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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 203

Posts Tagged ‘carceri’

Carceri: Fp Cgil, ridurre sovraffollamento detenuti e assumere personale

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2021

“La riduzione del sovraffollamento delle nostre carceri di 7.405 detenuti registrata nel 2020 non è sufficiente a garantire la piena attuazione del mandato che la Costituzione attribuisce al sistema penitenziario. Inoltre le risorse stanziate con la legge di Stabilità non consentono di colmare le gravi carenze di organico che si registrano tra i lavoratori del settore”. Questo il commento della Fp Cgil alla relazione sullo stato dell’amministrazione della Giustizia depositata alle Camere dal ministro Bonafede.“Sono ancora troppi i 53.364 detenuti presenti nelle nostre carceri – prosegue la Fp Cgil -, come molto preoccupanti sono le circa 4.300 carenze di unità che si registrano nella Polizia Penitenziaria e le mille unità che servono per colmare l’organico del personale delle Funzioni Centrali e della Dirigenza Penitenziaria”.Il carcere, aggiunge, “deve divenire l’extrema ratio solo per soggetti socialmente pericolosi, ma per fare questo bisogna potenziare il sistema dell’esecuzione penale esterna, investendo risorse e assumendo anche qui un numero adeguato di addetti, in grado di sostenere il carico di lavoro che continua ad aumentare negli anni. Come non è ulteriormente rinviabile la valorizzazione di tutte le professioni che operano nel sistema dell’esecuzione penale, attraverso il giusto riconoscimento del ruolo e della funzione di ciascuno e nel rispetto dell’autonomia delle singole discipline con pari dignità. Per fare questo bisogna reperire le risorse per un nuovo sistema di classificazione per le Funzioni Centrali, per la piena contrattualizzazione del rapporto di lavoro della dirigenza penitenziaria e per rinnovare i contratti di tutti i lavoratori”, conclude la Fp Cgil.

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Covid-19:Focolaio nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 gennaio 2021

Sembrerebbe che il Covid-19 abbia coinvolto diciotto detenuti reclusi nella sezione di alta sicurezza. Trattasi paradossalmente di un focolaio di importazione, a seguito del trasferimento a Roma di un gruppo di detenuti dal carcere di Sulmona, dove da settimane era in atto un focolaio assai esteso. A darne notizia è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria S.PP.: “Quanto accaduto testimonia ciò che da tempo ribadisco che si sostanzia nella necessità di dare priorità vaccinale a quanti vivono e lavorano nelle carceri: detenuti, Poliziotti Penitenziari, personale medico-sanitario e operatori vari. È opportuno riconoscere i rischi connessi a tale comunità alla luce anche del sovraffollamento. Coloro che lavorano nelle carceri o che svolgono servizi e mansioni a qualsivoglia titolo (es. volontari), potrebbero a ragion di logica essere untori all’interno e all’esterno delle mura. L’Amministrazione non deve ancora sottovalutare l’emergenza e mal gestirla. Nel caso di Rebibbia è necessario effettuare tamponi a tappeto e ripeterli a distanza.”

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Carceri: La polizia penitenziaria non gioca con i telefonini

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2020

“Riteniamo essere gravi le affermazioni del procuratore Gratteri sulla Polizia Penitenziaria, auspichiamo una giusta rettifica”. Così la Fp Cgil Polizia Penitenziaria in merito alle parole del procuratore capo di Catanzaro, pronunciate ieri su La7 ospite di ‘Otto e mezzo’, relativamente al posizionamento di inibitori di cellulari nelle carceri che, secondo Gratteri, ‘provocherebbe la rivolta della Polizia Penitenziaria perché, invece di controllare cosa succede nelle carceri, non potrebbero più giocare con i telefonini’.“Pur riconoscendo e apprezzando lo spessore istituzionale del magistrato – afferma il coordinatore Nazionale Fp Cgil Polizia Penitenziaria, Stefano Branchi -, non condividiamo assolutamente quanto da lui dichiarato. Si tratta di affermazioni gravi e lesive dell’immagine del corpo di Polizia Penitenziaria, per il nobile e orgoglioso lavoro quotidiano di donne e uomini al servizio dello Stato. I nostri poliziotti penitenziari e le nostre poliziotte penitenziarie garantiscono sicurezza, svolgono attività preventiva, repressiva, di osservazione e trattamento, allo stesso tempo salvano vite umane, in condizioni lavorative sempre più difficili e articolate, specie in questo periodo emergenziale e preoccupante. Certamente non ‘giocando al cellulare’, strumento, tra l’altro, non consentito neanche per uso personale durante il servizio. Auspichiamo e chiediamo una giusta rettifica, così da poter evidenziare meritata nitidezza alla Polizia Penitenziaria”, conclude.

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“I contagi nelle carceri italiane sono nuovamente in aumento”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2020

Secondo gli ultimi dati rilasciati poche ore fa dal DAP sono 758 i detenuti e 936 gli operatori risultati positivi al COVID19. Numeri che aumentano in mondo esponenziale, basti pensare che solo venerdì 638 detenuti e 885 operatori avevano contratto la malattia. Questi numeri meritano un’attenzione immediata affinché le carceri italiane non diventino un luogo collettivo di contagio”. E’ il commento di Luigi Iorio coordinatore della segreteria nazionale del Psi. “Secondo quanto riportato dalla UILPA (sindacato di polizia penitenziaria della UIL) – continua il dirigente socialista – a differenza di quanto accaduto a marzo, l’amministrazione penitenziaria si sta adoperando per fornire dispositivi di protezione individuale in numero adeguato e ha diramato importanti direttive per prevenire e isolare il contagio; tuttavia non basta per azzerare il rischio di un contagio totale della popolazione penitenziaria. Servono risposte immediate e strutturarli da parte del Governo nazionale in merito al sistema carcere. Come sempre affermato dai socialisti in questi mesi occorre: diminuire sensibilmente il numero dei detenuti per reati meno gravi, assunzioni seppur temporanee di agenti penitenziari e rafforzamento dei servizi sanitari in carcere (assunzioni di medici e aumento di terapie intensive). Il pianeta carcere costituito da detenuti, volontari, agenti penitenziari e dipendenti non può essere lasciato al suo destino” – conclude Iorio.

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Carceri: Tra Il 41bis e Covid-19

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2020

By Carmelo Musumeci. Il guaio più grosso di un carcere disumano è che alla lunga ti fa sentire innocente e dopo tanti anni ti fa sentire anche una vittima. Dal carcere di Padova, da due fonti diverse, mi sono arrivate queste notizie: “Tre detenuti della sesta sezione che lavoravano alla pasticceria sono stati trovati positivi al coronavirus. La sezione è chiusa, tutti in quarantena”. “Nel carcere di Padova, tra detenuti e guardie, sono risultati positivi 30 persone”. Dei contagi di coronavirus nelle carceri “normali” si sa poco, ma non si sa quasi nulla, o meglio non si vuol far sapere nulla, della diffusione del virus nelle sezioni di tortura del 41 bis. Ne parlano i soliti “quattro gatti”, fra cui il giornale “Il Dubbio”: “Covid al 41 bis di Opera: altri due ricoverati. Positivo covid al 41 bis di Opera un 59enne è in terapia intensiva. L’altro, quasi ottantenne e con gravi patologie, è all’Ospedale San Paolo”. E tutti gli altri? Zitti e muti. Forse hanno paura di passare per fiancheggiatori della mafia o, ancora peggio, anche se hanno la fedina penale pulita o non fanno reati, sono culturalmente mafiosi e omertosi. Io credo che il modo di comportarsi di uno Stato con i delinquenti dimostri chi sia più fuori dalla legge, perché penso che la riabilitazione, la salute e le cure dovrebbero essere garantiti sempre, e per tutti, e che sia sbagliato ripagare il male con altro male. Le sezioni del regime di tortura del 41 bis sono luoghi che non hanno più nulla di umano, un posto d’ingiustizia, di esclusione e di annullamento della persona umana, dove si vive una vita non degna di essere vissuta. Dove nella stragrande maggioranza ci sono solo boss in disuso, vecchi e malati e, che non me ne vogliano, anche rimbambiti.

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Allarme nelle carceri: Possibili nuove proteste

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 maggio 2020

Condividiamo la decisione di utilizzare l’esercito per presidiare il perimetro del carcere di Sulmona e auspichiamo utilizzo anche in altre strutture carcerarie Italiane. A dichiararlo il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo:
“una scelta condivisa e sicuramente da estendere ad altri carceri della penisola. I Ministeri della Giustizia e degli Interni di concerto con le Prefetture e gli Istituti di Pena potrebbero utilizzare gli uomini dell’esercito impegnati in strade sicure per presidiare tutte quelle strutture penitenziarie come quello di Sulmona con tutti detenuti di alta sicurezza e 41 bis. Nelle carceri della penisola attualmente ci sono 727 detenuti al 41 bis ed 8862 in alta sicurezza. Le regioni con maggiore presenza di 41 bis sono Lazio e Abruzzo con 244 presenze, mentre la regione con più alta sicurezza è la Campania con 1725 detenuti, seguita dalla Sicilia e dalla Calabria rispettivamente con 1282 e 1106. Gli istituti di queste regioni sono sicuramente quelli più a rischi proteste che a nostro avviso sono sempre nascoste dietro l’angolo. Nel mese di giugno molti detenuti di alta sicurezza usciti a causa del coronavirus torneranno in carcere e questo potrebbe costituire motivo di nuove tensioni cambiando uno scenario già molto teso”. Continua Di Giacomo: “in molte carceri italiane lo Stato non ha il pieno controllo, questo è sicuramente un elemento di forza per chi volesse fomentare nuove violenze. L’aiuto dell‘esercito da solo non basta per riportare l’ordine e la disciplina all’interno delle carceri Italiane, bisogna mettere in discussione il principio della fiducia a tutti ed a tutti i costi. Interrompere la sorveglianza dinamica ossia le celle aperte che è stata sicuramente la madre di tutti i mali concedendola solo a chi la merita. Fornire strumenti normativi che vadano ad incidere pesantemente su chi introduce o cerca di introdurre ed utilizza telefonini negli istituti penitenziari, con l’introduzione di un reato specifico la cui pena sia non inferiore a 4 anni nel minimo. Aumentare le pene a chi introduce o staccia droga negli istituti. Ultimo ma non ultimo punire in modo esemplare chi approfitta della propria forza fisica e/o mentale per fare violenza nei
confronti dei detenuti più deboli. Introdurre una norma specifica per chi osa violenza nei confronti della polizia penitenziaria la cui pena minima sia superiore a 4 anni nel minimo ed eliminando ogni forma di premialità ai detenuti che si rendono partecipi
delle violenze”, conclude Di Giacomo.

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Nelle carceri circola la droga?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 maggio 2020

Non sveliamo un segreto dicendo che nelle carceri circoli droga i cui introiti hanno la loro importanza. Nella sola Campania sono oltre quattrocentomila euro le perdite delle organizzazioni criminali che gestiscono la droga nelle carceri. A sostenerlo è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.PP.: “a Napoli vi è il sospetto che un’unica organizzazione criminale gestisca l’intero traffico di droga nelle carceri, che è sicuramente il più importante della regione. Si stima che quasi l’80% del fatturato provenga dalle due carceri napoletane. Parliamo di cifre sicuramente importanti che in questo periodo di coronavirus sono venute meno. Se fosse vero che i proventi della vendita di sostanze all’interno del carcere siano riutilizzati per finanziare i conti degli appartenenti alle organizzazioni finiti in galera e alle loro famiglie, si capirebbe facilmente l’aspettativa riposta sull’apertura dei colloqui che senza dubbi costituiscono un momento importante per far entrare sostanze all’interno delle strutture. Non è facile avere una stima precisa dei guadagni per staccio di droga nelle carceri Italiane, ma parliamo sicuramente di diversi milioni di euro annui”. Continua Di Giacomo: “appare evidente che una lotta seria alla criminalità continui anche in carcere, dove negli ultimi anni le organizzazioni hanno preso in pieno potere gestendo i loro traffici interni e riuscendo a gestire anche quelli esterni considerata la facilità con la quale riescano a comunicare con l’esterno. Speriamo che il nuovo pool di magistrati a Capo del D.A.P. riescano a centrare la loro attenzione anche su questi problemi e non solo sulla scarcerazione di pericolosi detenuti che sono sicuramente
parte importante di un sistema che non funzione ma non l’unico. Sarebbe ora di iniziare a spalmare i colloqui su tutta la settimana in modo da poter effettuare un controllo capillare su tutti i famigliari mettendo a disposizione della polizia penitenziaria impegnata nei controlli di strumenti che rilevino il contatto con stupefacenti come avviene negli aeroporti. Limitare l’ingresso di prodotti non facilmente controllabili, ma prima di tutto aumentare le pene al di sopra di 4 anni nel minimo per chi introduce o cerca di introdurre sostanze stupefacenti all’interno degli istituti penitenziari. La droga non è solo fonte di guadagli e di rovina per chi la usa ma anche segno della forza dell’organizzazione criminale”. Ultimo ma non ultimo l’introduzione di un reato specifico per chi cerca o introduce telefonini in carcere. Solo nell’ultimo anno sono stati ritrovati circa 2600 telefonini, conclude Di Giacomo.

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Carceri: Fp Cgil, bene nomine nuovi vertici Dap

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2020

Roma. “Avevamo chiesto un rapido cambio di rotta alla guida del Dap e cogliamo con favore la rapida soluzione della crisi, che si era creata con le dimissioni di Basentini, con la nomina in tempi brevi di due magistrati di grande spessore che hanno contribuito nella loro carriera professionale alla lotta alla criminalità organizzata: Petralia nuovo Capo del Dap e Tartaglia suo vice”. Questo il commento della Fp Cgil sulla nomina dei nuovi vertici del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria.“Auguriamo buon lavoro ai due magistrati e confidiamo in un proficuo confronto con le organizzazioni sindacali finalizzato a superare lo stato di abbandono in cui si trova il sistema dell’esecuzione penale del nostro paese. Così come serve aprire una nuova pagina nella gestione del sistema, a partire dall’edilizia penitenziaria, dalle assunzioni, dalla sicurezza nei luoghi di lavoro e dalla formazione del personale”, conclude la Fp Cgil.

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Over 70 a casa, ma il Paese riparta presto e si occupi di carceri con immediati provvedimenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

So bene che qualsiasi ricetta si voglia proporre per la fase storica che stiamo vivendo rischia di tramutarsi e velocemente in chiacchiere da bar, travolte da dati, da smentite, da evidenze ancora ignote. Ma tre notizie di questa settimana mi spingono a buttar giù le riflessioni che vi propongo con annessa proposta, con umiltà e con le dovute dosi di dubbio del caso. Le tre notizie sono: 1) il (raccapricciante) nuovo lock down cinese, 2) la decisione svedese – controtendenza – di mantenere la popolazione a contatto con il virus nell’attesa di una sua progressiva immunizzazione, 3) l’avvio della sperimentazione sull’uomo di un vaccino testato felicemente sugli animali. A queste novelle, si aggiungono, poi, le ulteriori tre certezze: 1) il virus colpisce fatalmente in prevalenza anziani, ed in particolare anziani con pregresse patologie e altri soggetti di altra età che per loro condizioni rischiano maggiormente; 2) i ricoveri in terapia intensiva, sebbene possano coinvolgere anche soggetti di età inferiore, riguardano molti anziani che, dopo il ricovero, non superano la malattia; 3) l’impatto sul sistema sanitario italiano, oltre che inadeguatezze ed impreparazioni all’evento pandemico, è aggravato dall’età della popolazione italiana che come noto è avanzata.
Pare, infine, e la notizia cinese lo palesa con cruda evidenza, che il virus non se ne andrà, e che, bene che vada, si nasconderà per poi tornare nella popolazione ignara che, proprio perché asintomatica (o con gatti e cani infetti senza saperlo!), lo diffonderà di nuovo, tale e quale. E’ quindi urgente passare al piano B e ritornare, spaventati, e con lo stato d’animo che inevitabilmente si accompagnerà al ritorno ad una pseudo normalità. Primo perché nessuno ci pagherà gli stipendi, le notule, gli affitti e i mutui per i mesi e mesi necessari al vaccino di massa (speriamo pochi). Secondo perché potremmo far si che si possa ripartire con l’obiettivo della tutela delle fasce più a rischio contagio, che sono le stesse che impattano sul sistema sanitario, e le stesse che rischiano maggiormente la vita.
Per questo, è dall’inizio di marzo che chiedo e mi chiedo: perché non aver previsto da subito una quarantena per gli over 70? Almeno nella misura in cui l’isolamento è praticabile? Sono consapevole che molti anziani vivono con le famiglie, ma forse si sarebbe potuto concentrare gli sforzi per favorire una quarantena altrove? Molti anziani non lavorano più, godono, per quanto esigua, di una pensione, e possono contare sull’aiuto di un congiunto per procurarsi i beni di prima necessità. E per chi, invece, non ha la fortuna di avere chi porta la spesa a casa, si sarebbe potuto concentrare su di loro gli sforzi, del pubblico e del volontariato, per organizzare meglio e con più efficienza da subito, la distribuzione a casa.
Non la faccio facile, so che non lo è. Ma le immani attività di questo mese (costruzioni di ospedali da campo, esercito per le strade, buoni spesa, assunzione personale sanitario ecc…), dimostrano che sarebbe ben potuta esser una linea percorsa e, tanto più lo è adesso. E invece chi si affaccia alle banche, agli uffici postali, nelle farmacie e nei supermercati, potrà constatare che sono pieni di persone anziane.Ovviamente la crisi non rientrerebbe del tutto (penso a tutte le attività ricreative, pub, discoteche e forse ristoranti, che chissà per quanto ancora saranno parte di una vecchia vita), ma forse si può ricominciare ad arginare il baratro che ci si è aperto davanti. E se avessero ragione gli svedesi, potremmo gradualmente esporci allo stramaledetto virus limitandone gli effetti e proteggendo i più fragili.Ciò almeno nell’attesa di terapie efficaci, di vaccino, o di qualche altra luce che non può che provenire dalla ricerca scientifica (sempre sia lodata). Nel frattempo, come si sta facendo per le RSA, occorrerà subito che ogni istituto penitenziario si occupi di riferire pubblicamente i dati delle carceri (quanto tamponi sono effettuati? Chi è risultato positivo) e indichi le attività di contenimento del virus in un luogo dove è strutturalmente impossibile mantenere le distanze. E ciò perché, mentre si rincorrono i trasgressori dei provvedimenti del Governo, il Governo stesso rischia di aggravare la già conclamata illegalità verso la popolazione carceraria. Pena il risarcimento legittimo di tutti i danni di chi sarà stata imposto il Covid-19 come pena accessoria. (Claudia Moretti, legale, consulente Aduc)

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Carceri: Restiamo umani

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 marzo 2020

Di Ornella Favero. Da anni, il motore delle attività del volontariato nelle carceri e sul territorio è l’idea di ricostruire il rapporto tra la società e gli uomini e le donne che ne hanno violato le regole. Se dovessimo pensare a qualcuno a cui ispirarci in questo lavoro, torniamo a dire che lo troveremmo nello scrittore israeliano David Grossman, là dove ci insegna a guardare il mondo “con gli occhi del nemico”: “Quando abbiamo conosciuto l’altro dall’interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una “non persona”. Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori”. Ma è un’impresa titanica, accompagnare per mano le persone, in particolare quelle che un altro scrittore, Edoardo Albinati, definisce “odiatori in servizio permanente”, a non trattare chi sta in carcere come “non persone”. E lo è soprattutto oggi, in un momento in cui gli “odiatori” hanno trovato un alibi: quello per cui “non possiamo dargliela vinta a quei violenti che hanno assaltato le carceri”. E invece dobbiamo avere la forza di gestire anche la nostra rabbia, di capire la disperazione di chi sta in carcere, e di pensare a misure serie per disinnescare quella bomba che sono le nostre galere oggi. Farlo è importante anche per quegli operatori, come la Polizia penitenziaria, ma anche gli operatori dell’area pedagogica, che per fare decentemente il loro lavoro, oggi diventato drammaticamente difficile, e dare a quel lavoro più forza e più importanza, hanno bisogno di carceri più umane e dignitose.
Per questo oggi vi chiediamo di ASCOLTARCI. Dopo i familiari, siamo stati i primi ad essere esclusi dalle carceri, per la sicurezza sanitaria. Ma forse qualche consiglio ve lo possiamo dare. È questo il motivo per cui vi abbiamo chiesto di istituire presso ogni Istituto di pena una specie di Unità di crisi che coinvolga tutti, e quindi anche noi, che siamo in grado di aiutarvi in particolare nella comunicazione e nel mantenere i rapporti con le famiglie delle persone detenute. Perché è certo che il Volontariato ha qualcosa da dire su come affrontare i conflitti, le paure, la solitudine, la rabbia delle persone, private della libertà personale e non sempre trattate, appunto, come PERSONE.
Per tutto quello che riguarda gli affetti, le circolari non devono dire vagamente di aumentare le telefonate, far usare Skype, invitare ad istituire un servizio di posta elettronica per i rapporti con le famiglie. Devono far capire che tutto questo non è una striminzita concessione per far star calmi i detenuti, ma la volontà forte e chiara di capire la loro sofferenza e di cercare di alleviarla avvicinando le loro famiglie.Le istituzioni quindi dovrebbero essere in grado, oltre che di acquistare degli smartphone per farli usare in modo controllato, di calcolare il tempo disponibile per l’uso del telefono e suddividerlo per i detenuti che vogliono telefonare. E stabilire un fondo straordinario per chi non ha soldi nel conto corrente: ma possibile che un’amministrazione, che ha speso tre milioni e mezzo di euro per bloccare la circolazione di telefonini in carcere, venga a chiedere alle associazioni e alle cooperative di mettere un po’ di euro per far telefonare i detenuti indigenti?La circolare poi del DAP sull’accesso da parte delle persone detenute alla posta elettronica rompe il tabù sull’ingresso della tecnologia in carcere. Ma è un provvedimento che rischia di essere una vuota dichiarazione d’intenti, in un luogo che finora si è attrezzato per resistere all’uso delle tecnologie, anche del solo computer in cella. Come si può fare per rendere effettiva questa disposizione in sicurezza?
Per la posta elettronica ogni detenuto dovrebbe aprire una propria casella sullo stesso provider e poter utilizzare il computer per una volta al giorno per 10-15 minuti o a seconda delle possibilità (numero di detenuti per computer). Allo stesso modo si possono organizzare dei turni per Skype, consegnando la lista degli account delle persone autorizzate all’agente di sezione, a cui sarebbe affidato il controllo delle regole di utilizzo, finché non vengono realizzate le protezioni opportune.Quello che è certo è che tutti noi, che ci occupiamo di questi temi, fatichiamo perfino in questo disastro ad avere un pensiero comune, senza etichette e senza protagonisti, ma ce la faremo, dobbiamo farcela se vogliamo contare qualcosa.Per finire, rispetto alla prevenzione del contagio da coronavirus, siamo talmente spaventati anche noi, nella nostra condizione di persone libere, che questa posizione del provare a mettersi “nei panni del nemico” la riteniamo un momento fondamentale di civiltà. Perché per noi, che facciamo volontariato in carcere, è facile accettare che non siamo in guerra e non abbiamo a che fare con dei “nemici”, ma per voi fuori capiamo che abbiate paura e che riteniate chi sta in carcere un nemico della vostra serenità. Ma se provate a immaginare di essere ancora più chiusi di quello che siete oggi, ancora più lontani dai vostri cari, ancora più abbandonati e soli, forse potete capire che se, come dice Grossman, tratterete anche il vostro nemico come persona, contribuirete a rendere la società un po’ meno cattiva e un po’ meno disperata. (Fonte: Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia)

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Covid-19 e carceri: Appello di 300 avvocati

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Circa 300 fra avvocati, operatori del diritto, docenti e associazioni, vogliono porre all’attenzione come le misure di prevenzione adottate rispetto alla popolazione detenuta siano assolutamente inadeguate a fronteggiare i rischi connessi ad un contagio che metterebbe a rischio oltre 61.000 persone. Va tenuto conto che tra la popolazione detenuta il 50% circa ha una età compresa tra i 40 e gli 80 anni, oltre il 70% presenta almeno una malattia cronica e il sistema immunitario compromesso. È del tutto evidente che la diffusione del virus all’interno delle carceri assumerebbe dimensioni catastrofiche. Limitare o proibire i colloqui familiari, l’accesso dei volontari e i permessi di uscita non mette al riparo dal rischio contagio in situazioni dove il sovraffollamento e la carenza di servizi igienico-sanitario sono, purtroppo la norma. Quello che si è creato, e che va crescendo di ora in ora, è un clima di paura e insicurezza tra la popolazione detenuta, i familiari e il personale penitenziario che comunque è obbligato a garantire il servizio.
Gli istituti penitenziari sono a tutti gli effetti luoghi pubblici, sovraffollati e promiscui con un via vai continuo di personale e fornitori che potrebbero diventare veicolo di contagio e scatenare una vera epidemia, pertanto non bisogna dimenticare che la popolazione detenuta, al pari del resto della popolazione, è tutelata dalla Costituzione e dalle carte internazionali dei diritti umani.
Il seguete appello richiede che si intervenga con un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane e altre misure aventi la finalità di ridurre il sovraffollamento delle carceri e, di conseguenza, il rischio di contagio per detenuti e operatori. (Fonte: Associazione Bianca Guidetti Serra – Bologna)

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Le rivolte nelle carceri italiane per il coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Da diverse carceri italiane vi sono sommosse causate dalle misure introdotte per il contagio da coronavirus che non hanno fatto infuriare i prigionieri. Da questa mattina è in corso una rivolta al carcere di San Vittore di Milano e una quindicina di detenuti sono saliti sul tetto. Sul posto sono arrivate le volanti di polizia. Dalla strada adiacente al carcere si vedono carta e stracci a cui è stato dato fuoco attaccati alle grate di una finestra e getti d’acqua per contenere le fiamme. Nel carcere di Foggia dove alcuni detenuti stanno riuscendo ad evadere venendo bloccati poco dopo all’esterno dell’istituto penitenziario dalle forze dell’ordine. A quanto si apprende i detenuti hanno divelto un cancello della ‘block house’, la zona che li separa dalla strada. Molti detenuti si stanno arrampicando sui cancelli del perimetro del carcere. Sul posto polizia, carabinieri e militari dell’esercito. Un tentativo di evasione è stato segnalato anche al carcere Ucciardone a Palermo. Alcuni detenuti per protesta hanno tentato di svellere la recinzione dell’istituto di pena per cercare di fuggire. Il carcere è circondato dai carabinieri e polizia in tenuta antisommossa. Anche le mura del carcere sono presidiate. La rivolta scoppiata a Modena nel carcere di Sant’Anna ha avuto un esito tragico: tre morti e diversi detenuti ricoverati con ferite. Sei sono considerati più gravi, portati nei pronto soccorsi cittadini e di questi quattro sono in prognosi riservata, terapia intensiva. In tutto sono 18 i pazienti trattati, in gran parte per intossicazione. Ferite lievi anche per tre guardie e sette sanitari. Per un’overdose da psicofarmaci hanno perso la vita anche due detenuti istituti penitenziari di Verona e Alessandria. I due avevano approfittato delle proteste nelle carceri, esplose in seguito alle nuove disposizioni per il coronavirus, per sottrarre psicofarmaci dall’infermeria. Lo riferisce il segretario del Sindacato di Polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, data l’eccezionale emergenza che stiamo vivendo, sarebbe auspicabile che il nostro Parlamento emani provvedimenti di amnistia o di indulto. D’altro canto, persino nella Repubblica iraniana, in queste ore, è stata disposta la scarcerazione di 54.000 detenuti negativi al test coronavirus con pena residua da scontare non superiore a cinque anni. I provvedimenti di grazia sarebbero coerenti con l’emergenza di cui peraltro non conosciamo ancora le vere dimensioni.

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Coronavirus. La Pietra (FdI): governo affronti tema sicurezza sanitaria nelle carceri

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 marzo 2020

“Un problema di cui si parla poco è quello della sicurezza sanitaria e della prevenzione dal contagio da Coronavirus all’interno delle carceri italiane. Il sovraffollamento ormai generalizzato dei detenuti, strutture non idonee, personale non adeguatamente protetto e una popolazione carceraria eterogenea creano le condizioni ideali per trasformare le carceri italiane in potenziali centri di contagio. Chiediamo al governo maggiore attenzione per gli operatori della Polizia Penitenziaria, che già operano in una situazione di precaria sicurezza, sia fisica che sanitaria. Oltre a sospendere tutti quei provvedimenti attinenti la sorveglianza dinamica. E’ tempo di dare risposte certe”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Patrizio La Pietra.

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Carceri e riforma complessiva giustizia

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 gennaio 2020

“Meno carcere e più giustizia: il superamento definitivo delle criticità riscontrate dal Consiglio d’Europa nelle strutture di detenzione richiede una riforma complessiva del sistema giustizia, a partire dalla depenalizzazione dei reati minori e dalla revisione dei meccanismi di custodia preventiva, provvedimenti che inciderebbero in modo decisivo sul sovraffollamento cronico degli istituti” dichiarano Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, Segretario e Tesoriera di Radicali Italiani.“Solo nell’ultimo mese i Radicali sul territorio hanno visitato le strutture di detenzione di San Vittore, Secondigliano, Poggioreale: troppe volte abbiamo rilevato inadeguate condizioni di detenzione per gli ospiti e di lavoro per la polizia penitenziaria, novità. Da anni attendiamo invano un intervento davvero risolutivo, che non può non passare per una riforma a tutto tondo della giustizia. La credibilità di uno Stato si basa sul rispetto della legalità e sulla capacità di garantire la dignità di ogni persona: i problemi che affliggono il sistema di detenzione italiano non possono più essere ignorati”.

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Carceri: Fp Cgil, su assunzioni e sovraffollamento da Ministero impegni insufficienti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 gennaio 2020

“Sulle assunzioni di personale e sul contrasto al sovraffollamento detentivo, gli impegni assunti dal Ministro della Giustizia sono assolutamente insufficienti”. Ad affermarlo è la Funzione Pubblica Cgil, aggiungendo che: “Le 1.300 assunzioni di Poliziotti Penitenziari effettuate nel 2019 e le 754 previste nel 2020 sono una goccia nel mare rispetto alla carenza di organico del Corpo. Così come le 50 assunzioni di funzionari giuridico pedagogici non danno il sollievo necessario agli enormi carichi di lavoro che tali figure professionali devono sopportare ogni giorno”.Al momento, prosegue il sindacato, “non solo mancano circa 4.000 Poliziotti per completare la dotazione organica, ma ogni anno se ne perdono circa 1.300 tra pensionamenti e passaggi al ruolo civile per motivi di salute, quindi la carenza rischia di aumentare nei prossimi anni. Stesso discorso vale per il personale delle funzioni centrali, dove rispetto ad una dotazione organica di 5.034 unità, ne sono presenti solo 4.340 tra educatori, contabili, professionalità tecniche e amministrative, a far fronte ad un costante aumento dei detenuti”.Per la Fp Cgil “servono ulteriori risorse per un piano straordinario di assunzioni e, soprattutto, la risposta al sovraffollamento di detenuti non può essere l’incremento dei posti detentivi, ma un serio investimento nell’esecuzione penale esterna, che consenta di assumere personale, in particolare assistenti sociali, e di poter aumentare il ricorso alle misure alternative per i soggetti con scarsa pericolosità sociale. Rispetto ai problemi di natura psichiatrica e psicologica che si registrano nelle carceri riteniamo che sia necessario implementare la presenza di psicologi negli istituti penitenziari, cominciando a ragionare anche su una stabilizzazione di quelle figure professionali che già collaborano nelle carceri, per far fronte al crescente numero di detenuti con patologie di questo tipo e anche ai problemi di stress correlato al lavoro che colpiscono il personale che vi opera ed oggi è abbandonato al suo destino dal datore di lavoro che dovrebbe tutelare la sua salute”, conclude.

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Carceri: Fp Cgil, noi col Garante, Dap riveda sue scelte

Posted by fidest press agency su domenica, 15 dicembre 2019

La Funzione Pubblica Cgil si pone al fianco del Garante nazionale dei detenuti Palma, oggetto di attacchi da parte di alcune sigle sindacali della Polizia Penitenziaria, e chiede all’Amministrazione Penitenziaria di rivedere le sue scelte. “Coloro che lavorano in carcere – afferma il sindacato – non hanno alcun timore del lavoro di un organismo indipendente che controlla i luoghi di detenzione, ma lo considerano come un elemento di garanzia per tutti coloro che in quel sistema operano con dedizione e lealtà, mettendo al servizio del paese grande competenza e professionalità”. “Non è accettabile il retaggio culturale che vede gli organismi di garanzia come un pericolo per chi lavora e non un soggetto con cui confrontarsi per migliorare non solo le condizioni di vita delle persone private della libertà, ma anche dei lavoratori impegnati nel difficile e delicato compito di reinserire tali soggetti nella società – prosegue il sindacato della Cgil rappresentativo di tutte le componenti del sistema penitenziario, civile e di polizia – come altrettanto incomprensibile è l’attacco fatto al personale di Polizia Penitenziaria che presta il proprio servizio negli uffici del garante, i cui diritti dovrebbero essere tutelati dai sindacati in questione”.La Funzione Pubblica Cgil esprime poi preoccupazione perché “le posizioni più retrograde di alcuni sindacati di Polizia Penitenziaria rischiano di vedersi rafforzate, non isolate, da scelte organizzative dell’amministrazione penitenziaria poco coerenti con la missione che la Costituzione assegna ad essa e che appaiono come la definitiva consegna del sistema penitenziario italiano all’esclusiva funzione di custodia e repressione della popolazione carceraria”. Per questo la Fp Cgil chiede “un intervento del Ministro della Giustizia teso a ristabilire il rispetto di tutti i ruoli che convivono nell’istituzione penitenziaria, partendo da una profonda riflessione su ciò che ha scatenato tali attacchi ingiustificati”, conclude.

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Carceri: Fp Cgil, risorse contratti e assunzioni per Polizia Penitenziaria

Posted by fidest press agency su sabato, 16 novembre 2019

“Garantire un rinnovo contrattuale adeguato per lavoratrici e lavoratori della Polizia Penitenziaria che svolgono un ruolo delicato. Provvedere allo stesso tempo ad un aumento del salario accessorio. Il rinnovo conseguente della parte normativa, ferma da oltre dieci anni. Questi i temi che abbiamo posto in apertura del nostro intervento al premier Giuseppe Conte e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede”. A farlo sapere è il responsabile nazionale della Funzione Pubblica Cgil Polizia Penitenziaria, Massimiliano Prestini, in relazione all’incontro di oggi a Palazzo Chigi. Non solo, prosegue il dirigente sindacale, “queste cruciali questioni: abbiamo sottoposto al governo anche il tema del riordino delle carriere e il bisogno di superare le sperequazioni tra le forze di polizia e all’interno della stessa Polizia Penitenziaria, così come l’urgenza di superare le disparità di genere che si registrano in termini di possibilità di carriera”. Tra le questioni poste all’attenzione del governo da parte della Fp Cgil Polizia Penitenziaria, inoltre, “assunzioni straordinarie per il corpo, anche e soprattutto in ragione dell’aumento dei compiti affidati agli agenti di Polizia Penitenziaria. Infine, il bisogno di avviare un ragionamento sul futuro dell’esecuzione penale e, ultima non ultima, l’introduzione della previdenza complementare”, conclude Prestini.

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Islam. La Pietra (FdI): lotta integralismo si fa in carcere

Posted by fidest press agency su sabato, 5 ottobre 2019

“Il ministro Bonafede oggi si accorge che la lotta all’integralismo islamico passa anche attraverso il controllo dei detenuti stranieri all’interno delle carceri. Ne siamo lieti, ma ci chiediamo cosa abbia fatto di concreto fino ad oggi per dare i giusti strumenti alla Polizia penitenziaria. Più volte come Fratelli d’Italia abbiamo sollecitato una riforma di tutto il sistema carcerario, a partire dalla sorveglianza dinamica che permette ai detenuti di sfuggire meglio al controllo degli agenti. Occorre un piano serio di rimpatrio dei detenuti stranieri con degli accordi bilaterali in cui il peso economico e commerciale della nostra Nazione deve pesare. Servono risorse da destinare ai mezzi e alle attrezzature in dotazione agli agenti, così come risorse per aumentare il personale e soprattutto per dare un riconoscimento economico adeguato al lavoro che essi svolgono; spesso in situazioni anche di pericolo personale. Insomma, meglio tardi che mai, ma alle parole si dia seguito ad atti concreti”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Patrizio La Pietra.

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Dal carcere alla speranza con la Società di San Vincenzo De Paoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 aprile 2019

conferenza univ. europeaE’ stato presentato in una conferenza all’Università Europea di Roma il Premio Carlo Castelli per la solidarietà, concorso letterario riservato ai reclusi delle carceri italiane, organizzato dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Ministero della Giustizia ed il patrocinio di Camera e Senato.
L’incontro, sul tema “Il carcere e la speranza: un percorso di vita nuova”, ha messo in evidenza il valore dell’accompagnamento e dell’accoglienza delle persone che hanno vissuto l’esperienza della detenzione.Attraverso le testimonianze del Presidente nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Antonio Gianfico, e del delegato nazionale carceri Claudio Messina, è stato presentato l’operato dell’Associazione, diffusa in tutto il mondo, che ha scopo principale quello di aiutare le persone più sfortunate: i bisognosi, gli ammalati, gli anziani soli, chiunque si trovi in difficoltà. E tra questi ci sono i detenuti. “I volontari della Società di San Vincenzo De Paoli – ha sottolineato il Presidente Gianfico – non si preoccupano soltanto di visitare i detenuti ed offrire loro un aiuto per ritrovare un giusto ruolo nella società, perché si fanno anche promotori di un impegno nella ricerca della riconciliazione tra vittime e colpevoli. Dove alla violenza si risponde con il perdono, là anche il cuore di chi ha sbagliato può essere riappacificato”. E questo incontro tra perdono ricercato, perdono offerto e perdono ricevuto è la miglior garanzia che chi ha raggiunto la consapevolezza del proprio errore, che non vi ricadrà in futuro.
“Perché la vera libertà – ha osservato Claudio Messina – è quella che si ottiene dentro di sè, indipendentemente dalle sbarre di una cella”. Si può essere “liberi dentro” e vivere responsabilmente il carcere, come si può continuare a vivere come “prigionieri in libertà”, incapaci di reinserirsi nella società, se non si è portato a termine un processo di riconciliazione con se stessi e con gli altri. “E’ per questo – prosegue il volontario – che è indispensabile coinvolgere i detenuti in attività formative accompagnate e supportate da una rete di volontari ed esperti. Dove questo viene applicato si può assistere ad una sensibile riduzione del tasso di recidiva nei reati”. Un approccio positivo, quindi, dove non è solo importante la detenzione, ma l’inclusione ed il reinserimento. E il Premio Carlo Castelli per la solidarietà, nella sua formula che prevede un doppio riconoscimento in denaro per le opere vincitrici, si è rivelato un valido strumento per trasformare il detenuto stesso in un testimone di legalità. E’ lo stesso autore infatti, a dover decidere a quale associazione od opera di beneficenza destinare l’altra parte del premio. Chi ha sbagliato ha così la possibilità, facendo del bene, di riscattarsi almeno parzialmente. Nel suo intervento Carlo Climati, Direttore del Laboratorio “Non sei un nemico!” ha ricordato: “Ogni essere umano ha un valore. Incontrarlo e ascoltarlo significa aprire il proprio cuore a una comunicazione autentica, alimentata da un sereno dialogo. Ma per fare questo bisogna, prima di tutto, vincere la non-cultura del pregiudizio. È quella sensazione che ci spinge a non comunicare con gli altri perché, dentro di noi, li abbiamo già giudicati, catalogati, scartati, messi da parte”.”Il pregiudizio è una cosa terribile perché, come dice la parola stessa, è un giudizio dato prima. Prima di conoscersi realmente, di abbracciarsi e guardarsi negli occhi. Questo, purtroppo, può accadere anche quando incontriamo le persone che hanno vissuto l’esperienza del carcere e che cercano di cominciare una nuova vita. Vincere i pregiudizi significa ritrovare la nostra più autentica natura di esseri umani, pronti all’accoglienza e al dialogo con tutti”, ha spiegato Carlo Climati.Durante l’incontro è stata presentata anche la coinvolgente testimonianza di Roberto Giannoni che, dopo aver conosciuto il carcere da innocente, vittima di un errore giudiziario, ha scoperto la bellezza del volontariato ed ora presta servizio nelle carceri con la Società di San Vincenzo De Paoli, dimostrando così che anche dal male può nascere il bene.I volontari della San Vincenzo ringraziano l’Università Europea di Roma e Padre Gonzalo Monzon LC, Direttore dell’Ufficio Formazione Integrale dell’Università, per l’accoglienza ed il supporto all’iniziativa.La Società di San Vincenzo De Paoli con 850.000 soci e 1.500.000 di volontari in 155 Paesi del mondo, una rappresentanza presso le Organizzazione delle Nazioni Unite di Ginevra, fondata nel 1833 dal Beato Federico Ozanam, allora studente universitario, cattolica ma laica, la Società di San Vincenzo De Paoli è una delle associazioni più vaste e radicate sul territorio. Il suo carisma si esprime con la visita a domicilio – e dunque anche in carcere – delle persone in difficoltà. (foto copyright università europea)

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Carceri: Su Como promesse non mantenute

Posted by fidest press agency su sabato, 17 novembre 2018

“Il “mal comune mezzo gaudio” per cui al carcere del Bassone di Como gli agenti della Penitenziaria dovrebbero essere felici perché di poco al di sotto della media organico nazionale, suona come una presa in giro. Quello di Como è un carcere di frontiera, con tutto ciò che ne consegue. La situazione è divenuta intollerabile e alla carenza di personale e al degrado gestionale si aggiunge un elevato indice di sovraffollamento della popolazione detenuta che si stima arrivi al 186%”.Così il deputato di Fratelli d’Italia Alessio Butti in una interrogazione al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.“In una struttura che ha circa 35 anni portati molto male – aggiunge il deputato di FDI – e che vede operativi meno di 200 agenti della Polizia penitenziaria, sono ospitate circa 450 persone di cui oltre il 50% sono stranieri. I livelli di sicurezza sono molto bassi e la direzione del penitenziario ha recentemente segnalato come per gli agenti sia particolarmente difficile intervenire per disciplinare la convivenza tra i troppi detenuti. Inoltre, gli automezzi in dotazione al nucleo traduzioni e piantonamenti risultano spesso inidonei: alcuni di questi hanno dai 300 ai 500 mila chilometri e diversi altri risultano addirittura privi del collaudo”.
“Non è più accettabile – conclude Butti – questa indifferenza da parte degli organi istituzionali così come le promesse che non sono state mantenute, anche da parte di quegli stessi esponenti di governo che recentemente hanno fatto visita al carcere. Gli agenti della Penitenziaria infatti, non solo non hanno partecipato alla sperimentazione del Taser ma nemmeno in futuro potranno utilizzarlo. Il problema è serio e il mio accorato invito al governo è quello di considerare gli agenti della Polizia penitenziaria come dei lavoratori che mettono a rischio la propria vita per un servizio importante sia per noi che per la rieducazione del reo”.

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