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Posts Tagged ‘carceri’

Un appello alla lettura nelle carceri

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 agosto 2021

Ministra della Giustizia, perché il carcere ha paura dei libri? Succede ogni tanto che mi scriva qualche detenuto sottoposto al regime di tortura democratica del 41 bis, per dirmi che vorrebbe leggere qualche mio libro. Io devo rispondere che questo non è possibile, se hanno proibito di far entrare nelle celle delle sezioni del 41 bis perfino un libro dell’attuale Guardasigilli. Signora Ministra, penso che bisognerebbe “condannare” i carcerati a leggere di più. Non potrebbe fare qualcosa per cambiare o modificare la norma che consente all’amministrazione penitenziaria di vietare ai detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis di ricevere libri e riviste dall’esterno? Secondo alcuni professionisti dell’antimafia questo divieto consente di prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di provenienza. Invece, a mio parere in questo modo si fa un “favore” alla mafia, perché́ non si tiene conto che i libri potrebbero aiutare a sconfiggere l’anti-cultura mafiosa. Sì, è vero, ricevere un libro in carcere potrebbe essere pericoloso, ma tutto quello che entra nelle sezioni del 41 bis è controllato e letto, perché tutti hanno la censura e, comunque, pur correndo qualche rischio, i benefici sarebbero largamente superiori ai rischi, un po’ come il vaccino contro il coronavirus. Signora Ministra, ventisette anni di carcere duro mi hanno insegnato che prima di scrivere bisogna leggere. E dopo bisogna tentare di riflettere, con la mente e con il cuore. Subito dopo però bisogna avere il coraggio di scrivere quello che si pensa: è quello che ho deciso di fare ora scrivendoLe questa lettera aperta.Chi è favorevole al divieto di fare entrare i libri nelle sezioni del 41 bis, io credo lo sia perché a sua volta legge poco: forse perché́ non ha tempo. Io, invece, in 27 anni di carcere, ho letto moltissimo. Potrei affermare che sono sempre stato con un libro in mano. E sono certo che senza libri non ce l’avrei fatta. Mi sono fatto la convinzione che noi siamo anche quello che leggiamo e, soprattutto, quello che non leggiamo. Le confido che nei libri ho vissuto la vita che non ho potuto vivere: ho sofferto, ho pianto, ho amato, sono stato amato, sono cresciuto, sono stato felice ed infelice nello stesso tempo. E sono morto e rivissuto tante volte. Una volta, un giornalista mi ha chiesto qual era il libro che mi era piaciuto più di tutti. Mi è stato difficile rispondere, perché́ i libri sono un po’ come i figli: si amano tutti, perché́ tutti ti danno qualcosa. Alla fine ho detto che mi è piaciuto molto il libro “Il Signore degli Anelli”, perché́ molti prigionieri sono un po’ come i bambini. E per vivere meglio si immaginano di vivere in mezzo a boschi e palazzi incantati, fra meraviglie o incantesimi. Mi ha entusiasmato anche il libro”Il rosso e nero” di Stendhal, perché́ mi ha insegnato che l’amore è fatto di amore. Poi ho citato il libro “Delitto e castigo” di Fëdor Michailovic Dostoevskij, perché́ mi ha insegnato come si sconta la propria pena e che la vita è fatta di errori, se no non sarebbe vita. Infine, ho elencati i libri di Hermann Hesse, fra cui “Siddharta” e “Il Lupo della steppa”, perché mi hanno insegnato che quello che penso io spesso lo pensano anche gli altri…Signora Ministra, mi permetta di affermare che nei libri non ci sono dei nemici. Anzi, essi aiutano a frugare meglio dentro se stessi. Solo gli sciocchi hanno paura dei libri. I libri sono stati la mia luce in tutti questi anni di buio, mi hanno anche aiutato a continuare a lottare e a stare al mondo perché́, come scrive Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Consiglio della Magistratura, oltre che Senatore della Repubblica), nel suo libro “Fine pena ora”: Certe volte una pagina, una frase, una parola smuove delle pietre pesanti sul nostro scantinato.Signora Ministra, fin dall’inizio della mia lunga carcerazione ho sempre letto, all’inizio con la testa e alla fine con il cuore. L’ho fatto prima per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Mi creda, non è stato facile leggere in carcere, perché spesso per ritorsione mi impedivano di avere libri e persino una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano il libro, ma mi levavano la copertina. Penso che si dovrebbe fare una buona legge per “condannare” i detenuti sottoposti al regime democratico di tortura del 41 bis a ricevere e a tenere più̀ libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare chi si occupa di giustizia e carcere a leggere di più, perché i libri rendono migliori le menti e i cuori delle persone, buone o cattivi che siano. By Carmelo Musumeci

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La violenza nelle carceri è frutto anche del silenzio delle cosiddette persone perbene

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 luglio 2021

“Eseguimmo ordine”. Molti pensano che quello che è accaduto a Santa Maria Capua a Vetere sia un caso isolato, purtroppo non lo è. E se non ci fossero stati quei video nessuno lo avrebbe mai saputo. La prigione è un mondo ignoto per tutti coloro che sono liberi ed è difficile far conoscere alla società e ai nostri politici l’inferno che hanno creato e mal governano. Alcuni detenuti vivono come cani bastonati e all’ordine del giorno vi sono: autolesionismo, suicidi, tensioni interne che sfociano a volte in condotte aggressive dell’uno o dell’altro, abusi, soprusi, ingiustizia istituzionali, pestaggi, e la lista sarebbe troppo lunga per andare avanti. Ma le botte che fanno più male sono quelle che l’Assassino dei Sogni, come chiamo io il carcere, dà ai cuori e alle anime dei prigionieri e dei loro familiari.L’altro giorno facendo ordine nelle mie carte mi è capitato fra le mani un vecchio verbale del lontano 1992, quando ero detenuto nel carcere dell’Asinara. Ed ho riletto una frase che avevo urlato durante un Consiglio di disciplina: “I buoni hanno bisogno dei cattivi e del carcere per apparire buoni”, che mi era costata 15 giorni di cella di rigore e una pioggia di manganellate. Purtroppo molti “buoni”, comunque e nonostante tutto, continuano a vedere nel carcere una soluzione e non capiscono che il problema, sia per le guardie sia per i detenuti sia per la società, è proprio il carcere, perché una pena che fa male è come buttare benzina sul fuoco. Nessuno parla dei morti del carcere di Modena, purtroppo di quell’evento non ci sono video e poi sembra che siano morti di metadone e non è certo colpa degli infermieri, dei medici o della polizia penitenziaria… Forse erano occupati a fare altro, visto che non si sono accorti che stavano male. Margherita Hack, commentando il mio libro “Gli Uomini Ombra”, mi scrisse:“Quando si legge di casi reali di giovani rei di aver partecipato a qualche manifestazione, o di aver reagito alla forza pubblica, che entrati in carcere in piena salute ne escono avvolti in un lenzuolo e con sul corpo i segni di pestaggi selvaggi, si vuol credere che si tratti di casi eccezionali, poi si pensa a quello che è successo durante il G8 a Genova e si comincia a dubitare. Il carcere che dovrebbe essere scuola di riabilitazione si rivela un centro di abbrutimento per i carcerieri e di annullamento della personalità dei carcerati a cui questi si ribellano con la violenza, carcerieri e carcerati egualmente vittime di un sistema degradante”

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Carceri: Fp Cgil a Cartabia, serve riogranizzazione sistema penitenziario

Posted by fidest press agency su sabato, 10 luglio 2021

“Abbiamo ribadito alla Ministra che quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile dello scorso anno è inaccettabile e incompatibile con la Costituzione, la dignità delle persone detenute e offendono ogni agente della Polizia Penitenziaria che svolge correttamente il proprio lavoro. Ora bisogna intervenire sull’organizzazione complessiva del sistema penitenziario: ci aspettiamo da chi ha la responsabilità politica del settore provvedimenti concreti, efficaci e duraturi nel tempo, non semplici dichiarazioni di circostanza”. Questo il commento delle Fp Cgil al termine dell’incontro con la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere. “Da troppi anni – prosegue il sindacato – il sistema carcerario italiano soffre di condizioni tali che ne impediscono di svolgere la funzione costituzionalmente prevista, mortificando la dignità di chi vi è detenuto e di chi vi opera. Cgil e Funzione Pubblica Cgil da tempo hanno presentato proposte per riformare il sistema penitenziario, chiedendo l’apertura di un confronto. Proposte che abbiamo avanzato anche alla Ministra Cartabia e al sottosegretario Sisto, ma senza che ci fosse un seguito. Riteniamo, oggi più che mai, necessario che la Ministra si faccia promotrice di un doppio livello di confronto: con le parti sociali e la società civile, per affrontare il tema di una effettiva capacità di risposta al mandato costituzionale e per favorire maggiore integrazione tra il dentro e il fuori le mura, perché non può esserci riabilitazione e reinserimento del reo se il mondo di fuori continua a tenere lontano da sé quello di dentro”. “Il sistema penitenziario è – continua la Fp Cgil – un mondo complesso. La sua funzione necessita di integrazione tra aree e discipline assai diverse tra loro ma complementari. Queste aree di intervento vanno organizzate nel rispetto della dignità di ciascuno. Per questo chiediamo di affermare il principio dell’organizzazione per filiere omogenee di attività, ciascuna con una propria distinta linea di comando: Polizia Penitenziaria, area Educativa Penitenziaria ed Esecuzione Penale Esterna. Per ciascuna area vanno individuate figure professionali di direzione e coordinamento tra loro paritarie, e ad esse sovraordinate, va individuata e finalmente qualificata l’Area della Dirigenza Penitenziaria come soggetto unitario e garante del mandato costituzionale. Se non si parte anche da qui, dal mettere finalmente in chiaro i diversi livelli di responsabilità, allora non saremo mai in grado di impedire davvero le degenerazioni dovute, da un lato, alle presunte superiorità corporative e, dall’altro, alla mancanza di formazione, di professionalità, di specializzazione di ciascuno dei servizi che convivono nel sistema penitenziario italiano”.

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Carceri: Fp Cgil, serve profonda revisione sistema penitenziario

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2021

“È giunto il momento che il Ministero della Giustizia e i vertici dell’Amministrazione prendano coscienza che il sistema penitenziario necessita di una profonda rivisitazione”. Così la Fp Cgil in merito all’operazione di polizia giudiziaria di oggi in relazione agli eventi avvenuti al carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile dello scorso anno.“Le rivolte – prosegue – sono state la chiara dimostrazione di una gestione organizzativa inadeguata, e in strutture fatiscenti, nel sistema penitenziario. Da tempo abbiamo chiesto ai vertici un incontro finalizzato ad una riorganizzazione, resa ancor più necessaria nella pandemia, per garantire agli agenti di polizia penitenziaria carichi di lavoro sostenibili e un nuovo modello custodiale, insieme ad interventi di ristrutturazione e di implementazione delle tecnologie. Ferma restando la fiducia nella magistratura nell’accertamento delle responsabilità individuali, il nostro obiettivo deve essere quello di ridurre le situazioni di disagio ridando da subito dignità a tutti gli agenti di Polizia penitenziaria, anche a tutela degli stessi detenuti e della qualità del sistema penitenziario”, conclude la Fp Cgil.

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Carceri: Fp Cgil, ridurre sovraffollamento detenuti e assumere personale

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2021

“La riduzione del sovraffollamento delle nostre carceri di 7.405 detenuti registrata nel 2020 non è sufficiente a garantire la piena attuazione del mandato che la Costituzione attribuisce al sistema penitenziario. Inoltre le risorse stanziate con la legge di Stabilità non consentono di colmare le gravi carenze di organico che si registrano tra i lavoratori del settore”. Questo il commento della Fp Cgil alla relazione sullo stato dell’amministrazione della Giustizia depositata alle Camere dal ministro Bonafede.“Sono ancora troppi i 53.364 detenuti presenti nelle nostre carceri – prosegue la Fp Cgil -, come molto preoccupanti sono le circa 4.300 carenze di unità che si registrano nella Polizia Penitenziaria e le mille unità che servono per colmare l’organico del personale delle Funzioni Centrali e della Dirigenza Penitenziaria”.Il carcere, aggiunge, “deve divenire l’extrema ratio solo per soggetti socialmente pericolosi, ma per fare questo bisogna potenziare il sistema dell’esecuzione penale esterna, investendo risorse e assumendo anche qui un numero adeguato di addetti, in grado di sostenere il carico di lavoro che continua ad aumentare negli anni. Come non è ulteriormente rinviabile la valorizzazione di tutte le professioni che operano nel sistema dell’esecuzione penale, attraverso il giusto riconoscimento del ruolo e della funzione di ciascuno e nel rispetto dell’autonomia delle singole discipline con pari dignità. Per fare questo bisogna reperire le risorse per un nuovo sistema di classificazione per le Funzioni Centrali, per la piena contrattualizzazione del rapporto di lavoro della dirigenza penitenziaria e per rinnovare i contratti di tutti i lavoratori”, conclude la Fp Cgil.

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Covid-19:Focolaio nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 gennaio 2021

Sembrerebbe che il Covid-19 abbia coinvolto diciotto detenuti reclusi nella sezione di alta sicurezza. Trattasi paradossalmente di un focolaio di importazione, a seguito del trasferimento a Roma di un gruppo di detenuti dal carcere di Sulmona, dove da settimane era in atto un focolaio assai esteso. A darne notizia è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria S.PP.: “Quanto accaduto testimonia ciò che da tempo ribadisco che si sostanzia nella necessità di dare priorità vaccinale a quanti vivono e lavorano nelle carceri: detenuti, Poliziotti Penitenziari, personale medico-sanitario e operatori vari. È opportuno riconoscere i rischi connessi a tale comunità alla luce anche del sovraffollamento. Coloro che lavorano nelle carceri o che svolgono servizi e mansioni a qualsivoglia titolo (es. volontari), potrebbero a ragion di logica essere untori all’interno e all’esterno delle mura. L’Amministrazione non deve ancora sottovalutare l’emergenza e mal gestirla. Nel caso di Rebibbia è necessario effettuare tamponi a tappeto e ripeterli a distanza.”

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Carceri: La polizia penitenziaria non gioca con i telefonini

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2020

“Riteniamo essere gravi le affermazioni del procuratore Gratteri sulla Polizia Penitenziaria, auspichiamo una giusta rettifica”. Così la Fp Cgil Polizia Penitenziaria in merito alle parole del procuratore capo di Catanzaro, pronunciate ieri su La7 ospite di ‘Otto e mezzo’, relativamente al posizionamento di inibitori di cellulari nelle carceri che, secondo Gratteri, ‘provocherebbe la rivolta della Polizia Penitenziaria perché, invece di controllare cosa succede nelle carceri, non potrebbero più giocare con i telefonini’.“Pur riconoscendo e apprezzando lo spessore istituzionale del magistrato – afferma il coordinatore Nazionale Fp Cgil Polizia Penitenziaria, Stefano Branchi -, non condividiamo assolutamente quanto da lui dichiarato. Si tratta di affermazioni gravi e lesive dell’immagine del corpo di Polizia Penitenziaria, per il nobile e orgoglioso lavoro quotidiano di donne e uomini al servizio dello Stato. I nostri poliziotti penitenziari e le nostre poliziotte penitenziarie garantiscono sicurezza, svolgono attività preventiva, repressiva, di osservazione e trattamento, allo stesso tempo salvano vite umane, in condizioni lavorative sempre più difficili e articolate, specie in questo periodo emergenziale e preoccupante. Certamente non ‘giocando al cellulare’, strumento, tra l’altro, non consentito neanche per uso personale durante il servizio. Auspichiamo e chiediamo una giusta rettifica, così da poter evidenziare meritata nitidezza alla Polizia Penitenziaria”, conclude.

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“I contagi nelle carceri italiane sono nuovamente in aumento”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2020

Secondo gli ultimi dati rilasciati poche ore fa dal DAP sono 758 i detenuti e 936 gli operatori risultati positivi al COVID19. Numeri che aumentano in mondo esponenziale, basti pensare che solo venerdì 638 detenuti e 885 operatori avevano contratto la malattia. Questi numeri meritano un’attenzione immediata affinché le carceri italiane non diventino un luogo collettivo di contagio”. E’ il commento di Luigi Iorio coordinatore della segreteria nazionale del Psi. “Secondo quanto riportato dalla UILPA (sindacato di polizia penitenziaria della UIL) – continua il dirigente socialista – a differenza di quanto accaduto a marzo, l’amministrazione penitenziaria si sta adoperando per fornire dispositivi di protezione individuale in numero adeguato e ha diramato importanti direttive per prevenire e isolare il contagio; tuttavia non basta per azzerare il rischio di un contagio totale della popolazione penitenziaria. Servono risposte immediate e strutturarli da parte del Governo nazionale in merito al sistema carcere. Come sempre affermato dai socialisti in questi mesi occorre: diminuire sensibilmente il numero dei detenuti per reati meno gravi, assunzioni seppur temporanee di agenti penitenziari e rafforzamento dei servizi sanitari in carcere (assunzioni di medici e aumento di terapie intensive). Il pianeta carcere costituito da detenuti, volontari, agenti penitenziari e dipendenti non può essere lasciato al suo destino” – conclude Iorio.

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Carceri: Tra Il 41bis e Covid-19

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2020

By Carmelo Musumeci. Il guaio più grosso di un carcere disumano è che alla lunga ti fa sentire innocente e dopo tanti anni ti fa sentire anche una vittima. Dal carcere di Padova, da due fonti diverse, mi sono arrivate queste notizie: “Tre detenuti della sesta sezione che lavoravano alla pasticceria sono stati trovati positivi al coronavirus. La sezione è chiusa, tutti in quarantena”. “Nel carcere di Padova, tra detenuti e guardie, sono risultati positivi 30 persone”. Dei contagi di coronavirus nelle carceri “normali” si sa poco, ma non si sa quasi nulla, o meglio non si vuol far sapere nulla, della diffusione del virus nelle sezioni di tortura del 41 bis. Ne parlano i soliti “quattro gatti”, fra cui il giornale “Il Dubbio”: “Covid al 41 bis di Opera: altri due ricoverati. Positivo covid al 41 bis di Opera un 59enne è in terapia intensiva. L’altro, quasi ottantenne e con gravi patologie, è all’Ospedale San Paolo”. E tutti gli altri? Zitti e muti. Forse hanno paura di passare per fiancheggiatori della mafia o, ancora peggio, anche se hanno la fedina penale pulita o non fanno reati, sono culturalmente mafiosi e omertosi. Io credo che il modo di comportarsi di uno Stato con i delinquenti dimostri chi sia più fuori dalla legge, perché penso che la riabilitazione, la salute e le cure dovrebbero essere garantiti sempre, e per tutti, e che sia sbagliato ripagare il male con altro male. Le sezioni del regime di tortura del 41 bis sono luoghi che non hanno più nulla di umano, un posto d’ingiustizia, di esclusione e di annullamento della persona umana, dove si vive una vita non degna di essere vissuta. Dove nella stragrande maggioranza ci sono solo boss in disuso, vecchi e malati e, che non me ne vogliano, anche rimbambiti.

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Allarme nelle carceri: Possibili nuove proteste

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 Maggio 2020

Condividiamo la decisione di utilizzare l’esercito per presidiare il perimetro del carcere di Sulmona e auspichiamo utilizzo anche in altre strutture carcerarie Italiane. A dichiararlo il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo:
“una scelta condivisa e sicuramente da estendere ad altri carceri della penisola. I Ministeri della Giustizia e degli Interni di concerto con le Prefetture e gli Istituti di Pena potrebbero utilizzare gli uomini dell’esercito impegnati in strade sicure per presidiare tutte quelle strutture penitenziarie come quello di Sulmona con tutti detenuti di alta sicurezza e 41 bis. Nelle carceri della penisola attualmente ci sono 727 detenuti al 41 bis ed 8862 in alta sicurezza. Le regioni con maggiore presenza di 41 bis sono Lazio e Abruzzo con 244 presenze, mentre la regione con più alta sicurezza è la Campania con 1725 detenuti, seguita dalla Sicilia e dalla Calabria rispettivamente con 1282 e 1106. Gli istituti di queste regioni sono sicuramente quelli più a rischi proteste che a nostro avviso sono sempre nascoste dietro l’angolo. Nel mese di giugno molti detenuti di alta sicurezza usciti a causa del coronavirus torneranno in carcere e questo potrebbe costituire motivo di nuove tensioni cambiando uno scenario già molto teso”. Continua Di Giacomo: “in molte carceri italiane lo Stato non ha il pieno controllo, questo è sicuramente un elemento di forza per chi volesse fomentare nuove violenze. L’aiuto dell‘esercito da solo non basta per riportare l’ordine e la disciplina all’interno delle carceri Italiane, bisogna mettere in discussione il principio della fiducia a tutti ed a tutti i costi. Interrompere la sorveglianza dinamica ossia le celle aperte che è stata sicuramente la madre di tutti i mali concedendola solo a chi la merita. Fornire strumenti normativi che vadano ad incidere pesantemente su chi introduce o cerca di introdurre ed utilizza telefonini negli istituti penitenziari, con l’introduzione di un reato specifico la cui pena sia non inferiore a 4 anni nel minimo. Aumentare le pene a chi introduce o staccia droga negli istituti. Ultimo ma non ultimo punire in modo esemplare chi approfitta della propria forza fisica e/o mentale per fare violenza nei
confronti dei detenuti più deboli. Introdurre una norma specifica per chi osa violenza nei confronti della polizia penitenziaria la cui pena minima sia superiore a 4 anni nel minimo ed eliminando ogni forma di premialità ai detenuti che si rendono partecipi
delle violenze”, conclude Di Giacomo.

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Nelle carceri circola la droga?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 Maggio 2020

Non sveliamo un segreto dicendo che nelle carceri circoli droga i cui introiti hanno la loro importanza. Nella sola Campania sono oltre quattrocentomila euro le perdite delle organizzazioni criminali che gestiscono la droga nelle carceri. A sostenerlo è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.PP.: “a Napoli vi è il sospetto che un’unica organizzazione criminale gestisca l’intero traffico di droga nelle carceri, che è sicuramente il più importante della regione. Si stima che quasi l’80% del fatturato provenga dalle due carceri napoletane. Parliamo di cifre sicuramente importanti che in questo periodo di coronavirus sono venute meno. Se fosse vero che i proventi della vendita di sostanze all’interno del carcere siano riutilizzati per finanziare i conti degli appartenenti alle organizzazioni finiti in galera e alle loro famiglie, si capirebbe facilmente l’aspettativa riposta sull’apertura dei colloqui che senza dubbi costituiscono un momento importante per far entrare sostanze all’interno delle strutture. Non è facile avere una stima precisa dei guadagni per staccio di droga nelle carceri Italiane, ma parliamo sicuramente di diversi milioni di euro annui”. Continua Di Giacomo: “appare evidente che una lotta seria alla criminalità continui anche in carcere, dove negli ultimi anni le organizzazioni hanno preso in pieno potere gestendo i loro traffici interni e riuscendo a gestire anche quelli esterni considerata la facilità con la quale riescano a comunicare con l’esterno. Speriamo che il nuovo pool di magistrati a Capo del D.A.P. riescano a centrare la loro attenzione anche su questi problemi e non solo sulla scarcerazione di pericolosi detenuti che sono sicuramente
parte importante di un sistema che non funzione ma non l’unico. Sarebbe ora di iniziare a spalmare i colloqui su tutta la settimana in modo da poter effettuare un controllo capillare su tutti i famigliari mettendo a disposizione della polizia penitenziaria impegnata nei controlli di strumenti che rilevino il contatto con stupefacenti come avviene negli aeroporti. Limitare l’ingresso di prodotti non facilmente controllabili, ma prima di tutto aumentare le pene al di sopra di 4 anni nel minimo per chi introduce o cerca di introdurre sostanze stupefacenti all’interno degli istituti penitenziari. La droga non è solo fonte di guadagli e di rovina per chi la usa ma anche segno della forza dell’organizzazione criminale”. Ultimo ma non ultimo l’introduzione di un reato specifico per chi cerca o introduce telefonini in carcere. Solo nell’ultimo anno sono stati ritrovati circa 2600 telefonini, conclude Di Giacomo.

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Carceri: Fp Cgil, bene nomine nuovi vertici Dap

Posted by fidest press agency su sabato, 2 Maggio 2020

Roma. “Avevamo chiesto un rapido cambio di rotta alla guida del Dap e cogliamo con favore la rapida soluzione della crisi, che si era creata con le dimissioni di Basentini, con la nomina in tempi brevi di due magistrati di grande spessore che hanno contribuito nella loro carriera professionale alla lotta alla criminalità organizzata: Petralia nuovo Capo del Dap e Tartaglia suo vice”. Questo il commento della Fp Cgil sulla nomina dei nuovi vertici del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria.“Auguriamo buon lavoro ai due magistrati e confidiamo in un proficuo confronto con le organizzazioni sindacali finalizzato a superare lo stato di abbandono in cui si trova il sistema dell’esecuzione penale del nostro paese. Così come serve aprire una nuova pagina nella gestione del sistema, a partire dall’edilizia penitenziaria, dalle assunzioni, dalla sicurezza nei luoghi di lavoro e dalla formazione del personale”, conclude la Fp Cgil.

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Over 70 a casa, ma il Paese riparta presto e si occupi di carceri con immediati provvedimenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

So bene che qualsiasi ricetta si voglia proporre per la fase storica che stiamo vivendo rischia di tramutarsi e velocemente in chiacchiere da bar, travolte da dati, da smentite, da evidenze ancora ignote. Ma tre notizie di questa settimana mi spingono a buttar giù le riflessioni che vi propongo con annessa proposta, con umiltà e con le dovute dosi di dubbio del caso. Le tre notizie sono: 1) il (raccapricciante) nuovo lock down cinese, 2) la decisione svedese – controtendenza – di mantenere la popolazione a contatto con il virus nell’attesa di una sua progressiva immunizzazione, 3) l’avvio della sperimentazione sull’uomo di un vaccino testato felicemente sugli animali. A queste novelle, si aggiungono, poi, le ulteriori tre certezze: 1) il virus colpisce fatalmente in prevalenza anziani, ed in particolare anziani con pregresse patologie e altri soggetti di altra età che per loro condizioni rischiano maggiormente; 2) i ricoveri in terapia intensiva, sebbene possano coinvolgere anche soggetti di età inferiore, riguardano molti anziani che, dopo il ricovero, non superano la malattia; 3) l’impatto sul sistema sanitario italiano, oltre che inadeguatezze ed impreparazioni all’evento pandemico, è aggravato dall’età della popolazione italiana che come noto è avanzata.
Pare, infine, e la notizia cinese lo palesa con cruda evidenza, che il virus non se ne andrà, e che, bene che vada, si nasconderà per poi tornare nella popolazione ignara che, proprio perché asintomatica (o con gatti e cani infetti senza saperlo!), lo diffonderà di nuovo, tale e quale. E’ quindi urgente passare al piano B e ritornare, spaventati, e con lo stato d’animo che inevitabilmente si accompagnerà al ritorno ad una pseudo normalità. Primo perché nessuno ci pagherà gli stipendi, le notule, gli affitti e i mutui per i mesi e mesi necessari al vaccino di massa (speriamo pochi). Secondo perché potremmo far si che si possa ripartire con l’obiettivo della tutela delle fasce più a rischio contagio, che sono le stesse che impattano sul sistema sanitario, e le stesse che rischiano maggiormente la vita.
Per questo, è dall’inizio di marzo che chiedo e mi chiedo: perché non aver previsto da subito una quarantena per gli over 70? Almeno nella misura in cui l’isolamento è praticabile? Sono consapevole che molti anziani vivono con le famiglie, ma forse si sarebbe potuto concentrare gli sforzi per favorire una quarantena altrove? Molti anziani non lavorano più, godono, per quanto esigua, di una pensione, e possono contare sull’aiuto di un congiunto per procurarsi i beni di prima necessità. E per chi, invece, non ha la fortuna di avere chi porta la spesa a casa, si sarebbe potuto concentrare su di loro gli sforzi, del pubblico e del volontariato, per organizzare meglio e con più efficienza da subito, la distribuzione a casa.
Non la faccio facile, so che non lo è. Ma le immani attività di questo mese (costruzioni di ospedali da campo, esercito per le strade, buoni spesa, assunzione personale sanitario ecc…), dimostrano che sarebbe ben potuta esser una linea percorsa e, tanto più lo è adesso. E invece chi si affaccia alle banche, agli uffici postali, nelle farmacie e nei supermercati, potrà constatare che sono pieni di persone anziane.Ovviamente la crisi non rientrerebbe del tutto (penso a tutte le attività ricreative, pub, discoteche e forse ristoranti, che chissà per quanto ancora saranno parte di una vecchia vita), ma forse si può ricominciare ad arginare il baratro che ci si è aperto davanti. E se avessero ragione gli svedesi, potremmo gradualmente esporci allo stramaledetto virus limitandone gli effetti e proteggendo i più fragili.Ciò almeno nell’attesa di terapie efficaci, di vaccino, o di qualche altra luce che non può che provenire dalla ricerca scientifica (sempre sia lodata). Nel frattempo, come si sta facendo per le RSA, occorrerà subito che ogni istituto penitenziario si occupi di riferire pubblicamente i dati delle carceri (quanto tamponi sono effettuati? Chi è risultato positivo) e indichi le attività di contenimento del virus in un luogo dove è strutturalmente impossibile mantenere le distanze. E ciò perché, mentre si rincorrono i trasgressori dei provvedimenti del Governo, il Governo stesso rischia di aggravare la già conclamata illegalità verso la popolazione carceraria. Pena il risarcimento legittimo di tutti i danni di chi sarà stata imposto il Covid-19 come pena accessoria. (Claudia Moretti, legale, consulente Aduc)

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Carceri: Restiamo umani

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 marzo 2020

Di Ornella Favero. Da anni, il motore delle attività del volontariato nelle carceri e sul territorio è l’idea di ricostruire il rapporto tra la società e gli uomini e le donne che ne hanno violato le regole. Se dovessimo pensare a qualcuno a cui ispirarci in questo lavoro, torniamo a dire che lo troveremmo nello scrittore israeliano David Grossman, là dove ci insegna a guardare il mondo “con gli occhi del nemico”: “Quando abbiamo conosciuto l’altro dall’interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una “non persona”. Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori”. Ma è un’impresa titanica, accompagnare per mano le persone, in particolare quelle che un altro scrittore, Edoardo Albinati, definisce “odiatori in servizio permanente”, a non trattare chi sta in carcere come “non persone”. E lo è soprattutto oggi, in un momento in cui gli “odiatori” hanno trovato un alibi: quello per cui “non possiamo dargliela vinta a quei violenti che hanno assaltato le carceri”. E invece dobbiamo avere la forza di gestire anche la nostra rabbia, di capire la disperazione di chi sta in carcere, e di pensare a misure serie per disinnescare quella bomba che sono le nostre galere oggi. Farlo è importante anche per quegli operatori, come la Polizia penitenziaria, ma anche gli operatori dell’area pedagogica, che per fare decentemente il loro lavoro, oggi diventato drammaticamente difficile, e dare a quel lavoro più forza e più importanza, hanno bisogno di carceri più umane e dignitose.
Per questo oggi vi chiediamo di ASCOLTARCI. Dopo i familiari, siamo stati i primi ad essere esclusi dalle carceri, per la sicurezza sanitaria. Ma forse qualche consiglio ve lo possiamo dare. È questo il motivo per cui vi abbiamo chiesto di istituire presso ogni Istituto di pena una specie di Unità di crisi che coinvolga tutti, e quindi anche noi, che siamo in grado di aiutarvi in particolare nella comunicazione e nel mantenere i rapporti con le famiglie delle persone detenute. Perché è certo che il Volontariato ha qualcosa da dire su come affrontare i conflitti, le paure, la solitudine, la rabbia delle persone, private della libertà personale e non sempre trattate, appunto, come PERSONE.
Per tutto quello che riguarda gli affetti, le circolari non devono dire vagamente di aumentare le telefonate, far usare Skype, invitare ad istituire un servizio di posta elettronica per i rapporti con le famiglie. Devono far capire che tutto questo non è una striminzita concessione per far star calmi i detenuti, ma la volontà forte e chiara di capire la loro sofferenza e di cercare di alleviarla avvicinando le loro famiglie.Le istituzioni quindi dovrebbero essere in grado, oltre che di acquistare degli smartphone per farli usare in modo controllato, di calcolare il tempo disponibile per l’uso del telefono e suddividerlo per i detenuti che vogliono telefonare. E stabilire un fondo straordinario per chi non ha soldi nel conto corrente: ma possibile che un’amministrazione, che ha speso tre milioni e mezzo di euro per bloccare la circolazione di telefonini in carcere, venga a chiedere alle associazioni e alle cooperative di mettere un po’ di euro per far telefonare i detenuti indigenti?La circolare poi del DAP sull’accesso da parte delle persone detenute alla posta elettronica rompe il tabù sull’ingresso della tecnologia in carcere. Ma è un provvedimento che rischia di essere una vuota dichiarazione d’intenti, in un luogo che finora si è attrezzato per resistere all’uso delle tecnologie, anche del solo computer in cella. Come si può fare per rendere effettiva questa disposizione in sicurezza?
Per la posta elettronica ogni detenuto dovrebbe aprire una propria casella sullo stesso provider e poter utilizzare il computer per una volta al giorno per 10-15 minuti o a seconda delle possibilità (numero di detenuti per computer). Allo stesso modo si possono organizzare dei turni per Skype, consegnando la lista degli account delle persone autorizzate all’agente di sezione, a cui sarebbe affidato il controllo delle regole di utilizzo, finché non vengono realizzate le protezioni opportune.Quello che è certo è che tutti noi, che ci occupiamo di questi temi, fatichiamo perfino in questo disastro ad avere un pensiero comune, senza etichette e senza protagonisti, ma ce la faremo, dobbiamo farcela se vogliamo contare qualcosa.Per finire, rispetto alla prevenzione del contagio da coronavirus, siamo talmente spaventati anche noi, nella nostra condizione di persone libere, che questa posizione del provare a mettersi “nei panni del nemico” la riteniamo un momento fondamentale di civiltà. Perché per noi, che facciamo volontariato in carcere, è facile accettare che non siamo in guerra e non abbiamo a che fare con dei “nemici”, ma per voi fuori capiamo che abbiate paura e che riteniate chi sta in carcere un nemico della vostra serenità. Ma se provate a immaginare di essere ancora più chiusi di quello che siete oggi, ancora più lontani dai vostri cari, ancora più abbandonati e soli, forse potete capire che se, come dice Grossman, tratterete anche il vostro nemico come persona, contribuirete a rendere la società un po’ meno cattiva e un po’ meno disperata. (Fonte: Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia)

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Covid-19 e carceri: Appello di 300 avvocati

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Circa 300 fra avvocati, operatori del diritto, docenti e associazioni, vogliono porre all’attenzione come le misure di prevenzione adottate rispetto alla popolazione detenuta siano assolutamente inadeguate a fronteggiare i rischi connessi ad un contagio che metterebbe a rischio oltre 61.000 persone. Va tenuto conto che tra la popolazione detenuta il 50% circa ha una età compresa tra i 40 e gli 80 anni, oltre il 70% presenta almeno una malattia cronica e il sistema immunitario compromesso. È del tutto evidente che la diffusione del virus all’interno delle carceri assumerebbe dimensioni catastrofiche. Limitare o proibire i colloqui familiari, l’accesso dei volontari e i permessi di uscita non mette al riparo dal rischio contagio in situazioni dove il sovraffollamento e la carenza di servizi igienico-sanitario sono, purtroppo la norma. Quello che si è creato, e che va crescendo di ora in ora, è un clima di paura e insicurezza tra la popolazione detenuta, i familiari e il personale penitenziario che comunque è obbligato a garantire il servizio.
Gli istituti penitenziari sono a tutti gli effetti luoghi pubblici, sovraffollati e promiscui con un via vai continuo di personale e fornitori che potrebbero diventare veicolo di contagio e scatenare una vera epidemia, pertanto non bisogna dimenticare che la popolazione detenuta, al pari del resto della popolazione, è tutelata dalla Costituzione e dalle carte internazionali dei diritti umani.
Il seguete appello richiede che si intervenga con un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane e altre misure aventi la finalità di ridurre il sovraffollamento delle carceri e, di conseguenza, il rischio di contagio per detenuti e operatori. (Fonte: Associazione Bianca Guidetti Serra – Bologna)

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Le rivolte nelle carceri italiane per il coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Da diverse carceri italiane vi sono sommosse causate dalle misure introdotte per il contagio da coronavirus che non hanno fatto infuriare i prigionieri. Da questa mattina è in corso una rivolta al carcere di San Vittore di Milano e una quindicina di detenuti sono saliti sul tetto. Sul posto sono arrivate le volanti di polizia. Dalla strada adiacente al carcere si vedono carta e stracci a cui è stato dato fuoco attaccati alle grate di una finestra e getti d’acqua per contenere le fiamme. Nel carcere di Foggia dove alcuni detenuti stanno riuscendo ad evadere venendo bloccati poco dopo all’esterno dell’istituto penitenziario dalle forze dell’ordine. A quanto si apprende i detenuti hanno divelto un cancello della ‘block house’, la zona che li separa dalla strada. Molti detenuti si stanno arrampicando sui cancelli del perimetro del carcere. Sul posto polizia, carabinieri e militari dell’esercito. Un tentativo di evasione è stato segnalato anche al carcere Ucciardone a Palermo. Alcuni detenuti per protesta hanno tentato di svellere la recinzione dell’istituto di pena per cercare di fuggire. Il carcere è circondato dai carabinieri e polizia in tenuta antisommossa. Anche le mura del carcere sono presidiate. La rivolta scoppiata a Modena nel carcere di Sant’Anna ha avuto un esito tragico: tre morti e diversi detenuti ricoverati con ferite. Sei sono considerati più gravi, portati nei pronto soccorsi cittadini e di questi quattro sono in prognosi riservata, terapia intensiva. In tutto sono 18 i pazienti trattati, in gran parte per intossicazione. Ferite lievi anche per tre guardie e sette sanitari. Per un’overdose da psicofarmaci hanno perso la vita anche due detenuti istituti penitenziari di Verona e Alessandria. I due avevano approfittato delle proteste nelle carceri, esplose in seguito alle nuove disposizioni per il coronavirus, per sottrarre psicofarmaci dall’infermeria. Lo riferisce il segretario del Sindacato di Polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, data l’eccezionale emergenza che stiamo vivendo, sarebbe auspicabile che il nostro Parlamento emani provvedimenti di amnistia o di indulto. D’altro canto, persino nella Repubblica iraniana, in queste ore, è stata disposta la scarcerazione di 54.000 detenuti negativi al test coronavirus con pena residua da scontare non superiore a cinque anni. I provvedimenti di grazia sarebbero coerenti con l’emergenza di cui peraltro non conosciamo ancora le vere dimensioni.

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Coronavirus. La Pietra (FdI): governo affronti tema sicurezza sanitaria nelle carceri

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 marzo 2020

“Un problema di cui si parla poco è quello della sicurezza sanitaria e della prevenzione dal contagio da Coronavirus all’interno delle carceri italiane. Il sovraffollamento ormai generalizzato dei detenuti, strutture non idonee, personale non adeguatamente protetto e una popolazione carceraria eterogenea creano le condizioni ideali per trasformare le carceri italiane in potenziali centri di contagio. Chiediamo al governo maggiore attenzione per gli operatori della Polizia Penitenziaria, che già operano in una situazione di precaria sicurezza, sia fisica che sanitaria. Oltre a sospendere tutti quei provvedimenti attinenti la sorveglianza dinamica. E’ tempo di dare risposte certe”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Patrizio La Pietra.

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Carceri e riforma complessiva giustizia

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 gennaio 2020

“Meno carcere e più giustizia: il superamento definitivo delle criticità riscontrate dal Consiglio d’Europa nelle strutture di detenzione richiede una riforma complessiva del sistema giustizia, a partire dalla depenalizzazione dei reati minori e dalla revisione dei meccanismi di custodia preventiva, provvedimenti che inciderebbero in modo decisivo sul sovraffollamento cronico degli istituti” dichiarano Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, Segretario e Tesoriera di Radicali Italiani.“Solo nell’ultimo mese i Radicali sul territorio hanno visitato le strutture di detenzione di San Vittore, Secondigliano, Poggioreale: troppe volte abbiamo rilevato inadeguate condizioni di detenzione per gli ospiti e di lavoro per la polizia penitenziaria, novità. Da anni attendiamo invano un intervento davvero risolutivo, che non può non passare per una riforma a tutto tondo della giustizia. La credibilità di uno Stato si basa sul rispetto della legalità e sulla capacità di garantire la dignità di ogni persona: i problemi che affliggono il sistema di detenzione italiano non possono più essere ignorati”.

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Carceri: Fp Cgil, su assunzioni e sovraffollamento da Ministero impegni insufficienti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 gennaio 2020

“Sulle assunzioni di personale e sul contrasto al sovraffollamento detentivo, gli impegni assunti dal Ministro della Giustizia sono assolutamente insufficienti”. Ad affermarlo è la Funzione Pubblica Cgil, aggiungendo che: “Le 1.300 assunzioni di Poliziotti Penitenziari effettuate nel 2019 e le 754 previste nel 2020 sono una goccia nel mare rispetto alla carenza di organico del Corpo. Così come le 50 assunzioni di funzionari giuridico pedagogici non danno il sollievo necessario agli enormi carichi di lavoro che tali figure professionali devono sopportare ogni giorno”.Al momento, prosegue il sindacato, “non solo mancano circa 4.000 Poliziotti per completare la dotazione organica, ma ogni anno se ne perdono circa 1.300 tra pensionamenti e passaggi al ruolo civile per motivi di salute, quindi la carenza rischia di aumentare nei prossimi anni. Stesso discorso vale per il personale delle funzioni centrali, dove rispetto ad una dotazione organica di 5.034 unità, ne sono presenti solo 4.340 tra educatori, contabili, professionalità tecniche e amministrative, a far fronte ad un costante aumento dei detenuti”.Per la Fp Cgil “servono ulteriori risorse per un piano straordinario di assunzioni e, soprattutto, la risposta al sovraffollamento di detenuti non può essere l’incremento dei posti detentivi, ma un serio investimento nell’esecuzione penale esterna, che consenta di assumere personale, in particolare assistenti sociali, e di poter aumentare il ricorso alle misure alternative per i soggetti con scarsa pericolosità sociale. Rispetto ai problemi di natura psichiatrica e psicologica che si registrano nelle carceri riteniamo che sia necessario implementare la presenza di psicologi negli istituti penitenziari, cominciando a ragionare anche su una stabilizzazione di quelle figure professionali che già collaborano nelle carceri, per far fronte al crescente numero di detenuti con patologie di questo tipo e anche ai problemi di stress correlato al lavoro che colpiscono il personale che vi opera ed oggi è abbandonato al suo destino dal datore di lavoro che dovrebbe tutelare la sua salute”, conclude.

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Carceri: Fp Cgil, noi col Garante, Dap riveda sue scelte

Posted by fidest press agency su domenica, 15 dicembre 2019

La Funzione Pubblica Cgil si pone al fianco del Garante nazionale dei detenuti Palma, oggetto di attacchi da parte di alcune sigle sindacali della Polizia Penitenziaria, e chiede all’Amministrazione Penitenziaria di rivedere le sue scelte. “Coloro che lavorano in carcere – afferma il sindacato – non hanno alcun timore del lavoro di un organismo indipendente che controlla i luoghi di detenzione, ma lo considerano come un elemento di garanzia per tutti coloro che in quel sistema operano con dedizione e lealtà, mettendo al servizio del paese grande competenza e professionalità”. “Non è accettabile il retaggio culturale che vede gli organismi di garanzia come un pericolo per chi lavora e non un soggetto con cui confrontarsi per migliorare non solo le condizioni di vita delle persone private della libertà, ma anche dei lavoratori impegnati nel difficile e delicato compito di reinserire tali soggetti nella società – prosegue il sindacato della Cgil rappresentativo di tutte le componenti del sistema penitenziario, civile e di polizia – come altrettanto incomprensibile è l’attacco fatto al personale di Polizia Penitenziaria che presta il proprio servizio negli uffici del garante, i cui diritti dovrebbero essere tutelati dai sindacati in questione”.La Funzione Pubblica Cgil esprime poi preoccupazione perché “le posizioni più retrograde di alcuni sindacati di Polizia Penitenziaria rischiano di vedersi rafforzate, non isolate, da scelte organizzative dell’amministrazione penitenziaria poco coerenti con la missione che la Costituzione assegna ad essa e che appaiono come la definitiva consegna del sistema penitenziario italiano all’esclusiva funzione di custodia e repressione della popolazione carceraria”. Per questo la Fp Cgil chiede “un intervento del Ministro della Giustizia teso a ristabilire il rispetto di tutti i ruoli che convivono nell’istituzione penitenziaria, partendo da una profonda riflessione su ciò che ha scatenato tali attacchi ingiustificati”, conclude.

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