ad approfondimenti di studio e al desiderio di miglioramento. Progetto artistico di Enrica Frediani curatrice di mostra e catalogo.
Presidente della Rassegna: Maria Cristina Failla – Presidente del Tribunale di MassaOrganizzatrice: Anna Molino – 1° Dirigente del Tribunale di Massa
Enti promotori: Tribunale di Massa, Casa di Reclusione di Massa, Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, Ass. Amici del Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, Associazione AiCS Solidarietà di Massa Carrara.
Enti collaboratori: Cisdac- Ass. di volontariato Centro Italo-Svizzero di Arte contemporanea di Montignoso; A.V.A.D. Ass. Versiliese audiovisivi didattici; Accademia di Belle Arti di Carrara (foto: sempre insieme)

Posted in Cronaca/News, Mostre - Spettacoli/Exhibitions – Theatre | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Carcere. Ass. Detenuto Ignoto (Testa): da Renzi gesto ‘inedito’ che si spera diventi consuetudine

Posted by fidest press agency su sabato, 29 ottobre 2016

carcere di padovaDichiarazione di Irene Testa Segretario dell’Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto al 19° giorno di sciopero della fame insieme a Rita Bernardini, Maurizio Bolognetti, Paola Di Folco per un dialogo con il Ministro Orlando per dare attuazione agli Stati Generali delle carceri. Non basta una visita, e neanche due, ma non si può non apprezzare che il Premier abbia visitato oggi il carcere di Padova e abbia ricordato Marco Pannella. Tuttavia, perché questa visita non rischi di essere fraintesa, sarebbe doveroso che le visite alle carceri, con opportune riflessioni sullo stato di queste, diventino consuetudine. Anche per questo, rinnovo al presidente Renzi l’invito a favorire nel Paese un dibattito approfondito su queste tematiche, così che essere intese le ragioni del nostro digiunare nonviolento per un dialogo col ministro Orlando, e quelle di una Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà intitolata a Marco Pannella e a Papa Francesco in occasione della celebrazione del Giubileo dei carcerati il 6 novembre prossimo.

Posted in Cronaca/News, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

“Farsi uccidere o andare in carcere”

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 ottobre 2016

rapinaE’ questa l’unica opzione disponibile per le Forze dell’Ordine che si trovano ad affrontare un criminale che tenta di attentare alla loro vita. A dimostrarlo è l’assurda vicenda di un Carabiniere di Ancona, per il quale il pm ha chiesto una condanna ad un anno e 8 mesi di reclusione per aver sparato ad un’auto carica di banditi che cercava la fuga e voleva investire i suoi colleghi ad un posto di blocco”. E’ quanto afferma Franco Maccari, Segretario Generale del COISP – il Sindacato Indipendente di Polizia. “Potrebbe costare cara al Carabiniere – prosegue Maccari – la scelta di salvare la vita ai propri colleghi sparando quattro colpi contro la Mercedes che stava per travolgerli a tutta velocità, per la casuale fatalità di un proiettile che, di rimbalzo, ha colpito un ladro albanese uccidendolo. L’ulteriore beffa è la richiesta di risarcimento da due milioni e mezzo di euro avanzata dalla famiglia del bandito, e che siamo certi che il nostro premuroso governo non esiterà a staccare il generoso assegno nel più breve tempo possibile, per poi rivalersi sul Carabiniere. Evidentemente per qualcuno la vita di chi veste una divisa non vale nulla e chi la difende è considerato un criminale da buttare in galera. Dopo l’assurda richiesta del pm, vorremmo essere fiduciosi nell’operato della magistratura giudicante, purtroppo temiamo che il Carabiniere che ha salvato la vita ai suoi colleghi, dopo il supplizio di un estenuante e costoso processo pagherà per aver fatto il proprio dovere, mentre i banditi se la caveranno con uno scappellotto da parte del giudice e torneranno presto per strada a rubare ed a forzare posti di blocco. Purtroppo le Forze dell’Ordine non sono messe in condizione di fare il proprio lavoro e non hanno alcun tipo di tutela. Solo il loro senso del dovere, di cui lo Stato abusa, li spinge a non voltarsi dall’altra parte di fronte ad un episodio criminale”.

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Perché le nostre Patrie Galere hanno paura del volontariato?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 settembre 2016

volontariatoCon la riforma del 1975, l’apertura al volontariato nel sistema penitenziario è stata una vera rivoluzione culturale carceraria, che ha dato importanza alla comunità libera nel recupero del detenuto.
È stato come se il Legislatore avesse ammesso che il prigioniero può migliorare solo dentro la società e non certo escludendolo totalmente da essa.
Credo che le migliaia di persone che ogni giorno entrano in carcere e dedicano la loro energia e il loro tempo ai prigionieri siano la parte più sana della nostra società e, di conseguenza, delle nostre “Patrie Galere”. Ed è grazie a loro che la maggioranza della popolazione detenuta riesce ad avere ancora un contatto con l’ambiente esterno e a sentirsi meno emarginata. Probabilmente per questo il “nemico numero uno” per l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è il detenuto, ma il volontario che entra a casa sua, lavora gratuitamente, vede, ascolta e poi va fuori.
Qualcuno mi rimprovera che quando scrivo di carcere parlo solo dei detenuti; penso che abbia ragione. E questa volta ho deciso di dare voce e luce a una volontaria rendendo pubblica parte di una sua lettera che ho ricevuto in questi giorni. Per proteggerla dall’Assassino dei Sogni non farò il suo nome, né indicherò il carcere da lei citato; ma se, in seguito, questa volontaria sarà d’accordo e qualche parlamentare sarà disposto a fare un’ interrogazione parlamentare, renderemo pubblici i dettagli .
Mio caro Carmelo, (…) devo anche informarti che ho sospeso di andare a (…) e quindi di fare i colloqui. È stata una decisione molto sofferta, dopo sei anni che ho passato là dentro, scambiando parole e cuore con tutti quei ragazzi che ho visto. È stato un periodo tosto ma che mi ha dato tanto. Ho imparato tanto, mi ha insegnato a sbarazzare la mente da qualunque pensiero avverso, stupido, di controllo, di pregiudizio. Ho ricevuto tanto, tanto, tanto. Mi dicono che ho anche dato, ma è stato di sicuro reciproco. Le persone che conosco e che non hanno contatto con il carcere non capiscono e mi hanno avversato sempre, ma l’importante è che io sappia e loro, comunque, che piaccia loro o no, si sono beccati i miei racconti perché credo che le coscienze vadano scosse anche quando non vogliono! Il motivo della mia rinuncia è stato un certo “movimento” interno al carcere (chissà che giochi ci sono dentro…), ma di sicuro le guardie (con la direzione) hanno incominciato a ostacolare i volontari (che odiano) sempre di più. Pensa che in una mattina mi hanno fatto 3 perquisizioni e che due dei nostri migliori volontari sono stati privati dell’art. 17 per essere stati trovati in possesso di buste da lettera e francobolli (che non potremmo portare, ma che dovrebbe fornire il carcere. Cosa che non fa.) Ho “sentito” che per la prima volta in 6 anni, era meglio avere paura. Non avrei voglia di diventare un capro espiatorio.
Non credo che ci sia altro da aggiungere, a parte commentare che se il carcere non rispetta neppure i volontari che donano il loro tempo e affetto sociale a chi ha sbagliato, allora la rieducazione è veramente difficile, il desiderio di ricominciare a vivere si atrofizza e si trasforma in odio. Soprattutto, fa sentire innocente anche chi non lo è. (Carmelo Musumeci) (foto: volontariato)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Rapporto UNHCR: diminuisce la detenzione dei minori

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 agosto 2016

carcereSecondo quanto contenuto in due rapporti pubblicati nella giornata odierna, i dodici paesi che partecipano alla strategia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) per porre fine alla detenzione di richiedenti asilo e rifugiati hanno compiuto importanti progressi verso la fine della detenzione dei bambini nel corso degli ultimi due anni.Tuttavia questi risultati vanno interpretati anche alla luce degli altri due obiettivi della strategia globale dell’UNHCR “Al di là della detenzione 2014-2019″, cioè quello di garantire che siano disponibili alternative alla detenzione sia per legge che nella prassi; e l’obiettivo per cui, nei casi in cui la detenzione sia necessaria e inevitabile, le condizioni durante la detenzione siano conformi agli standard internazionali.La strategia è stata lanciata due anni fa per aiutare i governi ad affrontare questa importante questione. In collaborazione con gli Stati e le organizzazioni della società civile, la strategia è stata implementata in Canada, Ungheria, Indonesia, Israele, Lituania, Malesia, Malta, Messico, Tailandia, Regno Unito, Stati Uniti e Zambia. I dati raccolti dal 2013 sono stati utilizzati come standard di riferimento e presentati in un rapporto pubblicato oggi insieme a un secondo rapporto sui progressi compiuti.”Troppi rifugiati e richiedenti asilo, compresi minori, sono costretti a rimanere nei centri di detenzione; quando dovrebbero invece essere in un ambiente dove possano avere informazioni, supporto, privacy e accesso ai loro diritti legali”, ha dichiarato l’Assistente Alto Commissario dell’UNHCR per la Protezione Volker Türk, aggiungendo che nel 2015 i richiedenti asilo e i rifugiati rappresentavano il 17 per cento di tutte le persone detenute per questioni legate all’immigrazione nei dodici paesi considerati, un dato in crescita rispetto al 12 per cento del 2013.”Questa strategia è un passo importante nel porre fine all’uso controproducente della detenzione e accogliamo con favore gli incoraggianti progressi realizzati in questi due anni”, ha dichiarato, sottolineando tuttavia che è necessario che i governi e le altre parti interessate facciano molto di più nei prossimi anni.Il rapporto, che definisce le strategie e i risultati raggiunti in tutti i dodici paesi, rileva progressi incoraggianti nel porre fine alla detenzione dei minori. I miglioramenti sono stati registrati in settori quali l’adozione di leggi e politiche per limitare o abolire la detenzione dei minori; la priorità nell’esame delle richieste di asilo da parte di minori; un migliore accesso ad informazioni appropriate all’età in un formato a misura di bambino; e una maggiore attenzione al processo di nomina di tutori qualificati.Queste misure hanno contribuito a un calo complessivo del numero totale di minori detenuti nei dodici paesi alla fine del 2015 pari al 14 per cento, rispetto al 2014, quando tutti i paesi applicavano la detenzione di minori per finalità legate all’immigrazione. Alla fine del 2015, due paesi avevano smesso di detenere i minori richiedenti asilo.La promozione di alternative alla detenzione, il secondo obiettivo della strategia globale, si è rivelata una sfida più difficile. Nella maggior parte dei paesi presi in considerazione, non vengono prese in esame per ogni singolo caso possibili alternative prima di ricorrere alla detenzione.
Rispetto all’obiettivo finale di migliorare le condizioni di detenzione, i progressi sono stati moderati, dal momento che i richiedenti asilo e i rifugiati sono ancora di fronte al rischio di detenzione a tempo indeterminato in un terzo dei paesi analizzati a causa dell’assenza di norme che fissino un limite massimo di tempo per la detenzione.Il rapporto rivela che nella maggior parte di questi dodici paesi, i richiedenti asilo sono ancora penalizzati a causa dell’ingresso e della permanenza irregolare e possono essere detenuti insieme a persone sospettate o condannate per un crimine. In stato di detenzione l’accesso alla procedura di asilo e alle garanzie procedurali, come il diritto di accesso a servizi di consulenza legale, non sono sempre garantiti nella prassi.Anche se è troppo presto per valutare l’impatto a medio e lungo termine del lancio di questa strategia, da questa prima valutazione emergono alcune tendenze che potrebbero preannunciare nei prossimi anni cambiamenti in materia di politiche di detenzione nel campo dell’immigrazione. I risultati positivi costituiranno la base per un ulteriore dialogo con tutte le parti interessate per aiutare a identificare e porre rimedio alle carenze, oltre che per sostenere l’elaborazione delle politiche, soprattutto per quel che riguarda l’accoglienza e le alternative alla detenzione.I dodici paesi sono stati scelti sulla base di diversi criteri, tra cui la diversità regionale e tematica, le dimensioni e la rilevanza del problema, e le prospettive di progresso nel periodo di lancio iniziale. Ogni governo ha stabilito un piano d’azione nazionale per contribuire a questo cambiamento e all’attuazione della strategia.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Rapporto Antigone 2016 e affermazioni del Ministro Orlando: riflessioni di un ergastolano

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 agosto 2016

carcereDico sempre ai miei compagni che, per tentare di portare la legalità costituzionale dentro le nostre Patrie Galere, bisogna prima leggere e poi imparare a scrivere.Oggi mi è capitato di leggere queste dichiarazioni del Ministro della Giustizia Andrea Orlando nel corso di un convegno organizzato, tra gli altri, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo: “Un carcere organizzato così com’è oggi non serve nemmeno per garantire la sicurezza. Il carcere costa ogni anno 3 miliardi di euro e l’Italia è il Paese con la recidiva più alta d’Europa. Chi invoca il carcere in nome della sicurezza, in realtà cavalca una società ansiosa e propina una truffa. (…) All’apice del sovraffollamento avevamo prima 69 mila detenuti per circa 42 mila posti. Avevamo un sistema che si reggeva soprattutto su una gamba, quella del carcere. I soggetti ammessi a pene alternative erano circa 20 mila. Adesso la situazione è cambiata. Abbiamo 54 mila detenuti per circa 50 mila posti, ma soprattutto 40 mila soggetti ammessi a pena alternativa.” (da: La Repubblica, 13 luglio 2016).
Spero che il Ministro non me ne vorrà se affermo che, sì è vero, che si è fatto molto per migliorare la situazione carceraria, ma la strada è ancora lunga. Mi riferisco, in particolare, alla situazione dei diecimila detenuti condannati per reati di criminalità organizzata. Continuo a pensare che, se si vuole sconfiggere questo fenomeno, bisogna iniziare da dentro il carcere offrendo anche a queste persone la speranza di una vita più dignitosa. Da decenni, infatti, ci sono detenuti che in nome della “sicurezza sociale” rimangono in regime di carcere duro (41 bis), o nei circuiti di Alta Sicurezza. E ciò sovente avviene con motivazioni apparenti o stereotipate, inidonee a giustificare, in termini di attualità, la pericolosità affermata. Spesso (o quasi sempre), le richieste di declassificazione vengono rigettate dai funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario prendendo a pretesto episodi, sicuramente gravissimi, ma ormai datati nel tempo.Molti di questi detenuti scontano la galera chiusi in una cella anche per ventidue ore su ventiquattro, senza fare nulla a parte continuare ad odiare le istituzioni e la società.Anch’io sono stato uno di loro e, anche se nella mia vita ho infranto tutte le leggi scritte e le consuetudini sociali, una volta in carcere, mi sono dovuto accorgere che i miei guardiani erano peggiori di me. In questo modo, mi sono subito auto-assolto.Credo che la criminalità organizzata non si possa sconfiggere solo militarmente senza prima “curare” e “sanare” i cuori e le menti degli “affiliati”. Ci sono giovani ergastolani (ormai non più giovani) che hanno passato più anni della loro vita dentro il carcere rispetto a fuori. Che fare per recuperarli? Quando si trascorrono molti anni sott’acqua e al buio, è difficile ritornare a galla e alla luce, e riabituarsi a vivere. Da pochi giorni è uscito anche il Pre-Rapporto 2016 dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione, dove tra i tanti dati vi è quello che il numero dei detenuti è tornato a salire e che “I numeri delle misure alternative crescono lievemente, come hanno fatto anche negli anni precedenti, ma rimangono tuttavia troppo bassi rispetto alle potenzialità”.Per questa ragione Antigone lancia la campagna “Partiamo da 20×20” e chiede di destinare entro il 2020 il 20 per cento del bilancio dell’Amministrazione penitenziaria in misure alternative. “Oggi per queste misure l’Amministrazione penitenziaria spende meno del 5 per cento del proprio bilancio. La parte più avanzata del nostro sistema di esecuzione delle pene dunque è anche di gran lunga quella con meno risorse. I soldi servono tutti per il carcere”Ma anch’io credo, per averlo frequentato per la maggior parte della mia vita e per essere tuttora detenuto da 25 anni ininterrotti, che il carcere, così com’è, sia un pozzo nero capace di distruggere quel poco di buono che è rimasto nel cuore di un detenuto.Un sorriso fra le sbarre. (Carmelo Musumeci) fonte: http://www.carmelomusumeci.com (foto: carcere)

Posted in Cronaca/News, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Carcere per diffamazione a mezzo stampa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 giugno 2016

carcereSulla Piattaforma per la protezione del Giornalismo e la sicurezza dei giornalisti del Consiglio d’Europa, le organizzazioni EFJ (European Federation of Journalists), AEJ (association of European Journalists), IPI (Internationa Press Institut) e Index on Censorship hanno lanciato l’allarme contro il disegno di legge in esame al Senato italiano che propone tre anni in più di carcere per i colpevoli di diffamazione. Le organizzazioni firmatarie ritengono che questo il disegno di legge abbia “effetti raggelanti sulla libertà dei media”. La Piattaforma è uno spazio pubblico creato “per facilitare la compilazione, l’elaborazione e la diffusione di informazioni sulla più gravi preoccupazioni per la libertà e la sicurezza dei giornalisti e dei media, garantiti dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo negli Stati membri del Consiglio d’Europa” . Quando viene pubblicata una nuova segnalazione, il Consiglio d’Europa chiede spiegazioni alle autorità del paese interessato, in questo caso l’Italia. Di seguito il testo integrale dell’appello. “Una commissione del Senato italiano ha votato all’unanimità il 3 maggio 2016, un progetto di modifica del codice penale che aumenterà le sanzioni penali per coloro che sono accusati di diffamazione contro membri della classe politica, la magistratura e la pubblica amministrazione. Il disegno di legge sarà presto presentato al Senato per l’adozione. In particolare, il testo prevede l’aumento del massimo della pena da 6 a 9 anni di carcere, se la diffamazione riguarda un politico, un giudice o un dipendente pubblico”. “L’iniziativa legislativa è stata denunciata dall’Ordine dei Giornalisti Italiani, dalla Federazione Italiana dei Giornalisti organizzazioni e dalla ONG Ossigeno per l’Informazione, ricordando che un altro disegno di legge, introdotto nel 2012 ha proposto la cancellazione delle pene detentive per la diffamazione. Nel 2013, la Rappresentante OSCE per la libertà dei media, Dunja Mijatović, ha indirizzato una lettera al Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, per ricordare la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale ritiene che le pene detentive per diffamazione siano una sanzione sproporzionata e una minaccia alla democrazia”. “Le organizzazioni che fanno questa segnalazione riaffermano con fermezza il principio, stabilito da sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che coloro che detengono alte cariche pubbliche non dovrebbero beneficiare di protezioni supplementari per legge, ma invece dovrebbero essere disposti ad accettare un livello più alto di critica rispetto ad altri”. (fonte: Lettera di notizie sui mass media/direttore Franco Abruzzo)

Posted in Cronaca/News, Diritti/Human rights | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Caino: cattivo e colpevole per sempre

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 maggio 2016

cainoBy Carmelo Musumeci. Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno tolti?» Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi. (foto caino)

Posted in Diritti/Human rights, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Sparò ai ladri, paga con il carcere l’essere stato vittima di furto

Posted by fidest press agency su domenica, 10 aprile 2016

maccari-cie-kr5“E’ impossibile reprimere l’istinto di difendersi quando si subisce un male ingiusto, specie se è già successo più di una volta, specie se è forte il senso di impunità e di insicurezza che si percepisce quando sembra che, nei fatti, non conti molto il fatto che rubare non è un diritto. Far scontare in carcere ad una persona il fatto di essere stata vittima di un’aggressione è qualcosa che stride fortemente con il sentimento reale di una cittadinanza stufa di non trovare risposte certe e severe nei confronti di chi viola leggi e regole che le persone offese, invece, seguono nel corso della loro vita. E tutte le difficoltà e le limitazioni che il sistema sicurezza soffre, unite ad un’innegabile incertezza della pena che deriva da un sistema giustizia che non assicura la soddisfazione dei diritti delle troppe vittime dell’arrogante violenza altrui, non fanno che peggiorare le cose esponenzialmente. Lo abbiamo detto spesso e lo ripetiamo: il diffuso sentire quasi come una necessità il fatto di doversi fare giustizia da soli rappresenta un problema reale e molto grave, ed espone i cittadini che noi siamo chiamati a servire ad una duplice nefasta conseguenza se loro malgrado essi restano vittime di atti criminali. Le Istituzioni hanno l’obbligo di fare di più per tenere i cittadini al riparo da quelle nefaste conseguenze, rimettendo davvero loro e la loro sicurezza al primo posto”.
Così Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, dopo che nel casertano Raffaele Villano, 52enne di Trentola Ducenta (Caserta), è stato condotto in carcere a seguito della sentenza definitiva di condanna a 5 anni e tre mesi di reclusione per eccesso colposo di legittima difesa inflittagli per aver sparato ai ladri che stavano rubando nel suo bar, uno dei quali morì poco dopo. Era il 21 maggio 2012 quando Villano, uno dei titolari del bar Blue Moon di San Marcellino (Caserta), sparò a un giovane rom che stava rubando dei videogiochi del locale tra i più noti della zona. L’uomo, che già dieci giorni prima aveva subito un furto nell’esercizio da parte di ladri che gli spararono contro con una pistola che lui non sapeva essere caricata a salve, la notte di quel 21 maggio fu svegliato dall’antifurto del bar mentre dormiva nella sua casa al piano di sopra. Affacciatosi, Villano notò quattro giovani che, dopo avere scassinato il locale, stavano caricando su un’auto una macchinetta di quelle che cambiano le banconote in monete per le slot machine. A quel punto impugnò un revolver, legalmente detenuto, e fece fuoco quattro volte. Il giovane rom, che stava entrando nell’auto dal portellone tirandosi dietro la macchinetta mangiasoldi, fu colpito mortalmente (raggiunto al torace e a una gamba) mentre uno dei complici rimase ferito. Dopo quasi quattro anni la condanna definitiva e il carcere per il titolare del bar.“Impossibile non dire che quest’uomo – conclude Maccari – ha avuto la vita veramente rovinata e segnata in maniera indelebile da quei delinquenti che hanno deciso, un giorno, di poter disporre liberamente delle sue cose, della sua proprietà, dei suoi diritti, pur essendo ben coscienti delle possibili conseguenze cui andavano incontro ma convinti, certamente, di poterla fare franca. Eppure, il gesto di ladri che in questa maniera possono distruggere da un momento all’altro l’intera esistenza delle loro vittime viene perseguito e punito in maniera estremamente meno severa di quanto lo Stato adesso non faccia con l’onesto titolare di un bar che ha dedicato la propria vita al lavoro”.

Posted in Cronaca/News, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Marco Ruotolo: Dignità e carcere

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 febbraio 2015

dignità e carcereHo incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e Costituzione”).Ed io ho ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa”).Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo “La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora: Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un’occhiata veloce per trovare subito l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del muro. Non mi fate paura. Un’altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare dall’altro lato. E avete coraggio… Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi. Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.
Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e degradante.Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per il prigioniero. (Carmelo Musumeci)

Posted in Cronaca/News, Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Visita in carcere

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2013

La visita alla Casa Circondariale di Torino ci ha permesso di fare una fotografia approfondita dello stato attuale della struttura carceraria.
Non abbiamo voluto, a differenza di altre visite istituzionali, anche recenti, concentrare la nostra attenzione su qualche ospite più illustre di altri, constatando che dietro le sbarre le persone sono tutte uguali e il sovraffolamento rende le loro condizioni di permanenza nella struttura piuttosto pesanti.I detenuti sono infatti complessivamente 1540, di cui 783 italiani e 757 stranieri. Le donne sono 133, due delle quali sono lì con tre bambini.Ricordiamo che la capienza reale è di 1139. Dunque alta continua ad essere la percentuale del sovraffollamento. E su questa struttura gli ultimi provvedimenti svuotacarceri non hanno prodotto alcun effetto. Invece dovrebbero essere finalmente modificate le leggi riempicarceri: la Bossi-Fini sull’immigrazione del 2002, la ex Cirielli del 2005, che diminuisce i termini di prescrizione ma aumenta le pene per i recidivi, e la Fini-Giovanardi sulle droghe leggere del 2006.In questa situazione, fra i carcerati si è creata un’attesa spasmodica nei confronti di una possibile amnistia.Unica novità in positivo è l’applicazione a tre detenuti del braccialetto elettronico, a partire da fine giugno, all’interno della sperimentazione nazionale.Per quanto riguarda il personale penitenziario, le unità sono 700 per la struttura e 160 per il nucleo di traduzione e piantonamento. A breve è però annunciata una nuova pianta organica a livello regionale, con una nuova assegnazione alle singole sedi del personale.Il numero di detenuti impiegati in attività interne è circa un centinaio, distribuito fra falegnameria, torrefazione, catering, lavanderia, vivaio e a breve l’avvio di un panificio. E’ stata anche stipulata una convenzione con la circoscrizione 5 per la manutenzione del verde pubblico. Partirà a settembre una classe del liceo artistico.
Nella visita siamo venuti a contatto con diversi detenuti. Abbiamo visitato le sezioni Sestante dei malati pschiatrici e Prometeo dei detenuti seriopositivi. Le condizioni di vivibilità sono particolaremente precarie nelle sezioni dei nuovi arrivi, data anche la temporaneità presunta della permanenza in quelle aree, che non permette l’organizzazione di attività complemetari.In particolare abbiamo affrontato queste problematiche nella sezione femminile, con le detenute fra le quali anche Jonella Ligresti. Questo braccio della struttura è al completo e tutte lamentano la scarsezza di risorse. Mancano le forniture di base, a partire dalla carta igienica e gli assorbenti. Le celle sono spazi angusti che ospitano le detenute per 22 ore al giorno, essendo solo 2 le ore d’aria. Questi sono gli effetti di una politica nazionale di tagli e anche di scarsa attenzione alla risoluzione di problematiche pratiche, quale potrebbero essere la definizione e le modalità di accesso a beni di prima necessità.Invece tali privazioni rendono poco sostenibile la vita in cella e difficile di conseguenza il lavoro degli agenti penitenziari, come più volte denunciato da loro stessi.

Posted in Cronaca/News, Welfare/ Environment | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Il carcere delle parole e delle assenze

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 gennaio 2012

Nuova edilizia penitenziaria, otto per mille per ristrutturare gli istituti di pena, porte girevoli da arginare, condanne residue da scontare agli arresti domiciliari-penitenziari, nessun indulto né amnistia per tentare di consolidare un senso di giustizia equa a una disumana ingiustizia.Rimangono ancora tanti problemi e non di poco conto sul carcere italiano, i troppi extracomunitari da riconsegnare ai propri paesi, la miriade di tossicodipendenti abbandonati dentro le celle in attesa della prossima tirata, del prossimo buco, l’esercito di persone miserevoli con le tasche vuote, tanti rumori nella testa, la sofferenza nel cuore da curare, da accompagnare fuori da un carcere che non si piega a nessuna utilità, scopo e prevenzione sociale.Questo carcere costringe a torsioni innaturali quanto il reato commesso, su questa linea di confine che sembra non appartenere ad alcuno, è fin troppo facile affermare con una verità comprata al supermercato delle parole che in galera non ci finisce più nessuno.Eppure chi scrive vi è ristretto da quarant’anni, senza dubbio c’è chi muore strozzato e disperato in una cella, c’è persino chi ci entra come cittadino adulto e ne esce come un adulto bambino, pronto alla detonazione che senz’altro avverrà.In carcere ci si va e come, si resta in un angolo dimenticato, non per pensare al male fatto agli altri ed a se stessi, ma perché schiacciati nella violenza del nulla, spingendo la mente a mosse obbligate per contenere l’ingiustizia di una pena, che sortisce l’effetto ipnotico autoassolvente, che mette in scacco la propria colpevolezza, figuriamoci le eventuali responsabilità.C’è in atto un nascondimento della follia individuale, dimenticando quella sociale in fase di implosione, peggio, di indifferente fatalità, al punto da accettare passivamente la tesi di un recinto dove ognuno è potenzialmente un morto che cammina.Non si tratta di emanare un atto di clemenza, occorre ripensare davvero ai tetti spropositati delle condanne, alle celle anguste che devastano ciò che è già sufficientemente ammaccato, ai benefici carcerari ridotti al lumicino. E’ necessario pensare ai programmi, ai progetti fattibili perchè chi esce non abbia a ritornarvi.Ma quali investimenti sono approntati, per rendere inattuabile la pratica darwiniana dell’alzare il tiro onde assicurarsi un’impossibile impunibilità.Cambiare è possibile, cambiare mentalità e atteggiamenti è un ‘opera di ricostruzione attuabile, ma nessuno si salva da solo.Quel che è sotto gli occhi di tutti induce a richiedere subito questo balzo in avanti, perché nelle carceri le persone muoiono, esse non scontano soltanto una condanna, ma un sovrappiù che consiste nelle sofferenze fisiche e psicologiche, negli abbandoni e nelle rese di una sconfitta che non esprime alcuna pietà.Ci sono situazioni devastanti, degradanti: alcune assolutamente non scelte, né mai totalmente descritte dalla cronaca o dalla romanzata fiction televisiva, permane il parassitismo strutturale che non consente responsabilizzazione nell’irresponsabile, ma altera e compromette ogni processo cognitivo, creando un arretramento culturale galoppante e una sorda commiserazione.Allora è davvero urgente una riforma che sottenda un valore in sé e trascini con sé la volontà a progettare e organizzare percorsi alternativi al carcere, per evitare inutili effetti spostamento-trascinamento.Posso assicurare che in carcere non si sta bene, è un luogo di afflizione, ma il sopravvivere abbruttendosi non ha alcun valore di interesse collettivo. Fino a quando non si comprenderà che in carcere si va perché puniti e non per essere puniti, questa dicotomia spingerà il detenuto privato della libertà a sedersi a tavola con la morte, decidendo di guardarla in faccia e sfidarla. Senza però tenere in considerazione che la morte quasi sempre vince. E’ una prova questa, che indica la paura del potere della morte, ma ugualmente il carcere continua a rimanere un luogo non autorizzato a fare nascere vita nè speranza, non rammentando che l’uomo privato della speranza è un uomo già morto.Momento dopo momento, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in compagnia del solo passato che ricompone la sua trama, e passato, presente e futuro sono lì, in un presente che è attimo dove non esiste futuro.
Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto; hai in comune con il tuo simile solo un dolore sordo, che evita di guardare all’indietro nè di pensare al domani, e allora riconoscere i propri errori è un’impresa ardua.Le analisi sistematiche a questo punto servono poco, per rendere più umano l’inumano: sono più propenso a credere che dobbiamo convincerci noi, quelli dentro, della possibilità di raggiungere dei traguardi e degli obiettivi, per ritornare a volerci un po’ bene, per riuscire a essere persone e non solo numeri usati per la statistica.Finchè i ragionamenti saranno un’estensione degli atteggiamenti negativi, le rappresentazioni mentali si trasformeranno in eventi negativi.Spesso la voce sociale indica il carcere come extrema ratio sulla carta ma prima necessità nelle intenzioni di chi sta all’angolo della paura e della sofferenza. Un carcere-medico sprovvisto di lauree per intervenire sui sintomi, sulle malattie, le terapie da apportare, affinché sordi, muti e ciechi non abbiano a continuare a calpestare i diritti altrui.Quando l’investimento ( non mi riferisco esclusivamente a quello finanziario ) copre quasi interamente il comparto della sicurezza, riservando poca attenzione-volontà, quella vera per la prevenzione-ricostruzione individuale, si produce una torsione che ammutolisce la coscienza.La stessa richiesta di giustizia giusta, perché pronta, equa, corrispondente alla esigenza di riparazione, non riceve alcun conforto, così che la sensazione comune indossa la maschera e i denti affilati della solitudine, spingendo ad affidarci al carcere che ancora non c’è.Sicurezza, rieducazione, risocializzazione, riparazione, appaiono sempre meno come il collante che può tenere insieme una società e farla crescere, politica e stili di vita si travestono di ideologie d’accatto, gli obiettivi a tutela delle persone divengono esigenze contrapposte, una didattica inversa a una pedagogia in costante affanno, come se ognuna di queste facce della stessa medaglia fossero improvvisamente vissute come aut aut al fare sicurezza: mettere in salvo il benessere delle persone, eliminando la parte di interventi che riguardano un preciso interesse collettivo, quella ricomposizione della frattura sociale, da attuare attraverso pratiche, funzioni, trattamenti che rimandano a una giustizia che rispetta la dignità delle persone, di quanti sono detenuti e stanno scontando la propria condanna, e intendono ritornare parte attiva del consorzio sociale, non certamente come soggetti antagonisti, perché ancora delinquenti.Le parole tentano di nascondere assenze e mancanze politiche, giungendo a fare di qualche certezza il terreno fertile della dubitosità, al punto da raccontare che sulla giustizia, sulla pena, sul carcere, le modalità da registrare sono quelle che vorrebbero la prigione come un albero senza radici, una città senza storia, un luogo di castigo sommerso indicibile, una sopravvivenza-negazione di una reale possibilità di riscatto da parte di chi paga il proprio debito alla collettivitàQuest’ultima pretende giustamente sanzioni efficaci a ripristinare l’ordine violato, ma deve evitare che l’esclusione del reo diventi una mera conseguenza di un sonno intellettivo, rimandando a tempo indeterminato la rielaborazione del reato, soprattutto dell’atteggiamento criminale, diventato nel frattempo uno status quo per lo più miserabile, ma non per questo meno pericoloso.Istituzione carceraria bistrattata e umiliata nei suoi contenuti “tutti”, ma tirata per i gomiti senza tanti complimenti, allorché sale disperata la richiesta di assolvimento dei problemi sociali, una specie di strategia studiata a tavolino, affinché sul carcere scenda un silenzio auto-assolvente, che produce noncuranza indifferente sui doveri e pure su qualche diritto di chi sta in cella. Forse la condicio sine qua non per una carcerazione meno brutale sta nel non indulgere in umanitarismi falsificanti le responsabilità, ritornando a consegnare al carcere la sua funzione, che non può essere basata su un versante prettamente retributivo, in quanto ciò non combatte efficacemente la recidiva, anzi la aumenta spaventosamente. (Vincenzo Andraous)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Comment »