Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘chemioterapia’

La chemioterapia fa ancora paura

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

chemioterapiaL’87% degli italiani sa cos’è la chemioterapia, ma per il 68% questi farmaci contro il cancro fanno ancora paura e il 78% ignora che oggi sono più “dolci” rispetto al passato perché più efficaci e meno tossici. È la fotografia del livello di conoscenza di una delle principali armi contro il cancro scattata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in un sondaggio che ha coinvolto 1.010 cittadini. E per far capire come la cura farmacologica contro i tumori sia cambiata la società scientifica ha realizzato il libro “Chemioterapia 100 domande 100 risposte”, disponibile sul sito http://www.aiom.it. Il progetto è stato realizzato con il contributo non condizionato di Sanofi Genzyme. “Gli importanti progressi registrati negli ultimi decenni possono essere ricondotti ai continui passi in avanti nella prevenzione, diagnosi e terapia dei tumori, che include a pieno titolo la chemioterapia, ancora oggi arma fondamentale e con aspetti di innovatività da non trascurare – sottolinea il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Questo libro con le 100 domande e risposte sulla chemioterapia e sul ‘pianeta’ cancro vuole essere una guida per tutti i cittadini per comprendere a fondo la terapia che in più di 70 anni ha rappresentato il cardine della lotta ai tumori e che è ancora insostituibile nella cura della maggioranza delle neoplasie. Negli anni sono state diffuse false informazioni o mistificazioni prive di fondamento per screditarne l’efficacia e allontanare o demotivare i pazienti. Contemporaneamente abbiamo anche assistito alla pericolosa diffusione di teorie pseudoscientifiche sulle cure miracolose del cancro. Sulla chemioterapia inoltre grava lo stigma di una cura con ‘pesanti’ effetti collaterali che spesso fanno paura più del cancro stesso, reminiscenza del passato e molto lontano dalle attuali possibilità terapeutiche”. Il sondaggio evidenzia la scarsa conoscenza degli italiani sull’evoluzione che ha interessato quest’arma: per il 53% non permette di condurre una vita “normale” e per il 37% è un trattamento ormai superato. “La chemioterapia – spiega il prof. Pinto – si è continuamente sviluppata e innovata, non è più quella di 30 anni fa, è più ‘dolce’. Inoltre oggi abbiamo a disposizione trattamenti complementari che ne riducono in maniera rilevante gli effetti collaterali come la nausea e il vomito. Con le dovute differenze a seconda del tipo di tumore, dello stadio della malattia e della finalità della cura, sono disponibili terapie che non provocano la caduta dei capelli, altre che rispettano la produzione di globuli bianchi e rossi e piastrine da parte del midollo osseo, o sono meno impattanti per le mucose. Non è certamente una modalità di cura superata. Malgrado i progressi ottenuti con altre terapie, per esempio con i farmaci a target molecolare e l’immuno-oncologia, si continua a fare ricerca in quest’ambito. Oggi infatti molti nuovi trattamenti sono somministrati in combinazione o in sequenza con la chemioterapia ‘più tradizionale’. Più armi quindi insieme per ridurre e migliorare i sintomi come dolore, dispnea, disfagia, prolungare la vita e migliorare le percentuali di guarigioni dopo la chirurgia in un sempre più elevato numero di malati”. Nel 2016 in Italia sono stati stimati 365.800 nuovi casi di tumore: il 63% delle donne ed il 54% degli uomini sconfiggono la malattia. Buona parte dei progressi compiuti dall’oncologia mondiale negli ultimi decenni sono stati ottenuti proprio grazie alla chemioterapia, che rappresenta ancora oggi una terapia efficace nel trattamento di alcuni dei tumori più frequenti come quelli del seno, del colon-retto, del polmone e della prostata. “Nel rispetto delle scelte del paziente – conclude il prof. Pinto – i clinici devono lavorare per fornire ai malati corrette informazioni, sapendone ascoltare i bisogni, le speranze e le paure, per una piena condivisione del progetto di cura e per evitare perdita di fiducia o rinuncia alle terapie o che diventino preda di promesse terapeutiche infondate”.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

La combinazione di immuno-terapia e chemioterapia in prima linea nel tumore del polmone è più efficace della sola chemioterapia

Posted by fidest press agency su martedì, 6 giugno 2017

tumore polmoneChicago. È quanto emerge dallo studio di fase II KEYNOTE-021G presentato oggi al 53° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago su 123 pazienti colpiti da tumore del polmone non a piccole cellule non squamoso metastatico (indipendentemente dall’espressione di PD-L1). La combinazione di pembrolizumab, nuovo farmaco immuno-oncologico, con un regime chemioterapico comunemente usato (pemetrexed e carboplatino) ha dimostrato un tasso di risposta obiettiva del 57%, quasi raddoppiato rispetto alla sola chemioterapia a base di pemetrexed e carboplatino (30%). Inoltre, la combinazione pembrolizumab più chemioterapia determina una riduzione del rischio di progressione di malattia di circa il 50%; ad un anno il tasso di sopravvivenza libera da progressione è il 56% rispetto al 34% della sola chemioterapia e il tasso di sopravvivenza globale è pari al 76% rispetto al 69% con la chemioterapia, con una riduzione del rischio di morte di più del 30%. “Lo studio presentato all’ASCO è un aggiornamento dei risultati che hanno portato all’approvazione della combinazione in prima linea da parte dell’ente regolatorio americano, la Food and Drug Administration (FDA), aggiungendo 5 mesi di osservazione – spiega il prof. Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. Con i cinque mesi addizionali di follow up la combinazione pembrolizumab e chemioterapia in prima linea continua a dimostrare un sostanziale incremento dell’efficacia da un punto di vista clinico per i pazienti con malattia non squamosa avanzata, con quasi il doppio della percentuale di risposta obiettiva e un miglioramento della sopravvivenza stimata a un anno”. Complessivamente nel 2016 sono state registrate in Italia oltre 41.000 nuove diagnosi di questa neoplasia (più del 30% fra le donne). Il tumore del polmone non a piccole cellule non squamoso (adenocarcinoma) rappresenta circa il 60% dei casi, l’istotipo non a piccole cellule squamoso il 20-25%, il carcinoma a piccole cellule (microcitoma) circa il 15%. “È recente la decisione dell’agenzia regolatoria italiana (AIFA) che ha approvato pembrolizumab in prima linea per i pazienti colpiti da carcinoma polmonare non a piccole cellule in fase avanzata che esprimono il biomarcatore PD-L1 – sottolinea il prof. De Marinis -. Lo studio KEYNOTE-021G che ha portato all’approvazione della combinazione della nuova molecola immuno-oncologica con la chemioterapia negli Stati Uniti apre nuove prospettive per il trattamento in prima linea anche dei pazienti che non esprimono PD-L1. Questo studio inoltre è il primo dato relativo alla combinazione di una molecola immuno-oncologica con la chemioterapia che indica la superiorità rispetto allo standard di cura”.

Posted in Estero/world news, Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Tumore del polmone: identificato un nuovo bersaglio terapeutico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 maggio 2017

tumore polmoneUn team di ricerca della Sapienza ha individuato il meccanismo molecolare che controlla le cellule staminali tumorali dell’adenocarcinoma, il più frequente dei tumori polmonari. La scoperta apre la strada a strategie mediche maggiormente efficaci e meno invasive.
Il tumore del polmone è la prima causa di morte per cancro e l’adenocarcinoma è il tipo più frequente. Finora gli unici trattamenti previsti nella pratica clinica sono la resezione chirurgica, ove possibile, coadiuvata da regimi aggressivi di chemioterapia e radioterapia. Ciononostante, l’esito rimane infausto per molti pazienti.Una strategia medica sicuramente più efficace e meno invasiva potrebbe essere quella che si basa sul controllo delle cellule staminali tumorali, considerate “il serbatoio del cancro”, cellule relativamente insensibili alle strategie terapeutiche attualmente in uso.
In questo ambito di ricerca, il team coordinato da Elisabetta Ferretti del Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza, ha identificato il ruolo della proteina Gli1 nei meccanismi molecolari che controllano le cellule staminali di adenocarcinoma del polmone. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Oncogene. “La caratterizzazione di questi circuiti molecolari è un passo molto importante nella comprensione della complessa biologia di questo tipo di tumore – spiega Agnese Po, Ricercatrice del Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza– e i risultati ottenuti permettono di poter sviluppare strategie terapeutiche che possano unire l’arma del targeting di Gli1 alle terapie biologiche già nell’uso clinico o in corso di valutazione nei clinical trials”.“Essendo la funzione di Gli1 a valle di quella di altre vie attive nel adenocarcinoma del polmone già note – afferma Elisabetta Ferretti – utilizzarlo come bersaglio terapeutico potrebbe rappresentare una strategia vincente laddove la resistenza ai farmaci è una causa frequente di fallimento delle terapie antineoplastiche.Questa scoperta – aggiunge Elisabetta Ferretti – è dedicata con orgoglio e riconoscenza ad Alberto Gulino, Docente e Direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare della Sapienza venuto a mancare prematuramente nel 2014, che ha ispirato e trasmesso con passione e competenza il valore del sapere e l’entusiasmo per la ricerca scientifica ai suoi allievi.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science, Università/University | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Leucemie sotto controllo grazie a terapie sempre più efficaci

Posted by fidest press agency su martedì, 15 novembre 2016

Leucemia Mieloide AcutaBergamo. Farmaci sempre più efficaci affiancano la chemioterapia e i trapianti nella lotta alle leucemie. Negli ultimi anni l’introduzione degli inibitori della tirosin-chinasi ha rivoluzionato l’approccio ai tumori del sangue, e nuovi studi aggiungono continuamente contributi positivi. Per confrontare e allineare le nuove scoperte con la pratica clinica, i maggiori esperti italiani e internazionali si sono riuniti a Bergamo in occasione del corso internazionale dal titolo “Advances in Hematology and Clinical Practice”. organizzato da Fondazione per la Ricerca Ospedale Maggiore di Bergamo (F.R.O.M.), e dall’Azienda Socio-sanitaria Territoriale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, nonché promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Il Corso, giunto alla decima edizione, ha analizzato i progressi raggiunti non soltanto nella malattie ematologiche, ma anche cardiologiche e nefrologiche, e si è discusso di problemi inerenti la metodologia della ricerca» spiega Tiziano Barbui, della Fondazione per la Ricerca Ospedale Maggiore di Bergamo. «Il tema di quest’anno è stato quello di affrontare le criticità che la fase attuale dello sviluppo dell’ematologi oncologica sta vivendo in termini di separazione tra i risultati che si ottengono negli studi clinici, dove stiamo vivendo una stagione in cui tantissimi nuovi farmaci sono in farse di studio per le malattie tumorali del sangue, e quella che è la pratica clinica» aggiunge Alessandro Rambaldi, della Azienda Socio-sanitaria Territoriale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
La leucemia mieloide cronica rappresenta circa il 15% dei casi di leucemia e si stima che colpisca ogni anno in Italia circa 1.150 persone, i maschi più spesso delle femmine. L’età media alla diagnosi è circa 65 anni. Oggi se la risposta al trattamento è ottimale, come succede nella maggior parte dei casi, i pazienti hanno un’aspettativa di vita simile a quella della popolazione normale. «Se la sopravvivenza è un risultato raggiunto, grazie all’introduzione di farmaci efficaci come gli inibitori delle tirosin-chinasi, l’obiettivo finale è quello di raggiungere la remissione della malattia» commenta Rambaldi. «Il primo passo è la terapia discontinua, cioè poter interrompere il trattamento per riprenderlo se la malattia di manifesta di nuovo».
Probabilmente la seconda generazione di inibitori delle tirosin-chinasi potrebbe aumentare il numero di pazienti ai quali la terapia discontinua può essere proposta. «La liberazione dalla terapia è attrattiva, soprattutto per i pazienti più giovani, ed è attualmente un obiettivo raggiungibile sperimentalmente» spiega Michele Baccarani, Docente di Ematologia dell’Università degli Studi di Bologna. «La discontinuità del trattamento seguito da uno stretto monitoraggio ha un forte impatto, riducendo la paura di una possibile tossicità dovuta alle terapie a lungo termine. Diversi studi dimostrano che una sostanziale proporzione di pazienti con risposta molecolare profonda non ha ricadute di malattia dopo la terapia discontinua con inibitori della tirosin-chinasi».
La leucemia mieloide acuta è la seconda leucemia più diffusa (rappresenta circa il 26% del totale) e si stima che colpisca ogni anno in Italia circa 2.100 persone. Colpisce soprattutto le persone sopra i 60 anni, ma può svilupparsi anche nei bambini. un trattamento intensivo. Oggi la terapia generalmente utilizzata è la chemioterapia, ma la genetica potrebbe diventare uno dei fattori più importanti per la scelta del trattamento. «Studi molecolari hanno recentemente portato all’identificazione di lesioni genetiche che non soltanto definiscono la leucemia mieloide acuta e valutano le risposte alla terapia convenzionale, ma individuano anche il target ideale per trattamenti mirati» afferma Francesco Lo Coco, Docente di Ematologia all’Università Tor Vergata di Roma. «Oggi disponiamo di terapie che colpiscono le alterazioni molecolari ricorrenti nella leucemia mieloide acuta. Alcuni trattamenti, come nuovi inibitori della tirosin-chinasi, hanno raggiunto uno sviluppo avanzato e possono diventare un nuovo standard di cura nel prossimo futuro».
ospedale-bergamo-papaLa leucemia linfoblastica acuta rappresenta il 9,5% delle leucemie e si stima che colpisca ogni anno in Italia circa 750 persone. Questo tipo di tumore è il più diffuso tra i bambini, costituendo circa il 25% di tutti i tumori registrati nella fascia di età 0-14 anni. Più dell’80% dei bambini e circa il 30-40% degli adulti sotto i 60 anni affetti da leucemia linfoblastica acuta guariscono. In alcuni casi alterazioni genetiche influenzano il decorso della malattia e la scelta della terapia. Tra queste la traslocazione tra i cromosomi 9 e 22 porta alla formazione di un cromosoma anormale (cromosoma Philadelphia), che stimola le cellule leucemiche a sopravvivere, e a moltiplicarsi in maniera anormale. In questi casi il decorso della malattia è spesso sfavorevole, ma con l’avvento degli inibitori della tirosin-chinasi ha cambiato lo scenario anche per questa forma di leucemia.
«La leucemia linfoblastica acuta Philadelphia positiva, cioè causata da un’anomalia genetica che riguarda il cromosoma Philadelphia, è un chiaro esempio di come la conoscenza di una specifica anormalità genetica ha portato nel tempo a utilizzare le terapie mirate» racconta Robin Foà, Direttore del Centro di Ematologia dell’Umberto I, Policlinico di Roma. «I risultati ottenuti con gli inibitori della tirosin-chinasi hanno cambiato l’approccio a questa condizione nei pazienti di ogni età. L’utilizzo di inibitori della tirosin-chinasi ha determinato un marcato miglioramento nel numero e nel grado di risposte in questo gruppo di malati. La gestione della leucemia linfoblastica acuta Philadelphia positiva in pazienti di tutte le età è decisamente cambiata: dall’essere la condizione più letale è stata portata a una prognosi marcatamente migliorata grazie alla disponibilità di questi farmaci».
Leucemia è un termine con il quale si indica un insieme di malattie maligne del sangue che originano dalla proliferazione tumorale di una cellula ematopoietica. Le cellule ematopoietiche sono ospitate nel midollo osseo (a sua volta contenuto all’interno di alcuni tipi di ossa) e la loro funzione è quella di produrre le normali cellule del sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Negli individui affetti da leucemia, il midollo osseo perde la capacità di generare cellule normali acquisendo quella patologica di produrre cellule tumorali. Le cellule tumorali, sfuggendo ai fisiologici meccanismi di controllo, tendono ad accumularsi nel midollo stesso e, invadendolo, ne alterano progressivamente la funzione. Talvolta può accadere che questo accumulo di cellule tumorali nel midollo si estenda anche al sangue determinando un abnorme aumento del numero dei globuli bianchi leucemici. Sulla base della rapidità del decorso, si riconoscono leucemie acute (a rapida evoluzione) o croniche (a lenta evoluzione). Sulla base del tipo di cellula ematopoietica coinvolta, si riconoscono leucemie linfoidi o mieloidi. Quindi le principali forme a noi note sono: la leucemia linfatica acuta, la leucemia linfatica cronica, la leucemia mieloide acuta e la leucemia mieloide cronica. fonte: AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie – https://www.ail.it/patologie-e-terapie/patologie-ematologiche/leucemia

Posted in Cronaca/News, Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Chemioterapia sotto accusa in Inghilterra. Modello italiano di cura ai vertici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 settembre 2016

Uno studio inglese appena pubblicato su “Lancet Oncology” richiama l’attenzione sui rischi connessi alla chemioterapia che può talvolta nuocere in modo grave, secondo le casistiche di qualche ospedale fino al 50% dei casi: è però opportuno saper interpretare correttamente i dati per non cadere in inutili allarmismi. Gli studiosi, appartenenti al ‘Public health England’ e al ‘Cancer research Uk’, hanno adottato come misura di valutazione il numero di soggetti deceduti entro 30 giorni dall’avvio delle cure sistemiche (Sact), suggestiva di una morte causata dai farmaci piuttosto che dalla malattia cancerosa. Nello studio di popolazione, in particolare, sono stati esaminati oltre 23mila donne con ca della mammella e circa 10mila uomini con ca polmonare non a piccole cellule (Nsclc).Dall’indagine è emerso che in Inghilterra circa il 9% dei pazienti con Nsclc e il circa il 3% delle donne con tumore del seno sono deceduti entro un mese dall’inizio del trattamento. Peraltro, in alcuni ospedali il tasso di mortalità nel 1° mese in pazienti con Nsclc sottoposti a chemioterapia è risultato molto più elevato. Gli autori, comunque, sottolineano che diversi fattori influenzano il rischio di una mortalità precoce in questi tumori e che alcuni gruppi di pazienti sono significativamente ad alto rischio. «A quegli ospedali i cui tassi di morte sono al di fuori della media attesa» rilevano gli autori «si chiederà di rivedere le loro pratiche». «L’articolo è estremamente interessante perché fa il punto sulla situazione inglese. I dati che emergono – a parte quel 50% che non rappresenta la norma ed è chiaramente un’eccezione patologica – in realtà non sono così clamorosi» afferma Maurizio Tomirotti, presidente Cipomo (Collegio italiano dei primari oncologi ospedalieri) e primario di Oncologia medica della Fondazione Medico prescrive pilloleIrccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano «specie andando a guardare in dettaglio i numeri della chemioterapia per intento curativo (che ha l’obiettivo, nel caso della mammella, di guarire la malattia, viene somministrata a pazienti con tumore iniziale in fase adiuvante post-chirurgica per prevenire micrometastasi diffuse) o per intento palliativo (ovvero un intervento su una malattia disseminata che non guarirà, eseguito per ottenere remissioni a volte complete e a volte durature per anni) in cui i dati italiani sono tra i migliori del mondo e decisamente superiori a quelli inglesi». «In questa logica» riprende Tomirotti «nello studio si vede che, per la mammella, la chemioterapia con intento curativo ha una mortalità <1%: questa è chiaramente mortalità dovuta alla tossicità della chemioterapia: ma è molto limitata. Tale valore resta invariato indipendentemente da tutti i parametri che vengono frazionati per la valutazione statistica multivariata. Una mortalità <1% nella terapia adiuvante è un dato noto, accettabile a fronte di una riduzione di oltre un terzo del rischio di morte per cancro. Guardando invece il trattamento palliativo» prosegue Tomirotti «abbiamo un 8% di mortalità entro 30 giorni. Qui però l’effetto delle condizioni generali del paziente e della gravità della malattia avanzata ha un impatto importante. Per esempio nel paziente in sottopeso si arriva al 10% e nel Performance status 2-4 (quest’ultimo comprende la fascia di soggetti già in fase terminale) al 19%». Come devono essere interpretati questi dati? «Con il fatto che si sta facendo una chemioterapia al limite dell’accanimento terapeutico» risponde Tomirotti.
«In Italia consideriamo la mortalità entro 30 giorni dopo l’ultimo ciclo di chemioterapia come misura di non indicazione al trattamento: ormai il decorso della malattia è segnato, il malato è sofferente e quindi la mortalità a 30 giorni dopo la chemioterapia non significa che quest’ultima uccide l’ammalato, ma che si è fatto accanimento terapeutico, mentre la decisione corretta sarebbe stata quella di fare solo cure palliative e del dolore». Insomma, per Tomirotti non si nega certo che la chemioterapia è un trattamento che ha una sua tossicità, che però è modulata a seconda dei farmaci impiegati ed è uno degli elementi che impone cautela nell’indicazione, uno stretto monitoraggio della tossicità e dell’efficacia del trattamento eseguito da parte dello specialista (cosa che in Inghilterra non avviene, in quanto è previsto l’intervento dell’oncologo solo in veste di consultant – che vede il paziente una volta, dà un’indicazione terapeutica e il trattamento viene eseguito in genere dalla medicina generale – mentre in Italia i trattamenti sono monitorati sia nell’efficacia sia nella tossicità dagli oncologi) e che ha un rischio di tossicità ben conosciuto, deve essere condiviso con il paziente e modulato sempre in un rapporto di vantaggi in termini di indice terapeutico cioè di rapporto tra tossicità attesa ed efficacia terapeutica prevedibile». Quindi la chemioterapia è relativamente tossica ma viene utilizzata dove dà risultati che superano i rischi di tossicità. «Quando l’intento è curativo abbiamo pazienti con condizioni di salute migliori e il rischio di mortalità da chemioterapia a 30 giorni è basso, mentre nell’intento palliativo è più alto ed è un indicatore di scorretta indicazione clinica al trattamento. Rivedere le pratiche allora significa rivedere le indicazione in fasi avanzate (prevenire l’accanimento terapeutico) e verificare che vi siano misure sufficienti di sicurezza e controllo delle tossicità» conclude Tomirotti. «Questo lavoro dimostra essenzialmente due cose» aggiunge Carmine Pinto, presidente Aiom (Associazione italiana oncologia medica) e direttore della Struttura complessa di Oncologia dell’Ircss S. Maria Nuova di Reggio Emilia. «La prima è che l’Inghilterra ha un cattivo sistema assistenziale per quanto riguarda l’oncologia, legata soprattutto al fatto, già noto, la sopravvivenza mediana dei principali tumori è la più bassa di tutta l’Europa occidentale. La seconda sta nel fatto che hanno variazioni molto ampie tra ospedale e ospedale: alcuni che hanno valori pari a 0, altri arrivano al 50%. Questo dimostra che la chemioterapia deve essere fatta nelle oncologie dove non si valuta soltanto il farmaco ma si valuta il paziente e le sue caratteristiche. I dati» aggiunge Pinto «rispecchiano molto la realtà inglese: 8% nel polmone, 3% nella mammella si riferiscono a quella realtà. Del resto le carenze inglesi non sono una novità: negli anni Novanta partì lo studio internazionale Petacc di confronto tra tomudex e fluorouracile in terapia adiuvante in malati di ca del colon. Lo studio fu interrotto per 18 morti, tutti in Inghilterra, dovuti al fatto che la medicina territoriale non misurava la creatinina dei pazienti. In Italia non è assolutamente così, questi dati sui 30 giorni li raccogliamo da anni perché abbiamo la cura del paziente e, soprattutto nel tumore del polmone, l’introduzione delle cure palliative precoci». (Arturo Zenorini fonte doctor33 Lancet Oncol, 2016;17:1203-16) (foto: Medico prescrive pillole)

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Tumore polmonare e renale

Posted by fidest press agency su domenica, 28 febbraio 2016

tumore polmoneIl comitato europeo per i medicinali ad uso umano (CHMP) ha raccomandato l’approvazione di nivolumab per due nuove indicazioni: pazienti adulti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) localmente avanzato o metastatico dopo precedente chemioterapia, e con carcinoma a cellule renali avanzato precedentemente trattati. Entrambe le indicazioni sono supportate da studi di fase III, in cui nivolumab ha dimostrato un beneficio di sopravvivenza rispetto allo standard di cura. I pareri favorevoli espressi dal CHMP passano ora al vaglio della Commissione Europea che ha l’autorità di approvare i farmaci nell’Unione Europea. Nivolumab è già stato approvato dalla Commissione Europea nei pazienti con melanoma avanzato e con NSCLC squamoso avanzato precedentemente trattati.
Nel tumore del polmone, il CHMP ha espresso opinione favorevole sulla base di una revisione dello studio globale di fase III CheckMate -057, che ha valutato la sopravvivenza dei pazienti con NSCLC non squamoso in progressione durante o dopo un regime chemioterapico doppio a base di platino. Nello studio, nivolumab ha dimostrato una sopravvivenza globale (OS) superiore nei pazienti con NSCLC non squamoso precedentemente trattati, rispetto alla chemioterapia, con una riduzione del rischio di morte del 27% (HR: 0,73; IC 95%: 0,59 – 0,89; p = 0,0015), in un’analisi ad interim prespecificata. La OS mediana è risultata pari a 12,2 mesi nel braccio trattato con nivolumab (IC 95%: 9,7 – 15,0) e 9,4 mesi nel braccio con docetaxel (IC 95%: 8,0 – 10,7). Il 51% dei pazienti era ancora vivo dopo un anno nel braccio con nivolumab (IC 95%: 45 – 56) rispetto al 39% dei pazienti trattati con docetaxel (IC 95%: 33 – 45). Il profilo di sicurezza di nivolumab nello studio CheckMate -057 era in linea con i risultati di studi precedenti. Nell’intera popolazione di pazienti, indipendentemente dall’espressione di PD-L1, gli eventi avversi gravi più frequenti, che si sono manifestati in almeno il 2% dei pazienti che hanno ricevuto nivolumab, sono stati polmonite, embolia polmonare, dispnea, versamento pleurico e insufficienza respiratoria. Le reazioni avverse più comuni con nivolumab (in > 20% dei pazienti) sono state affaticamento (49%), dolore muscolo-scheletrico (36%), tosse (30%), riduzione dell’appetito (29%) e costipazione (23%).
Nel carcinoma a cellule renali, il CHMP ha espresso parere positivo sulla base di una revisione dello studio di fase III CheckMate -025, che ha valutato nivolumab vs everolimus in pazienti con carcinoma a cellule renali a cellule chiare in stadio avanzato dopo precedente trattamento anti-angiogenico. L’endpoint primario era la OS. I pazienti trattati con nivolumab in questo studio hanno ottenuto un miglioramento della OS superiore a 5 mesi con una OS mediana di 25 mesi con nivolumab e di 19,6 mesi con everolimus (HR: 0,73; IC 98,5%: 0,57 – 0,93; p = 0,0018). Il beneficio di OS era indipendente dall’espressione di PD-L1. Nivolumab è la prima e unica terapia anti-PD-1 che mostra un significativo beneficio di sopravvivenza in questa popolazione di pazienti in uno studio randomizzato di fase III. Inoltre, i pazienti trattati con nivolumab hanno evidenziato anche un significativo miglioramento della qualità di vita e della riduzione dei sintomi rispetto a coloro che hanno ricevuto everolimus. Il profilo di sicurezza di nivolumab nello studio CheckMate -025 è in linea con quanto osservato in studi precedenti. Eventi avversi gravi si sono manifestati nel 47% dei pazienti trattati con nivolumab. Le reazioni avverse gravi più frequenti, osservate in almeno il 2% dei pazienti in trattamento con il farmaco, sono state danno renale acuto, versamento pleurico, polmonite, diarrea e ipercalcemia. In questo studio, le reazioni avverse più comuni nei pazienti trattati con nivolumab rispetto a everolimus (in > 20% dei pazienti) sono state astenia (56% vs 57%), tosse (34% vs 38%), nausea (28% vs 29%), rash cutaneo (28% vs 36%), dispnea (27% vs 31%), diarrea (25% vs 32%), costipazione (23% vs 18%), riduzione dell’appetito (23% vs 30%), dolore dorsale (21% vs 16%) e artralgia (20% vs 14%).
I risultati di CheckMate -057 e CheckMate -025 sono stati presentati allo European Cancer Congress nel 2015 e pubblicati sul New England Journal of Medicine.
Il tumore del polmone è la principale causa di morte per cancro al mondo e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è responsabile di più di 1,5 milioni di decessi ogni anno. Il tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) è una delle forme più frequenti di questa malattia con l’85% circa dei casi. Il 25% – 30% del totale è rappresentato dal carcinoma a cellule squamose, l’istologia di tipo non squamoso copre circa il 50% – 65% dei casi. I tassi di sopravvivenza variano a seconda dello stadio e del tipo di tumore al momento della diagnosi. Complessivamente, la sopravvivenza a 5 anni per il tumore del polmone non a piccole cellule in stadio I è compresa tra il 47% e il 50%, mentre per lo stadio IV scende al 2%.
Il carcinoma a cellule renali è il tipo di tumore del rene più comune negli adulti, responsabile ogni anno di oltre 100.000 morti nel mondo. Il carcinoma a cellule renali a cellule chiare è il tipo di tumore renale a prevalenza più alta e costituisce l’80 – 90% dei casi totali. Il carcinoma a cellule renali è circa due volte più comune negli uomini che nelle donne, con alti tassi di malattia nel Nord America e in Europa. Globalmente, il tasso di sopravvivenza a cinque anni, nei pazienti che ricevono diagnosi di tumore del rene metastatico o avanzato, è del 12,1%.
Per Bristol-Myers Squibb il futuro nel trattamento del cancro è l’Immuno-Oncologia, considerata oggi una delle più importanti opzioni terapeutiche insieme a chirurgia, radioterapia, chemioterapia e terapie target, per alcune tipologie di tumori.
Possediamo un ampio portfolio di farmaci immuno-oncologici, approvati e in fase di sperimentazione, molti dei quali sono stati scoperti e sviluppati dai nostri ricercatori. Il nostro programma clinico di Immuno-Oncologia si rivolge ad ampie popolazioni di pazienti, con tumori solidi e neoplasie ematologiche, linee di terapia e istologie diverse, allo scopo di rafforzare i nostri studi clinici in termini di sopravvivenza globale e di altri importanti parametri, come la durata della risposta. Abbiamo guidato la ricerca che ha portato alla prima approvazione della combinazione di due farmaci immuno-oncologici e continuiamo a studiare il ruolo delle combinazioni contro il cancro. Abbiamo anche studiato il coinvolgimento di altre vie del sistema immunitario nel trattamento dei tumori, tra cui CTLA-4, CD-137, KIR, SLAMF7, PD-1, GITR, CSF1R, IDO e LAG-3. Queste vie possono portare a nuove potenziali opzioni terapeutiche, in combinazione o in monoterapia, per aiutare i pazienti a combattere diverse forme di cancro.
La nostra collaborazione con le istituzioni accademiche, così come con piccole e grandi aziende biotech, è responsabile della ricerca di potenziali combinazioni immuno-oncologiche e non immuno-oncologiche, con l’obiettivo di offrire nuove opzioni di trattamento nella pratica clinica. Il nostro obiettivo è quello di modificare le aspettative di sopravvivenza in tumori difficili da trattare e il modo in cui i pazienti convivono con il cancro.
Nivolumab.Le cellule tumorali possono sfruttare vie “regolatorie”, come quelle di checkpoint, per nascondersi dal sistema immunitario e proteggere il tumore dall’attacco immune. Nivolumab è un inibitore di checkpoint immunitario che si lega al recettore di checkpoint PD-1 espresso dalle cellule T attivate bloccandone il legame con i ligandi PD-L1 e PD-L2 e prevenendo di conseguenza il segnale inibitorio della via PD-1 sul sistema immunitario, interferendo anche con la risposta immunitaria anti-tumorale.
Il vasto programma di sviluppo globale di nivolumab si basa sulle conoscenze di Bristol-Myers Squibb della biologia che sta alla base dell’Immuno-Oncologia. Siamo al primo posto nel ricercare il potenziale dell’Immuno-Oncologia per aumentare la sopravvivenza in pazienti con tumori difficili da trattare. Su questo ‘expertise’ scientifico si fonda il programma di sviluppo di nivolumab, che include un’ampia gamma di studi clinici in fase III che valutano la sopravvivenza globale come endpoint primario in molti tipi di tumori. Gli studi clinici su nivolumab hanno anche contribuito alla comprensione in ambito clinico e scientifico del ruolo dei biomarcatori e di come i pazienti possono beneficiare del trattamento con nivolumab indipendentemente dall’espressione di PD-L1. Ad oggi, nel programma di sviluppo clinico di nivolumab sono stati arruolati più di 18.000 pazienti.
Bristol-Myers Squibb e la collaborazione con Ono Pharmaceutical Nel 2011, grazie ad un accordo di collaborazione con Ono Pharmaceutical Co., Bristol-Myers Squibb ha esteso i diritti per nivolumab in tutto il mondo esclusi Giappone, Corea del Sud e Taiwan, dove Ono mantiene i diritti sul farmaco. Il 23 luglio 2014, Bristol-Myers Squibb e Ono Pharmaceutical hanno ulteriormente ampliato l’accordo di collaborazione strategica per sviluppare e commercializzare congiuntamente sia molecole singole che regimi di combinazione per il Giappone, Corea del Sud e Taiwan.
Bristol-Myers Squibb è un’azienda biopharma globale, la cui mission è scoprire, sviluppare e rendere disponibili farmaci innovativi che aiutino i pazienti a combattere gravi malattie. Per maggiori informazioni, visitate il sito: http://www.bms.com e http://www.bms.it.

Posted in Cronaca/News, Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Tumore del polmone: arriva in Europa Nivolumab

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 luglio 2015

tumore polmoneLa Commissione Europea ha approvato nivolumab, un inibitore del checkpoint immunitario PD-1, per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) squamoso localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattato con la chemioterapia. Questa approvazione segna il primo grande passo avanti in Europa nel trattamento di questa patologia in più di un decennio e rende possibile la commercializzazione di nivolumab in tutti i 28 Stati membri dell’Unione Europea. Nivolumab è il primo e unico inibitore di checkpoint immunitario PD-1 che ha dimostrato un beneficio di sopravvivenza globale in pazienti con NSCLC squamoso metastatico precedentemente trattati.
Lo studio di fase III CheckMate -017, uno dei due studi sui quali si è basata l’approvazione in Europa di nivolumab nel tumore del polmone in stadio avanzato, ha evidenziato un tasso di sopravvivenza a un anno del 42% e una riduzione del rischio di morte del 41% nei pazienti trattati con il farmaco rispetto alla terapia standard. In Europa, i tassi di incidenza e mortalità del tumore del polmone sono in aumento, con un quinto dei casi globali di morte per tumore dovuto a questa neoplasia. Il NSCLC è una delle forme più comuni di questa malattia che rappresenta circa l’85% dei casi di cancro del polmone, mentre il NSCLC squamoso è responsabile di circa il 25% – 30% di tutti i tumori polmonari. Nei pazienti con NSCLC, nei quali la malattia si ripresenta o progredisce con la chemioterapia, le opzioni di trattamento sono limitate e la prognosi è sfavorevole, con un tasso di sopravvivenza a cinque anni di circa il 2% globalmente. L’approvazione della Commissione Europea si basa sui dati di due studi (CheckMate -017 di fase III e CheckMate -063 di fase II). In entrambi, il dosaggio di nivolumab era 3 mg/kg ogni due settimane, lo stesso utilizzato in tutti gli studi di fase III durante il programma di sviluppo clinico di nivolumab nei diversi tipi di tumori.
CheckMate -017 è uno studio clinico randomizzato di landmark, di fase III, in aperto, che ha confrontato nivolumab (3 mg/kg in infusione endovenosa di 60 minuti ogni due settimane) con lo standard di cura, docetaxel (75 mg/m2 per via endovenosa ogni tre settimane), in pazienti con NSCLC squamoso avanzato in progressione durante o dopo un regime chemioterapico contenente platino. È il primo studio di fase III ad aver dimostrato un beneficio di sopravvivenza globale nel NSCLC avanzato, con un tasso di sopravvivenza a un anno del 42% con nivolumab vs 24% con docetaxel e una riduzione del rischio di morte del 41% nei pazienti trattati con nivolumab. Nivolumab ha anche dimostrato un miglioramento del tasso di risposta globale e di sopravvivenza libera da progressione.
I risultati di CheckMate -017 sono stati recentemente pubblicati sulla rivista The New England Journal of Medicine e presentati in una sessione orale dell’ultimo congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology a maggio 2015.
CheckMate -063 è uno studio di fase II, in singolo braccio, in aperto, che ha valutato nivolumab in pazienti con NSCLC squamoso metastatico in progressione dopo aver ricevuto due o più linee di terapia. In questo studio, il tasso di risposta obiettiva confermata da un comitato indipendente di revisione radiologica era l’endpoint primario dello studio ed è risultato pari al 14,5%, con una sopravvivenza a un anno del 41% e una sopravvivenza globale mediana di 8,21 mesi. Il profilo di sicurezza di nivolumab nello studio CheckMate -063 era simile a quanto osservato in studi clinici precedenti.
Bristol-Myers Squibb ha sottomesso per nivolumab due diverse richieste di autorizzazione all’immissione in commercio, una per il melanoma avanzato e una per il NSCLC squamoso, al fine di rendere disponibile al personale medico, più celermente, nivolumab in entrambe le indicazioni. Lo scopo è di ottenere che queste due autorizzazioni all’immissione in commercio “convergano” verso la fine del 2015 in un’unica autorizzazione sotto il nome commerciale della specialità medicinale attualmente autorizzata per il melanoma.
Bristol-Myers Squibb ha un vasto programma di sviluppo clinico con oltre 8.000 pazienti arruolati in tutto il mondo in più di 50 studi per valutare nivolumab in diversi tipi di tumore – in monoterapia o in combinazione con altre terapie.
Nivolumab è stato il primo inibitore di checkpoint immunitario PD-1 al mondo a ottenere l’approvazione; infatti, il 4 luglio 2014 Ono Pharmaceutical Co. ha annunciato di aver ricevuto il via libera per la produzione e commercializzazione del farmaco in Giappone per il trattamento dei pazienti con melanoma inoperabile.
Negli Stati Uniti, il 22 dicembre 2014 la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato nivolumab per la prima volta per il trattamento dei pazienti con melanoma non operabile o metastatico in progressione dopo terapia con ipilimumab e, in caso di mutazione di BRAF V600, anche con un inibitore di BRAF. Nivolumab ha ottenuto la seconda approvazione dalla FDA, il 4 marzo 2015, per il trattamento dei pazienti con NSCLC squamoso metastatico in progressione durante o dopo chemioterapia a base di platino e la Commissione Europea ha annunciato, il 19 giugno 2015, l’approvazione di nivolumab per il trattamento del melanoma avanzato (non operabile o metastatico) nei pazienti adulti, indipendentemente dallo stato di BRAF.
Il tumore del polmone è la principale causa di morte per cancro al mondo e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è responsabile di più di 1,5 milioni di decessi ogni anno. Il NSCLC è una delle forme più frequenti di questa malattia con l’85% circa dei casi. La sopravvivenza varia a seconda dello stadio, istologia e sottotipo di tumore del polmone. La maggioranza dei pazienti con NSCLC riceve la diagnosi della malattia in stadio avanzato. Complessivamente, la sopravvivenza a 5 anni per questo tipo di tumore in stadio I è compresa tra il 47% e il 50%, mentre per lo stadio IV sempre a 5 anni scende al 2%.
Nell’Unione Europea, il tumore del polmone rappresenta il peso economico più alto tra tutti i tipi di cancro e costa circa 18,8 miliardi Euro, cioè il 15% dei costi globali per tumore.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Tumore al polmone e chemioterapia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2015

chicagoChicago Una nuova arma contro il tumore del polmone in fase avanzata. È costituita da un nanofarmaco, nab-paclitaxel, che associato a carboplatino (un farmaco chemioterapico) ha dimostrato maggiore efficacia nel trattamento tumore del polmone non a piccole cellule squamoso (la forma più diffusa), in particolare nei pazienti anziani colpiti da questa malattia. La notizia viene dal 51° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) che si chiude a Chicago. Negli Stati Uniti questa associazione rappresenta già uno degli standard di trattamento. Nel nostro Paese negli over 70 il tumore del polmone è la seconda neoplasia più frequente fra gli uomini (17%) e la terza fra le donne (7%). “Il dato riportato negli anziani è determinato dall’ottima tollerabilità e dalla minore tossicità del farmaco – spiega il prof. Cesare Gridelli, Direttore del Dipartimento di Onco-ematologia dell’Azienda Ospedaliera Moscati di Avellino -. Con nab-paclitaxel, la concentrazione di paclitaxel libera nell’organismo è 10 volte superiore a quella di paclitaxel convenzionale, permettendo una maggiore esposizione al farmaco rispetto alla formulazione tradizionale. È in fase di studio l’utilizzo di nab-paclitaxel in mantenimento come agente singolo, dopo la prima fase del trattamento rappresentata dall’associazione con carboplatino”. Con 1.800.000 casi diagnosticati nel 2012, il tumore del polmone è la forma di neoplasia maschile più frequente al mondo, la terza per le donne dopo il tumore della mammella e del colon. Nel 2014 sono state stimate in Italia 40.000 nuove diagnosi (circa il 30% fra le donne). Rappresentano l’11% di tutte le nuove diagnosi di cancro nella popolazione generale (più in particolare, il 15% di queste nei maschi e il 6% nelle femmine). Negli ultimi anni si è registrato un progressivo e preoccupante aumento di casi nelle donne, dovuto al diffondersi del vizio del fumo. È infatti statisticamente dimostrato che il consumo di prodotti a base di tabacco sia responsabile dell’85-90% dei casi di neoplasie polmonari. La probabilità di sviluppare la malattia aumenta di 14 volte nei tabagisti rispetto ai non fumatori (e fino a 20 volte nelle persone che consumano oltre 20 sigarette al giorno). È una patologia subdola che, spesso, non presenta sintomi fino allo stadio avanzato. “Al Congresso ASCO – conclude il prof. Gridelli – sono stati presentati anche dati provenienti dalla pratica clinica americana che hanno confermato l’ottima tollerabilità di questa terapia e la possibilità di eseguire trattamenti anche di lunga durata. Inoltre, sono stati presentati dati preliminari molto confortanti sull’associazione di nab-paclitaxel con nivolumab, un nuovo farmaco immunoterapico. Si prospetta di particolare interesse l’interazione della chemioterapia target costituita da nab-paclitaxel con l’immunoterapia, una delle aree più promettenti del trattamento di questa neoplasia”.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Chemio letale a Palermo

Posted by fidest press agency su domenica, 1 gennaio 2012

English: Piazza Pretoria, Palermo, Sicily, Ita...

Image via Wikipedia

Il Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari, Leoluca Orlando, ha disposto l’invio di una richiesta di relazione all’assessore alla Sanità della Regione Sicilia, Massimo Russo, per avere informazioni in merito a quanto accaduto ad una donna deceduta all’ospedale Cervello di Palermo giovedì scorso. Secondo quanto denunciato dai parenti, alla trentaquattrenne sarebbe stata somministrata un dose letale di chemioterapia. Sul caso, la magistratura ha aperto un’inchiesta e il direttore generale del Policlinico di Palermo, Mario La Rocca, ha avviato un’indagine interna. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti, lo scorso 7 dicembre la paziente, che soffriva di tumre alla gola, era stata sottoposta all’ennesimo ciclo di chemioterapia presso la divisione oncologica del Policlinico di Palermo. Ritornata a casa avrebbe accusato un malore, cui è seguito il ricovero presso il Policlinico e l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni. Da qui la decisione di trasferirla nel reparto di rianimazione dell’ospedale Cervello, dove è deceduta. “Nell’esprimere solidarietà e vicinanza ai famigliari della signora Lembo, la Commissione d’inchiesta che presiedo – ha dichiarato Orlando – ritiene necessario far chiarezza su quanto avvenuto ed acquisire ogni dato utile a conoscere lo svolgimento dei fatti. Chiederemo, pertanto, all’Assessore Russo, che ha già chiesto informazioni alla direzione generale del Policlinico, di comunicarci, quanto prima, le risultanze degli accertamenti, con particolare riguardo ad eventuali criticità organizzative riscontrate, così come ad iniziative amministrative, sanzionatorie e/o cautelari, assunte a fronte di responsabilità individuali eventualmente emerse. La documentazione acquisita – ha concluso Orlando – sarà valutata per eventuali, ulteriori adempimenti di competenza”.

Posted in Diritti/Human rights, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Carcinoma mammario metastatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 dicembre 2011

Squamous carcinoma of the cervix

Presentati, in occasione del 34º San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS) CTRC-AACR che si tiene dal 6 al 10 dicembre 2011, i risultati di CLEOPATRA, il primo studio randomizzato di fase III con il farmaco “target” rivolto verso HER2, pertuzumab. Lo studio ha posto a confronto la combinazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia a base di docetaxel con trastuzumab e docetaxel in pazienti con carcinoma mammario metastatico (mBC) HER2-positivo non precedentemente trattato. I pazienti trattati con pertuzumab in combinazione con trastuzumab e chemioterapia hanno ottenuto una riduzione pari al 38% del rischio di peggioramento della malattia o di mortalità (sopravvivenza libera da progressione, o PFS), (HR=0,62; valore p=<0,0001). La PFS mediana è migliorata di 6,1 mesi (da 12,4 mesi per trastuzumab e chemioterapia a 18,5 mesi per pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia). I dati sulla sopravvivenza globale (OS) sono attualmente immaturi, con una tendenza a favore della combinazione con pertuzumab.Non si sono osservati nuovi segnali sulla sicurezza della terapia e gli eventi avversi sono stati in linea con quelli verificatisi in studi precedenti con pertuzumab e trastuzumab, in associazione o in monoterapia.I risultati saranno inseriti nel programma stampa ufficiale del SABCS.I dati sono stati pubblicati nell’edizione online del New England Journal of Medicine. Genentech ha presentato alla FDA la Biologics License Application (richiesta di licenza per il commercio dei farmaci) per pertuzumab per le pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2-positivo non precedentemente trattato e Roche ha presentato, all’Agenzia Europea, la domanda per l’autorizzazione al commercio per pertuzumab nella stessa indicazione.“Studiamo la via di trasduzione del segnale dell’HER2 da 30 anni con l’obiettivo di offrire farmaci personalizzati alle pazienti affette da carcinoma mammario HER2-positivo”, ha dichiarato Hal Barron, M.D., Chief Medical Officer e Head, Global Product Development. “Questi risultati mostrano che presto saremo in grado di migliorare l’attuale standard terapeutico, costituito da trastuzumab più chemioterapia, in modo da aiutare le pazienti affette da questa forma avanzata di cancro”. Si ritiene che i meccanismi di azione di pertuzumab e trastuzumab siano complementari tra loro, poiché entrambi si legano al recettore HER2, ma in regioni differenti del recettore stesso, potendo così fornire un blocco più completo delle vie di trasduzione del segnale di HER.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Carnitina contro gli effetti tossici della chemioterapia

Posted by fidest press agency su sabato, 4 dicembre 2010

La carnitina, sostanza che svolge un ruolo chiave nell’organismo, assicurando un approvvigionamento costante ed equilibrato di energia “pulita”, potrebbe rivelarsi uno strumento importante per migliorare la qualità di vita dei pazienti in trattamento con farmaci antitumorali: questa sostanza sarebbe infatti in grado di “salvare” le cellule dalla tossicità della chemioterapia.
Di fatto l’impiego ottimale dei trattamenti chemioterapici nel cancro è principalmente limitato dalla loro tossicità multi-organo, fenomeno potenzialmente letale. Negli ultimi anni, vari studi clinici e sperimentali hanno dimostrato che alcuni importanti farmaci antitumorali interferiscono con l’assorbimento, la sintesi e l’escrezione della carnitina in tessuti non tumorali, inducendo una carenza secondaria di questa sostanza cui si può porre rimedio con una opportuna somministrazione, senza ridurre l’efficacia della chemioterapia.  A mettere in relazione carnitina ed effetti tossici dei farmaci antitumorali, in particolare, sono stati gli studi del Professor Mohamed Sayed-Ahmed, del Department of Pharmacology, College of Pharmacy, all’Università King Saud, Arabia Saudita, che hanno messo in evidenza i meccanismi con i quali una somministrazione integrativa di carnitina può prevenire le alterazioni metaboliche del cuore provocate dalla doxorubicina, un chemioterapico di uso comune, che induce cardiomiopatia e interferisce con il sistema delle carnitine nel cuore.  Questi studi hanno aperto nuove prospettive terapeutiche per migliorare la qualità di vita dei pazienti oncologici: la carnitina potrebbe in futuro essere somministrata in abbinamento a doxorubicina, cisplatino, carboplatino, ciclofosfamide ed ifosfamide per ridurne la tossicità multi-organo e consentire di somministrarne dosi maggiori, eliminando un maggior numero di cellule tumorali e aumentando così le possibilità di sopravvivenza dei pazienti.
La nuova rubrica di Carnitina Official Site vuole essere un’ulteriore occasione di approfondimento sul vasto mondo delle carnitine, per gli addetti ai lavori o per tutte le persone in cerca di informazioni. Periodicamente saranno pubblicate interviste esclusive agli opinion leader di riferimento, con focus sulle nuove prospettive aperte dall’uso terapeutico della carnitina, che potrebbe essere la chiave per trovare nuovi approcci nella lotta contro patologie come il diabete, la demenza, o il cancro.
Carnitina Official Site è una delle più importanti fonti di informazione on line a livello mondiale sulla carnitina; nato dall’esigenza di mettere ordine, attraverso un sito attendibile e aggiornato, alla grande mole di materiali generata dall’interesse sempre maggiore per lo studio di questa sostanza, è on line dall’8 maggio 2010.
Promosso dalla Fondazione Gianni Benzi e dalla Fondazione Sigma-Tau, il sito, accessibile all’indirizzo http://www.carnitinaofficialsite.it in due versioni, italiano e inglese, è articolato in un’area ad accesso libero e in una ad accesso riservato, previa registrazione, a medici, farmacisti e operatori sanitari. Testi, video, animazioni e disegni guidano i visitatori, compresi quelli che non hanno dimestichezza con il mondo della biologia, alla scoperta di una delle sostanze più affascinanti studiate in questi anni. Scoperta nel 1905 nella carne, rimase per anni una curiosità per biochimici, poi si scoprì il suo coinvolgimento nei meccanismi di trasporto degli acidi grassi all’interno dei mitocondri, le centrali energetiche delle nostre cellule. Coinvolta nei processi di conversione del cibo in energia, ritenuta sostanza salva-cuore e salva-vita, la carnitina potrebbe rappresentare la chiave di volta per capire i meccanismi di molte malattie, incluse quelle oncologiche.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Cancro del colon, chemioterapia sicura negli anziani

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 marzo 2010

Nonostante esistano prove che la chemioterapia adiuvante sia efficace nei pazienti anziani con cancro del colon in stadio III, questi ultimi sono sottoposti più raramente a questa terapia rispetto ai soggetti giovani, probabilmente per il timore di eventi avversi. Uno studio osservazionale americano è stato ora condotto per valutare gli esiti di tale approccio terapeutico in questa specifica popolazione di pazienti. Sono stati coinvolti 675 pazienti con diagnosi di cancro del colon di stadio III dal 2003 fino al 2005, sottoposti a resezione chirurgica e monitorati per 15 mesi dopo la diagnosi. Su 202 pazienti di età pari o superiore a 75 anni, 101 (50%) hanno ricevuto una chemioterapia adiuvante rispetto all’87% dei 473 pazienti più giovani (differenza 37%). Tra i soggetti che hanno ricevuto la chemioterapia adiuvante, 14 soggetti (14%) di età pari o superiore a 75 anni e 178 soggetti (44%) più giovani furono sottoposti a un regime contenente oxaliplatino (differenza 30%). I soggetti più anziani erano meno inclini a continuare la terapia. Tra i pazienti in terapia adiuvante, i tassi aggiustati di eventi clinici avversi tardivi erano inferiori nei pazienti 75enni (media 0,28) rispetto ai soggetti più giovani. Nel complesso, tra i pazienti con cancro del colon di stadio III sottoposti a chirurgia e a terapia adiuvante, nella comunità i più anziani hanno ricevuto regimi chemioterapici più brevi e meno tossici, e i trattati hanno avuto meno eventi avversi rispetto ai pazienti più giovani. JAMA, 2010;303(11):1037-45 (fonte doctor news)

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

I progressi dell’oncologia clinica

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 dicembre 2009

Darmstadt. L’American Society of Clinical Oncology (ASCO) ha nuovamente riconosciuto Cetuximab come uno dei più importanti progressi dell’oncologia clinica del 2009. Quest’anno Cetuximab ha conseguito tale riconoscimento dall’ASCO in quanto, per la prima volta in 30 anni, ha ottenuto un aumento significativo della sopravvivenza nel trattamento di prima linea di pazienti con tumore ricorrente e/o metastatico a cellule squamose della testa-collo (SCCHN, Squamous Cell Carcinoma of the Head and Neck).   Lo studio EXTREME ha dimostrato che i pazienti colpiti da SCCHN trattati con Cetuximab in associazione alla chemioterapia hanno mostrato i seguenti miglioramenti, rispetto a quelli trattati con la sola chemioterapia:  Un incremento della sopravvivenza mediana totale di quasi 3 mesi (10.1 vs. 7.4 mesi; p=0.04), pari ad una riduzione del 20% del rischio di morte (HR: 0.80) durante il periodo di studio. Un incremento del 46% della sopravvivenza mediana libera da progressione (5.6 vs. 3.3 mesi; p<0.001). Un  tasso di risposta quasi doppio (36% vs. 20%; p<0.001). In base ai risultati dello studio EXTREME, nel corso di quest’anno il Gruppo di Lavoro ESMO per le Linee-Guida ha raccomandato Cetuximab come unico trattamento con un grado ‘A’ di raccomandazione e un livello ’I’ di evidenze.
I tumori della testa e del collo comprendono i tumori della lingua, della bocca, delle ghiandole salivari, della faringe, della laringe, dei seni paranasali e di altre aree situate nel settore cervico-facciale. Si stima che in Europa vi siano circa 143.000 nuovi casi di tumori della testa e del collo e più di 68.000 decessi ogni anno dovuti a questa patologia”. Nel 90% circa dei casi, i tumori della testa e del collo sono a cellule squamose7 e quasi tutti presentano l’EGFR, fattore cruciale per la crescita del tumore. Circa il 40% dei pazienti colpiti da un tumore della testa e del collo, ha una forma ricorrente e/o metastatica9. Infine, almeno il 75% dei tumori della testa e del collo vengono attribuiti al fumo di tabacco e al consumo di alcool, che rappresentano i due maggiori fattori di rischio”.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Linfomi: malattie sempre più spesso guaribili

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 settembre 2009

Roma 24 settembre al Teatro Sistina Serata speciale con Massimo Ranieri dedicata all’AIL, Associazione Italiana contro le Leucemie – Linfomi e Mieloma. Oltre 1 milione di persone al mondo convivono con un linfoma. E sono 350.000 i nuovi casi ogni anno a livello mondiale, 16.000 in Italia. Oggi, rispetto a pochi anni fa, il linfoma si può curare, grazie alla chemioterapia, al trapianto di midollo e ai farmaci biologici come il rituximab.  Oggi le prospettive di vita per i pazienti affetti da linfoma sono molto migliorate: le possibilità di guarigione sono quasi raddoppiate ed i pazienti vivono più a lungo. Il linfoma non Hodgkin, la forma più diffusa con 12.000 nuovi casi ogni anno, si distingue in diverse tipologie a seconda del tipo istologico: ognuna presenta prognosi, durata e tipo di trattamento differenziato. Nel caso del linfoma a grandi cellule, per esempio, circa il 60-70% dei pazienti può guarire.  Tre sono i capisaldi della lotta al linfoma: la chemioterapia tradizionale, il trapianto di midollo osseo e i farmaci biologici, che colpendo in modo mirato solo le cellule tumorali, sono meno debilitanti per il paziente. “Tra questi il rituximab ha dato i risultati migliori: questo farmaco riconosce un antigene di superficie presente sulle cellule del linfoma (l’antigene CD20), si concentra su quello, uccidendo la cellula tumorale. È una sorta di ‘proiettile intelligente’ – afferma Maurizio Martelli, Ricercatore Dipartimento di Ematologia, all’Università di Roma “La Sapienza”. “Va ricordato però che il solo anticorpo non sostituisce la chemioterapia. L’aggiunta dell’anticorpo alla chemioterapia ha migliorato in maniera significativa i risultati in termini di sopravvivenza e di remissione completa della malattia.”  Roche, la più grande azienda di biotecnologie al mondo, sostiene da diversi anni alcune tra le iniziative promosse dall’AIL, che quest’anno celebra il suo 40° anno di attività. La Ricerca ha fatto passi da gigante nella messa a punto di terapie per la cura delle malattie del sangue, ma deve assolutamente proseguire. È proprio per questo che l’AIL, da 40 anni riferimento fondamentale per i pazienti, invita tutti i cittadini a dare il loro contributo per sostenere ancora una volta la Ricerca contro queste malattie.
Il linfoma
È un tipo di tumore che si può sviluppare quando si verifica un errore nella produzione dei linfociti. Come risultato, si ha una cellula anomala che diventa tumorale a causa di una velocissima ed infinita replicazione. Queste cellule perdono la capacità di andare incontro a “morte programmata” (apoptosi) e possono accumularsi nei linfonodi dando così origine a tumori e provocando l’ingrossamento dei linfonodi.  Come i linfociti normali, anche quelli maligni possono svilupparsi in diverse parti del corpo come linfonodi, milza, midollo osseo, sangue od altri organi.   Le cause esatte del linfoma rimangono ancora sconosciute. Tuttavia, la ricerca si sta focalizzando su alcuni fattori che possono contribuire allo sviluppo del linfoma, quali fattori genetici, un indebolimento del sistema immunitario ed alcuni virus come l’HIV.  Esistono due tipi di tumore del sistema linfatico:  linfoma di Hodgkin, (o Morbo di Hodgkin, dal nome del medico che per primo lo individuò nel 1832), caratterizzato dalla presenza di un particolare tipo di cellule tumorali, le cosiddette cellule di Reed Sternberg, non rilevabili nelle altre forme di linfoma; linfomi Non-Hodgkin (LNH) che rappresentano la categoria più comune e diffusa. Esistono più di 30 tipi diversi di linfomi Non-Hodgkin i quali vengono solitamente distinti in due gruppi, a seconda della rapidità di crescita del tumore:indolenti (basso grado di malignità): le cellule tumorali si dividono e si moltiplicano lentamente, rendendo difficoltosa la diagnosi iniziale. I pazienti affetti da questi linfomi possono convivere con la malattia per molti anni, ma le terapie standard non sono in grado di contrastare la malattia quando già si trova in uno stadio avanzato. La forma indolente, a sviluppo lento, rappresenta il 45% dei linfomi Non-Hodgkin; aggressivi (grado di malignità medio/alto): le cellule tumorali si dividono e si moltiplicano rapidamente e, se non trattato, il linfoma può essere fatale nel giro di sei mesi-due anni. La forma aggressiva, o a crescita rapida, che si presenta in circa il 55% dei pazienti con linfoma Non-Hodgkin, è quella più sensibile alle terapie.
La sintomatologia dei linfomi è molto variabile: a volte sono asintomatici, a volte compaiono con sintomi molto generici, come febbre, sudorazione intensa (soprattutto notturna), dimagrimento, spossatezza e prurito persistente in tutto il corpo. Non esistono test per diagnosticare precocemente il linfoma Non-Hodgkin e la biopsia sul linfonodo è l’unico metodo che consente una diagnosi accurata del linfoma. Il linfonodo deve essere prelevato per intero per consentire l’analisi di tutta la struttura ghiandolare e per definire nel modo più preciso il tipo istologico (istotipo) del linfoma ovvero la “carta d’identità del tumore”. Dal tipo di linfoma deriva l’aggressività clinica della malattia e, di conseguenza, la terapia. Nei casi in cui i linfonodi sono presenti esclusivamente in una sede profonda, come l’addome e il torace, per formulare una diagnosi è necessario un intervento chirurgico in sede addominale (laparotomia o laparoscopia) o toracica (toracotomia o broncoscopia o mediastinoscopia). Una volta individuato il tipo di linfoma è opportuno conoscerne la sua diffusione. Può  essere infatti colpita una singola sede linfonodale oppure più  sedi. Mediante una serie di accertamenti diagnostici di laboratorio (esami del sangue), radiologici (TAC, PET, ecografia, esami radiologici tradizionali) e, ove necessario, endoscopici è possibile definire la diffusione della malattia e classificarla in stadi.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Chemioterapia di mantenimento

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2009

Esiste una nuova strategia per il trattamento delle neoplasie, emersa nel corso del meeting annuale dell’American Society of clinical oncology, che consiste nell’usare la chemioterapia continuativamente trattando così i tumori come malattie croniche da tenere sotto controllo. Molti studi suggeriscono che la chemioterapia porterebbe benefici aggiuntivi se somministrata anche come terapia di mantenimento per prevenire le recidive. L’approccio sembra particolarmente incoraggiante per il cancro alle ovaie e al polmone, il mieloma multiplo e il linfoma non-Hodgkin’s. Una chemioterapia cronica è compatibile con la nuova generazione di farmaci meno tossici e meglio tollerati dai pazienti. “I dati ci dicono che in generale è meglio fare di più contro il cancro, sia in termini di durata delle terapie sia di quantità dei farmaci somministrati, ma ovviamente si tratta di valutare i costi benefici caso per caso”, ha commentato Susan Kelly della Fondazione USA per la ricerca contro il mieloma.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Terapia della leucemia acuta linfoblastica dell’adulto

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 maggio 2009

E’ targato Bergamo uno studio innovativo che applica   la  biologia  molecolare  al  trattamento della  leucemia  acuta linfoblastica   dell’adulto.   Pubblicato   nei  giorni  scorsi  sulla  più autorevole  rivista  di  Ematologia  al  mondo,  Blood,  il  trial  clinico (coordinato  da Renato Bassan) ha dimostrato l’efficacia dell’impiego della biologia  molecolare per stabilire chi tra i malati abbia realmente bisogno di  un  trapianto di midollo osseo e chi invece possa sottoporsi unicamente alla chemioterapia. Un’informazione  vitale,  considerando  l’elevata  tossicità  del trapianto allogenico.   “I  pazienti  che  sulla  base  delle  informazioni  ottenute dall’analisi molecolare abbiamo potuto trattare  solo con la chemioterapia hanno  ottenuto  una   remissione di malattia e una sopravvivenza del 75%”, spiega   Alessandro  Rambaldi,  Direttore  dell’Ematologia  degli  Ospedali Riuniti di Bergamo. In  letteratura esistono studi retrospettivi sull’argomento, ma questo è il primo  trial  clinico nella leucemia acuta linfoblastica dell’adulto in cui cruciali   decisioni   terapeutiche  sono  state  prese  sulla  base  delle indicazioni  date  dalla  biologia  molecolare.  Bergamo può quindi a pieno titolo   considerarsi  apripista  nel  tracciare  una  strada  destinata  a rivoluzionare  l’approccio  terapeutico. “Il lavoro in laboratorio ha avuto un  peso  determinante  e  senza  la competenza e la dedizione delle nostre specialiste  in   biologia  molecolare  (Orietta  Spinelli,  Manuela Tosi e Barbara  Peruta) del laboratorio Paolo Belli non avremmo potuto fare nulla. Farci   guidare  dai  riscontri  forniti  da  queste  sonde  molecolari  ha significato  risparmiare il trapianto a moltissimi pazienti, una scelta che finora veniva compiuta in maniera empirica”. L’impiego  della biologia molecolare per trattare al meglio questi pazienti oggi  è  uno  standard che viene applicato in tutti i centri di riferimento internazionali  per  la terapia di questa malattia e che a Bergamo è in uso dal   2000.  “La  ricerca  deve  però proseguire – spiega Rambaldi – perché dobbiamo  migliorare  ancora  sotto  molti aspetti. Nel nuovo studio appena partito  vogliamo  affinare  la qualità delle sonde molecolari, che è molto legata  alle  caratteristiche  individuali del malato e che oggi può essere più  o  meno  sensibile, (capace cioè di individuare una cellula malata su diecimila  oppure  su un milione di cellule sane), e vogliamo anticipare il momento  in  cui  prendere  la  decisione  di avviare o meno il paziente al trapianto allogenico, che per alcuni pazienti rappresenta l’unica possibile terapia  efficace.  Anche  per  questo  è  solo  grazie  alla  presenza  di specialiste  dedicate alla gestione e al coordinamento dello studio – Elena Oldani  e Federica Delaini – che questi progetti diventano realtà applicate a  tutti i nostri pazienti. Progetti destinati a cambiare in meglio la vita di molti malati”. La ricerca è stata sostenuta anche dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Tumori del colon metastatici: utile chemioterapia

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2009

I pazienti con tumori del colon metastatici a basso livello di performance (PS2) traggono dalla chemioterapia combinata gli stessi benefici dei pazienti con livelli di performance superiore (PS0 o PS1). Se scelti con cura, almeno alcuni di questi pazienti sono in grado di tollerare la chemioterapia e trarne beneficio, e quindi dovrebbero esserne considerati candidati. La metà dei decessi fra i pazienti PS2 che si osservano nei primi 60 giorni di terapia è preceduta da progressione della malattia, il che suggerisce che la mortalità complessiva a 60 giorni in questi pazienti è probabilmente il risultato di malattia più aggressiva,  di altre comorbidità e dei potenziali effetti tossici della terapia. Se si considera però la sola neoplasia, questi pazienti potrebbero trarre dalla terapia forse anche maggiori benefici rispetto agli altri. E’ necessario includere pazienti PS2 negli studi oncologici: molti dei più recenti hanno incluso solo pazienti PS0 e PS1, il che preclude la possibilità di raccogliere i dati necessari a decidere se i nuovi trattamenti siano o meno utili nei pazienti PS2. (J Clin Oncol online 2009, pubblicato il 20/3)

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »