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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘carmelo musumeci’

La voce degli ergastolani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 dicembre 2018

“Il nostro pensiero va a chi, benché condannato ad un silenzioso oblio, ogni giorno vive con un’idea di libertà…ed a chi, chiudendo gli occhi, evade dalle proprie condanne” D.
Abbiamo pensato che la galera è un luogo statico, fermo, bloccato. Le idee che mettono in movimento i cicli vitali dell’esistenza e della trasformazione vengono annullate per mancanza di dinamicità. È vero, galera vuole dire chiuso, ristretto, legato, bloccato. A noi non interessa sapere perché un uomo è in galera, ci interessa il perché della galera, della sua esistenza come strumento d’isolamento degli uomini dagli altri uomini, come strumento di spersonalizzazione, di perdita di identità. Ecco il perché di questo spazio che chiameremo “La voce degli ergastolani”: un ambiente che dovrebbe, come una lima, segare le sbarre delle loro celle.Daremo soprattutto spazio e voce alle persone condannate alla pena perpetua per farvi sapere come vivono e cosa pensano e per dare un senso alla loro vita poiché riteniamo che una vita senza senso non meriti di essere vissuta. La società civile spesso ignora gli ergastolani…forse anche perché i media non offrono notizie reali delle loro condizioni. Da qui l’idea di realizzare un sito che consenta di portare all’esterno i pensieri, le emozioni, le capacità degli ergastolani e dei detenuti ma soprattutto che possa dare voce a chi una voce non ce l’ha.Vogliamo dare fiato a chi “vive” il carcere per aiutare quelle persone a trasformare il buio delle loro celle in luoghi di speranza e luce.Come dicevamo daremo spazio soprattutto ai detenuti condannati all’ergastolo, al “fine pena mai”, o, se preferite, al “fine pena 9999”, come è scritto sui loro certificati di detenzione (quindi usciranno tra 7981 anni…!?).Perché riteniamo illegittimo l’ergastolo? Perché l’art. 27 comma terzo della Cost. dichiara “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e ci chiediamo: che senso ha la rieducazione di un detenuto che non uscirà mai!?Perché non dargli una speranza? Ecco! Noi vogliamo dargli, più modestamente, un po’ di voce. (Daniel Monni e Carmelo Musumeci)

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Diamo voce a chi voce non ha

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 ottobre 2018

Riceviamo e pubblichiamo senza commento. Chi legge può farsi un’opinione e chiedersi in che paese viviamo. Scrive Carmelo Musimeci: “L’ho detto tante volte: quando una persona in libertà è malata, spesso, anche se non sempre, vive in un ambiente che rispetta il suo stato, nel senso che riceve cure e assistenza e, di norma, può essere sicura di ricevere attenzione dalla propria famiglia. Sono guai più grandi quando chi si ammala è detenuto in carcere: invece di attenzione trova indifferenza, tanto che spesso il male si trasforma in vergogna. Il prigioniero malato non gode della minima protezione e molte volte gli si fa persino una colpa della sua malattia. Penso che il detenuto malato sia come un cieco a cui si rimprovera di non vedere. Ecco cosa mi scrive Paola, la compagna di un prigioniero malato”:
“Martena Giuseppe, malato grave lasciato morire senza cure in carcere. 07/08/2017 prelevato dalla propria abitazione e riportato in carcere per “presunte” violazioni, uscito dal carcere nel luglio del 2014 per grave incompatibilità con il regime carcerario. Assolto per due di queste “pseudo violazioni”, da un anno e mezzo aspettiamo la decisione, o un eventuale discussione di altre due violazioni, ma la Procura di Lecce non si muove, non si sa nulla, procedimenti sospesi senza conoscerne il motivo. Nessuno però si rende conto che il mio compagno Martena Giuseppe non fa che peggiorare, ha una grave insufficienza renale, non ha più la sensibilità vescicale, tutti i medici, periti, urologi, in tutte le visite fatte si chiede esplicitamente che venga cateterizzato ogni volta che ne ha bisogno in un ambiente estremamente sterile, ma al mio compagno sono stati dati i cateteri e lui deve fare gli svuotamenti in una cella sporca insieme a blatte e topi senza nemmeno l’uso di guanti sterili. Lo hanno mandato a 1200 chilometri di distanza da casa con il dire che doveva stare in un cdt e invece in cdt non c’è mai posto e lo tengono in sezione, neanche in infermeria, proprio in sezione. Una patata bollente Giuseppe, è stato un mese a Lecce, lo hanno mandato a Teramo dove non c’è ombra di un cdt, il dirigente sanitario della struttura dichiara che Martena e’ incompatibile con la struttura e viene mandato a Secondigliano, anche lì non ha passato nemmeno una notte in cdt, il dirigente sanitario relaziona le stesse identiche cose, incompatibile con la struttura e viene mandato a Torino, Le Vallette, sezione comune, sporca, piena di blatte e topi, gli vengono negati anche i guanti sterili. Infiniti cicli antibiotici perché’ ha sempre febbre e infezioni, questa detenzione è diventata TORTURA a tutti gli effetti. Ora non vi chiedo di aiutarmi a farlo uscire. Ma prego chiunque possa fare qualcosa di farlo trasferire quanto prima in una struttura adeguata, dove può ricevere le cure idonee, dove può cateterizzarsi in un ambiente sterile e se possibile avvicinarlo un po’ alla famiglia xche’ lo tengono lontano anche dagli affetti, ammalato, spaventato, solo e lontano da me e dai suoi figli. LO VOGLIONO MORTO, psicologicamente è a pezzi, non reggerà molto lontano da me. Aiutateci vi prego Paola Valentino 3880926277”.

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Il sistema carcerario italiano: molte ombre e poca luce

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2018

Riprendiamo quanto ci scrive Carmelo Musumeci riguardo lo scambio di lettere avuto con il noto criminologo Nils Christie e la risposta avuta dove si fa il punto sulla situazione delle carceri italiani e si avverte la necessità di un cambiamento radicale: Gentile Professor Nils Christie, non sono sicuro se riuscirò a farle avere questa lettera, se riuscirò a tradurla in inglese e non so neppure se lei mi risponderà, ma ci provo lo stesso perché mi piacciono le imprese impossibili. Innanzitutto mi presento: sono un “uomo ombra”, così si chiamano fra di loro in Italia gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario.
Sono un “cattivo e colpevole per sempre” destinato a morire in carcere se al mio posto in cella non ci metto qualcun altro, perché sono condannato alla “Pena di Morte Viva”, infatti in Italia una legge prevede che se non parli e non fai condannare qualcun altro al tuo posto, la tua pena non finirà mai e si esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale. Questa condanna è peggiore, più dolorosa e più lunga, della pena di morte, perché è una pena di morte al rallentatore, che ti ammazza lasciandoti vivo.Professor Nils Christie, un amico sconosciuto, (le amicizie con gli sconosciuti sono le più belle), Tommaso Spazzali, che ha fatto la postfazione al suo libro nella versione italiana, mi ha inviato e donato il suo saggio. L’ho letto in un solo giorno e condivido molto i suoi pensieri e tutto quello che ha scritto. Anch’io penso che la mafia e la criminalità organizzata come tutti i poteri nascono dall’alto e non dal popolo e dai poveracci, ma piuttosto dai potenti e dai ricchi. Poi quando lo Stato-Mafia è in difficoltà manda in catene le persone che ha usato per raggiungere e mantenere il potere. Spesso in Italia sono proprio i mafiosi che urlano di lottare contro la mafia, per far credere che non sono mafiosi. Lo so, non ho prove per dimostrare queste affermazioni, ma io non sono un giudice (e neppure un criminologo) e non ho bisogno di prove perché non devo condannare nessuno, tento solo di pensarla diversamente da come lo Stato-Mafia vuole farmi pensare. Non so cosa accade negli altri Paesi, ma il carcere in Italia non ti vuole solo togliere la libertà, ti vuole anche possedere. Credo che sia impossibile “rieducare” un uomo che ha commesso un crimine se questo non si sente amato e perdonato dalla società.Professor Nils Christie, a questo punto lei si domanderà perché le sto scrivendo. Ebbene, sono tanti anni che lotto contro i mulini a vento, quasi da solo, per l’abolizione dell’ergastolo ostativo in Italia. Leggendo il suo libro mi sono fatto un’ idea della sua coscienza sociale e penso che lei non sia d’accordo che una persona possa essere cattiva e colpevole per sempre e murarla viva fino all’ultimo dei suoi giorni, senza neppure la compassione di ucciderla.
Per questo ho pensato di scriverle per chiederle di aiutarmi a fare conoscere all’estero la “Pena di Morte Viva” che esiste in Italia, unico Paese al mondo che se parli esci e se no stai dentro, come nel Medioevo.Se vuole sapere qualcosa di me e dell’ergastolo ostativo, potrà trovare i miei scritti sul sito http://www.carmelomusumeci.com, curato dalla figlia che il cuore ha adottato e dal mio angelo (anche i diavoli a volte ne hanno uno)Le invio un sorriso fra le sbarre. Carmelo Musumeci Carcere di Padova.
Il Professore Nils Christie, nato a Oslo nel 1928, docente all’Università di Oslo, uno dei più noti criminologi a livello mondiale, ha avuto la mia lettera e mi ha scritto:
Caro Carmelo, innanzitutto grazie per la tua lettera. L’ho ricevuta in un ottimo inglese. Avrei dovuto rispondere molto tempo fa ma ho avuto dei problemi di salute. Ora sto di nuovo bene e mi preparo per un viaggio in Italia.
Dunque il sistema ostativo mi pare orribile. Non riesco a capire come può essere in accordo con le norme e le regole internazionali. Contatterò degli esperti di diritto internazionale e chiederò, poi cercherò di farti avere la loro risposta. Certamente parlerò di questo durante il mio viaggio in Italia.
Indipendentemente da quanto gli esperti possono dire, io voglio dire da uomo normale che questo sistema, per come l’hai descritto, è in contrasto con le regole dei rapporti che le persone normali hanno. Se capisco bene ciò che dici, il sistema ti chiede di dare informazioni su una altra persona, spesso un amico, per avere dei benefici. Nelle torture delle dittature questo sistema è talvolta usato perché uno denunci un altro. Il sistema di cui ho sentito in Italia è come una tortura.

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Libro: Cosa è successo a Carmelo?

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 luglio 2018

A 36 anni è stato arrestato e condannato all’ergastolo ostativo. Era il 1991. Le accuse: omicidio, associazione mafiosa, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Carmelo era alla testa della lotta tra i clan che ha infiammato la Versilia tra gli anni Ottanta e Novanta per il controllo del gioco d’azzardo e dello spaccio.
“Nato colpevole” è una riflessione in forma di racconto. È lo sguardo del Carmelo di oggi sul Carmelo bambino, sul Carmelo ragazzo.Carmelo che mette in fila le sofferenze e le azioni che hanno portato all’uomo che è oggi. Scrive Carmelo, senza vergogna, senza vanto, senza compiacimento, con garbo.Descrive l’amore, descrive il dolore, descrive le scelte fatte, il male subito, quello imposto. A tratti la lettura di “Nato colpevole” può essere fastidiosa. Non c’è filtro: se è “facile” leggere di un bambino maltrattato, meno facile è entrare nella storia di quel bambino che, una volta ragazzo, arriva prende a pugni una donna o a uccidere un uomo. O, ancora, dell’adolescente che a quindici anni è stato legato a un letto di contenzione per una settimana. Come mi ha detto Carmelo «sono sì nato colpevole, poi io ci ho messo del mio a diventarlo». Ma, anche, ci ha messo del suo a uscire, a far uscire la sua voce, a esistere. Carmelo è entrato in carcere con la licenza elementare, all’Asinara ha ripreso gli studi e da autodidatta ha terminato le scuole superiori. E poi ha conseguito tre lauree: Scienze Giuridiche, Giurisprudenza e Filosofia. E poi scrive: tanto, di tutto, con tenacia, garbo e coraggio.(Dalla Prefazione di Francesca Barca del libro di Carmelo Musumeci Nato Colpevole venduto da Amazon) Francesca Barca è giornalista. Dal 2013 è coordinatrice editoriale di AgoraVox Italia.

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Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

Posted by fidest press agency su martedì, 29 maggio 2018

Al convegno annuale della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi svoltosi nei giorni scorsi a Forlì spicca l’intervento di Carmelo Musumeci che tra l’altro ha affermato: “Da un quarto di secolo lotto per l’abolizione dell’ergastolo, ma in questo periodo mi è venuto il dubbio che ho fatto poco per cercare di migliorare gli ergastolani. Le due cose, secondo me, invece dovrebbero marciare da pari passo. Migliorare una persona e poi farla marcire dentro è una pura cattiveria, perché in carcere si soffre di meno se uno rimane cattivo, ma nello stesso tempo far uscire una persona senza che il carcere abbia tentato di farlo diventare buono, può essere pericoloso per la società. Che fare? Penso che, oltre a continuare a lottare per l’abolizione dell’ergastolo, bisogna anche tentare di migliorare gli stessi ergastolani. Come farlo? Parto dalla mia esperienza. Quello che a me ha fatto bene più di tutto non è stato certo lo studio, o i libri, e neppure l’amore della mia famiglia: certo queste cose sono state importanti, ma da sole non sarebbero bastate. La mia vera rivoluzione interiore è avvenuta con l’incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, perché ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che una piccola parte della società mi amava ed io ho smesso di odiarla. E se questo è accaduto a me, il più delinquente dei delinquenti, può accadere anche ad altri. Ecco, in sintesi, la mia proposta a tutta la Comunità: perché alcune case famiglie non adottano a tutti gli effetti un ergastolano? Fare quello che avete fatto con me. Si potrebbe iniziare con un esperimento pilota con alcuni ergastolani, dare a ciascuno di loro una “Casa Famiglia” o una seconda famiglia (alcuni di loro non ne hanno più una). Quando parlo della Comunità nelle mie testimonianze dico che la Papa Giovanni XXIII è una grande famiglia che dona piccole famiglie a chi non ne ha e faccio l’esempio dei bambini nati con gravi problemi fisici che se abbandonati in un ospedale avrebbero pochi anni di vita, invece adottati riescono a vivere più a lungo e bene, perché l’amore è la migliore delle medicine. E perché non dare questa medicina anche per i cattivi e colpevoli per sempre? Aggiungo anche che la Papa Giovanni non si occupa solo dei buoni ma anche dei cattivi e per questo hanno preso anche me, quindi perché alcune case famiglie, quelle che se la sentono, non provano ad “adottare” nella loro famiglia un ergastolano, magari quelli da circa trenta anni in carcere? Parliamone e confrontiamoci”. (Carmelo Musumeci)

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Nuovo libro “Angelo SenzaDio”, di Carmelo Musumeci

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 maggio 2017

angelo senza dioIntensamente permeato di amore e di sofferenza, il nuovo libro, “Angelo SenzaDio”, di Carmelo Musumeci, con Prefazione di Agnese Moro, prodotto e distribuito da Amazon, è il racconto di un’anima che si rivela autenticamente in significatività valoriale.
Non è un racconto, frutto dell’immaginazione. È una storia vera come suggerisce l’Autore nel sottotitolare il I capitolo: “Le storie vere non piacciono mai, per questo scriverò che questa è una storia inventata”.I protagonisti, Angelo e SenzaDio, s’incontrano dentro le fredde mura del carcere che non dà spazio alla possibilità di agire conformemente alle norme del rispetto reciproco e della correttezza. Ed in effetti, il loro incontro si verifica nel corso di momenti fortemente tragici vissuti da SenzaDio: gravemente ferito dai picciotti dello zio Totò, “il capo di tutti i boss”, perché incapace di sottomettersi alla prepotenza supportata da comportamenti violenti, SenzaDio realizza di essere in punto di morte.Inaspettatamente, incrocia una donna pervasa di Luce. Lo stupore è grandissimo: è l’Angelo che condividerà tutta la sua vita sin da quando, frequentante la strada insidiosa e subdola, ha varcato per la prima volta la soglia del carcere, quello minorile.
Per quanto, nel fluire del tempo abbia commesso tante azioni cattive, non ha mai nutrito cattiveria. Ha allontanato Dio dal suo cuore, imponendo regole ferree nel suo codice comportamentale: essere pronto a lottare e non solo per se stesso; incapace di versare lacrime perché piange il suo cuore; non avere boss; non cercare alcuna via d’uscita; non avere paura di morire; non decidere di morire perché è il destino a decidere. In breve, non avere bisogno di nessuno e alla stessa stregua, non manifestare alcuna emozione.Sottoposto al regime del carcere duro, SenzaDio vive la condizione dell’uomo ombra, contraddistinta da privazioni, provocazioni, violenze. Misurandosi con la non facile capacità di resistenza, la luna, incantevole nelle sue forme e nella sua luminosità, è la fedele confidente delle sofferenze patite nel suo cuore. Nel corso dell’indagine introspettiva, SenzaDio realizza di non essere più solo. Sebbene siano presenti le amiche di sempre – Malinconia, Tristezza, Sofferenza, l’Angelo presta ascolto alla sua anima urlante di Amore. È il cuore che conta, e il suo cuore è con l’Angelo. Ora incessanti torrenti di Luce riprendono a scorrere nella sua anima. Ora le sue ostinate convinzioni, strettamente correlate al suo essere senza Dio crollano: il fecondo interscambio con l’Angelo è espressione di un cuore vibrante nel respiro di Dio.
La durezza del carcere non ha arginato la sua ricerca interiore, che rimane ri-scoperta di valori gelosamente custoditi e alla stessa stregua, sorprendentemente inattesi.Scorre tra le righe di queste pagine, la riflessione sul carcere distinguibilmente contrassegnato da prevaricazioni, violenze, silenzi sfocianti nell’INDIFFERENZA COLLETTIVA.Ancora oggi non ci si interroga sull’urgenza di soluzioni valoriali incentrate sul rispetto della dignità e della persona umana.Trionfa l’assenza culturale e nelle diffuse condizioni/situazioni umane drammatiche, vissute da chi si misura con la detenzione, e nelle reazioni contraddittorie delle Istituzioni.Ancora oggi il termine “rieducazione”, contemplato nell’art. 27 comma 3 della nostra Carta Costituzionale, resta svuotato nelle sue accezioni, le più consone, saldamente correlate al fare e quindi, allo sviluppo di interventi programmatici utili, avviati dalle Istituzioni.E nonostante l’asprezza del carcere nelle sue ripetute dimenticanze, queste pagine, prodotte dalla straordinaria penna di Carmelo Musumeci, palesano un’esperienza umana nei caratteri distintivi del sentire interiore. (fonte: dalla Prefazione di Agnese Moro) (foto: angelo senza Dio)

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Perché le nostre Patrie Galere hanno paura del volontariato?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 settembre 2016

volontariatoCon la riforma del 1975, l’apertura al volontariato nel sistema penitenziario è stata una vera rivoluzione culturale carceraria, che ha dato importanza alla comunità libera nel recupero del detenuto.
È stato come se il Legislatore avesse ammesso che il prigioniero può migliorare solo dentro la società e non certo escludendolo totalmente da essa.
Credo che le migliaia di persone che ogni giorno entrano in carcere e dedicano la loro energia e il loro tempo ai prigionieri siano la parte più sana della nostra società e, di conseguenza, delle nostre “Patrie Galere”. Ed è grazie a loro che la maggioranza della popolazione detenuta riesce ad avere ancora un contatto con l’ambiente esterno e a sentirsi meno emarginata. Probabilmente per questo il “nemico numero uno” per l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è il detenuto, ma il volontario che entra a casa sua, lavora gratuitamente, vede, ascolta e poi va fuori.
Qualcuno mi rimprovera che quando scrivo di carcere parlo solo dei detenuti; penso che abbia ragione. E questa volta ho deciso di dare voce e luce a una volontaria rendendo pubblica parte di una sua lettera che ho ricevuto in questi giorni. Per proteggerla dall’Assassino dei Sogni non farò il suo nome, né indicherò il carcere da lei citato; ma se, in seguito, questa volontaria sarà d’accordo e qualche parlamentare sarà disposto a fare un’ interrogazione parlamentare, renderemo pubblici i dettagli .
Mio caro Carmelo, (…) devo anche informarti che ho sospeso di andare a (…) e quindi di fare i colloqui. È stata una decisione molto sofferta, dopo sei anni che ho passato là dentro, scambiando parole e cuore con tutti quei ragazzi che ho visto. È stato un periodo tosto ma che mi ha dato tanto. Ho imparato tanto, mi ha insegnato a sbarazzare la mente da qualunque pensiero avverso, stupido, di controllo, di pregiudizio. Ho ricevuto tanto, tanto, tanto. Mi dicono che ho anche dato, ma è stato di sicuro reciproco. Le persone che conosco e che non hanno contatto con il carcere non capiscono e mi hanno avversato sempre, ma l’importante è che io sappia e loro, comunque, che piaccia loro o no, si sono beccati i miei racconti perché credo che le coscienze vadano scosse anche quando non vogliono! Il motivo della mia rinuncia è stato un certo “movimento” interno al carcere (chissà che giochi ci sono dentro…), ma di sicuro le guardie (con la direzione) hanno incominciato a ostacolare i volontari (che odiano) sempre di più. Pensa che in una mattina mi hanno fatto 3 perquisizioni e che due dei nostri migliori volontari sono stati privati dell’art. 17 per essere stati trovati in possesso di buste da lettera e francobolli (che non potremmo portare, ma che dovrebbe fornire il carcere. Cosa che non fa.) Ho “sentito” che per la prima volta in 6 anni, era meglio avere paura. Non avrei voglia di diventare un capro espiatorio.
Non credo che ci sia altro da aggiungere, a parte commentare che se il carcere non rispetta neppure i volontari che donano il loro tempo e affetto sociale a chi ha sbagliato, allora la rieducazione è veramente difficile, il desiderio di ricominciare a vivere si atrofizza e si trasforma in odio. Soprattutto, fa sentire innocente anche chi non lo è. (Carmelo Musumeci) (foto: volontariato)

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Voci dal carcere: Oggi mi hanno concesso sei giorni di permesso

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 settembre 2016

gocce-di-libertaPrima di uscire dalla mia cella, lancio uno sguardo alle foto dei miei due nipotini che ho attaccato alla parete accanto al letto. Mi sorridono. E sembrano dirmi: “Nonno ti aspettiamo”. La guardia mi chiama: “Musumeci… è pronto?” E penso: “Sono pronto dalle quattro del mattino e mi sono fumato già sei sigarette”. Esco dalla mia cella. E mi dirigo con decisione al cancello della sezione. Scendo le scale. Prendo il corridoio principale. Mi prende in consegna la guardia dell’ufficio matricola. Continuo a camminare in silenzio, perso nei miei pensieri. Mi sforzo di rimanere calmo e distaccato. Desidero dare l’impressione alla guardia che mi accompagna e al mio cuore che sono un duro come mi ha sempre descritto l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) nelle sue carte tutte le volte che mi mandavano alle celle di rigore o mi trasferivano da un carcere all’altro. La verità invece è che me la sto facendo addosso dalla felicità. Mi viene persino la voglia di fare un centinaio di salti di gioia e di urlare a squarciagola.Arrivo nel grande cortile che porta all’ultima porta. Alzo lo sguardo. Il sole mi acceca. Mi sembra di uscire da una tomba. Il cielo è alto, immenso, celeste, diverso da quello che si vede dietro le sbarre. Allungo una gamba per varcare il cancello. Ad un tratto, faccio una pausa di qualche frazione di secondo come se volessi immortalare nel mio cuore e nella mia mente quell’istante che ricorderò miliardi di volte quando sarò di nuovo dentro ad aspettare il mio fine pena che sarà nell’anno 9.999.Poi attraverso il cancello che divide il mondo dei vivi da quello dei morti. Per un attimo mi sento spiazzato, incapace di capire se sono ancora dentro o fuori. Il cuore mi batte forte per l’emozione. Chiudo forte gli occhi.Respiro lentamente perché mi manca il fiato. Poi prendo una grande boccata d’aria. Penso che sono di nuovo fuori. E mi ricordo che, per un quarto di secolo, sono sempre stato convinto che di me sarebbe uscito solo il cadavere. Mi muovo lentamente. Respiro a pieni polmoni. E penso che è bellissimo trovarsi negli spazi aperti.Fuori le emozioni del giorno mi tengono sveglio per gran parte della notte. Per questo fuori dormo poco, perché sono troppo felice per riposare o perché, quando si è felici, si soffre di più. Avverto che le persone del mondo vivo sono libere ed è bellissimo muoversi fra loro.Mi accorgo che è difficile controllare le emozioni che provo, per questo mi commuovo per nulla. Mi basta un sorriso dei miei figli o dei miei nipotini o un piatto di spaghetti con le cozze che mi prepara la mia compagna, e il mio cuore si scioglie come neve al sole. Vengo attratto e mi stupisco delle cose più semplici, come veder girare la lavatrice, toccare i bicchieri di vetro e le posate di acciaio. Rimango affascinato ad ascoltare il rumore delle onde del mare, le voci della gente e le grida dei bambini. La cosa che mi sembra più strana, e che non mi va proprio giù, è vedere mia figlia vestirsi e truccarsi da donna; forse perché l’avevo lasciata venticinque anni fa che giocava con le bambole. Alla mattina, quando apro gli occhi, per un attimo penso che non so proprio più a quale dei due mondi appartengo. Poi penso che probabilmente non appartengo più a nessuno dei due perché, ormai, appartengo al mondo dei sopravvissuti.Senza quasi che me ne accorga è già il giorno di rientrare in carcere. Mi sento malinconico. E penso: chissà se mai riuscirò di nuovo a riprendere in mano il mio destino? Ogni volta che entro in carcere dopo un permesso mi sembra di entrare in un altro universo e in un altro mondo. Poi, per alcuni giorni, sto continuamente sdraiato sulla branda con gli occhi fissi al soffitto, a ricordare le gocce di libertà che ho trascorso fuori dall’Assassino dei Sogni.
In realtà ho solo sognato. Queste emozioni che ho descritto sono frutto dei precedenti permessi di cui ho usufruito. Sì, è vero, avevo chiesto sei giorni di permesso da trascorrere a casa per festeggiare con i miei familiari la mia terza tesi di laurea con il risultato di 110 e lode. Ma, nonostante che il Magistrato di sorveglianza me l’avesse concesso, la Procura della Repubblica ha impugnato il provvedimento e non sono potuto uscire. Adesso devo aspettare che si pronunci il Tribunale di Sorveglianza di Venezia. Nel frattempo continuo a sognare. Che altro posso fare?È stato difficile spiegare alla mia famiglia che la legge prevede, anche senza nessuna motivazione logica, che la Procura possa bloccare il permesso anche se già concesso dal Magistrato di sorveglianza. Sono dovuto rincorrere ad un’aforisma dicendo che, se fuori due più due fa quattro, in carcere fa cinque. Ma loro non hanno capito ugualmente. E allora ho detto che, purtroppo, la legge è fatta di norme strane e che, a volte, neppure i giudici possono fare nulla. (Carmelo Musumeci) (n.r. Dura lex sed lex… ma con quanta amarezza) (foto: gocce di libertà)

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L’altra faccia della festa della Repubblica

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 giugno 2016

carcere di padovaQualche mese fa dal carcere di Padova è partito un appello a tutti gli ergastolani in Italia di fare un giorno di digiuno per la festa della Repubblica del 2 giugno, per sensibilizzare e ricordare alla classe politica e all’opinione pubblica che in Italia esiste la “Pena di Morte Nascosta”, come Papa Francesco ha definito la pena dell’ergastolo. Sono più di 864 gli ergastolani che ad oggi hanno risposto, ma le adesioni continuano ad arrivare (è difficile comunicare con i circuiti di alta sicurezza e ancor di più con coloro che sono sottoposti al regime di tortura del 41 bis) e sono stati consegnati alla Comunità Papa Giovanni XXIII che, dal lontano 2007, ha sempre sostenuto questa campagna contro il carcere a vita, mettendo al centro l’uomo e non il suo errore, secondo lo slogan del fondatore, Don Oreste Benzi.
Perché il 2 giugno ben 864 ergastolani attueranno un giorno di digiuno?
Perché con l’ergastolo non si vive ma si sopravvive. Si sopravvive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Si sopravvive come ombre che oscillano nel vento, come pesci in un acquario, con la differenza che non siamo pesci. Si vive una vita che non ti appartiene più, una vita riflessa, una vita rubata alla vita. Il carcere per l’ergastolano è un cimitero, ma invece che da morto è seppellito da vivo.
Perché bisogna abolire l’ergastolo?
Perché è una pena inutile e anche stupida. Per quelli che pensano che la pena dell’ergastolo sia un deterrente, rispondo che chi è mentalmente malato (pedofili e simili), chi è in astinenza da droga, chi si sente in guerra contro il mondo per motivi religiosi o politici, non ha assolutamente paura di una pena come l’ergastolo. Infatti alcuni non hanno neppure paura di farsi saltare in aria nel nome del Dio di turno. Una pena come l’ergastolo non fa paura neppure ad uno che ha fame e molti ergastolani provengono da situazioni di degrado, emarginazione, povertà e altro. Molti ergastolani si sentivano in guerra verso la povertà, coltivavano un sogno di ricchezza, verso una ambizione, un progetto, una vita diversa, un destino migliore: tante cose che a suo tempo ci facevano rischiare di ammazzare o essere ammazzati. Con il passare del tempo e l’idea di dover vivere fino alla morte in carcere, la pena dell’ergastolo ci fa sentire vittime del reato, anche se il reato è il nostro.
Molti sono contrari alla pena di morte per motivi religiosi, etici ecc. e invece non lo sono per la pena dell’ergastolo e non si capisce bene il perché. Le possibilità sono due: o pensano che l’ergastolo sia meno doloroso della pena di morte, o può essere anche il contrario, che con la pena di morte cessa la sofferenza della pena e quindi la vendetta.
Premetto che la vendetta soggettiva, per esempio di un padre a cui è stata uccisa una figlia, va compresa e capita, ma certamente non può essere capita la vendetta di Stato o della moltitudine di una società moderna. Non è giustizia una vita per una vita perché tenere una persona dentro una cella una vita non serve a nessuno e molti ergastolani preferirebbero prendere il posto nell’aldilà delle loro vittime. Oggi nessuna delle nostre azioni può cambiare il nostro passato, ma oggi voi potete cambiare il nostro futuro, guardate e giudicateci con il nostro presente e non più con il nostro passato. Lo spirito di vendetta dopo tanti anni è ingiustificato nei confronti di persone che hanno cambiato interiormente. (Carmelo Musumeci)

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Fine pena: quando non è più necessaria

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 maggio 2016

ergastolaniScrive Carmelo Musumeci: “Ho letto un articolo di Ferdinando Camon pubblicato su “La Nuova Venezia” di mercoledì 13 aprile che mi ha fatto comprendere che sono un ergastolano senza scampo anche quando scrivo. L’autore di questo articolo mi rimprovera: “C’è un ergastolano a vita nel Veneto, Carmelo Musumeci, che scrive email, libri, e tempesta il mondo di messaggi: vuole uscire. “Premesso che credo sia normale che un prigioniero cerchi di uscire, in tutti i casi io lotto soprattutto per sapere quando finirà la mia pena. E penso di non fare nulla di male se invio dalle sbarre della mia cella pensieri, emozioni e sogni. La cosa incredibile è che in questi venticinque anni di carcere in molti mi hanno chiesto di “farmi la galera” e di smettere di scrivere e di ululare alla luna. E me lo hanno chiesto sia le persone perbene sia molti uomini di Stato e anche alcuni mafiosi di spessore che mi hanno fatto sospettare che la pena dell’ergastolo serva anche a loro per non fare uscire dalle loro organizzazioni, fisicamente e culturalmente, i giovani ergastolani (perché lo dovrebbero fare se non hanno più nessun futuro?)”. E le argomentazioni di Musumeci non finiscono qui, ovviamente, ma più che riportarle mi limito a qualche mia riflessione. Ci siamo spesso interessati al tema della delinquenza e delle sue cause scatenanti e al sistema paese che le registra e agisce di conseguenza, o almeno crede di farlo. Per me Musumeci ha ragioni da vendere. Il delitto di per sè merita una punizione ma va anche affiancato da un percorso “virtuoso” che potremmo anche chiamare di redenzione. Non si può, anzi non si deve chiudere la porta a nessuno e la severità della pena per quanto giusta va indubbiamente scremata nel tempo.
Mi sembra ridicolo pensare che si possa nutrire del timore per la sua libertà ad un uomo che ha già scontato tantissimi anni in carcere e che ha, per giunta, saputo mettere a frutto questo limite al suo status scrivendo e studiando e affrontando il suo problema e quello degli altri reclusi, con pragmatismo. Diciamo, piuttosto che alla giustizia dei numeri noi dovremmo sempre e comunque contrapporre quella umana. E allora caro collega Camon riserviamo un po’ più di attenzione e meno di impazienza per chi scrive dal carcere perché le tonalità più belle non sono il nero o il bianco ma i chiaroscuri. (Centro studi Fidest sulla tutela dei diritti) (foto: ergastolani)

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Marco Ruotolo: Dignità e carcere

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 febbraio 2015

dignità e carcereHo incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e Costituzione”).Ed io ho ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa”).Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo “La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora: Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un’occhiata veloce per trovare subito l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del muro. Non mi fate paura. Un’altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare dall’altro lato. E avete coraggio… Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi. Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.
Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e degradante.Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per il prigioniero. (Carmelo Musumeci)

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Ministro tecnico e parlare politichese

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 dicembre 2011

“L’Italia è in prima linea nella campagna contro la pena di morte. Lo ha detto il Ministro della Giustizia, Paola Severino, nel saluto rivolto in apertura del sesto Congresso internazionale dei ministri della Giustizia “Dalla moratoria all’abolizione della pena capitale”, organizzato oggi a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio. Quello della battaglia contro la pena di morte, ha ricordato il ministro, è un “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela dei diritti della persona” e l’applicazione della pena capitale “non dà nessuna garanzia di sicurezza”. (Fonte: Adnkronos, 29 novembre 2011) Ci vuole certo un bel coraggio a dichiarare che l’Italia è contro la pena di morte quando nel suo paese esiste la “Pena di Morte Viva” che è molto più disumana di quella di morte.
Signora Ministra, non me ne voglia se mi permetto di ricordarle che lo scrittore e politico Benjamin Constant (Losanna 1767- Parigi 1830) arrivò a giustificare la pena di morte, ma non la pena perpetua, nel quale vide “un ritorno alle più rozze epoche, un consacrare la schiavitù, un degradare l’umana condizione”.Fu tale nella Francia rivoluzionaria l’orrore di murare vivo un uomo per tutta la vita senza la compassione cristiana di ammazzarlo che l’Assemblea Costituente, mentre mantenne la pena capitale, vietò le pene perpetue. E fu così che nel codice penale del 28 settembre del 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni di detenzione.
Signora Ministra, molti uomini ombra, come sono chiamati dagli altri detenuti gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario, preferirebbero la ghigliottina che essere murati vivi fino all’ultimo dei propri giorni.
Signora Ministra, Lei non può immaginare cosa vuol dire essere vivi, ma dichiarati morti dallo Stato, dalle leggi e dalla Società. E mi creda, l’ergastolo ostativo è una pena bestiale, perché molto più lunga, dura e inumana di quella di morte.
Signora Ministra, l’ergastolo ostativo senza nessuna possibilità di uscita è un inferno ancora più brutto dell’inferno perché quello dell’aldilà lo sconti da morto, ma questo lo sconti da vivo.La nostra vita è già tanto difficile, non ci faccia sentire dichiarazioni a proposito della pena di morte: “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela dei diritti della persona”. E adesso la lascio con una preghiera di Luigi Settembrini, (Napoli 1813- 1876), letterato e patriota italiano condannato dell’ergastolo:
O Dio Padre
Fammi la grazia della morte
Giacché gli uomini
Per tormentarmi
Mi hanno fatto la grazia della vita.
Le auguro Buon Natale con la speranza che lei mi auguri una buona morte. (Carmelo Musumeci)

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Gli uomini ombra: L’ergastolo

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 maggio 2011

Verona 27 maggio alle 18 nel convento di San Bernardino, in sala Morone il tema conduttore del meeting è: L’ergastolo è paragonabile ad una morte? Interverranno il sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Verona Marco Zenatelli, Alberto Laggia, giornalista inviato speciale di “Famiglia Cristiana”, Giuseppe Angelini e Giuseppe Longo della comunità Papa Giovanni XXIII (il primo è impegnato a Spoleto, il secondo a Vicenza), Fra’ Beppe Prioli dell’associazione La Fraternità. E Roberto Puliero, attore. Il quesito nasce dopo avere letto il libro dell’ergastolano Carmelo Musumeci “Gli uomini ombra” edito dalla Gabrielli editori (la casa editrice che con le associazioni da sempre impegnate nel portare valore e sollievo nelle carceri, ossia la fraternità e la comunità Papa Giovanni XXIII, hanno organizzato l’incontro). Ma chi è Musumeci e perchè ha scritto un libro che ha fatto risvegliare tante coscienze? Musumeci è un ergastolano, attualmente detenuto a Spoleto. E’ siciliano. Nato a Aci Sant’Antonio in provincia di Catania è stato arrestato con l’accusa di appartenere ad un’organizzazione malavitosa, come “cosa nostra”, e detenuto all’Asinara in regime di 41 bis. Questo è da sempre il carcere di massima sicurezza, e qui Musumeci ha ripreso a studiare fino a laurearsi in giurisprudenza con una tesi in sociologia del diritto dal titolo eloquente “Vivere l’ergastolo”. A differenza dei veri uomini mafiosi lui, nonostante un cognome così pesante che evoca cosche mafiose, si è sempre comportato diversamente: ha da subito rivendicato i propri diritti, ha presentato esposti e reclami alle autorità giudiziarie, ha scritto a giudici, parlamentari, associazioni. Ha denunciato vessazioni. Si è fatto portavoce dei malesseri dei carcerati. Tutto questo nel massimo rispetto della legge, e senza mai calunniare. Per dirla con le parole di Laggia, di cui è anche la prefazione del libro, Musumeci è “uno scrittore detenuto che sconta la pena dell’ergastolo ostativo, ossia dell’ergastolo senza benefici, senza mai un giorno di permesso, senza alcuna speranza”. “Gli uomini ombra”, è un libro che si legge d’un fiato che offre una visione del mondo chiusa, soffocante e nel contempo così reale che sembra parte di un altro mondo. I suoi sono racconti “social noir” che fanno riflettere e portano a chiedersi quanti sono gli italiani che sanno che esiste una morte che ti tiene in vita ma non ti permette di vedere il sole. L’ergastolo ostativo è quanto di più crudele ci possa essere. Ma non spetterà ai relatori del convegno giudicare se questa pena sia giusta. Sarà chi ascolta, chi sentirà con le proprie orecchie i brani letti dall’attore Puliero. E le testimonianze di chi vive il mondo “di chi sta dentro”. Ogni cinque giorni muore un detenuto. Non solo, dal 1997 ad oggi sono morti 64 agenti di polizia penitenziaria, più dei militari inviati nelle cosiddette missioni di pace. A subire il carcere sono anche 50 bambini sotto i tre anni che vivono con le loro madri detenute. “Gli uomini ombra” apre uno scenario che non si vorrebbe conoscere ma che esiste. “Nella mia giovane vita avevo sopportato con forza ogni traversia, ma la prigionia non riuscivo a sopportarla. Eppure a cinquantacinque anni suonati, sono tutt’ora in prigione”, scrive Musumeci che per la prima volta, l’11 maggio ha goduto di un permesso speciale per discutere la tesi della sua seconda laurea. (sul cui evento seguiranno news dettagliate) Sul numero in uscita giovedì 19 maggio, a pag. 70, Famiglia Cristiana dedica una lunga intervista a Carmelo Musumeci e dell’ergastolano laureato in legge ne parla anche Tg3 Rai delle ore 19.00, sempre di giovedì 19 maggio (ANNA ZAGARELLI Ufficio stampa Gabrielli Editori)

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Laurea di un ergastolano

Posted by fidest press agency su sabato, 21 maggio 2011

Dopo 20 anni ininterrotti di carcere, mercoledì 11 Maggio 2011, Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto e simbolo della lotta per l’abolizione dell’ergastolo, ha ottenuto qualche ora di permesso di necessità per laurearsi all’Università di Perugia. Entrato in carcere con la licenza elementare, si è laureato nella Facoltà di Giurisprudenza di Perugia, con una Tesi di Laurea Magistrale in Diritto Penitenziario dal titolo: La “pena di morte viva”: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Accanto al Relatore, Prof. Carlo Fiorio, docente di Procedura Penale, c’era anche Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto, tra i fondatori dell’associazione Antigone, della quale è attualmente Presidente onorario e Difensore civico dei detenuti. Carmelo Musumeci ha potuto godere di 11 ore di libertà, senza scorta, grazie all’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che l’affidava ai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, potendo festeggiare dopo la laurea nella struttura di Bevagna (PG).E’ stato un permesso di necessità che viene concesso solo per eventi gravi, anche lieti, e irripetibili e quindi non cambia la posizione giuridica di fronte all’ostatività ad ottenere benefici penitenziari.

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Gli uomini ombra Di Carmelo Musumeci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 marzo 2011

E’ un libro sconvolgente, opera di chi in carcere è diventato un grande scrittore, che scrivendo riesce a sopportare quella morte al rallentatore che è il carcere a vita, l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”. Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, una famiglia che ci ha protetto e aiutato a crescere e ci si domanda come saremmo stati se fossimo stati lasciati abbandonati a noi stessi, orfani o con genitori in carcere, o assenti, forse ognuno di noi avrebbe cominciato con qualche furtarello e poi sempre qualcosa di più grosso, fino a che, contro la nostra volontà, ci sarebbe scappato il morto e la galera. Gli uomini ombra, invisibili e dimenticati da tutti , morti viventi, perché irreali come le ombre, eppure capaci di forte amicizia e altruismo come i quattro rinchiusi nella stessa cella, Tiziano figlio di un boss diventato assassino per l’obbligo di vendicare l’assassinio del padre, Pietro che aveva ammazzato la moglie e l’amante, Giosuè che aveva ammazzato una decina di persone che volevano ammazzare lui, e Nicola che viveva nel ricordo della moglie che lo aspettava da otto anni e non riusciva mai a vederlo. Era l’unico che aveva ancora una ragione per vivere. Per lui, perché lo trasferiscano al nord dove sarebbe stato più facile vedere ogni tanto la moglie  gli altri tre dopo un tentativo di fuga fallito sono pronti a sacrificarsi. Finalmente Nicola può incontrare la moglie e gli altri tre sono finalmente liberi, le loro anime hanno lasciato i  loro corpi martoriati di botte.Le carceri italiane scoppiano. Molti detenuti non hanno nemmeno una branda o un materasso e dormono sdraiati per terra. Questo succede oggi nella civilissima Trieste. Molti dei detenuti non hanno compiuto altro reato che quello inventato da un governo razzista: il reato di clandestinità; molti altri sono poveracci che se fossero stati difesi da un bravo avvocato e non da un poco coscienzioso avvocato d’ufficio sarebbero fuori. Tutti avrebbero diritto a poter  svolgere un lavoro, a studiare, a fare sport,  a ricostruirsi un surrogato di vita, in particolare agli ergastolani, a coloro a cui la società dice: Lasciate ogni speranza o voi che entrate. Quanto si dovrà aspettare perché il carcere possa assolvere davvero la funzione rieducatrice? Come  si può pensare che una pena così barbara come l’ergastolo ostativo, che non lascia nessuna speranza di un futuro, possa  rieducare? Mi auguro che questo libro, oltre ad essere un  eccellente esempio di letteratura vissuta, serva a sensibilizzare tutti coloro che sono “cittadini rispettabili”, che spesso non per merito loro ma grazie a un po’ di fortuna non hanno mai conosciuto il carcere, alla necessità di abolire l’ergastolo, a non dividere la popolazione fra onesti- quelli fuori- e delinquenti-quelli dentro- Leggendo questo libro si impara quanta umanità può esserci anche “dentro”, forse più dentro che fuori. (Margherita Hack – in sintesi)

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