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Posts Tagged ‘carcinoma’

First International Symposium on Merkel Cell Carcinoma 2019

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 ottobre 2019

Immunomic Therapeutics, Inc. will present data on its investigational nucleic acid platform, UNITE (UNiversal Intracellular Targeted Expression), that elicits potent immune responses when used with its investigational UNITE vaccine, ITI-3000, in mice. UNITE fuses a tumor-associated antigen, in this case a mutated form of the large T antigen (LT) of Merkel cell polyomavirus (MCPyV), with lysosomal-associated membrane protein 1 (LAMP1). This lysosomal targeting technology results in enhanced antigen presentation and a balanced T cell response, as ITI-3000 activated antigen-specific CD4+ T cells in vivo. The data will be presented at the First International Symposium on Merkel Cell Carcinoma in Tampa, Florida.The majority of Merkel cell carcinomas (MCC) are associated with MCPyV infection, making LT an attractive target for therapeutic cancer vaccines. MCPyV integrates into the host genome, resulting in expression of a truncated form of the viral LT in infected cells. While induction of tumor-reactive CD8+ T cells is a major goal of cancer therapy, CD4+ T cells provide essential support to CD8+ T cells by promoting their expression of cytotoxic effector molecules and increasing their migratory capacity. Cytokines secreted by CD4+ T cells, such as IFNγ, can also exert desirable effects on the tumor microenvironment. Hence, a cancer vaccine that promotes potent, antigen-specific CD4+ T cell responses to MCPyV-LT may drive robust anti-tumor immune responses.

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Italia: tumore del rene

Posted by fidest press agency su sabato, 19 ottobre 2019

Nel 2019 in Italia il numero di casi attesi di tumore del rene è in totale 12.600. Il 71% di questi pazienti risulta vivo a cinque anni dalla diagnosi e può essere considerato guarito. Un risultato importante e di 10 punti percentuali sopra la media registrata nell’intero Continente Europeo (61%). Merito delle nuove terapie, sempre più precise e mirate, mentre risultano ancora poche le diagnosi precoci. È quanto sottolineano gli specialisti della SIUrO (Società Italiana di Urologia Oncologica) in un media tutorial organizzato oggi a Milano. “Anche se in calo, nell’ultimo anno, il carcinoma renale interessa in totale circa 130mila italiani – afferma il dott. Giario Conti, Segretario Nazionale SIUrO -. È una neoplasia subdola e insidiosa perché spesso rimane clinicamente silente per la maggior parte del suo corso. I sintomi più evidenti, come dolore o presenza di sangue nelle urine, si manifestano solo quando la malattia è già in uno stadio avanzato. Se diagnosticata in fase precoce ben la metà dei pazienti ha buone possibilità di guarigione”. “Nei casi di malattia avanzata o metastatica il tasso di sopravvivenza a 5 anni è del 12% ma in graduale aumento grazie all’avvento di terapie più innovative – aggiunge il dott. Giuseppe Procopio, Responsabile Oncologia Medica Genitourinaria dell’Istituto Tumori Milano -. Da pochi giorni gli oltre 4.400 uomini e donne italiani, colpiti da queste forme della neoplasia, hanno a disposizione, come trattamento di prima linea, Cabozantinib. Si tratta di un farmaco orale inibitore antiangiogenetico che può bloccare la proliferazione cellulare attraverso l’inibizione della formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per nutrirsi. Il farmaco è disponibile sia per il carcinoma renale avanzato in adulti naïve al trattamento a rischio ‘intermediate’ o ‘poor’ che per pazienti adulti precedentemente trattati con terapia contro il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF). Studi di fase II e III hanno inoltre evidenziato come la molecola sia capace di ridurre le metastasi ossee e cerebrali che sono tipiche della patologia uro-oncologica. Si aprono quindi interessanti prospettive che dovranno essere monitorate e quantificate da nuove indagini scientifiche”.
“La ricerca medico-scientifica ha messo a punto strumenti terapeutici estremamente efficaci – sottolinea il dott. Renzo Colombo, Vice Presidente SIUrO -. Le terapie a bersaglio molecolare hanno rivoluzionato la lotta ad una neoplasia nella quale la chemioterapia si è storicamente dimostrata poco utile. Rispetto ai decenni precedenti la qualità di vita dei pazienti è quindi notevolmente migliorata. Tuttavia possono insorgere alcuni effetti collaterali ed è quindi necessario instaurare un adeguato dialogo tra medico, malato e caregiver. Sempre più importante è anche il ruolo degli stili di vita durante e dopo le cure. Come dimostrano numerosi studi, una sana alimentazione e un’attività fisica giornaliera, adattata alle singole possibilità, rappresentano un prezioso aiuto e vanno quindi raccomandate. Possono migliorare la risposta dell’organismo ai trattamenti oncologici”. “Nonostante questi grandi successi, ad oggi non esiste una forma di prevenzione specifica della patologia – aggiunge il dott. Conti -. Possiamo tuttavia eliminare o ridurre alcuni fattori di rischio che la favoriscono. Si calcola che in totale oltre un terzo dei casi di tumore renale può essere collegato al fumo di sigaretta. Il 30% è invece attribuibile al sovrappeso o all’obesità. Esistono inoltre delle persone che devono essere considerate “sorvegliati speciali”. I pazienti affetti da malattia renale policistica, sottoposti a dialisi per lungo tempo, presentano un rischio fino a 30 volte maggiore di sviluppare la neoplasia”. “I parenti di primo grado di malati con carcinoma renale possono sviluppare una probabilità quattro volte maggiore di essere colpiti dallo stesso tumore rispetto alla popolazione generale – conclude il dott. Procopio -. Particolarmente esposti al rischio sono anche i lavoratori costretti ad un’esposizione prolungata ai derivati del petrolio, torotrast o zinco. Infine non va sottovalutata l’ipertensione, una delle patologie croniche più diffuse e che interessa oltre 15 milioni d’italiani. Aumenta del 60% le probabilità d’insorgenza della malattia uro-oncologica”.

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Carcinoma di Merkel: guida per pazienti

Posted by fidest press agency su domenica, 15 settembre 2019

Sono in totale oltre 1.400 gli italiani interessati dal Carcinoma di Merkel, una rara e aggressiva neoplasia della pelle. I nuovi casi risultano in aumento e per questo Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) ha deciso di promuovere il booklet Carcinoma di Merkel, guida per pazienti e familiari. La pubblicazione, la prima mai realizzata in Italia, è già disponibile on line e verrà distribuita nei reparti di oncologia della Penisola. “E’ una forma di tumore molto insidiosa anche perché colpisce soprattutto gli anziani con più di 75 anni – spiega il dott. Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. Sono pazienti che presentano diverse fragilità e spesso anche altri problemi di salute. Tuttavia il carcinoma è frequente anche tra i giovani e può manifestarsi prima dei 40 anni. In Italia riusciamo a garantire un’assistenza all’avanguardia in Europa e infatti la sopravvivenza a cinque anni si attesta al 57%. Tuttavia si tratta di una neoplasia rara e come tale determina delle difficoltà oggettive in chi viene colpito. Il paziente deve rivolgersi solo a centri specializzati per poter così aumentare le chances di sopravvivenza. Con questa nostra pubblicazione vogliamo offrire un aiuto concreto tramite alcune informazioni pratiche e certificate dai massimi esperti italiani. L’atteggiamento e il comportamento del malato sono fondamentali nel difficile percorso indotto dalla malattia. Gesti semplici come scrivere o parlare delle proprie paure, imparare a riconoscere e riportare il prima possibile gli effetti collaterali possono fare la differenza. Così come non vanno sottovalutati gli stili di vita e le abitudini come seguire una alimentazione varia, svolgere un moderato esercizio fisico o avere un’accurata igiene personale”. “La malattia si manifesta in modo appariscente sotto forma di un nodulo cutaneo di color carne o rosso-violaceo o bluastro che compare soprattutto sul volto o sul collo – spiega Nicolis -. La diagnosi risulta semplice e quando viene effettuata oltre i 2/3 dei pazienti presentano una malattia in I o II stadio. Inoltre oggi sono disponibili nuove cure in grado di contrastarla. Anche per questa neoplasia è dimostrata l’efficacia dell’immunoterapia che svolge un’azione non diretta sul tumore ma indiretta sul sistema immunitario. La chemioterapia invece può essere adoperata solo in alcuni dei casi più gravi. Infine è fondamentale, per la scelta dei trattamenti, il lavoro di squadra. Il paziente deve essere assistito da un gruppo multidisciplinare che deve includere oncologo, chirurgo, radioterapista, radiologo, nutrizionista, reumatologo, palliativista e fisioterapista”.

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Il carcinoma polmonare è la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

I grandi passi avanti compiuti in termini di conoscenza dei meccanismi molecolari, di diagnostica e medicina personalizzata stanno progressivamente cambiando lo scenario del trattamento del carcinoma del polmone. Tuttavia, nonostante i clinici dispongano di terapie sempre più efficaci e di maggiori informazioni su come trattare le persone colpite da tumore polmonare, il principale obiettivo, quello di aumentare la sopravvivenza dei pazienti, fatica ad essere raggiunto: l’accesso alla diagnostica molecolare, alle terapie più innovative e all’assistenza è gravato infatti da forti disuguaglianze in tutti i Paesi europei, con una situazione più drammatica nell’Europa dell’Est.
In Italia, nonostante siano approvati e rimborsati i principali test diagnostici molecolari, ALK, EGFR, PD-L1 e ROS1, questi non sono effettivamente disponibili per tutti su tutto il territorio nazionale, con disomogeneità territoriali a livello regionale. Inoltre, il nostro Paese si è fatto spesso trovare indietro nell’adozione delle terapie innovative per il tumore al polmone, con tempi d’attesa medi di oltre 20 mesi tra l’approvazione EMA e la decisione di AIFA e un ritardo medio tra i 6 e i 12 mesi tra l’approvazione italiana e l’effettivo rimborso e uso sul territorio. Riunire le Associazioni dei pazienti e i clinici per un confronto sul problema delle disparità di accesso alle cure dei pazienti è una priorità alla quale risponde WALCE Onlus – Women Against Lung Cancer in Europe, che proprio per sensibilizzare i decisori politici a livello nazionale e locale, ha presentato oggi al Ministero della Salute i risultati del report LuCE 2018 – Lung Cancer Europe sulle disparità nell’accesso a diagnosi, terapie e assistenza. «La diagnosi tempestiva del tumore polmonare e l’accesso ai test molecolari per tipizzare la neoplasia sono due criticità importanti anche nel nostro Paese – dichiara Silvia Novello, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università degli Studi di Torino, Responsabile SSD Oncologia Polmonare dell’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Presidente WALCE Onlus – vi sono oggettivamente alcuni ostacoli responsabili delle disuguaglianze a livello nazionale. Intanto, la frammentazione regionale nei processi di approvazione e regolamentazione dei nuovi farmaci, che non semplifica le procedure e porta inevitabilmente a una disparità sul territorio nazionale: in questo, auspichiamo che la Conferenza Stato-Regioni possa intervenire per implementare i processi regolatori e far sì che il sistema di rimborso dei farmaci diventi univoco da Nord a Sud del Paese. Servirebbe, poi, centralizzare il sistema delle analisi riguardo i test molecolari, garantendo sia la presenza delle figure deputate ad essi all’interno delle strutture oncologiche sia la copertura nazionale dei test diagnostici». Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea ed è causa di un decesso per tumore su 5 a livello mondiale. Nel 2015 sono state registrate in Italia oltre 33.800 morti per tumore del polmone; nel 2018 si attendono nel nostro Paese 41.500 nuove diagnosi di tumore del polmone, delle quali oltre il 30% nel sesso femminile: il 10% di tutte le diagnosi di tumore a livello nazionale. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumore polmonare in Italia è pari al 16%, in linea con gli altri Paesi europei; un dato molto basso, anche se condizionato negativamente dalla grande proporzione di pazienti diagnosticati in stadio avanzato.

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OncLive® Presents the Latest State of the Science Summit™ on Renal Cell and Bladder Carcinoma

Posted by fidest press agency su domenica, 16 settembre 2018

OncLive®, the leading digital provider of resources and information for oncology professionals, announces the latest State of the Science Summit™ on renal cell and bladder carcinoma. The event will be held Thursday, September 20, from 5 to 9 p.m. at Swissotel Chicago in downtown Chicago. The summit will be chaired by Peter H. O’Donnell, M.D., an assistant professor in the department of medicine at The University of Chicago Medicine. This educational program will delve into the inclusion of integrated immunotherapy and chemotherapy in advanced bladder cancer. Experts will discuss the management of side effects during systemic therapy in bladder and kidney cancers, as well as the genomics of bladder cancer. The event will also feature a peer exchange discussion, which will be followed by a question-and-answer session.
A digital platform of resources for practicing oncologists, OncLive® offers oncology professionals information they can use to help provide the best patient care. OncLive.com is the official website for the MJH Associates Inc. Oncology Specialty Group, which publishes OncologyLive®, Oncology Nursing News® and more. MJH Associates Inc. is a full-service health care communications company offering education, research and medical media, including curetoday.com and CURE® magazine, the largest U.S. consumer publication focused entirely on cancer. Combining science and humanity to make cancer understandable, CURE® reaches patients, cancer centers and advocacy groups.

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Forti differenze regionali nello screening del carcinoma colo-rettale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 Mag 2018

Il carcinoma colo-rettale costituisce la seconda causa di morte per tumore in soggetti di sesso maschile e la terza nelle donne. In Italia, ogni anno, si registrano 40 nuovi casi ogni centomila abitanti. Eppure, nonostante questi numeri apparentemente inquietanti, il carcinoma colo-rettale è tra le forme di neoplasia più facilmente prevenibili e gestibili. Infatti, poiché l’evoluzione a partire da forme benigne (i comuni ‘polipi’) a forme maligne evolute è molto lenta (mediamente 7 anni), strategie di screening atte a individuare precocemente i polipi prima che questi cancerizzino risultano estremamente efficaci. Lo screening del tumore del colon-retto può avvenire con due modalità: la ricerca del sangue occulto e la sigmoidoscopia flessibile.La ricerca del sangue occulto è la modalità più semplice e meno invasiva. Il paziente raccoglie campioni di feci per tre giorni consecutivi che vengono analizzato in laboratorio con kit di vario tipo, basati sulla reazione ossidativa del gruppo eme dell’emoglobina (test FOBT) o sull’identificazione delle catene dell’emoglobina con metodi ‘immunochimici’ (FIT). In caso di positività a questi test, è indicata una colonscopia. Numerosi trial clinici hanno dimostrato che FOBT e FIT sono efficaci nel ridurre numericamente i nuovi casi di tumore del colon- retto, a patto che vengano eseguiti a larga scala e con cadenza annuale. In particolare, è stato dimostrato che il FOBT riduce la mortalità per tumore del colon fino al 32 per cento. Inoltre, secondo la IARC (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) il test FIT, se eseguito ogni due anni permette di ottenere una riduzione del 10-40 per cento della mortalità per cancro del colon.Infine, poiché la maggior parte dei tumori del colon insorge nell’ultimo tratto dell’intestino, è stato propugnato un protocollo di sorveglianza basato su rettosigmoidoscopia. Su quattro trial randomizzati, ben tre hanno dato esito positivo evidenziando una riduzione di mortalità del 22-31 per cento. Infatti l’esame endoscopico consente di individuare precocemente i polipi e contestualmente, di asportarli. In questa maniera si riesce a evitare che i polipi diventino tumori, e ciò si traduce nella riduzione di casi di carcinoma e nella riduzione della mortalità.
L’implementazione delle strategie di screening per cancro colo-rettale ha portato ad una riduzione della mortalità del 6.7 per cento negli uomini e del 7.5 per cento delle donne nel periodo che una serie di ricercatori europei hanno considerato in un recentissimo studio, dal 2012 al 2018. Tuttavia il raggiungimento di questi obiettivi è fortemente condizionato dall’aderenza ai programmi ma soprattutto alla loro messa in atto. Da questo punto di vista dobbiamo segnalare come esistano delle forti differenze inter-regionali in Italia. Una survey della Società Europea di Gastroenterologia (UEG) ha evidenziato come tra nord e sud Italia ci sia una netta differenza nella possibilità di accesso, pari al 71.6 per cento nel nord e solo il 7 per cento nel sud Italia. Tali disparità è purtroppo generata da una mancanza di attenzione da parte delle istituzioni che inevitabilmente si rifletterà nei prossimi anni in un incrementato divario nel tasso di decessi per neoplasia del colon tra regioni italiane, a meno di non correre quanto prima ai ripari.In conclusione possiamo affermare che lo screening è la sola strategia che consente di prevenire il tumore del colon, ed è estremamente efficace. Tuttavia, per ottenere tali risultati, bisogna estendere lo screening in maniera capillare e proporlo alla popolazione periodicamente. Tutto ciò, tuttavia, richiede una collaborazione tra istituzioni, strutture sanitarie e gli utenti del sistema sanitario.

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La Commissione Europea Approva avelumab per il Carcinoma a Cellule di Merkel Metastatico

Posted by fidest press agency su sabato, 7 ottobre 2017

european commissionDarmstadt, Germania, e New York, Stati Uniti Merck and Pfizer Inc. (NYSE: PFE) hanno annunciato che la Commissione Europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio per avelumab (nome commerciale BAVENCIO®) in monoterapia per il trattamento negli adulti del carcinoma a cellule di Merkel metastatico, un tumore cutaneo aggressivo e raro. L’autorizzazione centralizzata europea consente l’immissione in commercio di avelumab come medicinale soggetto a prescrizione medica nei 28 paesi dell’Unione Europea (UE) oltre che in Norvegia, Liechtenstein ed Islanda. Avelumab sarà disponibile per i pazienti europei nei prossimi mesi, a partire da Germania e Regno Unito dove il lancio è previsto già a ottobre 2017. “L’autorizzazione rilasciata dalla Commissione Europea è un passo importante per avelumab ma soprattutto per coloro che in Europa sono affetti da questa neoplasia cutanea molto difficile” ha dichiarato Luciano Rossetti, M.D., Vice Presidente Esecutivo, Global Head of Research & Development per l’area di business biofarmaceutico di Merck. “La nostra alleanza con Pfizer continua a dimostrare la forza della collaborazione. Desideriamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a far sì che i pazienti europei possano avere a disposizione questa immunoterapia che è la prima e l’unica a essere approvata per il carcinoma a cellule di Merkel metastatico”.“L’approvazione europea di avelumab rappresenta un ulteriore traguardo che si aggiunge alle precedenti approvazioni ottenute con procedura accelerata negli Stati Uniti nei primi mesi dell’anno” ha dichiarato Liz Barrett, Presidente Mondiale, Pfizer Oncologia. “E soprattutto, ci avvicina ancor di più al nostro obiettivo di rendere avelumab disponibile per i pazienti di tutto il mondo”.In Europa sono circa 2.500 le persone che ogni anno vengono colpite dal carcinoma a cellule di Merkel (CCM). Il 5–12% dei pazienti con CCM sviluppa malattia metastatica e meno del 20% dei pazienti con CCM metastatico sopravvive oltre i 5 anni.2-6. “Il carcinoma a cellule di Merkel è una neoplasia cutanea particolarmente aggressiva e con prognosi infausta soprattutto in pazienti con malattia metastatica” ha affermato Dirk Schadendorf, Responsabile della Dermatologia presso l’Ospedale Universitario di Essen, Germania. “Questa approvazione rappresenta uno sviluppo importante per i pazienti che sono affetti da questa malattia devastante e per i loro familiari”.

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Carcinoma uroteliale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 luglio 2017

tumore vescicaKENILWORTH, N.J. Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i farmaci (EMA) ha espresso parere favorevole all’approvazione di pembrolizumab, terapia anti-PD-1, per il trattamento di pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, il più comune carcinoma della vescica. In particolare pembrolizumab è raccomandato per il trattamento del carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico nei pazienti adulti trattati in precedenza con chemioterapia con platino e per quelli non eleggibili alla chemioterapia contenente cisplatino. La raccomandazione verrà ora esaminata dalla Commissione Europea per l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione Europea. La decisione finale è prevista per il terzo quadrimestre del 2017. “È grande la necessità di nuove opzioni terapeutiche per i pazienti europei con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, in particolare per coloro che hanno fallito una precedente terapia con platino o che non sono eleggibili alla chemioterapia contenente cisplatino”, afferma il dott. Roger Dansey, Senior Vice President e Direttore Area Terapeutica, Oncology late-stage development, Merck Research Laboratories. “Siamo lieti che il CHMP abbia espresso parere positivo per pembrolizumab in queste due popolazioni di pazienti e non vediamo l’ora di lavorare con la Commissione Europea per offrire questa nuova opzione ai pazienti che hanno bisogno”. Il parere positivo si basa sui dati degli studi KEYNOTE-045 e KEYNOTE-052. KEYNOTE-045 è uno studio randomizzato di Fase 3, che ha confrontato pembrolizumab con un regime chemioterapico scelto dallo sperimentatore (paclitaxel, docetaxel, vinflunina) nei pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico recidivato o progredito durante o dopo chemioterapia contenente platino. KEYNOTE-052 è uno studio di fase 2, in aperto, che ha valutato l’efficacia di pembrolizumab come trattamento di prima linea metastatica in pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico non eleggibili alla terapia contenente cisplatino.
Il programma di sviluppo di pembrolizumab comprende più di 30 tipi di tumore in più di 500 studi clinici, tra cui più di 300 di pembrolizumab in combinazione con altri trattamenti anti-tumorali. Attualmente MSD ha il più ampio programma di sviluppo clinico in immuno-oncologia nel tumore uroteliale con 29 studi in corso che coinvolgono pembrolizumab in monoterapia e in combinazione, compresi 4 studi pre-registrativi.
Il tumore uroteliale si manifesta quando le cellule dell’epitelio che rivestono le vie urinarie (pelvi renale, ureteri, vescica, uretra) cominciano a replicarsi in modo incontrollabile. Moltiplicandosi rapidamente possono formare un tumore e diffondersi in altre aree del corpo. Il carcinoma uroteliale è l’istotipo più comune di tumore delle vie urinarie e la vescica è la sede più comune di insorgenza. Nel 2012, circa 430.000 persone in tutto il mondo hanno ricevuto la diagnosi di tumore uroteliale e 165.000 sono decedute a causa della malattia. L’incidenza del tumore uroteliale è elevata in Nord America, Europa, Nord Africa, Medio Oriente, Australia e Nuova Zelanda.
Pembrolizumab è una terapia anti-PD-1 che agisce reinstaurando e stimolando la capacità del sistema immunitario umano a riconoscere e sconfiggere le cellule tumorali. Pembrolizumab è un anticorpo monoclonale completamente umanizzato che blocca l’interazione del PD-1 con i suoi ligandi, PD-L1 e PD-L2, attivando i linfociti T che possono in questo modo influenzare l’attività sia delle cellule tumorali che di quelle sane.
Gli studi su pembrolizumab, nell’ambito del più ampio programma di immuno-oncologia dell’azienda, con più di 500 studi clinici, includono numerose tipologie di tumori e trattamenti. Il programma clinico di pembrolizumab cerca di capire i fattori che predicono la probabilità del paziente di trarre beneficio dal trattamento con il farmaco, attraverso lo studio di diversi biomarcatori.
Pembrolizumab viene somministrato per infusione endovenosa della durata di 30 minuti ogni tre settimane per le indicazioni approvate. La soluzione iniettiva di pembrolizumab è fornita in fiale singole di 100 mg.
Il nostro obiettivo è convertire le scoperte scientifiche in farmaci oncologici innovativi per aiutare le persone con il cancro in tutto il mondo. Aiutare le persone a sconfiggere il cancro ispira l’operato di MSD e il nostro impegno è di supportare l’accesso alle cure oncologiche. Attualmente ci stiamo focalizzando sullo sviluppo della ricerca immuno-oncologica e stiamo accelerando ogni passo di questa transizione – dal laboratorio alla clinica – per portare nuove speranze alle persone colpite dal cancro.
Come parte del nostro impegno in campo oncologico, MSD è volta a esplorare il potenziale dell’immuno-oncologia con uno dei programmi di sviluppo più rapidi dell’industria farmaceutica. Stiamo attualmente svolgendo un ampio programma di ricerca che include più di 500 studi clinici per valutare la nostra terapia anti-PD-1 in più di 30 tipi di tumore. Continuiamo, inoltre, a rafforzare il nostro portfolio di immuno-oncologia attraverso acquisizioni strategiche e stiamo stabilendo nuove priorità per lo sviluppo di molti candidati promettenti in immunoterapia che presentano il potenziale di migliorare il trattamento di tumori in stadio avanzato. Per maggiori informazioni, visitare i siti http://www.msditalia.it e http://www.msdsalute.it.

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Metastasi Ossee da Carcinoma Tiroideo in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 23 Mag 2017

lisbonaLisbona. Si chiama M.OS.CA.T.I. (Metastasi OSsee da CArcinoma Tiroideo in Italia) il primo studio multicentrico retrospettivo che ha indagato in ‘real life’ la gestione e i risultati del trattamento delle metastasi ossee derivate dal carcinoma differenziato della tiroide (CDT).Il CTD é il secondo tipo di tumore per frequenza nelle donne di età inferiore ai 50 anni dopo il carcinoma della mammella ed in entrambi i sessi si registrano oltre 15000 nuovi casi l’anno in Italia, con una frequenza circa 3 volte maggiore nel sesso femminile rispetto a quella maschile. I tumori differenziati comprendono carcinomi papillari e follicolari che originano dalle cellule deputate alla produzione degli ormoni tiroidei.
Fortunatamente “Il cancro della tiroide non deve fare paura” sottolinea Andrea Giustina, Full Endocrinology Professor all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano e Presidente Eletto della European Society of Endocrinology “abbiamo strumenti efficaci e linee guida consolidate per il trattamento che prevede chirurgia, terapia radiometabolica con iodio radioattivo e terapia soppressiva con L-tiroxina, che contribuiscono a prevenire la comparsa di recidive o metastasi.Nonostante i tumori differenziati della tiroide siano raddoppiati negli ultimi 20 anni, la prognosi è favorevole nella maggior parte dei casi con un tasso di sopravvivenza a 20 anni del 90%. L’80% dei pazienti ha una remissione completa della malattia dopo il primo trattamento e solo tra il 5 e il 20% sviluppa recidive locali o a distanza”.I protocolli prevedono innanzitutto l’asportazione totale o parziale della ghiandola tiroidea alla quale segue la terapia radiometabolica con iodio radioattivo 131 che consente di eliminare eventuali cellule neoplastiche non asportate dall’intervento chirurgico. La terapia radiometabolica ha un doppio vantaggio: terapeutico e diagnostico, consente infatti di eseguire nei giorni successivi alla somministrazione del radio-iodio una scintigrafia total-body che consente di identificare eventuali metastasi passate clinicamente inosservate al momento della diagnosi del tumore tiroideo.Nello studio MOSCATI il campione era composto da 143 pazienti di età media 60 anni affetti da metastasi ossee da carcinoma differenziato della tiroide. Nella maggior parte dei casi le metastasi erano multiple e localizzate a livello della colonna vertebrale. La prima evidenza saltata agli occhi del gruppo di ricercatori italiani è che in circa il 20% dei pazienti con metastasi ossee, il tumore tiroideo si presentava alla diagnosi di piccole dimensioni e con un tipo istologico apparentemente non aggressivo.Purtroppo, esiste un gruppo di pazienti (corrispondenti a circa il 20% della casistica Italiana) nei quali le metastasi ossee perdono la capacita’ di captare lo iodio ed in questi casi la prognosi e’ risultata peggiore sia in termini di complicanze cliniche che di ridotta sopravvivenza.La seconda evidenza è stata la comparsa di eventi scheletrici (come micro fratture) e’ risultata piu’ frequente nei pazienti con metastasi ossee non iodio-captanti ed ha era indicatore di una peggiore prognosi in termini di ridotta sopravvivenza, soprattutto quando le metastasi erano localizzate al femore. “Le linee guida propongono l’utilizzo di tali farmaci anche nei pazienti con metastasi ossee da carcinoma differenziato della tiroide” spiega il dottor Gherardo Mazziotti, primo autore dello ricerca “Ma le evidenze di efficacia evidenziano che meno del 25% dei pazienti accedono a tali terapie nella real-life e nella quasi totalita’ dei casi il trattamento e’ condotto con acido zoledronico in pazienti con malattia avanzata. Pertanto” continua il dott. Mazziotti “lo studio M.OS.CA.T.I suggerisce invece che la terapia con farmaci attivi sullo scheletro (come bifosfonati e denosumab) oggi e’ probabilmente sotto-utilizzata e forse anche male utilizzata nelle metastasi ossee da carcinoma tiroideo probabilmente per la mancanza di studi clinici controllati specifici per questo specifico setting di pazienti”.

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Farmaci inibitori delle aromatasi (AI) per il controllo del Carcinoma mammario sulla salute delle ossa

Posted by fidest press agency su domenica, 12 marzo 2017

giustinaSono oltre 250mila ogni anno le donne che entrano in terapia adiuvante con farmaci inibitori delle aromatasi di terza generazione come anastrozolo, exemestane e letrozolo per scongiurare il rischio di una recidiva del cancro al seno. Terapia indicata nelle donne in post menopausa in cui il carcinoma risultava ormono-sensibile, circa il 70% delle pazienti infatti è positiva ai recettori degli estrogeni (ER+) che viene seguita per un periodo di 5 anni circa come stabilito dalle Linee Guida, mentre per un particolare sottogruppo deve proseguire per 10 anni.
“La terapia adiuvante con inibitori delle aromatasi è quindi un pilastro fondamentale della terapia oncologica ma ha un pesante impatto sulla salute delle ossa. Le donne che seguono questa terapia perdono circa il 6% di massa ossea ogni anno, contro circa l’3% di quelle sane in età post- menopausale” spiega il Prof. Andrea Giustina Direttore della Cattedra di Endocrinologia presso l’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano. La terapia con inibitori dell’aromatasi è associata ad un aumentato turnover osseo dovuto ad una profonda riduzione dei livelli circolanti di estrogeni che determina una upregulation del segnale di RANK (Receptor Activator of Nuclear factor, κB) ligando nell’osso.
Lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Bone (2017, Jan 16;97:147-152) ha indagato la prevalenza di fratture vertebrali in queste pazienti prima e durante la terapia: le 263 donne italiane arruolate sono state sottoposte a DEXA per esaminare la densità minerale ossea, ma anche con la stessa metodica DEXA a morfometria vertebrale esame che permette di valutare l’altezza delle singole vertebre e quindi identificare eventuali fratture vertebrali esistenti. Inoltre sono stati raccolti campioni ematici per misurare i livelli ormonali e il calcio. Il campione di volontarie è stato diviso in due gruppi: uno di 94 soggetti trattato con inibitori e uno di 169 ‘naive’ ossia non trattato.
“Lo studio che abbiamo condotto si basa su un concetto nuovo: cercare le più subdole e spesso asintomatiche fratture vertebrali e non quelle cliniche come anca e femore che non possono sfuggire alle pazienti. Indagando la prevalenza delle fratture asintomatiche i numeri cambiano drammaticamente e arrivano al 35% nelle donne in trattamento adiuvante” sottolinea il Prof. Alfredo Berruti, Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Brescia e co-autore dello studio “Un aspetto molto importante che è oggi più considerato dagli oncologi medici, per i quali è importante tenere sotto controllo il rischio di recidive tumorali, certo, ma anche garantire una sopravvivenza di qualità senza rischi di invalidità e perdita di autonomia.La prevalenza di fratture vertebrali era del 31,2% nelle pazienti in terapia contro il 18,9% del gruppo non trattato (in cui i danni ossei erano associati ad una età più elevata e ad una minore densità ossea a livello del femore). Ma l’aspetto più interessante è stato che nelle donne trattate con gli inibitori delle aromatasi la prevalenza delle fratture era quasi sovrapponibile tra quelle con osteoporosi e quelle con massa ossea considerata nella norma. Questo dato sottolinea l’importanza della riduzione della qualità oltre che della quantità dell’osso con queste terapie. (foto: giustina)

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Tumore del rene

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 ottobre 2016

tumore-reneÈ efficace la combinazione di nivolumab e ipilimumab nel carcinoma a cellule renali mestastatico (mRCC): il 70% dei pazienti è vivo a due anni. Lo dimostrano i risultati aggiornati dello studio di fase I CheckMate -016, che ha valutato la sicurezza e tollerabilità (endpoint primario) di nivolumab a diversi dosaggi come parte di un regime di combinazione con ipilimumab, sunitinib o pazopanib in pazienti con carcinoma a cellule renali metastatico precedentemente trattati o naïve al trattamento. Questi dati aggiornati includono i risultati con la combinazione di nivolumab e ipilimumab (braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg e braccio con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg) dopo un follow-up di circa 2 anni, che hanno mostrato un tasso di risposta globale (ORR; endpoint secondario) del 40,4% (n = 47) in entrambi i bracci. Dei 38 responder in entrambi i bracci, il 39,5% (n = 15) presentava una risposta ancora in atto, con una durata mediana della risposta di 20,4 mesi nel braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg e di 19,7 mesi nel braccio con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg. Il tasso di sopravvivenza globale a 12 mesi è risultato pari all’81% e 85% rispettivamente nel braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg e in quello con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg, e un tasso a 24 mesi rispettivamente del 67% e 70%. Sono stati osservati meno eventi avversi di grado 3/4 correlati al trattamento nel braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg (38,3%) che in quello con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg (61,7%).
Questi risultati saranno presentati al Congresso ESMO (European Society for Medical Oncology) 2016 durante una sessione poster domenica 9 ottobre (Abstract #1062P). “Rimane un significativo bisogno insoddisfatto di opzioni terapeutiche che offrano risposte continuative e che aumentino la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma a cellule renali, la più comune forma di tumore del rene”, ha affermato Asim Amin del Levine Cancer Institute, Carolinas HealthCare System. “I risultati dello studio CheckMate -016 sono incoraggianti e stimolano il proseguimento degli studi, perché mostrano che, a un follow-up di quasi 2 anni, ciascun braccio di combinazione con nivolumab e ipilimumab presentava una risposta ancora in atto nel 40% dei pazienti”. Quasi un terzo delle diagnosi di carcinoma a cellule renali (RCC) avviene quando la malattia è già metastatizzata o si è diffusa ad altre parti del corpo. Allo stadio IV, i tassi di sopravvivenza sono bassi, con circa il 12% dei pazienti con tumore avanzato del rene ancora vivi dopo 5 anni.
“I risultati di CheckMate -016 presentati al Congresso ESMO quest’anno confermano il nostro approccio di studiare la combinazione di due nostri farmaci immuno-oncologici, nivolumab e ipilimumab, per migliorare gli outcome dei pazienti con carcinoma a cellule renali metastatico”, ha dichiarato Vicky Goodman, Development lead, Melanoma and Genitourinary Cancers, Bristol-Myers Squibb. “Il nostro programma di fase III con la combinazione di nivolumab e ipilimumab nel trattamento di prima linea del carcinoma a cellule renali metastatico è in corso e speriamo di confermare questi risultati iniziali man mano che proseguiremo la ricerca”.
Il carcinoma a cellule renali (RCC) è la più comune forma di tumore del rene negli adulti, responsabile ogni anno di più di 100.000 decessi nel mondo. Il carcinoma renale a cellule chiare è il tipo di tumore renale a prevalenza più alta e costituisce l’80 – 90% dei casi totali. Il carcinoma a cellule renali è circa due volte più comune negli uomini che nelle donne, con i tassi più alti di malattia nel Nord America e in Europa. Globalmente, il tasso di sopravvivenza a cinque anni, nei pazienti che ricevono diagnosi di tumore del rene avanzato, è del 12%.

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Tumore all’ovaio

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 luglio 2015

carcinoma ovaioLe donne colpite da carcinoma dell’ovaio non mucinoso o borderline che devono affrontare un trattamento antiblastico, subito dopo la diagnosi, devono svolgere un test genetico per valutare la presenza di mutazioni del gene BRCA. L’esame deve essere prescritto solo ed esclusivamente da un oncologo, genetista o dal ginecologo con specifiche competenze. I risultati di questo test forniscono informazioni sia per la scelta terapeutica che per individuare un rischio nei familiari di sviluppare un altro tumore. Per un’adeguata esecuzione del test è necessaria per i laboratori una comprovata validazione ed un controllo di qualità esterno del test proposto. E’ ancora indispensabile definire percorsi aziendali in cui vengano indicate, in modo chiaro per le pazienti ed i loro familiari, le funzioni e le responsabilità dell’equipe oncologica, del laboratorio e dell’équipe di genetica clinica oncologica nelle varie fasi del percorso individuato. Questi percorsi devono sempre prevedere per il rischio familiare la disponibilità di un counselling genetico. Sono queste le principali raccomandazioni contenute in un documento sull’uso dei test genetico BRCA nella cura del carcinoma ovarico stilato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) insieme alla Società Italiana di Genetica Umana (SIGU), Società Italiana di Biochimica e Biologia Molecolare Clinica (SIBIOC) e la Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia diagnostica (SIAPEC-IAP). “Quello dell’ovaio rappresenta il 3% di tutti i tumori femminili e lo scorso anno ha colpito 4.900 italiane – afferma il prof. Carmine Pinto presidente nazionale AIOM -. Otto diagnosi su 10 arrivano quando il cancro è ormai in fase avanzata e, in questi casi, la sopravvivenza a 5 anni delle pazienti è solo del 35%. I test genetici rappresentano un’arma in più a nostra disposizione per sconfiggere la malattia. Attraverso un semplice prelievo di sangue è possibile sapere se una donna è predisposta ad ammalarsi di cancro e se risponderà positivamente o meno ad alcuni farmaci. L’esame deve però essere svolto seguendo specifici criteri stabiliti dai vari specialisti. Con questo nostro documento vogliamo favorire l’implementazione del test BRCA nei percorsi assistenziali e terapeutici delle donne colpite dalla neoplasia. Una paziente con mutazioni del gene BRCA può essere curata con una particolare categoria di farmaci, i PARP inibitori, il primo dei quali l’olaparib è stato recentemente registrato dall’Agenzia Regolatoria Europea (EMA) come terapia di mantenimento nelle pazienti con recidiva platino-sensibile di carcinoma ovarico epiteliale sieroso di alto grado, di carcinoma delle tube di Fallopio e di carcinoma primitivo del peritoneo. In questo modo – prosegue il presidente AIOM – è possibile personalizzare la terapia e garantire una maggiore efficacia del trattamento. L’esame influisce sulla decisione del tipo di terapia e quindi deve essere facilmente accessibile per tutte le donne e i risultati disponibili in tempi compatibili con le necessità cliniche. L’esito del test richiama ancora l’importante problematica nei BRCA mutati in merito alla comunicazione e informazione dei familiari della paziente per il rischio di sviluppo di neoplasia, e quindi dell’organizzazione di adeguati e specifici percorsi. Il 25% delle portatrici di una variante patogenetica di BRCA ha una diagnosi di tumore dell’ovaio dopo i 60 anni”. “Queste raccomandazioni sono le ultime che abbiamo prodotto – conclude il prof. Pinto -In questi anni, insieme alla SIAPEC-IAP, abbiamo stabilito criteri condivisi che permettono di definire con precisione le caratteristiche biologiche ed i test patologici e molecolari richiesti in funzione della personalizzazione delle terapie in neoplasie ad importante impatto epidemiologico, quali i tumori della mammella, del colon-retto, del polmone, dello stomaco ed il melanoma”.

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Carcinoma polmonare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 gennaio 2015

carcinoma polmonareConcessa dall’Agenzia Italiana del Farmaco la rimborsabilità di afatinib, il primo inibitore che blocca in modo irreversibile i recettori della famiglia ErbB, indicato nel trattamento dei pazienti adulti con carcinoma polmonare non a piccole cellule, localmente avanzato o metastatico con mutazione del recettore del fattore di crescita dell’epidermide (EGFR), naïve agli inibitori tirosinchinasici di EGFR. Afatinib aveva già ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione Europea nel settembre 2013.
Grazie al suo meccanismo d’azione afatinib agisce su EGFR e sugli altri componenti della famiglia ErbB, recettori che svolgono un ruolo importante nella crescita e nella diffusione di tumori con un elevato tasso di mortalità come il carcinoma polmonare. E’, dunque, di fondamentale importanza individuare precocemente l’eventuale mutazione di EGFR, in modo da avviare il percorso terapeutico più appropriato fin dall’inizio.In pazienti con questo tipo di carcinoma polmonare afatinib ha mostrato negli studi clinici di ritardare in maniera significativa la progressione della malattia, oltre a migliorare i sintomi (es. dispnea, tosse, dolore toracico) e la qualità di vita dei pazienti.
In particolare, in uno studio di confronto con la chemioterapia, afatinib è stato il primo a documentare un vantaggio assoluto in termini di sopravvivenza. Questi nuovi dati sono stati recentemente pubblicati su The Lancet Oncology. Da questi emerge che pazienti con carcinoma polmonare con delezione dell’esone 19 del gene di EGFR, che hanno ricevuto afatinib come terapia di prima linea, sono vissuti oltre un anno in più rispetto a chi è stato trattato con chemioterapia standard, con una riduzione del rischio di morte del 41% (mediana di sopravvivenza complessiva pari a 33,3 mesi verso 21,1 mesi).“Gli enormi progressi compiuti dalla ricerca farmacologica e la conseguente offerta di soluzioni terapeutiche all’avanguardia, mirate a massimizzare il beneficio per i pazienti affetti da malattie gravi e invalidanti come quelle oncologiche, stanno rivoluzionando i percorsi di cura delle stesse – ha dichiarato Anna Maria Porrini, Presidente di Boehringer Ingelheim Italia – Per questo, forti della nostra competenza ed eccellenza scientifica nei campi della medicina polmonare e cardiovascolare, delle malattie metaboliche, della neurologia, virologia e immunologia, abbiamo intrapreso un importante programma di ricerca per sviluppare una gamma di terapie target oncologiche innovative dirette contro diversi tumori solidi ed ematologici, operando in stretta collaborazione con la comunità scientifica italiana e internazionale e numerosi centri oncologici di riferimento a livello mondiale. Afatinib è il nostro primo farmaco in quest’area terapeutica ad essere introdotto nella pratica clinica e amplierà il panorama terapeutico per il trattamento del carcinoma polmonare, cambiando profondamente la storia naturale della patologia.
Il gruppo Boehringer Ingelheim è una delle prime 20 aziende farmaceutiche del mondo. Il gruppo ha sede a Ingelheim, Germania, e opera a livello globale con 142 affiliate e più di 47.400 dipendenti. Fondata nel 1885, l’azienda a proprietà familiare si dedica a ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti innovativi dall’elevato valore terapeutico nel campo della medicina e della veterinaria.
Operare in maniera socialmente responsabile è un punto centrale della cultura e dell’impegno di Boehringer Ingelheim. La partecipazione a progetti sociali in tutto il mondo, quali ad esempio l’iniziativa “Making more Health”, e l’attenzione per i propri dipendenti sono parte di questo impegno di responsabilità sociale, così come lo sono il rispetto, le pari opportunità e la conciliazione dei tempi di lavoro e della famiglia che costituiscono le fondamenta della mutua collaborazione fra l’azienda e i suoi dipendenti, e l’attenzione all’ambiente, alla sua tutela e sostenibilità, che sono sottese in ogni attività che Boehringer Ingelheim intraprende.
Nel 2013, Boehringer Ingelheim ha registrato un fatturato netto di circa 14,1 miliardi di euro e investimenti in ricerca e sviluppo pari al 19,5% del proprio fatturato netto.

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Posted by fidest press agency su martedì, 30 settembre 2014

carcinoma polmonareCarcinoma polmonare a cellule squamose avanzato: uno studio di Fase III di confronto diretto dimostra una sopravvivenza libera da progressione dalla malattia superiore per afatinib rispetto a erlotinib
Lo studio LUX-Lung 8 ha raggiunto l’endpoint primario di miglioramento della sopravvivenza libera da progressione dalla malattia con afatinib rispetto a erlotinib dopo il fallimento della chemioterapia di prima linea a base di platino, riducendo il rischio di progressione della malattia del 18%1
La percentuale complessiva di eventi avversi gravi (> grado 3) è stata comparabile per i due farmaci 1
Circa il 30% di tutti i carcinomi polmonari non a piccole cellule sono a cellule squamose2,3 e solo il 15% dei pazienti ha una sopravvivenza pari o superiore a cinque anni4. Per questi pazienti, al momento, le opzioni terapeutiche disponibili sono limitate. Ingelheim, Germania, I risultati di Fase III dello studio LUX-Lung 8 di Boehringer Ingelheim, il primo a valutare l’efficacia di due diverse target therapy in un confronto diretto in pazienti con carcinoma polmonare avanzato a cellule squamose (SCC), indicano che la sopravvivenza libera da progressione della malattia (PFS – ovvero tempo che intercorre prima del peggioramento del tumore) è superiore con afatinib rispetto a erlotinib.1 Afatinib, un bloccante irreversibile della famiglia ErbB, ha mostrato miglioramenti significativi relativamente a diversi parametri d’efficacia, in particolare per l’endpoint primario di sopravvivenza libera da progressione della malattia, rispetto a erlotinib, dopo il fallimento della chemioterapia di prima linea.1 Il carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) è il tumore polmonare più diffuso, e circa il 30% dei tumori NSCLC sono carcinomi a cellule squamose.2,3 I risultati dello studio (abstract #12220) vengono presentati in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) 2014 in corso a Madrid
LUX-Lung 8 ha dimostrato che afatinib riduce il rischio di progressione della malattia del 18% rispetto a erlotinib e ritarda la crescita del tumore (di 2,4 mesi contro 1,9 mesi – PFS secondo revisione indipendente).1 Inoltre, afatinib ha dimostrato di apportare miglioramenti anche rispetto agli endpoint secondari: stabilizzazione della malattia (Disease Control Rate o DCR – ovvero la percentuale di pazienti con risposta completa, risposta parziale o tumore stabile 46% verso37%). La risposta obiettiva (Objective Response Rate o ORR – ovvero la percentuale dei pazienti con risposta completa o parziale) era numericamente più alta con afatinib rispetto a erlotinib1. Si è evidenziato, inoltre, un ritardo nel peggioramento dei sintomi del tumore polmonare e un miglioramento della qualità della vita e dello stato di salute globale. La percentuale di pazienti che hanno riferito miglioramento della tosse, dello stato di salute globale/qualità della vita è stata significativamente maggiore con afatinib rispetto a erlotinib.1 I risultati di sopravvivenza complessiva (OS), principale endpoint secondario,non sono ancora maturi e pertanto verranno valutati in una fase successiva del trial e riferiti in occasione di un futuro congresso medico. Glen D. Goss, co-lead investigator, M.D., Direttore della Clinical and Translational Research, The Ottawa Hospital Cancer Center, University of Ottawa Canada, ha così commentato: “I risultati di LUX-Lung 8 dimostrano un beneficio in termini di sopravvivenza libera da progressione della malattia con afatinib rispetto a erlotinib nel carcinoma polmonare a cellule squamose avanzato, un tumore con una prognosi infausta, per il quale le opzioni terapeutiche sono attualmente limitate.” Il Professor Jean Charles Soria, co-lead investigator, Head Drug Development Department, Gustave Roussy Cancer Centre, Paris, France, ha sottolineato “Inoltre, la terapia con afatinib ha avuto un impatto positivo sullo stato di salute generale e sulla qualità di vita dei pazienti, aspetti importanti per i medici che trattano pazienti con questa tipologia di carcinoma polmonare. Attendiamo con interesse i risultati di sopravvivenza globale”. La percentuale complessiva di eventi avversi severi (di grado 3 o superiore) e seri è stata comparabile per le due terapie. L’incidenza di eventi avversi severi (di grado 3 o superiore) è stata 50,2% nei pazienti trattati con afatinib rispetto a 49,1% con erlotinib. Si è osservata una maggiore incidenza di diarrea (9% verso 2%) e stomatite (3% verso 0%) di grado 3 o superiore nei pazienti trattati con afatinib rispetto a erlotinib, e di rash/acne di grado 3 o superiore con erlotinib rispetto ad afatinib (9% verso 6%).1 Vedere abstract #12220 per tutti i dettagli.Il meccanismo d’azione di afatinib differisce da quella di altri inibitori della tirosin-chinasi di EGFR come erlotinib, che hanno EGFR (ErbB1) come unico bersaglio, in quanto determina un blocco sostenuto, selettivo e completo di tutta la famiglia ErbB. Il meccanismo d’azione innovativo di afatinib può portare un beneficio terapeutico distinto. Il Professor Gerd Stehle, Vice President Area Terapeutica Oncologia di Boehringer Ingelheim, ha così commentato: “Questi dati si aggiungono alle numerose evidenze cliniche di efficacia e sicurezza di afatinib in diversi tipi di tumore polmonare. Hanno dimostrato per la prima volta la superiorità di afatinib rispetto a un’altra target therapy nel trattamento del carcinoma polmonare avanzato a cellule squamose. Sono una tappa importante nel progresso terapeutico per i pazienti affetti da questo tumore”.LUX-Lung 8 è lo studio prospettico più ampio a confrontare due target therapy di EGFR in pazienti con carcinoma avanzato a cellule squamose. E’ inoltre in corso un ulteriore studio di confronto diretto, tra afatinib e gefitinib, il LUX-Lung 7, come terapia di prima linea in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazioni di EGFR.Afatinib: indicazioni per cui è approvato e indicazioni per cui è in fase di studio
Afatinib è un farmaco approvato come terapia il carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) con mutazioni dei recettori del fattore di crescita epidermico (EGFR). Afatinib è approvato con questa indicazione in diversi paesi tra cui Unione Europea, Giappone, Taiwan, Canada e Stati Uniti. In altri Paesi è in fase di valutazione da parte delle autorità regolatorie. Afatinib non è approvato in altre indicazioni.
L’approvazione di afatinib come terapia del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), positivo per mutazioni EGFR, è basata sui risultati di sopravvivenza libera da progressione della malattia (endpoint primario), ottenuti nel programma di studi clinici LUX-Lung, in cui afatinib ha ritardato in maniera significativa l’avanzamento del tumore rispetto alla chemioterapia standard. Inoltre, i dati degli studi LUX-Lung 3 e 6 hanno dimostrato che afatinib è la prima terapia a mostrare un beneficio in termini di sopravvivenza complessiva dei pazienti con NSCLC con mutazioni EGFR, rispetto alla chemioterapia. Un beneficio significativo in termini di sopravvivenza complessiva è stato dimostrato separatamente, in entrambi gli studi, in pazienti con la mutazione EGFR più comune (delezione dell’esone 19 o Del19), rispetto a chemioterapia.Sono in corso studi di Fase III su afatinib nel carcinoma a cellule squamose della testa e del collo (HNSCC) e trial in altri tipi di tumore. I risultati dello studio LUX-Head & Neck 1 saranno presentati in occasione dell’ ESMO. (foto fonte Wikipedia)

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Carcinoma polmonare a cellule squamose avanzato.

Posted by fidest press agency su martedì, 30 settembre 2014

tumoreUno studio di Fase III di confronto diretto dimostra una sopravvivenza libera da progressione dalla malattia superiore per afatinib rispetto a erlotinib
Lo studio LUX-Lung 8 ha raggiunto l’endpoint primario di miglioramento della sopravvivenza libera da progressione dalla malattia con afatinib rispetto a erlotinib dopo il fallimento della chemioterapia di prima linea a base di platino, riducendo il rischio di progressione della malattia del 18%1
La percentuale complessiva di eventi avversi gravi (> grado 3) è stata comparabile per i due farmaci 1
Circa il 30% di tutti i carcinomi polmonari non a piccole cellule sono a cellule squamose2,3 e solo il 15% dei pazienti ha una sopravvivenza pari o superiore a cinque anni4. Per questi pazienti, al momento, le opzioni terapeutiche disponibili sono limitate. I risultati di Fase III dello studio LUX-Lung 8 di Boehringer Ingelheim, il primo a valutare l’efficacia di due diverse target therapy in un confronto diretto in pazienti con carcinoma polmonare avanzato a cellule squamose (SCC), indicano che la sopravvivenza libera da progressione della malattia (PFS – ovvero tempo che intercorre prima del peggioramento del tumore) è superiore con afatinib rispetto a erlotinib.1 Afatinib, un bloccante irreversibile della famiglia ErbB, ha mostrato miglioramenti significativi relativamente a diversi parametri d’efficacia, in particolare per l’endpoint primario di sopravvivenza libera da progressione della malattia, rispetto a erlotinib, dopo il fallimento della chemioterapia di prima linea.1 Il carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) è il tumore polmonare più diffuso, e circa il 30% dei tumori NSCLC sono carcinomi a cellule squamose.2,3 I risultati dello studio (abstract #12220) vengono presentati oggi in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) 2014 in corso a Madrid (26 – 30 settembre 2014).
LUX-Lung 8 ha dimostrato che afatinib riduce il rischio di progressione della malattia del 18% rispetto a erlotinib e ritarda la crescita del tumore (di 2,4 mesi contro 1,9 mesi – PFS secondo revisione indipendente).1 Inoltre, afatinib ha dimostrato di apportare miglioramenti anche rispetto agli endpoint secondari: stabilizzazione della malattia (Disease Control Rate o DCR – ovvero la percentuale di pazienti con risposta completa, risposta parziale o tumore stabile 46% verso37%). La risposta obiettiva (Objective Response Rate o ORR – ovvero la percentuale dei pazienti con risposta completa o parziale) era numericamente più alta con afatinib rispetto a erlotinib1. Si è evidenziato, inoltre, un ritardo nel peggioramento dei sintomi del tumore polmonare e un miglioramento della qualità della vita e dello stato di salute globale. La percentuale di pazienti che hanno riferito miglioramento della tosse, dello stato di salute globale/qualità della vita è stata significativamente maggiore con afatinib rispetto a erlotinib.1 I risultati di sopravvivenza complessiva (OS), principale endpoint secondario,non sono ancora maturi e pertanto verranno valutati in una fase successiva del trial e riferiti in occasione di un futuro congresso medico. Glen D. Goss, co-lead investigator, M.D., Direttore della Clinical and Translational Research, The Ottawa Hospital Cancer Center, University of Ottawa Canada, ha così commentato: “I risultati di LUX-Lung 8 dimostrano un beneficio in termini di sopravvivenza libera da progressione della malattia con afatinib rispetto a erlotinib nel carcinoma polmonare a cellule squamose avanzato, un tumore con una prognosi infausta, per il quale le opzioni terapeutiche sono attualmente limitate.” Il Professor Jean Charles Soria, co-lead investigator, Head Drug Development Department, Gustave Roussy Cancer Centre, Paris, France, ha sottolineato “Inoltre, la terapia con afatinib ha avuto un impatto positivo sullo stato di salute generale e sulla qualità di vita dei pazienti, aspetti importanti per i medici che trattano pazienti con questa tipologia di carcinoma polmonare. Attendiamo con interesse i risultati di sopravvivenza globale”. La percentuale complessiva di eventi avversi severi (di grado 3 o superiore) e seri è stata comparabile per le due terapie. L’incidenza di eventi avversi severi (di grado 3 o superiore) è stata 50,2% nei pazienti trattati con afatinib rispetto a 49,1% con erlotinib. Si è osservata una maggiore incidenza di diarrea (9% verso 2%) e stomatite (3% verso 0%) di grado 3 o superiore nei pazienti trattati con afatinib rispetto a erlotinib, e di rash/acne di grado 3 o superiore con erlotinib rispetto ad afatinib (9% verso 6%).1 Vedere abstract #12220 per tutti i dettagli.Il meccanismo d’azione di afatinib differisce da quella di altri inibitori della tirosin-chinasi di EGFR come erlotinib, che hanno EGFR (ErbB1) come unico bersaglio, in quanto determina un blocco sostenuto, selettivo e completo di tutta la famiglia ErbB. Il meccanismo d’azione innovativo di afatinib può portare un beneficio terapeutico distinto. Il Professor Gerd Stehle, Vice President Area Terapeutica Oncologia di Boehringer Ingelheim, ha così commentato: “Questi dati si aggiungono alle numerose evidenze cliniche di efficacia e sicurezza di afatinib in diversi tipi di tumore polmonare. Hanno dimostrato per la prima volta la superiorità di afatinib rispetto a un’altra target therapy nel trattamento del carcinoma polmonare avanzato a cellule squamose. Sono una tappa importante nel progresso terapeutico per i pazienti affetti da questo tumore”. LUX-Lung 8 è lo studio prospettico più ampio a confrontare due target therapy di EGFR in pazienti con carcinoma avanzato a cellule squamose.
E’ inoltre in corso un ulteriore studio di confronto diretto, tra afatinib e gefitinib, il LUX-Lung 7, come terapia di prima linea in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazioni di EGFR.
Afatinib: indicazioni per cui è approvato e indicazioni per cui è in fase di studio Afatinib è un farmaco approvato come terapia il carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) con mutazioni dei recettori del fattore di crescita epidermico (EGFR). Afatinib è approvato con questa indicazione in diversi paesi tra cui Unione Europea, Giappone, Taiwan, Canada e Stati Uniti. In altri Paesi è in fase di valutazione da parte delle autorità regolatorie. Afatinib non è approvato in altre indicazioni.L’approvazione di afatinib come terapia del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), positivo per mutazioni EGFR, è basata sui risultati di sopravvivenza libera da progressione della malattia (endpoint primario), ottenuti nel programma di studi clinici LUX-Lung, in cui afatinib ha ritardato in maniera significativa l’avanzamento del tumore rispetto alla chemioterapia standard. Inoltre, i dati degli studi LUX-Lung 3 e 6 hanno dimostrato che afatinib è la prima terapia a mostrare un beneficio in termini di sopravvivenza complessiva dei pazienti con NSCLC con mutazioni EGFR, rispetto alla chemioterapia. Un beneficio significativo in termini di sopravvivenza complessiva è stato dimostrato separatamente, in entrambi gli studi, in pazienti con la mutazione EGFR più comune (delezione dell’esone 19 o Del19), rispetto a chemioterapia.Sono in corso studi di Fase III su afatinib nel carcinoma a cellule squamose della testa e del collo (HNSCC) e trial in altri tipi di tumore. I risultati dello studio LUX-Head & Neck 1 saranno presentati in occasione dell’ ESMO.
Il gruppo Boehringer Ingelheim è una delle prime 20 aziende farmaceutiche del mondo. Il gruppo ha sede a Ingelheim, Germania, e opera a livello globale con 142 affiliate e più di 47.400 dipendenti. Fondata nel 1885, l’azienda a proprietà familiare si dedica a ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti innovativi dall’elevato valore terapeutico nel campo della medicina e della veterinaria. Operare in maniera socialmente responsabile è un punto centrale della cultura e dell’impegno di Boehringer Ingelheim. La partecipazione a progetti sociali in tutto il mondo, quali ad esempio l’iniziativa “Making more Health”, e l’attenzione per i propri dipendenti sono parte di questo impegno di responsabilità sociale, così come lo sono il rispetto, le pari opportunità e la conciliazione dei tempi di lavoro e della famiglia che costituiscono le fondamenta della mutua collaborazione fra l’azienda e i suoi dipendenti, e l’attenzione all’ambiente, alla sua tutela e sostenibilità, che sono sottese in ogni attività che Boehringer Ingelheim intraprende.Nel 2013, Boehringer Ingelheim ha registrato un fatturato netto di circa 14,1 miliardi di euro e investimenti in ricerca e sviluppo pari al 19,5% del suo fatturato netto.

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Tumore al polmone

Posted by fidest press agency su martedì, 3 giugno 2014

carcinoma al polmone fonte wikipendiaChicago. Una nuova arma per affrontare il tumore del polmone, uno dei più frequenti e aggressivi. Un’analisi, che ha combinato i dati di due studi di Fase III (LUX-Lung 3 e LUX-Lung 6), dimostra che il trattamento con afatinib in prima linea riduce il rischio di mortalità del 19% in pazienti colpiti da carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), con mutazioni comuni di EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico). I dati sono presentati al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago. Nel 2013 nel nostro Paese si sono registrate 38.000 nuove diagnosi, di cui circa il 30% nelle donne, e il fumo resta il principale fattore di rischio per questa neoplasia. “Si tratta di uno studio rivoluzionario – sottolinea il prof. Lucio Crinò dell’Oncologia dell’Ospedale di Perugia – che conferma i progressi nel trattamento di questa neoplasia. Solo fino a 15 anni fa avevamo a disposizione pochissime armi, mentre oggi siamo in grado di offrire opzioni terapeutiche sempre più importanti e innovative. Afatinib, in particolare, come evidenziano i dati presentati al congresso ASCO, conferma di essere una molecola fondamentale, che può garantire una svolta reale nel trattamento di questo tumore. Ci auguriamo che, quanto prima, possa essere messa a disposizione dei pazienti del nostro Paese”. I risultati dell’analisi combinata dei dati di due dei più ampi studi condotti su questa popolazione di pazienti indicano che afatinib, sviluppato da Boehringer Ingelheim, ha prolungato di 3 mesi (valore mediano) la sopravvivenza globale delle persone con carcinoma polmonare con mutazioni comuni di EGFR rispetto alla chemioterapia standard (sopravvivenza globale mediana rispettivamente di 27,3 mesi vs 24,3 mesi), riducendo in modo significativo il rischio di mortalità del 19%. Una diminuzione più marcata del rischio di mortalità, pari al 41%, è stata rilevata nei pazienti con la mutazione più comune di EGFR (delezione dell’esone 19). I dati di questa analisi hanno evidenziato con afatinib un prolungamento della sopravvivenza dei pazienti con tumore polmonare con la mutazione più comune dell’EGFR (del 19) in confronto a chemioterapia standard, con una mediana di più di 12 mesi in entrambi gli studi (LUX-Lung 3: 33.3 mesi verso 21.1 mesi. Lux-Lung 6: 31.4 mesi verso 18.4 mesi). Le conclusioni di questa analisi confermano ulteriormente i risultati resi noti in precedenza, sul ritardo della progressione del tumore (sopravvivenza libera da progressione), sul miglior controllo dei sintomi del carcinoma polmonare e sugli eventi avversi associati ad afatinib rispetto alla chemioterapia standard. Commentando i risultati di sopravvivenza globale, il principal investigator Professor James Chih-Hsin Yang, M.D., Ph.D., della Clinica Universitaria Nazionale di Taiwan, ha dichiarato che “i risultati dei due studi su afatinib mostrano singolarmente per la prima volta che, nonostante il cross-over nelle terapie successive, l’uso di un farmaco target come terapia di prima linea può aumentare la sopravvivenza globale, rispetto alla chemioterapia, nei pazienti con tumore polmonare con delezione dell’esone 19 di EGFR. Questi risultati si aggiungono all’elenco di benefici già dimostrati in questi studi, tra cui maggior riduzione della massa tumorale, controllo prolungato della malattia e dei sintomi invalidanti ad essa associati quali tosse, dolore e dispnea”.(immagine: carcinoma al polmone fonte wikipendia)

 

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Tumore al polmone

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 settembre 2013

Italiano: Incisione chirurgica per il trattame...

Italiano: Incisione chirurgica per il trattamento del tumore del polmone (Photo credit: Wikipedia)

Amsterdam. Svolta nel trattamento del tumore del polmone, una delle neoplasie più aggressive che ogni anno nel nostro Paese fa registrare 38.500 nuovi casi e 34.500 decessi. La Commissione Europea ha espresso parere favorevole per l’utilizzo di afatinib in pazienti con diversi tipi di tumore polmonare non a piccole cellule (NSCLC). Sviluppato da Boehringer Ingelheim, ha dimostrato di offrire un beneficio superiore rispetto alla chemioterapia standard nel ritardare la progressione del tumore e nel migliorare i sintomi associati alla malattia1 . La molecola è il primo inibitore della famiglia ErbB. “Grazie al suo meccanismo di azione, afatinib inibisce in maniera irreversibile EGFR e gli altri componenti della famiglia ErbB, che svolgono un ruolo centrale nello sviluppo e nella diffusione dei tumori più pervasivi e a mortalità elevata – ha dichiarato il dott. Sanjay Popat, oncologo al Royal Marsden NHS Foundation Trust di Londra e sperimentatore dello studio LUX-Lung 3 – I risultati degli studi clinici dimostrano l’efficacia di afatinib nel ritardare la crescita tumorale e nel migliorare i sintomi associati al carcinoma polmonare, e ciò lo rende un’importante nuova alternativa terapeutica disponibile in Europa”. Questa neoplasia è una delle più diffuse, con 1,6 milioni di nuovi casi ogni anno nel mondo 2. È anche la più letale, con un numero di decessi maggiore rispetto al cancro del colon, del seno e della prostata insieme3. Solo in Europa determina circa 270.000 decessi ogni anno. Benché l’incidenza sia superiore negli uomini, vi sono stime che indicano che, entro il 2015, potrebbe superare il carcinoma mammario come prima causa di morte per cancro nelle donne in tutto il Continente4. Il cancro polmonare non è un’unica patologia, ma comprende diversi sottotipi che possono essere caratterizzati dalla presenza nelle cellule tumorali di recettori, spesso alterati o iperespressi. EGFR (che fa parte della famiglia di recettori ErbB) è uno di questi marker molecolari. La prevalenza di tumori con mutazioni di EGFR è del 10-15% nei pazienti caucasici e del 40% nei pazienti asiatici NSCLC 5. Nell’ambito degli studi clinici su pazienti affetti da questo tipo di tumore polmonare, afatinib ha dimostrato di ritardare in maniera significativa la progressione della malattia, oltre a migliorare i sintomi ad essa associati (es. dispnea, tosse e dolore toracico) e la qualità di vita dei pazienti.1,6 È, pertanto, di fondamentale importanza eseguire precocemente il test per la valutazione dello stato mutazionale di EGFR e avviare il giusto percorso terapeutico, in modo che i pazienti, fin dall’inizio, abbiano la possibilità di ricevere la terapia più appropriata. “Siamo soddisfatti della decisione della Commissione Europea. Ci auguriamo che questa sia la prima di molte altre approvazioni per i farmaci che fanno parte del nostro programma di ricerca in oncologia – ha commentato il Professor Klaus Dugi, Corporate Senior Vice President Medicine di Boehringer Ingelheim -. La sua approvazione in Europa rafforza il nostro impegno a rendere disponibili per i pazienti le terapie più adatte alle loro necessità specifiche. É un passo importante per rispondere a un forte bisogno clinico insoddisfatto di terapie per il tumore polmonare”.

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Carcinoma mammario metastatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 dicembre 2011

Squamous carcinoma of the cervix

Presentati, in occasione del 34º San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS) CTRC-AACR che si tiene dal 6 al 10 dicembre 2011, i risultati di CLEOPATRA, il primo studio randomizzato di fase III con il farmaco “target” rivolto verso HER2, pertuzumab. Lo studio ha posto a confronto la combinazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia a base di docetaxel con trastuzumab e docetaxel in pazienti con carcinoma mammario metastatico (mBC) HER2-positivo non precedentemente trattato. I pazienti trattati con pertuzumab in combinazione con trastuzumab e chemioterapia hanno ottenuto una riduzione pari al 38% del rischio di peggioramento della malattia o di mortalità (sopravvivenza libera da progressione, o PFS), (HR=0,62; valore p=<0,0001). La PFS mediana è migliorata di 6,1 mesi (da 12,4 mesi per trastuzumab e chemioterapia a 18,5 mesi per pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia). I dati sulla sopravvivenza globale (OS) sono attualmente immaturi, con una tendenza a favore della combinazione con pertuzumab.Non si sono osservati nuovi segnali sulla sicurezza della terapia e gli eventi avversi sono stati in linea con quelli verificatisi in studi precedenti con pertuzumab e trastuzumab, in associazione o in monoterapia.I risultati saranno inseriti nel programma stampa ufficiale del SABCS.I dati sono stati pubblicati nell’edizione online del New England Journal of Medicine. Genentech ha presentato alla FDA la Biologics License Application (richiesta di licenza per il commercio dei farmaci) per pertuzumab per le pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2-positivo non precedentemente trattato e Roche ha presentato, all’Agenzia Europea, la domanda per l’autorizzazione al commercio per pertuzumab nella stessa indicazione.“Studiamo la via di trasduzione del segnale dell’HER2 da 30 anni con l’obiettivo di offrire farmaci personalizzati alle pazienti affette da carcinoma mammario HER2-positivo”, ha dichiarato Hal Barron, M.D., Chief Medical Officer e Head, Global Product Development. “Questi risultati mostrano che presto saremo in grado di migliorare l’attuale standard terapeutico, costituito da trastuzumab più chemioterapia, in modo da aiutare le pazienti affette da questa forma avanzata di cancro”. Si ritiene che i meccanismi di azione di pertuzumab e trastuzumab siano complementari tra loro, poiché entrambi si legano al recettore HER2, ma in regioni differenti del recettore stesso, potendo così fornire un blocco più completo delle vie di trasduzione del segnale di HER.

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Tumori neuroendocrini

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 settembre 2011

Viagrande (CT), Se ne parla poco perché sono rari anche se aggressivi e in crescita. Sono i tumori neuroendocrini (NETs dall’inglese “neuroendocrine tumors”) la cui incidenza negli ultimi dieci anni è cresciuta del 2%, con una media di 8-10 casi ogni 100mila abitanti, che tradotto significa 2500 nuovi malati all’anno in Italia. Colpiscono gli uomini e le donne e aggrediscono sia adulti che bambini, benché siano più numerosi nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni.“Si tratta di carcinomi le cui cellule hanno caratteristiche comuni alle cellule nervose ed endocrine – spiega il dottor Dario Giuffrida, direttore del dipartimento di Oncologia dell’Istituto oncologico del Mediterraneo di Viagrande, a pochi chilometri da Catania – e sono in grado di produrre sostanze di tipo ormonale o simil-ormonale che possono manifestare sindromi specifiche. Nel 70% sono più diffusi quelli gastro-entero-pancreatici e toracici, ma possono interessare ogni organo e tessuto. Un tempo appartenevano alla categoria dei tumori rari per la loro bassa frequenza ma negli ultimi dieci anni l’incidenza è aumentata notevolmente rispetto ad altri tipi di tumore (mammella, polmone, colon)”. È ancora molto difficile riconoscere un malato con tumore neuroendocrino, perché è un carcinoma silente per anni, che cresce lentamente e spesso diventa metastatico prima di essere sintomatico.
“I sintomi con cui questi tumori si presentano sono spesso aspecifici – commenta il dottor Giuffrida – e ciò può condizionare nel 60-65% dei casi un ritardo nella diagnosi. Circa il 35-40% di questi tumori manifestano una sintomatologia abbastanza specifica ma difficile da interpretare, che può essere data da diarrea, arrossamenti cutanei (flushes) al volto, al collo e alla parte anteriore del torace, accompagnati da tachicardia, vomito e dolori addominali. Quando si presentano questi sintomi e la diagnostica comune non riesce a mettere in evidenza o a chiarire il quadro clinico, alla base ci potrebbe essere un tumore neuroendocrino”.
“Tra i farmaci chemioterapici più attivi ricordiamo la streptozotocina, la dacarbazina, la temozolamide e i derivati del platino. Lo sviluppo di farmaci che hanno meccanismi d’azione molto più selezionati può permettere un’efficacia maggiore e una riduzione della tossicità, tenendo conto che potrebbe essere utile arrivare all’utilizzo di farmaci sulla base di prove di vitalità o di mortalità indotte sulle cellule tumorali. Si potrebbe arrivare a terapie mirate per singolo tumore ma anche per singolo paziente”. Centro oncologico specializzato e punto di riferimento per la Sicilia è l’Istituto Oncologico del Mediterraneo-U.O. Oncologia Medica, conosciuto anche come IOM, che riesce a conciliare eccellenze scientifiche, diagnostiche e terapeutiche con il rispetto del malato e della sua patologia. (p1010)

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Carcinoma avanzato della vescica

Posted by fidest press agency su domenica, 10 aprile 2011

In Europa, il carcinoma della vescica colpisce oltre 100.000 persone ogni anno ed è responsabile di circa 40.000 decessi. In Italia, in base ai dati dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRT), il cancro della vescica risulta al 4° posto in termini di frequenza fra i maschi, con il 9% del totale delle diagnosi tumorali, mentre nelle donne è all’11° posto con il 2,7%. In  termini di mortalità rappresenta il 4,5% del totale dei decessi causati da neoplasie negli uomini e l’1,7% nelle donne. Le stime per il nostro Paese indicano un totale di 16.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno tra i maschi e di circa 3.500 tra le femmine, con una mortalità complessiva di oltre 5.000 persone.Il trattamento tempestivo della malattia migliora la prognosi e, a seconda della gravità, esistono diverse terapie raccomandate, tanto è vero che la mortalità da tumore della vescica è in costante riduzione nel corso degli anni. Purtroppo, tuttavia, Il carcinoma della vescica in fase avanzata o metastatico rimane associato a una prognosi infausta. “In caso di malattia localmente avanzata o metastatica è necessario un trattamento chemioterapico e, da diversi anni, lo standard è rappresentato da una combinazione contenente sali di platino. Purtroppo anche con la migliore chemioterapia il controllo della malattia e dei sintomi ad essa correlati raramente supera l’ anno e l’uso di altri farmaci chemioterapici  non ha dimostrato finora maggiori benefici ”, ha spiegato Enrico Cortesi, Primario del reparto di Oncologia B del Policlinico Umberto I di Roma, in occasione della Conferenza Nazionale AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica) sui “Tumori urologici”, che si è aperta oggi a Torino.Oggi è disponibile un nuove chemioterapico – vinflunina – che ha dimostrato di essere efficace dove le cure standard hanno fallito. “Vinflunina è il primo farmaco che abbia dimostrato reali benefici clinici nelle persone colpite da tumore alla vescica in progressione da una precedente chemioterapia”, ha detto Joquim Bellmunt, Direttore del Dipartimento di oncologia medica dell’ospedale universitario “Hospital del Mar” di Barcellona, coordinatore degli studi clinici europei che hanno portato alla registrazione del nuovo chemioterapico. “E’, infatti, l’unico farmaco che abbia sinora mostrato di allungare la vita di questi pazienti”, ha aggiunto. Secondo i risultati degli studi, vinflunina in monoterapia prolunga la sopravvivenza dei pazienti di oltre 2,5 mesi, rispetto al trattamento con sola terapia di supporto, con una riduzione del rischio di mortalità del 22%. Inoltre, il nuovo chemioterapico produce benefici significativi, oltre che sul controllo della malattia, anche sul preservare e migliorare la qualità di vita del paziente. Grazie al suo meccanismo d’azione mirato – vinflunina agisce inibendo l’azione dei microtubuli, specifiche strutture coinvolte nei processi di moltiplicazione delle cellule cancerose – “il farmaco rappresenta una reale opportunità nel trattamento clinico di queste forme di tumore uroteliale particolarmente serie e per le quali ad oggi le possibilità terapeutiche erano insufficienti”, ha concluso Cortesi.

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