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La carenza cronica di risorse contribuisce a una nuova crisi in Burkina Faso

Posted by fidest press agency su domenica, 12 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha reso noto che altre persone rischiano di perdere la vita nelle regioni del Centro-Nord e del Sahel, in Burkina Faso, dove centinaia di migliaia di persone in fuga, tra cui bambini piccoli, sono costrette a dormire all’aperto alla mercé delle intemperie.Si stima che siano 350.000 le persone che ora necessitano con urgenza di aver accesso ad alloggi e approvvigionamento d’acqua adeguati per sopravvivere alle condizioni di tipo desertico delle aree remote del Burkina Faso. L’acuirsi dell’insicurezza sta costringendo ogni giorno alla fuga un numero sempre più elevato di persone.L’UNHCR aveva già espresso apprensione in relazione al fatto che la carenza cronica di risorse minacciasse il verificarsi di una catastrofe umanitaria di proporzioni rilevanti. La pandemia da COVID-19 ora sta aggravando ulteriormente una situazione caratterizzata da un intreccio di crisi.Siamo in corsa contro il tempo per impedire che vi siano altre sofferenze umane. Nelle aree remote le persone hanno un disperato bisogno di trovare un riparo e devono far fronte a condizioni climatiche molto dure. L’UNHCR esorta tutti gli attori umanitari a incrementare le risorse.Attualmente, la crisi in corso in Burkina Faso rappresenta l’esodo col più rapido ritmo di crescita su scala mondiale, con quasi 840.000 persone sfollate dal conflitto e dalla siccità negli ultimi 16 mesi. Sono quasi 60.000 quelle costrette a fuggire nel solo mese di marzo.Nonostante il dispiegamento di un numero crescente di forze di sicurezza, gruppi armati continuano a compiere devastazioni nelle regioni del Centro-Nord e del Sahel, aggredendo allo stesso modo polizia e militari, civili, scuole, ambulatori, insegnanti e personale sanitario.Il personale dell’UNHCR raccoglie regolarmente testimonianze strazianti dai sopravvissuti in fuga. Raccontano con dettagli orripilanti gli attacchi condotti ai danni dei loro villaggi, durante i quali uomini e ragazzi vengono uccisi, le donne stuprate, le case saccheggiate e le scuole, insieme ad altre infrastrutture, distrutte.
L’UNHCR sta lavorando con le autorità locali e i propri partner umanitari per consegnare quanto prima ulteriori alloggi e forniture di emergenza agli sfollati, ma date le crescenti condizioni di insicurezza e le risorse limitate, sarà difficile raggiungere tutte le persone che necessitano di assistenza. Molte vivono in condizioni disperate in aree sovraffollate. Molte dormono e vivono sotto alberi.
Il costante peggioramento della sicurezza sta producendo un impatto negativo sulla risposta umanitaria, dal momento che ostacola gravemente l’accesso degli operatori impedendo di raggiungere coloro che ne hanno bisogno: le persone costrette alla fuga e le comunità che le accolgono hanno tutte disperato bisogno di alloggio, cibo, acqua, protezione, salute e istruzione.
Il sistema sanitario del Burkina Faso è stato gravemente colpito, in un momento storico in cui il Paese deve far fronte anche agli effetti del COVID-19. I confini sono chiusi dalla settimana scorsa e gli spostamenti per e dai paesi o città in cui vi sono casi confermati di coronavirus hanno subito restrizioni. Nell’intensificare gli sforzi nel Sahel per garantire protezione alle persone in fuga dalle violenze, l’UNHCR, inoltre, sta adattando le operazioni di sostegno alla risposta nazionale all’emergenza di salute pubblica in modo da includere rifugiati, sfollati interni e comunità di accoglienza.Ad oggi, l’UNHCR ha garantito alloggio a circa 50.000 sfollati e continua a lavorare senza sosta per soddisfare tutte le esigenze rilevate.Nella regione del Sahel, la carenza di acqua rappresenta un’altra notevole criticità. L’UNHCR sta costruendo riserve per la conservazione di circa 15.000 litri di acqua vicino a Dori, nel Sahel, e continua a lavorare con le autorità locali per far sì che gli insediamenti siano collegati alla rete nazionale di approvvigionamento idrico.In coordinamento con le autorità burkinabé, stiamo inoltre esplorando le possibilità di trasferire alcuni sfollati al campo rifugiati di Goudoubo, a Dori, nella regione del Sahel – dal momento che alcuni degli sfollati vivono sia all’interno sia nei dintorni di questa città, a pochi chilometri di distanza. Il campo si è svuotato meno di due settimane fa, dopo che alcuni rifugiati maliani sono fuggiti per fare ritorno in Mali in seguito agli attacchi e all’ultimatum ricevuto. Nel campo, acqua, servizi igienico-sanitari e cure mediche sono già disponibili.

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Coronavirus: La carenza di vitamina D è un fattore di rischio?

Posted by fidest press agency su sabato, 28 marzo 2020

La presentazione clinica ed epidemiologica della pandemia da Coronavirus è certamente molto anomala e, alla ricerca di possibili concause o di specifici fattori di rischio, il Prof. Giancarlo Isaia, Docente di Geriatria e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, e il Prof. Enzo Medico, Professore Ordinario di Istologia all’Università di Torino, anche a seguito delle recentissime raccomandazioni della British Dietetic Association, hanno approfondito il ruolo che potrebbe svolgere la carenza di Vitamina D, che in Italia interessa una vasta fetta della popolazione, soprattutto anziana. Sono così emersi alcuni dati che, sintetizzati in un documento, già sottoposto ai Soci dell’Accademia di Medicina di Torino, sono stati giudicati molto interessanti. In esso gli Autori suggeriscono ai medici, in associazione alle ben note misure di prevenzione di ordine generale, di assicurare adeguati livelli di Vitamina D nella popolazione, ma soprattutto nei soggetti già contagiati, nei loro congiunti, nel personale sanitario, negli anziani fragili, negli ospiti delle residenze assistenziali, nelle persone in regime di clausura e in tutti coloro che per vari motivi non si espongono adeguatamente alla luce solare. Inoltre, potrebbe anche essere considerata la somministrazione della forma attiva della Vitamina D, il Calcitriolo, per via endovenosa nei pazienti affetti da COVID- 19 e con funzionalità respiratoria particolarmente compromessa. Queste indicazioni derivano da numerose evidenze scientifiche che hanno mostrato:
a) Un ruolo attivo della Vitamina D sulla modulazione del sistema immune
b) La frequente associazione dell’Ipovitaminosi D con numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, tanto più in caso di infezione da COVID-19.
c) Un effetto della Vitamina D nella riduzione del rischio di infezioni respiratorie di origine virale, incluse quelle da coronavirus.
d) La capacità della vitamina D di contrastare il danno polmonare da iperinfiammazione.
Inoltre, i primi dati preliminari raccolti in questi giorni a Torino indicano che i Pazienti ricoverati per COVID-19 presentano una elevatissima prevalenza di Ipovitaminosi D. Il compenso di questa diffusa carenza vitaminica può essere raggiunto innanzitutto esponendosi alla luce solare per quanto possibile, anche su balconi e terrazzi, alimentandosi con cibi ricchi di vitamina D e, sotto controllo medico, assumendo specifici preparati farmaceutici.

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Covid-19: Häusermann (Assogenerici), «Unità di crisi con AIFA contro il rischio di carenze di medicinali»

Posted by fidest press agency su domenica, 22 marzo 2020

«L’aumento incisivo della richiesta di medicinali da parte delle strutture ospedaliere per far fronte all’emergenza Coronavirus sta determinando in queste settimane un sovraffaticamento della struttura produttiva e distributiva del settore farmaceutico, che tuttavia sta reagendo bene. È aumentata in particolare la domanda di tutti i farmaci afferenti alle classi dei miorilassanti, anestetetici, oppiodi e sedativi, che servono per la gestione dei pazienti in terapia intensiva. Così come aumentata la richiesta di antiretrovirali, in prima linea contro il COVID-19. Si tratta di medicinali essenziali per le unità di terapia intensiva e sub intensiva nelle regioni più colpite. Si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di farmaci da tempo fuori brevetto, prodotti da diverse aziende nostre associate: il comparto sta reagendo prontamente, seppur nelle difficoltà del momento, per far fronte tutta la domanda, attivando anche il network produttivo internazionale».A fare il punto sul rischio carenze di particolari categorie di prodotti legato all’esplodere della pandemia da COVID-19 nel nostro Paese è Enrique Häusermann, presidente Assogenerici.«AIFA assieme ad Assogenerici ed ad altre sigle industriali ha attivato una specifica unità di crisi per la gestione delle esigenze delle Regioni, concentrando in questa fase i propri sforzi soprattutto sulla Regione Lombardia, maggiormente bisognosa di supporto in questa emergenza – spiega Häusermann – L’Agenzia segue il problema raccordandosi costantemente con le Regioni e le Province autonome, cui pervengono le segnalazioni da parte delle singole strutture territoriali che sono invitate a rapportarsi per la valutazione e l’inoltro ad AIFA di segnali. Viene data ovviamente , priorità ai casi urgenti di irreperibilità per i quali siano già stati espletati tutti i passaggi previsti con gli aggiudicatari delle gare regionali: le richieste vengono vagliate e subito dopo noi attiviamo immediatamente la rete delle nostre aziende associate».«Le aziende in queste ore stanno dimostrando un senso di responsabilità ed una collaborazione senza precedenti: sono state incrementate le produzioni, trasformate linee produttive, effettuate importazioni in tempi record da altri Paesi: una attività frenetica che ha visto una grande collaborazione tra le imprese e l’immediato supporto dell’AIFA dal punto di vista delle procedure», prosegue Häusermann. «Allo stesso tempo, in coordinamento con la nostra associazione europea Medicines for Europe, abbiamo mobilitato tutte le autorità comunitarie per la creazione di “green lanes” alle frontiere dedicate ai farmaci ed ai materiali sanitari. Grazie a questo abbiamo ottenuto lunedì dalla Commissione UE l’emanazione di linee guida sui trasporti all’interno dell’Unione, che suggeriscono in modo chiaro una corsia preferenziale per medicinali, dispositivi medici e beni sanitari direttamente o indirettamente collegati – conclude il presidente Assogenerici – I blocchi sono ancora consistenti a tutti i confini, ma la situazione è in via di miglioramento ed ogni blocco critico determina un intervento tempestivo delle nostre autorità, di quelle europee e degli altri stati membri. Questo modello d’azione sta iniziando a dare i primi frutti e sono certo che servirà da modello ad altri Paesi europei in questa battaglia durissima».

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La carenza di talenti (Talent Shortage) a livello globale raggiunge posizioni record

Posted by fidest press agency su martedì, 28 gennaio 2020

La carenza di talenti a livello globale è quasi raddoppiata nell’ultimo decennio, secondo la nuova ricerca di ManpowerGroup (NYSE: MAN), pubblicata in vista del World Economic Forum di Davos. Il 54% delle aziende segnala una carenza delle competenze e in 36 su 44 Paesi si riscontrano difficoltà nell’attirare talenti qualificati rispetto al 2018. Sono i datori di lavoro negli Stati Uniti (69%), in Messico (52%) in Italia (47%) e in Spagna (41%) a registrare le maggiori difficoltà nel trovare i lavoratori con le giuste competenze.La Ricerca “Closing the Skills Gap: What Workers Want” evidenzia cosa attragga le persone verso le aziende e cosa le faccia rimanere nell’organizzazione, permettendo alle imprese di trovare, consolidare e trattenere i migliori talenti. Se, da un lato, la Ricerca mette in luce che ciò che ricercano i lavoratori varia in base all’area geografica, al genere e alle diverse fasi dei cicli di carriera lavorativa; dall’altro lato si rileva che sono di fondamentale importanza l’ambiente e gli orari in cui si lavora, il grado di benessere che deriva da programmi di conciliazione vita-lavoro offerti dall’azienda e percorsi di crescita professionale per il consolidamento delle competenze, insieme ad una forte leadership e ad un orientamento ai risultati.”In un mondo sempre più abilitato dalla tecnologia, le persone che hanno competenze sono molto richieste”, ha dichiarato Jonas Prising, Presidente e CEO di ManpowerGroup. “Sappiamo da colloqui con i candidati, conversazioni con i clienti e dal nostro patrimonio di dati che i lavoratori ricercano flessibilità e l’opportunità di acquisire nuove competenze. In vista dell’incontro annuale del World Economic Forum a Davos, abbiamo chiesto ai leader di orientare la loro domanda al nuovo approccio dei talenti. La creazione di valore per le aziende e gli azionisti deve essere accompagnata dal prendersi cura di dipendenti, clienti e comunità, è quindi fondamentale ascoltare la voce delle persone. Con l’accelerazione dei processi di disruption, aiutare le persone ad integrarsi nel lavoro del futuro e le aziende a diventare “creatrici di talenti” non è mai stato così importante.”La Ricerca “Closing the Skills Gap: What Workers Want” offre un quadro dei cambiamenti in corso nei bisogni dei lavoratori in base all’area geografica, al genere e alle diverse fasi dei cicli di carriera lavorativa: Generazione Z (18-24 anni): è composta da giovani ambiziosi, desiderosi di guadagno e di sviluppo di carriera, ma donne e uomini hanno desideri diversi. Le donne attribuiscono un livello di priorità due volte maggiore alla retribuzione, rispetto alla priorità successiva, ovvero lo sviluppo delle competenze, mentre gli uomini affermano che le competenze e la carriera contano almeno quanto la retribuzione.

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Carenza di ferro: un problema poco conosciuto, da prendere sul serio

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

Nel mondo, 1 persona su 3 soffre di carenza di ferro, con o senza anemia1: una condizione che può essere anche molto debilitante e, se prolungata e non adeguatamente trattata, portare a gravi conseguenze per la salute di chi ne soffre. A causa di una sintomatologia aspecifica – affaticamento, pallore, fragilità alle unghie, perdita di concentrazione, irritabilità e, in alcuni casi, picacismo (desiderio di ingerire cose non commestibili come argilla e ghiaccio) sono i segnali più comuni2,3– la carenza marziale resta un problema poco conosciuto e sotto diagnosticato, e se ne sottovalutano le implicazioni di salute.La Giornata della Carenza di Ferro (Iron Deficiency Day), che si celebra ogni anno il 26 novembre, è nata nel 2015 con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sul ruolo di questo oligoelemento essenziale per la vita e su cosa può accadere se i livelli di ferro non sono gestiti correttamente. Quest’anno, la Giornata si concentra sull’impatto della carenza di ferro e dell’anemia sideropenica (anemia da carenza di ferro) sulle donne in età fertile, in modo particolare durante la gravidanza, e sui pazienti affetti da scompenso cardiaco.Senza sufficiente ferro a disposizione, il corpo umano non può funzionare correttamente. Esso, infatti, è essenziale per la produzione dei globuli rossi e per assicurare un efficace funzionamento di cuore e muscoli scheletrici. Il ferro, inoltre, svolge un ruolo fondamentale nel combattere le infezioni e le malattie, mantenendo i livelli di energia e la normale funzione cerebrale. Quando le riserve di ferro nell’organismo diventano scarse, ne risentono il metabolismo, la salute mentale e fisica, la produttività e la funzionalità sessuale4. Secondo l’Organizzazione Mondiale sella Sanità, la carenza di ferro può causare una riduzione del 30% dell’attività fisica.
Durante la vita fertile, quasi 1 donna su 3 soffre di carenza di ferro, principalmente associata alle perdite eccessive di sangue dovute a un ciclo mestruale abbondante, condizione con cui deve fare i conti il 10-30% dell’universo femminile. Stanchezza, frequenti mal di testa, scarsa concentrazione, si ripercuotono anche sulle performance lavorative e scolastiche: si stima che il 19% delle studentesse soffra di questi sintomi a causa di una carenza marziale. Particolarmente delicato per la donna è il periodo della gestazione, che comporta un aumento di 3 volte del fabbisogno di ferro per lo sviluppo della placenta e del feto, in particolare per lo sviluppo cerebrale e del sistema immunitario. Lo stato anemico, se importante e prolungato, raddoppia il rischio di parto prematuro8 e triplica per il bambino il rischio di basso peso alla nascita9. In media, il 40% delle future mamme inizia una gravidanza senza adeguate scorte di ferro10 e il 90% non assume sufficiente ferro durante la gestazione. Lo stato anemico può perdurare anche dopo il parto, condizione che si verifica in più di 1 donna su 412 – in particolar modo in caso di gravidanze multiple, parto gemellare, parto cesareo – e che aumenta il rischio di depressione post partum, ansia e insufficienza primaria di lattazione. Anche l’infiammazione associata a determinate condizioni patologiche a lungo termine come lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale cronica e le malattie infiammatorie croniche intestinali, può ridurre la quantità di ferro assorbita dall’intestino e poi resa disponibile all’occorrenza, generando così carenza di ferro. Condizione che può peggiorare con alcuni farmaci usati nel trattamento di queste patologie, ad esempio antiaggreganti e anticoagulanti.

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Più del 50% degli italiani, con meno di 16 anni, soffre di carenza di vitamina D

Posted by fidest press agency su martedì, 22 ottobre 2019

In particolare i più esposti ai rischi per la salute, derivati da questa insufficienza, risultano gli adolescenti. Sotto accusa è soprattutto la scarsa esposizione al sole da cui dipende oltre il 90% dell’assorbimento della vitamina. Lo stile di vita troppo “indoor”, che inizia solitamente in questo periodo dell’anno, influenza in modo significativo lo stato vitaminico. Infatti il 36% dei teenager passa almeno due ore al giorno a giocare a videogames o la PC e il 48% invece guarda troppa televisione. E’ questo l’allarme lanciato dalla Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) in occasione della penultima giornata del suo XIII Congresso Nazionale Scientifico. “Assumere una dose adeguata di Vitamina D è fondamentale per lo sviluppo corretto della massa ossea e di quella muscolare – afferma il dott. Paolo Biasci, Presidente Nazionale FIMP -. Inoltre è fondamentale perché aiuta a rafforzare il sistema immunitario e contribuisce così a difendere l’organismo dalle infezioni. Come pediatri di famiglia siamo preoccupati dal grande numero di giovanissimi italiani che soffrono di ipovitaminosi D. Il fabbisogno giornaliero di vitamina D3 viene assicurato da una corretta e adeguata esposizione solare e quindi consigliamo vivamente a tutti i giovani di passare parte del loro tempo libero all’aperto, magari praticando un po’ di sport o attività fisica”. “La dieta gioca un ruolo trascurabile nella carenza di vitamina D – aggiunge il dott. Mattia Doria, Segretario alle Attività Scientifiche della FIMP -. Il latte e più in generale gli alimenti, anche se fortificati con vitamine, non rappresentano una modalità ottimale per la prevenzione dell’ipovitaminosi nel bambino e nell’adolescente. Può essere quindi necessario ricorre a integratori alimentari che possono svolgere un ruolo particolarmente utile in età pediatrica. Sono prodotti assolutamente sicuri ed efficaci che devono però essere assunti solo su indicazione e consiglio del pediatra di famiglia anche in termini di posologia corretta”. Al congresso di Paestum un’intera sessione è dedicata anche alle vitamine del complesso B. “Hanno un ruolo importantissimo per compensare le carenze da diete di esclusione collegate ad allergie o intolleranze alimentari – aggiunge il dott. Biasci -. Questi problemi di salute sono in forte crescita e adesso interessano più dell’8% dei bambini italiani. Risulta così fondamentale anche per questo gruppo di vitamine un eventuale utilizzo di adeguati integratori in caso di deficit che sono più frequenti nei bambini che fanno uso di diete di esclusione o sbilanciate”. “In particolare – ricorda il dott. Doria – occorre avere particolare cura delle famiglie che scelgono per se e i propri figli uno stile alimentare a base vegetale, soprattutto se totalmente privo di proteine di origine animale. In questi casi l’utilizzo dell’integrazione con vitamine del complesso B, e della vitamina B12 è obbligatorio”.

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Carenza di medici all’interno del servizio sanitario nazionale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 ottobre 2019

“Prendiamo atto della proposta delle Regioni di assumere specializzandi per contrastare la carenza di medici all’interno del servizio sanitario nazionale. Ci troviamo di fronte ad una situazione d’emergenza che però non può essere tamponata solo attraverso provvedimenti eccezionali. E’ quindi necessario risolvere, quanto prima, il problema alla radice attraverso una profonda riorganizzazione del percorso formativo degli specialisti e medici di medicina generale”. E’ questo il commento del dott. Claudio Cricelli, Presidente Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), al documento in 16 punti presentato ieri dalla Conferenza Regioni (Proposte riguardanti la carenza di medici specialisti e la valorizzazione delle professioni sanitarie non dirigenziali). “Da oltre un ventennio assistiamo ad una mancata programmazione del numero dei nuovi professionisti in formazione nelle università italiane – aggiunge Cricelli -. Tuttavia solo negli ultimi tempi le autorità sanitarie hanno realmente preso coscienza di un deficit che può seriamente compromettere l’assistenza medica a milioni di cittadini italiani. Non c’è più tempo da perdere, bisogna trovare una soluzione stabile a questo grave problema”. Nel documento, stilato dalle Regioni, si propone anche una riorganizzazione del corso di formazione specifica in medicina generale. “Come Società Scientifica chiediamo al Ministro Speranza l’istituzione di una Commissione Nazionale per la Medicina Generale – aggiunge il Presidente SIMG -. Alla quale partecipino tutti i rappresentanti della MG italiana allo scopo di definire un’ampia riforma dei contenuti, modalità e forme del tirocinio in medicina generale. La nostra professione ha bisogno di un rinnovato e più moderno percorso di formazione per poter così rispondere alle nuove esigenze del servizio sanitario nazionale”.

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Infermieri, con l’allarme carenza a rischio la sicurezza delle cure

Posted by fidest press agency su domenica, 5 maggio 2019

Gli infermieri mancano in maniera più che allarmante. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno di posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha portato i suoi dati: oggi rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno – visto che le proiezioni vanno di moda – 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033. “Se ‘Quota 100’ oggi registra il rischio di abbandono a breve termine per almeno 22.000 infermieri – afferma Tonino Aceti, portavoce FNOPI – che si aggiungeranno alle carenze descritte dai fabbisogni, le proiezioni parlano chiaro: al 2023 potrebbero salire esponenzialmente anche oltre le 100mila unità.
Cosa significa tutto questo, dovrebbe farlo capire il buon senso, ma a parlare chiaro sono gli studi internazionali (ad esempio: RN4CAST, pubblicato su The Lancet) che hanno quantificato gli effetti della carenza di infermieri: ipotizzando che si riuscisse ad avere un rapporto di 1 infermiere per 6 pazienti e nello staff fosse presente almeno il 60% di infermieri laureati, potrebbero essere evitate 3.500 morti all’anno.
Nella dotazione organica – rapporto infermiere/pazienti – a ogni aumento di una unità-paziente per infermiere, la probabilità di morte del paziente aumenta del 7 per cento.
A ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità.
L’associazione dei due valori – continua Aceti – ha rivelato che, negli ospedali in cui il 60% degli infermieri è laureato e il rapporto infermiere/paziente è di 1:6, la probabilità di decesso a trenta giorni dalla dimissione è del 30% inferiore rispetto a strutture in cui gli infermieri laureati sono del 30% ed il rapporto infermieri/pazienti è di 1:8.
In Italia – spiega Aceti – il rapporto infermieri-pazienti era nel 2017 (quindi senza ‘Quota 100’ e le sue carenze future, ma con gli effetti del blocco del turn over) di uno a 8-9 nelle Regioni benchmark, quelle con l’assistenza migliore e si arrivava a fino a uno a 17 nella Campania, che con gli effetti di Quota 100 potrebbe superare a situazione invariata il rapporto di uno a 20, dove il turn over è da decenni un araba fenice e i piani di rientro guardano prevalentemente la spesa.
I numeri – conclude – parlano chiaro: è davvero allarme rosso per la carenza di infermieri e la salute dei cittadini e dei pazienti. Chiediamo ora che ministro, Governo e Regioni corrano ai ripari. Questa sarebbe una delle misure da introdurre per rafforzare la fiducia dei cittadini calabresi e di tutte le altre Regioni nel Servizio sanitario nazionale”.
“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli -. Ma a mancare in modo allarmante sono gli infermieri, quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste subentreranno allora proprio quei professionisti faranno scattare l’intervento del medico di medicina generale, dove necessario e possibile, per evitare code, intasamenti e liste di attesa ai pronto soccorso”.

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Medici: Carenza specialisti

Posted by fidest press agency su sabato, 13 aprile 2019

Si parlerà anche della carenza di medici specialisti e di Medicina Generale, e delle possibili soluzioni, al tavolo tecnico di prossima istituzione presso il Ministero della Salute, che coinvolgerà la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) e l’Associazione Medici stranieri in Italia (Amsi), e che sarà dedicato a Sanità e Immigrazione.Ad annunciarlo, in un’intervista appena pubblicata sul Portale Fnomceo, il presidente della stessa Amsi, Foad Aodi, che ha incontrato venerdì scorso il Sottosegretario alla Salute, Armando Bartolazzi.
Sarà il 2025 l’anno nero per il Servizio sanitario nazionale: in quella data, infatti, la cosiddetta ‘gobba pensionistica’ toccherà il suo apice e, se non arriveranno nuovi specialisti a sostituirli, il Servizio sanitario nazionale rimarrà senza chirurghi, anestesisti, ortopedici, ginecologi, medici di famiglia. Ben 60mila professionisti, tra specialisti impegnati negli ospedali e nelle strutture private e medici di medicina generale, mancheranno all’appello, secondo un’indagine recentemente effettuata proprio dall’Amsi. Eppure i medici, nel nostro paese, ci sono: sono più di diecimila i giovani laureati e poi imprigionati nell’imbuto formativo, perché non vengono finanziate sufficienti borse per specializzarli. E, senza correttivi, diventeranno 19mila già nel 2021, quando si laureeranno gli studenti immatricolati in sovrannumero per ricorso al Tar. A loro si aggiungono i 19mila medici, per lo più specialisti, di origine straniera, che lavorano con contratti a termine e, in mancanza della cittadinanza, non possono accedere ai concorsi. Ma anch’essi se ne stanno andando dall’Italia, attratti da offerte di lavoro più convenienti e più stabili in altri paesi, tra i quali quelli d’origine. Come risolvere, dunque, la carenza di specialisti?“Innanzitutto, con una corretta programmazione, formando un numero adeguato di specialisti nelle specialità per le quali sarà più grave la carenza – precisa Foad Aodi -. Per prima cosa, dunque, dobbiamo specializzare i medici che escono dalle nostre università: ci associamo all’appello della Fnomceo per avere già da quest’anno almeno diecimila borse, in modo da formare gran parte dei medici oggi prigionieri dell’imbuto formativo”.“In secondo luogo, velocizzando il riconoscimento dei titoli per i medici stranieri già specializzati che vogliono lavorare in Italia. Poi, migliorando le condizioni contrattuali, in maniera da far rimanere in Italia i medici, italiani e stranieri, che già lavorano sul territorio, e da far tornare coloro che sono emigrati all’estero – conclude -. Infine, permettendo l’accesso ai concorsi anche ai medici stranieri che già lavorano da tempo in Italia, a condizione che, una volta superato il concorso, ottengano la cittadinanza”.

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Carenza di vitamina D: Cosa fare

Posted by fidest press agency su sabato, 13 aprile 2019

È arrivata la primavera: le giornate si allungano e il freddo intenso dell’inverno sembra già un ricordo. Il sole ravviva le nostre giornate, migliora l’umore e ci stimola ad essere più attivi, ma non solo. La luce solare risulta fondamentale anche per “fare il pieno” di vitamina D.Uno studio condotto dall’Osservatorio nutrizionale Grana Padano e dall’Associazione Brain and Malnutrition Onlus (B&M) ha correlato la Vitamina D (25-OH) plasmatica non solo con ciò che mangiamo, ma anche con l’esposizione al sole, che permette all’organismo di sintetizzare questa vitamina. I volontari dell’associazione B&M hanno indagato le abitudini alimentari, i livelli di vitamina D nel sangue e l’esposizione al sole di 450 persone con età maggiore di 60 anni e in possesso degli esami ematochimici inerenti ai livelli di 25OH vitamina D, senza però aver consumato supplementi (integratori) di tale vitamina. Dall’indagine si evince che l’esposizione media al sole è di circa 1,6 ore a settimana e che con gli alimenti il campione intervistato assume circa 2.5 microgrammi al giorno di vitamina D. La concentrazione ematica media di Vitamina D (25-OH) rilevata dallo studio è di 17,8ng/ml (DS± 9,4), insufficiente per garantire il fabbisogno di molte funzioni dell’organismo. Dal campione preso in esame si evince che, a parità di vitamina D assunta dagli alimenti, chi si espone di più al sole ha una concentrazione di vitamina D nel sangue più elevata.L’importanza del corretto livello di tale vitamina nel sangue non è dovuta solo alle necessità del metabolismo del calcio, che la utilizza per preservare una corretta mineralizzazione ossea e prevenire l’osteoporosi, ma anche a diversi e importanti ruoli biologici. I dati che emergono dagli studi scientifici, infatti, supportano il legame tra carenza di Vitamina D nel plasma e aumentato rischio cardiovascolare, mentre studi su modelli sperimentali hanno dimostrato le proprietà antinfiammatorie della vitamina, oltre alle già note attività antitumorali e un possibile ruolo anche nelle patologie neurodegenerative.“I dati emersi confermano che la concentrazione ematica della vitamina D è molto bassa nella popolazione generale – spiega la dott.ssa Michela Barichella, medico dietologo, Presidente di Brain and Malnutrition in Chronic Diseases Association Onlus e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Grana Padano – e non raggiunge il valore minimo dei 30ng/ml, inoltre la Vitamina D (25-OH) diminuisce all’aumentare dell’età ed è influenzata direttamente dall’esposizione al sole. Dall’indagine emerge anche un’evidente ipovitaminosi D già dopo i sessant’anni, fattore che aumenta il rischio di osteoporosi e fratture ossee soprattutto nelle donne, oltre che eventi cardiovascolari e altre patologie”. I dati emersi dallo studio dell’Osservatorio nutrizinale Grana Padano confermano il dato già emerso sui consumi alimentari in Italia (INRAN-SCAI 2005-06) e il fatto che l’alimentazione non è sufficiente a coprire i fabbisogni di vitamina D. Dall’analisi statistica, infatti, non si trova una correlazione significativa tra livelli plasmatici di vitamina D e assunzione della stessa, correlazione positiva che si trova invece tra livelli plasmatici di vitamina D e introduzione dei PUFA (acidi grassi polinsaturi).I cinque consigli per combattere il deficit di vitamina D:
1. Fare tutti i giorni una passeggiata al sole affinché i raggi UV attivino la vitamina D. Esporsi alla luce solare (non filtrata da vetri) con la maggior superficie del corpo possibile e senza crema protettiva, per un periodo variabile in base al proprio fototipo: circa 10-15 minuti al giorno in estate e 20-30 minuti in inverno tra le 11:00 e le 15:00, cioè quando i raggi UV sono più attivi.
2. Mangiare ogni settimana tre porzioni di pesce, variando la specie e scegliendo anche quelli in cui è più presente la vitamina D. In ordine di quantità: aringa, tonno, pesce spada, alici, suro o sugarello, trota e coregone. Le noci (20 g al giorno) sono una valida fonte di grassi polinsaturi.
3. Consumare due porzioni di latticini al giorno, come latte o yogurt (anche parzialmente scremati), a colazione o a merenda e aggiungere un cucchiaio di formaggio grattugiato sui primi piatti. Chi non tollera il lattosio, può utilizzare latte delattosato e Grana Padano DOP perché privo di lattosio, ma ricco di calcio che grazie alla vitamina D fortifica le ossa.
4. Consumare due-quattro uova a settimana, sode o cotte in padella antiaderente (anche strapazzate o in frittata). Consumare una volta a settimana un primo piatto a base di pasta all’uovo.
5. Controllare il livello della vitamina D (25-OH) nel sangue e, in caso di carenza, provvedere alla corretta integrazione soprattutto nel periodo invernale, o comunque se non si ha un’esposizione al sole costante.

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“L’Ocse conferma: in Italia carenza allarmante di infermieri”

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

Il numero di infermieri in Italia per mille abitanti è tra i più bassi dei 35 paesi considerati nel nuovo Rapporto Health at a Glance Europe 2018 appena diffuso, integrato con la banca dati OECD Health Statistics 2018: 5,6 che pone il nostro paese a sette posti dal peggiore (il Messico con 2,9) e ben lontano dalla media Ocse di 9,4. Al contrario, l’Italia è nona su 35 paesi per il numero di medici ogni mille abitanti e così, la proporzione tra infermieri e medici che dovrebbe essere di tre infermieri ogni medico (nell’Ocse la media è 2,87), si ferma inesorabilmente a 1,4, peggiorando l’1,5 registrato l’anno precedente. E si parla solo di medici e infermieri attivi che svolgono cioè davvero la professione (sia in ospedale che fuori e nel privato).“Già il rapporto tra infermieri dipendenti e pazienti che per rivelarsi ottimale nell’assistenza dovrebbe essere di uno a sei – afferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri, FNOPI, la maggiore in Italia con i suoi oltre 440mila iscritti -, in Italia è in media di 1 a 11 con punte fino a 17-18 e il rapporto con i medici invece di essere uno a tre si ferma a 1 a 2,5 anche in questo caso con punte che sfiorano la parità (1:1) e un rapporto corretto nelle Regioni benchmark (ma non in tutte le aziende). Se guardiamo l’ultimo dato Ocse ci si rende conto che la maggiore carenza è proprio sul territorio che fa abbassare i valori medi, dove oggi la popolazione ha più bisogno per l’aumento della cronicità e della non autosufficienza legato all’età sempre più avanzata”.
L’Italia infatti ha exploit positivi come quello di essere tra i primi paesi – l’Ocse lo conferma – per aspettativa di vita: quarta dopo Giappone, Svizzera e Spagna con 83,30 anni medi (81 per i maschi e 85,60 per le femmine) e sempre in alta classifica (ma va un po’ peggio come posizione generale) per l’aspettativa di vita a 65 anni.“La FNOPI ha valutato da tempo la necessità di almeno 53mila professionisti infermieri e il dato Ocse conferma la carenza che senza un nuovo modello di assistenza andrà a totale discapito dell’assistenza”.
Un allarme già rilanciato anche dall’Organizzazione mondiale della Sanità a settembre nella sua Assemblea generale: “L’Italia deve affrontare un quadro di malattie croniche legate all’invecchiamento della popolazione che chiedono una risposta assistenziale complessa, proattiva, personalizzata”. E per farlo secondo L’Oms deve rispondere ad alcune sfide tra cui oltre a difendere meglio l’accesso universale all’assistenza, senza disuguaglianze, deve aumentare il numero di infermieri.

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Carenza infermieristica e pensionamenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 ottobre 2018

Con le previsioni attuali della manovra per il 2019 la carenza infermieristica rischia di salire da circa 53mila vuoti di organico a oltre 90mila già nel primo anno di applicazione – il 2019 – del criterio “quota 100” per i criteri di pensionamento.Inoltre – e non è poco – l’aumento promesso del Fondo sanitario nazionale di un miliardo basta a coprire l’esigenza dei servizi, ma le Regioni hanno già calcolato che per contratti degni di questo nome al personale di miliardi ne servono almeno altri due: tre in tutto. Così non sarà possibile farcela e ancora una volta, da dieci anni a questa parte, i professionisti del Ssn, che di questo sono il motore, l’essenza e l’energia vitale, dovranno praticamente lavorare e tenere alto il nome del sistema sanitario solo grazia alla loro volontà personale, come è stato finora.A lanciare l’allarme è la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), che rappresenta gli oltre 440mila infermieri presenti in Italia, di cui circa 270mila alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale.“Abbiamo il dovere di sottolineare l’acuirsi di una crisi nella gestione dell’organizzazione e dell’assistenza sanitaria che avrà ripercussioni non solo sulla vita lavorativa dei professionisti, ma soprattutto sulla salute dei pazienti. Per quanto riguarda gli infermieri infatti, se per ognuno ci fossero non più di sei pazienti, la mortalità si abbatterebbe del 20%. Oggi la media è di 11 pazienti per infermiere a fronte della carenza di circa 53mila unità. Domani questa situazione potrebbe quasi raddoppiare e con lei i rischi che ne derivano”. Analizzando le prime ipotesi della manovra 2019 – che dovrà passare comunque il vaglio del Parlamento – per quanto riguarda le risorse per i nuovi contratti 2019-2021 la disponibilità sarebbe per ora di circa 284 milioni per il prossimo anno, mentre le Regioni hanno già sottolineato un fabbisogno di almeno due miliardi.Mantenendo costante la previsione di inflazione media annuale secondo l’indice Ipca (indice europeo) che per il 2019 ipotizza l’1,3%, si avrebbe a fine del periodo triennale un fabbisogno di aumenti pari al 3,9%, rispetto al 3,48% concesso nel contratto 2016-2018 chiuso da poco per il personale.Calcolando tale percentuale sulla retribuzione media degli infermieri nel 2016 (ma i conti andranno fatti su quella 2017 quando il relativo Conto annuale sarà disponibile), la massa degli aumenti per la categoria dovrebbe essere di almeno 343 milioni, già superiore quindi a quanto sarebbe disponibile per tutta la Sanità nella legge di Bilancio 2019.Volendo anche riferirsi agli aumenti per il solo 2019, la somma necessaria sarebbe pari a circa 114 milioni, il 40% circa della disponibilità preventivata.C’è poi il problema della carenza infermieristica vera e propria. Oggi mancano 53mila unità circa, ma con il meccanismo previdenziale a quota 100 rischia di diventare una cifra molto più alta, anche più di un allarme.Gli infermieri interessati dal meccanismo infatti – quelli dai 55 anni in su di età – sono circa 103mila, destinati presto a poter fuoriuscire dal Ssn.Di questi la metà (50.574) sono oltre i 60 anni e ancora tra questi oltre 39mila hanno anche un’anzianità sufficiente a raggiungere quota 100 allo scattare della norma. Una buona notizia per i colleghi che ormai stanchi e a forte rischio inidoneità continuano a garantire l’assistenza, ma un disastro se non si garantisce il ricambio generazionale.Nel 2019 quindi si rischia di raggiungere una carenza infermieristica tra organici già mancanti e nuovi pensionamenti di quasi 90mila infermieri. Un vero e proprio rischio di paralisi per l’assistenza.

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Infanzia: Fp Cgil a Di Maio, problema nidi non solo costo ma anche carenza offerta

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 agosto 2018

“La proposta sulla copertura totale del costo degli asili nido da parte dello Stato da sola non basta perché il problema non è solo il costo ma soprattutto la carenza di offerta pubblica. Per questo il tema della gratuità deve andare parallelamente a quello del rafforzamento dell’offerta”. Così la Fp Cgil Nazionale commenta le affermazioni del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, oggi in risposta a un’interrogazione al Senato sulle misure per favorire l’occupazione femminile. “La gratuità è sicuramente un punto, che riprende le nostre battaglie, ma senza un ampliamento dell’offerta non saremmo mai in grado di dare una risposta all’oltre 80% di bambine e bambini che in Italia non accede al servizio proprio in ragione di una mancanza di servizi. L’allargamento dell’offerta che deve passare anche attraverso il rafforzamento dell’occupazione nel settore, che può contribuire anche alla creazione di nuovi posti di lavoro. Per questo giudichiamo la proposta del ministro Di Maio al momento non sufficiente. In ogni caso vigileremo che oltre le affermazioni di oggi si dia seguito nel corso della prossima legge di Bilancio”, conclude Bozzanca.

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Carenza di organici nelle forze di polizia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

Tanto l’apprezzamento del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap) in seguito all’audizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato. «Ancora una volta abbiamo avuto modo di constatare che il Ministro dell’Interno, quando parla di sicurezza, parla la lingua del Sap – dichiara il Segretario Generale Stefano Paoloni -. Il Ministro ha parlato di superamento del piano di assunzione quinquennale e di investimenti sulle Forze dell’Ordine, tutti argomenti che, da sempre, sono oggetto delle nostre battaglie»
Dopo la riforma Madia e i relativi tagli fatti passare come “razionalizzazione”, si è registrata una carenza di organico pari a 50 mila uomini di cui solo 20 mila nella Polizia di Stato, considerando anche l’età media dei poliziotti intorno ai 47 anni e i prossimi avviati verso il pensionamento.«Lo sblocco del turnover è un passo fondamentale per incrementare l’organico e scongiurare il collasso operativo di alcune questure e commissariati che disperatamente chiedono rinforzi. Le intenzioni del Ministro – prosegue Paoloni – sono quelle di garantire maggiore presenza delle forze dell’ordine sul territorio e, dunque, maggiore sicurezza, così come stabilito nel contratto di Governo al puto 23, che con coerenza l’esecutivo sta continuando a perseguire. A nostro avviso – conclude – il grande piano di assunzioni straordinario annunciato da Salvini è il primo passo fondamentale, per una nuova Polizia. Quella che il Sap ha sempre voluto».

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Carenza di iodio: una minaccia allo sviluppo cerebrale nei bambini

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2018

Cracovia. Lo iodio è un micronutriente essenziale che ricaviamo dall’acqua e dagli alimenti che assumiamo ed è necessario per la produzione degli ormoni tiroidei, importanti regolatori del metabolismo per la crescita e lo sviluppo. Durante la gravidanza, le donne hanno un maggiore bisogno di iodio, spesso non sufficientemente assunto attraverso l’alimentazione. Persino una minima carenza di iodio può compromettere le funzioni neurocognitive e ridurre il QI dei loro bambini; nonostante ciò, molte mamme non sono consapevoli delle conseguenze che il basso livello di iodio può avere sulla salute dei loro bambini.Secondo gli esperti, in molti Paesi europei con programmi assistenziali che prevedono la fortificazione del sale da cucina con iodio, fino al 50% dei neonati sono comunque esposti ad una lieve carenza iodica e pertanto il loro potenziale cognitivo è a rischio. Mentre una moderata diminuzione del QI può colpire negativamente gli individui, che potrebbero avere problemi di apprendimento e non riuscire a sviluppare adeguatamente le loro piene potenzialità, la riduzione del QI a livello di popolazione potrebbe influenzare la performance economica di interi Paesi.Nonostante siano ormai noti gli importanti effetti negativi sulla salute causati da carenza di iodio che gravano sui sistemi sanitari, i programmi di prevenzione per queste malattie ricevono poca attenzione da parte dei decisori politici, degli opinion leader e dei cittadini Europei. È da sottolineare che la carenza di iodio può essere evitata, in modo economicamente vantaggioso, dalla fornitura di cibo fortificato. Da diversi anni, l’OMS ritiene importante un monitoraggio sistematico per eliminare la carenza di iodio in Europa, ma purtroppo soltanto otto paesi dell’UE osservano questa norma minima per affrontarla.
i ricercatori europei che si sono riuniti a Cracovia nei giorni scorsi hanno presentato i loro studi sulle malattie da carenza di iodio sotto l’organizzazione Horizon2020 research and innovation action EUthyroid (Project ID: 634453), preoccupati dello scarso impegno da parte dei decisori politici. Il consorzio ha quindi avviato un appello che coinvolga tutte le parti interessate per richiamare l’attenzione dei decisori politici, delle Istituzioni e della comunità medico-scientifica per assicurare delle strategie concrete per prevenire le malattie da carenza iodica in tutta Europa. Obiettivo della Dichiarazione di Cracovia è infatti l’eliminazione della carenza iodica, e attraverso la quale gli esperti chiedono metodi di prevenzione: le autorità e i decisori politici dovrebbero armonizzare l’obbligatorietà del sale arricchito di iodio per assicurare un libero scambio di cibi fortificati in Europa. Allo stesso modo, il cibo per animali richiede l’approvazione di normative per assicurare un libero scambio nell’UE.
Controlli di prevenzione: i governi nazionali e le autorità sanitarie dovrebbero uniformare il monitoraggio e valutare i programmi di fortificazione con iodio a intervalli prestabiliti per assicurare l’apporto ottimale di iodio.
Sostegno alla prevenzione: gli scienziati, insieme alla sanità pubblica, alle organizzazioni di pazienti, all’industria e al pubblico, dovrebbero appoggiare le misure necessarie per assicurare che i programmi di prevenzione delle malattie dovute alla carenza iodica siano sostenibili, considerando l’ambiente e una maggiore consapevolezza sociale anche su questo argomento.
I firmatari della Dichiarazione di Cracovia sullo Iodio chiedono il sostegno dell’Europa per raccogliere le risorse e le competenze per assicurare che le malattie dovute alla carenza di iodio vengano eliminate.www.iodinedeclaration.eu

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M5S Lombardia: Carenza medici, agire con visione di medio lungo periodo

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 febbraio 2017

medico_di_base“Entro il 2023, circa 21.700 medici di famiglia italiani andranno in pensione, e con l’attuale sistema per l’assegnazione dei posti da medici di base si farà fatica a sostituirli: potrebbero essercene 16.000 in meno rispetto al numero considerato necessario”. Lo scrivono in una mozione che sarà discussa dal Consiglio regionale martedì 7 febbraio, i consiglieri regionali lombardi del Movimento 5 Stelle Paola Macchi e Dario Violi. I due consiglieri riportano “i dati dell’Enpam, l’ente nazionale di previdenza per i medici e gli odontoiatri”. “Considerando – aggiungono – che il numero medio di pazienti per ogni medico di famiglia è circa 1.200, nel 2023 un italiano su tre potrebbe rimanere senza medico di base: la regione in cui andranno in pensione più medici è la Lombardia (2.776)”.
Per questo gli esponenti del M5S chiedono alla Giunta Maroni di “valutare in tempi brevi la situazione della disponibilità di medici di medicina generale nell’arco dei prossimi 5 anni” e “a fronte di risultati che confermino l’allarme sulla possibile futura carenza di medici di famiglia aumentare il numero di medici abilitati che possano frequentare i corsi di formazione specifica in Medicina Generale, in accordo con i ministeri della Salute e della Ricerca”.
Paola Macchi dichiara: “E’ indispensabile che la politica abbia una visione a lungo termine dei problemi che si possono venire a creare. Per questo riteniamo opportuno occuparci, fin da subito, di questa tematica su cui è stato dato l’allarme molte volte dagli stessi medici, ma che pare non essere ancora stata presa in considerazione di Regione Lombardia. Già ora in Lombardia molti medici seguono anche più dei 1500 pazienti dati come limite massimo dalla legge e con la prevedibile e certa ondata di pensionamenti la situazione potrebbe diventare esplosiva e i servizi per i pazienti potrebbero essere molto ridotti”.

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Sanità Lazio : Dimitri (Cisl FP) Sovraffollamento e Carenza di Personale all’Asl RM 5

Posted by fidest press agency su martedì, 2 agosto 2016

Ogni cittadino iscritto al Servizio sanitario nazionale ha diritto a un medico di famiglia, figura cruciale tanto per la sua salute quanto per il corretto andamento della macchina della sanità.La CISL FP Roma/Rieti Territoriale denuncia con forza il fatto che questa figura Sanitaria di Medicina del Territorio delega, ormai da tempo, alla struttura Ospedaliera il Lavoro di loro Competenza! L’80% di chi arriva nel Pronto Soccorso all’Ospedale di Tivoli , cosi come in quelli delle altre Strutture della ASL RM 5 non ha alcun bisogno di cure ospedaliere. È esplicita consuetudine da parte dei Medici di Base locali, indirizzare presso i punti di primo intervento Ospedaliero i pazienti che invece andrebbero trattati in regime ambulatoriale oppure a domicilio. Possiamo affermare che se il Pronto Soccorso e’ intasato molto dipende da un completo disallineamento dell’attività del Medico di Famiglia con le indicazioni del sistema sanitario locale. Se l’assistenza sul territorio funzionasse davvero, non esisterebbero situazione insostenibili come quelle che si vivono quotidianamente nei Pronto Soccorso delle ASL RM 5. La CISL FP ha piena consapevolezza che ad aggravare la situazione, rendendo difficile e spesso impossibile il deflusso dei Pazienti verso i reparti o posti di continuità assistenziale, sono anche le realtà di pronto soccorso piccole, vecchie e male organizzate a causa di una drammatica carenza di personale dovuta ad un blocco del turnover che combattiamo da almeno 10 anni, la mancanza di incentivi per il personale esposto al Rischio biologico e stress correlato ed i carichi di lavoro eccessivi.L’affollamento cronico – è la cartina tornasole del declino del servizio sanitario locale. (Cecchinelli Dimitri Responsabile Territoriale CISL FP Roma Capitale Rieti).

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Rifugiati e carenza di fondi

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2015

rifugiati sirianiSecondo un rapporto pubblicato oggi, la carenza di fondi sta ostacolando gli sforzi di assistenza umanitaria e di sviluppo volti a soddisfare le esigenze di 3,9 milioni di rifugiati fuggiti dal conflitto in Siria, oltre che di più di 20 milioni di persone delle comunità locali che li ospitano nei paesi limitrofi.
I più di 200 partner del Piano Regionale su Rifugiati e Resilienza (3RP) in risposta alla crisi siriana chiedono alla comunità internazionale di agire più rapidamente per dare seguito ai propri impegni a sostegno del 3RP.
Rispetto ai 4,53 miliardi di dollari necessari per i programmi attuati dalle agenzie dell’ONU e dalle ONG nell’ambito del piano, alla fine di maggio erano stati raccolti solamente 1,06 miliardi di dollari – il 23%. Rimangono scoperti circa 3,47 miliardi di dollari.
“Questa massiccia crisi richiede molta più solidarietà e condivisione delle responsabilità da parte della comunità internazionale, rispetto a quanto abbiamo visto finora”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres. “Invece, siamo così pericolosamente a corto di fondi, che si rischia di non essere in grado di soddisfare nemmeno le esigenze più elementari di sopravvivenza di milioni di persone nei prossimi sei mesi.”
Già ora, come conseguenza della mancanza di fondi, 1,6 milioni di rifugiati si sono visti ridurre l’assistenza alimentare nell’anno in corso; 750.000 bambini non frequentano la scuola; e i servizi sanitari fondamentali per salvare tante vite umane stanno diventando troppo costosi per molti, tra cui 70.000 donne in gravidanza a rischio di parto non sicuro. Circa l’86% dei rifugiati urbani in Giordania vive al di sotto della soglia di povertà di 3,2 dollari al giorno, mentre il 45% dei rifugiati in Libano vive in alloggi in condizioni inferiori agli standard minimi. Quasi la metà di tutte le persone colpite da questa crisi sono bambini e molti di loro, insieme alle loro famiglie, lottano per far fronte al disagio causato dalle violenze e dallo sconvolgimento che hanno subito.
I partner del 3RP avvertono che se ulteriori fondi non arriveranno presto, fino a 130.000 famiglie vulnerabili non riceveranno l’assistenza in denaro necessaria per aiutarle a soddisfare i bisogni primari e molte persone vulnerabili smetteranno di ricevere i buoni pasto mensili. L’erogazione dell’acqua e i servizi delle acque reflue di cui godono milioni di persone in tutta la regione saranno in pericolo. Fino a 1,7 milioni di persone potrebbero trovarsi ad affrontare l’inverno di quest’anno senza carburante, riparo, isolamento, coperte o vestiti pesanti. Lo scorso anno molte persone, tra cui anche dei bambini, hanno perso la vita durante l’inverno più duro che la regione abbia visto negli ultimi quarant’anni.
A metà dell’anno, avendo ricevuto meno di un quarto dei fondi necessari e con l’inverno proprio dietro l’angolo, i partner del 3RP hanno urgente bisogno di finanziamenti certi per poter pianificare le attività e dare risposte tempestive.
La crisi in Siria ha anche prodotto importanti effetti sociali ed economici sui paesi ospitanti, che restano in prima linea nella crisi e che stanno attraversando instabilità politiche, economiche, sociali e di sicurezza. Nel pieno del suo quinto anno, la crisi siriana sta avendo un impatto sullo sviluppo e la sicurezza globale.
Secondo l’Amministratore dell’UNDP Helen Clark, “le lezioni apprese nel corso degli ultimi quattro anni di risposta alla crisi siriana mostra senza ombra di dubbio l’importanza di offrire un approccio umanitario e di sviluppo basato sulla costruzione di resilienza. Un Piano 3RP ben finanziato sosterrà la stabilizzazione aiutando le persone a trovare un impiego, ad avere accesso ad opportunità imprenditoriali, e a migliorare la sicurezza alimentare delle famiglie.”
Il rapporto rileva che, se da un lato la pressione sui paesi ospitanti continua a crescere, dall’altro è sempre più difficile per i siriani trovare sicurezza, anche richiedendo asilo. Queste difficoltà hanno fatto aumentare il numero di siriani che cercano sicurezza e protezione al di fuori della regione, anche intraprendendo viaggi spesso pericolosi attraverso il Mediterraneo, nella speranza di raggiungere l’Europa. Molti siriani hanno perso la vita in questi viaggi.
Il rapporto invita la comunità internazionale a condividere maggiormente l’onere portato dai paesi ospitanti, attraverso una tempestiva fornitura di finanziamenti e l’offerta di soluzioni, come ulteriori opportunità di reinsediamento e altre forme di ammissione umanitaria per i rifugiati siriani. I partner del 3RP avvertono che se la richiesta di azione rimarrà inascoltata, una generazione di siriani rimarrà indietro e i paesi limitrofi continueranno con fatica a fare il possibile per riuscire a garantire un bene pubblico che non possono e non devono offrire da soli.
Il contesto di 3RP Il Piano Regionale su Rifugiati e Resilienza (3RP) in risposta alla crisi siriana è un appello internazionale volto a rispondere alle esigenze di protezione dei rifugiati, ai bisogni umanitari delle persone più vulnerabili, e agli impatti socio-economici a lungo termine della crisi siriana sui paesi limitrofi, ovvero Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Il 3RP è un appello per il finanziamento di 5,5 miliardi di dollari, che comprende 1 miliardo di dollari da dare ai governi dei paesi di asilo e 4,5 miliardi di dollari per i programmi attuati dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni non governative (ONG). L’appello è pianificato sulla base in uno scenario di 4,27 milioni di rifugiati siriani nella regione per la fine del 2015, e ha lo scopo di assistere nell’anno in corso più di 20 milioni di altre persone nelle comunità locali coinvolte.

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Conferenza internazionale “The diagnosis, management and treatment of hypoparathyroidism”

Posted by fidest press agency su martedì, 28 aprile 2015

firenzeFirenze dal 07 al 09 maggio a Palazzo Ximènes Panciatichi, Borgo Pinti 68, Firenze. La partecipazione è aperta a tutti i medici ed è gratuita. Gli organizzatori sono: Università degli Studi di Firenze, Columbia University di New York, Stati Uniti, McMaster University di Oakville, Canada, Harvard Medical School di Boston, Stati Uniti e Fondazione Internazionale Menarini.La carenza dell’ormone tiroideo, prodotto dalle paratiroidi, quattro piccole ghiandole poste nel collo, in prossimità della tiroide, può provocare una insufficienza di calcio nel sangue e diversi disturbi. Fino a oggi non esisteva un trattamento specifico, ma a breve sarà disponibile una terapia ormonale sostitutiva che potrebbe migliorare significativamente la qualità di vita delle persone con questo problema.
Per capire come utilizzare questa nuova terapia tutti i maggiori esperti mondiali si raduneranno a Firenze in occasione della Conferenza internazionale “The diagnosis, management and treatment of hypoparathyroidism”.
In questa occasione verranno stilate le Linee Guida in un’area ancora mancante di indicazioni. Saranno le prime Linee Guida su questa problematica.

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Sanità Lazio e contratti lavoro part-time

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 maggio 2011

I Direttori Generali delle Aziende Ospedaliere e Sanitarie del Lazio, scelti dalla Presidente Polverini, stanno selvaggiamente revocando i contratti di lavoro part-time che per il 90%, riguardano le donne, lavoratrici costrette a rinunciare ad una parte del salario per prendersi cura di bambini, anziani, disabili e sopperire così alla carenza di servizi sociali di questa regione. La revoca obbliga il rientro in servizio a tempo pieno già dal 1° giugno, proprio quando chiudono le scuole, nel tentativo di recuperare qualche unità di fronte ad un’enorme carenza di personale, carenza aggravata ulteriormente dalle ferie estive e che porterà inesorabilmente alla chiusura/accorpamento di numerosi reparti e servizi. Prosegue la rappresentante USB: “Nonostante la nostra denuncia e la richiesta di un intervento tempestivo, che ponesse un argine alla discrezionalità dei singoli Direttori Generali come avvenuto in altre Regioni, e l’appello al senso di appartenenza ad un genere già fortemente penalizzato nel mondo del lavoro, la Polverini, evidentemente presa da altre priorità, non ha neanche risposto a questo grido d’allarme, rendendosi responsabile di quello che tra breve arrecherà un danno sociale e personale enorme alle lavoratrici e ai lavoratori di questa Regione”, conclude Licia Pera.

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