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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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La Cassazione conferma l’ammissibilità nel processo tributario del ricorso cumulativo

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 novembre 2013

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DSC_1076 (Photo credit: aaalcant)

La Corte di Cassazione – Sesta Sezione Civile – con l’ordinanza n. 25129/13, depositata venerdì 08 novembre, ha confermato l’ammissibilità nel processo tributario del ricorso cumulativo nonché dell’appello cumulativo avverso più sentenze emesse tra le stesse parti, sulla base della medesima “ratio”, in procedimenti formalmente distinti ma attinenti al medesimo rapporto giuridico d’imposta, pur se riferiti a diverse annualità, ove i medesimi dipendano per intero dalla soluzione di una identica questione di diritto comune a tutte le cause, in ipotesi suscettibile di dar vita ad un giudicato rilevabile d’ufficio in tutte le cause relative al medesimo rapporto di imposta.
In sostanza, la Suprema Corte ha confermato la legittimità del ricorso cumulativo, che peraltro – ricorda Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” – è stato utilizzato nelle cause relative agli estimi catastali contro l’Agenzia del Territorio di Lecce per tutti i contribuenti che si sono rivolti all’associazione coadiuvati dagli avvocati Maurizio Villani e Francesco D’Agata, nonostante le critiche di altre associazioni di categoria, che probabilmente non erano a conoscenza dell’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul punto della legittimità del ricorso cumulativo nonché dell’appello cumulativo.

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La Cassazione riconosce nuovamente il danno «esistenziale»

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 agosto 2013

In caso di sinistro mortale ai congiunti superstiti si presume come voce di danno a prescindere da quello morale La morte di una persona cara costituisce di per sé un fatto noto dal quale desumere che i familiari più stretti hanno patito una sofferenza tale da cambiare la loro vita
Un’importante inversione di rotta nella giurisprudenza della Suprema Corte, si spera definitiva, che s’inserisce nel dibattito giurisprudenziale e dottrinario circa l’ammissibilità di voci di danno diverse dal “biologico” e dal “morale”, seppure non autonome, nella categoria di quello non patrimoniale. Per tali ragioni Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, ritiene doveroso segnalare la sentenza 18659/13, pubblicata il 6 agosto dalla Corte di Cassazione. I giudici della terza sezione civile, partendo dall’assunto che il danno esistenziale non costituisce una «categoria autonoma» di pregiudizio non patrimoniale, ma resta comunque «un sintagma ampiamente invalso nella prassi giudiziaria», ritengono che questo tipo di lesione dev’essere risarcita ai congiunti della vittima del sinistro stradale anche se in loro favore è stato riconosciuto anche il danno morale, laddove quest’ultima voce non sia espressamente estesa anche ai profili relazionali, ma risulti limitata a compensare il patema d’animo conseguente al sinistro. In tal senso, gli ermellini rilevano una circostanza che dovrebbe ritenersi inequivocabile, ma che forse una giurisprudenza troppo restrittiva aveva escluso, ossia che la morte di una persona cara costituisce di per sé un fatto noto dal quale desumere secondo quanto stabilito dall’articolo 2727 del codice civile, che i parenti di chi è morto nell’incidente stradale hanno patito una sofferenza interiore tale da cambiar loro la vita e a indurli quindi a scelte esistenziali che diversamente non avrebbero compiuto. E nella causa per il risarcimento spetta al danneggiante dimostrare l’inesistenza di un pregiudizio siffatto. Nel dettaglio, é stato rigettato il motivo di ricorso incidentale proposto dall’assicurazione contro la liquidazione del danno esistenziale in favore di genitori e fratelli del giovane che era deceduto a causa di un’assurda gara fra automobilisti su una strada di provincia, sfida improvvisata alla quale era del tutto estranea l’incolpevole vittima. Nella fattispecie, risulta confermata la sentenza della Corte d’Appello che aveva riformato la sentenza di primo grado per l’appunto riconoscendo ai congiunti superstiti della vittima del sinistro anche il danno esistenziale. L’atto di citazione nel quale era stato richiesto il risarcimento di «tutti i danni», fra i quali quelli «materiali, biologici e morali» ha fatto rientrare anche quella voce nel petitum. In tal senso, stabiliscono i giudici del Palazzaccio, non conta che gli attori abbiano domandato soltanto in sede di conclusioni il cosiddetto “danno esistenziale”. É sufficiente chiedere prima il risarcimento di tutti i danni e poi specificare in corso di causa i peculiari aspetti che tali pregiudizi hanno assunto nel caso particolare. Bocciata, quindi, l’eccezione della compagnia assicurativa circa la mancata prova del danno esistenziale. L’uccisione di un parente a causa di un incidente stradale determina il danno non patrimoniale nei confronti dei prossimi congiunti. Significativa, peraltro, é la motivazione dei giudici di Piazza Cavour nello spiegare che la lesione del vincolo parentale viola il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della solidarietà che connota la famiglia nucleare; si tratta, infatti, di un valore protetto dalla Costituzione laddove la comunità familiare costituisce il luogo dove si esplica la personalità di ciascuno attraverso la quotidianità della vita.In definitiva: il danno esistenziale costituito dall’alterazione delle abitudini di vita da parte degli stretti congiunti si presume, senza necessità di dimostrare caso per caso l’intensità dell’affetto. Ma v’é di più: doveva essere l’assicurazione a fornire la prova contraria.

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Cassazione: condanna Berlusconi

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 agosto 2013

Italiano: Silvio Berlusconi

Italiano: Silvio Berlusconi (Photo credit: Wikipedia)

Le convulse giornate del cavaliere hanno inizio il 30 luglio e si sono concluse verso la sera del primo agosto con la lettura della conferma della condanna di secondo grado inflittagli dalla Corte di Assisi di Milano. Nell’arringa del suo difensore avv. Coppi si citano i codici, i giuristi americani, la cassazione civile e le sentenze di Dolce e Gabbana. In proposito il messaggero del primo agosto riporta le parole del “principe del foro” che parla di “caciara mediatica”, di attenzione sproporzionata al processo. Da qui sorge il primo aspetto di questa “caciara” e il diverso stile difensivo tra Coppi e Ghedini. Quest’ultimo – ci ricorda Rosario Amico Roxas in una sua lettera al Messaggero – “ha sempre impostato la difesa del cavaliere in attacco, con l’ingenua e presuntuosa ipotesi di intimidire i magistrati; sollevando polveroni che avrebbero dovuto nascondere i reati ed esaltare la filosofia della persecuzione.”
E osserva Rosario: “Gran parte dei guai che cadranno addosso al cavaliere hanno origine nello studio di Ghedini, aspirante principe del foro! Dalla strategia di Ghedini è sortita una realistica intolleranza alle offese, alle accuse, alle minacce più o meno mimetizzate. A Berlusconi è sempre piaciuta la tecnica aggressiva, convinto della sua superiorità su tutto e su tutti; convinzione alimentata dal Ghedini che ha scoperto il nervo esposto del cavaliere e lo ha sempre assecondato e sollecitato a esporsi in prima fila contro chiunque non manifestasse servilismo nei confronti di “Er Più”, intollerante di non essere riconosciuto per quello che crede di essere. Ora l’avv. Coppi, anche se comincia a cedere alle lusinghe aggressive, non guarda più al processo in corso, guarda, piuttosto, ai processi che verranno, sia già in corso d’opera che ancora conservati nei cassetti dei PM di mezza Italia. Non importa il risultato che arriverà, guardiamo piuttosto ai risultati che ancora devono arrivare, che Coppi teme molto più della sentenza attuale”.
Devo quindi arguire che con questo verdetto si volta pagina e si raggiunge la consapevolezza che nessuno è intoccabile e che i guai giudiziari hanno una loro naturale conseguenza se si continua a credere che possa sopravvivere quella parte dell’Italiani che hanno beffeggiato tutto e tutti in nome del loro tornaconto personale. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La Cassazione esclude la notifica diretta per posta degli atti fiscali

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 luglio 2013

Solo gli attenti osservatori del diritto, in particolare di quello tributario, si sono accorti dei possibili sconvolgenti effetti sul sistema delle notifiche degli atti fiscali dopo l’ordinanza n. 13278 del 28 maggio 2013 che di fatto ha posto seri dubbi sulla legittimità delle notifiche a mezzo posta di tali atti senza che il procedimento sia effettuato da un agente all’uopo abilitato, con possibili annullamenti a raffica, per buona pace di tanti contribuenti che effettivamente non hanno potuto avere piena contezza degli atti notificatigli, di tutti quelli che non seguono correttamente l’iter dettato dalla normativa per come interpretata dalla Suprema Corte. Nell’articolo di seguito scritto a due mani dagli avvocati Maurizio Villani e Idalisa Lamorgese, che per Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, vale la pena leggere con attenzione, viene esplicata in dettaglio la decisione in questione che lascia più di un dubbio ed in particolare: quale sarà la disciplina applicabile alle notificazioni a mezzo posta di atti tributari alla luce di questa interpretazione della normativa?
La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 13278 del 28 maggio 2013, ha stabilito che è nulla la notifica degli atti fiscali nel caso in cui l’avviso lasciato dall’agente postale, che ne dà notizia con raccomandata con avviso di ricevimento, non riporta il numero civico presso il quale avrebbe cercato il contribuente. Infatti, la Sesta Sezione Civile della Suprema Corte, con l’Ordinanza di cui sopra, ha accolto il ricorso di un contribuente che chiedeva la cassazione della sentenza pronunciata dalla Commissione Tributaria Regionale di Palermo, con cui, confermando la decisione di primo grado, veniva respinto il proprio atto di appello nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.La controversia è scaturita da una cartella di pagamento, emessa sulla base di provvedimento di irrogazione di sanzioni, di cui il contribuente ha chiesto l’annullamento eccependo un vizio di notifica, consistito nel mancato rispetto di tutti gli adempimenti richiesti dalla legge e, segnatamente, dall’articolo 3 della Legge n. 892/1982 concernente la notificazione di atti a mezzo posta. Infatti il messo notificatore aveva omesso di annotare quale fosse il numero civico dello stabile presso il quale aveva cercato il destinatario dell’atto, anche per colpa dell’Ufficio Finanziario che non aveva compiutamente indicato l’indirizzo del contribuente.Più in particolare, i Giudici di appello si erano limitati a verificare che l’agente postale, alla cui attività andava riconosciuta efficacia probatoria fino a querela di falso, avesse curato i prescritti adempimenti, dando atto di avere “immesso avviso cassetta ingresso dello stabile in indirizzo”.In sede di Cassazione il ricorrente lamentava, invece, la mancata ricezione dell’atto e riteneva che le carenze di notifica fossero da imputare sia all’originario errore omissivo dell’Ufficio che non aveva compiutamente indicato l’indirizzo omettendo il numero civico, che ad un vizio del procedimento di notifica: l’agente postale, infatti, non aveva annotato nell’avviso di ricevimento il numero civico dello stabile nel quale si era concretamente introdotto.La decisione veniva, pertanto, impugnata per violazione e falsa applicazione dell’ art. 3 della L. 890/1982, nonché dell’art. 6 della L. 212/2000.Ebbene, diversamente dai giudici del merito, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del contribuente, rinviando la causa per nuovo esame ad altra sezione della CTR della Sicilia. Gli Ermellini hanno infatti attribuito estrema importanza alla completezza dell’avviso lasciato dall’agente delle poste al momento della notifica dell’atto tributario. Sul punto i supremi giudici hanno ribadito che, nel caso di notifica a mezzo posta e di irreperibilità relativa del destinatario, le modalità di notifica devono essere rigorosamente osservate e menzionate nell’avviso di ricevimento, deducendone che lì dove, come nel caso, dalla sola annotazione dell’agente postale riportata nell’avviso, non possa ricavarsi l’avvenuto puntuale espletamento di tutte le prescritte formalità, e segnatamente il luogo di immissione dell’avviso, la notifica non può ritenersi correttamente effettuata.
L’ ordinanza in commento si segnala, paradossalmente, più per quello che lascia ipotizzare che per quello che, esplicitamente, afferma.
In particolare, offre, lo spunto per una importante riflessione (cfr. M. Bruzzone “La notifica a mezzo posta è inesistente se manca il civico nell’avviso di ricevimento” in Corriere Tributario 29/2013) che merita di essere posta in evidenza in questo articolo.Orbene, è opportuno prima di tutto segnalare che non vi è dubbio che quella delle notifiche a mezzo posta degli atti tributari è materia estremamente complessa e delicata, come dimostra la copiosa giurisprudenza di merito e di legittimità che negli ultimi anni si è pronunciata sull’argomento.La Suprema Corte nell’ordinanza n. 13278 del 28 maggio 2013, è tornata a pronunciarsi sulla notificazione a mezzo posta di atti tributari.Preme in questa sede evidenziare che la soluzione interpretativa prospettata dagli Ermellini, è di estrema importanza e presuppone l’applicazione alle notifiche di atti tributari a mezzo posta della Legge n. 890 del 20 novembre 1982 “Notificazioni di atti a mezzo posta e di comunicazioni a mezzo posta connesse con la notificazione di atti giudiziari”, ponendosi, in tal modo, in netto contrasto con la tesi, sostenuta in altre pronunce della stessa Corte, che, al contrario, ammette la spedizione diretta a mezzo posta di provvedimenti impositivi ed esattivi, senza l’intervento di un agente notificatore abilitato e senza la compilazione della relata di notifica, assumendo l’inapplicabilità né dell’art. 149 c.p.c., né, di conseguenza, delle più rigorose formalità prescritte dalla legge n. 890/1982 e l’operatività della disciplina regolamentare sull’ordinaria posta raccomandata, contenuta nel Decreto del Ministero delle comunicazioni del 9 aprile 2001 (cfr. Sentenza Cassazione n. 15746 del 19 settembre 2012).Orbene, alla luce di quanto sopra esposto, sebbene in realtà le sentenze dei giudici di legittimità non abbiano specificatamente affrontato l’eccezione dell’inesistenza della notifica per posta diretta perché effettuata da un soggetto non abilitato dalla legge, è evidente che viene a configurarsi un chiaro contrasto interpretativo: quale sarà la disciplina applicabile alle notificazioni a mezzo posta di atti tributari?

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Lavoro: secondo la Cassazione i precari dei call center vanno assunti

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 marzo 2012

I precari che lavorano nei call center devono essere assunti. Ad evidenziarlo è Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, a seguito della lettura della sentenza n. 4476 del 21 marzo 2012 da parte della sezione Lavoro della Suprema Corte.I giudici di piazza Cavour nel respingere il ricorso di un azienda della società di call center hanno, infatti, confermato la sentenza della Corte d’Appello. La società non voleva riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro instaurato con una dipendente. Secondo gli ermellini “Requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato, ai fini della sua distinzione dal rapporto di lavoro autonomo, è il vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall’emanazione di ordini specifici, oltre che dall’esercizio di una assidua attività di vigilanza e controllo dell’esecuzione delle prestazioni lavorative. L’esistenza di tale vincolo va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione.”. In sostanza, “una volta accertato nel concreto atteggiarsi del rapporto il vincolo di soggezione del lavoratore con inserimento nell’organizzazione aziendale, correttamente il giudice di merito ha ritenuto che non poteva assumere rilevanza contraria la non continuita’ della prestazione e neppure la mancata osservanza di un preciso orario”.
I giudici d’Appello avevano ritenuto che, nonostante il nomen juris attribuito dalle parti al rapporto con dapprima contratti di collaborazione coordinata e continuativa e poi contratti a progetto, succedutisi senza soluzione di continuità per oltre sei anni, in base alle risultanze istruttorie sussistevano i requisiti essenziali della subordinazione, con la conseguenza che, essendo comunque nulli i termini apposti ai contratti perché privi della indicazione del motivo che giustificasse l’assunzione, doveva ritenersi costituito un unico rapporto a tempo indeterminato sin dall’origine. Peraltro, rilevano i giudici del Palazzaccio che corretto è il ragionamento logico giuridico seguito dai giudici di merito che avevano altresì evidenziato che la lavoratrice doveva coordinarsi con le esigenze organizzative aziendali e quindi era pienamente inserita nell’organizzazione aziendale, utilizzando strumenti e mezzi di quest’ultima; che esisteva un controllo particolarmente accentuato ed invasivo, non usuale neppure per la maggior parte dei rapporti subordinati esistenti e quindi inconciliabile con il rapporto autonomo. La lavoratrice, inoltre, era sottoposta “non tanto a generiche direttive, ma a istruzioni specifiche, sia nell’ambito di briefing finalizzati a fornire informazioni e specifiche in merito alle prestazioni contrattuali, sia con puntuali ordini di servizio, o a seguito di interventi dell’assistente di sala”. I giudici di piazza Cavour sottolineano altresì che non è idoneo a surrogare il criterio della subordinazione neanche il “nomen juris” che al rapporto di lavoro sia dato dalle sue stesse parti, il quale pur costituendo un elemento dal quale non si può prescindere, assume rilievo decisivo ove l’autoqualificazione non risulti in contrasto con le concrete modalità del rapporto medesimo. Il giudice di merito, cui compete di dare l’esatta qualificazione giuridica del rapporto, deve attribuire valore prevalente rispetto al nomen juris adoperato in sede di conclusione del contratto al comportamento delle parti nell’attuazione del rapporto stesso.

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La Cassazione Civile contro i processi lumaca

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 gennaio 2012

Cassazione

Image via Wikipedia

Lo “Sportello dei Diritti” è intervenuto numerose volte sull’annoso problema della lentezza dei processi italiani causa non solo di continue condanne dello Stato da parte della Corte di Giustizia europea, ma soprattutto di conseguenze negative per i cittadini costretti a subire le ansie e le attese per decisioni che non arrivano mai o che arrivano dopo anni ed anni di rinvii.La legge 89/2001 nota a tutti come «legge Pinto» e che ha superato il decimo anno dall’entrata in vigore ha tentato di porre un argine ai danni causati alla cittadinanza per tutelarla di fronte all’irragionevole durata delle cause, che secondo giurisprudenza corrisponderebbe a tre anni per il primo grado di giudizio, due anni per il secondo e un anno per ciascuna fase successiva, stabilendo la possibilità di ottenere un “equo indennizzo” a fronte degli irragionevoli ritardi dei processi.Con alcune recenti decisioni della Cassazione (2009/16086; 2010/819), gli ermellini avevano posto alcuni paletti per definire l’entità dell’indennizzo liquidabile: “La quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata. Tali principi vanno confermati in questa sede, con la precisazione che il suddetto parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo invece aversi riguardo per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, tenuto conto che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno”.A tal proposito è utile riportare la recentissima sentenza n. sentenza n. 35/2012 della sesta sezione civile della Corte di Cassazione che ha ricordato come il diritto all’equa riparazione spetta tutte le parti e non soltanto quella che è risultata vittoriosa.Come spiega la Corte, la violazione del termine di durata ragionevole del processo fa sorgere il diritto alla riparazione anche alla parte che ha perso la causa. Non solo: tale diritto prescinde anche dalla consistenza economica e dall’importanza del giudizio. Unica eccezione è quella in cui si dimostri che il soccombente ha promosso una lite temeraria o ha resistito in giudizio al solo scopo “di perseguire proprio il perfezionamento del diritto alla riparazione”. Implicitamente la Corte non fa che richiamare la portata del secondo comma dell’articolo 2 della legge 89 secondo cui il giudice deve considerare la complessità del caso e, in relazione ad essa, il comportamento delle parti. Per il resto secondo la Corte risulta del tutto irrilevante, la eventuale consapevolezza, da parte di chi fa la richiesta di equa riparazione, della scarsa probabilità di successo della sua iniziativa giudiziaria. Al di là del merito della sentenza, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, si rivolge alla cittadinanza affinché prendendo spunto da tali decisioni continui a promuovere l’azione civile nei confronti dello Stato per vedersi riconosciuto un sollievo economico a fronte delle sofferenze e delle ansie dovute alla lungaggine dei processi che dovrebbe servire anche da impulso per accelerare le riforme necessarie e per fornire uno stimolo ulteriore affinché si doti l’amministrazione giudiziaria degli strumenti necessari per una Giustizia più rapida ed efficace.
Anche alla luce delle decisioni in commento che confermano l’orientamento giurisprudenziale per una tutela più efficace dei cittadini, lo “Sportello dei Diritti” continua e continuerà nella sua attività di tutela legale di tutte le vittime della giustizia lenta.

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Vittorio Sgarbi Vs Gherardo Colombo

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 luglio 2011

La Corte Costituzionale boccia la Camera nel giudizio sul conflitto di attribuzione e dichiara che “che non spettava alla Camera dei deputati affermare che i fatti per i quali è in corso il giudizio civile promosso dal dott. Gherardo Colombo nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi davanti alla Corte di cassazione, terza sezione civile,… costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione”. Il responsabile del sito “Giurisprudenza Salentina” (www.giurisprudenzasalentina.it) segnala a Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” un’importante decisione della Corte Costituzionale, la n. 194 del 20 giugno 2011, pubblicata lo scorso 24 giugno 2011, in materia di conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione della Camera dei deputati del 10 febbraio 2005 relativa alla insindacabilità, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse dall’on. Vittorio Sgarbi nei confronti del magistrato Gherardo Colombo e promosso dalla Corte di cassazione. La Consulta ha dichiarato “che non spettava alla Camera dei deputati affermare che i fatti per i quali è in corso il giudizio civile promosso dal dott. Gherardo Colombo nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi davanti alla Corte di cassazione, terza sezione civile,…,costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione”. Il giudizio innanzi alla Corte Costituzionale nasceva dopo che la Corte di Cassazione essere stata investita dall’impugnazione proposta dal dott. Gherardo Colombo, magistrato in servizio all’epoca dei fatti, avverso la sentenza della Corte d’appello di Bologna depositata il 6 dicembre 2005 con la quale era stata respinta la domanda risarcitoria dello stesso p.m. in conseguenza del danno arrecato dal lamentato contenuto ingiurioso e diffamatorio di alcune dichiarazioni rese dall’allora deputato Vittorio Sgarbi nel corso della trasmissione televisiva messa in onda, il 27 marzo 1998, dalla emittente R.T.I., convenuta nel giudizio, nella serie “Sgarbi quotidiani”. Dopo l’importante decisione della Consulta che pone un freno ai poteri delle Camere che spesso si appellano all’art. 68 al fine di proteggere la casta dei parlamentari, la palla della vicenda ritorna alla Cassazione.

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Cassazione: riconoscimento diritti per i figli naturali

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 giugno 2011

“Le reazioni che dal mondo cattolico ufficiale sono scaturite dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione nr. 12278/2011 che aveva equiparato in tema in risarcimento danni da sinistro stradale la coppia legittima a quella di fatto, meritano una garbata ma ferma replica”, afferma l’avv. Gian Ettore Gassani, Presidente Nazionale Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani. “Nessuno, nemmeno i più estremisti – continua – ha mai osato mettere in dubbio l’importanza centrale del matrimonio nel nostro contesto sociale o cercato di creare un doppione di esso. Non si deve giocare su questo equivoco né sulla pelle di tanti italiani e soprattutto di tanti bambini che vivono, per scelta o per necessità, in famiglie naturali. Il riconoscimento di diritti quali quello al risarcimento per la morte di un convivente o padre ‘naturale’ (quest’ultimo spesso pilastro economico dell’intera comunità familiare), risponde a logiche di solidarietà sociale e di pietas cristiana. Occorre anche ribadire che la maggioranza dei conviventi more uxorio non può sposarsi perché in attesa del divorzio e la convivenza di per sé non significa specificamente fuga dalle proprie responsabilità. Il matrimonio resta senz’altro l’istituto più importante della nostra società. Tuttavia il mondo cattolico e quello laico, indipendentemente dagli opportuni orientamenti della Suprema Corte di Cassazione in materia di riconoscimento dei diritti civili, debbono trovare un momento di condivisione affinché nella nostra società non possano più sussistere steccati ideologici talmente forti da giustificare e legittimare il mancato riconoscimento di diritti essenziali delle persone. Nel caso specifico la Suprema Corte di Cassazione ha riconosciuto il diritto dei figli naturali ad essere risarciti per la morte del loro padre al pari di quelli legittimi. Trattasi di un provvedimento assolutamente condivisibile che non può essere messo in discussione da qualsivoglia argomentazione, come si è letto sull’Avvenire di stamani. La Suprema Corte di Cassazione né il mondo forense del settore familiare intendono spalancare le porte a forme di bigamia né ad ingenerare confusioni sul significato del matrimonio rispetto a quello della convivenza”. (comunicato Ami su Cassazione)

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Per le vie di Roma sul nucleare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 giugno 2011

NO al Nucleare

Image by uomoplanetario.org via Flickr

Roma i volontari di Legambiente Lazio questa mattina hanno colorato le strade della capitale, dalla stazione Anagnina lungo la Via Tuscolana e la Via Appia, per attirare l’attenzione e sensibilizzare i passanti sui referendum. Da Giulio Agricola a Numidio Quadrato, da Colli Albani a Furio Camillo i cittadini hanno accolto con interesse i volontari, chiedendo materiale informativo e volantini sui tre quesiti referendari per acqua e nucleare. Un blitz con maschere antigas, tute no-nuke, stendardi e bandiere per la vittoria dei SÌ ai referendum per l’acqua pubblica e per fermare il nucleare dei prossimi 12 e 13 giugno: così
“La risposta della gente è entusiasmante, il nucleare si può fermare e l’acqua può restare un bene di tutti, se il 12 e 13 giugno saranno tanti i voti delle persone ai referendum – ha commentato Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. – Visto il silenzio che c’è sui grandi mezzi di informazione, su diverse reti RAI e MEDIASET soprattutto, nelle prossime ore moltiplicheremo le iniziative, fondamentali per coinvolgere le persone.”
“Dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul referendum nucleare, tutti i dubbi sono stati spazzati via: se vogliamo un futuro senza nucleare e senza privatizzazioni dei beni comuni la strada da percorrere è quella del voto ai referendum – afferma Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio. – È il momento di chiarire le proprie posizioni, chiediamo ancora una volta alla Presidente Polverini e al Sindaco Alemanno di esprimere la loro posizione, con fatti concreti piuttosto che a parole, dichiarando la contrarietà al nucleare e alla privatizzazione dei beni comuni.”

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Cassazione: si al referendum sul nucleare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 giugno 2011

Ed ora seppelliamolo sotto una valanga di SI, affoghiamolo in un mare di SI, copriamolo con una montagna di SI. Il popolo italiano scriva la parola“Fine” al “berlusconismo” come modello di gestione del potere e come modello di vita del nostro Paese. Dopo la botta del “primo turno”, dopo il colpo dei “ballottaggi”, assestiamo il colpo di grazia ad un governo “morituro” e ad un Presidente del Consiglio sul quale finalmente gli Italiani hanno aperto gli occhi. Berlusconi non potrà reggere ad una “tripletta” del genere e meno che meno potranno reggere personaggi squallidi come i cosiddetti “Responsabili”, a partire da “tutti gli Scilipoti del mondo” di cui quel gruppo è pieno. La maggioranza si sfalderà come neve al sole. Ed ora lavoriamo tutti affinché si raggiunga il quorum! La Cassazione ha accolto la tesi di Italia dei Valori, che era assistita da Alessandro Pace, noto costituzionalista ed in particolare studioso del tema specifico. (Antonio Borghese deputato Idv)

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Decreto omnibus

Posted by fidest press agency su martedì, 24 maggio 2011

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista ha dichiarato: “Oggi con l’approvazione del decreto Omnibus si è compiuto un altro scippo di democrazia ai danni dei cittadini, un’altra pagina nera è stata scritta nella storia della seconda repubblica. L’uso spavaldo del voto di fiducia, dice chiaramente, che la maggioranza è terrorizzata dal giudizio degli elettori. L’invenzione della moratoria è grave; uno stratagemma di Berlusconi per impedire l’esercizio diretto della democrazia, adesso la cassazione ne prenda atto e permetta a tutti gli italiani di votare liberamente”

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Cassazione penale e mobbing

Posted by fidest press agency su sabato, 15 gennaio 2011

In attesa di una legge chiarificatrice della materia, come ha più  volte sottolineato Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” si assiste ad una serie di decisioni giurisprudenziali spesso contraddittorie fra loro e ad oggi un fenomeno che milioni di lavoratori subiscono e che quindi è presente nella realtà fenomenica provocando anche effetti giuridici, quale il mobbing, appare come un contenitore elaborato dalla giurisprudenza assai fumoso ed ancora purtroppo non compiutamente definito o definibile. La sentenza della IV sezione della Cassazione penale n. 685/11 interviene sugli aspetti penalistici delle condotte mobbizzanti ritenendole sorprendentemente quale non suscettibili di tutela penale fatti salvi i casi-limite in cui fra datore e dipendente ci sia una consuetudine tale da rendere il loro rapporto assimilabile a quello familiare e integrare dunque il delitto di maltrattamenti in famiglia previsto dall’art. 572 del codice penale. Come detto, quindi, in attesa di una norma incriminatrice specifica come sollecitato già nel 2000 da una delibera del Consiglio d’Europa per i lavoratori non rimane che rivolgersi alla giustizia civile risultando possibile applicarsi la tutela prevista in particolare dall’art. 2087 del codice civile.

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Sentenza Cassazione in favore dei “bamboccioni”

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 gennaio 2011

Una nuova decisione che farà discutere in favore dei cosiddetti “bamboccioni”, così Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” sulla sentenza n. 18 del 3 gennaio 2010 secondo cui l’ex moglie ha diritto all’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne, precario, anche se questo vive da un’altra parte purché non sia economicamente indipendente. Nel caso di specie la prima sezione civile della Suprema Corte ha respinto il ricorso di un imprenditore che era stato condannato prima dal Tribunale di Savona e poi dalla Corte d’Appello di Genova a versare alla ex moglie 400 euro al mese anche per il mantenimento della figlia maggiorenne e non più convivente che svolgeva solo lavori precari.  Sull’obbligo del mantenimento della figlia, gli ermellini hanno sostenuto che “la valutazione del giudice di merito, in ordine alla precarietà e modestia delle attività lavorative svolte dalla figlia, costituisce motivazione adeguata del rigetto della domanda di riduzione dell’assegno”.

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Cassazione e contratto lavoro part-time

Posted by fidest press agency su martedì, 9 novembre 2010

Con la recente sentenza n. 21160 del 2010, la Suprema Corte ha confermato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il rapporto di lavoro cosiddetto part – time può trasformarsi in un rapporto di lavoro a tempo pieno, nonostante la diversa manifestazione di volontà delle parti, essendo sufficiente dimostrare la costante effettuazione da parte del lavoratore di un orario di lavoro prossimo a quello stabilito per il lavoro a tempo pieno. La Cassazione con la decisione che Giovanni D’Agata, Componente del Dipartimento Tematico Nazionale Tutela del Consumatore di “Italia dei Valori” e fondatore dello “Sportello dei Diritti” commenta, ha rigettato, infatti, il ricorso di una società datrice di lavoro avverso la decisione della Corte di Appello che aveva dichiarato la sussistenza del rapporto di lavoro a tempo pieno rilevando che dalle risultanze documentali un lavoratore addetto alla cassa di un casello autostradale aveva prestato con costanza e continuità la sua attività di lavoro secondo orari di lavoro uguali o superiori all’orario normale previsto dal contratto collettivo nazionale di categoria. La Società datrice di lavoro con i motivi di ricorso aveva sostenuto che lo svolgimento del lavoro supplementare non poteva comportare, di per sé, l’esistenza di un rapporto a tempo pieno, in assenza degli ulteriori elementi distintivi di tale rapporto.  I Giudici di piazza Cavour, respingendo le doglianze datoriali hanno confermato la ratio della decisione del giudice del gravame secondo il quale ai fini della corretta individuazione del tipo di rapporto l’attenzione doveva focalizzarsi sulla concreta esecuzione del contratto di lavoro stipulato tra le parti e per tali ragioni hanno ritenuto corretto applicare il principio secondo cui, in relazione ai diritti spettanti al lavoratore per la sua attività lavorativa, non è decisivo il negozio costitutivo del rapporto, ma il rapporto nella sua concreta attuazione “cosicché risulta del tutto inutile ogni discussione in ordine alla possibilità di riscontrare o meno una volontà novativa delle parti, una volta che sia stata dimostrata la costante effettuazione di un orario di lavoro prossimo (o, come nel caso che ne occupa, addirittura superiore) a quello stabilito per il lavoro a tempo pieno.”

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Cassazione penale rigorosa con gli evasori

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 novembre 2010

Anche la Suprema Corte si dimostra intransigente sull’evasione fiscale. Secondo la sentenza n. 38619 del 3 novembre 2010 rischia la reclusione da sei mesi a due anni chi non versa l’iva dichiarata, se il mancato pagamento si estende oltre il 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento. Per Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di IDV e fondatore dello “Sportello Dei Diritti” la decisione in esame è importante anche per il calcolo temporale del comportamento omissivo anche per la verifica di applicazione del beneficio dell’indulto. Il Tribunale di Ancona, infatti, aveva applicato questo beneficio nei confronti di un uomo che non aveva versato l’iva dichiarata nell’anno 2005. Mentre il Procuratore generale presso la Corte d’appello del capoluogo marchigiano aveva presentato ricorso affermando l’inapplicabilità dell’indulto, in quanto secondo la procura il reato si era consumato nel vigore della nuova normativa, la quale prevede, per coloro i quali omettono il pagamento dell’iva, un trattamento sanzionatorio equivalente a quello previsto per il sostituto che non versa le ritenute d’acconto. I giudici di piazza Cavour hanno quindi accolto il ricorso sostenendo che “per la consumazione del reato non è sufficiente un qualsiasi ritardo, ma occorre che l’omissione del versamento dell’imposta dovuta si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento”.

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La Cassazione e il ragionevole impedimento

Posted by fidest press agency su martedì, 8 giugno 2010

Secondo la Cassazione ”non sussiste alcuna assolutezza dell’impedimento a partecipare all’udienza per l’imputato che esibisce un certificato medico da cui risulta una generica indicazione di uno stato febbrile “. Per questo il Giudice non è obbligato a disporre accertamenti “su di una tale prospettata difficoltà a presenziare all’udienza”. Lo afferma la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione (n. 20811/2010) chiarendo come proprio nel “rispetto del parametro della ragionevole durata del processo, non ogni difficoltà personale di presenziare al dibattimento ha titolo per dilatare i tempi della risposta giudiziaria, che non è fatto esclusivo del singolo interessato”. In particolare la Corte ha statuito che ciò che può costituire impedimento è “soltanto quella consistente e non momentanea difficoltà, che può anche essere psico-fisica, la quale sia peraltro idonea, in relazione alla specifica patologia e correlata questa allo stato generale di salute del paziente, a creare un insormontabile ostacolo alla sua presenza – utile ed efficace – nel processo, capace quindi di concretizzare, in termini non discutibili, l’assolutezza dell’impedimento. Secondo Giovanni D’AGATA componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di IDV è una sentenza che costituisce un primo giro di vite contro il malcostume di usare il certificato medico esibito dall’imputato che attribuiva l’impedimento genericamente “ad una mera tracheite febbrile”al fine di rinviare l’udienza.

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Sedici condanne per i Casalesi

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 gennaio 2010

“La Cassazione conferma tutti e sedici gli ergastoli contro il clan dei Casalesi. Si è concluso così, questa sera, il processo “Spartacus” che vedeva alla sbarra una delle più sanguinarie cosche della camorra. Dopo quasi cinque ore di camera di consiglio, il collegio della Suprema Corte, presieduto da Edoardo Fazzioli, ha emesso il suo verdetto respingendo tutti i ricorsi presentati dai 24 imputati accusati e condannati per diversi reati tra cui associazione mafiosa, omicidio, porto abusivo d’armi e estorsione. Tra gli imputati più noti ci sono: Francesco Schiavone (Sandokan), Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine. Gli ultimi due sono latitanti. Confermata in toto la sentenza della Corte d’appello di Napoli. Le condanne. Oltre ai sedici ergastoli, la suprema corte, in particolare, ha rigettato e dichiarato inammissibili anche i ricorsi di altri otto imputati per i quali sono state confermate le condanne dai 3 ai 20 anni. In particolare, diventano definitive le condanne per Antonio Basco (21 anni), Luigi Diana (16 anni, oggi pentito); Nicola Pezzella (15 anni). Dieci anni e mezzo vanno al collaboratore di giustizia Carmine Schiavone. Guido Mercurio è stato condannato a 9 anni, Corrado De Luca – attualmente latitante – a 8 anni. Quattro anni per Alberto Di Tella, 3 anni e tre mesi per Vincenzo Della Corte. E’ dal 1986, anno della sentenza Bardellino, che mancava una condanna così complessiva e definitiva alla criminalità organizzata più potente del casertano. Il processo ‘Spartacus’ è il risultato di una inchiesta condotta per cinque anni, dal ’93 al ’98, dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli. Le indagini furono alimentate dalle dichiarazioni di molti collaboratori di giustizia e hanno messo in luce, anche attraverso la ricostruzione di 18 omicidi, l’affermazione del clan dei Casalesi e la crescita del suo potere economico. L’indagine diede origine a più tronconi processuali. Il primo grado del processo ‘Spartacus’ iniziò nell’estate del ’98, snodandosi poi per sette anni con 630 udienze e l’ascolto di oltre 600 testimoni. La sentenza fu emessa dal collegio, presieduto dal giudice Raffaele Magi, il 15 settembre 2005. Pochi meso dopo iniziò il processo di secondo grado, conclusosi nel 2008 con la sentenza che oggi la Cassazione ha confermato in toto. I Casalesi incassano oggi una pesante sconfitta, ma la partita per l’affermazione della legalità nel Casertano non è affatto chiusa. Negli ultimi tempi infatti la cosca, decimata dagli arresti e dalla decisione di collaborare con la giustizia di altri boss e gregari, appare in cerca di nuovi equilibri ma non affatto rassegnata a deporre le armi”.

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