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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘civili’

Yemen: l’UNHCR esprime profondo dolore per i civili uccisi a Sana’a

Posted by fidest press agency su domenica, 19 maggio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profondo dolore per l’uccisione e il ferimento di civili durante gli attacchi di giovedì scorso, che hanno colpito la città di Sana’a, in Yemen.In base alle informazioni disponibili, tra i feriti ci sono anche rifugiati, tra cui una rifugiata somala e sua figlia, ricoverate d’urgenza in ospedale.Tragedie simili, che provocano la perdita di vite umane e numerosi feriti, sono la conferma delle drammatiche conseguenze che la guerra in Yemen sta avendo sulla popolazione civile.I civili devono essere protetti e le parti in conflitto devono garantire il rispetto degli obblighi sanciti dal diritto internazionale umanitario.In Yemen ci sono oltre 275.000 rifugiati e richiedenti asilo, la maggior parte dei quali (più del 90%) proviene dalla Somalia.Il conflitto ha notevolmente aggravato la situazione già precaria dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti presenti nel Paese.In risposta alle richieste di aiuto da parte dei rifugiati somali desiderosi di lasciare lo Yemen e far ritorno alle proprie case, nel 2017 l’UNHCR ha avviato il Programma di Rimpatrio Volontario Assistito.L’UNHCR e le organizzazioni partner, tra cui l’OIM, sostengono i rifugiati che scelgono il rimpatrio aiutandoli con la documentazione e il trasferimento, distribuendo aiuti finanziari in Yemen nel tentativo di facilitare il loro viaggio e fornendo assistenza per il rimpatrio e il reinserimento una volta fatto ritorno in Somalia.Nell’ambito del programma di reinsediamento, lunedì 13 maggio 105 rifugiati sono partiti dal porto di Aden diretti al porto di Berbera, in Somalia, per un totale di 4.068 rifugiati che hanno fatto ritorno al proprio paese tramite questo canale.

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Siria meridionale: garantire un passaggio sicuro per i civili in fuga

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 luglio 2018

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esorta tutte le parti coinvolte in Siria a proteggere e fornire un passaggio sicuro ai civili costretti ad abbandonare le proprie case a causa dei recenti combattimenti nel sud del paese. Si stima che circa 140.000 persone siano fuggite in tutto il sud-ovest e necessitino di un passaggio sicuro per uscire dalla regione, oltre ad assistenza umanitaria immediata, protezione e riparo. Abbiamo anche assistito al ritorno di decine di migliaia di sfollati interni (IDP) in seguito ad accordi locali e in aree sotto il controllo del governo siriano.Insieme alle Nazioni Unite e ad altri partner umanitari abbiamo mobilitato ingenti aiuti in denaro per rispondere alla situazione in Siria, raggiungendo decine di migliaia di persone. È necessario che l’assistenza sia ulteriormente incrementata e l’UNHCR continua a chiedere che agli attori umanitari sia garantito un accesso sicuro.A causa del perdurare del conflitto e dei nuovi esodi forzati verificatisi nei primi sei mesi del 2018, si stima che quasi 13.000 rifugiati provenienti dai paesi limitrofi e altri 750.000 sfollati interni siano tornati nelle proprie case ad Aleppo, Homs, Hama, nelle aree urbane e rurali di Damasco e nella parte sud-ovest e nord-orientale della Siria. Prevedendo e riconoscendo tali dinamiche, l’UNHCR ha rafforzato le sue capacità in Siria già nel 2017 per sostenere i rifugiati e gli sfollati interni che rimpatriano spontaneamente. Continuiamo a lavorare per migliorare la risposta alle esigenze umanitarie e di protezione degli sfollati interni, dei rimpatriati e di altre persone colpite dalla crisi.L’UNHCR ha preso atto dell’annuncio di mercoledì da parte delle autorità siriane e russe sull’istituzione di un centro in Siria per aiutare i rifugiati che tornano a casa. Pur non avendo ancora preso visione del piano nel dettaglio, siamo comunque pronti ad avviare discussioni in merito con il governo della Siria e con la Federazione russa.I rifugiati hanno sempre il diritto di tornare nel proprio paese. L’UNHCR sottolinea che qualsiasi piano teso a consentire l’esercizio di tale diritto deve rispettare gli standard internazionali; questo significa che i rimpatri devono essere volontari, svolgersi in condizioni sicure e dignitose e devono essere sostenibili.È fondamentale che i rimpatri di rifugiati e sfollati interni non siano soggetti a pressioni, né avvengano in condizioni precipitose o premature. I rifugiati devono essere in grado di fare una scelta libera e informata sul loro futuro e devono avere tutti gli elementi di base per un rimpatrio volontario sostenibile.L’UNHCR è pronto a collaborare con i governi della Siria e della Russia per arrivare a soluzioni che soddisfino gli standard internazionali in materia di rifugiati e diritti umani.

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Congo: il riaccendersi delle tensioni nel Kasai pone nuove minacce per i civili sfollati

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime profonda preoccupazione per la situazione nel Kasai, una regione della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove la continua instabilità rappresenta un grave rischio per l’incolumità delle popolazioni civili, tra cui diverse centinaia di rifugiati recentemente tornati dall’Angola.Le forze governative congolesi hanno riacquistato il controllo di vaste aree del Kasai, tuttavia perdurano sporadici scontri tra le forze armate e i gruppi di miliziani. Nel frattempo, restano alte le tensioni tra i diversi gruppi etnici, con il rischio che la regione viva nuove esplosioni di violenze. Gli operatori dell’UNHCR presenti a a Tshikapa, una città a circa 60 chilometri dal confine con l’Angola, riferiscono che diversi sfollati interni, così come coloro che sono tornati dall’Angola, non sono riusciti a rientrare nelle loro comunità a causa delle ostilità inter-etniche.A febbraio le tensioni hanno costretto oltre 11.000 persone a lasciare le proprie case e spostarsi verso le zone più settentrionali della regione, nel territorio di Mweka, che si vanno ad aggiungere ai circa 900.000 congolesi sfollati a causa della crisi del Kasai scoppiata nel 2016.Il conflitto nel Kasai ha anche costretto oltre 35.000 congolesi a cercare rifugio in Angola. Dal settembre 2017 alcuni di loro sono tornati volontariamente nella Repubblica Democratica del Congo, scoprendo però che raggiungere le loro vecchie abitazioni era impossibile. Molti di loro oggi vivono in chiese e moschee, mentre altri sono stati costretti a trasferirsi in altre province.Spesso le persone che sono ritornate non trovano alcun sostegno per ricostruire le proprie abitazioni, poiché i finanziamenti umanitari non consentono attualmente di mettere in atto un importante programma di ricostruzione. Per far fronte alla crisi della RDC, l’UNHCR ha richiesto, per il 2018, 368,7 milioni di dollari USA; ad oggi solo l’1% di questa cifra è stata stanziata.
Molti dei rifugiati congolesi in Angola sostengono di non voler tornare nei propri luoghi di origine a causa della fragile situazione. L’UNHCR ritiene inoltre che non sia ancora possibile procedere a rimpatri in modo sicuro, dignitoso e sostenibile, poiché mancano le condizioni di pace e sicurezza.In seguito a tale situazione, l’UNHCR ha espresso profonda preoccupazione nel venire a conoscenza, pochi giorni fa, del rientro forzato di circa 530 congolesi dall’Angola alla RDC, avvenuto tra il 25 e il 27 febbraio. Tra questi, vi erano 52 rifugiati registrati che vivevano nella città di Dundo, vicino al confine con la RDC, e circa 480 rifugiati non registrati che si trovavano nel centro di accoglienza di Cacanda a Dundo. I rimpatri sono stati effettuati nonostante l’UNHCR abbia richiesto alle autorità angolane di effettuare uno screening congiunto del gruppo non registrato. L’UNHCR esorta le autorità angolane ad astenersi da ulteriori rimpatri forzati di cittadini congolesi nel loro paese. Se le condizioni dovessero cambiare, l’UNHCR è pronta a fornire la propria assistenza alle autorità della RDC e dell’Angola per avviare un tavolo di confronto sui rimpatri volontari.

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Yemen: i nuovi combattimenti costringono ancora alla fuga decine di migliaia di civili

Posted by fidest press agency su sabato, 11 marzo 2017

YemenL’intensificarsi delle ostilità nello Yemen occidentale e centrale continua a costringere alla fuga decine di migliaia di civili, molti dei quali faticano ormai a sopportare condizioni di vita tanto terribili. Oltre 62.000 persone sono risultate disperse nelle ultime sei settimane. Lungo la costa occidentale dello Yemen, i recenti scontri nel governatorato di Taizz hanno costretto alla fuga oltre 48.000 persone. La maggior parte, circa 35.226 persone, si sono spostate all’interno del governatorato stesso di Taizz o si sono dirette verso quello vicino di Hudaydah (9.822 persone). Altre si sono dirette, inoltre, verso i vicini governatorati di Ibb (1.068 persone), Aden (900), e, in numeri minori, verso Al Dhale’e, Lahj, Abyan e Shabwah.La maggior parte di queste persone necessita urgentemente di assistenza e ha trovato riparo presso spazi comuni e pubblici, quali scuole e strutture sanitarie, mentre altre si sono sistemante in edifici abbandonati o perfino all’aperto.Alcuni civili, inclusi molti minori, risultano soffrire di malnutrizione, mentre altri sono profondamente afflitti dall’angoscia e necessitano di sostegno psico-sociale. Il sovraffollamento e le condizioni malsane delle aree di accoglienza stanno, inoltre, portando alla diffusione di epidemie, incluse patologie dermatologiche.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), insieme ai partner, ha risposto rapidamente alle esigenze delle ultime persone in fuga da Taizz, garantendo alloggi e beni di prima necessità per coloro che sono arrivati nei distretti di Hudaydah e Ibb. La distribuzione di beni di prima necessità dell’UNHCR – che includono materassi, stuoie, coperte, utensili da cucina e secchi – finora ha garantito sostegno a oltre 14.000 persone. Inoltre, sono stati forniti alloggi e tende d’emergenza per più di 18.000 persone. Sono previste ulteriori distribuzioni che garantiranno assistenza ad oltre 3.800 persone in fuga da Taizz.Mentre i combattimenti non accennano a cessare, l’UNHCR lavora senza sosta per ottenere accesso a Taizz e poter fornire assistenza alle persone che ne hanno necessità. Alla fine del mese scorso, l’UNHCR ha preso parte a una missione congiunta presso il distretto di Mokha, l’area più sensibile all’interno del governatorato, che ha portato a scoprire come molte delle persone sfollate vivessero in condizioni terribili, alloggiate presso edifici scolastici pubblici, strutture sanitarie e, in alcuni casi, esposte alle intemperie senza alcuna protezione. Tanto le famiglie degli sfollati quanto quelle delle comunità di accoglienza versano in enormi difficoltà in mancanza di un’assistenza di base e vivono nel timore di essere vittime di violenza.
Nonostante l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati fosse riuscita in precedenza ad accedere a Taizz, l’intensificarsi delle ostilità, attualmente, vi sta ostacolando l’accesso. L’UNHCR è costantemente impegnata per ottenere accesso illimitato e sta tentando d’intraprendere una risposta mobilitando tutti gli attori nazionali sul campo.
Anche le capacita delle comunità di accoglienza locali si stanno riducendo e vengono messe a dura prova dalla necessità di ospitare il numero crescente di persone in arrivo. Senza contare le decine di migliaia di persone costrette alla fuga di recente, i governatorati di Taizz, Hudaydah e Ibb ospitano complessivamente il 25 per cento del totale della popolazione sfollata internamente allo Yemen, vale a dire 504.258 persone.
Altrove, nello Yemen centrale, la recente escalation del conflitto nel governatorato di Dhamar, al confine con Sana’a, ha causato la fuga di altre migliaia di persone. Innescate da una disputa nata nel distretto di Utmah, le ostilità hanno costretto oltre 13.902 a fuggire dalle proprie case in tutto il governatorato. Diverse circoscrizioni in cui diverse persone hanno cercato rifugiato restano inaccessibili, pertanto il numero totale di persone sfollate potrebbe essere molto più elevato. 6.978 sfollati interni, registrati fra i civili costretti a fuggire, stanno ora cercando di fare ritorno nelle proprie aree di origine.Le strade principali che conducono al distretto di Umtah restano bloccate, ostacolando l’accesso alle popolazioni che necessitano di assistenza. Sono stati segnalati, inoltre, danni rilevanti alle infrastrutture pubbliche. L’assenza di strutture sanitarie adeguate all’interno del distretto comporta, inoltre, che i civili feriti possano ottenere assistenza esclusivamente in un ospedale che si trova a 85 km di distanza.L’assistenza fornita dall’UNHCR, inclusa la distribuzione di beni non alimentari e di alloggi, attualmente può essere garantita solo alle persone in fuga con le nuove ondate migratorie. L’UNHCR non è più in grado di garantire distribuzioni regolari di beni, nemmeno per gli sfollati interni dello Yemen che vivono nei centri collettivi di accoglienza e negli insediamenti informali.In Yemen, attualmente, vi sono 2 milioni di sfollati interni e un milione sono tornati provvisoriamente nelle proprie aree di origine, ma continuano ad avere bisogno di assistenza umanitaria. Per fornire loro assistenza e rispondere alle nuove ondate migratorie, l’UNHCR rivolge un appello affinché vi sia un sostegno internazionale maggiore.

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Preoccupazione per i civili yemeniti a causa dell’intensificarsi degli scontri ad Al Mokha

Posted by fidest press agency su sabato, 4 febbraio 2017

YemenL’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime forte preoccupazione per le migliaia di civili yemenite che stanno fuggendo o che sono intrappolati nei pesanti scontri fra le diverse fazioni in guerra nei distretti della regione del Mar Rosso di Al Mokha e Dhubab, nel governatorato di Taizz. A causa delle ininterrotte operazioni militari che impediscono l’accesso degli aiuti umanitari nell’area, al momento è difficile verificare il numero delle persone in fuga. Stime attuali provenienti da diverse fonti indicano che circa 3.570 civili hanno abbandonato Al Mokha per dirigersi verso altri distretti del vicino governatorato di Al Hudaydah, in particolare Jabal Ra, Hays, Al Garrahi, Al Khawkhah e At Tuhayat.
Per quanto riguarda il numero di civili che si trovano ancora ad Al Mokha, le fonti sono discordanti. Secondo alcune di queste, inclusa una parte di sfollati interni da poco giunta da Al Mokha che ha incontrato il personale dell’UNHCR nel governatorato di Al Hudaydah, sarebbero circa 30.000 le persone fuggite a causa degli scontri, fra cui si registrano anche famiglie, in particolare nel governatorato di Taizz. Se da un lato i violenti scontri hanno bloccato molti civili nelle città di Al Mokha e Dhubab, anche l’intensificarsi delle ostilità ad Al Hudaydah sta rendendo più difficile la fuga di quanti cercano di mettersi in salvo. Anche l’area a nord di Al Mokha, che include la strada costiera per Al Hudaydah, è interessata da operazioni militari ed è teatro di combattimenti che mettono seriamente a rischio la vita dei civili in fuga. Nel governatorato di Al Hudaydah gli sfollati cercano riparo ovunque. Molti sono stati generosamente ospitati dafamiglie locali, ma continuano a vivere in condizioni precarie e ad avere urgente bisogno di assistenza.
“Migliaia di civili sono in queste ore bloccati a causa del conflitto. Tutto ciò peggiora ulteriormente la situazione di una popolazione già estremamente vulnerabile e per questo stiamo rapidamente mobilitando gli interventi di assistenza insieme ai nostri partner”, ha affermato il rappresentante dell’UNHCR per lo Yemen Ayman Gharaibeh.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha predisposto un piano d’intervento ad Al Hudaydah, che prevede l’installazione di alloggi di emergenza, l’assistenza alle famiglie e la distribuzione di materassi, materassini, coperte, utensili da cucina e secchi. La distribuzione comincerà questa settimana, non appena saranno valutati i bisogni e accertato il numero di persone che necessitano di assistenza. Da marzo 2015 circa tre milioni di yemeniti sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. In tutto lo Yemen, gli sfollati interni sono oggi due milioni: mentre un milione di civili sta cercando da allora di ritornare alle proprie case, dato che anche nelle altre aree del Paese in cui avevano cercato rifugio le condizioni sono in continuo peggioramento.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati lancia un appello affinché non vi sia alcun impedimento all’accesso degli aiuti umanitari destinati alle persone che ne hanno bisogno e affinché siano tutelati i diritti fondamentali e garantita l’incolumità fisica dei civili in tutto il Paese.

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Combattimenti a nord della Siria che coinvolgono migliaia di civili

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2016

siriaL’UNHCR è profondamente preoccupato per la situazione in cui si trovano circa 165.000 persone sfollate che secondo quanto riportato stanno ora vivendo in massa vicino alla città di Azaz, a nord della Siria. Le persone sono fuggite in seguito a violentissimi scontri a nord di Aleppo. I civili in fuga sono intrappolati tra due fronti e hanno difficoltà ad accedere a servizi medici, cibo, acqua e protezione.Al fine di una preparazione all’emergenza, l’UNHCR ha immediatamente avvertito le autorità turche degli sviluppi in Siria settentrionale.L’UNHCR fa appello perchè i diritti fondamentali e l’incolumità fisica di questa popolazione siano protetti, come previsto dal diritto umanitario internazionale, dal diritto internazionale per i rifugiati e dalle norme internazionali in materia di diritti umani, e fa appello inoltre affinchè siano garantiti passaggi sicuri e protezione.

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Gli attacchi sistematici contro i civili perpetrati da Israele saranno esaminati dal Tribunale Russell sulla Palestina

Posted by fidest press agency su domenica, 21 settembre 2014

Gazastrip24-25 settembre – Bruxelles – Albert Hall, Bruxelles. La sessione straordinaria su Gaza del Tribunale Russell prenderà in esame gli attacchi sferrati contro i civili e le infrastrutture civili durante l’“Operazione Margine Protettivo” nei mesi di luglio e agosto di quest’anno.
Recentemente, il Human Rights Watch ha accusato Israele di aver commesso crimini di guerra in un rapporto che analizza tre attacchi contro le scuole di Jabalya, Beit Hanoun e Rafah, in cui sono rimaste uccise 45 persone, tra cui 17 bambini.
Non è la prima volta che un’indagine giunge a queste conclusioni. Anche le Nazioni Unite e Amnesty International avevano trovato prove di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Secondo le Nazioni Unite, durante i 50 giorni dell’offensiva israeliana, 2.131 palestinesi sono rimasti uccisi. Tra questi, 501 erano bambini, sotto i 12 anni nel 70% dei casi, stando ai dati UNICEF.Nello stesso periodo, i dati diffusi dal Ministero della Salute di Gaza parlano di 10.918 feriti, tra cui 3.312 bambini e 2.120 donne. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che 244 scuole sono state bombardate e che una è stata utilizzata come base militare. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Al Mezan, almeno 10.920 abitazioni private sono state danneggiate o distrutte; tra queste, 2.853 sono state rase al suolo. Inoltre, sono stati colpiti anche 161 moschee, otto ospedali, sei dei quali resi inagibili, 46 ONG, 50 pescherecci e 244 veicoli.John Dugard, Professore di Diritto internazionale e ex Relatore Speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati ha dichiarato:
“Nell’atto di bombardare case e palazzi potenzialmente occupati da militanti di Hamas, le IDF (Forze di Difesa Israeliane) hanno dimostrato un atroce cinismo verso quello che consideravano soltanto un danno collaterale; il problema è che questo danno collaterale spesso coincideva con uccisioni e ferimenti di civili e con la distruzione delle loro case. La mancata distinzione tra obiettivi militari e civili costituisce un palese crimine di guerra” Raji Sourani, Direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani con sede a Gaza, ha dichiarato: “I civili sono stati nell’occhio del ciclone durante tutta l’offensiva. Israele ha seguito la legge della giungla. Questo perché nessuno lo ha chiamato a rispondere in merito alle Operazioni Piombo Fuso e Pilastro di Difesa. C’è bisogno del diritto internazionale e di un’assunzione di responsabilità, per porre fine all’occupazione israeliana, che è, di per se stessa, un atto criminale”. Ivan Karakashian, Coordinatore del servizio di difesa legale del DCI-Palestine, presenterà il caso dei bambini utilizzati come scudi umani da parte dell’esercito israeliano, come è accaduto a Ahmed Abu Raida, trattenuto per cinque giorni a questo scopo. Ivan ha dichiarato:
“Le indagini interne all’esercito israeliano non sono trasparenti né indipendenti, e di sicuro non sono serie. Finora, nessun ufficiale israeliano ha contattato Ahmad o la sua famiglia per ottenere informazioni sul fatto che sia stato usato come scudo umano. In un contesto del genere, la Corte penale internazionale e iniziative come il Tribunale Russell sulla Palestina sono fondamentali per chiedere e ottenere giustizia per i bambini palestinesi.” Il tribunale raccoglierà le dichiarazioni di esperti e testimoni che erano sul posto durante l’attacco, tra cui il giornalista britannico Paul Mason, del Channel 4 News in merito al bombardamento delle scuole, il Direttore del Raji Sourani in merito agli attacchi contro civili, i chirurghi Mads Gilbert e Mohammed Abou-Arab in merito agli attacchi contro strutture e operatori medici, il giornalista Martin LeJeune in merito ai bombardamenti contro zone industriali e fabbriche, e Ashraf Mashharawi in merito agli attacchi contro infrastrutture per l’energia e i rifiuti.

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Mali: gravi attacchi contro civili Tuareg

Posted by fidest press agency su sabato, 4 febbraio 2012

English: Bamako Cathedral, Mali

Image via Wikipedia

In seguito alle aggressioni contro civili Tuareg avvenute la scorsa settimana in Mali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha esortato il governo del Mali a garantire la tutela della popolazione civile Tuareg. In seguito ai successi militari ottenuti dai ribelli Tuareg, nelle città di Kati e Bamako sono state attaccate abitazioni ed esercizi commerciali appartenenti a Tuareg senza che le forze dell’ordine intervenissero per fermare gli attacchi. Gli aggressori erano principalmente donne, madri e mogli di soldati caduti negli scontri contro i ribelli Tuareg nel nord del paese. Nella città di Kati sono stati distrutti e saccheggiati una farmacia, un ospedale e diversi negozi di Tuareg mentre gli abitanti Tuareg della città hanno cercato rifugiato nel commissariato di polizia.L’APM ricorda alle autorità del Mali che i Tuareg hanno, come tutti i cittadini del paese, diritto alla tutela da parte delle forze dell’ordine che non possono restare a guardare mentre persone Tuareg vengono minacciate e la loro proprietà distrutta semplicemente a causa della loro appartenenza etnica. Per contro i responsabili delle aggressioni devono essere indagati e devono assumersi la responsabilità dei loro atti.I manifestanti e lo stesso governo del Mali accusano i ribelli Tuareg di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani e il governo ha annunciato di voler far intervenire il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Le accuse rivolte dal governo ai ribelli devono essere indagate e verificate da una commissione indipendente, cosa che attualmente non è possibile fare a causa della pericolosità che caratterizza il nord del paese. Ma se anche queste accuse dovessero rivelarsi corrette, ciò non giustifica la criminalizzazione in toto di tutta la popolazione Tuareg del paese. Il rischio è l’ulteriore emarginazione della popolazione Tuareg nel Mali e un conseguente inasprimento della rivolta. Anche i Tuareg che prestano servizio nell’esercito maliano sono stati sospettati in blocco di mancata lealtà di sostenere la ribellione.Nel frattempo la vicina Algeria ha sospeso gli aiuti militari al Mali per non favorire l’inasprimento del conflitto militare. Attualmente in Algeria si stanno svolgendo dei colloqui tra il governo del Mali e il movimento Tuareg MNLA (Movimento nazionale per la liberazione dello Azawad). In seguito ai successi militari ottenuti dal movimento Tuareg non ci si aspetta però che i colloqui possano concludersi positivamente.

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Esercito sudanese bombarda civili nel Darfur

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 maggio 2011

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è rivolta con urgenza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché ottenga il libero accesso per le organizzazioni umanitarie internazionali nel Sudan occidentale. La comunità internazionale deve inoltre esigere l’immediata fine dei raid aerei contro la popolazione civile del Darfur. Una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU visiterà a partire da domani 20 maggio il Sudan ed è attesa anche in Darfur. Dopo i bombardamenti di diversi villaggi del Darfur di questa settimana le autorità sudanesi hanno impedito agli investigatori dell’ONU di visitare i villaggi bombardati e di sentire i testimoni oculari. Contemporaneamente hanno anche fortemente limitato la libertà di movimento dei cooperanti internazionali in Darfur.
Dall’inizio del genocidio nel febbraio 2003 il Consiglio di Sicurezza ha dovuto chiedere diverse volte la fine dei bombardamenti sui civili, contrari al diritto umanitario. Negli scorsi due anni il governo sudanese ha più volte espulso dal paese cooperanti di organizzazioni umanitarie internazionali oppure ha volutamente aggravato la situazione dei profughi chiudendo i campi di organizzazioni umanitarie internazionali.
E’ con grande preoccupazione che l’APM prende atto delle ultime nuove limitazioni al lavoro delle organizzazioni umanitarie internazionali decise lo scorso martedì dalle autorità e che andranno inevitabilmente a peggiorare ulteriormente la già drammatica situazione dei profughi. Secondo le nuove disposizioni i cooperanti internazionali potranno lavorare solamente in un’area di 15 km attorno alla città di Nyala Not. Le autorità hanno nuovamente interdetto qualsiasi sostegno umanitario nel campo profughi di Kalma dove sopravvivono 80.000 persone. Già nel 2010 le autorità avevano impedito ai cooperanti l’accesso al campo di Kalma dove vi erano state proteste contro il governo sudanese.

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Libia e massacro civili

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 marzo 2011

“Se non avessimo preso questa iniziativa militare ci saremmo trovati a piangere come abbiamo fatto in passato per altri massacri. Bene ha fatto l’Italia a concedere le sue basi ma auspichiamo un comando Nato». Lo ha detto nell’Aula della Camera Gianni Vernetti dell’Alleanza per l’Italia intervenendo sulle risoluzioni presentate sulla situazione in Libia. «Il Mediterraneo – ha detto – è cambiato in queste settimane e l’Europa non può tenerne conto. La vera sfida oggi è promuovere lo sviluppo e consolidare istituzioni democratiche per chi ha voluto mandare a casa i dittatori. Per questo siamo per riconoscere e sostenere il Consiglio nazionale di transizione di Bengasi”. “È una straordinaria opportunità per l’Italia e per l’Europa – ha continuato l’on. Vernetti – un Mediterraneo democratico e stabile. Risponde a un chiaro interesse nazionale di Italia ed Ue. Per questo votiamo sì al rispetto di quanto previsto dalla risoluzione 1973 dell’Onu”. “E quindi – ha concluso Vernetti – proponiamo come Terzo polo una mozione che autorizzi il Governo a fare tutto quanto il necessario per rispettare la risoluzione 1973 delle Nazioni Unite che chiede la “No-fly zone”, la protezione dei civili, il differimento di Gheddafi alla Corte penale internazionale”.

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Protezione dei civili in Libia

Posted by fidest press agency su martedì, 22 marzo 2011

Oxfam Italia ritiene che la protezione dei civili sia di importanza essenziale e condivide le preoccupazioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’incolumità e il benessere dei civili in Libia, che rischiano di essere colpiti dalle forze armate. Considerata l’instabilità della situazione, c’è forte preoccupazione per la sorte dei civili che sono esposti alle violenze. Per questo Oxfam chiede con urgenza che qualsiasi tipo di azione militare non minacci la vita dei civili. La decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve essere utilizzata come un‘occasione per accelerare una risoluzione politica della crisi. A questo fine,  gli attori chiave a livello internazionale – il Consiglio di Sicurezza, i membri della Lega degli Stati Arabi e l’Unione Africana – devono intensificare gli sforzi diplomatici affinché sia raggiunta una soluzione politica che assicuri il pieno rispetto dei diritti politici ed economici della popolazione libica. Qualsiasi intervento della comunità internazionale deve realizzarsi entro i limiti stabiliti dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza e deve essere attuato in modo da garantire la protezione dei civili in tutte  le aree coinvolte dal conflitto. Questo tipo di operazioni sono complesse e imprevedibili e devono essere intraprese con molta cautela. Per questo Oxfam chiede alla comunità internazionale di monitorare la condotta di tutte le parti coinvolte nel conflitto in Libia e di verificare che il Consiglio di Sicurezza sia regolarmente informato. Desta preoccupazione il fatto che le Nazioni Unite e le altre agenzie non siano riuscite a portare assistenza umanitaria nella regione occidentale della Libia. E’ compito della comunità internazionale fare pressione sulle parti in conflitto affinché sia garantito l’accesso agli aiuti umanitari. Visto il potenziale flusso di rifugiati, è necessario migliorare la capacità di intervento umanitario, in particolare lungo il confine tunisino e quello egiziano e negli altri luoghi di accesso o di sbarco dei rifugiati.

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Civili intrappolati in Libia

Posted by fidest press agency su sabato, 5 marzo 2011

Dal pomeriggio di mercoledì il numero di civili in fuga dalla violenza in Libia è calato sensibilmente. Se fino ai primi giorni della settimana ogni giorno dalle 10mila alle 15mila persone si riversavano oltre confine in Tunisia, nella giornata di ieri sono state meno di 2.000. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è teme seriamente che le persone non riescano a lasciare la Libia. La frontiera sul lato libico adesso è presidiata da uomini delle forze filogovernative pesantemente armati. Secondo le testimonianze di alcune persone che sono riuscite a varcare il confine, telefoni cellulari e fotocamere verrebbero confiscati lungo la strada. Molti altri sembranomolto spaventati e non vogliono raccontare la loro esperienza. La risposta della comunità internazionale all’appello congiunto di UNHCR e OIM è stata rapida. Ciò ha permesso di compiere importanti progressi nell’evacuazione dei cittadini egiziani e di altre nazionalità riversatisi in territorio tunisino. Trasporti aerei o marittimi sono stati messi a disposizione da Egitto, Tunisia, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna. Il governo egiziano ha rimpatriato decine di migliaia di propri cittadini. Australia, Austria, Belgio, Commissione Europea, Danimarca, Francia, Germania, Lussemburgo, Polonia e Spagna hanno offerto fondi per sostenere la rispostadell’UNHCR alla crisi in Libia. Cominciano ad affluire anche donazioni da parte di privati. Al momento sono circa 12.500 le persone che devono essere evacuate. Oltre 10.000 sono originarie del Bangladesh e oggi sono in programma due voli per il paese del subcontinente indiano. Se il controllo militare della frontiera e delle vie di comunicazione dovesse ridursi, l’imponente esodo dei giorni scorsi potrebbe riprendere. Per questo l’UNHCR sta progettando l’allestimento di un secondo campo nei pressi del confine. Un team dell’UNHCR si trova attualmente a Bengasi, nella parte orientale della Libia, nell’ambito di una missione congiunta di valutazione composta da operatori di varie agenzie. La missione ha registrato la presenza di un campo, nell’area del porto, dove 8.000 stranieri sono in attesa di essere evacuati. Le operazioni di evacuazione sono avviate e la maggior parte di queste persone lascerà il paese nei prossimi due giorni. Vi sono tuttavia 305 cittadini eritrei, 191 etiopici e 153 somali che rifiutano con forza di essere evacuati. Si tratta per la maggior parte di giovani uomini, ma tra loro anche 40 donne e tre bambini. Dalle loro testimonianze si apprendono i notevoli problemi che hanno dovuto affrontare nelle scorse due settimane, anche se sta crescendo la solidarietà verso le persone provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana. Da quanto riferisce il team UNHCR, la Mezzaluna Rossa libica è particolarmente attiva nel fornire assistenza. Aiuta anche cittadini di paesi terzi e rifugiati a raggiungere il confine. Per lo staff del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) invece il problema principale è la scarsità di medici nella regione: la maggior parte erano stranieri e sono stati evacuati. Si teme inoltre che nelle prossime due settimane, oltre alle scorte alimentari, possa cominciare a scarseggiare anche il carburante.

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Roma: Un monumento a tutte le vittime civili?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2010

“Mi viene il sospetto, tragico, che la piazza venga intitolata alla povera Maricica solo perchè vittima di origine  rumena, ebbene se confermato questo sarebbe un involontario atto di razzismo al contrario proprio nei confronti dei romeni anche perchè ad altre donne vittime di aggressioni a Roma, persino di morti più violente e barbare, come la Reggiani o la giovanissima Vanessa Russo, nessuno se le ricorda.” ha dichiarato Alessandro Marchetti, Segretario Generale aggiunto Sulpm, ricordando tra le altre proprio la partita di calcetto che lui stesso giocherà domani al Campo Tobia tra Vigili Urbani, Romeni, Africani e Consiglieri Comunali in nome della integrazione organizzata insieme al Presidente della Commissione Sicurezza Fabrizio Santori.
“Quello che invece va fatto” ha concluso Marchetti “è proprio evitare di far notare differenze tra morti ammazzati vittime della violenza. Per questo ci permettiamo di ricordare al Sindaco Alemanno quanto scriveva il grande Totò nella Livella ‘Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie…appartenimmo à morte!'”.

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Visto d’ingresso: Albania e Bosnia-Erzegovina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 ottobre 2010

Bruxelles, parlamento europeo 5/10/2010 I cittadini dell’Albania e della Bosnia-Erzegovina saranno esentati dall’obbligo di visto alla fine di quest’anno, se il Parlamento approverà la raccomandazione presentata dalla commissione per le libertà civili. La Commissione europea aveva indicato, lo scorso maggio, che i due paesi rispettano tutte le regole in materia di sicurezza e pertanto consigliato l’abolizione del visto d’ingresso.

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Condanna civili in Somalia

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 aprile 2010

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime sgomento per l’uccisione di altri civili durante gli scontri avvenuti a Mogadiscio all’inizio della settimana. Oltre 30 persone sarebbero rimaste uccise, per la maggior parte civili, compresi alcuni bambini. Secondo informazioni ricevute da fonti locali le strutture sanitarie sono in difficoltà e non riescono ad assistere tutti i feriti. I residenti hanno riferito che i bombardamenti di questa settimana sono stati tra i peggiori degli ultimi mesi. Quest’ultima ondata di violenza avrebbe provocato la fuga di almeno 500 persone. In tutto quest’anno oltre 100mila persone sono fuggite dalle loro case a Mogadiscio e la maggior parte di loro si è rifugiata nei campi per sfollati del corridoio di Afgooye, circa 30 km a ovest della capitale. In tutto il paese quest’anno sono sfollati circa 169.000 somali. Inoltre più di 20mila sono fuggiti nei Paesi confinanti – soprattutto in Kenia, Etiopia e Yemen. Con 1,4 milioni di sfollati interni, circa 570.000 rifugiati e quasi 3 milioni di persone che dipendono dagli aiuti umanitari, la Somalia è teatro della peggiore crisi umanitaria a livello globale.

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Commissione Libertá civili a Rosarno

Posted by fidest press agency su sabato, 13 febbraio 2010

Una delegazione della commissione per le Libertà civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE), del Parlamento europeo si recherà a Rosarno dal 15 al 17 febbraio.  La delegazione, presieduta dall’On. Juan Fernando Lopez Aguilar, sarà composta da 11 deputati europei, tra i quali gli italiani Salvatore Iacolino,  Vice Presidente della commissione per le Libertá civili, Giustizia e Affari Interni, Roberta Angelilli, Vice Presidente del Parlamento europeo,  e gli Onn.Mario Borghezio, Clemente Mastella e Gianni Vattimo. Il Parlamento europeo è attualmente impegnato  nella revisione delle norme comunitarie in materia di immigrazione e lavoro,  e chiede maggiori garanzie per i lavoratori migranti stagionali provenienti da  Paesi terzi impiegati illegalmente negli Stati europei.  La delegazione incontrerà il 15 febbraio le autorità regionali di Reggio Calabria, nello specifico il Presidente della Regione Agazio Loiero, il Prefetto Luigi Varratta, il Questore Carmelo Casabona.  Martedì 16 febbraio si terrà invece una riunione con le autorità locali di Rosarno in presenza del Commissario straordinario per il Comune di Rosarno Domenico Bagnato. In seguito sono previste due sessioni: un momento di confronto con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali (GCIL, Sergio Genco; CISL, Paolo Tramonti; UIL, Roberto Castagna) e delle associazioni agricole (CIA, Giuseppe Mangone; Confagricoltori, Nicola Cilento; Coldiretti, Pietro Molinaro); e un incontro con i rappresentanti delle Associazioni (Caritas e Croce Rossa) e delle ONG (LIBERA, Don Pino De Masi; ARCI, Filippo Miraglia; MSF, Rolando Magnano) che lavorano in questa zona nell’assistenza agli immigrati e nella lotta alla criminalità organizzata.  Mercoledì 17 febbraio  la delegazione si sposterà a Roma dove incontrerà il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana Francesco Rocca e del Vice capo Missione Italia di Medici senza Frontiere  Rolando Magnano. A seguire l’incontro con il Ministro degli Interni Roberto Maroni e con una delegazione di Parlamentari italiani di Camera e Senato. I lavori si concluderanno nel pomeriggio dopo l’ incontro con il Procuratore anti-mafia Pietro Grasso.

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Yemen: civili sfollati uccisi nei combattimenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 novembre 2009

Secondo quanto riportato da organizzazioni partner dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) operanti nello Yemen settentrionale, un numero imprecisato di civili sfollati yemeniti sarebbero rimasti uccisi o feriti nel corso di uno scontro a fuoco avvenuto ieri (20 ottobre) tra le truppe governative e le milizie di Al Houti. Le vittime fanno parte di un gruppo di circa 500 sfollati che hanno trovato rifugio presso il campo di Al Sam, uno dei due campi ancora esistenti nei sobborghi della martotiata città di Sa’ada. Secondo informazioni frammentarie, un razzo o un colpo di mortaio avrebbe colpito il campo, uccidendo o ferendo diversi sfollati, tra cui donne e bambini. Già da alcuni giorni le condizioni di sicurezza in quest’area si erano deteriorate. Con l’inizio del quarto mese di conflitto e la totale assenza di segnali di distensione, l’episodio di ieri accresce l’urgenza degli appelli lanciati dall’UNHCR per un cessate il fuoco e per l’apertura di un corridoio umanitario nello Yemen settentrionale, al fine di permettere ai civili di lasciare le zone interessate dal conflitto ed agli operatori umanitari di offrire soccorso alle migliaia di sfollati che si trovano in questa zona remota del Paese. Resta questa una priorità assoluta per l’UNHCR. La situazione umanitaria è particolarmente drammatica nella città di Sa’ada, nello Yemen settentrionale, completamente isolata dal resto del mondo. Fin dal mese di agosto l’accesso a Sa’ada è divenuto estremamente difficile, la città è ora assolutamente inaccessibile da due settimane. L’UNHCR fa inoltre appello alle autorità saudite affinché offrano rifugio ed assistenza a quegli sfollati yementi vulnerabili che, nel tentantivo sfuggire agli eventi bellici in corso nel nord del paese, dovessero cercare rifugio oltre il confine. Si stima che siano circa 150mila i civili yemeniti coinvolti nei combattimenti a partire dal 2004, inclusi quelli in fuga dall’escalation tuttora in corso.

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