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Posts Tagged ‘carceri’

Dal carcere alla speranza con la Società di San Vincenzo De Paoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 aprile 2019

conferenza univ. europeaE’ stato presentato in una conferenza all’Università Europea di Roma il Premio Carlo Castelli per la solidarietà, concorso letterario riservato ai reclusi delle carceri italiane, organizzato dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Ministero della Giustizia ed il patrocinio di Camera e Senato.
L’incontro, sul tema “Il carcere e la speranza: un percorso di vita nuova”, ha messo in evidenza il valore dell’accompagnamento e dell’accoglienza delle persone che hanno vissuto l’esperienza della detenzione.Attraverso le testimonianze del Presidente nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Antonio Gianfico, e del delegato nazionale carceri Claudio Messina, è stato presentato l’operato dell’Associazione, diffusa in tutto il mondo, che ha scopo principale quello di aiutare le persone più sfortunate: i bisognosi, gli ammalati, gli anziani soli, chiunque si trovi in difficoltà. E tra questi ci sono i detenuti. “I volontari della Società di San Vincenzo De Paoli – ha sottolineato il Presidente Gianfico – non si preoccupano soltanto di visitare i detenuti ed offrire loro un aiuto per ritrovare un giusto ruolo nella società, perché si fanno anche promotori di un impegno nella ricerca della riconciliazione tra vittime e colpevoli. Dove alla violenza si risponde con il perdono, là anche il cuore di chi ha sbagliato può essere riappacificato”. E questo incontro tra perdono ricercato, perdono offerto e perdono ricevuto è la miglior garanzia che chi ha raggiunto la consapevolezza del proprio errore, che non vi ricadrà in futuro.
“Perché la vera libertà – ha osservato Claudio Messina – è quella che si ottiene dentro di sè, indipendentemente dalle sbarre di una cella”. Si può essere “liberi dentro” e vivere responsabilmente il carcere, come si può continuare a vivere come “prigionieri in libertà”, incapaci di reinserirsi nella società, se non si è portato a termine un processo di riconciliazione con se stessi e con gli altri. “E’ per questo – prosegue il volontario – che è indispensabile coinvolgere i detenuti in attività formative accompagnate e supportate da una rete di volontari ed esperti. Dove questo viene applicato si può assistere ad una sensibile riduzione del tasso di recidiva nei reati”. Un approccio positivo, quindi, dove non è solo importante la detenzione, ma l’inclusione ed il reinserimento. E il Premio Carlo Castelli per la solidarietà, nella sua formula che prevede un doppio riconoscimento in denaro per le opere vincitrici, si è rivelato un valido strumento per trasformare il detenuto stesso in un testimone di legalità. E’ lo stesso autore infatti, a dover decidere a quale associazione od opera di beneficenza destinare l’altra parte del premio. Chi ha sbagliato ha così la possibilità, facendo del bene, di riscattarsi almeno parzialmente. Nel suo intervento Carlo Climati, Direttore del Laboratorio “Non sei un nemico!” ha ricordato: “Ogni essere umano ha un valore. Incontrarlo e ascoltarlo significa aprire il proprio cuore a una comunicazione autentica, alimentata da un sereno dialogo. Ma per fare questo bisogna, prima di tutto, vincere la non-cultura del pregiudizio. È quella sensazione che ci spinge a non comunicare con gli altri perché, dentro di noi, li abbiamo già giudicati, catalogati, scartati, messi da parte”.”Il pregiudizio è una cosa terribile perché, come dice la parola stessa, è un giudizio dato prima. Prima di conoscersi realmente, di abbracciarsi e guardarsi negli occhi. Questo, purtroppo, può accadere anche quando incontriamo le persone che hanno vissuto l’esperienza del carcere e che cercano di cominciare una nuova vita. Vincere i pregiudizi significa ritrovare la nostra più autentica natura di esseri umani, pronti all’accoglienza e al dialogo con tutti”, ha spiegato Carlo Climati.Durante l’incontro è stata presentata anche la coinvolgente testimonianza di Roberto Giannoni che, dopo aver conosciuto il carcere da innocente, vittima di un errore giudiziario, ha scoperto la bellezza del volontariato ed ora presta servizio nelle carceri con la Società di San Vincenzo De Paoli, dimostrando così che anche dal male può nascere il bene.I volontari della San Vincenzo ringraziano l’Università Europea di Roma e Padre Gonzalo Monzon LC, Direttore dell’Ufficio Formazione Integrale dell’Università, per l’accoglienza ed il supporto all’iniziativa.La Società di San Vincenzo De Paoli con 850.000 soci e 1.500.000 di volontari in 155 Paesi del mondo, una rappresentanza presso le Organizzazione delle Nazioni Unite di Ginevra, fondata nel 1833 dal Beato Federico Ozanam, allora studente universitario, cattolica ma laica, la Società di San Vincenzo De Paoli è una delle associazioni più vaste e radicate sul territorio. Il suo carisma si esprime con la visita a domicilio – e dunque anche in carcere – delle persone in difficoltà. (foto copyright università europea)

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Carceri: Su Como promesse non mantenute

Posted by fidest press agency su sabato, 17 novembre 2018

“Il “mal comune mezzo gaudio” per cui al carcere del Bassone di Como gli agenti della Penitenziaria dovrebbero essere felici perché di poco al di sotto della media organico nazionale, suona come una presa in giro. Quello di Como è un carcere di frontiera, con tutto ciò che ne consegue. La situazione è divenuta intollerabile e alla carenza di personale e al degrado gestionale si aggiunge un elevato indice di sovraffollamento della popolazione detenuta che si stima arrivi al 186%”.Così il deputato di Fratelli d’Italia Alessio Butti in una interrogazione al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.“In una struttura che ha circa 35 anni portati molto male – aggiunge il deputato di FDI – e che vede operativi meno di 200 agenti della Polizia penitenziaria, sono ospitate circa 450 persone di cui oltre il 50% sono stranieri. I livelli di sicurezza sono molto bassi e la direzione del penitenziario ha recentemente segnalato come per gli agenti sia particolarmente difficile intervenire per disciplinare la convivenza tra i troppi detenuti. Inoltre, gli automezzi in dotazione al nucleo traduzioni e piantonamenti risultano spesso inidonei: alcuni di questi hanno dai 300 ai 500 mila chilometri e diversi altri risultano addirittura privi del collaudo”.
“Non è più accettabile – conclude Butti – questa indifferenza da parte degli organi istituzionali così come le promesse che non sono state mantenute, anche da parte di quegli stessi esponenti di governo che recentemente hanno fatto visita al carcere. Gli agenti della Penitenziaria infatti, non solo non hanno partecipato alla sperimentazione del Taser ma nemmeno in futuro potranno utilizzarlo. Il problema è serio e il mio accorato invito al governo è quello di considerare gli agenti della Polizia penitenziaria come dei lavoratori che mettono a rischio la propria vita per un servizio importante sia per noi che per la rieducazione del reo”.

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Non distruggete le attività di Ristretti Orizzonti

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 novembre 2018

Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa, ma siamo il Paese con più alto tasso di recidiva di tutta Europa. Credo che un carcere che accoglie chi infrange la legge e restituisce delinquenti non garantisca sicurezza. Per questo ho sempre affermato che il carcere è il luogo più illegale di qualsiasi altro posto, che nelle nostre “Patrie Galere” due più due fa cinque, che nella stragrande maggioranza dei casi quando si finisce di scontare una pena si esce dalla prigione peggiori di quando si è entrati e che il miglior carcere è quello che non costruiranno mai. Quando però qualcuno mi domanda qual è stata la galera più vivibile dove sono stato nei miei 35 anni di carcere (di cui 27 anni ininterrottamente), non posso non rispondere che è quello di Padova, grazie soprattutto alla mia partecipazione alla redazione di “Ristretti Orizzonti”. Posso affermare che se io ora sono una persona diversa è grazie anche alle attività che ho svolto in quella redazione coordinata dalla giornalista Ornella Favero, una delle poche che ha tentato di informare l’opinione pubblica che una pena che fa male fa più danni alla società che a chi la sconta.
Sono ormai due anni che manco dal carcere di Padova e da Ristretti Orizzonti e ho saputo che molte delle attività che svolgeva la redazione sono state ridotte ai minimi termini e ridimensionate, soprattutto quelle di portare dei ragazzi in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Mi ricordo che venivano intere classi di scuola superiore (migliaia di studenti l’anno) e ascoltavano tre testimonianze fatte da detenuti, con dentro la situazione familiare, sociale e ambientale di dove erano nati e dove erano maturate le loro scelte devianti e criminali, senza però per questo trovare nessuna giustificazione o attenuante. Poi tutto il gruppo dei detenuti della redazione di “Ristretti Orizzonti”, guidato e coordinato dai volontari, rispondeva alle domande dei ragazzi studenti. Non era facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita, ma penso che era un modo per prendere le distanze dal proprio passato e tentare di riconciliarsi con sé stessi. Mi ricordo che guardare gli sguardi innocenti dei ragazzi aiutava molto ciascuno di noi a capire quali erano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza delle nostre scelte devianti e criminali, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla guardando le pareti di una cella. Per questo adesso non capisco perché questo importantissimo progetto rieducativo e socializzante è stato ridimensionato a due soli incontri mensili. O, meglio, capisco: il progetto “Scuola-Carcere” funziona e ho visto in questi anni che in carcere quello che funziona davvero spesso va distrutto, forse perché la prigione deve creare recidiva e delinquenti per fare vincere le elezioni a quei partiti che cavalcano l’emergenza criminalità.
Una volta un mio compagno di cella mi ha raccontato che la più grande sofferenza per lui non erano stati gli anni di carcere da scontare, ma rispondere alle domande degli studenti che venivano alla redazione di “Ristretti Orizzonte” perché lo facevano sentire colpevole.
Lancio un appello a tutti quelli che nell’arco di vent’anni hanno frequentato e conosciuto la redazione di “Ristretti Orizzonti” a difendere questa attività nel carcere di Padova, una delle poche realtà che funzionano nell’inferno delle nostre “Patrie Galere” e che fanno abbassare la recidiva, a favore della collettività. (Carmelo Musumeci)

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I detenuti nelle carceri nel mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

La metà della popolazione carceraria mondiale di circa nove milioni è detenuta negli Stati Uniti, in Cina o in Russia. I tassi di carcerazione negli Stati Uniti sono i più alti del mondo, a 724 persone su 100.000. In Russia il tasso è 581. Molti dei tassi più bassi sono nei paesi in via di sviluppo, ma il sovraffollamento può essere un problema serio. Le prigioni del Kenya hanno un livello di occupazione del 343,7%. Ma è dall’altra parte dell’Adriatico che si registrano i tassi più alti d’Europa, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”,. In tal senso, l’Albania è al primo posto nella regione per il maggior numero di prigionieri per 100.000 persone. Secondo gli ultimi dati della Prison Studies Organization, in Albania il numero dei detenuti per 100.000 persone è stato di 193 durante il 2018, il più alto tra gli altri paesi della regione.Il secondo posto di questa graduatoria spetta al Montenegro con 174 prigionieri per 100.000 persone, la Serbia con 174 prigionieri, la Macedonia con 134 e poi il Kosovo con 106 e Bosnia con 73.

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Pistola elettrica nelle carceri: mettete dei fiori nei vostri cannoni

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 settembre 2018

La prigione in Italia è un mondo ignoto per tutti coloro che sono liberi e alcune persone ci tengono a non far conoscere l’inferno che hanno creato e che è mal governato. Qui fuori molti non sanno che la maggior parte dei detenuti vive come pezzi di legno accatastati in cantina. Alcuni vegetano. Altri si tagliano nel corpo e nell’anima. La verità è che nella stragrande maggioranza dei casi si vive, come cani ciechi in un canile, con spazi ridotti, una non vita in totale assenza costante d’intimità, d’intrattenimento, di cultura, d’affetto. Purtroppo certe persone più che recuperare il detenuto lo vogliono eliminare, distruggere, coprirlo vivo di sbarre e cemento. Una buona parte dei nostri politici dichiara che la terra è quadrata, che l’ergastolo in Italia non lo sconta nessuno, che le carceri italiane sono alberghi a cinque stelle, che nel nostro paese in carcere vieni talmente educato che quando esci, a parte quelli che nel frattempo si sono impiccati nelle sbarre della loro finestra, non ci ritorni. Alcuni dichiarano persino che un certo tipo di carcere duro serve per difendersi dalla criminalità, anziché ammettere che la producono. E molti ci credono, perché pochi li smentiscono, dato dal carcere arrivano solo notizie e non informazione. Uscire da una cella dopo 27 anni di carcere e sentire certe dichiarazioni: Pensiamo di dare in dotazione le pistole elettrica alla Polizia penitenziaria perché pensiamo che potrebbero essere molto utili per tenere l’ordine nelle carceri, mi fa cadere le braccia e il cuore per terra. Già così com’è il carcere oggi in Italia produce solo tanta recidiva, adesso ci manca che diventi anche un far west.Ho sempre pensato che la galera rinchiuda molte persone di cui il mondo avrebbe bisogno fuori e lascia liberi certi politici che avrebbero bisogno di conoscere le nostre carceri dal di dentro, per poi fare delle buone leggi. È vero, alcuni politici con le loro dichiarazioni raccolgono voti a valanga, approfittano della buona fede di chi li vota. ma fanno finta di non sapere che quando un prigioniero sconta una pena cattiva e disumana uscirà fuori più criminale di prima. L’ordine nelle carceri non migliorerà mai con la pistola elettrica, ma si potrebbe ottenerlo con più pene alternative, con formazione professionale, lavori di pubblica utilità, scuole, libri, telefonate libere a casa, colloqui affettivi, vale a dire tanto affetto sociale e amore familiare.Spesso nei cuori dei cattivi si nasconde tanto amore e per farli ritornare sulla retta via basterebbe veramente poco, basterebbe amarli.Sono fortemente convinto che l’unico trattamento che potrebbe davvero cambiare le persone è quello che prevede di amarle, perché l’amore è la migliore delle medicine per far guarire i cattivi. Peccato che certi politici non conoscano questa medicina.Dimenticavo, in carcere non ci sono alberi, foglie, erba, in carcere non c’è vita, penso che per iniziare a migliorare la vivibilità dei prigionieri si potrebbe incominciare a mettere dei fiori nelle sbarre delle loro finestre. (Carmelo Musumeci)

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Carceri: Sen. Totaro (FDI) in visita a Sollicciano

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

Il Parlamentare fiorentino di FDI Sen. Achille Totaro si è recato al carcere di Sollicciano di Firenze per incontrare il Direttore e alcuni operatori della Polizia Penitenziaria.Il Sen. Achille Totaro all’uscita del penitenziario ha reso noti i dati conosciuti durante la visita e l’incontro con il Direttore Fabio Prestopino.“A Sollicciano – ha dichiarato – sono attualmente presenti 740 detenuti oltre ad altri cento presenti a Solliccianino. Di questi circa il 70% sono detenuti stranieri. Sono dati incredibili ma che, in realtà, rispecchiano la percentuale di coloro che commettono reati nel territorio fiorentino.In questi anni i provvedimenti legislativi approvati dai governi hanno notevolmente svuotato i penitenziari (a Sollicciano la media dei presenti era tra 950 e 1.100) lasciando di fatto liberi pericolosi delinquenti, anche recidivi, usando un metodo vergognoso che ha fatto ricadere sulla pelle dei cittadini l’incapacità di garantire la certezza della pena: attraverso gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova.” “Chiediamo al governo Conte, Salvini, Di Maio – prosegue il Sen Totaro – di ripristinare la certezza della pena, di far scontare la pena agli stranieri nei loro paesi di provenienza, di bloccare e rimpatriare i clandestini che di fatto alimentano fenomeni di criminalità diffusa.”
“In conclusione – ha affermato Totaro – chiediamo che i cittadini abbiano giustizia e sicurezza e che non si verifichino più situazioni vergognose di casi in cui soggetti plurirecidivi, fermati decine di volte, continuino ad essere rilasciati o ‘spediti’ agli arresti domiciliari da dove, il giorno dopo, ricominciano a delinquere.”

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Cirielli: “Nelle carceri continuano aggressioni e violenze”

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

“Quattro agenti di polizia penitenziaria – come denuncia il Sindacato autonomo Polizia penitenziaria Sappe – sono stati aggrediti dai detenuti nel carcere di Poggioreale a Napoli. Ancora un’aggressione, l’ennesima, che rende ormai impossibile il lavoro della polizia penitenziaria all’interno delle carceri”: lo afferma in una nota Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e responsabile Giustizia di Fratelli di Italia.“Purtroppo a quasi tre mesi della nascita del nuovo governo, le condizioni di insicurezza nelle carceri italiane restano immutate. Anzi, in alcuni casi sono addirittura peggiorate, con l’aumento delle aggressioni. Tanto da far rimpiangere l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando”- spiega Cirielli.“Il tempo del rodaggio per il nuovo Guardasigilli Alfonso Bonafede è terminato. Ad oggi constatiamo che il ministro, nonostante varie sollecitazioni, non ha varato un serio e concreto piano per rafforzare la sicurezza negli istituti penitenziari e migliorare le condizioni di lavoro degli agenti” – conclude il Questore della Camera.

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Il Secondo Libro Bianco sulle carceri Lombarde

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

Se non è zuppa è pan bagnato. La riforma Orlando proposta e non approvata dal governo Gentiloni è stata seguita da quella cestinata dal Governo Conte ma il risultato è lo stesso col governo del cambiamento e col governo che è stato cambiato.A fronte di una situazione grave nulla è stato fatto per riportare le carceri italiane nell’alveo della costituzione più bella del mondo.
Ecco quindi che la grave mancanza di agenti penitenziari di Lecco (meno 15%) e Mantova (meno 26%) tenendo conto del personale in più che servirebbe in base al sovraffollamento va a meno 41% e a meno 44% e gli educatori a Lecco (meno 50%) e vanno a meno 65% e 38%.Il record del sovraffollamento va a Vigevano col 68% Seguono Opera al 46% e Lecco al 43%.Sempre Lecco deve gestire il 62% di detenuti tossicodipendenti, dovendo quindi svolgere il lavoro di una comunità di recupero essendone privo dei mezzi. Più ridotta per fortuna la presenza di pazienti psichiatrici.Purtroppo a seguito di un provvedimento del Ministero della Giustizia quando il titolare era Orlando sono stati bloccati i questionari che sottoponevamo agli istituti che visitevamo, per cui questo anno molti dati non sono disponibili, e ne risulta carente la sezione del libro bianco sul lavoro.

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Carceri e salute. Lo svapo: speranza o illusione?

Posted by fidest press agency su domenica, 22 luglio 2018

Il tempo in carcere non è un’illusione. Passa lento, inesorabilmente lento. In carcere il tempo dovrebbe servire a impostare utili percorsi di risocializzazione per quando, scontata la pena, la persona ristretta torna a vivere nella società. E magari a imparare un lavoro, acquisire una professionalità o più semplicemente a capire gli errori commessi. Se invece, come spesso accade, quel tempo scorre abbandonato nell’inedia o nel logoramento della nostalgia, può capitare che chi esce abbia maturato la convinzione che la pena subita sia superiore al crimine commesso. Il tempo è così, saggio o perfido allo stesso tempo. E se le condizioni di detenzione ricordano più le burella (Le burella sono le antiche carceri fiorentine dell’epoca medievale. Stretti percorsi sotterranei, vere caverne, dove venivano rinchiusi i prigionieri al buio e in condizioni igieniche spaventose. Dal carcere prese nome anche la strada di Firenze nella quale era situato e che lo conserva tuttora, via delle Burella.) del Medioevo che non la civiltà dello Stato di Diritto, allora è la malattia a giocare la partita più indecente che si possa immaginare.
Un detenuto è una persona affidata nelle mani dello Stato, che dovrebbe garantirgli assistenza e provvedere alla sua salute. Lo dice il buon senso, lo recita la Costituzione. Andiamo allora a leggere cosa dice l’Agenzia di Sanità della Regione Toscana che ha recentemente rilasciato un’importante rilevazione sulla salute in carcere, un’indagine sugli istituti penitenziari nella regione. In carcere, ci informa il rapporto, ci si ammala più che fuori, non c’è prevenzione e le cure sono difficili e sempre ritardate. Ci si ammala di disturbi psichici (38,5% delle persone ristrette), di malattie infettive e parassitarie (16,2%), di malattie del sistema circolatorio (15,5%), di malattie endocrine, del metabolismo e immunitarie (12,1%), di malattie dell’apparato respiratorio (4,4%) e via dicendo, anzi ammalando. In altre parole un detenuto su due soffre di almeno una patologia. Incredibile? Mica tanto.
Si diceva della prevenzione. Una parolina difficile in carcere. Fuori, chiunque di noi si affida al proprio medico per analisi di routine, consigli su stili di vita salutari e attività fisica. In carcere tutto questo non è possibile: stai chiuso in una cella per venti ore al giorno, non hai a disposizione un’assistenza sanitaria come si deve, il vitto è pessimo, il medico lo puoi vedere solo dopo una richiesta scritta (la famosa domandina), quando va bene. Intanto in cella fumi come un turco, con tutto il rispetto per i turchi, o respiri il fumo altrui. Fumi, il tempo passa mentre la televisione gracchia, e il mutuo soccorso tra detenuti è l’unica risorsa su cui puoi far di conto. In carcere, sempre secondo l’ARS, fuma il 62,4% delle persone detenute contro il 20,5% delle persone libere residenti in Toscana.Proibire il fumo in carcere sarebbe crudele, ma soprattutto inutile. Nel carcere inglese nell’isola di Man, dove il fumo di sigarette fu proibito già tempo fa, i detenuti avevano preso l’abitudine di fumare clandestinamente tutto quel che capitava loro sotto mano: bustine del tè, bucce di banana, perfino cerotti per smettere di fumare. La salute andava a farsi benedire in poco tempo e i casi di affezioni serie all’apparato respiratorio erano gravi e numerosi. L’amministrazione penitenziaria inglese decise allora di lanciare un programma pilota per inserire le sigarette elettroniche tra i beni acquistabili da parte delle persone ristrette. L’esperimento ha avuto un gran successo e da allora i casi di malattie respiratorie si sono ridimensionati, e insieme anche i numerosi disturbi psichici.Il nostro Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) nel dicembre 2016 ha autorizzato, attraverso una circolare, il fumo a vapore, lo svapo, nelle carceri italiane. Nonostante ciò, pur a fronte di dati come quelli della ARS Toscana che mostrano i seri danni del fumo di sigaretta in carcere, e nonostante gli sforzi di alcuni esponenti del mondo dello svapo italiano e di Rita Bernardini del Partito Radicale, nessun istituto ha ancora introdotto questa possibilità. Perché? Le ragioni sono sempre le stesse: burocrazia, sistemi di sicurezza particolari, problemi tecnici ma sopratutto la mancanza di coraggio da parte delle direzioni dei penitenziari italiani. Eppure gli inglesi hanno anche inventato una sigaretta elettronica disegnata appositamente per i detenuti, la E-burn, completamente sigillata e usa e getta. Un ministro inglese si è dichiarato convinto dalle prove fornite dai medici sulla riduzione del danno e sulla non tossicità dei vapori passivi emessi dalla E-cig. In Italia intanto il tempo passa invano. E’, letteralmente, tempo bruciato. (Massimo Lensi, consulente Aduc, fondatore dell’associazione Progetto Firenze)

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Carceri: “Subito cancellazione vigilanza dinamica”

Posted by fidest press agency su domenica, 17 giugno 2018

“Quanto accaduto nel carcere di Ariano Irpino (Campania), dove un agente della polizia penitenziaria è stato sequestrato dai detenuti, impone al nuovo governo di sollecitare subito il Parlamento per un intervento legislativo che cancelli la vigilanza dinamica, il cosiddetto regime delle celle aperte, voluta dall’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando”: lo afferma Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e responsabile Giustizia di Fratelli di Italia.“Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede afferma che il governo vuole dare sostegno a chi lavora per lo Stato? Bene, per noi in cima alla lista c’è la polizia penitenziaria, mortificata negli ultimi anni dalle politiche del Pd” continua Cirielli. “La cancellazione della vigilanza dinamica è un primo passo verso una seria riforma dell’ordinamento penitenziaria che dovrà porre al centro la sicurezza della polizia penitenziaria” conclude il Questore Cirielli.

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Carceri, Cirielli: “Preoccupa impunità dei detenuti. Riforma Orlando va bloccata”

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

“Non sono più tollerabili le aggressioni continue agli agenti di polizia penitenziaria nelle carceri italiane”: lo afferma Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e responsabile Giustizia di Fratelli di Italia, commentando il dossier del sindacato autonomo Osapp nel quale si denuncia un aumento del 30 % delle violenze ai danni della polizia penitenziaria rispetto al 2017″.“Questo clima di impunità – spiega Cirielli – è il risultato di una riforma sbagliata che ha introdotto negli istituti penitenziari il regime delle celle aperte che ha avuto come unico risultato quello di legittimare violenze e aggressioni da parte dei detenuti”.”Rispetto a questi dati mi chiedo: cosa intende fare l’associazione Antingone? Continuerà a giustificare e legittimare violenze contro la polizia penitenziaria ? O converrà con noi che sia giunto il momento di mettere gli agenti nelle condizioni di lavorare senza correre alcun rischio per la propria vita?”continua il responsabile Giustizia di Fdi.”Alla luce di questa escalation sarebbe un errore se il Parlamento procedesse all’approvazione della riforma del sistema carcerario voluta dal ministro Orlando. Una riforma – conclude Cirielli – che rischia di smantellare definitivamente ogni sicurezza del già precario sistema carceri, mortificando vittime e agenti della polizia penitenziaria”. (n.r. Che ci sia qualcosa che non funziona nella vita carceraria non è una novità di oggi. Ciò che sappiamo di certo è che allo Stato non basta “carcerare” ma s’impone la rieducazione in un ambiente decoroso. Non siamo al tempo delle segrete. Per imprimere una svolta seria e duratura occorre che tutta la filiera giustizia venga rivista e lo si fa anche con nuove assunzioni e nuovi luoghi di detenzione)

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Carceri: Fp Cgil, per agenti suicidi e aggressioni in aumento

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

Decine di suicidi e migliaia di aggressioni, con numeri in continuo aumento: accade nelle carceri italiane, vittime gli agenti di polizia penitenziaria. Sono, infatti, 35 i suicidi e 2.250 le aggressioni subite negli ultimi cinque anni dai poliziotti penitenziari. Un trend in aumento che svela tra le righe le reali condizioni di lavoro del corpo, al limite delle possibilità. Questo il fenomeno registrato da dati ufficiali raccolti dalla Funzione Pubblica Cgil Polizia Penitenziaria. Un nuovo step della campagna della categoria dietro le parole ‘dentro a metà’ lanciata proprio per mostrare le condizioni di vita e di lavoro del personale di Polizia Penitenziaria.
Tra il 2013 e il 2017, in soli cinque anni, secondo i dati raccolti dalla Fp Cgil Pol Pen, 35 sono stati i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita, il più delle volte con l’arma di ordinanza. Le aggressioni invece arrivano a 2.250, nello stesso periodo di riferimento. Un fenomeno che appare essere “in forte aumento”, tenendo conto delle 344 violenze registrate nel 2013 a fronte delle 590 del 2017. “Dati che segnalano una condizione di vita e di lavoro allo stremo delle possibilità”, commenta Massimiliano Prestini, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria, nel sottolineare che: “La cosa che preoccupa di più è che l’amministrazione penitenziaria non ha risposto alla nostra pressante richiesta di avviare un confronto su una situazione lavorativa la cui gravità non può essere ignorata. Benessere e sicurezza devono diventare priorità nella gestione delle carceri del nostro Paese”. “Non si può pensare di contrastare il fenomeno dei suicidi solo con l’istituzione di un numero verde. Tanto per cominciare servono presidi su tutto il territorio nazionale”, osserva Prestini nel ricordare che la risposta dell’amministrazione penitenziaria per contrastare il fenomeno è stata l’istituzione di una linea telefonica presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma a cui il personale può rivolgersi per consulenze.Quella dell’aumento delle aggressioni subite dal personale, fa sapere Prestini, “non è altro che una conseguenza della decisione di tenere le celle aperte nelle carceri e di non impegnare i detenuti in alcun tipo di attività durante tutta la giornata. Se si vuole attuare un nuovo tipo di vigilanza serve più personale nelle carceri, supporto tecnologico per la vigilanza e soprattutto attività lavorative che possano favorire il reinserimento sociale del reo”. Per queste ragioni, conclude Prestini, “se il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non affronterà il problema, le condizioni delle carceri saranno destinate a peggiorare, riportandoci alla situazione di illegittimità sanzionata in un recente passato dall’Europa”.

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Carceri: il governo approvi la riforma

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 febbraio 2018

«Chiediamo che il Governo approvi il decreto legislativo che modifica le norme sull’ordinamento penitenziario. Pochi giorni fa ho spedito una lettera al Premier Gentiloni chiedendo di non disperdere il lavoro fatto in questi ultimi anni. Ci auspichiamo che questo avvenga entro la fine della legislatura».Questo il commento di Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito alle dichiarazioni di Paolo Gentiloni secondo cui “il sistema carcerario deve contribuire a ridurre il tasso di recidiva da parte di chi è condannato per reati”.«Nelle nostre comunità per carcerati non incontriamo gli errori, ma persone che hanno commesso errori. Per chi esce dal carcere – ricorda Ramonda – la tendenza a commettere di nuovo dei reati, la cosiddetta recidiva, è purtroppo molto alta: tra il 75 e l’80% dei casi. Invece nelle nostre comunità, dove i detenuti fanno esperienza di servizio ai più deboli, i casi di recidiva sono appena il 10%».La Comunità Papa Giovanni XXIII gestisce in Italia 5 Comunità Educanti con i Carcerati (CEC), strutture per l’accoglienza di carcerati che scontano la pena. La prima casa è stata aperta nel 2004. Ad oggi sono presenti 61 detenuti. Negli ultimi 10 anni sono state accolte 565 persone. Nel solo 2016 le giornate di presenza sono state 12.199.

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Ridurre il sovraffollamento delle carceri per prevenire la radicalizzazione

Posted by fidest press agency su sabato, 7 ottobre 2017

carceri-cella-affollataI deputati europei temono che il sovraffollamento delle prigioni possa favorire la radicalizzazione e chiedono alle autorità nazionali di optare, se possibile, per pene alternative alla reclusione.Nel testo della risoluzione votata giovedì, si afferma che gli Stati membri dovrebbero migliorare le condizioni nelle carceri in modo da proteggere la salute e il benessere dei detenuti e del personale, favorire la riabilitazione e ridurre il rischio di radicalizzazione. Per contribuire a prevenire la radicalizzazione, il Parlamento raccomanda inoltre la formazione del personale, un’intelligence carceraria, il dialogo interreligioso e l’assistenza psicologica.Secondo i deputati, la detenzione e in particolare la carcerazione preventiva dovrebbe essere un’opzione di ultima istanza, da utilizzare solo in casi legalmente giustificati e particolarmente inadatta per alcune persone vulnerabili come i minori, gli anziani, le gestanti e le persone che soffrono di gravi malattie o invalidità mentali e fisiche.Per i detenuti che non rappresentano un grave pericolo per la società, i deputati raccomandano l’adozione di pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, i lavori socialmente utili o il braccialetto elettronico.Il Parlamento sollecita gli Stati membri a stanziare risorse adeguate per la ristrutturazione e l’ammodernamento delle carceri, per differenziare le regole carcerarie in funzione dei detenuti e della loro pericolosità e per fornire ai detenuti un programma bilanciato di attività e di tempo al di fuori della propria cella.La crescente privatizzazione dei sistemi carcerari può peggiorare le condizioni di detenzione e compromettere il rispetto dei diritti fondamentali. Si richiama inoltre l’attenzione sull’elevato livello di suicidi in carcere, condannando la politica di dispersione penitenziaria applicata da alcuni Stati membri, poiché si tratta di una pena aggiuntiva per le famiglie dei detenuti.Secondo le ultime statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa, che riguardano l’Europa intera e non solo l’UE, il numero di persone detenute nelle carceri europee è diminuito del 6,8% tra il 2014 e il 2015, anche se il sovraffollamento delle carceri rimane un problema in 15 Paesi. L’Italia è fra questi.

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Roma Tre per le carceri del Lazio: Open Day Rebibbia

Posted by fidest press agency su martedì, 16 maggio 2017

rebibbiaRoma Rebibbia nuovo complesso Giovedì 18 Maggio 2017, ore 15:30 l’Università degli Studi Roma Tre presenterà i propri corsi di studio all’istituto penitenziario di Rebibbia. Alla giornata parteciperanno sia i detenuti che stanno terminando i corsi di scuola superiore sia gli studenti di alcuni licei romani. La promozione dello studio universitario negli istituti penitenziari del Lazio è un impegno assunto dall’ateneo Roma Tre, che a tale fine ha stipulato una convenzione con il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e con l’Ufficio del Garante regionale dei diritti dei detenuti. A questa si accompagna il nuovo Regolamento di Ateneo per gli studenti sottoposti a misure restrittive della libertà personale che prevede alcune importanti semplificazioni burocratiche, anche per l’iscrizione ai corsi universitari, per la prenotazione degli esami, per lo svolgimento delle prove, nonché per l’ingresso di docenti e tutor negli Istituti penitenziari del Lazio. L’obiettivo di favorire lo svolgimento del percorso di studi, agevolato dall’esonero dal pagamento dei contributi universitari, si accompagna alla richiesta di assunzione di responsabilità da parte dello studente, che, secondo quanto deliberato dal Comitato istituito in base alla convenzione, potrà mantenere l’agevolazione iniziale a condizione che consegua un numero minimo di crediti annui.
L’Open Day sarà anche l’occasione per illustrare le altre attività svolte da Roma Tre sui temi penitenziari, riassunte nel Progetto Diritti in carcere coordinato dal professore Marco Ruotolo, che mette a disposizione dei detenuti cliniche legali, corsi universitari e alta formazione (con il Master in Diritto penitenziario e Costituzione), tutoraggio degli studenti senior, attività sportive. Oltre al prof. Ruotolo, interverranno le dottoresse Valentina Cavalletti e Roberta Evangelista per presentare i corsi e illustrare le modalità d’iscrizione a Roma Tre. La presentazione sarà seguita dall’anteprima dello spettacolo Hamlet in Rebibbia, con la regia di Fabio Cavalli, le cui prove sono state seguite dagli studenti del Dams di Roma Tre nell’ambito del Laboratorio di Arti dello spettacolo I. Il tema del teatro in carcere è oggetto di studi e ricerche presso il Dipartimento Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, in accordo con il Coordinamento nazionale teatro in carcere e con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Di tali attività, che hanno portato anche alla realizzazione del Festival Made in Jail, riferirà la professoressa Valentina Venturini. L’introduzione e il coordinamento dell’incontro sono affidati al rettore Mario Panizza. Diverse le autorità coinvolte nei saluti iniziali: Rosella Santoro, Cosimo Ferri, Santi Consolo, Mauro Palma, Cinzia Calandrino, Stefano Anastasia.

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Il linguaggio burocratico delle carceri

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 aprile 2017

cellaMi ha fatto amaramente sorridere in questi giorni una circolare del Dipartimento Amministrativo Penitenziario che cambia il linguaggio burocratico delle carceri trasformando il lessico e, tra le varie, disponendo di chiamare le “celle” in “camere di pernottamento”.Io penso che nella stragrande maggioranza dei casi, sia già troppo chiamarle celle perché le chiamerei piuttosto con il loro vero nome: tombe, o ossari, o fogne, o loculi. La motivazione di questa circolare mi fa indispettire ancor di più quando afferma che “Le Regole Penitenziarie prevedono che la vita all’interno del carcere deve essere il più possibile simile a quelle esterna e questa “assimilazione” deve comprendere anche il lessico”. In questo modo è come affermare che ci adeguiamo a quanto ci sta chiedendo l’Europa, ma in realtà le istituzioni sovranazionali ci chiedono ben altro. Purtroppo i nostri funzionari italiani sono convinti di essere furbi e pensano di risolvere i problemi con la carta e la penna cambiando solo il lessico. Tanto chi mai andrà a controllare come sono realmente le “camere di pernottamento” delle nostre “Patrie Galere”? Ve lo racconto io che, in 26 anni di carcere, ne ho girate tante di celle! Ecco cosa ho scritto di alcune:
“Stanza di pernottamento” a cinque stelle:
La cella era stretta e corta. Il soffitto era basso. C’era un letto a castello su un lato. Due tavoli murati dall’altro. Accanto ad essi, due stipetti lunghi e due corti. Sopra la parete del cancello era murata una mensola sulla quale era appoggiata una televisione. La finestra era a due ante. Un’anta non si poteva aprire tutta perché sarebbe andata a sbattere sul letto a castello. La finestra aveva anche doppie sbarre. In quella cella c’era poco spazio per muoversi. E quasi nulla per respirare. C’era solo lo spazio per fare due passi. Due avanti e due indietro.
“Stanza di pernottamento” a quattro stelle:
Quando arrivi in un carcere nuovo, devi imparare di nuovo a vivere perché ogni galera è diversa una dall’altra. È come se ogni carcere fosse uno Stato a sé. Mi misero in una sezione di “Alta Sicurezza”. I detenuti erano tutti in cella singola. Le celle erano venticinque. Sembravano degli armadi in cemento e ferro. Erano divise una dall’altra da uno spesso muro. E avevano un blindato e un cancello davanti. Ogni blindato aveva uno sportello di ferro con una fessura per passare il cibo dentro la cella. Poi c’era uno spioncino rotondo nel muro dalla parte del bagno che consentiva alla guardia di vedere l’interno senza essere visti. La stanza poteva misurare tre metri d’altezza. Due metri di larghezza. E tre di larghezza. Si potevano fare solo quattro piccoli passi in avanti e quattro indietro. La finestra era piccolissima con enormi sbarre di ferro incrociate. Muri lisci. C’erano una branda, un tavolo e uno sgabello. Per pavimento c’era una gettata di cemento grezzo. Ognuno di noi stava chiuso in quello spazio ristretto per ventitré ore su ventiquattro. Avevamo solo un’ora d’aria al giorno. In quella sezione eravamo tutti detenuti condannati a pene lunghe. E la maggioranza di noi alla pena dell’ergastolo. Mi alzavo ogni mattina alle sei. E leggevo per tutto il giorno. E anche per buona parte della notte. Per mantenere in forma il fisico facevo sempre ginnastica. Ogni venti pagine che leggevo facevo una pausa. Poi mi mettevo a fare venti flessioni. E venti addominali. Una per ogni pagina. E dopo ricominciavo a leggere.
“Stanza di pernottamento” a tre stelle:
La cella aveva il soffitto alto ed era lunga dodici passi e larga la metà. Più che una cella sembrava una caverna. La muffa copriva quasi tutti i suoi muri scrostati di bianco. In basso la muffa era verdastra, in alto grigia. Il pavimento della cella era lastricato di pietra grigia. Aveva due letti a castello a destra e due letti a castello a sinistra. I letti erano dei veri telai di ferro con materassi sottili, artificiali, pieni di pulci e cimici. Il blindato e il cancello erano al centro della parete che dava sul corridoio. Due panche davanti alle sbarre della finestra e un tavolaccio nel mezzo. Quattro stipetti grandi e quattro piccoli, un televisore in bianco e nero appoggiato a una grossa mensola attaccata alla parete centrale. C’era un lavandino con sopra un rubinetto arrugginito e accanto un cesso alla turca, con nessuna riservatezza. Le formiche erano le padrone durante il giorno e gli scarafaggi erano i padroni nel corso della notte. I topi erano i padroni sia di giorno che di notte…
“Stanza di pernottamento” a due stelle:
La cella era umida. C’erano macchie di umidità alle pareti. La finestra era piccola con un muretto davanti per impedire di vedere l’orizzonte. Si poteva vedere solo uno spicchio di cielo. C’era un po’ di ruggine sulle sbarre. L’aria sapeva di chiuso. I muri odoravano di muffa. Nella cella c’era un tavolo attaccato al muro, uno sgabello impiantato nel pavimento, una branda inchiodata per terra e uno stipetto fissato alla parete. Nient’altro. (foto: cella)

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Nelle carceri laziali vi sono oltre ottomila detenuti

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 aprile 2017

carcereRoma. Sono in costante aumento le presenze nelle celle della carceri del Lazio e tornano ad affollarsi le prigioni regionali. E’ la denuncia evidenziata nel corso del XVII Consiglio Regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, che si sta tenendo a Roma presso la Scuola della Polizia Penitenziaria “Giovanni Falcone”.
Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del SAPPE, snocciola le cifre: “Oggi abbiamo nelle 14 carceri della Regione 6.208 persone detenute, 5832 uomini e 376 donne. Più di 2.300 sono in attesa di un giudizio definitivo. Le prigioni più affollate sono le Case Circondariali romane di Rebibbia (1.417) e Regina Coeli (930). Il penitenziario laziale con il maggior numero di stranieri ristretti è Rieti (66% dei presenti), seguito da Viterbo (60%), Civitavecchia (59%) e Regina Coeli (54%). Oltre duemila, infine, i detenuti che scontano una pena sul territorio in regime di misura alternativa alla detenzione”. Il SAPPE ricorda che, nell’anno 2016, nelle 14 carceri regionali si sono verificati “747 atti di autolesionismo, 5 decessi naturali, 5 suicidi, 94 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 661 colluttazioni e 71 ferimenti. Da quando sono stati introdotti nelle carceri vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto sono decuplicati eventi gli eventi critici in carcere”, aggiunge Somma. “Se è vero che il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno, è altrettanto vero che non tutti sono impegnati in attività lavorative e che anzi trascorrono il giorno a non far nulla. Ed è grave che sia aumentano il numero degli eventi critici nelle carceri da quando sono stati introdotti vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto. Le stesse, gravi, recenti evasioni di Rebibbia e Frosinone sono sintomatiche di questo sfascio e di questo smantellamento delle politiche di sicurezza delle e nelle carceri”.
Su questo, Donato Capece, segretario generale del SAPPE, è netto nella denuncia: “Il sistema delle carceri non regge più, è farraginoso, e le evasioni ne sono la più evidente dimostrazione . Sono state tolte, ovunque, le sentinelle della Polizia Penitenziaria sulle mura di cinta delle carceri, e questo è gravissimo. I vertici dell’Amministrazione Penitenziaria hanno smantellato le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e queste sono le conseguenze. E coloro che hanno la responsabilità di guidare l’Amministrazione Penitenziaria si dovrebbe dimettere dopo tutti questi fallimenti. Rifuggiamo il sospetto che possa esserci un “disegno” che porta alla destabilizzazione della sicurezza, forse finalizzato ad abolire 41 bis ed ergastolo ostativo… Noi non facciamo la politica dell’esecuzione penale ne vogliamo intrometterci ma non possiamo accettare di fare da capro espiatorio in questa disfatta dello Stato all’interno delle carceri. La Polizia Penitenziaria fa fino in fondo il proprio dovere: le responsabilità dunque vanno cercate altrove!”.
Capece esprime “solidarietà e apprezzamento per la professionalità, il coraggio e lo spirito di servizio che quotidianamente mettono in luce i poliziotti penitenziari in servizio nel Lazio. E’ solamente grazie a loro, alle donne e agli uomini del Corpo, gli eroi silenziosi del quotidiano a cui va il ringraziamento del SAPPE per quello che fanno ogni giorno, se le carceri reggono alle costanti criticità penitenziarie”.
Dura la critica del SAPPE ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria: “In tutto questo contesto, il Capo dell’Amministrazione penitenziaria Consolo si preoccupa di cambiare taluni vocaboli ad uso interno nelle carceri e non a mettere in campo adeguate strategie per fronteggiare questi gravi eventi. La preoccupazione del DAP è che non si debba più dire cella ma camera di pernottamento, la domandina lascia il posto al modulo di richiesta, lo spesino diventa addetto alla spesa dei detenuti, non ci sarà più il detenuto lavorante ma quello lavoratore e così via”, conclude. “Questo aiuta a capire quali evidentemente siano le priorità per il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria. Non il fatto che contiamo ogni giorno gravi eventi critici nelle carceri italiane e laziali, episodi che vengono incomprensibilmente sottovalutati proprio dal DAP. Che ogni 9 giorni un detenuto si uccide in cella e che ogni 24 ore ci sono in media 23 atti di autolesionismo e 3 suicidi in cella sventati dalle donne e dagli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria. Non, insomma, soluzioni concrete alle aggressioni, risse, rivolte e incendi che sono all’ordine del giorno e frequentissime anche nelle celle delle carceri del Lazio, visto anche il costante aumento dei detenuti in carcere, o all’endemica carenza di 7.000 unità nei ruoli della Polizia Penitenziaria. No. La priorità, per il Capo DAP, è la ridenominazione delle parole in uso nelle carceri…”.

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Carceri: sistema sicurezza non funziona

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 marzo 2017

carcere“Due evasioni in due giorni, tre nell’ultima settimana. Il sistema sicurezza nelle carceri italiane non funziona e gli episodi di queste ore sono un’ulteriore conferma. La situazione, a causa della carenza di personale di Polizia Penitenziaria e dell’assenza di tecnologie adeguate, come denunciato dal segretario nazionale del Sappe, Donato Capece, rischia di diventare davvero pericolosa”. È quanto dichiara Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, responsabile del Dipartimento Giustizia del partito.
“Bisogna rivedere il sistema di vigilanza – aggiunge- e far fronte immediatamente alla carenza di personale, abbandonato a se stesso e costretto a turni di lavoro stressanti. Presenterò un’interrogazione al ministro Orlando per sapere cosa il governo intenda fare per rispondere alla esigenza di maggiore sicurezza della Polizia Penitenziaria e degli stessi cittadini italiani. Il sistema non regge. Servono interventi seri”.

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“Giustizia e carceri secondo papa Francesco”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2017

carcerePatrizio Gonnella e Marco Ruotolo hanno curato il libro, appena uscito, dal titolo “Giustizia e carceri secondo papa Francesco” (edito da Jaca Book, prezzo 14 euro) per commentare il discorso del Santo Padre alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Fra i vari importanti contributi di persone autorevoli c’è anche quello modesto di un ergastolano, in carcere da un quarto di secolo, condannato e maledetto dalla giustizia ad essere cattivo e colpevole per sempre: il mio. Mentre lo scrivevo, chiuso nella mia cella, immaginavo di parlare con lui. Questo è un dialogo inedito fra il mio cuore e quello di Papa Francesco. E adesso ho pensato, per promuovere questo libro, di renderlo pubblico con la raccomandazione di leggere questo libro e di farlo leggere a tutti quelli che la pensano diversamente da voi. Papa Francesco: Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata. Un uomo ombra: Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.
Un uomo ombra: Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti. Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.(abstract) (Carmelo Musumeci)

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Carceri: muore Caino e muore Abele senza giustizia

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2016

carcereNon è semplice raccontare come in questi ultimi cinquant’anni il carcere sia andato incontro a una vera e propria mutazione antropologica. Rammento poco e male un carcere che non c’è più, un agglomerato sub-urbano appiccicato a un’era cretacea.
Nelle mie pagine lo definisco un carcere analfabeta, dove il diritto era davvero un eufemismo.
Così ben descritto dai vari Alberto Sordi e Nino Manfredi, i descamisados sopra i tetti delle circondariali, tanti detenuti in canotta o torso nudo, a srotolare lenzuola bianche dell’Amministrazione, una sequela di scritte sgangherate- sgrammaticate, a gettare tegole in strada per richiamare la più piccola attenzione. Di rimpiazzo ecco arrivare il carcere degli scarponi chiodati, della polvere da sparo, dei colpi secchi, alle spalle, da una parte e dall’altra, il furore della lotta armata, degli anni di piombo (le nuove generazioni poco o nulla sanno, la memoria storica perde contatto con la sostanza delle cose, con la realtà circostante, la fa da padrona quella virtuale che appanna ogni prospettiva) una vera e propria guerra combattuta non soltanto nelle piazze, nelle strade, nelle periferie delle città, ma anche e soprattutto nei passeggi, nelle celle di tante galere.
Un corpo a corpo privo di adiacenze al cuore, se non quello dello Stato da abbattere costi quel che costi, un’arena dove niente e nessuno veniva risparmiato, neppure l’ultima volontà di un perdono.
Anni di rumori sordi e di rinculi repentini, un’intera generazione andata al macero, scomparsa, annientata.
Un’apnea asfissiante sotto vuoto spinto dall’ideologia, i morti e in feriti caduti sotto il piombo sparato in fretta, oppure garrotati senza un fremito nei cortili circondati dalle alte mura.I colpevoli smisero i panni delle prime linee alla sconfitta, gli innocenti accatastati uno sull’altro, gli uni e gli altri colpevoli e innocenti sovrapposti e dimenticati dalla storia.
Finchè fece capolino un altro carcere ancora, quello della grande Riforma Penitenziaria, ideale innovativo e nobile per tentare di umanizzare quella sorta di terra di nessuno, dove nessuno intende-va guardare, per tentare di rendere la prigione, uno spazio, sì, di castigo, ma anche un tragitto di vita possibile, un laboratorio per favorire una nuova condotta sociale.
Una Riforma Penitenziaria sbrigativamente ed erroneamente licenziata come la Legge Gozzini, infatti, fu sì vergata dal Sen. Mario Gozzini, ma voluta, condivisa e votata dall’intero arco costituzionale.
E come ogni grande riforma, ogni nuova era di rinnovata civiltà e diritto, perché possa resistere all’urto e al fastidio degli eventi, abbisogna di interventi e di investimenti professionali, finanziari, non di meno di una onesta e corposa volontà politica, non soltanto di parole retoriche, di slogans di conio obsoleto, oppure delle solite reiterate narrazioni tossiche.
Di quella legge non è rimasto molto in piedi nel corso degli anni, perché continuamente tagliata, rabberciata, sospesa, fino a bollarla come una legge sbagliata, addirittura iper buonista, che premia-va i Caino a dispetto degli Abele.
Invece, per vincere la recidiva, la noia mortale persistente che logora e incancrenisce le esistenze, la violenza insita in ogni angolo di cella, l’illegalità diffusa, quella legge sospingeva avanti l’intenzione a prendersi carico delle proprie responsabilità, la propria fatica a intravedere un pezzo di futuro, creando le condizioni per una sana revisione critica del proprio passato, senza rimanere contusi dalla crisi di panico derivante dal sopravvenuto mutamento interiore, fino a giungere in prossimità, sull’uscio di un nuovo orientamento esistenziale.
Forse, con più onestà intellettuale, quella legge più semplicemente non ha mai potuto essere correttamente applicata, non s’è mai voluto che desse i frutti desiderati, se non con il senno del poi, comprenderne a pieno l’importanza, di come l’impegno, il lavoro, il patto sociale concordato, riducessero drasticamente la reiterazione dei reati.
Senza troppi affanni, eccoci dirimpetto al carcere che n’è seguito, ben più malsano e inverecondo, puzza-va di deflagrazioni, di grandi botti a perdere, esplosione dopo esplosione, bombe una dietro l’altra, giudici in mille pezzettini, scorte di uomini e donne polverizzate per aria, l’antistato alle prese con i propri interessi messi alla berlina, lo Stato al cospetto dei propri fantasmi.
Morto dopo morto, botta al plastico dopo botta al plastico, la grande maturità raggiunta dalla stragrande maggioranza della popolazione detenuta, venne rispedita al mittente senza tanti complimenti.
Infine siamo rinculati al cospetto del carcere attuale, che non può assolutamente esser chiamato carcere, perché si tratta più tragicamente di un contenitore di cose, oggetti, numeri, corpi accatastati uno sull’altro, spesso, sempre più spesso di carne morta.
Un carcere prigioniero di se stesso, che vive sopravvivendo a se stesso, nel sovraffollamento, nell’ingiustizia, nell’illegalità, nella violenza di tutti i giorni.
Un carcere in cui contenere, punire, rieducare, che però non si piega a nessuna utilità e scopo, a cui incredibilmente è chiesto a gran voce di rimanere baluardo insormontabile di sicurezza per l’intera collettività.
Un carcere che si contorce in una sorta di irridente ortopedia penitenziaria, dove etimologicamente l’arto leso dovrebbe essere trattato sensibilmente per ritrovarlo a ben camminare, nell’accezione attuale l’illusione di condurre l’uomo detenuto dentro un percorso socialmente condivisibile per ben camminare e raro cadere, appunto.
Ma cosa c’è di socialmente condivisibile nella recidiva che permane al 70%, dimenticando volutamente e politicamente come le misure alternative, basate sul lavoro, sull’impegno, sulla proposizione di un patto sociale da rispettare, riducano drasticamente quella feroce recidiva abbassandola al 11%.
Cosa c’è di socialmente condivisibile nell’uomo della pena costretto a sopravvivere in un tempo bloccato, permanentemente inchiodato al momento dell’arresto, che non passa, perchè si rimane lì, stritolati da una noia mortale, a una chiusura ermetica dove l’obbligatorietà sta nel non fare nulla, unica possibilità stra-parlare, chiacchierare, ripetere giorno dopo giorno, tra compagni di cella, nello spazio ridotto sub-umano causato dal sovraffollamento, la sequenza di quel maledetto giorno dell’ammanettamento, sul come fare per non incorrere più negli stessi ferri ai polsi, alzando tragicamente il livello di scontro, alla ricerca spasmodica di una impunità che invece non ci sarà.
Cosa c’è di socialmente condivisibile in una carcerazione che non rispetta la dignità di alcuno, bensì la contorce in una caduta rovinosa, alla fine della sua corsa, il detenuto arriverà persino a convincersi di essere innocente di esser colpevole, una sorta di infantilizzazione pericolosissima, nella consapevolezza di avere scontato non soltanto la pena erogata dal suo giudice naturale in sentenza, ma altre pene aggiuntive non contemplate da alcun codice penale, soprattutto mai condivise dalla nostra Costituzione.
Cosa c’è di socialmente condivisibile in una pena che non riesce ad accorciare le distanze con una libertà che comunque prima o poi ritornerà nelle gambe e nel cuore di ciascun uomo ristretto, perché volenti o nolenti la pena prima o poi avrà un termine.
Inducendo la persona che avrà terminato di scontare la propria condanna, a pensare davanti a quel cancello blindato finalmente spalancato: bene, eccomi nuovamente libero, ora ho pagato quanto mi è stato chiesto, ho pagato anche di più, assai di più, ora non devo più niente a nessuno, ora nessuno può chiedermi altro, ora posso finalmente ritornare a fare quello che voglio.
In questo delirio del niente imparato e appreso, mi ritorna in mente quanto accade ogni qual volta mi reco in un’aula scolastica per incontrare tanti giovani studenti, i quali alla domanda che spesso faccio loro a bruciapelo: “ Ma per te cos’è la libertà? Cosa significa per te essere un uomo libero? La risposta che ricevo di primo acchito è: la libertà è fare tutto quello che voglio.
Penso davvero che qualcosa di socialmente condivisibile invece c’è da fare, necessita fare, è urgente e non più rinviabile fare, e sta nell’accompagnare quel detenuto di fronte a quel portone aperto nella consapevolezza che proprio in quei primi passi, uno dopo l’altro, alla luce, con il viso in alto di chi spera, dovrà avere compreso che proprio in quel preciso istante inizieranno gli esami veri, i conti quotidiani nei gesti ripetuti con la propria coscienza. Un carcere socialmente condivisibile non è rappresentato dalla vendetta statuale o sociale di per sé impresentabile, bensì è uno spazio in cui sarà possibile scontare con dignità la propria pena, in cui imparare il valore della libertà per quello che è : RESPONSABILITA’. (Vincenzo Andraous)

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