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Lo stato dell’oncologia in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 25 aprile 2017

senatoRoma, 27 aprile 2017 – ore 11 Senato della Repubblica, Palazzo Giustiniani (Sala Zuccari, Via della Dogana Vecchia 29) l’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) organizza un convegno nazionale a cui parteciperanno, fra gli altri, il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM, il prof. Mario Melazzini, Direttore Generale AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), Francesco Bevere, Direttore Generale Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), e Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità del Senato. È stato invitato il Ministro della Salute, on. Beatrice Lorenzin.
negli ultimi decenni si è registrato un incremento costante dei pazienti con storia di cancro in Italia: erano meno di un milione e mezzo all’inizio degli anni Novanta, 2 milioni e 250mila nel 2006, circa 3 milioni e 130mila nel 2016. Nel 2020 saranno 4 milioni e mezzo. Lo scenario dell’oncologia è in rapida evoluzione, molte persone guariscono o possono convivere a lungo con la malattia con una buona qualità di vita. E rivendicano il diritto di tornare a un’esistenza normale. Le Istituzioni e i clinici devono essere in grado di rispondere alle esigenze di questi pazienti.

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Tumori giovanili e tecniche di lotta

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2016

Roma, Biblioteca Primoli, Via Zanardelli 1 12 luglio 2016, ore 11.30 si terrà una conferenza stampa con la partecipazione del prof. Paolo Scollo, Presidente SIGO, del prof. Carmine Pinto, Presidente nazionale AIOM, e del prof. Andrea Lenzi, Presidente SIE. Sarà presentato il documento sull’Oncofertilità, da proporre alle Istituzioni e ai pazienti. ogni giorno in Italia vengono diagnosticati 30 nuovi casi di tumore in pazienti che hanno meno di 40 anni. I giovani che sconfiggono la malattia, in aumento grazie ai progressi nella diagnosi e nelle terapie, oggi possono sperare di diventare genitori grazie alle tecniche di preservazione della fertilità, cioè di congelamento e conservazione dei gameti a bassissime temperature. L’attenzione a questi temi, per troppo tempo sottovalutati, va intesa come uno dei bisogni essenziali del paziente oncologico e tutti i metodi per tutelare la fertilità dovrebbero essere fruibili attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. Non solo. La progettualità del “dopo il cancro” è motivo di vita e recupero di energie anche durante la malattia, ma sono ancora troppo poche le persone colpite da tumore che accedono a queste tecniche.

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Trattamento dei tumori

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 febbraio 2015

tumoreSi è aperta una nuova era nel trattamento dei tumori che sta modificando le aspettative di sopravvivenza. Grazie all’immunotarget-terapia, la cura che utilizza il sistema immunitario per combattere le cellule tumorali. Il melanoma ha rappresentato il modello per la sua applicazione, ora questo approccio rivoluzionario si sta estendendo con successo a molti tipi di tumore, come quelli del polmone e del rene. E i pazienti conoscono l’importanza della nuova arma. Infatti oltre il 90% dei pazienti con melanoma in trattamento dà una definizione appropriata di farmaco immuno-oncologico. L’80% ritiene che queste terapie siano efficaci e più tollerate rispetto agli altri trattamenti anti-cancro. E il 98% è consapevole che possano presentare effetti collaterali, ma diversi dalla chemioterapia. Sono i risultati principali del primo sondaggio sull’immuno-oncologia mai realizzato in Italia, promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) lo scorso gennaio, che ha coinvolto sia i pazienti che i clinici. “Grazie al suo meccanismo d’azione, questo approccio terapeutico innovativo riesce a limitare e fermare la malattia per un lungo periodo – spiega il prof. Carmine Pinto, Presidente Nazionale AIOM e direttore dell’Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma -. Il 70% degli oncologi medici utilizza l’immunotarget-terapia nella pratica clinica della cura del melanoma, oltre che in studi clinici. È unanime il parere degli esperti sulle potenzialità terapeutiche che ne possono derivare: per la totalità dei camici bianchi grazie allo sviluppo di questi farmaci nei prossimi cinque anni si otterrà un miglioramento della pratica clinica. Siamo di fronte ad un’importantissima novità dell’oncologia del terzo millennio, a un approccio rivoluzionario nel trattare il cancro, che si affianca a quelli tradizionali rappresentati dalla chirurgia, dalla radioterapia e dalla chemioterapia”. “È molto soddisfacente – sottolinea il prof. Pinto – che la modalità di comunicazione tra oncologi e pazienti abbia raggiunto il risultato di una adeguata e consapevole informazione da parte dei nostri malati”. I risultati del sondaggio sono presentati oggi a Roma in un incontro con i giornalisti nel corso del secondo dei 4 convegni sull’“Immunotarget-terapia dei tumori” organizzati dall’AIOM. Ipilimumab, sviluppato da Bristol-Myers Squibb, è stato il primo farmaco immuno-oncologico approvato. “La combinazione delle nuove terapie e la loro somministrazione in sequenza – sottolinea il prof. Michele Maio, Direttore UOC Immunoterapia Oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese – rappresentano la svolta nella lotta contro questo tipo di tumore della pelle e numerose altre neoplasie. Oggi si stanno affacciando altre armi, come nivolumab. I dati più recenti evidenziano come la combinazione di due anticorpi monoclonali immunomodulanti, ipilimumab e nivolumab, sia in grado di garantire risposte in termini relativamente brevi. I risultati degli studi in corso su nivolumab nel melanoma e in altre neoplasie, come quella del polmone non a piccole cellule, del rene e nel linfoma di Hodgkin, offrono ulteriori evidenze cliniche del potenziale dell’immuno-oncologia come approccio innovativo nel trattamento dei tumori”. Il melanoma ha rappresentato il candidato ideale per verificare l’efficacia di questa nuova arma. Sono 11.000 le nuove diagnosi stimate nel 2014 in Italia e 1.700 i casi di malattia metastatica. A settembre 2014 ipilimumab ha ricevuto l’ok dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per il trattamento in prima linea dei pazienti colpiti da melanoma metastatico, dopo il parere positivo dell’agenzia regolatoria europea (EMA) a ottobre 2013. Il farmaco ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma in fase avanzata: nel 20% dei pazienti rende la malattia cronica. “Un risultato mai raggiunto finora – afferma il prof. Paolo Ascierto, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del ‘Pascale’ di Napoli -. L’immuno-oncologia è una modalità di trattamento in rapida evoluzione, focalizzata su farmaci che agiscono direttamente sul sistema immunitario per combattere il cancro. Dalla sua iniziale approvazione nel 2011, ipilimumab ha rappresentato il primo significativo progresso negli ultimi trent’anni nel trattamento del melanoma metastatico, mostrando il potenziale di una sopravvivenza a lungo termine in alcuni pazienti”. “Vogliamo colmare significativi bisogni clinici insoddisfatti di salute nei pazienti con cancro – continua il dott. Renzo Canetta, Vice President, Global R&D Oncology Policy Bristol-Myers Squibb, Stati Uniti -. Per questo abbiamo il più vasto programma di sviluppo clinico per valutare i nostri farmaci immuno-oncologici in differenti tipi di tumore. Bristol-Myers Squibb guida il progresso dell’immuno-oncologia, con l’obiettivo di modificare le aspettative di sopravvivenza e il modo in cui i pazienti affrontano e convivono con il cancro”.
Uno dei meccanismi che il tumore può utilizzare per sfuggire al controllo del sistema immunitario è rappresentato dalla via di checkpoint immunitario chiamata PD-1. Nivolumab colpisce proprio PD-1 (programmed death 1), un importante checkpoint immunitario, un ‘posto di blocco’, che si attiva in diverse fasi della risposta immunitaria per regolare la risposta dei linfociti T (potenti globuli bianchi capaci di eliminare o neutralizzare le cellule infette o anormali). “Quando le cellule tumorali sfruttano questa via di checkpoint – spiega il prof. Pinto -, spengono la risposta immunitaria inattivando i linfociti T e permettendo così la continua crescita della malattia. Questi farmaci sono in grado di superare i meccanismi di difesa del tumore e di attivare il sistema immunitario, ‘rieducandolo’ a tenere sotto controllo la neoplasia. Nuovi studi stanno evidenziando risultati positivi in diversi tipi di tumori, come quelli del polmone e del rene che, in fase avanzata, fanno registrare percentuali di sopravvivenza molto basse, inferiori al 20%. E l’Italia svolge da sempre un ruolo di primo piano nelle sperimentazioni in questo campo. Recentemente il nostro Paese ha offerto un contributo significativo a numerosi studi registrativi internazionali, non solo arruolando i pazienti, ma anche aiutando a disegnare i trial clinici”. In uno studio presentato al recente Simposio Multidisciplinare di Oncologia Toracica il 41% dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato trattati con nivolumab era vivo ad un anno e la sopravvivenza mediana è stata di 8,2 mesi. Positivi i risultati di nivolumab anche nel linfoma di Hodgkin, presentati lo scorso dicembre a San Francisco al Congresso dell’American Society for Hematology, con un tasso di risposta globale dell’87% e stabilizzazione della malattia nel 13% dei pazienti. Nel 2014 in Italia si sono registrati 365.500 nuovi casi di tumore (circa 1000 al giorno) e i dati ISTAT indicano per il 2011 (ultimo anno al momento disponibile) in 175.363 i decessi attribuibili alla malattia. “L’immuno-oncologia – conclude il prof. Pinto – rappresenta una forma di bioterapia: quest’ultima comprende tutti quei trattamenti che inducono modificazioni nel nostro organismo per favorire una forte reazione contro il tumore, senza distruggere direttamente le cellule malate. Le risposte cliniche possono manifestarsi anche alcuni mesi dopo l’inizio della somministrazione del farmaco immuno-oncologico, ma in genere durano più a lungo. Una progressione della malattia non implica in questi casi la necessaria rinuncia al trattamento come accade invece per i farmaci chemioterapici. Siamo quindi di fronte a un nuovo modo di valutare la terapia nei pazienti trattati. Nella chemioterapia tradizionale invece le risposte cliniche compaiono rapidamente, entro poche settimane, e l’eventuale sviluppo di una nuova lesione tumorale viene considerato come progressione della malattia che determina l’interruzione del trattamento in corso”.

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Tumore al colon retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 settembre 2014

colon-retto tumoreIl prof. Francesco Cognetti, presidente Fondazione “Insieme contro il Cancro”: “Con queste analisi biologiche possiamo stabilire l’efficacia del trattamento e garantire risparmi al sistema sanitario”. Nel 2013 stimati 55.000 nuovi casi. Il prof. Carmine Pinto, presidente eletto AIOM: “Migliora la sopravvivenza, ma ancora troppi italiani non svolgono gli esami di screening”
Milano, 18 settembre 2014 – Tutti i pazienti colpiti da tumore del colon-retto dovrebbero essere sottoposti a un test molecolare. Dal risultato di questo esame dipende la scelta della terapia più efficace. Nel 60% dei malati, infatti, non è presente una particolare mutazione (gene RAS) e, in questi casi, le terapie personalizzate sono in grado di migliorare in maniera significativa la sopravvivenza. Quella del colon-retto è la forma di cancro più diffusa in Italia, in costante crescita: nel 2013 sono state colpite 55mila persone, erano 52mila nel 2012 e 50mila nel 2011. Grazie alla ricerca, le percentuali di guarigione in 15 anni sono aumentate del 12% fra le donne e del 14% fra gli uomini. La Fondazione “Insieme contro il Cancro”, in collaborazione con l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e Europa Colon, col sostegno di Amgen, ha realizzato una guida per affrontare la malattia, destinata ai pazienti e ai familiari, che sarà distribuita in tutti i centri della Penisola. Il materiale informativo è stato presentato oggi in un incontro a Milano. “Sei persone su 10 riescono a sconfiggere questa neoplasia – afferma il prof. Francesco Cognetti, presidente Fondazione ‘Insieme contro il Cancro’ -. Un risultato importante, raggiunto anche grazie a nuove terapie ‘su misura’. La selezione dei pazienti, basata su un test per verificare la mutazione genetica, si traduce in un miglioramento di tutti i parametri di efficacia, con risparmi consistenti per il servizio sanitario nazionale. Perché la terapia viene così somministrata solo ai malati che possono beneficiarne con certezza”. Per garantire uniformità nella pratica clinica nell’applicazione dei test molecolari in tutta Italia, gli oncologi (AIOM) e i patologi (SIAPEC-IAP) hanno sviluppato un ampio progetto per la caratterizzazione dei tumori in funzione della strategia terapeutica. “Negli ultimi anni – continua il prof. Carmine Pinto, presidente eletto AIOM – abbiamo unito gli sforzi per stabilire leAdenocarcinoma,_colon raccomandazioni che permettono di definire con precisione le caratteristiche biologiche di cinque tipi di cancro: al seno, al colon-retto, al polmone, allo stomaco e melanoma. Inoltre, in base a un recente controllo di qualità per la valutazione delle mutazioni genetiche nel carcinoma del colon-retto, è stato validato il 90% delle strutture di anatomia patologica e biologia molecolare (79 su 88) che si sono sottoposte in maniera volontaria al programma delle due società scientifiche. In questo modo siamo certi che il test venga eseguito secondo criteri uniformi e accurati. Si tratta di una procedura unica in tutta Europa e vanto italiano a livello mondiale”. Il 20% dei pazienti colpito da cancro del colon-retto presenta, al momento della diagnosi, la malattia già in stadio avanzato. “È necessario – sottolinea il prof. Cognetti – promuovere campagne di sensibilizzazione per far capire ai cittadini che il cancro si può prevenire, adottando stili di vita sani. E troppi italiani non aderiscono ai programmi di screening, fondamentali per individuare in fase precoce la malattia, quando può essere trattata con successo. Il test basato sulla ricerca del sangue occulto nelle feci è offerto gratuitamente dal nostro sistema sanitario a tutte le persone di età compresa fra 50 e 75 anni anche senza fattori di rischio specifici. Ma il 65,9% dei nostri connazionali over 50 e il 72,6% degli over 70 non hanno mai eseguito questo esame”.
Il tumore del colon-retto rappresenta uno dei big killer in tutto il mondo. Nel nostro Paese è la terza neoplasia più frequente nei maschi e la seconda nelle femmine. Oggi in Italia vivono quasi 300mila persone con una precedente diagnosi di questa malattia. “È in costante aumento soprattutto a causa del permanere di stili di vita scorretti, in particolare legati alla scarsa attività fisica e alla dieta non equilibrata – spiega il prof. Pinto -. Il cancro del colon è direttamente associato ad un’alimentazione ad alto contenuto calorico, ricca di grassi animali, di carni rosse e povera di fibre. È dimostrato un incremento di rischio del 15% nelle persone in sovrappeso e del 33% negli obesi. Dobbiamo quindi impegnarci sempre più intensamente per migliorare il livello di consapevolezza della popolazione, per far comprendere ai cittadini che l’obesità è un fattore di rischio, pericoloso quanto il fumo di sigaretta. È indispensabile mettere in atto nuove strategie per ridurre la percentuale di tumori correlati a questa condizione. Siamo di fronte a una vera e propria sfida per la salute pubblica e per garantire la sostenibilità del sistema”. Solo un numero limitato di casi è di origine genetica. “Per chi possiede una familiarità o altri fattori predisponenti (morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa, ecc.) – continua il prof. Cognetti – è molto importante eseguire anche la colonscopia. Si tratta di un esame essenziale per la diagnosi precoce, utilizzato soprattutto per la sorveglianza dei pazienti ad alto rischio e per accertamenti di secondo livello nei casi positivi al test di screening”.
“Il nostro impegno non si esaurisce negli investimenti in ricerca e sviluppo (4 miliardi di dollari nel 2013) per rendere disponibili farmaci innovativi – conclude il dott. Francesco Di Marco, amministratore delegato Amgen -. Concentriamo i nostri sforzi anche nella definizione di test che permettano di selezionare in anticipo i pazienti che trarranno giovamento dalle terapie. Lavoriamo al fianco degli specialisti per assicurare l’impiego appropriato dei farmaci, coscienti che la sostenibilità del sistema è anche nostra responsabilità”.

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