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Il WFP potenzia la risposta in Yemen per prevenire la carestia

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

SANA’A – In Yemen, ogni anno di conflitto causa un aumento di un milione, o più, di persone sull’orlo della carestia. E’ l’allarme lanciato dall’agenzia ONU World Food Programme (WFP) alla vigilia della conferenza dei paesi donatori a Ginevra.Quest’anno, il WFP sta potenziando la sua risposta d’emergenza per raggiungere quasi 10 milioni di persone disperate in un paese in cui il brutale conflitto peggiora una già devastante crisi alimentare. Il WFP continuerà, inoltre, a sostenere gli sforzi degli altri partner attaverso la sua capacità logistica e fornendo supporto per le telecomunicazioni d’emergenza.
In Yemen, circa 18 milioni di persone – oltre il 60 per cento della popolazione – ha bisogno di assistenza alimentare. Nel 2017, al terzo anno di conflitto, 1,6 milioni di persone in più hanno sofferto la fame acuta: complessivamente, sono 8,4 milioni le persone che non possono sopravvivere senza assistenza alimentare.E’ a rischio il potenziale di un’intera generazione: versano in stato di malnutrizione quasi 3 milioni di bambini e di donne incinte e che allattano.
L’operazione del WFP, per avere successo, ha bisogno di ricevere una quantità sufficiente di fondi e di accesso alle persone disperate e affamate, in un contesto nel quale il conflitto e l’insicurezza spesso impediscono all’assistenza alimentare di arrivare a chi ne ha bisogno. I finanziamenti sono necessari e urgenti anche considerato che ci vogliono, in media, circa quattro mesi o più per acquistare il cibo e farlo arrivare in Yemen.Quest’anno, il WFP adotterà nuovi approcci per far fronte alla fame acuta e investire nei bambini dello Yemen. Circa il 21 per cento di tutte le scuole primarie e secondarie sono state chiuse, impedendo a 1,84 milioni di bambini di ricevere un’istruzione. Nel 2018, il WFP comincerà ad implementare il suo programma di alimentazione scolastica a sostegno di oltre mezzo milione di bambini.Il WFP ha bisogno di oltre un miliardo di dollari per assistere, nel 2018, 10 milioni di persone con assistenza alimentare e nutrizionale. Finora, il WFP ha ricevuto contributi dai donatori che includono (in ordine alfabetico): Canada, UN CERF, Commissione Europea, Emirati Arabi Uniti, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Regno dell’Arabia Saudita, Stati Uniti, Svizzera.

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Sud Sudan: si attenua la carestia, ma la situazione rimane disperata per il diffondersi della fame

Posted by fidest press agency su domenica, 25 giugno 2017

Fao-RomaSecondo nuove analisi pubblicate oggi, a seguito del significativo incremento della risposta umanitaria la carestia in Sud Sudan appare attenuata. Tuttavia, la situazione è tuttora disperata in tutto il paese poiché il numero di persone che ogni giorno cercano di trovare cibo sufficiente ha raggiunto i 6 milioni – dai 4,9 milioni di febbraio – ed è il più alto livello di insicurezza alimentare che si sia mai registrato in Sud Sudan.
Secondo l’aggiornamento della Integrated Food Security Phase Classification (IPC) (Quadro integrato di classificazione della sicurezza alimentare, N.d.T.) la nuova valutazione congiunta del governo, della FAO, dell’UNICEF, del WFP e di altri partner umanitari, la definizione tecnica approvata di carestia non si applica più nelle contee di Leer e Mayandit dell’ex Unity State, dove era stata dichiarata a febbraio. In altre due contee ritenute ad alto rischio nel mese di febbraio – Koch e Panyijiar – l’immediata e capillare assistenza umanitaria ha svolto un ruolo significativo nel prevenire un ulteriore deterioramento della carestia.Tuttavia, circa 45.000 persone (25.000 nell’ex Unity State e 20.000 nell’ex Jonglei State) stanno ancora sperimentando condizioni catastrofiche per il grande numero di sfollati provocato dai conflitti e dallo scarso raccolto dello scorso anno. Queste popolazioni sono ora di fronte alla prospettiva della fame a meno che non arrivi una robusta assistenza umanitaria.Un deterioramento della situazione si registra in tutto il paese. Il numero di persone che affrontano livelli di fame di emergenza – un gradino in meno rispetto alla carestia sulla scala IPC – è di 1,7 milioni, 1 milione in più rispetto al mese di febbraio.
Le tre agenzie ONU hanno messo in guardia che i passi avanti fatti nelle peggiori situazioni di fame non devono andare perduti. La capacità della popolazione di nutrirsi è stata fortemente erosa e il sostegno salva vita e d’emergenza per la salvaguardia del cibo e dei mezzi di sussistenza deve continuare a prevenire una ricaduta nella carestia.
L’aumento dell’insicurezza alimentare è stato determinato dal conflitto armato, dai raccolti inferiori alla media e dall’aumento dei prezzi alimentari, oltre che dagli effetti dell’annuale stagione magra.Nel sud-ovest del paese, fino a poco tempo fa il granaio del paese, ci sono livelli di fame senza precedenti, causati in gran parte dal conflitto. Le comunità agricole sono state costrette a varcare i confini e cercare un aiuto alla propria sopravvivenza nei paesi limitrofi, lasciandosi alle spalle campi non custoditi che ha portato gli analisti a prevedere un elevato disavanzo nazionale di cereali per il 2018.Sulla riva occidentale del fiume Nilo, nell’angolo nord-est del paese, la fame si è moltiplicata dopo che il rinnovato conflitto ha provocato grandi spostamenti di popolazione e l’interruzione dei mezzi di sussistenza, dei mercati e dell’assistenza umanitaria.
Dall’inizio dell’anno il WFP ha raggiunto in Sud Sudan 3,4 milioni di persone. Questo comprende assistenza alimentare e nutrizionale di emergenza a 2,6 milioni di persone dislocate o colpite dal conflitto e a 800.000 persone attraverso le operazioni di recupero, per aiutare le comunità a rafforzare la propria capacità di risposta agli shock, oltre che con il continuo sostegno ai rifugiati.Finora quest’anno, l’UNICEF, insieme ai suoi partner, ha curato più di 76.000 bambini con grave malnutrizione acuta (SAM). I bambini con SAM hanno nove volte più probabilità di morire di quelli ben nutriti. Il Fondo dei bambini delle Nazioni Unite ha come obiettivo per l’anno di raggiungere 700.000 bambini malnutriti in tutto il paese. Nell’ambito del suo approccio multisettoriale per affrontare la questione, l’UNICEF ha inoltre fornito a 500.000 persone acqua potabile e ad altre 200.000 ha dato accesso a strutture sanitarie.L’UNICEF, il WFP e i loro partner hanno anche aumentato le missioni di Risposta Rapida, che utilizzano elicotteri e lanci aerei per raggiungere le comunità rimaste isolate. Da febbraio sono state completate 25 missioni nello Unity State, nell’Upper Nile e nello stato di Jonglei, raggiungendo oltre 40.000 bambini.La FAO ha fornito a oltre 2.8 milioni di persone, tra cui 200.000 nelle aree affette da carestia, kit per la pesca e sementi per coltivare verdure e altre produzioni, oltre a vaccinare più di 6 milioni di capi di bestiame per salvare vite umane attraverso i mezzi di sussistenza.La carestia può essere ufficialmente dichiarata solo quando sono soddisfatte condizioni molto specifiche: almeno il 20% delle famiglie di una zona soffrono di carenza di cibo estrema con una capacità limitata di farvi fronte; i tassi di malnutrizione acuta devono superare il 30%; e il tasso di mortalità giornaliera deve superare la media di due adulti per ogni 10.000 persone. (SOURCE Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite (FAO)

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I capi delle agenzie alimentari ONU visitano il Sud Sudan colpito dalla carestia

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

sud sudanJUBA – Tutte le parti in conflitto in Sud Sudan devono cessare le violenze e collaborare così che il cibo e altri sostegni salva-vita arrivino alla popolazione, mettendo così fine alla carestia e alla fame acuta. Questo è l’appello lanciato ieri dal Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva e dal Direttore Esecutivo del WFP David Beasley nel corso della loro visita nell’ex stato di Unity, una delle aree maggiormente colpite dalla crisi alimentare in Sud Sudan. Circa 5,5 milioni di persone nel paese – quasi la metà della popolazione – soffrono la fame acuta e non sanno dove troveranno il loro prossimo pasto, ancora prima della stagione di magra, che tocca il suo apice a luglio. Di questi, circa un milione sono sull’orlo della carestia.Oltre 90.000 persone, invece, sono già colpiti dalla carestia, che è stata dichiarata in alcune parti dell’ex stato di Unity. Questa situazione senza precedenti è il risultato del conflitto in corso, di ostacoli posti alla distribuzione di aiuti umanitari e di un calo della produzione agricola.Graziano da Silva e Beasley hanno sottolineato l’estrema importanza di una risposta rapida e su larga scala, che combini assistenza alimentare d’emergenza e sostegno all’agricoltura, all’allevamento e alla pesca.”La situazione è spaventosa ma non è troppo tardi per salvare delle vite. Possiamo ancora evitare che il disastro peggiori ulteriormente, ma i combattimenti devono cessare ora. Non possono esserci progressi senza pace. La popolazione deve avere accesso immediato al cibo, mentre gli agricoltori devono essere messi nelle condizioni di lavorare i propri campi e prendersi cura del proprio bestiame” ha affermato Graziano da Silva.
Nell’ex stato di Unity, Graziano da Silva e Beasley hanno visitato diverse zone dove le due agenzie operano per affrontare la crisi alimentare. Hanno incontrato persone colpite dalla carestia sulla remota isola di Kok, nel fiume Nilo, dove in molti hanno cercato rifugio dai combattimenti. Graziano da Silva e Beasley hanno assistito al lancio di aiuti alimentari dagli aerei del WFP per decine di migliaia di persone a Ganyiel, dove la distribuzione regolare di aiuti umanitari ha allontanato il rischio della carestia. I capi delle due agenzie hanno poi assistito alla distribuzione di cibo e trattamenti nutrizionali forniti dal WFP, e di reti da pesca e semi forniti dalla FAO, da parte di operatori di partner nazionali e internazionali.A Rumbeck, nell’ex stato di Laghi, Graziano da Silva e Beasley hanno incontrato diverse famiglie, osservando in prima persona come queste cerchino di fare fronte alla crisi.Mentre la situazione a Rumbek non è grave come in altre aree del paese, la fame e la malnutrizione destano comunque serie preoccupazioni. I capi delle due agenzie hanno visitato un progetto della FAO che offre a contadine e allevatrici un posto sicuro dove lavorare o vendere il latte oltre a fornire uno spazio per attività formative per la comunità.Con i livelli di malnutrizione in continua crescita in tutto il paese, il progetto rappresenta una soluzione innovativa per migliorare la disponibilità di latte e latticini sicuri e di qualità, fonte fondamentale di vitamine proteiche e minerali – elementi essenziali per una sana alimentazione.
Fao-RomaGraziano da Silva e Beasley hanno sottolineato l’importanza di un rinnovato impegno della comunità internazionale in Sud Sudan. Sono necessari ulteriori fondi per distribuire cibo, migliorare la nutrizione, l’assistenza sanitaria, l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari, per fornire input agricoli come semi, reti da pesca e vaccini per il bestiame.FAO e WFP insieme registrano un gap nei finanziamenti di 182 milioni di dollari nei prossimi sei mesi, e hanno difficoltà a raccogliere fondi per fare fronte ai bisogni in rapida crescita in diverse zone di crisi nel mondo. “I donatori hanno sostenuto il Sud Sudan per molti anni” ha affermato Beasley. “Il WFP continuerà a stare al fianco delle popolazioni del Sud Sudan nel momento del bisogno. I tempi sono però stretti, con così tante crisi nel mondo che richiedono attenzione e sostegno. I leader del Sud Sudan devono mostrare buona fede e facilitare gli sforzi umanitari, cancellando tasse non necessarie e procedure che ritardano e ostacolano le operazioni di soccorso.”Quest’anno, il WFP prevede di sostenere almeno 4,1 milioni di persone in Sud Sudan, fornendo cibo salva-vita a popolazioni in aree remote che altrimenti non avrebbero nulla da mangiare poiché isolate dai combattimenti. Il WFP distribuisce inoltre trattamenti speciali che aiutano madri e bambini a combattere la malnutrizione. Inoltre, l’agenzia fornisce assistenza in denaro per permettere alle persone di acquistare il cibo nelle zone dove esso è disponibile nei negozi ma il cui prezzo è troppo alto per i più vulnerabili e le loro famiglie.Finora, 2,9 milioni di persone hanno beneficiato del sostegno della FAO ai mezzi di sussistenza durante la stagione secca. La FAO sta al momento distribuendo semi e organizzando mercati delle sementi allo scopo di sostenere 2,1 milioni di persone entro la fine della stagione di semina principale. Ad oggi, circa 200 mila persone hanno ricevuto kit con semi di vegetali e reti da pesca nel solo ex stato di Unity, dove è stata dichiarata la carestia.Inoltre, un campagna di vaccinazione promossa dalla FAO ha permesso di trattare circa 1,8 milioni di capi di bestiame dall’ inizio dell’anno, con la previsione di raggiungerne 6 milioni entro la fine dell’anno. La FAO sta inoltre intensificando la distribuzione di reti da pesca in aree colpite dalla carestia, dove la gente vive in zone paludose e ha bisogno disperato di fonti di cibo.

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Somalia a rischio carestia

Posted by fidest press agency su sabato, 1 aprile 2017

somalilaAncora una volta la Somalia è a rischio carestia e i primi dati mostrano che il numero di bambini che soffrono di malnutrizione acuta grave e di colera o diarrea acquosa acuta è in aumento – una combinazione di malattie che durante la carestia del 2011 ha ucciso molti bambini. A febbraio, l’UNICEF ha stimato che, nel 2017, 944.000 bambini avrebbero sofferto di malnutrizione acuta, compresi 185.000 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave che hanno bisogno di urgenti aiuti salvavita. Questo dato potrebbe aumentare, anche se le prossime piogge dovessero iniziare in tempo ad aprile.Tra gennaio e febbraio più di 35.400 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave hanno ricevuto cure con alimenti terapeutici presso centinaia di centri per la nutrizione in tutta la Somalia, un aumento del 58% rispetto allo stesso periodo nel 2016. Al 28 marzo, dall’inizio dell’anno sono stati segnalati più di 18.400 casi di colera o diarrea acquosa acuta, questo dato supera di gran lunga i 15.600 casi riportati durante tutto il 2016. La maggior parte dei casi sono stati riscontrati tra bambini molto piccoli.“Questi dati sono un campanello d’allarme” ha dichiarato Leila Pakkala, Direttore Regionale dell’UNICEF per l’Africa Orientale e del Sud, dopo aver parlato con delle famiglie sfollate e dei pazienti presso un centro per la cura del colera a Baidoa, in Somalia. “I bambini muoiono per malnutrizione, fame, sete e malattie. Durante la carestia del 2011, circa 130.000 bambini sono morti, la metà prima che la carestia fosse dichiarata. Stiamo lavorando duramente con i nostri partner per fare in modo che non accada di nuovo.” Attualmente non sono disponibili dati precisi sul numero di bambini morti per fame o malnutrizione, in parte perché molti muoiono per malattie o infezioni, però i bambini che soffrono di malnutrizione acuta grave hanno una probabilità 9 volte maggiore di morire per malattie rispetto a un bambino ben nutrito. Durante la carestia del 2011, la diarrea e il morbillo hanno fatto il maggior numero di vittime.A sei anni dalla dichiarazione di carestia in alcune aree della Somalia centrale e meridionale, il paese è ancora una volta sull’orlo della catastrofe. Questa volta la siccità è molto più diffusa e ha colpito le aree del Somalinad, Puntland e le aree rurali della Somalia, oltre alle parti centrali e meridionali del paese che erano state le più duramente colpite nel 2011. Il numero di persone esposte a rischio immediato è più grande e i bambini sono tra i più colpiti.L’UNICEF e i suoi partner hanno predisposto accesso ad aiuti salva vita fino a giugno e stanno lavorando ad un piano di ampliamento. L’UNICEF si sta impegnando per ampliare l’accesso alle strutture per la nutrizione sia mobili che fisse, all’acqua, ai servizi igienici, ai servizi sanitari e ha impiegato delle squadre nelle aree più duramente colpite, collaborando con le autorità locali, i suoi partner e le comunità per curare e prevenire la malnutrizione e il colera o la diarrea acquosa acuta.

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Siccità e carestia: morire di fame nel 2016 in Africa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 gennaio 2016

Gold_AfricaMentre le siccità sono periodici fenomeni naturali, nel mondo attuale le carestie sono esclusivamente causate dall’uomo. Quando tra il 1983 e il 1985 più di 400.000 persone morirono di fame nel nord dell’Etiopia – incidentalmente portando per la prima volta il mondo occidentale a cantare “we are the world” e ad esprimere uno straordinario livello di solidarietà – gli alti tassi di mortalità erano dovuti soprattutto alle politiche governative e all’utilizzo del cibo come arma politica e di guerra. Quando nel 1992, 300.000 somali perirono in condizioni terribili, fu perché oltre al clima particolarmente arido nel paese impazzava una guerra tra clan, e i grandi numeri di sfollati spesso non potevano essere raggiunti.In questo inizio del 2016 gli esperti di tutto in mondo prevedono che il fenomeno climatico che chiamiamo El Nino – che ha provocato lunghi periodi senza precipitazioni anche in Italia, causando tassi di inquinamento atmosferico altissimi in tante città – metterà a rischio di fame milioni di persone nel continente africano. La lista dei paesi a rischio è impressionante: Malawi, Zimbabwe, Etiopia, Sud Sudan, Somalia, Sudan hanno i più grandi numeri di bocche da sfamare, ma l‘agricoltura è in ginocchio anche in Nigeria, in Ciad, nella Repubblica Centroafricana e addirittura nel ricco Sud Africa, ma la lista prosegue ancora con Kenya, Uganda, Congo e Gabon. Anche Amref ha lanciato un appello per l’Etiopia. Secondo il World Food Programme, nell’Etiopia centrale e orientale fino a 15 milioni di persone “nel 2016 si troveranno ad affrontare una grave e forte insicurezza alimentare”.

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Carestia in Somalia

Posted by fidest press agency su martedì, 20 settembre 2011

Somalia's states, regions and districts

Image via Wikipedia

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa tutte le parti in conflitto nella guerra civile somala di violare sistematicamente il diritto umanitario internazionale e di ignorare volutamente le sofferenze della popolazione civile ridotta alla fame. Sia le milizie islamiche Al Shabaab sia il governo di transizione (Tfg) sostenuto dall’Unione Europea e le alleate milizie Ahlu Sunna impediscono alle organizzazioni umanitarie il contatto con la popolazione civile e nonostante l’allargarsi della carestia puntano sull’intensificazione del conflitto armato. In questo modo entrambe le parti in causa mettono volutamente in conto la morte di centinaia di migliaia di persone e commettono quindi crimini contro l’umanità. Lo scorso fine settimana le milizie filogovernative Ahlu-Sunna hanno dichiarato la “guerra totale” al movimento ribelle. “Chiunque abbia contatti con Al Shabaab sarà ucciso”, ha dichiarato Sheikh Mohamed Yusuf Hefow, presidente del comitato esecutivo del movimento in Somalia centrale. Nonostante la carestia sempre più grave il governo di transizione continua a puntare sull’offensiva militare per distruggere le milizie Al Shabaab. Le azioni militari condotte senza alcuna pietà colpiscono in primo luogo le centinaia di migliaia di persone che spinte dalla fame affollano la capitale in guerra. Martedì scorso cooperanti internazionali provenienti dalla Somalia e dalla Turchia sono stati bloccati da militari governativi mentre si accingevano a portare aiuti alla popolazione di una regione controllata dai ribelli. Secondo la motivazione ufficiale non sarebbe stato possibile garantire la sicurezza dei cooperanti internazionali. In agosto 2011 lo stesso governo di transizione ha chiesto che il personale delle organizzazioni internazionali sia accompagnato da militari governativi. Si tratta di una richiesta assurda che mette in pericolo la neutralità, il lavoro e la sicurezza dei cooperanti. E’ evidente che a queste condizioni nessun movimento ribelle permetterebbe l’accesso alle regioni controllate e quindi l’assistenza umanitaria alla popolazione civile. Anche le milizie Al Shabaab continuano a impedire alle organizzazioni umanitarie l’accesso e il soccorso della popolazione affamata. Inoltre saccheggiano e rubano indiscriminatamente le provviste alimentari disponibili e diffondono il terrore tra la popolazione con minacce, intimidazioni e punizioni drastiche.

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Carestia nel corno d’africa

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 agosto 2011

La peggiore carestia degli ultimi 60 anni continua ad affliggere Somalia, Kenya, Gibuti, Etiopia, Eritrea, e in misura significativa anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan. E mentre la presidenza della Cei ha lanciato una colletta nazionale per domenica 18 settembre 2011, attraverso la quale si esprimerà una fattiva solidarietà alle popolazioni colpite, continuano in tutti i Paesi coinvolti le attività della Caritas. Eccole di seguito in rapida sintesi.
SOMALIA – Le zone più colpite sono le regioni centro-meridionali del Paese, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e da dove fuggono le migliaia di persone che si riversano in Kenya e in Etiopia. Attualmente Caritas Somalia assiste con viveri circa 6.000 profughi a Mogadiscio. In alcuni villaggi della regione di Brava sono assistite 515 famiglie, circa 2.500 persone, con viveri ancora disponibili sul mercato locale. In tre villaggi del Basso Giuba sono assistiti 2.730 bambini, ai quali si sono aggiunti 945 mamme in attesa e 670 anziani.
KENYA – La situazione è particolarmente critica nel Nord e Nord-est, dove si registra un gran numero di morti e casi di conflitti e violenze per l’accaparramento delle poche risorse. Attualmente si stanno raggiungendo 223.884 beneficiari, con un budget totale di 2,9 milioni di euro in dieci diocesi. Caritas Kenya, in collaborazione con le altre Caritas presenti nel Paese, ha preparato un piano complessivo di emergenza che prevede un budget totale di 3.856.064 euro. Le attività raggiungeranno 30.420 famiglie in 14 diocesi.
GIBUTI – Nel piccolo Stato sono iniziate attività di assistenza a circa 6-700 persone nelle località di Ali Sabieh, Tadjourah e Obock, che sono sedi di una missione cattolica.
ETIOPIA – Da aprile a luglio 2011 il numero delle persone colpite dalla carestia soprattutto nel Sud e nell’Est è aumentato da 3,2 a 4,5 milioni. Con il coordinamento di Caritas Etiopia, diverse Caritas svolgono azioni di supporto e assistenza alla popolazione. Vengono distribuiti generi alimentari altamente nutritivi, soprattutto a donne e bambini, acqua potabile e composti idratanti. Si avviano anche progetti per lo sviluppo e la ripresa dell’agricoltura, attraverso la distribuzione di sementi e attrezzi agricoli.
ERITREA – La situazione è stata aggravata dalle scarse piogge degli scorsi mesi, soprattutto nella zona Ovest. Nel Paese è attivo un progetto per l’assistenza alla popolazione che prevede il trattamento alimentare per bambini sotto i 5 anni, donne incinte e in allattamento, e il monitoraggio medico dei casi più gravi.
UGANDA, TANZANIA, SUD SUDAN – In questi Paesi si stanno conducendo azioni di emergenza, oltre ad interventi in ambito agricolo-rurale e sanitario da parte delle Caritas locali sostenute da Caritas Italiana e da altri organismi.
Per sostenere gli interventi in corso si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite
C/C POSTALE N. 347013 specificando nella causale: “Carestia Corno d’Africa 2011”.
Offerte sono possibili anche tramite altri canali, tra cui:
UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119
Banca Prossima, via Aurelia 796, Roma – Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474
Intesa Sanpaolo, via Aurelia 396/A, Roma – Iban: IT 95 M 03069 05098 100000005384
Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113
CartaSi (VISA e MasterCard) telefonando al n. 06 66177001 (orario d’ufficio

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Caritas: la carestia nel corno d’Africa

Posted by fidest press agency su martedì, 19 luglio 2011

“Non manchi a queste popolazioni sofferenti la nostra solidarietà e il concreto sostegno di tutte le persone di buona volontà”. Con queste parole Benedetto XVI ha ricordato la “catastrofe umanitaria” che sta colpendo le regioni del Corno d’Africa, dalla Somalia all’Etiopia. “È necessario – ha aggiunto il Papa – inviare tempestivamente soccorsi a questi nostri fratelli e sorelle già duramente provati, tra cui vi sono tanti bambini”.
Sono infatti circa 10 milioni le persone colpite da siccità e carestia in Kenya, Somalia, Etiopia, Gibuti, ed anche in Eritrea. In particolare in Somalia la fragilità politica e il perdurare di un ormai ventennale conflitto non hanno fatto altro che peggiorare una situazione climatica già grave. Caritas Somalia, sempre presente nel paese, anche in condizioni precarie e con interventi commisurati alle concrete possibilità di azione, ha infatti iniziato con alcuni partner locali la distribuzione di viveri nella regione meridionale del Basso Giuba e la porterà avanti per i prossimi tre mesi. Anche un migliaio di famiglie sfollate a Mogadiscio sono assistite in ben otto punti di distribuzione. “Gli effetti della siccità – afferma S.E. Mons. Giorgio Bertin, Presidente di Caritas Somalia e Vescovo di Gibuti – stanno provocando in Somalia nuove ondate di sfollati, verso il Kenya, l’Etiopia e in direzione della capitale, Mogadiscio, nella zona controllata dal governo provvisorio. La situazione è così grave – continua il vescovo – che ci viene richiesto aiuto anche nelle zone controllate dai ribelli shaba, e stiamo effettivamente verificando la possibilità di raggiungere anche quella zona”. Le necessità quindi aumenteranno nei prossimi mesi in modo consistente. A Gibuti la situazione non è drammatica, ma il paese è piccolo (700.000 abitanti) e la tranquillità politica permette comunque alle istituzioni di tenere la situazione sotto controllo. Anche qui comunque Caritas Gibuti sta organizzandosi per un intervento nelle zone settentrionali del Paese, le più colpite dalla siccità. InKenya e in Etiopia da parte delle Caritas locali prosegue intensamente la distribuzione di viveri di prima necessità a oltre 100.000 persone. In concomitanza con l’azione di aiuto, tutte le Caritas dell’area sono impegnate nel predisporre un piano di intervento coordinato per i prossimi mesi.
Caritas Italiana, da anni impegnata nel corno d’Africa a sostegno della chiesa locale nell’ambito, sanitario, educativo, riabilitativo, ha predisposto un primo stanziamento di 300.000 euro e si unisce all’appello del Papa per un soccorso immediato e ad adeguato alle già martoriate popolazione di quest’area.

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Gli Etiopi dipendono dagli aiuti alimentari

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 ottobre 2009

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo etiope e la sua politica agraria di aver aggravato pesantemente la carestia nel Corno d’Africa. Invece di dare priorità assoluta alla produzione di alimenti per il consumo interno, il governo ha puntato sulla coltivazione intensiva di fiori e la produzione di biodiesel per l’esportazione. Per la realizzazione di questo obiettivo e l’allestimento delle piantagioni necessarie i piccoli produttori contadini e le popolazioni nomadi vengano cacciati dalle loro terre o spinti a venderle a prezzi irrisori, perlopiù a investitori stranieri. L’Etiopia è già provata da una lunga siccità e dalle esigue piogge delle ultime due stagioni delle piogge, ma le conseguenze del cambio climatico vengono ulteriormente aggravate dalla politica del governo orientata principalmente all’esportazione e dalle violente aggressioni dell’esercito etiope alle popolazioni somale della regione orientale di Ogaden. Solo la scorsa settimana il governo etiope ha chiesto alla comunità internazionale urgenti aiuti alimentari per 6,2 milioni di persone. Con 85 piantagioni di fiori, l’Etiopia è il secondo produttore di fiori in Africa. Dall’inizio della produzione di fiori nel 2000, centinaia di contadini del gruppo etnico degli Oromo hanno perso la loro terra nelle vicinanze della capitale Addis Abeba senza aver ottenuto in cambio un risarcimento adeguato. In molti casi i contadini, che con la loro terra erano in grado di nutrire intere famiglie allargate, sono stati spinti alla vendita da incaricati governativi. In Etiopia l’85% della popolazione sopravvive grazie all’agricoltura in proprio. In cambio della terra il governo aveva promesso ai contadini lavoro nelle nuove piantagioni, ma i salari nelle piantagioni spesso non raggiungono l’euro al giorno, con cui certamente non è possibile nutrire la famiglia. Inoltre il massiccio utilizzo di pesticidi si riflette sulla salute dei lavoratori e l’alto fabbisogno di acqua delle piantagioni viene a sottrarre acqua alla produzione alimentare nella regione. Le conseguenze del boom del biodiesel sono ancora più catastrofiche. Nonostante milioni di Etiopi soffrano la fame, il governo intende affittare 2,7 milioni di ettari di terreno a investitori stranieri che vorrebbero coltivare la pianta di jatropa, palme da olio, ricino e canna da zucchero. Più di 2.000 aziende provenienti dalla Cina, India, Arabia Saudita e da altri paesi ancora hanno già investito in Etiopia. Per la creazione delle piantagioni vengono sacrificate enormi aree boschive andando così ad aggravare la situazione climatica, la fertilità dei terreni e in ultima analisi la situazione della popolazione, in particolare del gruppo etnico degli Oromo, principali vittime della politica governativa.. Almeno 330.000 ettari di terreno localizzati nell’Etiopia centrale, meridionale e occidentale sono già stati dati in affitto per la realizzazione di progetti di produzione di biodiesel nonostante si tratti proprio delle aree in cui maggiore è la carestia.

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