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Mazara del Vallo: La discreta chiesa di San Nicolò di Bari ed i suoi misteriosi gattini

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2020

A Mazara del Vallo, quasi oscurata dalla vicina e più nota presenza della chiesa di San Nicolò regale e del suo mosaico sottostante, si affaccia sulla piazzetta Ettore Ditta la più discreta chiesa di San Nicolò’ di Bari.
Fu eretta nel 1498 dai Confrati di San Nicolò sulle rovine di una precedente moschea.La chiesa, esternamente, rivela chiari influssi tardo-barocchi. La semplice facciata delimitata da alte paraste culmina con un cornicione fortemente aggettante al disopra del quale trova posto il campanile a vela a tre arcate; il portale architravato a frontone triangolare, sostiene una nicchia con la statua del Santo.La copertura è a volta a botte lunettata con soprastante copertura lignea e manto di tegole.
Internamente la chiesa, di gusto neoclassico, è ad un’unica navata con tre altari per lato, piccola cantoria all’ingresso ed abside semicircolare con antistante balaustra marmorea.Vicino all’altare maggiore è sita la cripta per la sepoltura dei confrati e del clero locale.Il pavimento è in quadri di marmo bicromo di pregevole fattura. Al suo interno si conservano ancora oggi opere di grande interesse artistico come la Madonna della Provvidenza del Gagini e la statua del Sacro Cuore di Girolamo Bagnasco.Peccato che da anni la chiesa sia chiusa ai fedeli, perché San Nicolò’ di Bari conserva ancora il suo fascino discreto e il mistero dei suoi gattini.Perché, per un misterioso mistero, una gatta ha partorito i suoi gattini giusto fra la volta a botte lunettata e la sovrastante copertura lignea e manto di tegole. Ma ecco che una generosa vivandiera, assistita dalle vicine suore e dagli scout locali, provvede al loro nutrimento. Anche se, per un sentiero del tutto ignoto ma evidentemente noto solo ai gatti, un passaggio misterioso deve pur esserci. Ed ecco un breve video per i vostri prossimi pochi minuti di svago. Basta cliccare su: https://youtu.be/JdmYbqXkL6I

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Coronavirus in Ucraina: ACS approva tre progetti di aiuti per la missione della Chiesa

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha approvato tre progetti per sostenere la missione della Chiesa in Ucraina durante questa fase di pandemia da coronavirus. Saranno forniti strumenti di protezione personale per difendersi dal contagio a 2.740 sacerdoti greco cattolici e a circa un migliaio di membri delle congregazioni religiose. Con un secondo analogo progetto verranno sostenuti 738 sacerdoti e 92 seminaristi di rito latino. ACS ha approvato una terza iniziativa a favore di 150 religiose di 24 diverse comunità appartenenti alla diocesi di Kamyanets Podilskij. Tale diocesi sta infatti sperimentando notevoli difficoltà finanziarie che ostacolano la prosecuzione del grande lavoro svolto finora nelle parrocchie, negli orfanotrofi e negli ospedali. Alcune di queste 24 comunità dall’inizio della crisi sanitaria non registrano entrate. Il valore totale dei tre progetti approvati è pari a 165.400 euro. La rilevanza delle iniziative della fondazione emerge meglio se vengono collocate all’interno del quadro della sanità ucraina. Nonostante i dati ufficiali relativi alla diffusione della COVID-19 siano relativamente contenuti, 25.964 casi confermati e 762 decessi, i numeri reali sono decisamente più elevati. L’impossibilità di usare test affidabili causa infatti una sottostima dei contagi effettivi. Il sistema sanitario ucraino è complessivamente inadeguato e molti pazienti quando si recano in ospedale debbono portare con sé le proprie medicine, garze e materiale sanitario di base. In questo contesto generale i sacerdoti, pur nel rispetto delle misure di protezione personale, sono di fatto fra i più esposti al rischio di infezione.
«Dall’inizio della pandemia tutti gli strumenti di protezione, dalle mascherine ai guanti e ai disinfettanti, sono diventati dieci volte più costosi, in alcuni casi anche oltre», spiega ad ACS Don Mikolay Leskiv, sacerdote cattolico di rito latino di Czervonograd. «Ho acquistato anche mascherine per quei fedeli che non se le possono permettere, ma le nostre risorse sono molto limitate», aggiunge. Per questo i beneficiari dei tre progetti di ACS sperano che le forniture di materiale di protezione possano durare almeno fino ad agosto.

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La fede e il creato

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

Da queste sia pure sommarie indicazioni possiamo renderci conto che le manifestazioni religiose delle tre Chiese monoteiste (cristiana, ebraica e islamica) sono fondamentalmente improntate alla pace e alla concordia a dispetto delle diversità e dei contrasti che si manifestano nelle piazze e negli odi che si covano davanti ai tanti eventi che le opposte fazioni traducono in fatti concreti con lutti e violenze d’ogni genere. Resta, quindi, la vergogna più grande e l’umiliazione più cocente quando si trova proprio nel pregare, e la preghiera è un grandissimo atto d’amore, il germe dell’odio. Le due cose scoprono le nostre ambiguità. Diventa anche per l’uomo, che appartiene alla nostra contemporaneità, un aspetto sconcertante. Come si può pregare esprimendo con ciò un gesto d’amore per noi stessi e per i nostri simili e impugnare, qualche minuto dopo, un’arma per uccidere? Come si possono violare i luoghi sacri provocando stragi immani?
Come si può mentire tanto spudoratamente sino al punto di negare l’evidenza e di farlo davanti alle leggi della Fede prima ancora di quelle umane?
Sono tutti interrogativi che ci coinvolgono nella stessa misura e ci sollecitano risposte adeguate. Sono i riscontri che ancora una volta l’uomo del presente non riuscirà a darsi perché sono il frutto maturo di una civiltà che non ci appartiene e, purtroppo, per nostra scelta.
Manca ancora quel ritrovarci nell’unità, dalle ceneri delle nostre diversità, in quel disegno divino la cui traccia noi avvertiamo forse in misura scomposta e vaga, ma che sentiamo, nel nostro intimo, come fine ultimo di tutte le cose.
Non vi è, d’altra parte, una ragione che non sia possibile spiegare ritrovando una logica nel nostro cammino sulla Terra, attraverso le generazioni, mediante l’uso e l’abuso dell’ingegno. Nel bene e nel male noi stiamo sperimentando più modelli di società. Noi stiamo saggiando la nostra capacità di vivere, in comunità, e di crescere insieme nel migliore dei modi e lo facciamo anche percorrendo la strada della sua negazione sostanziale. Vi possono essere, lungo questo percorso, degli arretramenti, dei passi falsi, degli errori di valutazione, delle ideologie liberatorie che alla fine si rivelano aberranti, ma non è, in ogni caso, il momento per coglierci impreparati. E’, invece, il fine ultimo a giustificare e ad assorbire il nostro procedere malfermo. La vita è come un foglio di carta bianca sul quale, con un pennarello, si schizza un disegno. Se l’opera non riesce, con la morte appallottoliamo il foglio e ne usiamo un altro ed è, di nuovo, vita. Ricordando il tratto più felice lo riportiamo nel nuovo impegno e così riprendiamo il cammino. Non tutto, quindi, è cancellato e riproposto ex novo. Noi, semmai, facciamo tesoro degli antichi insegnamenti. Traiamo da essi i simboli e i messaggi per procedere più spediti, ma anche per avvertire i pericoli e le insidie possibili ereditate da chi ci ha preceduto e che ha saputo evitare e trarne, a nostra volta, insegnamento. Questi passaggi, che hanno richiesto la presenza e l’impegno di centinaia, o meglio, di migliaia di generazioni, ci hanno spinto a frazionare i problemi, a suddividerli in tante sottospecie. Così come accade oggi con i numerosi p.c., che sono messi in parallelo e poi suddivisi in piccoli gruppi ai quali sono assegnati parte di un “compito”, lo stesso accade all’interno delle comunità viventi e per quelle precedenti e sarà altrettanto per le venienti. Man mano che le parti del problema sono risolte si definisce gradualmente anche la figura d’insieme. Sta ora da chiederci cosa mai apparirà alla fine. Possiamo sin d’ora essere certi almeno di una cosa. L’homo non sarà più aeconomicus, o giuridico, o filosofico o religioso, ma sarà universale: homo novus. Non vi sarà posto per il particolare, per l’opera incompiuta. Il nostro destino è nella realizzazione piena e assoluta dell’unità nell’universalità. Solo in questo modo sarà possibile racchiudere tutta la saggezza e la prudenza fattibile, i completi valori e i precetti individuabili. Forse alla fine ritorneremo sul luogo da dove siamo venuti o ci spingeremo pellegrini tra le stelle del firmamento e ci confonderemo tra loro. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus. A messa dal 18 maggio: assembramenti di nuovo consentiti?

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

Il Governo sul proprio sito istituzionale, è stato firmato il Protocollo con la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) per disciplinare le modalità di svolgimento delle celebrazioni liturgiche. Dal 18 maggio, data di entrata in vigore del protocollo, si potrà riprendere a svolgere messe in presenza di pubblico. A questo protocollo, così è stato detto, seguiranno quelli con le altre confessioni religiose.
Qui non c’interessa la questione della cura delle anime, a noi preme mettere in evidenza un aspetto, contraddittorio, comunque si affronti la vicenda. Perché? Vediamo. Nel protocollo ** si dice che “nel rispetto della normativa sul distanziamento tra le persone, il legale rappresentante dell’ente individua la capienza massima dell’edificio di culto, tenendo conto della distanza minima di sicurezza, che deve essere pari ad almeno un metro laterale e frontale”. Indicativamente, in 100 metri quadrati calpestabili e di forma regolare (es. la navata di una chiesa) ci possono stare una ventina di persone. Non ricordiamo qual è il numero massimo di persone raggiunto il quale si configura un assembramento. Tre, quattro persone? Forse il Governo, firmando questo protocollo, ci sta dicendo che dal 18 maggio cadrà il divieto di assembramento per ogni genere di riunione che rispetti questi requisiti? Se non lo dirà, di fatto sarà così. Tantissime forme di riunione tra persone trovano tutela di rango costituzionale. E sarebbe contraddittorio consentire a 20 persone di riunirsi per pregare, ma a quelle stesse venti, volendolo, non vedersi per parlare del proprio futuro concreto.
Ci auguriamo che non sia così, perché se così fosse, ogni divieto di assembramento, se la riunione rispetta questo preciso protocollo, non potrebbe non essere considerato illegittimo. (Alessandro Gallucci, legale, consulente Aduc)

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La Chiesa e il nazismo

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 maggio 2020

Sono decenni che gli storici e non solo cercano di affrontare la questione. In diverse occasioni, la parola ambiguità è stata quella più utilizzata per definire cosa fece la Chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale in merito alla macchina di morte nazista.In Italia, la questione è tornata alla ribalta agli inizi del marzo scorso con l’apertura degli archivi di Pio XII, sulla quale il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha “consigliato” di far lavorare gli storici, senza rischiare di incappare in sensazionalismi.In Germania, invece, se ne sta parlando proprio in questi giorni, dopo la pubblicazione de “I vescovi tedeschi nella guerra mondiale”, documento presentato dalla Conferenza episcopale tedesca (Dbk) per celebrare il 75esimo anniversario della fine del secondo conflitto mondiale.Documento che approfondisce l’atteggiamento dei vescovi cattolici in carica nei confronti della Germania nazista, in cui il Consiglio dei Vescovi Cattolici tedeschi ha ammesso la complicità della chiesa con il Terzo Reich.Non solo perché, il Consiglio ha rivelato che i vescovi non seppero opporre resistenza al nazismo, arrivando addirittura in alcuni casi a sostenerlo e diventare fattivamente complici. Vescovi che esortarono i preti ad arruolarsi e fecero in modo che le chiese venissero riconvertire in ospedali militari e le suore in infermiere.Un grande segnale di svolta, soprattutto se paragonato alle parole episcopali del 24 gennaio 1983: “Molti membri della Chiesa si sono lasciati trascinare nell’ingiustizia e nella violenza. Ma possiamo anche testimoniare, ancora un volta, che Chiesa e fede sono state fra le maggiori forze di opposizione, addirittura di resistenza, contro il nazionalsocialismo, per certi aspetti anche la forza maggiore… Per tanto non abbiamo il diritto di giudicare a posteriori indiscriminatamente i casi in cui la chiamata alla testimonianza ha indicato a qualcuno la via diretta del confronto aperto, e quelle in cui la responsabilità per altre persone ha richiesto una via indiretta, fatta di prudenza e riflessione. Non deve esserci né giustificazione, né accusa, ma solo autocritica”.La Chiesa e il nazismo è un tema che farà ancora discutere per molto tempo. Un tema che andrebbe chiarito in tutta la sua interezza per far luce sulle atrocità della Germania nazista.

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Crisi coronavirus: Aiuto alla Chiesa che Soffre stanzia 5 milioni di euro

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2020

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha stanziato 5 milioni di euro per finanziamenti di emergenza a favore di sacerdoti e religiose impegnati nella cura delle comunità cristiane più esposte alla pandemia causata dal coronavirus. ACS intende così contribuire a mitigare l’impatto del COVID-19. Grazie a questa iniziativa i ministri di Dio e le consacrate potranno dedicarsi con maggiore efficacia alle attività pastorali e di sostegno ai malati e agli anziani, in particolare a quanti sono afflitti anche dalla povertà. Lo stanziamento di ACS garantisce un intervento ad ampio spettro, in Medio Oriente, nell’Europa centrale e orientale, nell’America Latina, in Asia e in Africa.«Il nostro auspicio è che questi aiuti, resi possibili grazie ai nostri benefattori, consentano di alleviare il carico di questi nostri coraggiosi religiosi in prima linea per portare l’amore e la compassione di Dio alle nostre sorelle e ai nostri fratelli sofferenti», ha affermato Thomas Heine-Geldern, Presidente Esecutivo di ACS Internazionale. «Questa è una goccia nel mare rispetto a quello che è e sarà necessario, ma la Chiesa riveste un ruolo spirituale e pastorale particolarmente vitale nella vita quotidiana delle comunità cristiane più povere del mondo, e noi dobbiamo contribuire a rafforzare la rete di protezione che essa assicura. Sono particolarmente grato ai nostri benefattori i quali, spesso nonostante le proprie sofferenze e difficoltà, stanno aiutando i propri fratelli nella fede». «ACS intende sostenere le comunità cristiane che, oltre alla persecuzione e alla povertà, oggi soffrono la terza “p”, quella di “pandemia”. Vogliamo essere al fianco di queste comunità per ragioni sia pastorali sia umanitarie. Il COVID-19 ha causato innumerevoli vittime e ha compromesso la salute di molti, ma di fatto ha anche paralizzato l’ordinaria vita ecclesiale», commentano Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro, rispettivamente Presidente e Direttore di ACS Italia. «Aiuto alla Chiesa che Soffre, con questo stanziamento di 5 milioni di euro, rinnova la propria vicinanza alle comunità cristiane in Paesi dove essere minoranza religiosa, in questi tempi drammatici, è, ancor più di ieri, ragione di emarginazione e sofferenza», concludono Mantovano e Monteduro.

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Dalla Chiesa di tutti, dalla chiesa dei poveri

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

I credenti ma anche i non credenti, gli agnostici, vivono questo tempo sconvolti dagli eventi e le ricorrenze solenni sono proprio quelle che richiamano l’attenzione dei fedeli e non solo. Sono un ulteriore momento di riflessione perché viene a mancare il sentire umano nel calore di una stretta di mano e di un abbraccio. Cogliamo l’occasione, dalla lettera che ci è pervenuta dalla Chiesa di ti tutti, dalla chiesa dei poveri, per leggere e riflettere: “Non si può celebrare impunemente questa Pasqua senza chiedersi il significato dell’oceano di sofferenze in cui è oggi immerso tutto il mondo e senza chiedersi il significato della Pasqua stessa. Di per sé l’evento che ha dato origine alla Pasqua è stato un evento di ordinaria violenza, storicamente irrilevante, (infatti non annotato dagli storici di allora), in quanto simile a infinite altre sofferenze e morti inflitte nel tempo, di condanna in condanna, di genocidio in genocidio, fino ad ora. E nemmeno la sua ragione era inusuale, ma anzi del tutto comune, come risulta dalla motivazione di un presunto interesse generale, datane da Caifa, per cui occorreva “far fuori quest’uomo”, come papa Francesco ha riassunto la situazione nell’omelia a Santa Marta, con un efficace linguaggio non religioso che sarebbe piaciuto a Bonhoeffer. Quella che infatti veniva messa in campo era una “ragion di Stato”, come poi sarebbe avvenuto infinite altre volte nella storia. Gesù secondo il Sinedrio avrebbe messo a rischio il rapporto con gli odiati occupanti romani, i quali sarebbero venuti e avrebbero distrutto il tempio e la nazione. Dunque nella percezione degli Ebrei si trattava di un pericolo da togliere (“è bene che un uomo solo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera”), non di un sacrificio espiatorio da offrire in olocausto. La lettura della uccisione di Gesù come un sacrificio è una lettura cristiana, che viene dalla assimilazione mistica di Gesù al servo sofferente.
Perché dunque un evento storicamente così ordinario e seriale ha avuto un impatto così potente da dividere in due fasi la storia anche profana del mondo, e da essere registrato come dirompente anche da parte di chi non condivide la fede nella resurrezione?
Bisogna tornare a Caifa, che l’evangelista Giovanni, riconoscendone l’autorità come sommo sacerdote, considera come un profeta suo malgrado: egli “profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”.
Di tale profezia non si è realizzata la prima parte, perché in effetti i Romani vennero e distrussero il tempio e la nazione, ma si realizzò invece la seconda, perché l’abbraccio di Dio fu riconosciuto come esteso dagli Ebrei a tutte le genti.
Ora questo è avvenuto precisamente perché accettando la morte Gesù ha decostruito, e invalidato per sempre, inchiodandola alla croce, la legge (“il chirografo”, lo chiama Paolo) del sacrificio. Era l’ideologia per la quale la sofferenza e la morte erano tributate a Dio come espiazione per i peccati, cosa questa che, superati i sacrifici umani, era rappresentata nel sacrificio del capro espiatorio, e ritualmente dell’agnello pasquale. Questa costruzione umana che faceva di Dio colui che riceveva soddisfazione e lode dal dolore, diventava impossibile a concepirsi nel momento in cui ad addossarsi i peccati era Dio stesso e a patire era quello stesso Dio a cui quel patimento sarebbe stato dovuto. Già Dio lo aveva fatto sapere: “Misericordia voglio e non sacrifici”, ma Gesù lo rende irrefutabile col rivelare il proprio rapporto col Padre. Egli non dice solo: “Quello che farete a uno di questi piccoli lo farete a me”, ma dice anche: quello che fate a me lo fate al Padre. Questo è infatti il tema della controversia con i capi dei sacerdoti e i farisei, il suo rapporto col Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola”; e questo è ciò che poté essere espresso poi nella formula cristologica “Unus de Trinitate passus est”. Da quel momento nessun sacrificio si può imputare a Dio, nessuna morte può essere inflitta a suo nome, nessuna sofferenza può essere causata per piacere a lui, e non solo le sofferenze imposte agli altri ma anche quelle inflitte a se stessi, cosa lontanissima dalla comprensione di un san Pier Damiani che afflisse tutta la Chiesa spargendo l’idea di un’ascesi autopunitiva selvaggia.
E proprio questa è la buona notizia, non c’è alcuna sofferenza che possa essere ricondotta a un compiacimento di Dio; e poiché Dio è il bene, nessuna sofferenza può essere inflitta a fin di bene, la pena di morte è ormai condannata anche dal catechismo. Certamente la sofferenza resta, e molto si impara nel soffrire, e talvolta essa dilaga, senza responsabilità di alcuno; e c’è pure una sofferenza che è la conseguenza non voluta di scelte e comportamenti giusti e necessari; ma nessuna sofferenza può essere voluta direttamente in quanto tale o imposta per se stessa. Ad esempio oggi la sofferenza causata dalle misure prese contro il virus è grande, ma essa è la condizione e l’effetto indesiderato della lotta contro la pandemia, non è certo voluta da chi l’impone. Così come l’ostinazione di tenere la gente in carcere, il chiedere “che sia fatta giustizia”, il pensare che non sia fatta giustizia finché il reo non soffra e non pareggi così il suo debito, cioè fino a quando non scatti la vendetta, pur civilizzata perché fatta dallo Stato, è un’aberrazione.
Ma c’è un altro risvolto della profezia di Caifa. L’elezione divina di Israele si è estesa a tutti i popoli. E che ne è della terra, la cui promessa era legata a quell’elezione? Non è più promessa? Si, resta la promessa, ma anch’essa ormai è estesa a tutta la Terra; essa non riguarda più la sola terra di Canaan offerta a un solo popolo, a esclusione di altri, bensì è la promessa di tutta la Terra a tutta l’umanità nel suo insieme; nessuno può più rivendicare possessi esclusivi, l’unità della comunità umana annunciata dalla Pasqua, porta con sé anche l’unità della Terra, promessa non più a un solo popolo ma a tutti, una Terra risanata dove scorra latte e miele, dove si costruiscano case e si possano abitare, si piantino vigne e se ne possa godere il frutto, in cui si possa vivere liberi e nessuno sia più straniero.
Nel sito http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it pubblichiamo un appello di intellettuali e teologi per una innovativa gestione della crisi da coronavirus, un documento di “Noi siamo Chiesa” sugli insegnamenti e le novità portate dalla pandemia, anche in ordine alla vita della Chiesa, e una vecchia riflessione finora inedita di Carlo Ferraris sul duplice segno dell’eucarestia e della lavanda dei piedi.
A tutti un caro augurio di una santissima Pasqua http://www.chiesadituttichiesadeipoveri

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L’economia sostenibile e la dottrina sociale della Chiesa

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 dicembre 2019

Mentre il mondo della finanza e dell’impresa, pur con ritardi e possibili opportunismi, prende decisamente l’iniziativa per un’evoluzione delle logiche di mercato verso una maggiore attenzione ai temi della sostenibilità ambientale e sociale, quelli che dovrebbero essere i suoi naturali interlocutori tacciono (il sindacato) o si rifugiano in una visione vetero-statalista, dai sentori vagamente marxisti (la Chiesa Cattolica). Se il tacere dei primi non consente purtroppo, al momento, l’apertura di un confronto, la loquacità della Chiesa cattolica suscita in chi scrive un doloroso senso di frustrazione, per il venir meno di un interlocutore che ha sempre contribuito e spesso guidato l’evoluzione della civiltà occidentale, e un bisogno di reagire.
E, ovviamente, il sancta sanctorum di queste iniquità è l’industria finanziaria che è dipinta come “un luogo dove gli egoismi e le sopraffazioni hanno un potenziale di dannosità della collettività che ha pochi eguali”. Delle tremende tragedie della storia emerse nel ‘900 e che credevamo derivassero dai deliri di onnipotenza della politica, ecco che la finanza acquista un ruolo “che ha pochi uguali” come dannosità per la collettività. A sostegno di questa tesi vengono utilizzati vetusti strumenti retorici marxisti, come la trasformazione del denaro da mezzo a fine (la famosa inversione del ciclo merce-denaro-merce in denaro-merce-denaro della teoria del valore) e “la predominanza della rendita da capitale rispetto al reddito da lavoro”: il capitale, secondo questa visione, non produrrebbe altro che una parassitaria “rendita”, a fronte del virtuoso “reddito” derivante dal lavoro. Tutte le altre forme di intermediazione finanziaria vengono accusate di essere asservitea “scopi prevalentemente speculativi” che rischiano di “soppiantare tutti gli altri principali intenti che sostanziano l’umana libertà”. Oggetto di riprovazione diventano anche concetti come “efficienza”, “competizione”, “leadership”, “merito” poiché “tendono ad occupare tutto lo spazio della nostra società civile, assumendo un significato che finisce per impoverire la qualità degli scambi, ridotta a meri coefficienti numerici”.
Un esempio paradigmatico delle nefandezze della speculazione finanziaria viene poi rilevato “quando il mero intento di guadagno da parte di pochi – magari di importanti fondi di investimento – mediante l’azzardo di una speculazione volta a provocare artificiosi (sic!) ribassi dei prezzi dei titoli del debito pubblico, non si cura di aggravare la situazione economica di interi Paesi, mettendo a repentaglio non solo progetti pubblici di risanamento ma la stessa stabilità economica di milioni di famiglie, costringendo nel contempo le autorità governative a intervenire con ingenti quantità di denaro pubblico, e giungendo perfino a determinare artificiosamente il corretto finanziamento dei sistemi politici”. Riecheggiano in queste litanie le tesi tremontiane dei complotti orditi dai mercati per impedire il dispiegarsi delle “magnifiche sorti e progressive” di una politica “unta dal Signore”. Non quindi l’irresponsabilità di governi che hanno portato al dissesto delle finanze pubbliche, con conseguente disaffezione dei loro disperanti creditori, ma una congiura speculativa che ostacola il risanamento e turba l’esercizio della sovranità popolare, sotto l’impulso di un demoniaco cupio dissolvi.
Tutte le considerazioni sono poi pervase da uno spirito apocalittico per il presunto prevalere dell’economia finanziaria sull’economia reale, dove a farla da padrone è quel “capitale finanziario” del quale già negli anni ’30 del secolo scorso gli epigoni di Marx (si pensi all’omonimo testo di Hilferding) denunciavano il carattere rapace da “fase finale del capitalismo”.
E su un piano più legato alla politica economica si riconosce “come il debito pubblico spesso è anche generato da una malaccorta – quando non dolosa – gestione del sistema amministrativo pubblico. Tale debito, vale a dire l’insieme delle passività finanziarie che pesa sugli Stati, rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli al buon funzionamento della crescita delle varie economie nazionali”.
Questa lucida visione del ruolo dell’impresa come luogo del manifestarsi della libertà umana e al contempo come vettore delle relazioni sociali culmina nell’osservazione che “la naturale circolarità che esiste tra profitto – fattore intrinsecamente necessario ad ogni sistema economico –e responsabilità sociale – elemento necessario di ogni forma civile di convivenza – è chiamata a rivelare tutta la sua fecondità, mostrando altresì il nesso indissolubile, che il peccato tende a nascondere, fra un’etica rispettosa delle persone e del bene comune e la reale funzionalità di ogni sistema economico e finanziario”. Mal si conciliano, a parere di chi scrive, queste solide premesse concettuali con le approssimative diagnosi della situazione attuale del sistema economico e finanziario e soprattutto con le stantie terapie stataliste suggerite nella pretesa pars construens delle “Considerazioni”. È comunque dalla profondità delle prime che è possibile trarre quel contributo di “verità” che la Chiesa può portare al dibattito in corso sugli “scopi” dell’impresa e dell’economia finanziaria nella quale l’impresa è indissolubilmente inserita. In abstract https://isrilstudi.wordpress.com)

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Aiuto alla chiesa che soffre

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 novembre 2019

Da Washington a Sidney, da Manila a Toronto. In queste settimane Aiuto alla Chiesa che Soffre sta illuminando di rosso decine di monumenti e di cattedrali e oltre 2mila chiese per tenere alta l’attenzione del mondo sulla persecuzione anticristiana.Sensibilizzazione e informazione sono parte fondamentale dell’opera della Fondazione pontificia che attraverso le proprie 23 sedi nazionali continua ad organizzare eventi con testimoni della Chiesa perseguitata, suggellati dall’illuminazione in rosso di chiese o monumenti in ricordo del sangue versato ancora oggi da tanti cristiani in tutto il mondo.Un’ondata di luce che non si arresta ormai da anni ed ha illuminato luoghi simbolo quali il Cristo Redentore a Rio de Janeiro, il Palazzo di Westminster a Londra, la Basilica del Sacro Cuore a Parigi.In Italia, dopo Fontana di Trevi, il Colosseo e Venezia, il mese scorso ACS ha “tinto” di rosso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, santuario del martiri del XX e del XXI secolo. In quell’occasione è stato presentato il Rapporto sulla persecuzione anticristiana Perseguitati più che mai.Ad ottobre sono stati imporporati monumenti e chiese anche in Germania, Polonia e Svizzera.Questa settimana numerose sedi nazionali ACS si uniranno alla campagna, a cominciare dall’Australia dove da domani e per una settimana si tingeranno di rosso sette cattedrali in diverse città tra cui Sidney, Brisbane e Melbourne. Numerose le cattedrali e le chiese in rosso in Canada e Stati Uniti, in città quali Montreal, Toronto, Washington e New York.Nelle Filippine addirittura ben 2050 parrocchie in 68 diverse diocesi parteciperanno puntando su facciate e campanili delle luci rosse a simboleggiare il sangue dei martiri.Una scia rossa illuminerà anche diverse nazioni europee. In Gran Bretagna s’imporporeranno 13 cattedrali e 130 edifici tra cui Westminster Palace e la sede del Parlamento Scozzese. Si uniranno poi Portogallo, Paesi Bassi, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Irlanda e Ungheria per un totale di oltre 50 chiese.
«Il nostro intento è sconfiggere l’indifferenza, innanzitutto della comunità internazionale – afferma il direttore di ACS, Alessandro Monteduro – Come ci ricorda spesso il Santo Padre oggi ci sono più martiri cristiani che nei primi secoli. E la missione di ACS è impedire al mondo di chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza dei nostri fratelli nella fede, perseguitati spesso perché percepiti vicini all’Occidente. Quello stesso Occidente che troppo spesso preferisce voltarsi dall’altra parte e non vedere».

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Si può dire che la Chiesa venezuelana sia perseguitata?

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 luglio 2019

“Di sicuro non si può dire che non lo sia”. Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre il cardinale Baltasar Porras, arcivescovo di Merida, amministratore apostolico di Caracas e presidente di Caritas Venezuela.Incontrando una delegazione della Fondazione pontificia nella capitale venezuelana, il porporato denuncia le fortissime pressioni, limitazioni e finanche intimidazioni messe in atto dal governo Maduro nei confronti della Chiesa locale. «Vi sono delle restrizioni ai danni delle scuole cattoliche, che paiono avere lo scopo di costringere la Chiesa a chiudere i propri istituti. Inoltre da anni gli operatori e i rappresentanti di organizzazioni benefiche come la Caritas subiscono minacce verbali e aggressioni». Perfino le parrocchie sono ormai nel mirino dei cosiddetti “collettivi” filogovernativi. «Nei quartieri popolari di Caracas – spiega il cardinale – i collettivi si riuniscono alle porte delle chiese per ascoltare l’omelia del parroco. E se il sacerdote dice qualcosa che a loro non piace danno inizio a minacce e intimidazioni».
In un Paese in cui ormai «tutte le istituzioni pubbliche e private sono state distrutte», la Chiesa è l’unico punto di riferimento di una popolazione allo stremo. «Siamo vicini alla gente e presenti ovunque ci sia bisogno. Inoltre la Chiesa è l’unica ad avere il coraggio di sottolineare le mancanze di questo regime. Gli altri attori sociali non osano parlare di questa crisi, perché il governo li minaccia, chiude i media e attacca le aziende».Il porporato parla infatti apertamente delle attuali drammatiche condizioni in cui versa la popolazione, senza tacere le gravi responsabilità del governo. «Viviamo una situazione atipica e senza precedenti, che non è effetto di un conflitto armato, né di una catastrofe naturale, ma che ha degli effetti del tutto simili a quelli di una guerra. Il regime politico che guida il Venezuela ha distrutto il Paese generando un conflitto sociale le cui conseguenze vanno accentuandosi ogni giorno di più». Il cardinal Porras pone altresì l’accento sull’inedita realtà del massiccio esodo di venezuelani, mai verificatosi in simili proporzioni. «Sono già emigrati quattro milioni di cittadini: 1,5 milioni in Colombia, 700mila in Perù, 400mila in Cile, 500mila in Florida e tanti altri in Europa e in diversi Paesi d’America».Poche le speranze, nonostante i colloqui delle scorse settimane ad Oslo e quelli previsti alle isole Barbados nei prossimi giorni. «Bisogna capire che negli ultimi vent’anni, quando il governo è stato in difficoltà, ha più volte fatto appello al dialogo, ma al solo scopo di prendere tempo. Perché il governo non ha la sincera volontà né di negoziare né concedere nulla». La popolazione, spiega il porporato ha ormai perso fiducia e teme un inasprimento della repressione. «Siamo molto preoccupati, dopo il fenomeno di Guaidó, il numero di persone arrestate, torturate, uccise e scomparse è aumentato e queste azioni non coinvolgono soltanto il personale militare di alto rango, ma anche i civili».

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Libro: I soldi della Chiesa

Posted by fidest press agency su sabato, 18 maggio 2019

Roma Venerdì 24 maggio 2019 – ore 18.30 Università LUMSA – Sala Pia – via delle Fosse di Castello, 7 Saluto iniziale Francesco Bonini, Magnifico Rettore – Università LUMSA. Intervengono S.E. Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI; Carlo Cardia, Ordinario di Diritto Ecclesiastico, Roma Tre; Danilo Paolini, Capo della Redazione Romana di Avvenire.Modera Francesca Fialdini, Conduttrice de La Vita in diretta – RAI.È presente l’Autore Mimmo Muolo, Vaticanista di Avvenire.
La Chiesa è ricca o povera? Come si concilia il possesso di beni con la povertà evangelica? Dove vanno a finire i fondi dell’8xmille derivanti dalle scelte dei contribuenti? Sono tante le domande che ruotano intorno ai “soldi della Chiesa”: un argomento di quelli che suscitano curiosità e generano discussioni, evocando quadri, per lo più a tinte fosche, in cui la Chiesa appare come una realtà molto ricca, con mire umanissime di potere e poco incline a pensare agli ultimi.Certo, è innegabile che ci siano stati episodi e lati oscuri nella gestione dei beni materiali, ma quando si parla di soldi della Chiesa, c’è spesso molta confusione. Per cercare di fare un po’ di luce e dare un quadro della situazione più chiaro arriva il libro del vaticanista Mimmo Muolo. Un’indagine, quella da lui presentata nel volume “I soldi della Chiesa”, che cerca di rispondere ai tanti dubbi della gente, sgombrando il campo da luoghi comuni ed equivoci, alla luce di fonti documentate e mostrando anche l’altra faccia della luna: quella della destinazione e dell’impiego delle risorse ai diversi livelli.Il libro è arricchito dalla prefazione del Cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente emerito di Caritas Italiana, e dalla postfazione di Carlo Cardia, docente di diritto ecclesiastico presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tre. Scrive il Cardinale Montenegro: “L’Autore ha fatto un lavoro davvero certosino per mostrare l’entità dei beni in denaro attribuiti alla Chiesa cattolica e la loro destinazione. Quella che ne viene fuori potrebbe sembrare un’opera apologetica, tesa a difendere alcune posizioni di principio. Mi piace, piuttosto, inserirla dentro quella grande riforma, voluta fortemente da papa Francesco, che come principio cardine ha la trasparenza. Si tratta, cioè, di mettere nero su bianco per conoscere le somme in denaro, capire il complesso meccanismo degli organismi che le gestiscono e apprendere i criteri con cui vengono spese. Trasparenza non è parola magica che può mettere al riparo da eventuali errori o abusi, ma è valore che permette di tenere alta l’attenzione e, come una fiaccola, consente ai soggetti interessati, e a coloro che osservano, di vedere il punto di partenza e il punto di arrivo del denaro”.Un testo, insomma, da leggere per poter poi argomentare sui soldi della Chiesa nel modo che si preferisce, ma sulla base di una più profonda cognizione di causa.
Mimmo Muolo, vaticanista e vicecapo della redazione romana del quotidiano Avvenire, ha seguito per il suo giornale i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e ora quello di Francesco.

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Asia Bibi: La fine di un incubo

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 maggio 2019

Aiuto alla Chiesa che Soffre si stringe intorno alla famiglia di Asia Bibi, innanzitutto alle due figlie, Eisham ed Eisha, con le quali in questi mesi lunghi e difficili non abbiamo mai smesso di parlare. Abbiamo ascoltato il loro dolore e visto maturare la loro frustrazione per l’impossibilità di riabbracciare la madre, sebbene fosse stata assolta il 31 ottobre scorso». Così Alfredo Mantovano ed Alessandro Monteduro, rispettivamente presidente e direttore di ACS-Italia, commentano la notizia dell’arrivo in Canada di Asia Bibi.Pur non essendo mai stato raccontato, Asia Bibi aveva lasciato il Pakistan già il 26 febbraio scorso e viveva sotto protezione in un Paese straniero assieme al marito Ashiq. La donna è giunta in Canada ieri, ma ancora non ha potuto riabbracciare le proprie figlie. Sono passati quasi 10 anni da quando nel giugno 2009 la donna cristiana è stata arrestata per aver insultato il profeta Maometto. Accuse false, come nel 95% dei casi di blasfemia a carico dei cristiani in Pakistan, ma che le sono costate 9 anni e mezzo di carcere, di cui 8 nel braccio della morte.«Quando l’8 febbraio scorso abbiamo incontrato a Lahore l’avvocato di Asia, Saif ul-Malook – raccontano Mantovano e Monteduro – ci ha descritto le terribili condizioni in cui la donna ha trascorso la sua prigionia, disegnando perfino la cella in cui Asia viveva». Una cella di otto metri quadrati in cui la madre cristiana trascorreva 23 ore al giorno, avendo soltanto mezz’ora di uscita la mattina e mezz’ora il pomeriggio. Era guardata a vista e di fatto parlava ogni tanto solo con la sua guardia. «Ma nonostante ciò ha conservato una fede fortissima, che non ha mai rinnegato a costo della sua libertà e ponendo a rischio la sua vita. Negli ultimi mesi, l’unico conforto era per lei il rosario che le era stato donato dal Santo Padre nel febbraio 2018, durante la toccante udienza con il marito e la figlia di Asia alla quale ha partecipato anche ACS».
Il caso di Asia Bibi testimonia l’importanza della pressione esercitata dalla comunità internazionale. «Se il mondo non si fosse interessato a lei – affermano Mantovano e Monteduro – ora sarebbe probabilmente ancora in carcere, o forse sarebbe stata addirittura uccisa».Ecco perché è importante mantenere alta l’attenzione sulla persecuzione cristiana. «Di Asia Bibi purtroppo ce ne sono tante. In Pakistan al momento vi sono 25 cristiani in carcere per blasfemia. Mentre in tutto il mondo vi sono 300milioni di cristiani che vivono in terre di persecuzione. Dal lieto fine della vicenda di Asia dobbiamo apprendere un’importante lezione. Se leviamo la nostra voce, se non restiamo indifferenti, possiamo vincere. Anche contro la persecuzione anticristiana».

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Aiuto alla Chiesa che Soffre sarà insignita del Path to Peace Award

Posted by fidest press agency su domenica, 21 aprile 2019

L’annuale riconoscimento conferito dalla Missione permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York e dalla Path to Peace Foundation è assegnato nel 2019 alla Fondazione pontifica «in riconoscimento del sostegno umanitario e pastorale offerto da ACS ai cristiani perseguitati in tutto il mondo».Ad annunciare la decisione è stato monsignor Bernardito Auza, Osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite e presidente della Path to Peace Foundation, un’entità che sostiene la Missione permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e promuove progetti in Paesi in via di sviluppo. Monsignor Auza stesso testimonia il fondamentale contributo di Aiuto alla Chiesa che Soffre alla Chiesa di tutto il mondo, in quanto da giovane sacerdote ha potuto portare avanti i propri studi grazie ad una borsa di studio offerta dalla Fondazione pontificia.«Il conferimento ad Aiuto alla Chiesa che Soffre del Premio “Percorso di pace” 2019 rappresenta un riconoscimento alla generosità di centinaia di migliaia di benefattori i quali, in tutto il mondo, donano con gioia e sacrificio – commenta Alessandro Monteduro, direttore della sede italiana di ACS – Conferma anche la bontà del nostro metodo: reagire all’orrore della persecuzione con il pacifico rafforzamento delle comunità cristiane sofferenti. È il percorso che restituisce la speranza».A ritirare il premio, il prossimo 22 maggio a New York, sarà il presidente esecutivo internazionale di ACS, Thomas Heine-Geldern. «È un grande onore per noi – ha affermato ricordando che nelle passate edizioni è stato conferito ad importanti personalità quali il nunzio apostolico in Siria, il Cardinal Mario Zenari – Questo premio rappresenta un importante riconoscimento del lavoro da noi svolto in tutto il mondo, grazie alla generosità dei nostri benefattori ed in favore della Chiesa perseguitata e sofferente».Nata nel 1947, Aiuto alla Chiesa che Soffre finanzia ogni anno circa 5500 progetti in 140 Paesi. Nel 2018 ACS ha raccolto oltre 110 milioni di euro attraverso le proprie 23 sedi nazionali. L’area in cui l’intervento della Fondazione si concentra maggiormente è il Medio Oriente e in particolare l’Iraq e la Siria dove, dal 2011 ad oggi, ha donato oltre 70 milioni di euro destinati al finanziamento di progetti che hanno contribuito alla sopravvivenza delle comunità cristiane minacciate dallo Stato Islamico.

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E’ un momento drammatico per la Chiesa cattolica

Posted by fidest press agency su domenica, 24 febbraio 2019

Film libri e giornali l’accusano, vecchie storie e nuove denunce si affollano, mentre essa stessa, con la recente riunione dei presidenti delle Conferenze episcopali a Roma insieme col papa fa una scelta di campo definitiva contro gli abusi sessuali, di coscienza e di potere del suo stesso clero, pur tra le proteste di qualche porporato riottoso.
Ma dietro questa facciata c’è un’altra partita anche più seria che si sta giocando: è la partita di quanti mirano a uno scisma nella Chiesa, gli uni per distruggerla, gli altri per distaccarla dalla guida di papa Francesco.
Tra i primi ci sono gli officianti del pensiero unico, che ritengono ormai incompatibile la persistenza della predicazione evangelica con la volata finale di un mondo senza pensiero forgiato e governato dal denaro nella sua ultima forma globale di liberismo selvaggio. A questo fronte senza saperlo dà un notevole apporto la campagna della destra teologica che in nome della tradizione si oppone al rinnovamento dell’annuncio evangelico “in quella forma” – come chiedeva papa Giovanni – “che i nostri tempi esigono”; la lettera del cardinale Müller contro il magistero di papa Francesco ne è l’ultimo esempio.
Tra i secondi c’è un’area progressista e riformista che critica papa Francesco “da sinistra”, accusando di immobilismo la sua Chiesa perché sono finora mancate riforme istituzionali, come la riforma della Curia, un’avanzata collegialità, una vera “democratizzazione”; ne è l’ultimo esempio il saggio di un professore di Bergamo, Marco Marzano su “Francesco e la rivoluzione mancata”, rilanciato dal “Fatto quotidiano” e anche da qualche sito cattolico. Esso invita “i progressisti a tentare la via della mobilitazione diretta” per denunciare la paralisi “imposta a un miliardo di fedeli cattolici da un’élite di anziani maschi celibi” e “a minacciare, se persisterà l’assoluto immobilismo, l’abbandono della barca e l’approdo ad altri territori ecclesiali più sensibili e interessati ad un rapporto meno ostile con la modernità e i suoi valori”, ossia “il metodo di Lutero”. È superfluo sottolineare qui la catastroficità di tale posizione apparentemente “innovatrice”. Vogliamo solo dire quanto sia sbagliata e conservatrice l’analisi di chi concepisce il rinnovamento della Chiesa solo come un cambio di carattere istituzionale e non come una rigenerazione del suo annuncio e della sua più profonda identità, lo stesso errore dei tradizionalisti che hanno sempre ridotto la Chiesa alla sua dimensione giuridicistica e fattuale.
Al contrario la Chiesa è rinnovata dalla Parola. L’istituzione ne è determinata. E non si può negare che la grande rivoluzione portata da papa Francesco sia stata quella della Parola, fino a una nuova rivelazione di Dio, delle religioni e della Chiesa.
Del resto questo non succede solo nella Chiesa. Ci sono discorsi, magari non subito seguiti dai fatti, che hanno cambiato il corso della storia.
Si pensi al discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret, che introdusse una nuova ermeneutica selettiva dell’Antico Testamento, separò la misericordia di Dio dalla sua vendetta e introdusse una lettura non sionista, non nazionalista cioè, delle Scritture ebraiche.
Si pensi al discorso di Paolo all’Areopago di Atene, che consegnò “il Dio ignoto” alle religioni e alle culture di tutti i popoli, senza rivendicarne l’esclusiva a una sola tradizione.
Si pensi al discorso di Gregorio Magno ai fedeli di Roma, straziati dai Longobardi di Agilulfo: “perito il popolo, scomparsi i potenti, assente il Senato, la città vuota ed in fiamme”, eppure il papa guarda al mondo nuovo che comincia, all’ascesa dei popoli nuovi, e fonda l’Europa.
E per venire a tempi più recenti, si pensi al discorso di Luigi Sturzo del 1905 a Caltagirone, che mutò l’identità dei cattolici italiani facendone non più sudditi del papa e araldi delle sue rivendicazioni temporali nella questione romana, ma cittadini dello Stato, fautori della democrazia, promotori della proporzionale e autonomi nelle loro scelte politiche, premessa necessaria del ruolo che essi avrebbero giocato dopo il fascismo.
Si pensi al discorso di Giovanni XXIII per l’inaugurazione del Concilio, nel quale attestò la Chiesa sulla frontiera della misericordia (“la medicina della misericordia invece delle armi del rigore”), l’attrezzò per l’”aggiornamento” dello stesso annuncio evangelico e sognò il sogno di una “Chiesa di tutti e soprattutto Chiesa dei poveri”.
Si pensi al discorso di Togliatti del 1963 a Bergamo sul “destino dell’uomo”, in cui il leader comunista riposizionava il suo partito, e l’idea stessa del comunismo, non più solo sul terreno delle lotte economiche e sociali, ma su quello di una nuova antropologia universalistica, per la quale la stessa coscienza religiosa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo, era chiamata in causa e poteva essere di stimolo al cambiamento della società.
Di papa Francesco non si può ancora dire quale sarà il discorso che farà storia, dopo il quale la Chiesa, tutt’altro che immobile, non sarà mai più quella di prima. Si potrebbe dire l’ “Evangelii gaudium” in cui questa nuova Chiesa è disegnata, la “Laudato sì” che coinvolge tutti gli abitanti del pianeta nella salvezza della Terra, i discorsi sulla misericordia che piantano il “Dio inedito” nel cuore di tutti gli uomini, oltre ogni diversità di religione, i discorsi ai movimenti popolari che esortano alla lotta, e non solo alla rivendicazione di un altro modo possibile, il discorso all’Europa per l’uscita dal regime di cristianità, i discorsi agli Stati per una rivoluzione degli ordinamenti che escludono e dell’economia che uccide, o il discorso con cui ha rovesciato fin nel catechismo una secolare dottrina che ammetteva la pena di morte. Più probabilmente, al di là di un singolo discorso, sarà il magistero globale di papa Francesco che avendo finalmente pensato la riforma della Chiesa a partire dalla riforma del papato (Santa Marta!) ha di fatto già realizzato quello che i suoi critici malevoli rifiutano, e che i suoi critici benevoli reclamano. Lo scisma è ormai fuori tempo.
È chiaro che questo non può bastare; il governo non è solo profezia, è anche istituzione, e un papa “governa” la Chiesa. Ma ogni cosa ha i suoi tempi, e in tempi selvatici come questi non si possono fare corti circuiti e false partenze. Ma di certo, se la Chiesa rimarrà fedele, “l’istituzione seguirà”; forse non oggi le riforme che tutti noi abbiamo nel cuore, ma certamente domani. (fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it)

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“La Chiesa centrafricana è divenuta un obiettivo”

Posted by fidest press agency su martedì, 29 gennaio 2019

Lo è “perché è l’unica a rispondere alla crisi umanitaria causata dal conflitto. Ecco perché chi ha interesse che questa guerra continui ha voluto colpirla”. Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre il vescovo di Alindao, monsignor Cyr-Nestor Yapaupa, dopo che un recente rapporto ha stimato in 80 le vittime dell’attacco del 15 novembre scorso alla cattedrale di Alindao e agli attigui missione e campo profughi perpetrato da ribelli appartenenti al gruppo Unité pour la Paix en Centrafrique (UPC).Il vescovo denuncia altresì come gli uomini della Minusca – la missione Onu di stabilizzazione della Repubblica Centrafricana – presenti al massacro non abbiano in alcun modo cercato di difendere i circa 26mila sfollati presenti o i sacerdoti che sono stati assassinati. «Non si sono neanche mossi. Non hanno sparato neanche un colpo. La Minusca è complice di questa strage e questo perché molti dei suoi uomini sono vicini ai ribelli, soprattutto quelli provenienti dalla Mauritania che condividono la loro stessa fede islamica. Fonti locali hanno infatti reso noto che due giorni prima dell’attacco il leader dell’UPC è stato ricevuto dal contingente mauritano».
I ribelli hanno ucciso il vicario generale, monsignor Blaise Mada, e il parroco di Mingala, don Celestine Ngoumbango. Con loro sale a 5 il numero dei sacerdoti uccisi in Centrafrica nel 2018. «Sapevano bene che erano sacerdoti. Tutti noi religiosi indossavamo la talare. «È stato un attacco contro la Chiesa», nota monsignor Yapaupa. Gli uomini dell’UPC hanno anche saccheggiato e incendiato i locali della missione prima di profanare la cattedrale. «Hanno lasciato un ordigno contro la chiesa e poi hanno aperto il tabernacolo e buttato a terra il calice, il ciborio e tutte le ostie. Qualche giorno dopo sono stato obbligato riconsacrare la cattedrale».Oggi gli sfollati che quel giorno, anche grazie al vescovo, sono riusciti a mettersi in salvo rifugiandosi nella boscaglia, sono tornati al «campo nella speranza di trovare qualcosa da mangiare tra le ceneri di ciò che è rimasto». Aiuto alla Chiesa che Soffre ha risposto all’attacco ad Alindao con un contributo di 45mila dollari in aiuti di emergenza e con 1200 intenzioni di Sante Messe per 12 sacerdoti della diocesi (circa 9.600 euro).Il presule riferisce come, dopo l’arrivo di un contingente ruandese della Minusca, la situazione ad Alindao sia meno tesa. «Tuttavia le sofferenze qui come in tutto il Paese sono enormi. Molte persone stanno morendo, molte persone vengono uccise, e questo perché ci sono degli interessi politici ed economici». Attraverso ACS, monsignor Yapaupa lancia quindi appello alla comunità internazionale: «Non si può sacrificare un’intera popolazione a causa della ricchezza. Abbiamo davvero bisogno di pace in questo Paese, i bambini devono andare a scuola e tutti noi abbiamo bisogno di vivere. Aiutateci, salvate il popolo centrafricano!».

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Forti emozioni alla chiesa Regina Pacis per il pubblico anguillarino

Posted by fidest press agency su martedì, 25 dicembre 2018

Un ritorno alla grande per i St John’s Singers ad Anguillara. Il coro, forte di una esperienza sul campo che data 27 anni, ha offerto al pubblico anguillarino uno spettacolo di grande qualità che ha saputo affiancare ai brani classici della tradizione musicale afro-americana anche pezzi di musica gospel scritti di recente. Un concerto che ha lasciato profonda emozione tra il pubblico intervenuto. Impeccabile come sempre la direzione di Alessandra Paffi, così come le interpretazioni dei vocalist che si sono alternati ed in particolare la bravissima Raffaela Agozzino, Alessandro Coppola, Silvia Coppola e Roberta Marcucci. Il concerto è inserito nella stagione musicale organizzata da Il Cantiere dell’Arte per il Natale 2018-2019 con il contributo della Regione Lazio.“Abbiamo accolto con grande piacere – sottolinea il presidente de Il Cantiere dell’Arte, cavaliere Adriana Rasi – l’invito che ci è stato rivolto dal presidente della Pro Loco e dal Comune di Anguillara di tornare a cantare a Anguillara. Abbiamo apprezzato molto l’accoglienza del presidente Moreno Delle Fratte e dell’amministrazione tutta, presente al concerto con il vicesindaco Sara Galea, il presidente del Consiglio Comunale Silvia Silvestri e l’assessore alla Cultura Viviana Normando. Il concerto è stato uno dei più belli di questa stagione”. I prossimi appuntamenti con i St John’s Singers sono a Capodanno 2019 alle 18 nella chiesa di San Giovanni Battista per un concerto che vedrà esibirsi anche la vocalist Fatimah Provillon e il 5 gennaio 2019 alla chiesa Santa Maria del Prato di Campagnano Romano.
Ad accompagnare i St John’s Sigers ci saranno, ancora una volta, il pianista Alessandro Aloisi, il bassista Ivano Sebastianelli e il batterista Riccardo Colasante. Fatimah Provillon. Americana del New Jersey, esporta in Italia il suo amore per la “black music”. I suoi concerti sono un mix di Soul, Blues, R’n’B e Acid Jazz. Forte è la sua attenzione per lo stile “Motown” ed i suoi grandi interpreti quali Stevie Wonder e Marvin Gaye, come per le grandi ugole jazzistiche del passato quali Etta James ed Ella Fitzgerald.

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Chiesa e protezione dei dati personali

Posted by fidest press agency su domenica, 9 dicembre 2018

Roma lunedì 10 dicembre 2018 (ore 8.30, Aula Magna “Giovanni Paolo II”) Pontificia Università della Santa Croce, giornata di studio sul tema Chiesa e protezione dei dati personali. Il nuovo Regolamento dell’Unione Europea sulla protezione dei dati (GDPR) sta inaugurando un nuovo standard nella salvaguardia della privacy. E anche la Chiesa cattolica, dalle diocesi e parrocchie alle scuole e agli ospedali, è impegnata in questo ambito.Vi prenderanno parte esperti del diritto e della comunicazione oltre a vari operatori del settore, che condivideranno la propria conoscenza ed esperienza per illustrare le nuove esigenze derivate dal possesso dei dati personali nelle attività ecclesiali.“Benché sia una normativa europea, la disciplina del GDPR sta definendo uno standard di riferimento per tutti i Paesi, interpellando le istituzioni religiose in tutto il mondo – spiega Davide Cito, membro del Comitato organizzatore. Ogni persona impegnata nel servizio ecclesiale necessita dunque di una conoscenza di base di questi provvedimenti per poter operare con competenza e trasparenza nel rispetto dei diritti di tutti”.
Tra i relatori, Giovanni Buttarelli, Garante Europeo della Protezione dei Dati (GEPD); Venerando Marano, del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università Tor Vergata; e Andrea Sartori, Data Protection Officer della Diocesi di Roma.

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“La Chiesa in campo contro la Violenza”

Posted by fidest press agency su martedì, 27 novembre 2018

L’Istituto degli studi superiori sulla Donna ha promosso un corso di formazione per le operatrici delle ACLI sui diversi aspetti della violenza sulle donne e la violenza assistita; il percorso è stato un progetto di successo che ha dato vita ad un processo di approfondimento e riflessione, divenuto centrale per l’istituto. Sono temi importanti soprattutto per chi opera all’interno di un Ateneo Pontificio. Il convegno vuole illustrare il problema dalle sue diverse angolature e attivare i soggetti partecipanti definendo e rafforzando il ruolo che ognuno può avere nell’importante sfida di fermare la violenza e offrire occasioni di ripartenza alle vittime. Questo incontro intende promuovere e rafforzare l’impegno della Chiesa contro la violenza sulle donne, impegno espresso a parole e coi fatti, infatti diverse saranno le testimonianze del mondo cattolico ed ecclesiale impegnate in prima linea su questo importante fronte.

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Il grido del povero

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 novembre 2018

“Il grido del povero” è il messaggio di papa Francesco per la II giornata mondiale dei poveri che si celebra domenica prossima, 18 novembre. Celebrare non è la parola adatta, perché si tratta piuttosto di gridare sui tetti la condizione angosciata dei poveri che tutto il sistema di potere tende oggi ad occultare e rimuovere. E’ appunto al grido dei poveri che fa eco il messaggio del papa, pubblicato già il 13 giugno scorso ma che è bene ora riprendere in mano. Colpisce che nel riproporre la questione della povertà e nel promuovere un’azione, anche della Chiesa, per alleviarla, il papa non si rifugi in alcuna spiritualizzazione o mistica della povertà, ma la denunci come frutto di ingiustizia, avidità ed egoismo; il povero grida non solo perché è privo di mezzi, ma perché è scacciato, scartato, umiliato, naufrago, e addirittura fronteggiato, se si mette in marcia, da eserciti in armi. Perciò la risposta che è di Dio ma dovrebbe essere anche del mondo e della Chiesa, non è quella di arricchirlo, ma ancor più di liberarlo. Certo gli ci vuole un reddito (e un lavoro, una casa, gli strumenti per produrre beni e dignità) ma deve essere un reddito di liberazione perché la povertà, dice il papa, è una prigionia. E proprio questa sembra la novità più significativa di questo messaggio di Francesco, l’aver messo in contraddizione nella condizione del povero non la povertà e la ricchezza ma la prigionia e la liberazione.
Si è svolto a Camaldoli, dal 1 al 4 novembre scorso, il colloquio “Oggi la parola” sul tema “Abitare il futuro”. Questo futuro si è mostrato come un futuro tutto posseduto e determinato dalla tecnica, su un precipizio di ignoto che oggi è perfino impossibile immaginare. In gioco c’è infatti la produzione di robot che simulano l’uomo e vorrebbero essere più prestanti di lui, c’è l’intelligenza artificiale che si pretende più performante dell’umana, e un uomo “potenziato” oltre i suoi limiti, non solo per curarne le malattie ma per fargli battere ogni record in sempre nuove conquiste; e ciò non solo a valere per i viventi di oggi ma, attraverso l’ingegneria genetica tale da modificare anche le generazioni future. Di grande interesse le informazioni che sono state fornite, ma anche di grande ambivalenza e allarme le conclusioni che se ne possono trarre. Come diceva un documento del 2008 della Congregazione per la dottrina della fede, “Dignitas personae” c’è il rischio che tali manipolazioni, genetiche e cibernetiche, volte al potenziamento della specie umana, introducano “un indiretto stigma sociale nei confronti di coloro che non possiedono particolari doti” e che enfatizzino “doti apprezzate da determinate culture e società, che non costituiscono di per sé lo specifico umano”, ciò che contrasta “con la verità fondamentale dell’uguaglianza fra tutti gli essere umani, che si traduce nel principio di giustizia, la cui violazione, alla lunga, finirebbe per attentare alla convivenza pacifica tra gli individui”. La vera domanda è che idea ci sia di questo uomo che si vuole oltrepasssare.
Di questi materiali forniamo nel sito http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it una preziosa relazione di Daniela Turato sull'”enhancement” o potenziamento dell’umano, e un link a una riflessione del prof. Paolo Bettiolo che ha evocato una pagina dell’Apocalisse.
Nel contesto del colloquio c’è stata anche una relazione di Raniero La Valle sul camaldolese padre Benedetto Calati, basata su fonti inedite. Nella ricostruzione del suo itinerario e della sua testimonianza monastica è emersa forse la maggiore riserva che si può fare al progettato uomo artificiale: che esso è pensato né uomo né donna, neutro e asessuato, e perciò del tutto opposto all’uomo che, come risulta dal racconto della Genesi, Dio ha pensato come maschio e femmina, “due in una carne sola”.

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Preti pedofili: la crisi che vive la Chiesa

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

La lettera dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, pubblicata tra il 25 e il 26 agosto e in cui chiede la rinuncia di Papa Francesco, è stata una bomba per i cattolici di tutto il mondo. Migliaia di articoli, pubblicati nei giorni successivi, hanno seminato confusione ma sono anche serviti ad aggiungere nuovi dati, perfino autentiche rivelazioni, che aiutano a comprendere meglio il valore del testo.Riportiamo di seguito alcune conclusioni che si possono trarre attualmente dalle informazioni pubblicate e verificate.
Giornalisti e altre persone che prima della pubblicazione della lettera erano in contatto con l’arcivescovo Viganò hanno affermato pubblicamente che il testo era stato rivisto e approvato dal Papa emerito Benedetto XVI (cfr. New York Times, 27 agosto 2018).Queste informazioni sono state smentite dal segretario personale di Benedetto XVI, l’arcivescovo Georg Gänswein: “L’affermazione per la quale il Papa emerito aveva confermato queste dichiarazioni manca di fondamento. Fake news!”In alcune dichiarazioni al quotidiano tedesco Die Tagespost, il presule tedesco ha spiegato che “Papa Benedetto non ha fatto commenti sul ‘memorandum’ dell’arcivescovo Viganò e non ne farà”.Me le accuse di monsignor Viganò contro Papa Francesco sono vere? Nuove rivelazioni permettono di comprendere meglio la crisi che vive la Chiesa.
Come si può interpretare la partecipazione di monsignor Viganò a un omaggio pubblico all’ex cardinale Theodore McCarrick, il 2 maggio 2012, presso il Pierre Hotel di Manhattan? Si tratta di un fatto centrale, perché l’arcivescovo chiede la rinuncia di Francesco per non aver applicato le “sanzioni canoniche” che Papa Benedetto XVI avrebbe emesso privatamente contro l’ex porporato statunitense, attualmente accusato di abusi sessuali. (fonte: aleteia)

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