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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Posts Tagged ‘cervelli’

Il rientro dei cervelli dall’estero è possibile?

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 aprile 2022

Al via la nuova serie di cinque puntate di Made IT Tips, la rubrica di consigli ospitata all’interno del podcast di imprenditoria Made IT, nato da un’idea di Camilla Scassellati Sforzolini e Inès Makula. Made IT racconta storie di imprenditrici e imprenditori italiani che hanno creato start-up di successo. La nuova mini-serie è ideata con Credimi, leader nell’Unione Europea dei finanziamenti digitali alle piccole e medie imprese, e sarà interamente dedicata al tema del rientro dei cervelli, argomento che sta molto a cuore alla fintech milanese sin dalla sua fondazione e sul quale è impegnata direttamente attraverso politiche innovative di attrazione dei talenti.La storia di Credimi è infatti strettamente interconnessa a questa tematica. Tra il 2015 e il 2016 il fondatore Ignazio Rocco, per lanciare la società, ha cercato giovani talenti negli hub tecnologici europei e in aziende come Google, che volessero intraprendere l’avventura di portare il fintech in Italia. Così è stato creato il team di Credimi, più di 80 professionisti specializzati nelle tecnologie digitali e finanziarie, in gran parte tra i 28 e i 35 anni, molti rientrati in Italia da Irlanda, Inghilterra e Australia appositamente per sviluppare il progetto della società.Attrarre e trattenere i migliori talenti è oggi una delle sfide più difficili da affrontare per qualunque azienda. Soprattutto in Italia dove la fuga dei cervelli è in costante aumento. Gli ultimi dati Istat mostrano che nel 2018 sono partiti 117mila italiani di cui 30mila laureati per trovare lavoro fuori dai confini nazionali. Un fenomeno che costa al nostro Paese circa 14 miliardi di euro all’anno vale a dire un punto percentuale di Pil. L’attrattività dell’Italia non è mai stata altissima nemmeno per i talenti stranieri, ma il contesto, soprattutto post-pandemia, sta cambiando e le opportunità stanno crescendo. L’Italia sta entrando nei radar dei professionisti come un posto piacevole da cui lavorare, che presenta tutta una serie di vantaggi legati alla qualità della vita. La recente legge sul rientro dei cervelli che prevede agevolazioni fiscali per i lavoratori rimpatriati è una grande opportunità di cui si sente parlare ancora molto poco, ma che può essere un buon punto di partenza per attrarre in Italia i talenti emigrati nel corso degli anni.Nelle cinque puntate, che saranno rilasciate circa ogni 5 settimane, saranno affrontate in modo chiaro e concreto tutte le novità interessanti in Italia per chi pensa di rientrare dall’estero e iniziare una nuova vita lavorativa qui. La prima puntata, già online, è quella dedicata alla fiscalità, in cui Ignazio Rocco e Jacopo Anselmi, co-fondatori di Credimi, dialogano con Camilla Scassellati Sforzolini e Inès Makula, ideatrici di Made IT. Si parla di stipendio reale, di agevolazioni fiscali e anche di come calcolare il costo della vita. Nelle successive puntate si approfondiranno le opportunità di carriera, si parlerà di aziende italiane che possono essere interessanti per i talenti, di smart working e remote working, di come stiano crescendo gli investimenti in start-up e di come si stia creando anche nel nostro Paese un ecosistema tech forte e dinamico.

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Italia: la fuga dei cervelli e il costante aumento degli anziani nel Paese

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 novembre 2021

Rome Business School, scuola parte del network Formación y Universidades creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta, ha pubblicato lo studio: “I cambiamenti demografici. Analisi di un fattore determinante per la crescita economica sostenibile, la resilienza sociale e lo sviluppo tecnologico”. La ricerca, a cura di Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca della Rome Business School e Katerina Serada, Fondatrice del SDG Hub (Center for Sustainable Economies and Innovation), si sofferma sui cambiamenti demografici in Italia e nel mondo analizzando come questo importante fattore strutturale può determinare l’andamento della crescita economica, dell’innovazione e della transizione verso un’economia digitale, verde e resiliente. Per studiare i cambiamenti demografici e il loro profondo impatto, la ricerca propone un’analisi degli ultimi trend globali e fa il punto sulle debolezze e critiche dell’Italia: i cervelli in fuga e l’essere il paese più anziano d’Europa. Alla fuga dei cervelli e l’aumento della popolazione anziana, si somma il bassissimo tasso di natalità dell’Italia. Gli ultimi dati dell’ISTAT (2021) lanciano un allarme che deve far riflettere sul futuro equilibrio del nostro Paese dal punto di vista demografico, sociale ed economico. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2021 c’è stata una straordinaria caduta della frequenza di nascite sotto la soglia simbolica delle mille unità giornaliere: la media è di 992 nati al giorno, a fronte dei 1.159 di gennaio 2020. Nel corso di 12 anni si è passati da un picco relativo di 577mila nati a 404mila (-30%). Il problema della natalità è presente ovunque: le nascite, che su scala nazionale risultano inferiori del 3,8% sul 2019, lo sono dell’11,2% in Molise, del 7,8% in Valle d’Aosta, del 6,9% in Sardegna. Tra le province, sono soltanto 11 (su 107) quelle in cui si rileva un incremento delle nascite: Verbano-Cusio Ossola, Imperia, Belluno, Gorizia, Trieste, Grosseto, Fermo, Caserta, Brindisi, Vibo Valentia e Sud Sardegna. Per ridurre significativamente le perdite in termini di capitale umano sarà determinante investire adeguatamente e nei tempi prestabiliti i fondi stanziati dal PNRR, migliorare le capacità delle infrastrutture e delle istituzioni nazionali, creare un ambiente favorevole per chi fa figli, puntare sullo sviluppo di politiche innovative, sull’aumento e il miglioramento delle tecnologie digitali, sul supporto di business circolari, al settore ricerca e sviluppo, sull’ottimizzazione dell’uso delle risorse naturali e, infine, sugli investimenti in alcuni settori particolarmente connessi al trend demografico attuale, come la silver economy.

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Cervelli in fuga, è controesodo

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2020

Non ci sono dubbi, un periodo di lavoro all’estero arricchisce qualsiasi curriculum vitae. In certi casi, anzi, un’esperienza oltreconfine è quasi un obbligo: si pensi, per esempio al settore della ricerca, all’interno del quale un CV che non conta nemmeno una breve parentesi all’estero viene spesso valutato negativamente a priori.Per questo motivo, nonché per le condizioni spesso migliori garantite da Paesi come Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e via dicendo, sono tantissimi gli italiani che negli ultimi anni hanno preferito accettare lavori in Paesi diversi dall’Italia, andando a ingrossare le fila dei cosiddetti cervelli in fuga.Sono però tante le persone che – anche grazie agli incentivi introdotti dagli ultimi governi – decidono a un certo punto di tornare a lavorare in Italia, e che dunque si trovano di fronte alla necessità di ricollocarsi sul mercato del lavoro italiano. Un numero che in questo periodo post-lockdown è in deciso aumento. Come affrontare questo delicato passaggio? Con Carola Adami, head hunter e CEO della società di selezione del personale Adami & Associati (www.adamiassociati.com), approfondiamo questo tema, per dare qualche prezioso consiglio ai professionisti italiani che hanno scelto di rientrare nel Paese di origine. Quanti sono gli italiani che, dopo un periodo all’estero, decidono di tornare a lavorare in Italia? Quella del “ritorno a casa” è certamente un strada che, ultimamente, è stata imboccata da un numero crescente di giovani emigrati all’estero. Ne abbiamo conferma quotidianamente, quando riceviamo i curricula di italiani che, pur essendo impiegati oltre confine, si candidano presso delle aziende italiane. E a confermarlo ci sono delle interessanti indagini effettuate negli ultimi mesi, a partire da uno studio effettuato dal Centro Studi Pwc mediante LinkedIn, secondo il quale 1 talento su 5 desidererebbe tornare in Italia. Quali sono i motivi che spingono questi professionisti a tornare in Italia? Ci sono tanti fattori che spingono un expat a guardare nuovamente con attenzione al mercato italiano del lavoro. Indubbiamente, però, l’emergenza sanitaria ha rafforzato e ampliato questo fenomeno, un po’ per la volontà di poter stare vicino ai propri cari, un po’ anche per le azioni messe in campo dallo Stato italiano a partire da marzo 2020, le quali sotto molti punti di vista sono state percepite come più efficaci rispetto a quelle elaborate da altri Paesi europei. Quale è l’errore da non fare in questi casi? L’errore che fanno in molti è quello di buttarsi subito nella ricerca vera e propria, senza un momento di riflessione. Questo è uno sbaglio che potrebbe costare caro, perché prima di mettersi alla ricerca degli annunci di lavoro è bene riflettere sulla propria esperienza professionale e sui propri obiettivi, capire cosa si può offrire alle aziende proprio in virtù della propria esperienza all’estero e via dicendo. Solo nel momento in cui si sarà costruito uno storytelling professionale efficace e focalizzato sulle proprie peculiarità e sui propri obiettivi ci si potrà muovere con successo verso le nuove opportunità lavorative. Qual è il primo passo per chi desidera ritornare a lavorare in Italia? Si parte come sempre dall’aggiornamento del curriculum vitae, con l’inclusione dell’esperienza lavorativa effettuata all’estero. Quando si parla di CV ogni dettaglio può fare la differenza, ed è quindi bene soffermarsi su ogni singola informazione per comunicare in modo chiaro, idoneo e coerente. Una volta perfezionato il curriculum vitae vale certamente la pena ottimizzare il proprio profilo LinkedIn, visto che la maggior parte dei selezionatori italiani, infatti, utilizza ormai abitualmente questa piattaforma per individuare nuovi talenti. A tal proposito noi abbiamo inserito nel nostro organico dei consulenti di carriera, che sono pronti ad aiutare i talenti che desiderano ricollocarsi al meglio sul mercato italiano, pianificando al meglio il ritorno in Italia.

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Italia: Fuga dei cervelli

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

“Una recente indagine, di Talents in motion, conferma che il tema della “fuga dei cervelli”, in particolare, è estremamente sentito dai giovani talenti italiani. Il 71% degli intervistati starebbe valutando di rientrare in Italia, complice il fatto che la risposta del Governo alla pandemia da Covid-19 è ritenuta tra le migliori in Europa.Uno Stato che si prende cura dei propri cittadini, come ha fatto l’Italia, anteponendo la salute dei cittadini ad ogni altro tipo di interesse, è un ottimo incentivo a rimanere. Ma non è il solo, perché dopo parecchi anni abbiamo finalmente invertito la politica degli investimenti, che per troppo tempo sono rimasti fermi, a partire da settori strategici come sanità a ricerca scientifica. Abbiamo iniziato a creare, nuovamente, condizioni lavorative favorevoli, promuovendo programmi di formazione all’interno delle aziende, nuovi fondi per le start-up, forme di decontribuzione incisive e ad investire sui servizi, con il fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Risultati come l’eliminazione del superticket, oppure il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti e la nuova decontribuzione del 30% per i lavoratori del sud sono solo alcuni dei risultati che abbiamo portato a casa in questi mesi, e sono molto incoraggianti”. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Per contrastare la fuga di cervelli, occorrono sforzi congiunti ‎ per migliorare la qualità della vita in tutte le regioni dell’UE

Posted by fidest press agency su domenica, 16 febbraio 2020

Il 20 febbraio il Consiglio “Istruzione, gioventù, cultura e sport” terrà un dibattito orientativo sul tema “Brain circulation – a driving force for the European Education Area” (La circolazione dei cervelli: una forza trainante per lo spazio europeo dell’istruzione). Il 23 gennaio il relatore Emil Boc ha presentato il progetto di parere del CdR al comitato Istruzione del Consiglio, su invito della presidenza croata del Consiglio dell’UE. La presidenza croata ha incluso tra le sue priorità la garanzia di una mobilità equilibrata di scienziati e ricercatori, grazie alla promozione di un apprendimento di alto livello lungo tutto l’arco della vita e allo sviluppo di competenze per i posti di lavoro del futuro.Nel novembre 2018 il CdR ha pubblicato uno studio dal titolo “Addressing brain drain: The local and regional dimension” (Affrontare il problema della fuga di cervelli: la dimensione locale e regionale) , che, illustrando 30 iniziative di successo realizzate da enti locali e regionali di 22 Stati membri, fornisce elementi utili per comprendere meglio i modi in cui le regioni potrebbero rendersi più attrattive e quindi trattenere o richiamare forza lavoro giovane e qualificata.

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La fuga dei cervelli: il maggior deficit dell’Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

A cura di Sabino Costanza, Co-Founder di Credimi. Da sempre la capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti fa la differenza nello sviluppo di un’impresa, ma oggi sembra essere diventata una sfida molto più difficile. Basti pensare che secondo l’indagine Talent Trends Report 2019, condotta dalla società di risorse umane Randstad Sourceright su 17 Paesi, per il 76% dei manager la scarsità di figure con competenze avanzate è una preoccupazione costante ed è l’elemento che influenza maggiormente le performance aziendali. In Italia la situazione è resa più complicata dalla nota fuga dei cervelli, che costa 14 miliardi di euro l’anno: poco meno di un punto di Pil e quasi metà dell’intera legge di bilancio 2020. Secondo il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramenti, ogni laureato che lascia l’Italia crea un danno alle casse dello Stato – sotto forma di tasse perse – da 250mila euro, 300mila se chi se ne va ha in tasca anche un master.Negli ultimi 10 anni, i governi hanno studiato ogni tipo d’incentivazione al rientro dei cervelli: per esempio l’ultimo decreto crescita ha portato l’abbattimento dell’imponibile per i lavoratori rimpatriati dal 50% al 70% (addirittura al 90% se la residenza viene trasferita in una delle regioni del Mezzogiorno) e ha aumentato la durata del beneficio che in presenza di particolari condizioni (ad esempio per chi ha figli e per chi acquista un’abitazione di proprietà) può arrivare fino a 13 anni. E qualcosa inizia a muoversi: quest’anno per la prima volta Milano è entrata nella top 50 del Global Talent Competitiveness Index, presentato di recente a Davos, al 41esimo posto nella classifica mondiale delle città più allettanti per i talenti.Eppure, secondo i dati Istat, tra il 2013 e il 2017 il numero di laureati espatriati è aumentato del 41,8%, mentre i rimpatri sono rimasti pressoché costanti. Di conseguenza, il saldo migratorio con l’estero è peggiorato negli anni. Solo nel 2017 sono emigrati circa 115mila italiani e più della metà era in possesso di un titolo di studio medio-alto: 33mila diplomati e 28mila laureati. Peggio: quasi 48 mila persone avevano tra i 18 e i 34 anni, mentre gli italiani tra i 35 ed i 49 anni che hanno lasciato il Paese sono stati 32mila.Nonostante gli sforzi della politica, quindi, l’Italia sta sperimentando un brain drain da Paese in via di sviluppo. Anche perché i numeri mostrano la sostanziale inefficacia delle politiche a sostegno del rientro: dei 14mila italiani rientrati negli ultimi 8 anni in università ed enti di ricerca nazionali, la metà ha già scelto di riapprodare in un ateneo nordeuropeo, un laboratorio londinese, una multinazionale con sede lontana sia da Roma che da Milano. Come a dire che terminati gli incentivi, la strada maestra è quella della nuova fuga.
E così, relativamente agli ultimi dieci anni, la fondazione Leone Moressa calcola un saldo negativo fra gli italiani emigrati all’estero è quelli rientrati in patria pari a 250mila unità. È quindi fondamentale mettere in atto ampie strategie di sistema attraverso le quali l’Italia possa diventare più attrattiva per i talenti stranieri e meno ostile verso i suoi laureati.E in questo senso il ruolo del governo è importante, ma lo è altrettanto quello delle aziende perché come abbiamo visto in questi anni non si può pensare di competere con il resto del mondo a colpi di incentivi fiscali. È cruciale lavorare sullo scopo delle aziende, sui loro obiettivi. Soprattutto quando ci si rivolge alle generazioni più giovani bisogna essere consapevoli di quanto sia fondamentale per loro il senso di quello che fanno.Più che sugli incentivi, quindi, lo Stato potrebbe lavorare sulla semplificazione normativa per agevolare la nascita di aziende innovative capaci di intercettare questi bisogni. La storia di Credimi, in questo senso, è molto chiara: il 25% dei nostri collaboratori è tornato in Italia per lavorare con noi, per sposare un progetto che aiuta le aziende a finanziare la propria crescita attraverso uno strumento, quello del factoring digitale, rapido e trasparente.Cogliere l’importanza del ruolo dell’azienda all’interno della società permette di far fronte a ostacoli che una volta erano insormontabili come quello dello stipendio: oggi la remunerazione non è l’unica voce che conta, anzi, più la carriera del lavoratore avanza più sono importanti altri aspetti. Secondo una ricerca della School of Management della Bocconi, i Millennial più che ad un’alta remunerazione, puntano alla possibilità di crescere, fare formazione, godere di benefit e avere orari di lavoro flessibili, resi possibili dall’approccio digitale. Per i giovani lavoratori è importante, in particolare, ottenere un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata: per questo anche in Credimi stiamo studiando pacchetti sempre più innovativi come, per esempio, la possibilità di operare da remoto in luoghi scelti dagli stessi lavoratori.Essere flessibili è fondamentale per attrarre le persone migliori e per farlo è ancora più importante non limitarsi solo all’Italia: noi ci siamo concentrati molto sulle nostre comunità all’estero perché riteniamo che la diversità all’interno dell’azienda sia un valore enorme. Il beneficio per le aziende di questo tipo di approccio è evidente, ma attrarre persone preparate e motivate fa la differenza anche per il sistema Paese.Tutti possono fare la loro parte: le aziende con uno scatto avanti coraggioso; ma anche lo Stato, creando un ecosistema accogliente, meno burocratizzato e con più servizi, in cui le imprese si sentano più libere di muoversi.

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Fuga dei cervelli all’estero

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 febbraio 2020

I dati relativi all’occupazione prevedono un numero pari a 461 mila assunzioni nel 2020, ma le competenze richieste scarseggiano. I dati sono stati diffusi dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. La professione che vanta la maggior difficoltà di reperimento è quella degli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche (65%); i giovani possono avere più opportunità innalzando sempre più il livello della propria preparazione e arricchendola con ogni possibile esperienza lavorativa. «I nostri giovani sono le risorse migliori su cui l’Italia può puntare non solo per crescere, ma per diventare il principale competitor su scala mondiale- dichiara Antonio Marchese, vicepresidente esecutivo di Soft Strategy-. Perché continuare a perdere le menti migliori nell’indifferenza generale, perché non cercare di arginare la cosiddetta “fuga dei cervelli” all’estero? La soluzione per la crescita del Paese sono proprio loro. Il nostro esempio lo dimostra: puntiamo sui talenti migliori per galoppare l’epoca dell’industria 4.0 e della digitalizzazione dei processi anche in ambito pubblico, è anche grazie a loro che il Gruppo Soft Strategy in tre anni è stato capace di passare da 14 a 25 milioni di fatturato. E se aumenta il fatturato delle imprese aumenta la possibilità di investire e di conseguenza l’economia riparte. Noi crediamo molto anche nelle competenze presenti al Sud ed è per questo che nel 2019 abbiamo deciso di investire anche con la creazione di una nuova realtà, Soft Strategy Local Government con sede operativa a Palermo focalizzata sulla pubblica amministrazione locale». E mentre le menti migliori lasciano il Paese, continua a crescere il cosiddetto mismatch, ovvero il gap tra la domanda delle aziende che devono assumere e il livello di competenze che i giovani riescono ad offrire. Stando ai dati elaborati nell’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere “La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane nel 2018”, Una delle informazioni più preziose contenute nell’indagine è proprio la valutazione operata dalle imprese sulla difficoltà di reperimento delle figure professionali da cui emerge che dall’analisi delle prime trenta professioni, si evidenza come nella filiera dell’elettronica e informatica si concentra una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato a diversi livelli di specializzazione (analisti e progettisti di software, esperti di apparecchiature informatiche, ingegneri elettrotecnici). «Al mercato del lavoro al momento mancano i profili giusti- dichiara Miriam Persico, Direttore Area Legal e risorse Umane di Soft Strategy-. Gli studenti che fanno percorsi di studi che hanno un’evoluzione in linea con i sistemi informatici sono pochi, per questo facciamo fatica a reperire risorse. All’interno dei nostri percorsi di formazione aziendale creiamo dei veri e propri vivai sostenendo e incentivando master di formazione attraverso i quali riusciamo a collocare nella nostra azienda i profili in base alle professionalità di ognuno».

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Il Vice Ministro Castelli in merito alla c.d. “fuga dei cervelli”

Posted by fidest press agency su martedì, 9 aprile 2019

“Ho letto ieri un articolo de Il Fatto Quotidiano che dava un dato: negli ultimi 10 anni l’Italia ha perso 130 mila persone altamente qualificate. E oggi ne riparla anche Giorgetti da Verona. Questo Governo riporterà i nostri talenti in Italia! È nel decreto Crescita!
Spesso giovani costretti dalla mancanza di opportunità o perché in altri Stati venivano prospettate condizioni lavorative più vantaggiose. Adesso basta, basta ai cervelli in fuga: riportiamoli in Italia! Noi andremo a garantire loro maggiori benefici fiscali, semplificazione delle condizioni per accedere al regime fiscale di favore e più agevolazioni. Ci andremo a rivolgere a chi vuole tornare in Italia magari per fare impresa, ma anche ai docenti e ai ricercatori. Benefici anche per quei lavoratori italiani non iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’estero) che decideranno di rientrare nel nostro Paese. È chiaro a tutti che i vecchi governi hanno fallito, per questo motivo noi ci assumiamo questa responsabilità: a queste persone vogliamo dare una nuova opportunità in Italia!”. Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, in un post Facebook, in merito alla “fuga dei cervelli”.

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La mobilità dei cervelli sotto la lente dell’Europa

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

cervelloIl Vecchio Continente, in mancanza di adeguate strategie per arginare le migrazioni intellettuali verso Stati Uniti, Canada e Australia, rischia di trovarsi impoverito, nel giro di un decennio, di conoscenze. E’ lo scenario già descritto dal progetto Brain Drain – Emigration Flows of Qualified Scientists, che però evidenzia anche le misure adottate: dalle apposite normative ad un programma comunitario di monitoraggio a cui, per l’Italia, partecipa il Consiglio nazionale delle ricerche. Quest’iniziativa rappresenta il primo tentativo della Commissione Europea di tradurre in cifre il fenomeno della mobilità intellettuale europea. Per quanto riguarda gli occupati in professioni scientifiche, anche se l’incidenza degli europei negli Usa non supera il 4,5%, i numeri assoluti sono consistenti. I lavoratori ad altissima qualificazione (con visto H1B) provenienti dall’Europa ed immigrati negli Usa se andiamo a ritroso a partire dal 2003 erano oltre 100.000; tra i cinque paesi che forniscono questo capitale umano, l’Italia occupa il quarto posto con 5.900 persone, dopo Regno Unito (31.000 persone), Francia (15.000), Germania (13.000), e prima della Spagna (5.800). Nel solo 2013 tale numero è stato quasi triplicato e continua in un crescendo impressionante. Dagli studi si deduce che gli europei vanno in Usa, in Canadà e in Australia non solo per svolgere una ricerca migliore, ma anche per avere più opportunità di lavoro, carriera, e finanziamenti più alti: tra le loro motivazioni, la possibilità di fare carriera prevale con il 78%, seguita dal prestigio dell’istituzione che li ospita con il 74,6%, dalle possibilità di accesso alle tecnologie di punta (73%), dai maggiori fondi disponibili per la ricerca (69%), dalle opportunità di contatto con le reti di ricercatori e professionisti (68%). In coda alla graduatoria delle motivazioni, la mera opportunità occupazionale, che conta per il 56%, e i miglioramenti retributivi (54%). Molto diversa la spinta degli studiosi statunitensi a lasciare il loro paese: il prestigio dell’ente destinatario prevale con il 61%, seguito dalle condizioni di vita del paese ospitante (60%). Speculari le motivazioni che portano al rientro in patria: prevalgono per i ricercatori europei le condizioni di vita del paese di origine (80%) e il desiderio di ricongiungersi alla famiglia (71%). Per i colleghi americani il rientro in patria è motivato soprattutto da ambizioni di carriera (71%), dai miglioramenti salariali (63%) e dall’esigenza di maggiori fondi per la propria attività (61%). Ora che siamo nel 2017 ci troviamo in Italia con il più alto indice di migrazione giovanile dopo gli anni postbellici, oltre 200mila unità in un anno e la loro stragrande maggioranza è laureata e con un alto livello di professionalità mentre con gli attuali immigrati ci ritroviamo con un numero elevato di analfabeti o con un livello modesto d’istruzione. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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La mobilità dei cervelli sotto la lente dell’Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 giugno 2017

immigrazione-via-mareIl Vecchio Continente, in mancanza di adeguate strategie per arginare le migrazioni intellettuali verso Stati Uniti e Canada, rischia di trovarsi impoverito di conoscenze. E’ lo scenario descritto dal progetto Brain Drain – Emigration Flows of Qualified Scientists, che però evidenzia anche le misure già adottate: dalle apposite normative ad un programma comunitario di monitoraggio a cui, per l’Italia, partecipa il Consiglio nazionale delle ricerche. Quest’iniziativa rappresenta il primo tentativo della Commissione Europea di tradurre in cifre il fenomeno della mobilità intellettuale europea, in una situazione di totale assenza di dati ufficiali, che invece gli Usa hanno a disposizione spiegano Maria Carolina Brandi e Sveva Avveduto dell’Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle Ricerche, curatrici per l’Italia del progetto Brain Drain – Migration Flows of Qualified Scientists, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero speciale della rivista Studi Emigrazione con il titolo Le migrazioni qualificate tra mobilità e Brain Drain. C’è da evidenziare però, in proposito, una novità. L’Unione Europea, tramite la Direzione Generale di ricerca di Bruxelles, ha attivato un programma di monitoraggio dei flussi di mobilità dei propri ricercatori lo Human resources in research and developement monitoring system on career paths and mobility flows, al quale partecipano Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Norvegia, Svezia, Repubblica Ceca e Polonia. Per l’Italia, l’ente interessato è il Cnr. Dal progetto si evince che in assenza di iniziative adeguate per arginare il fenomeno, il Vecchio Continente si ritroverebbe, nel giro di dieci anni, depauperato di conoscenze. Per quanto riguarda gli occupati in professioni scientifiche, anche se l’incidenza degli europei negli Usa non supera il 2%, i numeri assoluti sono consistenti. I lavoratori ad altissima qualificazione (con visto H1B) provenienti dall’Europa ed immigrati negli Usa nel 2003 erano oltre 100.000; tra i cinque paesi che forniscono questo capitale umano, l’Italia occupa il quarto posto con 5.900 persone, dopo Regno Unito (31.000 persone), Francia (15.000), Germania (13.000), e prima della Spagna (5.800). Nel 2004 il personale qualificato proveniente da tutti i paesi del mondo che ha ottenuto il visto H1B aumenta ancora rispetto al 2003: si passa da 360.000 a 387.000 visti. Dal 1998 al 2003, ogni anno, in media circa 5.000 italiani altamente qualificati nella ricerca e nelle professioni tecniche trovano occupazione negli Usa per un periodo che può durare fino a 6 anni. Nel solo 2003 il 17% degli italiani che si sono stabiliti in maniera permanente negli USA sono manager, dirigenti e professionisti. Ma quali sono le ragioni principali delle migrazioni e le cause che determinano il ritorno in patria? Lo hanno svelato, nell’ambito del Progetto, due indagini, di cui una condotta dal Cnr su un campione di 250 ricercatori stranieri presenti negli Enti pubblici di ricerca italiani e, laltra, dal Merit su un campione di 1000 ricercatori europei ed americani dellAmerican Association for the Advancement of Science (Aaas) che conta 250.000 iscritti. Dagli studi si deduce che gli europei vanno in Usa non solo per svolgere una ricerca migliore, ma anche per avere più opportunità di lavoro, carriera, e finanziamenti più alti: tra le loro motivazioni, la possibilità di fare carriera prevale con il 78%, seguita dal prestigio dell’istituzione che li ospita con il 74,6%, dalle possibilità di accesso alle tecnologie di punta (73%), dai maggiori fondi disponibili per la ricerca (69%), dalle opportunità di contatto con le reti di ricercatori e professionisti (68%). In coda alla graduatoria delle motivazioni, la mera opportunità occupazionale, che conta per il 56%, e i miglioramenti retributivi (54%). Molto diversa la spinta degli studiosi statunitensi a lasciare il loro paese: il prestigio dell’ente destinatario prevale con il 61%, seguito dalle condizioni di vita del paese ospitante (60%). Speculari le motivazioni che portano al rientro in patria: prevalgono per i ricercatori europei le condizioni di vita del paese di origine (80%) e il desiderio di ricongiungersi alla famiglia (71%). Per i colleghi americani il rientro in patria è motivato soprattutto da ambizioni di carriera (71%), dai miglioramenti salariali (63%) e dall’esigenza di maggiori fondi per la propria attività (61%). (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici)

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Italia: Cervelli in fuga

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2015

i faraglioni, capriUna vera e propria fuga di cervelli dall’Italia si č registrata nel periodo giugno 2014-giugno 2015, +15,2% annuo. E’ quanto risulta dall’indagine condotta dal Centro Studi e Ricerche Sociologiche “Antonella Di Benedetto” di Krls Network of Business Ethics per Contribuenti.it, diffusa  a Capri. L’Italia, con 262 geni, è all’ultimo posto in Europa per la percentuale dei osservazione, sono state appena 22 persone che hanno conseguito 5 lauree magistrali e 240 che hanno conseguito 4 lauree per un totale di appena 261 geni. Il 23% dei geni ha origini settentrionali, il 32% č nato nel centro Italia, mentre il 45% ha origini meridionali. Un dato particolarmente basso se confrontato con la media europea (473), ma anche rispetto agli altri Stati principali dell’Unione: in Germania i plurilaureati sono 531, in Spagna 512, in Francia 487, in Gran Bretagna 47 2. La maggior parte dei geni italiani lavora all’estero: Stati Uniti, Svizzera, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Francia, Canada, Portogallo e Croazia; molti di loro possiede anche la doppia cittadinanza.
Le lauree piů ricorrenti tra i geni italiani sono quelle del ramo ingegneristico, economico-statistico, giuridico e sociologico.
“Il bonus fiscale serve a nulla – afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – Bisogna intervenire giuridicamente evitando la doppia tassazione come avviene ai cittadini italo-americani residenti in Italia”.

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Award “cervelli in movimento”

Posted by fidest press agency su domenica, 19 dicembre 2010

“Cervelli in Movimento” è un premio all’innovazione del Mezzogiorno che consiste in un’opportunità di formazione “American Style” e di visibilità delle migliori iniziative in un contesto  in grado di offrire importanti occasioni di finanziamento e di cooperazione. Bridges to Italy ha il piacere di annunciare l’adesione alla Giuria di “Cervelli in Movimento” del Dr. Toni Volpe, Presidente e CEO di Enel Nord America, il quale giudichera’ i partecipanti appartenenti al settore delle energie rinnovabili. Il  premio consiste nel:
1.    Dotare TUTTE le startup del Mezzogiorno che partecipano al Premio di know-how manageriale tramite un’azione di tutoraggio – a distanza e in loco- da parte di docenti americani  e business leader;
2.    Inserire TUTTE le startup partecipanti in reti di collaborazione internazionale tramite una serie di workshop e incontri con esperti USA in Italia;
3.    Conferire ai partecipanti un Certificate in “Managing Technology and Innovation in a Global Economy” conferito dalla University of California Irvine,una delle università americane più attive in campi avanzati della ricerca scientifica e dell’innovazione e appartenente al prestigioso circuito delle Università californiane insieme a UCLA, Berkeley, UC San Diego ecc;
4.    Offrire alla startup VINCITRICE (selezionata da una Giuria di esperti Italia-USA), un’esperienza “bi-coastal” in America e collegamenti reali con CLEINTI, PARTNER STRATEGICI e VENTURE CAPITAL. IL PROGRAMMA di formazione è finalizzato alla:
1.    Gestione del MARKETING aziendale a livello internazionale (ovvero: capire il posizionamento della propria innovazione sul mercato globale e scoprire le opportunita’ di mercato, come fissare il prezzo, come promuoversi ecc.);
2.    Gestione della PROPRIETA’ INTELLETTUALE al fine di reperire fondi, partner strategici o dare l’innovazione in licenza a terzi;
3.    Metodi efficaci di PRESENTAZIONE dell’azienda a potenziali investitori, business angels, ecc.
4.    Creazione di una RETE di relazioni e competenze che faciliti la crescita delle startup negli Stati Uniti attraverso la promozione di contatti diretti con esperti d’oltreoceano.
5.    Viaggio PERSONALIZZATO negli USA per la startup più innovativa che abbia superato l’Executive Training,  allo scopo  di incontrare partner strategici, clienti e investitori interessati.
Possono partecipare startup e spinoff di settori tecologici (biotecnologie, nanotecnologie, ICT ed energie rinnovabili) con sede nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia).  Si incoraggia soprattutto la partecipazione di donne, ma anche di minoranze etniche e persone disabili. La Fase di pre-selezione si chiude il 20 dicembre ed e’ gratuita: vi si accede leggendo il bando e compilando il Modulo di Pre-selezione “A”,  entrambi scaricabili dalla pagina:  http://bridgestoitaly.org/italia/cim-award Agli idonei sarà inviata entro il 31 dicembre una e-mail di conferma con le istruzioni per l’iscrizione all’Award.  A carico delle start up che supereranno la selezione e prenderanno parte al programma, è  il solo costo di 1500 euro a parziale copertura dei servizi, a fronte  di un totale di 4.000,00 euro: il restante costo dell’operazione sarà infatti coperto da Bridges to Italy e dagli sponsor. http://www.bridgestoitaly.org/italia/cim-award

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