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Il Dio cinico non esiste

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 gennaio 2021

forse poteva stupire che il papa, così attento nell’amore, nel riguardo e nella delicatezza per l’altro, chiedesse ai due cardinali più importanti del collegio (il decano e il segretario di Stato) di non usare parole proprie nelle liturgie di passaggio all’anno nuovo in san Pietro, ma di leggere le omelie preparate da lui, impedito a pronunciarle dai dolori della sciatalgia. Doveva esserci una ragione seria. Se il 2020 fosse stato un anno normale, sarebbe stato diverso. Ma era stato l’anno dell’universale dolore, l’anno della pandemia, l’anno da tutti esecrato e bollato come da non doversi ripetere mai più: come accreditarlo a Dio cantando il Te Deum? Nel decidere se e come darne lode o farne carico a Dio ne andava del cristianesimo. Quale responsabilità maggiore per un papa chiamato ad essere custode della fede e a confermare nella fede i fratelli (che come ormai sappiamo da “Fratelli tutti” e altri innumerevoli atti pastorali sono tutti gli uomini e le donne senza eccezione e scarto alcuno)? Papa Francesco aveva già spiegato, anche qui in innumerevoli interventi pastorali, come si dovesse prendere la pandemia, se si dovesse chiederne conto a Dio, come sistemarla nell’universo delle nostre angosce, delle nostre domande di senso. C’era stato il grande pericolo che degli zelanti la spiegassero come la Grande Punizione per un mondo in via di perdizione, che si usassero gli argomenti degli amici di Giobbe (te la sei voluta!) oppure che si piantasse la domanda micidiale per la fede: perché Dio permette, o addirittura provoca, il dolore innocente, sottopone il giusto a prove strazianti, negli affetti più cari, nei figli, nei beni, nel lavoro? Insomma era il problema della teodicea: il termine è nuovo, inventato da Leibnitz nel ‘700, ma la questione è antica, viene dalla Bibbia, passa per Qumram, i Manichei, sant’Agostino, attraversa la Chiesa, arriva a Paolo VI che si lamenta con Dio perché non ha salvato Moro, «uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico»: essa scuote la coscienza credente, che all’ora della prova o smette di credere o «riesce a credere attraverso ciò che sperimenta, anche se non lo capisce, anche se non lo vuole, anche se continua a sembrargli assurdo e ingiusto», come si legge su “Rocca”, la rivista di Assisi, che proprio in questi giorni come tanti altri si era interrogata su «la malattia e la risposta religiosa»; e la domanda è: perché il male? Che ci sta a fare Dio con tutto questo male, ci salva o dobbiamo salvarci da soli o salvezza non c’è? Dal primo giorno in cui è papa, Francesco si è dedito a smontare le immagini idolatriche di Dio, di un Dio costruito secondo i sentimenti umani, secondo le umane filosofie, le logiche del mondo, un Dio associato agli istinti del giustizialismo e della retribuzione; giorno dopo giorno egli ha preso le distanze dal Dio secondo ragione di tante teodicee e non ha fatto altro invece che raccontare un Dio di misericordia, riaprendo nella modernità, sulla frontiera stessa del kerigma, la questione di Dio. Ma, pur nella popolarità di cui gode, questa vera novità non era stata seriamente avvertita, su altri terreni di riforma ecclesiale era stato atteso al varco; nessuno del resto mette in gioco la propria precomprensione della fede, non c’è l’idea che la predicazione, sia pure di un papa, non sia fatta di prevedibili stereotipi, che possa cogliere di sorpresa, come fa l’irrompere nella routine informativa di una vera notizia, di una cosa nuova. Ed ecco che nelle omelie di fine ed inizio d’anno in forma quasi lapidaria, con la forza di tutta l’esperienza di dolore della pandemia e la chiarezza di una informazione ormai certa, è data la buona notizia, giunge la risposta sul Dio in cui credere, e il dio invece da lasciare: il Dio cinico non esiste. «Non potevamo immaginare un Dio simile, che nasce da donna e rivoluziona la storia con la tenerezza», ha letto dai fogli papali il cardinale Parolin nella Messa di Capodanno; e nei Vespri di fine d’anno il cardinale Re con le parole di Francesco ha infranto la pretesa sofistica della teodicea che pretende tutto spiegare dei misteri di Dio: «Qual è il senso di un dramma come questo? Non dobbiamo avere fretta di dare risposta a tale interrogativo. Ai nostri ‘perché’ più angosciosi nemmeno Dio risponde facendo ricorso a ‘ragioni superiori’. La risposta di Dio percorre la strada dell’incarnazione, come canterà tra poco l’Antifona al Magnificat: ‘Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il suo Figlio in una carne di peccato’. «Il buon samaritano, quando incontrò quel poveretto mezzo morto sul bordo della strada, non gli fece un discorso per spiegargli il senso di quanto gli era accaduto, magari per convincerlo che in fondo era per lui un bene. Il samaritano, mosso da compassione, si chinò su quell’estraneo trattandolo come un fratello e si prese cura di lui facendo tutto quanto era nelle sue possibilità (cfr Lc 10,25-37). «Qui, sì, forse possiamo trovare un “senso” di questo dramma che è la pandemia, come di altri flagelli che colpiscono l’umanità: quello di suscitare in noi la compassione e provocare atteggiamenti e gesti di vicinanza, di cura, di solidarietà, di affetto. È ciò che è successo e succede anche a Roma, in questi mesi,,,,» Così il papa. Non c’è un grande disegno, non c’è nessun disegno per il quale sacrificare esseri umani: non c’è per Dio, tanto meno può esserci per noi, per la ragion di Stato, per le guerre umanitarie, per il pareggio di bilancio, per i sacrificatori di ogni setta, cultura e religione: «Questo Dio cinico e spietato non esiste»; «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» aveva scritto Francesco nella bolla d’indizione dell’anno della misericordia, non sarebbe neanche un Dio. Perciò davanti all’uomo gettato ai bordi della strada e della vita non c’è da argomentare sul bene che “in fondo” gliene può venire (per esempio salvarsi l’anima, come predicava l’Inquisizione), ma bisogna chinarsi su di lui e prenderne cura. Questa, di ripetere l’azione messianica di svelare la vera “natura di Dio”, è la riforma di papa Francesco. Ma, come osserva padre Alberto Simoni nella sua strenua proposta di una vera “koinonia”, ciò è vano se non diventa una proposta pastorale di tutta la Chiesa. Cioè se tutta la Chiesa non fa suo questo annuncio, se non si limita a farlo fare testualmente da due cardinali incaricati, o lo fa svogliatamente o non lo fa per nulla dai pulpiti domenicali. La verità è che nella Chiesa, la cui stessa sopravvivenza secondo il Corriere della Sera è in prognosi riservata, ha bisogno oggi di una grande rivoluzione nel suo rapporto col mondo, come aveva intuito il Concilio Vaticano II, ma questa rivoluzione va oltre le buone maniere imposte dalla modernità, ha bisogno della stessa radicalità che «ha percorso la strada dell’incarnazione» . Questo vuol dire che per raccontare al mondo un Dio così, occorre aggiornare le sacre biblioteche, rinnovare i linguaggi e forse cominciare col ripensare e riscrivere i libri liturgici, rifare la scelta delle letture bibliche per i cicli triennali dell’anno liturgico, ristudiare le connessioni tra le letture dell’Antico e Nuovo Testamento, non lasciare nel gorgo del fraintendimento pagine bibliche gravide di un Dio geloso e vindice, che nel contesto storico di oggi, così come sono (non più in latino ma in volgare) suonano come un controannuncio rispetto alla pazienza e misericordia di Dio, insomma riprendere la grande riforma liturgica intrapresa dal Concilio e che fu fatta interrompere al cardinale Lercaro. L’impresa è ardua, ma per un Dio così ne vale la pena.

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Il Sindaco è cinico, postalo su facebook solo se puoi dimostrare che è vero

Posted by fidest press agency su martedì, 9 agosto 2016

enrico michettiLa sentenza della Cassazione n. 32791 del 27 luglio 2016 sulle problematiche derivanti dall’utilizzo dei Social e sulla dichiarazione di non doversi procedere in caso di condotta riparatoria. Sempre più le aule giudiziarie si animano di vicende che nascono dall’utilizzo “disinvolto” dei Social network, strumenti di comunicazione che spesso degenerano in diffamazione, come nel caso giunto dinanzi alla Suprema Corte che vede una signora al banco degli imputati per aver postato sulla propria bacheca personale facebook un commento sferzante nei confronti del sindaco del suo comune tacciato di insensibilità rigardo ai problemi dell’imputata e di un’altra persona a questa legata, oltre che di scarsa umanità.Citata in giudizio dal Pubblico Ministero davanti al Giudice di Pace per il reato di diffamazione previsto dall’art. 595 del codice penale, l’aveva scampata in corner dalla condanna in quanto, avendo offerto in udienza la somma di 800 euro a titolo riparatorio, ex art. 35 d.lgs. 28 agosto 2000, n. 74, otteneva una sentenza di non doversi procedere per intervenuta condotta riparatoria.Ma insoddisfatta ha impugnato la sentenza dinanzi la Corte di Cassazione in quanto la sentenza impugnata nulla dice in ordine alla richiesta principale di assoluzione per esercizio del diritto di critica, che – a suo giudizio – importa la nullità della sentenza per violazione di legge. La Corte di Cassazione Penale, Sezione Quinta con sentenza n. 32791 pubblicata il 27 luglio 2016 (Presidente: Bruno Paolo Antonio – Udienza: 13.5.2016), nel rigettare il ricorso condannando la signora alle spese processuali, ha tra l’altro, evidenziato che il giudizio sferzante postato su facebook nei confronti del Sindaco era certamente idoneo a lederne la reputazione in quanto attribuiva a quest’ultimo indifferenza verso le sofferenze umane, se non vero e proprio cinismo; il che, tenuto conto del ruolo ricoperto dalla persona offesa (Sindaco) ne comportava un evidente scadimento nella considerazione generale. Tale lesione dell’integrità morale – per la Corte – “sarebbe stata certamente irrilevante, dal punto vista penale, stante il ruolo pubblico della persona offesa, ove si fosse trattato di fatti veri, dimostrati nella loro obiettività. Nulla è dato sapere, però, circa la verità di quei fatti, nè stante la natura dell’istituto attivato dall’imputata – un accertamento era consentito al giudice, che ha dovuto necessariamente fermarsi all’esame della contestazione e alla verifica del suo inquadramento in fattispecie di reato tipizzate. Tanto ha concretamente fatto, constatando che il reato era sussistente, anche sotto il profilo della diffusività della propalazione (attraverso una bacheca facebook si ha propalazione di notizie in un ambito rilevante, a meno che non sia stato limitato l’acceso ad una sola persona: Cass., n. 24431 del 28/4/2015)”. Fermo quanto sopra – che si spera faccia riflettere sull’importanza di ponderare le espressioni che con troppa facilità e superficialità si trovano postate sui Social – la Corte ha affermato che il giudice è tenuto a pronunciare sentenza di assoluzione ai sensi dell’art. 129 del codice di procedura penale, qualora risulti “evidente” la ricorrenza di una delle condizioni che impongono il proscioglimento nel merito, ovvero che l’azione penale non poteva essere promossa o non può essere proseguita. Tale norma – applicabile al giudizio che si svolge dinanzi al Giudice di pace – va calata nel meccanismo applicativo dell’istituto previsto dall’art. 35 del d.lgs d.lgs. 28 agosto 2000, n. 74, che consente al giudice di dichiarare estinto il reato qualora l’imputato dimostri di aver proceduto, prima dell’udienza di comparizione, alla riparazione del danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e di aver eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato. Va considerato, poi, che la norma richiede, per l’applicazione dell’istituto, che il giudice “senta” cassazionele parti e, eventualmente, la persona offesa, se comparsa. Gli strumenti a disposizione del giudice – dai quali poter trarre argomenti per valutare la congruità dell’offerta, sia sotto il profilo risarcitorio che quello social-preventivo – sono quindi limitati, anche se non è escluso che il giudice, dopo aver ascoltato le parti, possa acquisire documenti idonei a valutare l’entità del danno o la gravità del reato, mentre è da escludere, invece, una attività istruttoria volta ad accertare l’esistenza (o insussistenza) del reato o la sua commissione da parte dell’imputato, ovvero l’insussistenza dell’elemento soggettivo, giacchè verrebbe frustrata, in tal modo, la funzione dell’istituto, volto sia a realizzare una forma di giustizia conciliativa, sia a deflazionare il carico giudiziario, attraverso una forma di componimento extra giudiziario, o, più strettamente, extra processum. In ogni caso tale verifica, anche implicita, che compie il giudice può legittimare il ricorso per cassazione solo nei casi di “evidente” arbitrarietà della valutazione (quando, per esempio, venga accolta l’offerta riparatoria per un fatto certamente lecito).
Tanto premesso in via generale, la Suprema Corte ha rilevato che, nessun vizio affligge la sentenza impugnata che ha fatto corretta applicazione dei principi sopra sinteticamente riportati in quanto, nello specifico, nessuna “evidenza” era rilevabile dal giudice, quando fu dichiarato estinto il reato per congruità dell’offerta, né la ricorrente ha sollevato argomenti – rilevanti nel giudizio di cassazione – idonei a dimostrare un errore del giudice. Verdetto finale niente assoluzione, ma non luogo a procedersi per intervenuta condotta riparatoria. (Enrico Michetti da Il Quotidiano della Pubblica Amministrazione) (Photo Credit ilquotidianodellapa.it- cassazione)

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