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Scuola – Cassazione: niente panino da casa

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 agosto 2019

Avrà effetti solo per una parte delle Regioni italiane l’accoglimento dell’appello del Comune di Torino e del Miur contro la sentenza che consentiva alle famiglie di rifiutare la mensa per i figli e fruire del pasto portato da casa. Marcello Pacifico (Anief): La sentenza degli ermellini è esemplare, ora però lo Stato o gli Enti Locali finanzino e assicurino il servizio del pasto a scuola che nel Meridione è quasi inesistente, come dimostrano i pochi istituti con tempo pieno e prolungato il cui prerequisito è proprio il finanziamento del tempo mensa. E non si venga a dire che al Sud le famiglie non vogliono il tempo pieno, perché se il servizio venisse proposto con tutti i crismi non avrebbero dubbi a mandare i figli a scuola fino alle ore 16.
La Corte di Cassazione ha detto dunque sì al ricorso del ministero dell’Istruzione e del Comune di Torino contro i genitori che chiedevano la libertà, per i propri figli, di portarsi il pasto da casa: non esiste un «diritto soggettivo» a mangiare il panino portato da casa «nell’orario della mensa e nei locali scolastici» e la gestione del servizio di refezione è rimesso «all’autonomia organizzativa» delle scuole hanno infatti stabilito le Sezioni Unite della Cassazione, accogliendo quindi il ricorso e ribaltando una pronuncia favorevole ai genitori degli alunni che preferivano alla mensa il pasto portato da casa. Portare il «panino da casa», scrivono i giudici, comporta una «possibile violazione dei principi di uguaglianza e di non discriminazione in base alle condizioni economiche, oltre che al diritto alla salute, tenuto conto dei rischi igienico-sanitari di una refezione individuale e non controllata». Si chiude quindi una questione che andava avanti da anni. Ma il problema non si pone nelle scuole del Sud, dove nella stragrande maggior parte di casi la mensa non è mai stata attivata. Il caso della Sicilia, poi, è emblematico: ben 85 alunni della primaria su 100 escono oggi da scuola all’ora di pranzo. E non c’è alcuna intenzione di voltare pagina, perché solo qualche settimana fa sempre la Sicilia ha restituito al Miur ben 96 cattedre di tempo pieno su 246 per inadeguatezza: quasi il 40 per cento dei posti da insegnante, assegnati dal Governo con la Legge di Bilancio 2019 proprio per attivare le lezioni pomeridiane successive alla mensa, sono state rimandate indietro. Il problema, ha commentato La Repubblica, è che “in Sicilia, mancano gli spazi e le mense che permettono al tempo pieno di decollare”. E pensare che tante polemiche aveva destato la decisione del Governo gialloverde di finanziare solo 2 mila posti di tempo pieno per il Sud, con la prospettiva di concludere il percorso solo tra alcune decenni: il problema è quindi strutturale, perché se non ci sono spazi, mense e luoghi adatti dove operare è inutile parlare di tempo pieno.

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Scuola: Gli istituti a basso rischio sismico devono rimanere aperti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 Mag 2019

Con la sentenza n. 21175/2019 della Corte di Cassazione viene affermato che le amministrazioni comunali non sono obbligate a chiudere gli edifici scolastici a basso rischio sismico se programmano gli interventi di adeguamento sismico. Tuttavia si sottolinea che tutte le strutture scolastiche italiane prive di agibilità non possono stare in esercizio all’uso laddove gli enti locali non eseguano una programmazione degli interventi per edifici vulnerabili al rischio sismico. La Corte di Cassazione ha approvato la decisione del Tribunale che non imponeva al Comune la chiusura dell’edificio, ma richiedeva solo una programmazione degli interventi di adeguamento sismico.In virtù dunque del nuovo indirizzo cassazionistico, il sindacato ha preparato una nuova diffida atta a chiedere le idonee soluzioni alle non valutate criticità statiche legate alla realizzazione di pertinenti interventi strutturali ed al corretto inserimento nel piano triennale delle opere pubbliche comunali.
Non si arrestano le polemiche che riguardano il mondo dei dirigenti scolastici: mentre su di essi sta arrivando quella misura biometrica che prima ancora di essere “un costoso e ingiustificato strumento di controllo rappresenta un atto politico ingeneroso e di sfiducia verso una dirigenza”, “un dirigente scolastico su tre ha il carico della reggenza di un’altra istituzione scolastica con raddoppio delle responsabilità a fronte di una modesta indennità senza rimborsi di viaggi e di spese”, “un altro gravame incombe sul capo dei capi d’istituto: la sicurezza”. Infatti, “gli edifici scolastici, di proprietà delle Amministrazioni locali, in cui quotidianamente vivono i ragazzi e il personale della scuola, sono sotto il controllo del dirigente per quanto riguarda la sicurezza della struttura e delle persone. Lo prevede il decreto legislativo 81/2008”.
È recente la notizia della sentenza della Corte di Cassazione che afferma come le amministrazioni comunali non siano obbligate a chiudere gli edifici scolastici a basso rischio sismico se programmano gli interventi di adeguamento sismico. Tuttavia si sottolinea che tutte le strutture scolastiche italiane prive di agibilità non possono stare in esercizio all’uso laddove gli enti locali non eseguano una programmazione degli interventi per edifici vulnerabili al rischio sismico.

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La Cassazione boccia l’insulto omofobo

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 febbraio 2019

La Cassazione sollecita un maxi risarcimento per le vittime di omofobia. Lo ha fatto con l’ordinanza 4815/19, pubblicata oggi dalla sezione lavoro che boccia il ricorso del legale rappresentante condannato in secondo grado a risarcire un dirigente per condotte vessatore ai suoi danni, cioè perché preso di mira perché gay. Non c’era nulla di scherzoso nella condotta del legale rappresentante per la Corte territoriale anzi l’atteggiamento rivelava una grave mancanza di rispetto e di lesione della personalità morale del lavoratore. Il ragionamento del giudice di appello non fa una piega ad avviso del Palazzaccio che conferma il risarcimento. La Corte d’appello ha riprodotto le allegazioni contenute nel ricorso introduttivo di primo grado e «ha dato atto di come gli specifici episodi descritti non fossero stati dimostrati ma come, invece, fosse stata comprovata la protratta condotta offensiva di parte datoriale, pure allegata dal lavoratore, e relativa alla presunta omosessualità del lavoratore, sistematicamente apostrofato col termine finocchio». Sbaglia la società a criticare la sentenza impugnata per non aver colto «il carattere scherzoso degli epiteti con cui il legale rappresentante era solito apostrofare il dipendente, in presenza degli altri colleghi e in un clima cameratesco». La Corte di merito, infatti, ha rilevato il danno non patrimoniale subito dal lavoratore dagli elementi probatori raccolti sul contenuto delle offese, «sulla reiterazione, sulle modalità e contesti in cui le stesse venivano arrecate, sulla difficoltà di reazione per essere il destinatario lavoratore subordinato; ha ritenuto che le offese, ripetute nel tempo, avessero arrecato, tra l’altro, concreto e grave pregiudizio alla dignità del lavoratore nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione, per il fatto che gli epiteti spregiativi erano ripetuti alla presenza dei colleghi e in situazioni nelle quali il destinatario non era in condizioni di reagire». E, art. 2 della Costituzione alla mano, la Suprema Corte, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, ha ricordato “il diritto costituzionalmente tutelato alla libera espressione della propria identità sessuale quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità”.

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Docenti: la Cassazione assegna ai supplenti brevi i 164 euro al mese di RPD negati dal Miur

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 agosto 2018

La Suprema Corte, con l’Ordinanza n. 20015, nel cambiare orientamento sulla materia, condanna il Miur per palese violazione della Direttiva Comunitaria 1999/70/Ce e l’evidente discriminazione posta in essere nei confronti del personale precario con contratti inferiori all’annualità. Perde efficacia, anche se solo per i lavoratori che presentano ricorso, la Nota Miur del 17 dicembre 2012 che, nell’affidare al portale NoiPa il pagamento dei supplenti brevi e saltuari, aveva stabilito in modo illegittimo che “sia la retribuzione professionale docenti che il compenso individuale accessorio non competono ai supplenti brevi e saltuari”. Per gli ‘ermellini’, quindi, “una diversa interpretazione finirebbe per porre la disciplina contrattuale in contrasto con la richiamata clausola 4 tanto più che la tesi del Ministero, secondo cui la RPD è incompatibile con prestazioni di durata temporalmente limitata, contrasta con il chiaro tenore della disposizione che stabilisce le modalità di calcolo nell’ipotesi di periodi di servizio inferiori al mese”. Si tratta di una conquista sindacale non indifferente, perché va a favore del personale supplente meno tutelato, in quanto la ‘Retribuzione professionale docente’ è prevista dal CCNL di comparto. Inoltre, è assoggettata ad una serie di ritenute previdenziali, con incidenza positiva diretta e continua quindi pure sul fondo pensione, sul fondo credito, sull’Irap e sul Trattamento di fine rapporto. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Il principio di diritto enunciato dalla Cassazione nell’Ordinanza n. 20015/2018 è chiaro e pone il via ad una nuova stagione di ricorsi per tutelare i precari meno protetti: l’art. 7 del CCNL 15.3.2001 per il personale del comparto scuola, interpretato alla luce del principio di non discriminazione sancito dalla clausola 4 dell’accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE, attribuisce al comma 1 la Retribuzione Professionale Docenti a tutto il personale docente ed educativo, senza operare differenziazioni fra assunti a tempo indeterminato e determinato e fra le diverse tipologie di supplenze. Per questo, invitiamo il personale che si è visto negare questo importante importo mensile ad avvalersi del supporto dei nostri avvocati per le dovute azioni legali, in modo da recuperare il maltolto”. Alla luce di tutto questo, il sindacato Anief avvia i ricorsi gratuiti targati Anief per recuperare fino a 9 mila euro di arretrati: vale anche per il personale di ruolo relativamente agli anni di precariato svolti. Clicca qui per aderire subito ed evitare la prescrizione.

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Legittima difesa e sentenza Cassazione

Posted by fidest press agency su domenica, 22 luglio 2018

“La sentenza della Cassazione che stabilisce che non possa invocarsi la legittima difesa da parte di chi, prima di reagire, abbia “accettato la sfida” ovvero si sia messo “volontariamente in pericolo” o abbia “concorso a creare egli stesso la situazione di pericolo“ (fattispecie di omicidio con 31 coltellate in risposta a minacce alla sua famiglia durante una lite col cognato) è assolutamente corretta e serve anche a distinguere invece la difesa, sempre legittima, nei casi di intrusione nell’abitazione da parte di delinquenti con lo scopo di attentare alla incolumità o ai beni di chi nulla ha fatto per creare alcuna situazione di pericolo. La legge presentata al Senato da Fratelli d’Italia con me primo firmatario, vuole proprio distinguere i casi in cui tocca alla discrezionalità del giudice valutare la proporzione tra offesa e reazione e i casi che invece avvengono in casa o similari, dove, chi è costretto a reagire all’offesa violenta di un intruso rapinatore non deve mai essere sottoposto a processo poiché ogni sua azione difensiva deve sempre considerarsi legittima”. Lo dichiara Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato e senatore di Fratelli d’Italia.

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Buoni Fruttiferi Postali Ordinari: la questione del rendimento tra il ventesimo ed il trentesimo anno

Posted by fidest press agency su martedì, 1 Mag 2018

Nella casistica dei Buoni Fruttiferi Postali Ordinari con timbro di aggiornamento esiste una particolare questione che vede non poche probabilità a favore dei beneficiari.In occasione delle modifiche alle serie dei Buoni Fruttiferi, negli uffici postali si sono sempre usati fino ad esaurimento i certificati delle serie precedenti, apponendovi uno o più timbri con le condizioni in vigore al momento dell’emissione. Un comportamento conforme alle disposizioni di legge ma che provoca ora non pochi grattacapi alle Poste ed alla Cassa Depositi e Prestiti, che dei Buoni Fruttiferi è l’emittente.Nei casi in cui si riscontra che il timbro di aggiornamento è mancante o riportante condizioni non più in vigore al momento dell’emissione, la nota sentenza di Cassazione a Sezioni Unite 15/06/2007, n. 13979, prevede che il collocamento dei buoni dà luogo alla conclusione di un accordo negoziale tra emittente e sottoscrittore e, nell’ambito di detto accordo, l’intermediario propone al cliente e quest’ultimo accetta di porre in essere un’operazione finanziaria caratterizzata dalle condizioni espressamente indicate sul retro dei buoni oggetto di collocamento, i quali vengono compilati, firmati, bollati e consegnati al sottoscrittore dall’ufficio emittente.In poche parole, viene sancito il principio secondo cui vale ciò che è riportato dalle condizioni presenti sul Buoni Fruttifero, e niente altro.
Una particolare casistica riguarda i tassi applicabili dal ventesimo al trentesimo anno di maturazione gli interessi nei Buoni Fruttiferi Postali Ordinari con timbro di aggiornamento.
Nell’aggiornare le condizioni di un certificato ordinario di una serie precedente, alle Poste hanno sempre apposto un timbro coi nuovi tassi di interesse fino al ventesimo anno. Il timbro non ha mai riguardato, invece, le condizioni che si applicano dal ventesimo anno fino alla “scadenza naturale” del buono, appunto il trentesimo anno.I decreti di emissione specificano che dal ventesimo al trentesimo anno si applica, con liquidazione bimestrale, un tasso di interesse semplice pari al maggior tasso raggiunto nel corso dei primi venti anni. Il caso tipico è un buono emesso dopo il famoso Decreto Ministeriale 13 giugno 1986 che istituì, a partire dal successivo 1 luglio, la serie Q e consegnato ai clienti utilizzando un certificato di serie precedente. Il maggior tasso raggiunto dalla precedente serie P era il 15% e il timbro non lo modifica. Le Poste invece, nel rimborsare il buono, considerano il tasso del 12%, ossia il maggior tasso raggiunto dalla serie Q. A nostro modo di vedere, la fattispecie ricade nel disposto della citata sentenza di Cassazione a Sezioni Unite 15/06/2007, n. 13979, ed è possibile reclamare il pagamento dei maggiori interessi. Il discorso vale per i buoni in essere ed anche per i buoni già incassati. Il diritto si prescrive dopo dieci anni a partire dalla data di estinzione.I Collegi dell’Arbitro Bancario Finanziario sono stati investiti della materia, e dopo una prima fase in genere negativa si assiste ora a pronunciamenti favorevoli ai beneficiari dei buoni, sebbene con decisioni che appaiono improntate alla causalità col medesimo collegio ora favorevole ora contrario alle tesi dei clienti. Presentare ricorso all’Abf è quindi ragionevole, e ne stiamo presentando non pochi per conto dei nostri iscritti. Non è per niente escluso, data la differenza di vedute tra i sette Collegi dell’Abf, che la questione venga rimessa al Collegio di Coordinamento.In caso di esito negativo del ricorso vi è sempre la strada della vertenza davanti al Giudice di Pace, anche se occorre tenere conto che a volte la somma contestata è di modesta entità. (Anna D’Antuono, avvocato e consulente legale Aduc)

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Cure gratis per l’Alzheimer: sentenza della Cassazione

Posted by fidest press agency su sabato, 10 febbraio 2018

Le cure per i malati di Alzheimer devono essere gratuite e a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con una sentenza che aprirà la strada a oltre 700mila famiglie, che hanno un malato in casa, per chiedere i rimborsi delle spese sostenute per le cure, circa 2.000 euro al mese in media per farmaci, infermieri e badanti. In molti casi i costi sono anche superiori quando un familiare, di solito una donna, deve lasciare il lavoro per assistere un parente che cade nella patologia grave conclamata e perde autonomia.Il costo di questa sentenza per il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe arrivare a decine di miliardi l’anno.La patologia di Alzheimer colpisce oggi nel mondo 47milioni di malati, che, a causa dell’allungamento della vita e dell’invecchiamento generale, diventeranno 130 milioni entro il 2050 con un costo enorme per la società. La malattia non ha ancora una cura ma si può prevenire e contrastare, affrontandola prima che aggredisca il nostro cervello, che come tutti gli altri organi ha bisogno di cure e di controlli, come siamo abituati a fare andando dall’oculista o dal dermatologo o dall’ortopedico, ma mai andiamo a fare un controllo del cervello con una valutazione dello stato cognitivo.La prevenzione è alla base del protocollo contro l’Alzheimer, Train the Brain (Allena il cervello), che ha dato risultati positivi nell’80% dei soggetti trattati, che erano all’inizio della malattia (MCI Mild Cognitive Impairment) Il protocollo, non farmacologico, ideato dal Prof. Lamberto Maffei, che ha lavorato con la Prof.ssa Rita levi Montalcini, è stato realizzato all’istituto di Neuroscienze dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e viene applicato e diffuso dalla Fondazione IGEA Onlus (www.fondazioneigea.it), per metterlo a disposizione di tutte le persone che possono averne bisogno. Train the Brain si basa sulla stimolazione della plasticità del cervello, organo che può reagire ai cambiamenti, come quelli provocati da una malattia, per contrastarla. Semplificando si può dire che questo protocollo rappresenta la palestra della mente, per contrastare l’invecchiamento e prevenire le patologie cerebrali. Il cervello è un organo come tutti gli altri, con il tempo invecchia e con lo stress può perdere vivacità. Per mantenerlo attivo si deve fare esercizio proprio come si fa andando in palestra a fare ginnastica. Con la ginnastica i nostri muscoli si mantengono tonici e funzionano meglio, non tornano ad essere quelli dei vent’anni ma si allontanano l’invecchiamento e il rischio di ammalarsi. La stessa cosa accade per il cervello, che, come tutti gli altri organi, ha bisogno di controlli e prevenzione.
Una efficace forma di difesa, che può ridurre fino al 35% il rischio di cadere nell’Alzheimer, è costituita dai corretti comportamenti e stili di vita, da seguire sempre, fin dalla giovinezza. Non si deve aspettare di essere anziani, per fare prevenzione prima si inizia meglio è. Uno studio della Commissione “Lancet” per le Demenze ha individuato tra i principali fattori di rischio da evitare nell’arco di tutta la vita: l’obesità, la sedentarietà, alcune patologie come il diabete, l’ipertensione e la depressione, la perdita di rapporti sociali. A questi si aggiungono: il fumo, l’alcol, la cattiva o eccessiva alimentazione. Controllare questi fattori di rischio nei nostri comportamenti quotidiani costituisce una forma di prevenzione che può assicurare una più sana prosecuzione della vita in età avanzata.Questi fattori che rappresentano il 35% del rischio possono essere controllati e modificati nei nostri comportamenti quotidiani, iniziando a qualsiasi età. Certamente prima si comincia meglio è. Il restante 65% dei fattori di rischio, tra i quali il principale è l’aumento dell’età, non sono modificabili e questo rende ancora più importante agire prima possibile sui fattori che possiamo controllare.Questa insidiosa patologia è silente, inizialmente priva di sintomi, chi è malato non lo sa. La malattia lavora lentamente per 15 – 20 anni distruggendo progressivamente i neuroni, il cervello compensa con i neuroni superstiti la mancanza di quelli colpiti, per questo non ci sono segnali evidenti ma si può fare una diagnosi precoce iniziando a un controllo dello stato cognitivo. La malattia prosegue al buio fino a quando il corredo neuronale è devastato e solo allora appaiono i sintomi quando non c’è più possibilità di difesa.Il progetto Train the Brain, la Palestra della Mente, è utile come prevenzione anche alle persone sane e alle persone che non presentano sintomi ma che potrebbero essere a rischio dato che la malattia per lunghi anni non da sintomi.

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La Cassazione nuovamente sull’anatocismo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 ottobre 2017

cassazioneUn’altra significativa decisione che per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, da un ulteriore secco “stop” alle banche in tema di capitalizzazione degli interessi dei conti correnti è giunta in data di ieri dalla Corte di cassazione che ha ribadito per l’ennesima volta che gli usi bancari in materia di anatocismo non hanno alcun valore normativo ed una volta disconosciuta la loro natura di fonte di diritto la disciplina applicabile non può che essere quella legale, sicchè in difetto di successiva diversa pattuizione posteriore alla scadenza degli interessi, questi ultimi possono produrre a loro volta interessi soltanto dalla data della domanda giudiziale (ricorso monitorio). In sostanza, in tema di controversie relative ai rapporti tra la banca e il cliente correntista, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo a un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente e negoziato dalle parti in data anteriore al 22 aprile 2000, il giudice, dichiarata la nullità della predetta clausola, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c., deve calcolare gli interessi a debito del correntista senza operare alcuna capitalizzazione. È quanto fra l’altro stabilito dall’ordinanza n. 24293 pubblicata il 16 ottobre 2017, che ha accolto il ricorso di una srl correntista. Inoltre, rilevano i giudici di legittimità, è destituita di fondamento l’obiezione della banca secondo cui la nullità della clausola anatocistica avrebbe ad oggetto esclusivamente il periodo trimestrale di capitalizzazione, lasciando in vita la convenzione integrabile per via interpretativa. Il vizio di nullità, infatti, afferisce alla intera clausola, in quanto la convenzione viola la norma imperativa prevista dall’art. 1283 c.c. applicabile “ratione temporis” al rapporto di garanzia in esame, non assumendo pertanto rilievo la intervenuta recezione normativa del divieto di capitalizzazione degli interessi bancari soltanto con l’art. 1, comma 629, della legge 27.12.2013 n. 147, normativa, peraltro, successivamente, integralmente ridisciplinata dall’art. 17 bis, del decreto legge 14 febbraio 2016, n. 18 convertito con modificazioni dalla L. 8 aprile 2016, n. 49 (recante “Misure urgenti concernenti la riforma delle banche di credito cooperativo, la garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze, il regime fiscale relativo alle procedure di crisi e la gestione collettiva del risparmio”) che ha sostituito l’art. 120 del Testo Unico delle leggi bancarie, atteso che la legge n. 147/2013 si è limitata a “normativizzare” un indirizzo giurisprudenziale del Giudice di legittimità già stabilizzato. Insomma, ancora una volta la giurisprudenza conferma la bontà delle azioni a tutela dei correntisti defraudati dall’avidità degli istituti bancari e ci consente di agire con più vigore nelle numerose cause avviate dallo “Sportello dei Diritti” in materia.

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Maltrattamenti in famiglia e rapporti matrimoniali: Linea dura della Cassazione

Posted by fidest press agency su sabato, 30 settembre 2017

cassazioneGli atti di violenza da parte di un coniuge sull’altro o sulla prole sono comportamenti così gravi che sono ritenuti sufficienti a far scattare l’addebito della separazione nei confronti di chi li perpetra. E per la Cassazione, anche un solo episodio di percosse può far scattare l’addebito della separazione a carico di chi ha aggredito l’altro coniuge in quanto la violazione è dotata di una gravità tale che il giudice del merito è esonerato perfino dal comparare i comportamenti della vittima contrari ai doveri coniugali. Sono questi i principi ribaditi nella sentenza 22689/17 pubblicata oggi 28 settembre, dalla Suprema Corte civile nel rigettare il ricorso di un marito che aveva sottoposto la moglie e i figli a reiterate violenze e umiliazioni, tanto da aver subito anche una condanna penale per il reato di cui all’articolo 572 del codice penale per “maltrattamenti contro familiari” uniti sotto il vincolo della continuazione. Nei due gradi di merito era stato ritenuto responsabile della crisi familiare con conseguente addebito della separazione. Sentenze confermate poi anche innanzi ai giudici di legittimità che hanno ricordato il principio già espresso secondo cui è sufficiente anche un solo episodio di violenza a far scattare l’addebito. Gli ermellini hanno sottolineato che «le violenze fisiche e morali costituiscono violazioni talmente gravi e inaccettabili dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, quand’anche concretantisi in un unico episodio di percosse, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti l’intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore, e da esonerare il giudice del merito dal dovere di comparare con esse, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, il comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei». Insomma, per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, con la decisione di oggi viene ribadito il pugno duro da parte della giurisprudenza sull’intollerabilità di qualsiasi manifestazione di violenza in famiglia, in un momento in cui i delitti che avvengono all’interno delle mura domestiche continuano ad essere permanentemente sulle cronache nere di ogni luogo d’Italia.

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Evasione fiscale e attualità dei mezzi nazionali e internazionali di contrasto

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 settembre 2017

cassazioneMilano 18 settembre, dalle ore 9.00 alle ore 13.00, presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, piazza della Scala, 2.Il Convegno si propone di offrire un confronto aggiornato e fornire ipotesi prospettiche di contrasto sul fenomeno dell’evasione fiscale attraverso l’approfondimento delle diverse esperienze di istituzioni politiche, amministrative, della magistratura, del mondo della ricerca e quello della professione. Gli interventi dei relatori si concentreranno, in particolare, su ciò che si è fatto e su quanto si pensa di fare, non solo per rendere efficace il contrasto all’illecito fiscale, nazionale e internazionale, ma anche per riportare equità nel sistema; sull’attualità dell’ordinamento tributario e sulla sua idoneità nel fornire all’Agenzia delle Entrate, alla Magistratura, alla Guardia di Finanza, ai Comuni e a tutte le Istituzioni coinvolte i migliori strumenti per prelevare i tributi e difendere il dovere contributivo; sui problemi giuridici pratici, legati applicazione della legge, che discendono dal tentativo di assoggettare a imposta fatti che si manifestano in modi non tradizionali e soprattutto legati all’economia digitale; sullo scambio dell’informazione rilevante tra i diversi Paesi e la strumentalità del diritto penale.Al Convegno intervengono:
Maria Elena Boschi, Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Vittorio Emanuele Falsitta, Straordinario di Diritto Penale Tributario presso l’Università Europea di Roma e ivi Direttore del Centro di Ricerca sulla Fiscalità Etica
Ernesto Maria Ruffini, Direttore dell’Agenzia delle Entrate
Francesco Greco, Procuratore Capo della Repubblica di Milano
Renato Bricchetti, Presidente Vicario della Corte d’Appello di Milano
David Pitaro, Dirigente di Banca d’Italia, Presidente del Gruppo sullo scambio automatico di informazioni del Global Forum on Trasparency and Exchange of Information dell’OCSE
Giovanni Canzio, Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione.

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Cassazione: nessuna differenza stipendiale e di diritti tra docenti di ruolo e precari

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 agosto 2017

ministero-pubblica-istruzioneSolo diverse mansioni, che nella fattispecie non sussistono, giustificherebbero un diverso trattamento. Lo ha stabilito la sezione lavoro della Suprema Corte, attraverso una ordinanza emessa il 1° agosto scorso, la n. 19136, che nei fatti conferma la sentenza della Corte di Appello di Torino la quale affermava che la nota clausola 4, in quanto precisa ed incondizionata, prevale sul diritto interno laddove la natura, la durata e la frequenza delle prestazioni lavorative non differiscono, in fatto, da quelle del personale assunto a tempo indeterminato. Per i giudici della Corte, dunque, il legislatore e la giustizia italiana non possono ignorare le indicazioni provenienti da Lussemburgo. Bocciata la linea del Miur che ora dovrà pagare cospicui risarcimenti ai tanti precari discriminati. La Cassazione, in definitiva, conferma la linea dell’Anief: i lavoratori a tempo determinato, i docenti come gli Ata, hanno i medesimi diritti: non solo a livello stipendiali, scatti automatici compresi, ma anche a livello di permessi, ferie, mesi estivi e altro ancora.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): È un concetto imprescindibile, che deve assolutamente entrare in modo netto e chiaro nel prossimo contratto di lavoro della categoria scolastica. Non farlo, significherebbe sottoscrivere un contratto nullo, perché facilmente impugnabile in tribunale, con sempre più probabili soccombenze dell’amministrazione, condannata a risarcimenti anche importanti a favore del personale ricorrente. Come del resto accade sempre più frequentemente. A parte il fatto che la modifica potrebbe essere realizzata come integrazione a quello già vigente, come sindacato autonomo diffidiamo le organizzazioni rappresentative che nelle prossime settimane saranno chiamate a sottoscrivere il nuovo contratto nazionale di lavoro. Il tempo delle discriminazioni è finito. Anche la Ministra Valeria Fedeli sembra averne preso coscienza. Le condizioni per farlo, quindi, ci sono tutte. Noi vigileremo e nel frattempo continueremo le nostre battaglie in tribunale.Per questi motivi, Anief prosegue i ricorsi gratuiti per attribuire il conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale nel periodo 2008-2018. Si ricorda che la violazione della normativa comunitaria riguarda anche la mancata stabilizzazione: si può quindi decidere diricorrere in tribunale per ottenere scatti di anzianità, il pagamento dei mesi estivi e adeguati risarcimenti. Ai ricorsi sono interessati pure i lavoratori di ruolo.

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Cassazione: il proprietario non deve comunicare i dati di chi guidava l’auto se la multa non è notificata subito

Posted by fidest press agency su domenica, 1 gennaio 2017

cassazioneStop all’ordinanza-ingiunzione: «il trascorrere del tempo rende evanescenti i ricordi». Se l’amministrazione non notifica in modo tempestivo al proprietario del veicolo il verbale per l’infrazione al codice della strada non puoi poi multarlo perché non ha comunicato alle autorità chi era al volante dell’auto al momento della violazione addebitata, ad esempio l’eccesso di velocità rilevato da strumenti di accertamento elettronico. Tale principio emerge dall’ordinanza 26964/16, pubblicata il 23 dicembre dalla sesta sezione civile della Suprema Corte che Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” riporta. Accolto il ricorso dell’automobilista: stop all’ordinanza-ingiunzione notificatagli dalla prefettura violazione dell’articolo 126 bis Cds, la disposizione sulla patente a punti che in caso d’inosservanza prevede una sanzione da 284 a 1.133 euro. E ciò perché l’ente impositore, ad esempio il Comune, può pretendere che il proprietario del veicolo renda note le generalità del trasgressore soltanto quando notifica in modo tempestivo il verbale di accertamento dell’infrazione sottesa: va infatti dato rilievo «al ridottissimo scarto temporale tra lo spirare del termine di cui all’articolo 201 Cds (novanta giorni, nda) e la notifica effettiva». Diversamente, come riconoscono gli stessi “ermellini”, non si può esigere che il titolare del veicolo ricordi chi fosse alla guida dell’auto il giorno in cui la macchina è stata multata. Insomma: la tempestività della contestazione serve a porre il destinatario in condizioni di difendersi e in caso di tardività va invece esclusa la sussistenza dell’obbligo. (Giovanni D’AGATA)

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Precari scuola: prima sentenza in appello dopo il via libera della Cassazione

Posted by fidest press agency su domenica, 20 novembre 2016

cassazioneOltre 15.000 Euro di condanna a carico del Ministero dell’Istruzione e il riconoscimento pieno del periodo di precariato. Ad ottenerlo è stata l’Anief, dopo la sentenza dell’Organo di giustizia. Il sindacato, pertanto, torna a chiedere l’adeguamento del contratto collettivo ai dettami europei e vedere in questo modo riconoscere, finalmente, ai lavoratori precari della scuola pari dignità a livello stipendiale e anche per quanto riguarda i permessi retribuiti e ogni diritto che deve essere riconosciuto al lavoratore indipendentemente dalla scadenza del contratto. Ad oggi, però, per ottenere la tutela dei propri diritti, è necessario ricorrere in tribunale.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): procederemo a depositare nei prossimi mesi centinaia di ricorsi per restituire dignità ai lavoratori della scuola e per far ottenere loro le progressioni stipendiali mai riconosciute e un equo risarcimento dei danni, anche in relazione al diritto all’integrale ricostruzione di carriera per il periodo pre-ruolo. È evidente, infatti, proprio alla luce della recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione: un docente o un Ata con contratto a termine svolge la propria attività con le stesse mansioni e assumendosi le medesime responsabilità del lavoratore a tempo indeterminato e, a volte, ha anche maggiore esperienza maturata in tanti anni di servizio. Il riconoscimento del diritto alla medesima progressione stipendiale applicata ai lavoratori a tempo indeterminato e alla pari dignità con tempi certi per l’immissione in ruolo è doveroso.

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La Cassazione apre ai risarcimenti di massa sui periodi di precariato

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 novembre 2016

cassazioneÈ quanto scaturisce dal parere dei giudici dell’Organo supremo di Giustizia che, con una serie di sentenze “pilota” pubblicate in settimana, hanno fatto chiarezza sull’abuso dei contratti a termine, sui risarcimenti e sulle ricostruzioni di carriera del personale scolastico supplente o anche già di ruolo: chi ha avuto più di due anni di supplenza ha diritto al pagamento degli scatti di anzianità, oggi invece riconosciuti in parte. Il rispetto dei diritti dei lavoratori e la loro immediata stabilizzazione sono tra i punti-chiave dello sciopero nazionale organizzato dall’Anief per dopodomani 14 novembre con manifestazione a Roma in Piazza Montecitorio.Secondo Marcello Pacifico (presidente Anief) la cifra da recuperare per ogni lavoratore è di almeno uno stipendio in più all’anno per il periodo pre-ruolo, come per quelli successivi all’assunzione. Va specificato che lo Stato, per il risarcimento, pagherà solo chi ricorrerà o ha ricorso per dei contratti svolti dopo i 36 mesi su posto vacante e disponibile, comunque senza ragioni sostitutive.
“A partire da oggi, qualunque precario per i dieci anni precedenti può chiedere gli stessi scatti di anzianità del personale assunto a tempo indeterminato, mentre chi è di ruolo può ricorrere per ottenere per intero il riconoscimento di tutto il servizio pre-ruolo”: a sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal che, in un’intervista ad Orizzonte Scuola, commenta la serie di sentenze “pilota” della Cassazione, pubblicate in settimana, sull’abuso dei contratti a termine, risarcimenti e ricostruzione di carriera del personale scolastico.
Ricordando l’articolo 3 della nostra Costituzione che richiama al diritto di uguaglianza tra tutti i cittadini, il sindacalista dice che “l’Anief fin dal primo anno della sua fondazione – dicembre 2008 – ha denunciato alla stampa la disparità di trattamento tra personale precario e di ruolo da sempre perpetrata dal legislatore e dal sindacato rappresentativo. La Cassazione ci ha dato, finalmente, ragione dopo che siamo riusciti a fare eleggere gli stessi precari alle ultime elezioni Rsu. È una battaglia che per noi deve concludersi con una piena equiparazione anche in termini di ferie, malattie e ogni diritto riconosciuto al lavoratore indipendentemente dalla scadenza del contratto. Temi che abbiamo sottoposto all’attenzione del Parlamento anche nell’ultima legge di stabilità (attraverso più di 70 emendamenti presentati alla Camera) e in occasione dello sciopero e del sit-in del 14 novembre prossimo”.Ma chi potrà decidere di presentare ricorso, avendo ora anche la Cassazione dalla sua parte? “Chiunque – risponde Pacifico – ha avuto più di due anni di supplenza ha diritto al pagamento degli scatti di anzianità riconosciuto al personale di ruolo per i contratti avuti negli ultimi 10 anni. Questo stesso diritto lo deve richiamare anche il personale di ruolo per il periodo pre-ruolo o, ancora, impugnando il decreto di ricostruzione di carriera laddove non venga riconosciuto per intero il servizio di precariato svolto dopo i primi 4 anni”.Il presidente Anief sottolinea che i risarcimenti non sono affatto figurativi: “la cifra da recuperare è di almeno uno stipendio in più all’anno per gli anni pre-ruolo come per quelli post-ruolo; sarebbe stupido non farlo dopo la sentenza della Cassazione”. Ma “lo Stato pagherà soltanto chi ricorrerà o ha ricorso per dei contratti svolti dopo i 36 mesi su posto vacante e disponibile (come previsto dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del novembre 2014), comunque senza ragioni sostitutive, al di là che si tratti di 31 agosto o 30 giugno, per il risarcimento”. “Dopo 24 mesi, invece, scatta l’aumento anche retroattivo. Ci aspettiamo ricorsi di massa per dare ai precari e ai docenti di ruolo quanto dovuto per i periodi di precariato svolti, mentre stiamo valutando di adire la Cedu, convenzione europea dei diritti dell’uomo, per il personale Ata escluso dal piano straordinario di assunzioni, per il risarcimento spettante al personale di ruolo al di là della piena ricostruzione di carriera e della quantificazione dello stesso risarcimento che dovrebbe essere dissuasivo e non soltanto sostitutivo rispetto alla mancata stabilizzazione avvenuta”, conclude Pacifico.Nell’ultimo anno e mezzo, quindi prima della sentenza della Cassazione, sono state diverse le sentenze favorevoli alla riformulazione delle ricostruzioni di carriera con l’intero periodo di precariato. Nel maggio 2015, si è espressa così la sezione Lavoro di Bologna; il 25 febbraio scorso abbiamo assistito all’appello della sezione Lavoro di Trento; altre due sentenze positive per il riconoscimento intero del precariato sono arrivate dai giudici di Bari e Pordenone, rispettivamente l’11 maggio e l’8 agosto 2016. Ad inizio estate, altri 17 precari erano stati indennizzati, stavolta, dal tribunale di Roma. Pochi giorni prima, anche una docente emiliana, precaria da 14 anni, era stata risarcita, con ben 35mila euro. E una cifra leggermente minore era stata corrisposta il mese precedente ad un precario storico di Genova. Tutti i lavoratori della scuola che vogliono chiedere informazioni in merito possono collegarsi sul sito internet Anief sezione ricorsi per ricostruzioni di carriera oppure alla sezione relativa agli scatti stipendiali che tengono conto per intero del periodo di precariato.

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Cassazione e barriere architettoniche

Posted by fidest press agency su domenica, 25 settembre 2016

cassazioneL’agenzia dell’istituto di credito deve adeguare lo sportello in modo che possa beneficiare del servizio anche chi è costretto sulla sedia a rotelle. È quanto emerge dalla sentenza 18762/16, pubblicata il 23 settembre dalla terza sezione civile della Cassazione. L’accesso e la fruibilità del servizio bancomat, in edifici pubblici o privati, deve essere “assicurato” in favore delle persone con disabilità mediante la rimozione di tutti gli ostacoli architettonici e questo deve avvenire anche in mancanza di “norme regolamentari di dettaglio che dettino le caratteristiche tecniche che luoghi, spazi, parti, attrezzature o componenti di un edificio o parti di questo debbano avere per consentire l’accesso”. Diversamente, la persona diversamente abile può rivolgersi al giudice chiedendo la tutela antidiscriminatoria, che ben può essere azionata nei confronti dei privati oltre che delle amministrazioni pubbliche. Accolto il ricorso proposto dal correntista della banca proposto ai sensi dell’articolo 3 della legge 67/2006 contro la discriminazione delle persone diversamente abili. Non conta che il regolamento di cui al dm 236/89 non contenga norme di dettaglio per predisporre lo sportello all’utilizzo da parte di chi ha «ridotta o impedita capacità motoria»: la barriera architettonica va eliminata in quanto costituisce un ostacolo al comodo e autonomo utilizzo del servizio Atm e pone il cliente della banca in posizione di svantaggio rispetto agli altri. Sta al giudice del merito individuare i criteri tecnici da seguire, magari avvalendosi di altri regolamenti sopravvenuti, se risultano utili; è rimessa alla sua alla sua discrezionalità l’adozione di ogni altro provvedimento necessario a far cessare gli effetti della discriminazione. E spetta al giudice del rinvio stabilire anche se il correntista ha diritto a essere risarcito dalla banca per non aver potuto finora ritirare i soldi allo sportello: bisogna verificare se sussistono gli estremi della responsabilità extracontrattuale ex articolo 2043 Cc. L’istituto di credito rischia la pubblicazione della sentenza di condanna su di un quotidiano locale. La parola torna alla Corte d’appello in diversa composizione. Importante sentenza della Cassazione, commenta Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” che rende obbligatorio il bancomat a misura di disabile. Si spera che le banche vorranno tenerne conto, visto che in parte finora non lo fanno. (Giovanni D’AGATA)

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Clamoroso dalla Cassazione: Indagini bancarie per i professionisti: non esistono le presunzioni

Posted by fidest press agency su martedì, 9 agosto 2016

cassazioneLa Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con l’importante sentenza numero 16440 depositata il 05 agosto 2016 ha stabilito che, in seguito alla decisione della Corte Costituzionale numero 228 del 2014, la presunzione legale nelle indagini bancarie per i professionisti è venuta meno sia per i prelevamenti che per i versamenti. A comunicare la clamorosa notizia in anteprima a Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, il noto tributarista leccese Maurizio Villani, che evidenzia che in conseguenza all’interpretazione della Suprema Corte, in ipotesi di indagini finanziarie a carico di soggetti titolari di reddito di lavoro autonomo sia i prelevamenti sia i versamenti che non trovano adeguata giustificazione nella contabilità non possono automaticamente costituire maggiori compensi, salvo che l’Agenzia delle Entrate riesca a provare tale circostanza. Questa sentenza è importante perché fino ad oggi molte Commissioni Tributarie di merito hanno ritenuto che la Corte Costituzionale avesse fatto riferimento solo ai prelevamenti e non anche ai versamenti. Finalmente, con la succitata sentenza della Corte di Cassazione l’equivoco è stato chiarito e, di conseguenza, l’Agenzia delle Entrate non può usare le presunzioni neppure per gli avvisi di accertamento già notificati, che su specifica eccezione potranno essere totalmente annullati. Infatti, per i giudici della Corte di Cassazione si sposta sempre sull’Amministrazione finanziaria il compito di dimostrare le irregolarità nei confronti dei professionisti, senza le presunzioni.

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Cassazione: non si applica legge Fornero per gli statali

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2016

forneroSi alla reintegra degli statali licenziati ai quali non si applica l’articolo 18 come riformato dalla legge Fornero. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza 11868/16, pubblicata il 9 giugno dalla sezione lavoro. Per i provvedimenti espulsivi successivi alla legge 92/2012 a carico dipendenti di enti e ministeri vale dunque la vecchia formulazione della norma di cui allo statuto dei lavoratori. Pertanto deve escludersi la tutela soltanto risarcitoria, e non anche reintegratoria, prevista in ipotesi di giusta causa o giustificato motivo. La Suprema corte, osserva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, esclude che il nuovo regime delle tutele in caso di licenziamento illegittimo possa essere applicato anche ai rapporti di lavoro disciplinati dall’articolo 2 del decreto legislativo 165/01. E invero la pronuncia di legittimità che ha affermato il contrario, la 24157/15, ha comunque ritenuto di salvaguardare la specialità della normativa del procedimento disciplinare dettata per l’impiego pubblico riconducendo al primo e al secondo comma dell’articolo 18 modificato la violazione delle regole procedimentali in quanto causa di nullità del licenziamento. Il punto è, osserva oggi il collegio, che la legge Fornero tiene conto soltanto delle esigenze dell’impresa privata. Decisivo in proposito è il rinvio a un successivo intervento normativo contenuto nel comma 8 dell’articolo 1 della legge 92/2012: un rimando non diverso da quello ex articolo 86, comma 8, del decreto legislativo 276/03 che incaricava all’epoca il ministero della Funzione pubblica di armonizzare la disciplina del pubblico impiego con la nuova normativa applicabile solo alle aziende private. E dunque fino a quando l’intervento normativo di armonizzazione non interverrà ai dipendenti pubblici non si applicano le modifiche apportate dalla riforma Fornero e la tutela da riconoscere ai lavoratori di enti e ministeri in caso di licenziamento resta quella assicurata dalla previgente formulazione della norma. Non c’è dubbio, osservano i giudici di legittimità, che la Fornero sia pensata per il settore privato perché introduce una correlazione inscindibile fra flessibilità in uscita e in entrata: allarga le maglie della prima ma riduce l’uso improprio dei contratti diversi dal rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. E le sanzioni modulate dalla legge 92/2012 non si prestano a essere estese al pubblico impiego privatizzato per il quale il decreto legislativo 150/09 ha dettato una disciplina inderogabile secondo cui a determinati illeciti tipizzati deve seguire la sanzione del licenziamento. La novella risulta incompatibile con il mondo delle amministrazioni pubbliche specialmente per l’ipotesi del licenziamento intimato senza l’osservanza delle garanzie procedimentali: gli articoli 55 e 55 bis del decreto legislativo 165/01 sottraggono il procedimento alla contrattazione collettiva, dettano tempi e modi e ne affermano il carattere inderogabile. Senza dimenticare che la risoluzione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego è caratterizzato da garanzie dettate anche a protezione di interessi collettivi oltre che del soggetto da rimuovere. Ma la questione potrebbe arrivare presto alle Sezioni unite civili. Per il pubblico impiego le garanzie sarebbero quindi intatte, con la reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa. Un trattamento diverso rispetto ai lavoratori privati. (by Giovanni D’AGATA)

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Successo di firme per la proposta di legge sulla legittima difesa

Posted by fidest press agency su sabato, 28 Mag 2016

legittima difesa“Ad oggi abbiamo protocollato piú di 700mila firme in sostegno alla proposta di legge popolare dell’Italia dei Valori che vuole rafforzare la legittima difesa e continuano ad arrivarne nella sede romana dell’idv. Un successo straordinario in soli due mesi. Ringraziamo tutti i cittadini: che sono usciti di casa e sono andati a firmare preso i comuni. Noi di idv intendiamo garantire ai cittadini piu’ liberta’ di difesa in caso si subisca un’aggressione all’interno della propria casa o del proprio negozio, e che i ladri vadano in galera”. Lo sostiene il segretario nazionale dell’Italia dei Valori, Ignazio Messina. “La nostra proposta di legge popolare, gia’ depositata in Cassazione, vuole anche eliminare la circostanza, attualmente prevista dalla legge, che permette al ladro-aggressore di chiedere il risarcimento del danno all’aggredito. Una beffa – ha osservato Messina – che va eliminata. La raccolta firme ha complessivamente superato le quattrocentomila firme in tutto il Paese, un numero enorme che certifica la grande domanda di sicurezza che i cittadini rivolgono alle istituzioni e al legislatore. E noi ci facciamo interpreti di questa fortissima richiesta: vogliamo difendere i cittadini onesti e mandare in carcere i delinquenti”. (foto: legittima difesa)

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“Funzionari dell’Agenzia delle Entrate “illegittimi”

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 Mag 2015

lecceLa Commissione Tributaria Provinciale di Lecce ha pubblicato le prime due sentenze la numero 1789-02-15 e la 1790-02 -15 ha totalmente annullato due avvisi di accertamento per gli Anni 2010 e 2011 notificati. In sostanza, i giudici tributari della Sezione seconda, tra i primi in Italia dopo Milano, hanno annullato gli accertamenti perché firmati da un funzionario non dirigente per concorso, come ultimamente stabilito dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 37 del 25/02/2015.Le sentenze in questione, rileva Michel Emi Maritato, presidente dell’AN-TE ASSOCIAZIONE NAZIONALE TECNICI ECONOMETRICI hanno una straordinaria importanza perché ribadiscono il principio che soltanto un dirigente per concorso può firmare gli avvisi di accertamento oppure conferire le deleghe per le firme, richiamando molti principi giuridici espressi dalla Corte di Cassazione e dal Consiglio di Stato.

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Sistema operativo Windows indesiderato e Cassazione

Posted by fidest press agency su domenica, 14 settembre 2014

WindowsUna sentenza di Cassazione (19161/2014) ci ha dato ragione nel sostenere che il sistema operativo Windows non e’ parte integrante del pc, e quindi ha ordinato a Microsoft di rimborsarci quanto pagato in merito. Sentenza che conclude un iter che avevamo intrapreso nel 2005 ricorrendo al giudice di pace che ci aveva dato ragione nel 2007 ; Micfosoft aveva impugnato la sentenza in Appello, e nel 2010 la ragione ci era stata ancora riconosciuta ; nel frattempo avevamo fatto ricorso anche all’Antitrust, che anch’esso aveva riconosciuto le nostre ragioni come valide. Ora il punto fermo messo con la sentenza di Cassazione apre le porte ad una valanga di ricorsi che potrebbero essere accolti dai venditori di pc anche dopo la prima raccomandata A/R in cui si intima il rimborso e, nel caso cio’ non dovesse accadere, l’eventuale iter giudiziario che consigliamo sarebbe piu’ facile. Per cui, consigliamo di procedere subito con una messa in mora, tramite raccomandata A/R, al produttore del proprio pc (o altro supporto in cui si trova sempre gia’ installato un software Microsoft che non si vuole utilizzare).

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