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Chiamata alle armi

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 novembre 2018

Cadendo il 4 novembre il centenario della nostra vittoria nella “inutile strage”, è utile la lettura, sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica (n.4039, ottobre 2018) di un articolo del gesuita Giovanni Sale che rievoca la disfatta di Caporetto, che la precedette nell’ottobre 1917. L’amarezza di questo ricordo non sta tanto nella sconfitta militare che subimmo (è la guerra!) ma nel fatto che dallo stesso comandante supremo Luigi Cadorna essa fu ingenerosamente attribuita alla mancanza di coraggio e all’ammutinamento delle truppe, che si sarebbero rifiutate di combattere, tanto che erano aumentate le esecuzioni di soldati colpevoli di diserzioni, nonché alla debolezza del governo e al “disfattismo” dei neutralisti. A fronte di questi ricordi angosciosi, al di là di ogni retorica celebrativa, torna in tutta la sua forza la denuncia profetica di don Lorenzo Milani nella sua lettera ai giudici sulle guerre combattute anche dall’Italia.
Altrettanto utile è notare che non finiscono mai i giochi delle armi e le chiamate alle armi, come accade anche oggi in Italia con le leggi di persecuzione che sono in cantiere e le culture della discriminazione che il ceto politico sta dispensando a piene mani.
A questo dedichiamo sul sito chiesadituttichiesadeipoveri il primo capitolo di un libro appena uscito del politico Pippo Civati dal titolo “Capitale disumano”, a cura anche di Stefano Catone, Giampaolo Coriani e Andrea Maestri.
Ma i giochi di guerra e le chiamate alle armi non si fermano qua; a Pittsburg in Pennsylvania in nome della libertà di armarsi di qualsiasi folle antisemita ci hanno rimesso la vita undici ebrei che in sinagoga celebravano il loro shabbat, in Brasile con l’elezione di Bolsonaro in nome della vendetta fascista e imprenditoriale contro le riforme di Lula e di Dilma, rischia di rimetterci la vita l’intero Paese, e forse non solo. (fonte: Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)

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Tutti stranieri, nessuno straniero

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 giugno 2018

Nella lettura biblica prima della festa del Corpus Domini, sabato scorso, Marta Tedeschini Lalli, una suora camaldolese, ha ricordato che in una liturgia romana della Messa, ora non più in uso, c’erano due “epiclesi”, cioè invocazioni, prima della consacrazione; nella prima si chiedeva, come di consueto, che il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, nella seconda si chiedeva che i partecipanti al rito si trasformassero essi nel corpo e nel sangue del Signore: questo infatti è l’eucarestia. Ciò comporta un significativo rovesciamento perché alla luce di questa più acuta percezione della fede, attestata del resto nei primi secoli del cristianesimo dai Padri della Chiesa, il pane e il vino sono quelli che diventano il “corpo mistico” di Cristo, nel “mistero” che non si vede, mentre gli uomini, le donne, i poveri, i popoli, la storia, diventano il “corpo reale di Cristo”, che si vede. “Non è un’immagine, ma è realmente carne” ha scritto di recente la Civiltà Cattolica.
Questa, come cristiani, è la buona ragione per cui amiamo gli uomini e le donne, “presenza reale” di Dio , per cui pensiamo e facciamo politica, ci struggiamo per la storia, e ora anche per l’ecologia, incuranti del falso dibattito se sia più laico chi nomina o chi non nomina Dio, chi non pretende o chi pretende il crocefisso nelle scuole.
Un altro gesuita, Henri De Lubac, commentando un testo della “Didaché”, ci ha trasmesso la celebre analogia: “Come il pane e il vino sono formati da una miriade di chicchi di grano e di gocce spremute da grappoli d’uva, così questa comunità si forma dall’unificarsi di tutte le persone che partecipano all’eucarestia e diventano membri dell’unico corpo di Cristo”. Le analogie non sono innocue; e questa, portata fino in fondo, dice che questa unità si realizza, secondo il gesto compiuto da Gesù, se il pane viene spezzato, e in quanto spezzato viene poi condiviso e così si ristabilisce l’unità.
Così è dell’unità di tutti gli uomini tra loro. Prima essa è spezzata, frantumata, dispersa; poi, in forza della condivisione realizzata tra loro, essi giungeranno all’unità.
Oggi siamo all’umanità spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione. Si tratta della libertà per cui tutto può andare dappertutto; ma questa libertà di muoversi per tutti i luoghi e in tutte le direzioni, l’abbiamo istituita e riservata solo alle cose: al capitale, alle merci, alle fabbriche depurate dagli operai, alle manifatture, ai servizi, ai call center, ma non l’abbiamo data alle persone. In questa sua attuale forma economica e finanziaria la globalizzazione non può realizzarsi che in forza di un capitalismo integrale, di quel neoliberismo ignaro delle persone e dei corpi che in un altro universo di valori viene chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”.
È questa umanità spezzata che va ora ricomposta. Viene perciò il tempo dell’umanità condivisa. Il compito più grande, il vero cambiamento non solo per l’Italia, ma per l’Europa e per il mondo, è di portare all’unità la carne spezzata delle nostre storie divise, mediante culture e politiche di condivisione, estendendo alle persone la libertà di muoversi e di stabilirsi che abbiamo dato alle cose. Per questo lo slogan “Prima l’America”, o uno che fosse “Prima i bianchi”, ma anche, quello oggi più in auge, “Prima i cittadini”, sono contro il nuovo traguardo dell’umano. Perché siamo tutti di colore, e siamo tutti stranieri. Infatti se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri, e perciò ognuno è all’altro straniero, e di conseguenza nessuno è straniero. Certo non è per oggi raggiungere questo traguardo, ma a partire dal nuovo globalismo di oggi, questo è il cammino da iniziare, su questo va giudicato ogni cambiamento e promessa di cambiamento.
Quanto al governo che si è presentato alle Camere, staremo a vedere, con vigilanza, nello stesso spirito con cui abbiamo seguito la lunga crisi seguita alle elezioni del 4 marzo. Avevamo detto nella nostra newsletter n.72 del 7 marzo (“Una felice discontinuità”) di amare tutte e due le Italie uscite dalle urne, raffigurate nelle cartine mostrate in TV, quasi tutta di un colore l’Italia del Nord, tutta d’un altro colore quella del Sud; ora si è fatta viva una terza Italia, contrapposta alle prime due e ferocemente critica del governo che esse hanno fatto insieme; e noi amiamo anche questa, tutte e tre come un’Italia sola, con un amore fatto di stima e di rispetto.
Per questo non siamo d’accordo con i toni alti di chi denuncia una “viltà generale” perché si è permesso che andasse al potere “l’estrema destra razzista e golpista”, descritta come pari o peggio del fascismo, “con o senza distintivo”, cosa non vera; né siamo d’accordo col disprezzo con cui è guardata la nuova maggioranza; né ci ha disturbato la spavalderia di cui sono stati accusati i “Cinque stelle” quando sono saliti tutti compatti alla festa del Quirinale come se entrassero in una terra di conquista; può darsi che dessero questa impressione, ma era la prima volta dalla “inequa” unità d’Italia che il Sud giungesse al Quirinale e nei sacrari del potere non nelle umiliate vesti del Gattopardo.
Ci ha interessato di più l’anatema di Berlusconi che ha accusato l’inedita alleanza costituitasi in italia di “pauperismo e giustizialismo”: un’accusa che va decodificata, perché oggi per mettere alla gogna il buono si dice “buonismo”, per neutralizzare il popolo si dice “populismo”, per invalidare la sovranità si dice “sovranismo” e per liquidare la fede si dice “fideismo”. Così per dire povertà si dice pauperismo, e per dire giustizia si dice giustizialismo. Dunque, così decodificata la condanna di Berlusconi l’accusa alla nuova maggioranza è quella di accorgersi della povertà. di volervi porre rimedio, e di fare giustizia. In verità lotta alla povertà e giustizia sarebbe un magnifico programma di governo, e Berlusconi stesso lo addita deprecandolo, dopo l’opposto messaggio da lui trasmesso per anni con i suoi governi e le sue televisioni. Magari fosse così, fosse questa la cifra del governo, non ne siamo affatto sicuri, e non solo per i limiti suoi e dei suoi attori principali, ma perché dovrebbe cambiare profondamente la cultura non di un’Italia, ma di tutte e tre, e ancor più, non solo dell’Italia, ma dell’Europa e dell’Occidente. Dunque staremo a vedere, con molta vigilanza, sperando sempre che ciò che nasce cresca, che il nuovo non fallisca, che il meglio accada, perché il “tanto peggio tanto meglio” non è solo un ossimoro, è un delitto. (Raniero La Valle fonte: Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)

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