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Posts Tagged ‘cardiovascolare’

Prevenzione cardiovascolare secondaria: la cardioaspirina è il primo salvavita

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

Ancora oggi, dopo oltre 120 anni di storia, la cardioaspirina si conferma un pilastro della prevenzione secondaria nei pazienti che hanno avuto un evento cardiovascolare come ictus o infarto. A dimostrarlo uno studio, diretto e coordinato da Humanitas, pubblicato su Lancet che ha dimostrato che le tienopiridine, farmaci antiaggreganti in grado di inibire l’attività del P2Y12, non danno benefici sostanziali rispetto alla cardioaspirina, che dunque rimane il farmaco antiaggregante di riferimento per la prevenzione cardiovascolare secondaria.La meta-analisi è stata condotta su 9 trial realizzati negli ultimi 30 anni, mettendo a confronto diretto la cardioaspirina con i nuovi farmaci antiaggreganti su una popolazione di oltre 40mila pazienti. “Tutti i pazienti in prevenzione secondaria devono assumere un antiaggregante. Abbiamo cercato di rispondere alla domanda se questi nuovi farmaci antiaggreganti diano o meno benefici paragonati alla cardioaspirina, focalizzandoci su degli endpoint molto significativi per il paziente, ovvero l’impatto sulla mortalità e sul rischio di un nuovo infarto o ictus” – spiega il coordinatore dello studio Prof. Giulio Stefanini, cardiologo di Humanitas e docente di Humanitas University. I risultati hanno evidenziato che i benefici della terapia con tienopiridine sono marginali rispetto a quelli con la cardioaspirina. “Per prevenire un solo infarto del miocardio abbiamo bisogno di trattare con i nuovi antiaggreganti 244 pazienti, un numero eccessivamente alto per giustificare la nuova terapia in sostituzione della cardioaspirina” continua Stefanini “oltretutto senza alcun effetto sul rischio di mortalità”.

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Rischio cardiovascolare, nuove prove di un legame con il consumo di carne

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 febbraio 2020

Mangiare due porzioni di carne rossa, carne lavorata o pollame, ma non di pesce, alla settimana sarebbe legato a un aumento del rischio del 3-7% di malattie cardiovascolari, mentre assumere due porzioni di carne rossa o di carne lavorata, ma non di pollame o pesce, alla settimana, a un aumento del 3% del rischio di morte da tutte le cause. Questo è quanto riferisce un nuovo ampio studio pubblicato su Jama Internal Medicine. «Si tratta di un aumento esiguo, è vero, ma vale la pena provare a ridurre la carne rossa e quella lavorata come salame, mortadella e salumi, anche perché il consumo di carne rossa è costantemente collegato ad altri problemi di salute come il cancro» afferma Norrina Allen, della Northwestern University Feinberg School of Medicine, autrice senior del lavoro. I ricercatori hanno analizzato i dati di 29.682 persone, di età media pari a 53,7 anni al basale, che hanno riferito personalmente i dettagli della propria dieta. Ebbene, l’analisi dei dati ha mostrato, oltre a un aumento del rischio dal 3 al 7% di malattie cardiovascolari e morte prematura per le persone che hanno mangiato carne rossa e carne lavorata, un rischio maggiore del 4% di malattie cardiovascolari per le persone che hanno consumato due porzioni a settimana di pollame, anche se le prove non sono state sufficienti per formulare una chiara raccomandazione sull’assunzione di pollame. Infatti, la relazione potrebbe essere dovuta al metodo di cottura del pollo e al consumo della pelle, piuttosto che alla carne di pollo di per sé. Non è stata invece riscontrata alcuna associazione tra consumo di pesce e malattie cardiovascolari o mortalità. Gli autori sottolineano che lo studio presenta alcuni limiti, come il fatto che la dieta sia stata riferita dai partecipanti e che sia stata valutata una sola volta, mentre i comportamenti alimentari potrebbero essere cambiati nel tempo. Inoltre, non sono stati presi in considerazione i metodi di cottura, ed è noto che l’assunzione di pollo fritto e pesce fritto è positivamente collegata alle malattie croniche. «La modifica dell’assunzione di questi alimenti proteici di origine animale può essere una strategia importante per contribuire a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e la morte prematura a livello di popolazione» concludono gli autori. JAMA Int Med 2020. Doi: 10.1001/jamainternmed.2019.6969 https://doi.org/ 10.1001/jamainternmed.2019.6969 by Doctor 33)

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Il colesterolo non-HDL è utile per la stratificazione del rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Secondo i risultati di uno studio appena pubblicato su The Lancet, primo autore Fabian Brunner del dipartimento di Cardiologia all’University Heart & Vascular Center di Amburgo, le concentrazioni nel sangue di colesterolo non-HDL si associano in modo significativo al rischio a lungo termine di eventi cardiovascolari.«L’importanza delle concentrazioni di lipidi nel sangue e della terapia ipolipemizzante nella prognosi a lungo termine delle malattie cardiovascolari non è del tutto chiara» scrivono i ricercatori, che per meglio valutarla hanno messo a punto un semplice strumento in grado di stimare con buona approssimazione le probabilità di sviluppare una malattia cardiovascolare all’età di 75 anni. «L’algoritmo, utilizzando l’età, il genere e i fattori di rischio di ogni paziente, calcola la riduzione del rischio cardiovascolare ipotizzando una diminuzione del 50% dei valori di colesterolo non-HDL» spiega il ricercatore.
Per metterlo a punto gli autori hanno utilizzato i dati provenienti da 19 paesi riguardanti 398.846 persone. Dell’intera popolazione oggetto di studio, 199.415 soggetti sono stati inclusi nella coorte di derivazione e 199.431 in quella di validazione. «Durante un follow-up massimo di 43,6 anni si sono verificati 54.542 eventi cardiovascolari» scrivono i ricercatori, che usando la curva di incidenza hanno scoperto che l’aumento delle categorie di colesterolo non-HDL si associa a percentuali di eventi cardiovascolari progressivamente più alte a partire dai 30 anni di età. Ma non solo: anche i risultati dell’analisi multivariata indicano una correlazione significativa tra concentrazione di colesterolo non-HDL e malattie cardiovascolari. «I livelli di colesterolo non HDL nel sangue sono fortemente associati al rischio a lungo termine di malattie cardiovascolari aterosclerotiche. Questi dati potrebbero essere utili per la comunicazione medico-paziente sulle strategie di prevenzione primaria» conclude Brunner. (fonte Doctor33)

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Rischio cardiovascolare, risultati incoraggianti dal congresso Aha 2019. Le novità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

In occasione del congresso dell’American Heart Association (AHA) svoltosi a Philadelphia sono stati presentati i risultati di 2 analisi combinate di 4 studi clinici di fase 3 sull’acido bempedoico, indicato per le persone con ipercolesterolemia e alto rischio cardiovascolare (CV) che non raggiungono livelli target di colesterolo LDL (C-LDL). Il farmaco, la cui richiesta all’immissione in commercio è in corso di valutazione, aggiunto alla massima dose tollerata di statine, ha ridotto il C-LDL e, nei pazienti diabetici trattati per 12 settimane, ha ridotto l’emoglobina A1c rispetto al trattamento con placebo.«Ci sono evidenze che dimostrano che alcuni trattamenti ipolipemizzanti possano aumentare il rischio di diabete, quindi è incoraggiante per noi osservare che l’acido bempedoico, in aggiunta a terapie preesistenti, riduce il colesterolo senza tuttavia influenzare negativamente il controllo glicemico» ha affermato Wolfgang Zierhut, della Daiichi Sankyo Europa. Nel corso di un’altra presentazione, che ha riguardato un’analisi dello studio FOURIER, sono stati mostrati i vantaggi del trattamento con evolocumab nei pazienti colpiti da infarto nell’anno precedente, che sono a rischio di successivo evento CV maggiore rispetto a quelli colpiti tempo prima. Il farmaco, approvato in più di 70 paesi, ha ridotto il rischio in misura maggiore nei pazienti con infarto recente. Inoltre, non ha avuto ripercussioni sulla funzione cognitiva riportata dai pazienti con malattia CV stabile anche se con livelli di C-LDL molto bassi. Nuove analisi anche per lo studio di fase III PARAGON-HF condotto su pazienti affetti da insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata (HFpEF). Alcuni sottogruppi potrebbero trarre benefici dal trattamento con sacubitril/valsartan, approvato per l’insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione, rispetto al solo valsartan. È stata osservata una riduzione del rischio del numero di ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e mortalità da cause CV soprattutto nelle donne e nei pazienti sottoposti a screening durante il ricovero o entro 30 giorni dopo. L’analisi aggregata dei dati di PARAGON-HF e di PARADIGM-HF mostra benefici massimi in caso di pazienti con valori frazione di eiezione ventricolare sinistra inferiore al 60%. «I dati aiutano a capire meglio la natura eterogenea della HFpEF e il potenziale beneficio di sacubitril/valsartan per chi ha ancora bisogno di un’opzione terapeutica» ha dichiarato Scott Solomon del Brigham and Women’s Hospital negli Stati Uniti. (fonte doctor33)
In occasione del congresso dell’American Heart Association (AHA) svoltosi a Philadelphia sono stati presentati i risultati di 2 analisi combinate di 4 studi clinici di fase 3 sull’acido bempedoico, indicato per le persone con ipercolesterolemia e alto rischio cardiovascolare (CV) che non raggiungono livelli target di colesterolo LDL (C-LDL). Il farmaco, la cui richiesta all’immissione in commercio è in corso di valutazione, aggiunto alla massima dose tollerata di statine, ha ridotto il C-LDL e, nei pazienti diabetici trattati per 12 settimane, ha ridotto l’emoglobina A1c rispetto al trattamento con placebo.«Ci sono evidenze che dimostrano che alcuni trattamenti ipolipemizzanti possano aumentare il rischio di diabete, quindi è incoraggiante per noi osservare che l’acido bempedoico, in aggiunta a terapie preesistenti, riduce il colesterolo senza tuttavia influenzare negativamente il controllo glicemico» ha affermato Wolfgang Zierhut, della Daiichi Sankyo Europa. Nel corso di un’altra presentazione, che ha riguardato un’analisi dello studio FOURIER, sono stati mostrati i vantaggi del trattamento con evolocumab nei pazienti colpiti da infarto nell’anno precedente, che sono a rischio di successivo evento CV maggiore rispetto a quelli colpiti tempo prima. Il farmaco, approvato in più di 70 paesi, ha ridotto il rischio in misura maggiore nei pazienti con infarto recente. Inoltre, non ha avuto ripercussioni sulla funzione cognitiva riportata dai pazienti con malattia CV stabile anche se con livelli di C-LDL molto bassi. Nuove analisi anche per lo studio di fase III PARAGON-HF condotto su pazienti affetti da insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata (HFpEF). Alcuni sottogruppi potrebbero trarre benefici dal trattamento con sacubitril/valsartan, approvato per l’insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione, rispetto al solo valsartan. È stata osservata una riduzione del rischio del numero di ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e mortalità da cause CV soprattutto nelle donne e nei pazienti sottoposti a screening durante il ricovero o entro 30 giorni dopo. L’analisi aggregata dei dati di PARAGON-HF e di PARADIGM-HF mostra benefici massimi in caso di pazienti con valori frazione di eiezione ventricolare sinistra inferiore al 60%. «I dati aiutano a capire meglio la natura eterogenea della HFpEF e il potenziale beneficio di sacubitril/valsartan per chi ha ancora bisogno di un’opzione terapeutica» ha dichiarato Scott Solomon del Brigham and Women’s Hospital negli Stati Uniti. (fonte doctor33)

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Prevenzione del rischio cardiovascolare nelle persone con diabete

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

Milano, 14 novembre 2019 – ore 10.00 Belvedere 39° piano – Palazzo Lombardia – Nucleo 1 Piazza Città di Lombardia, 1 In occasione della giornata mondiale del diabete, arriva a Milano la campagna di informazione nazionale “Al Cuore del diabete”, realizzata con il patrocinio di SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, in connessione con il progetto internazionale Cities Changing Diabetes per informare le persone con diabete sulla gestione della malattia al fine di ridurre le complicanze ad essa correlate. Questo evento sarà un’occasione di confronto tra rappresentanti di Istituzioni, società scientifiche, professionisti sanitari e associazioni di pazienti per delineare azioni efficaci per arginare la crescente diffusione del diabete e per sensibilizzare sull’importanza del controllo glicemico, del peso corporeo e di tutti gli altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo di complicanze, in particolare di quelle cardiovascolari, che rappresentano la principale causa di morte e disabilità nelle persone con diabete tipo 2.

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Polipillola antipertensiva e ipolipemizzante riduce di un quarto il rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 ottobre 2019

Una sola compressa con basse dosi di tre farmaci antipertensivi e uno per abbassare il colesterolo riduce di un quarto il rischio di malattie cardiovascolari, secondo quanto conclude uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine. «Nonostante la cosiddetta polipillola in prevenzione cardiovascolare sia già stata studiata, ci sono pochi dati sull’omogeneità dei suoi effetti in differenti popolazioni di pazienti. Resta infatti da chiarire se i benefici ottenuti siano a solo vantaggio degli individui con elevati fattori di rischio individuale, mentre quelli a rischio normale ne subiscano invece solo gli effetti collaterali con poco vantaggio in termini di prevenzione cardiovascolare» afferma Thomas Wang, coordinatore dello studio e capo della divisione di medicina cardiovascolare presso il Vanderbilt University Medical Center (VUMC), spiegando che la polipillola potrebbe contribuire al superamento delle disparità sanitarie basate sulla residenzialità disagiata e sulla classe socioeconomica che esistono in questo e in altri paesi. Allo studio, controllato e randomizzato hanno preso parte 303 adulti senza malattie cardiovascolari, 96% neri, 60% donne e 75% con un reddito annuo inferiore a $ 15.000 seguiti presso i centri sanitari di comunità, metà dei quali sono stati assegnati per 12 mesi alla terapia con una polipillola giornaliera che conteneva quattro farmaci a basso dosaggio noti per ridurre la pressione e il colesterolo LDL: atorvastatina (10 mg), amlodipina (2,5 mg), losartan (25 mg) e idroclorotiazide (12,5 mg), mentre l’altra metà ha continuato le cure consuete. E i risultati parlano chiaro: al termine dei 12 mesi di follow up, nel gruppo polipillola sia i valori pressori sia i livelli di colesterolo LDL si erano abbassati in modo significativo rispetto al gruppo di controllo, traducendosi in una riduzione stimata del 25% del rischio di un evento cardiovascolare. Conclude Wang: «Molti pazienti, specie i più svantaggiati dal punto di vista sociale, devono affrontare una serie di barriere per ottenere le cure di cui hanno bisogno. Tali barriere includono costi e complessità dei regimi terapeutici, quindi sono necessarie strategie innovative per migliorare la fornitura di cure preventive, specialmente quando si tratta di individui socio-economicamente vulnerabili. (fonte Doctor33)

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Rischio cardiovascolare aumenta se la pressione supera le soglie delle linee guida

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 agosto 2019

L’ipertensione sistolica e quella diastolica influenzano indipendentemente il rischio di eventi cardiovascolari avversi, tra cui infarto miocardico, ictus emorragico e ictus ischemico, indipendentemente dal fatto che l’ipertensione stessa sia definita come pressione arteriosa di almeno 140/90 mm Hg o di almeno 130/80 mm Hg, secondo uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine. «La relazione tra la pressione sistolica e diastolica e gli eventi cardiovascolari rimane piuttosto oscura nei pazienti ambulatoriali. Inoltre, la recente revisione delle linee guida, con due differenti soglie per il trattamento dell’ipertensione, complica le cose. Per chiarire la questione abbiamo analizzato i dati di 1.316.363 pazienti registrati presso la Kaiser Permanente Northern California, che avessero a disposizione almeno una misurazione della pressione arteriosa al basale e due misurazioni durante il periodo di osservazione» spiega Alexander Flint, del Permanente Medical Group a Redwood City, in California, primo nome dello studio. Tra i pazienti, 533.353 hanno mostrato una pressione arteriosa media di almeno 130/80 mm Hg e 118.159 di almeno 140/90 mm Hg. L’esito composito preso in considerazione comprendeva ictus ischemico, ictus emorragico o infarto miocardico durante un periodo di osservazione di otto anni. Sono state valutate diverse covariate, tra cui sesso, età, razza ed etnia, comorbilità e indice di massa corporea. Un carico continuo di ipertensione sistolica definita come almeno 140 mm Hg e un carico continuo di ipertensione diastolica definita come almeno 90 mm Hg sono risultati predittori indipendenti dell’esito composito. Risultati simili sono stati ottenuti quando l’ipertensione sistolica è stata definita come pressione di almeno 130 mm Hg e l’ipertensione diastolica come pressione di almeno 80 mm Hg. Gli esperti hanno notato la presenza di una relazione di curva a J tra la pressione diastolica e l’esito composito, che trova una spiegazione almeno in parte nell’età e altre covariate, ma può anche essere spiegata da un più alto effetto dell’ipertensione sistolica nei pazienti nel più basso quartile della pressione diastolica. «Abbiamo osservato che la relazione tra pressione arteriosa sistolica, pressione diastolica ed esiti cardiovascolari avversi non è stata alterata dalla scelta della soglia (140/90 mm Hg rispetto a 130/80 mm Hg), e questa scoperta supporta i recenti cambiamenti delle linee guida che hanno rafforzato gli obiettivi di pressione sanguigna per i pazienti ad alto rischio» concludono gli esperti. (fonte doctor33)

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Ipertensione in età pediatrica, nuove linee guida predicono meglio il rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su martedì, 30 aprile 2019

L’American Academy of Pediatrics (AAP) ha pubblicato nel 2017 nuove linee guida che hanno incluso un maggior numero di bambini nella classificazione con pressione sanguigna elevata rispetto all’edizione del 2004 e sono risultate migliori nel predire chi più facilmente svilupperà malattie cardiache una volta raggiunta l’età adulta. Sono le conclusioni di uno studio che ha coinvolto 3.940 bambini (47% maschi, età compresa tra 3 e 18 anni, 35% afro-americani) seguendoli per 36 anni, pubblicato su Hypertension. «Dopo aver esaminato le informazioni, abbiamo concluso era più probabile che i bambini classificati con pressione arteriosa elevata secondo le nuove linee guida sviluppassero ipertensione arteriosa, ispessimento della parete del cuore e sindrome metabolica da adulti, tutti fattori di rischio per le malattie cardiache, rispetto ai bambini con pressione arteriosa normale» afferma Lydia Bazzano, della Tulane School of Public Health and Tropical Medicine di New Orleans, autrice senior dello studio. L’11% dei partecipanti è stato incluso nel gruppo affetto da pressione alta secondo le linee guida 2017, rispetto al 7% utilizzando le linee guida del 2004. I dati hanno mostrato che il 19% dei bambini con pressione sanguigna alta secondo le linee guida 2017 ha sviluppato ispessimento del muscolo cardiaco durante il periodo di follow-up, rispetto al 12% di quelli considerati con pressione sanguigna alta secondo le linee guida del 2004. I ricercatori sottolineano che non tutti i bambini considerati ipertesi dalle nuove linee guida richiedono una cura farmacologica. «Per la maggior parte dei bambini con pressione alta non causata da una patologia o da un farmaco, i cambiamenti dello stile di vita sono la pietra angolare del trattamento. È importante mantenere un peso normale, evitare l’eccesso di sale, fare un’attività fisica regolare e mangiare una dieta ricca di frutta, verdura, legumi, noci, cereali integrali, proteine magre e limitare sale, zuccheri aggiunti, grassi saturi e trans per ridurre la pressione sanguigna» spiega Bazzano. Lo studio è però limitato dalla mancanza di dati su effettivi infarti e ictus durante l’età adulta, e dal fatto di essere stato svolto in una singola comunità in Louisiana. (fonte: doctor33 – Hypertension. 2019. Doi: 10.1161/HYPERTENSIONAHA.118.12469 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31006329)

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Rischio cardiovascolare nelle persone con diabete

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 dicembre 2018

Roma, 19 dicembre 2018 – ore 11.00 Sala della Presidenza dell’ANCI, 2° piano – via dei Prefetti, 46. Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nelle persone con diabete di tipo 2: rispetto a una persona sana, chi ha il diabete ha rischio di morte doppio e quadruplo di infarto o ictus. Nonostante ciò, un’indagine dell’International Diabetes Federation (IDF) ha evidenziato come le persone con diabete sottovalutino i rischi.
La campagna nazionale “Al cuore del diabete”, realizzata con il patrocinio di SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, in connessione con il progetto internazionale Cities Changing Diabetes e il contributo non condizionato di Novo Nordisk ha l’obiettivo di informare e sensibilizzare le persone con diabete sulla gestione della malattia per ridurre le complicanze ad essa correlate.
Ne parleranno:Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale ANCI
Domenico Mannino, Presidente Associazione Medici Diabetologi
Roberto Pella, Vice Presidente Vicario ANCI
Francesco Purrello, Presidente Società Italiana di Diabetologia
Drago Vuina, Corporate Vice President Novo Nordisk
Modera: Ketty Vaccaro, Direttore Welfare e Salute Fondazione CENSIS

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Ipertensione sotto i 40 anni e rischio di malattia cardiovascolare futura

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 novembre 2018

Due studi e due editoriali pubblicati su JAMA hanno analizzato la relazione tra la presenza di pressione alta in adulti di età inferiore ai 40 anni e l’aumento del rischio di successivi eventi legati a malattie cardiovascolari. Nel primo studio, i ricercatori, guidati da Yuichiro Yano, della Duke University di Durham, Stati Uniti, hanno sottoposto 4.800 adulti afroamericani e bianchi a misurazioni della pressione arteriosa prima dei 40 anni. I dati raccolti hanno mostrato che gli adulti con pressione arteriosa elevata (sistolica da 120 a 129 mmHg; diastolica inferiore a 80 mmHg), ipertensione di stadio 1 (sistolica da 130 a 139 mmHg; diastolica da 80 a 89 mmHg) o ipertensione di stadio 2 (sistolica di 140 mmHg o superiore; diastolica di 90 mmHg o superiore) prima dei 40 anni presentavano un rischio associato più alto di sviluppare malattie cardiovascolari come malattia cardiaca coronarica fatale e non fatale, insufficienza cardiaca o ictus rispetto agli adulti che avevano una pressione sanguigna normale durante un follow-up di circa 19 anni. In un secondo studio, Sang Min Park, della Seoul National University di Seoul, Corea del Sud, e il suo gruppo di lavoro, hanno analizzato i dati del Servizio nazionale di assicurazione sanitaria coreano relativi a circa 2,5 milioni di adulti di età compresa tra i 20 e i 39 anni che sono stati sottoposti a misurazioni della pressione arteriosa nell’arco di quattro anni e che sono stati seguiti per altri 10 anni per riscontrare eventuali malattie cardiovascolari. Anche in questo caso, i ricercatori hanno osservato che gli adulti con ipertensione di stadio 1 o 2 prima dei 40 anni di età mostravano un aumento del rischio di malattia cardiovascolare successiva rispetto agli adulti con pressione arteriosa normale. «Esistono grandi lacune nelle attuali conoscenze su epidemiologia, diagnosi, stratificazione del rischio e gestione della pressione sanguigna elevata nei giovani adulti. Saranno necessari studi anche per chiarire le origini dello sviluppo di pressione elevata nei bambini e l’impatto dei determinanti sociali» dice in un editoriale di accompagnamento Ramachandran Vasan, della Boston University School of Medicine. In un altro editoriale, Naomi Fisher, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, e Gregory Curfman, redattore capo della rivista, affermano che saranno necessari sistemi innovativi di assistenza sanitaria per gestire l’innalzamento della pressione arteriosa nella popolazione giovane. (fonte: doctor33)

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Prevenzione cardiovascolare

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

Durante il congresso Siprec a Napoli, 10 società scientifiche ed enti di ricerca italiani hanno presentato un ‘Documento di consenso e raccomandazioni pratiche di prevenzione cardiovascolare’, coordinato da Massimo Volpe, presidente della Siprec (Società italiana per la prevenzione cardiovascolare), e pensato per sottolineare l’importanza della prevenzione nella lotta a infarti e ictus. Siprec, Simi (Società Italiana di Medicina Interna), Sid (Società Italiana di Diabetologia), Siia (Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa), Sisa (Società Italiana per lo studio dell’aterosclerosi), Sif (Società Italiana di Farmacologia), Cnr (Consiglio Nazionale della Ricerca), Fmsi (Federazione Medico Sportiva Italiana), Gicr-Iacpr (Gruppo Italiano di Cardiologia Riabilitativa – Italian Association for Cardiovascular Prevention, Rehabilitation and epidemiology), Siti (Società di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) si appellano insieme alla classe politica perché aumentino i fondi destinati alla prevenzione, con uno sforzo collettivo che coinvolga la scuola, il mondo del lavoro, l’industria alimentare, il mondo dello sport. «Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di mortalità e morbilità nel mondo; e in particolare nei paesi occidentali e nelle economie come quella italiana e determinano un carico enorme, dal punto di vista sociale e individuale, ma anche dal punto di vista della sostenibilità economica e strutturale» afferma Volpe in un comunicato stampa. «Ritengo che l’unica strategia possibile per fronteggiare il problema nei prossimi anni e per garantire la tenuta del nostro sistema sanitario sia di investire fortemente nelle politiche di prevenzione delle malattie cardiovascolari» prosegue. Durante il congresso è emerso che i fattori di rischio da combattere non sono più solo quelli tradizionali, con l’aggiunta della sedentarietà, ma anche altri che per ora rimangono ancora relegati al mondo della ricerca, come le variazioni del microbioma intestinale. Appare evidente che sia da sottolineare l’importanza di una dieta sana ed equilibrata come quella mediterranea e l’assoluta necessità di attività fisica regolare, ma appare altrettanto chiaro che nei soggetti ad alto rischio bisogna ricorrere anche a farmaci contro il colesterolo, la pressione alta, il diabete, gestendo sempre più in maniera personalizzata i pazienti, all’interno delle tendenze attuali di una medicina sempre più di precisione. (fonte: Congresso Nazionale Siprec 2018 http://www.siprec.it/vi-aspettiamo-al-congresso-nazionale-siprec/ – doctor33)

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Rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 gennaio 2018

rischio cardiovascolareAlla tradizionale valutazione del rischio cardiovascolare o di un’arteriopatia periferica è il caso di aggiungere nuovi parametri come il calcio coronarico (CAC) e l’indice caviglia-braccio (ABI)? Alla domanda risponde la US Preventive Services Task Force (USPSTF) con due documenti pubblicati in bozza sul suo sito istituzionale lo scorso 16 gennaio, da cui emerge che gli studi finora svolti non sono sufficienti a validarne l’efficacia nella stima del rischio cardiovascolare (CVD). Inoltre, secondo gli esperti dell’USPSTF mancano prove che supportino con certezza l’uso dell’indice caviglia-braccio nello screening della malattia arteriosa periferica (PAD) in individui asintomatici. Le raccomandazioni dell’USPSTF, in attesa di commenti fino al prossimo 12 febbraio, si basano sui risultati di due studi. Nel primo, Jennifer Lin, del Kaiser Permanente Center for Health Research di Portland, Oregon, ha esaminato assieme ai colleghi l’uso dell’indice caviglia-braccio, della proteina C-reattiva ad alta sensibilità e del punteggio del calcio coronarico nella valutazione del rischio cardiovascolare in adulti asintomatici. «Dai risultati emerge un vantaggio nell’aggiungere questi fattori ai modelli esistenti di valutazione del rischio cardiovascolare» spiega la ricercatrice, precisando tuttavia che non è stato possibile valutare appieno l’efficacia del processo decisionale sul trattamento guidato da questi punteggi. Da qui le conclusioni dell’USPSTF: i dati attuali non bastano a valutare l’equilibrio tra danni e benefici derivanti dall’aggiunta di questi parametri alla valutazione del rischio cardiovascolare e della conseguente eventuale terapia. Nel secondo studio Janelle Guirguis-Blake, anch’essa del Kaiser Permanente Center for Health Research, ha svolto assieme ai colleghi una revisione sistematica sullo screening per malattia arteriosa periferica e rischio cardiovascolare basato sull’indice caviglia-braccio, concludendo che quest’ultimo è un test accurato per la rilevazione della malattia arteriosa periferica nei pazienti sintomatici. «Tuttavia, i dati disponibili sull’accuratezza dell’indice caviglia-braccio per l’identificazione di individui asintomatici che potrebbero trarre beneficio da un’eventuale terapia sono ancora insufficienti» spiegano gli autori. E anche in questo caso l’USPSTF conclude che gli studi attualmente disponibili sono insufficienti a validare l’efficacia dello screening per malattia arteriosa periferica e rischio cardiovascolare con l’indice caviglia-braccio, in termini di equilibrio rischi e benefici. (fonte: cardiologia33)

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Eventi cardiovascolari e danno d’organo, iperaldosteronismo primario e ipertensione essenziale a confronto

Posted by fidest press agency su domenica, 3 dicembre 2017

ipertensione_polmonareVi sono prove contrastanti, basate su studi eterogenei, sul fatto che l’eccesso di aldosterone sia responsabile di un aumento del rischio di complicanze cardio- e cerebrovascolari nei pazienti affetti da iperaldosteronismo primario. Un recente studio – apparso su “Lancet Diabetes and Endocrinology” e condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Torino – ha inteso valutare l’associazione tra iperaldosteronismo primario ed eventi avversi cardiaci e cerebrovascolari, danno agli organi bersaglio, diabete e sindrome metabolica, rispetto all’associazione tra ipertensione essenziale e questi stessi eventi cardiovascolari e a carico degli organi bersaglio, integrando i risultati di studi precedenti.
Più in dettaglio, scrivono gli autori, coordinati da Paolo Mulatero, del Centro Ipertensione Arteriosa presso la Divisione di Medicina Interna dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, «abbiamo effettuato una meta-analisi di studi osservazionali prospettici e retrospettivi che hanno confrontato pazienti con iperaldosteronismo primario e ipertensione essenziale, per analizzare l’associazione tra iperaldosteronismo primario, da un lato, e, dall’altro, ictus e malattia coronarica (come endpoint co-primari) e fibrillazione atriale, insufficienza cardiaca, danno d’organo bersaglio, sindrome metabolica e diabete (come endpoint secondari)». È stata condotta una ricerca su MEDLINE e sulla Cochrane Library di articoli pubblicati fino al 28 febbraio 2017, senza restrizioni circa la data di inizio. Gli studi eligibili dovevano avere confrontato pazienti affetti da iperaldosteronismo primario con pazienti con ipertensione essenziale (utilizzati come gruppo di controllo) e avere riportato gli eventi clinici o gli endpoint di interesse. Gli autori hanno anche posto a confronto tra loro i vari sottotipi di iperaldosteronismo primario, gli adenomi producenti aldosterone e i casi di iperplasia surrenale bilaterale. «Abbiamo identificato 31 studi per un totale di 3838 pazienti con iperaldosteronismo primario e 9284 pazienti con ipertensione essenziale» scrivono Mulatero e colleghi, elencando i risultati dello studio. «Dopo una mediana di 8.8 anni (IQR 6.2-10.7) dalla diagnosi di ipertensione i pazienti affetti da iperaldosteronismo primario, rispetto a quelli con ipertensione essenziale, presentavano un aumentato rischio di ictus (odds ratio [OR] 2.58, 95% CI 1.93-3.45), malattia coronarica (1.77, 1.10-2.83), fibrillazione atriale (3.52, 2.06-5.99) e scompenso cardiaco (2.05, 1.11-3.78)». Questi risultati, sottolineano gli autori, erano in linea con quelli dei pazienti con adenoma producente aldosterone o iperplasia surrenale bilaterale, senza differenze tra questi sottogruppi. Allo stesso modo, aggiungono, l’iperaldosteronismo primario ha incrementato il rischio di diabete (1,33, 1.01-1.74), sindrome metabolica (1.53, 1.22-1.91) e ipertrofia ventricolare sinistra (2.29, 1.65-3.17).
Il messaggio-chiave che emerge dallo studio, secondo l’équipe di Mulatero, consiste nel fatto che diagnosticare l’iperaldosteronismo primario nelle prime fasi della malattia, consentendo così l’inizio precoce di un trattamento specifico, è importante in quanto i pazienti che ne sono affetti presentano un rischio cardiovascolare superiore rispetto a quelli con ipertensione essenziale.
By Arturo Zenorini – fonte doctor33)

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La patologia cardiovascolare in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

infarto-miocardico-acutoE’ la prima causa di morte. Ciò spiega la ragione per la quale si riserva, nello specifico, una particolare attenzione in specie nelle fasi di comparsa e di trattamento dell’evento clinico. Significa, in pratica, che la parte prevalente dell’intervento medico si sviluppa dopo e non prima il verificarsi di un fatto anginoso, di un infarto, di un arresto cardiorespiratorio, di una qualsivoglia patologia a carico delle arterie e del cuore. Il problema sta ora nel come sia possibile anticipare queste eventualità cercando di investire risorse finalizzate ad intercettare a monte la patologia così da evitarne, per quanto possibile, l’insorgenza e l’aggravamento. Parliamo, quindi, di prevenzione. I benefici sono indubbi. Potrremmo in tal modo ridurre la mortalità da infarto, ad esempio. Ma vi è anche un aspetto economico da non sottovalutare anche perché la malattia non è solo la principale causa di decessi ma per quelli che superano la fase critica si prospettano terapie di sostegno costose e prolungate nel tempo e che, a loro volta, potrebbero provocare altre patologie. Ma come è possibile avere una prevenzione la più efficace possibile? In primo luogo significa essere di più informati, di avere un referente qualificato, e potrebbe essere il medico di base, di sviluppare una vera e propria educazione alla salute che, partendo dall’aggiornamento dei programmi nelle scuole di ogni ordine e grado, attraverso la rivisitazione dei palinsesti radio-televisivi, diventi strumenti capace di completare il circuito virtuoso utile all’evoluzione degli stili di vita della popolazione. Un altro prezioso apporto è dato dal mondo del volontariato di settore di per sé portatore di esigenze, stimoli, ma necessita a sua volta, di considerazione, ascolto e rispetto.

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Nanotecnologie farmaceutiche dirette al distretto cardiovascolare

Posted by fidest press agency su sabato, 15 aprile 2017

parma universitàParma. Le malattie cardiovascolari, come l’infarto del miocardio e lo scompenso cardiaco, rappresentano tuttora un peso sociale non indifferente, provocando oltre il 30% dei decessi a livello globale e impegnando una spesa sanitaria di circa 190 miliardi di euro solo in Europa. Nonostante i numerosi passi avanti fatti dalla medicina in questo ambito, le terapie convenzionali sono ancora poco efficaci. Critici sono, ad esempio, i metodi di somministrazione comunemente utilizzati, come la via orale o endovenosa, che permettono alla dose di farmaco di raggiungere il cuore dopo distribuzione nel circolo sanguigno, causando effetti collaterali e limitandone l’efficacia.La start up parmigiana PlumeStars, fondata da docenti del Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco dell’Università di Parma, è stata scelta insieme ad altri 18 partner per entrare a far parte del progetto Cupido (www.cupidoproject.eu), finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma Horizon 2020 e avviato nel febbraio 2017. L’obiettivo di Cupido è quello di creare una terapia innovativa basata su nanotecnologie farmaceutiche dirette al distretto cardiovascolare.Cupido si prefigge di sviluppare nanoparticelle di farmaco da somministrare per inalazione che, con un semplice respiro, possono, attraverso l’epitelio polmonare, trasportare l’agente terapeutico direttamente al cuore malato. Queste nanoparticelle sono di dimensioni 100.000 volte più piccole di un granello di sabbia e troppo piccole per essere visualizzate con microscopi convenzionali.L’utilizzo di questo nano-sistema terapeutico come mezzo di somministrazione del farmaco può davvero rivoluzionare la farmacoterapia cardiovascolare, diventando il primo approccio terapeutico non invasivo e specifico per il cuore.Per raggiungere l’obiettivo, il consorzio di Cupido sta lavorando per sviluppare nanoparticelle biocompatibili, biodegradabili e che possono auto-assemblarsi per incapsulare farmaci (nuovi o già esistenti), da trasformare successivamente in un preparato adatto al trattamento delle malattie cardiache per via inalatoria. Le nanoparticelle, una volta inalate, raggiungono direttamente il cuore passando attraverso i polmoni. Una volta arrivate al tessuto cardiaco, le nanoparticelle catturate dai cardiomiociti rilasceranno il farmaco che potrà agire nel sito di interesse. La cardio-specificità di questo medicinale sarà garantita da una guida di natura chimica o magnetica, riducendo così l’eventualità di effetti collaterali e abbassando la quantità di farmaco necessaria.Il consorzio, composto da sei gruppi di ricerca, cinque piccole e medie imprese, due industrie e una società farmaceutica, raccoglie una vasta gamma di competenze e unisce la ricerca di punta con l’esperienza pre-clinica e di produzione industriale.
PlumeStars, nata nel 2013 grazie a BioPharmaNet-TEC (Centro Interdipartimentale di ricerca dell’Università di Parma), apporta le sue competenze nell’ambito dei prodotti inalatori, settore che a Parma ha avanzate conoscenze accademiche ed industriali. Durante i quattro anni, finanziati con sei milioni di euro nell’ambito del programma quadro dell’UE Horizon 2020, il progetto cercherà di provare la fattibilità della nanoterapia per via inalatoria in ambito preclinico, preparando la strada a futuri studi clinici. Per maggiori informazioni: http://www.cupidoproject.eu

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Europa: 55 donne su 100 muoiono o moriranno per colpa di una malattia cardiovascolare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 marzo 2017

trombosi-1L’Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, in occasione della 6° Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, dal 21 marzo al 12 aprile, dà appuntamento a tutti, in Italia e all’estero, sui social media con la campagna social «I CAMBIAMENTI PIU’ IMPORTANTI SI FANNO CON UN….. SALTO», invitando a fare un SALTO di conoscenza e di qualità che può salvare la vita. Le malattie da Trombosi si chiamano Infarto, Ictus, Embolia: colpiscono ogni anno 600mila persone in Italia, uno spreco enorme, perché almeno 200 mila avrebbero potuto evitarle, cambiando in tempo il proprio stile di vita. Le malattie a Trombosi sono l’incontro più probabile per tutti coloro che hanno o avranno più di 50 anni, e non solo: ma potranno essere evitate, con l’informazione e con un atto di volontà che ci permetta di cambiare stile, facendo un SALTO di qualità per la nostra vita e per la vita di chi ci sta accanto. Solo 33 italiani su 100 sanno di questo pericolo e dell’opportunità di evitarlo: è un vero spreco, ALT lavora perché tutti hanno il diritto di sapere, di prendersi la responsabilità di agire e di SALTARE. ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, in occasione della 6° Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, dal 21 marzo al 12 aprile, dà appuntamento a tutti, in Italia e all’estero, sui social media, invitando a fare un SALTO di conoscenza e di qualità che può salvare la vita.

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Fondazione Italiana Per Il Cuore: Prevenzione Rischio Cardiovascolare

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2017

cardiologiaRoma 18 gennaio 2017, ore 10.00-11.30 Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Sala D’Antona – via Flavia n. 6. L’impatto socio-economico delle patologie cardiovascolari, che restano la prima causa di morte in Italia, è in costante aumento, con un ruolo sempre più incisivo sulla produttività. Un segnale forte può e deve arrivare, oltre che dall’ambito medico scientifico, anche dal mondo del lavoro, con azioni e iniziative adeguatamente inserite in una logica di welfare aziendale, come la Campagna “Lavora con il cuore”. Un tema di salute pubblica che se affrontato con specifiche politiche di prevenzione, con il tempo potrà portare a ricadute positive sui singoli cittadini e sull’intero Sistema Sanitario Nazionale. Durante l’incontro verranno analizzati e commentati i risultati e le prospettive della campagna “Lavora con il Cuore”, che nel periodo Dicembre 2015 – Febbraio 2016 ha coinvolto oltre 550 persone, valutando i principali fattori di rischio cardiovascolare dei lavoratori delle sedi centrali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a Roma che si sono sottoposti a tale indagine, con l’obiettivo di informarli e sensibilizzarli sull’importanza della prevenzione di detti fattori di rischio.

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Rischio di morte cardiovascolare nelle persone con scompenso cardiaco

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

Lo scompenso cardiaco è un fattore di rischio significativo per morte cardiovascolare. Ma come valutare questo rischio per ogni singolo paziente? Ci ha pensato il Centro Cardiologico Monzino, che ha realizzato il MECKI score (Metabolic Exercise, Cardiac, Kidney Index), uno strumento per la stima del rischio dello scompenso cardiaco, basato su dati ottenuti dal test cardiopolmonare e integrato con parametri ecocardiografici e di laboratorio. E’ sufficiente inserire i dati di sei valori, che insieme stabiliscono la gravità del malato nel modo più obiettivo possibile: emoglobina, sodio, funzionalità renale, frazione di eiezione ventricolare siscompenso cardiaconistra (la porzione di sangue che il cuore pompa dal ventricolo sinistro a ogni battito cardiaco), picco di consumo dell’ossigeno ed efficienza ventilatoria sotto sforzo. Grazie al MECKI score è possibile stabilire la probabilità di morte cardiovascolare o urgente trapianto cardiaco entro due anni nelle persone con scompenso cardiaco sistolico. Sarà questo uno dei temi principali del Simposio Internazionale “Chronic heart failure in 2016: prognosis” in programma a Milano dal 25 al 27 febbraio. Il Simposio è organizzato dal Centro Cardiologico Monzino di Milano e dal Dipartimento di Scienze Cliniche dell’Università di Milano, ed è promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Il MECKI score è l’ultimo nato tra gli score prognostici dello scompenso» spiega PierGiuseppe Agostoni, responsabile dell’Area di Cardiologia critica del Centro Cardiologico Monzino. «Lo score è stato validato da uno studio in cui abbiamo preso in considerazione diversi parametri demografici, clinici, ecocardiografici, di laboratorio e del test da sforzo cardiopolmonare, su una popolazione di 2716 pazienti con scompenso cardiaco cronico da disfunzione sistolica provenienti da tredici centri italiani, e identificando quelli che mantenevano un valore predittivo indipendente all’analisi multivariata. Sono stati così individuati 6 parametri dotati di forte valore predittivo indipendente e che sono stati inseriti nel calcolo dello score tenendo conto del loro peso specifico nel determinare la prognosi. Il MECKI score costituisce un modello di valutazione prognostica fortemente fondato su parametri del test da sforzo cardiopolmonare, considerando sia il VO2 di picco (il massimo volume di ossigeno consumato per minuto) sia l’efficienza ventilatoria, e costituisce al momento lo score dotato della più alta affidabilità negli schemi predittivi come il ROC (Receiver operating characteristic) tra gli score disponibili per la valutazione prognostica a lungo termine dello scompenso a funzione sistolica depressa. Il MECKI score si sta affermando tra gli specialisti, tanto che oggi i centri italiani che collaborano sono ventisei con più di seimila pazienti in follow up. In più è in corso una valutazione europea per riconoscere al MECKI score l’egida della società europea di cardiologia».

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Medici in piazza, test gratuiti contro il rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 giugno 2015

ospedale-bergamo-papaBergamo. A Bergamo i medici e gli operatori sanitari del Papa Giovanni XXIII, dell’ospedale di Treviglio, Humanitas Gavazzeni, Clinica Castelli, Istituto Palazzolo e Casa di cura San Francesco saranno presenti all’inizio di via XX Settembre sabato 6 giugno dalle 9 alle 17,30. Non parleranno solo di sindrome metabolica ma spiegheranno anche di cosa si occupa la medicina interna. Una disciplina che ricopre un ruolo sempre più cruciale, da un lato nella cura della pluripatologia, nei pazienti fragili e spesso anziani, gravati da un alto tasso di re-ricoveri, e dall’altro per le diagnosi difficili in pazienti di qualunque età, in una fase in cui la iperspecializzazione non giova nelle situazioni complesse. Al loro fianco i volontari della Croce Rossa italiana di Bergamo. Glicemia, trigliceridi, pressione, colesterolo e giro vita fuori standard: se vi riconoscete in almeno tre di queste situazioni, non siete solo impreparati alla prova costume, ma soffrite di sindrome metabolica. Situazione che aumenta del 50% il rischio di avere problemi cardiovascolari, secondo uno studio pubblicato sul Giornale italiano di Cardiologia. La sindrome metabolica in Italia colpisce un adulto su tre, in pratica 15 milioni, ma il dato ancora più preoccupante è che il fenomeno riguarda ormai anche bambini e adolescenti.Per saperne di più e individuare i soggetti a rischio – misurando pressione, glicemia e circonferenza vita – la Società italiana di Medicina interna e la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI), con il patrocinio della Croce Rossa, hanno organizzato la prima giornata nazionale della medicina interna sulla sindrome metabolica e i fattori di rischio cardiovascolari. Il titolo «Un metro per la vita» segnala che oltre ai controlli gratuiti i cittadini che si presenteranno ai gazebo allestiti nelle piazze di 16 città italiane, riceveranno un metro di carta per invitare a misurare la «pancetta», oltre a 10 consigli per uno stile di vita corretto.

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Farmaci cardiovascolari: il problema è l’aderenza

Posted by fidest press agency su sabato, 15 giugno 2013

Le malattie cardiovascolari rappresentano la maggior causa di morbilità e mortalità dei paesi industrializzati con elevati costi per sistemi sanitari. Se si considera la sola ipertensione arteriosa, in numeri sono impressionanti. L’Oms considera questa patologia come la principale causa di decessi e come fattore chiave nel 49% delle malattie coronariche e nel 62% dei casi di ictus e di malattie cerebrovascolari. Colpisce ormai quasi il 30% degli italiani, soprattutto nelle fasce di età dai 45 ai 75 anni con un’incidenza maggiore in quest’ultima fascia di età. Per questa patologia disponiamo di numerosi farmaci molto efficaci. Diuretici, beta-bloccanti, Ace-inibitori, Sartani, Calcio-antagonisti da soli o in combinazione offrono possibilità di controllare la pressione arteriosa in pressoché tutti i pazienti. A fronte di questo vasto armamentario terapeutico si assiste ad un con trollo insufficiente della patologia per la scarsa aderenza dei pazienti alla terapia. Secondo recenti dati (Health Search 2010), l’aderenza alla terapia antipertensiva in Italia è pari al 53,7% dei casi!. le ragioni della scarsa aderenza sono molteplici . Molto importante è la percezione sintomatologica della malattia. L’ipertensione è chiamata “the silent killer”, (il killer silenzioso) perché raramente causa sintomi; solo in alcuni casi possono manifestarsi cefalea, vertigini, emorragie nasali, sudorazione. Pertanto a lungo andare il paziente tende ad assumere i farmaci con meno frequenza. Altre ragioni di scarsa aderenza sono gli effetti collaterali dei farmaci o eventuali interazioni . La scarsa aderenza può derivare anche da un uso non attento dei farmaci generici. Se il paziente non è ben informato, può avere una percezione del farmaco generico come un farmaco di minore qualità. Inoltre se in un trattamento cronico si continua a sostituire tra “brand” e generico ma anche tra generico e generico si possono ottenere variazioni delle concentrazioni ematiche del principio attivo che può indurre sintomi che inducono il paziente a ridurre la’assunzione dei farmaci. La differenza, inoltre, di confezioni può indurre rischio di confusione nel paziente nell’assunzione quotidiana dei farmaci. Con farmaci cosi efficaci nel controllare la pressione arteriosa, l’aderenza alla terapia dovrebbe essere altamente considerata sia dal medico sia dal paziente.

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