Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘civiltà’

Il futuro del lavoro è il futuro della nostra società e della nostra civiltà

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2021

Non bastano politiche economiche efficaci per superare la più grande crisi sociale del dopoguerra e affrontare i mutamenti del nostro tempo. Serve, come premessa, un nuovo pensiero dal quale nascano politiche e iniziative capaci di distruggere le vecchie retoriche ideologiche sul lavoro, sulla globalizzazione, sul futuro. In particolare, la tecnologia, pur con i suoi interrogativi etici, può essere un formidabile alleato nell’umanizzazione del lavoro. La sfida è aperta: l’esito dipende da ciò che sapremo mettere in campo. Bisogna reimparare a dire “lavoro” con nuove parole, se vogliamo crearne di nuovo e cogliere l’opportunità che offre di rendere la nostra vita più consapevole e profonda. Oggi, infatti, il lavoro soffre proprio perché mancano nuove narrative che propongano un comune denominatore e un senso a tutte le attività umane ad esso connesse e rischiano di prevalere le “bufale” sulla fine del lavoro, le prospettive catastrofiste e le retoriche sull’impoverimento generalizzato del lavoro. Il libro di Marco Bentivogli parte da qui, per dare un contributo alla costruzione di un nuovo pensiero del lavoro attorno ad una cultura che ne riconosca i nuovi significati e la grande portata prospettica che esso può rappresentare per le persone. Lo sforzo di riportare la cultura del lavoro dentro la storia come elemento di riscatto e salvezza. Anche sulla scorta delle parole di Papa Francesco, Bentivogli accoglie e rilancia la sfida, in questo periodo di cambiamenti epocali, ad avviare processi, più che ad occupare spazi, e a coltivare il lavoro che fa fiorire il genere umano, perché seme di giustizia e dignità. La trasformazione digitale, ben prima della pandemia, ha “scongelato” i pilastri degli spazi (luoghi) e dei tempi (orari) del lavoro. Ma se la tecnologia è indispensabile poiché abilitante, questi cambiamenti operano sul senso e la cultura e pertanto necessitano soprattutto di una modifica profonda del paradigma economico e imprenditoriale. Modelli organizzativi, gerarchici e di business basati sul “controllo” devono lasciar spazio alla libertà, alla responsabilità, all’autonomia e alla fiducia. Il lavoro a “umanità aumentata” non piove dal cielo. Si apre una fase straordinaria in cui serviranno schiere di “architetti del lavoro”, persone capaci di interpretare ed innovare spazio e tempo del lavoro in ottica ecosistemica. Se, come sembra, il lavoro ripetitivo si sta contraendo in luogo di quello a maggiore ingaggio cognitivo (contributo umano), non vi sono più scuse per non riscoprire la dimensione comunitaria d’impresa in cui, l’elemento di “cura” delle persone sia un valore che consenta la crescita simultanea dei lavoratori e della produttività. Serve il coraggio di mettere in soffitta l’antagonismo e il paternalismo padronale nelle relazioni di lavoro, e di praticare la partecipazione strategica dei lavoratori come elemento di democrazia sostanziale e diffusa. Andrà in cantina il vecchio linguaggio della nave perché il futuro del lavoro è femmina. Non donna, femmina. Femminili saranno le parole, le competenze che saranno sempre più richieste in ambito professionale, la dimensione di cura, il punto di vista per la soluzione dei problemi complessi, perché nessun robot sarà in grado di replicare le cosiddette soft skills, ovvero le capacità emotive e relazionali. Femminili saranno i modi di organizzare le aziende, perché le gerarchie rigide e il comando verticale non funzioneranno più in uno scenario complesso, veloce e incerto. Questa è la sfida del lavoro, crocevia delle tre grandi trasformazioni, (digitale, climatico – ambientale e demografica) e terreno formidabile di riscatto e di salvezza per la condizione umana.

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Rapporto tra l’islamismo e la civiltà occidentale

Posted by fidest press agency su martedì, 20 ottobre 2020

Se non conosciamo l’islamismo di ieri è arduo poter comprendere quello odierno. Nel XIX secolo l’islamismo appariva come un vecchio corpo, quasi pietrificato, portatore di una religione in declino e ridotto a sopravvivere a sé stesso perpetuandosi in popoli privi di indipendenza e asserviti al colonialismo. Solo una fiammella resisteva memore della sua civiltà passata. Un focherello che era alimentato dalle classi pensanti, dall’intelligenza del mondo dell’Islam. Questo tenace revival seppe acquistare sempre più forza e determinazione e fu ben rappresentato dal libro di Bernard Lewis nella versione italiana in “L’Europa infedele e barbara”. L’intellighenzia araba si sentiva schiacciata dall’espansione coloniale dell’Occidente, a spese dell’Islam, tanto da sentirsi sollecitati dall’esigenza del suo ammodernamento. La spinta venne dal poeta indiano Iqbàl e il pensatore Amir Alì e in Egitto da Mohamed Abduh che fu uno dei più nobili nomi del pensiero religioso egiziano moderno e poi da Rashì Rida. Se passiamo al XX secolo dobbiamo registrare, accanto ad una spinta modernista, un ritorno all’Islam medioevale che possiamo definire come l’integralismo e il fondamentalismo. Come è potuto avvenire? Probabilmente dalla stessa crisi dell’Occidente. Ci siamo imbattuti in un secolo con due grandi guerre mondiali e altre regionali che hanno finito con il dissolvere e sbriciolare i valori tradizionali della cultura occidentale coinvolgendo lo stesso cristianesimo e facendogli perdere credibilità agli occhi dell’Islam. Ciò nonostante, il dialogo tra cristiani ed islamisti continua anche se da parte di questi ultimi rimane un pregiudizio difficilmente superabile. Resta, pur da questo mutato quadro un sottofondo costituito da una crisi di fiducia che è ancor più messo alla prova oggigiorno da profondi motivi politici ed economici e che può indurci a credere ad un illusorio avvicinamento puramente di superficie. È triste pensarlo ma il XXI secolo non sembra offrire motivi di novità per farci credere che si possa raggiungere un qualche risultato positivo con il lento passare del tempo. (Riccardo Alfonso)

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Lo scontro degli Stati-civiltà di Christopher

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 ottobre 2020

In libreria dal 15 ottobre Coker Collana Le terre Fazi Editore Cosa sono gli Stati-civiltà? Coker li definisce come quei paesi che non si caratterizzano solo per una certa omogeneità culturale o etnica, ma che si considerano delle vere e proprie civiltà a sé stanti, profondamente diverse dalla civiltà occidentale, vista come una minaccia se non come un nemico vero e proprio. E due sono i paesi che più di chiunque altro rivendicano questo titolo: la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin. Un libro innovativo e coraggioso, destinato a far discutere.

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Lo scontro degli Stati-civiltà di Christopher Coker

Posted by fidest press agency su martedì, 22 settembre 2020

Collana Le terre In libreria dal 15 ottobre Cosa sono gli Stati-civiltà? Coker li definisce come quei paesi che non si caratterizzano solo per una certa omogeneità culturale o etnica, ma che si considerano delle vere e proprie civiltà a sé stanti, profondamente diverse dalla civiltà occidentale, vista come una minaccia se non come un nemico vero e proprio. E due sono i paesi che più di chiunque altro rivendicano questo titolo: la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin. Un libro innovativo e coraggioso, destinato a far discutere. Fazi Editore

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I fondamentali di una civiltà e le relative sbavature

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2020

Da più parti nel mondo si levano voci allarmate e al tempo stesso inviti accorati sulla necessità di rivedere gli strumenti che hanno costruito l’attuale rapporto sociale, civile e politico che regola le relazioni nazionali e internazionali e condiziona la vita dei suoi abitanti. In altri termini i nostri modelli di società, da quella cosiddetta “occidentale” a quella “orientale” con venature di tipo religioso, stanno mostrando per intero i loro limiti. In essi si sono persi i valori fondanti che sono alla base della nostra stessa ragione d’essere. Abbiamo in qualche modo affermato e consolidato il precetto della sacralità del diritto alla vita ma abbiamo disatteso quello altrettanto importante del diritto a vivere entro canoni di accettabilità. L’averlo disatteso comporta oggi che il 75% della popolazione mondiale non trova un ragionevole spazio per veder garantito i 5 fondamentali diritti che ci permettono un’esistenza dignitosa, a prescindere dai propri natali e dalle condizioni economiche dei genitori: diritto all’assistenza, diritto allo studio, diritto ad avere un’abitazione, diritto al lavoro, diritto al libero accesso ad alimentarsi. Premessa questa per una società ispirata a criteri di solidarietà e rispettosa della vita evitando, quindi, indebiti accaparramenti che ci fanno dire, oggi, che il 15% della popolazione del globo possiede l’80% delle risorse e lasciando un misero 20% all’altra grande fetta dell’umanità. È un’anomalia che si aggrava ancor più se si pensa agli sprechi che si perpetrano per l’accaparramento nelle mani di pochi delle fonti di ricchezza: guerre, conseguenti distruzioni, cattivo uso delle terre, sfruttamento, ecc. Ne consegue che le logiche consumistiche tendono ad inaridire gli animi e ad esaltare il valore dei beni materiali come oggetti di potere e di controllo per chi non li possiede condizionandone i comportamenti e provocando la sudditanza. Oggi, quindi, si fa strada la figura del predatore, di colui che toglie agli altri per appagare la sua avidità. È tempo di scelte se vogliamo guardare avanti senza ripiegarsi su noi stessi. Lo dobbiamo se vogliamo ridare dignità e futuro alla nostra specie e a tutte quelle che con noi percorrono il cammino della vita terrestre. (Riccardo Alfonso)

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Parlare di “Pace” tra il dire e il praticare

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

Senza dubbio è lungo il cammino ancora da percorrere e grande è l’impegno necessario affinché la pace non si risolva nella semplice conservazione di un ordine formale, in una sorta di “status” immobile e vuoto, ma costituisca una permanente conquista comune di civiltà. Bisogna riempire la pace, la vera pace, di contenuti positivi:
• facendone innanzitutto la suprema garanzia dei diritti inviolabili della persona umana in tutti i Paesi del mondo, senza accezione alcuna.
• Assicurando solidamente ai paesi meno favoriti le condizioni del più completo sviluppo.
• Ripudiando definitivamente e senza rimpianti il vecchio mito della sovranità assoluta ed illimitata dei singoli stati, e sostituendolo con l’opposto principio d’una sistematica apertura a reciproche autolimitazioni, per fini di giustizia e di cooperazione tra i popoli.
• Instaurando concretamente, anche nei rapporti internazionali, la civiltà del diritto.
• Rafforzando, a tal fine, con opportune riforme strutturali, la vita e la funzionalità dei due massimi Organismi di pace costituenti anch’essi un “novum” storico assoluto.
• Creando nel loro ambito efficaci strumenti d’azione, scevri da egoismi nazionalistici (con particolare riguardo alle Corti di giustizia, alle Commissioni d’indagine e di conciliazione, alle Forze multinazionali di garanzia).
• Ponendo sotto stretto controllo il commercio mondiale delle armi e statuendo, quale prima norma di diritto e di etica internazionale, il divieto assoluto ed automatico di forniture militari a Paesi comunque coinvolti in conflitti bellici o in attività terroristiche. Come si sa, si tratta di un commercio senza frontiere. E nessuno ignora che in certi casi i capitali dati in prestito dal mondo dello sviluppo, sono serviti ad acquistare armamenti.
• Parificando e riducendo al più stretto livello difensivo (come avviamento ad un progressivo disarmo totale) gli armamenti d’ogni genere e tipo, di Stati o gruppi di Stati antagonisti.
• Internazionalizzando la ricerca scientifica, in un’aperta e diretta collaborazione tra gli scienziati e i tecnologi d’ogni paese.
• Creando senza altri indugi un organico programma internazionale di “educazione alla pace” che valga a smantellare le residue impalcature pseudo culturali il cui comune denominatore è l’apologia della guerra, della violenza e della morte, a evidenziare con razionalità e rigore scientifico gli errori storici del passato, e a dimostrare che esigenza assoluta di vita e di progresso dell’umanità è la solidarietà nella concordia.
Sono temi che appartengono già da qualche tempo nella cultura occidentale, ma è stato da sempre inascoltato il loro messaggio attraverso subdole e aberranti teorie alternative che hanno parlato di pace come un concetto astratto e privo di significati pratici. Come dire: nihil sub sole novi.
Tale discorso coincide nella sostanza con quanto menzionato nei suoi scritti da Emanuele Kant: “Una pace universale durevole, ottenuta mediante il cosiddetto “equilibrio delle potenze”, è pura chimera: come la casa di Swift, costruita da un architetto così perfettamente, secondo tutte le regole dell’equilibrio, che non appena un passeggero vi si posava essa subito crollava”. Bastano del resto le ipotesi di qualche pazzo fanatico al potere (di cui la storia anche recente ci ha fornito tipici esempi), oppure di un errore tecnico, tutt’altro che impossibile, per far crollare, esattamente come la casa di Swift, la dottrina di chi affida con tutta tranquillità la pace all’equilibrio del terrore.
In definitiva la vittoria perpetua e irreversibile della pace sulla guerra non potrà venire che da una coscientizzazione universale, da una vera metanoia dello spirito umano: paragonabile, per intensità e grandezza, solo a quella che portò a suo tempo alla definitiva scomparsa di una delle istituzioni giuridico-sociali che sembravano più radicate nella storia umana. Mi riferisco alla schiavitù. Un’istituzione che offendeva, non meno della guerra, la suprema dignità dell’uomo, proclamato quasi duemila anni fa non solo “immagine di Dio” ma figlio adottivo di Dio, fratello di ogni altro essere umano. (Riccardo Alfonso)

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I fondamentali di una civiltà e le relative sbavature

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 febbraio 2020

Da più parti nel mondo si levano voci allarmate e al tempo stesso inviti accorati sulla necessità di rivedere gli strumenti che hanno costruito l’attuale rapporto sociale, civile e politico che regola le relazioni nazionali e internazionali e condiziona la vita dei suoi abitanti. In altri termini i nostri modelli di società, da quella cosiddetta “occidentale” a quella “orientale” con venature di tipo religioso, stanno mostrando per intero i loro limiti. In essi si sono persi i valori fondanti che sono alla base della nostra stessa ragione d’essere. Abbiamo in qualche modo affermato e consolidato il precetto della sacralità del diritto alla vita ma abbiamo disatteso quello altrettanto importante del diritto a vivere entro canoni di accettabilità. L’averlo disatteso comporta oggi che il 75% della popolazione mondiale non trova un ragionevole spazio per veder garantito i 5 fondamentali diritti che ci permettono un’esistenza dignitosa, a prescindere dai propri natali e dalle condizioni economiche dei genitori: diritto all’assistenza, diritto allo studio, diritto ad avere un’abitazione, diritto al lavoro, diritto al libero accesso ad alimentarsi. Premessa questa per una società ispirata a criteri di solidarietà e rispettosa della vita evitando, quindi, indebiti accaparramenti che ci fanno dire, oggi, che il 15% della popolazione del globo possiede l’80% delle risorse e lasciando un misero 20% all’altra grande fetta dell’umanità. È un’anomalia che si aggrava ancor più se si pensa agli sprechi che si perpetrano per l’accaparramento nelle mani di pochi delle fonti di ricchezza: guerre, conseguenti distruzioni, cattivo uso delle terre, sfruttamento, ecc. Ne consegue che le logiche consumistiche tendono ad inaridire gli animi e ad esaltare il valore dei beni materiali come oggetti di potere e di controllo per chi non li possiede condizionandone i comportamenti e provocando la sudditanza. Oggi, quindi, si fa strada la figura del predatore, di colui che toglie agli altri per appagare la sua avidità. E’ la logica dell’homo homini lupus che è involutiva alla civiltà del progresso e delle scienze verso la quale ci stiamo indirizzando. E’ tempo di scelte se vogliamo guardare avanti senza ripiegarsi su noi stessi. Lo dobbiamo se vogliamo ridare dignità e futuro alla nostra specie e a tutte quelle che con noi percorrono il cammino della vita terrestre. (Riccardo Alfonso)

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I fondamentali di una civiltà e i vari condizionamenti

Posted by fidest press agency su martedì, 21 gennaio 2020

Da più parti nel mondo si levano voci allarmate e al tempo stesso inviti accorati sulla necessità di rivedere gli strumenti che hanno costruito l’attuale rapporto sociale, civile e politico che regola le relazioni nazionali e internazionali e condiziona la vita dei suoi abitanti. In altri termini i nostri modelli di società, da quella cosiddetta “occidentale” a quella “orientale” con venature di tipo religioso, stanno mostrando per intero i loro limiti. In essi si sono persi i valori fondanti che sono alla base della nostra stessa ragione d’essere. Abbiamo in qualche modo affermato e consolidato il precetto della sacralità del diritto alla vita ma abbiamo smarrito quello altrettanto importante del diritto a vivere entro canoni di accettabilità. L’averlo disatteso comporta oggi che il 75% della popolazione mondiale non trova un ragionevole spazio per veder garantito i 5 fondamentali diritti che ci permettono un’esistenza dignitosa, a prescindere dai propri natali e dalle condizioni economiche dei genitori: diritto all’assistenza, diritto allo studio, diritto ad avere un’abitazione, diritto al lavoro, diritto al libero accesso ad alimentarsi. Premessa questa per una società ispirata a criteri di solidarietà e rispettosa della vita evitando, quindi, indebiti accaparramenti che ci fanno dire, oggi, che il 15% della popolazione del globo possiede l’80% delle risorse e lasciando un misero 20% all’altra grande fetta dell’umanità. È un’anomalia che si aggrava ancor più se si pensa agli sprechi che si perpetrano per l’accaparramento nelle mani di pochi delle fonti di ricchezza: guerre, conseguenti distruzioni, cattivo uso delle terre, sfruttamento, ecc. Ne consegue che le logiche consumistiche tendono ad inaridire gli animi e ad esaltare il valore dei beni materiali come oggetti di potere e di controllo per chi non li possiede condizionandone i comportamenti e provocando la sudditanza. Oggi, quindi, si fa strada la figura del predatore, di colui che toglie agli altri per appagare la sua avidità. E’ la logica dell’homo homini lupus che è involutiva alla civiltà del progresso e delle scienze verso la quale ci stiamo indirizzando. E’ tempo di scelte se vogliamo guardare avanti senza ripiegarsi su noi stessi. Lo dobbiamo se vogliamo ridare dignità e futuro alla nostra specie e a tutte quelle che con noi percorrono il cammino della vita terrestre. (Riccardo Alfonso)

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Lotta di popolo, lotta di civiltà: Onore ad Amedeo d’Aosta

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Il 17 maggio del 1941 sull’Amba Alagi il Duca d’Aosta firma la resa delle sue truppe. Nello stesso giorno e ora tramonta il sogno imperiale italiano. La resa del contingente italiano ebbe un prezzo altissimo in morti e feriti. Fu il conto pagato da una resistenza spinta sino ai limiti delle forze umane. Quel giorno Churchill scrisse: “Così terminava il sogno di Mussolini di un impero da creare con la conquista e da colonizzare nello spirito dell’antica Roma”. Amedeo D’Aosta morì nell’ospedale di Nairobi alle 3,45 del 3 marzo 1942, aveva 43 anni.
Ciano annotò nel suo diario: “E’ morto il duca d’Aosta. Scompare con lui una nobile figura di principe e d’italiano, semplice nei modi, largo nella comprensione, umano nello spirito. Non voleva la guerra. Era convinto che l’impero avrebbe potuto reggere soltanto pochi mesi. Poi detestava i tedeschi. Dalla vicenda che insanguina il mondo temeva più la vittoria tedesca che quell’inglese. Quando partì per l’Etiopia, nel maggio del 1940, ebbe il senso del suo destino: era deciso ad affrontarlo, ma era pieno di tristezza”. Il duca Amedeo d’Aosta, a detta del ras Abebe Aregai, capo della resistenza abissina e che lo aveva sempre combattuto: “E’ stato il più terribile nemico dell’Etiopia perché era riuscito a conquistare gli abissini e a far loro dimenticare l’amore per l’indipendenza”. Ecco per cosa gli italiani differivano dai tedeschi: la loro gran voglia di vivere in pace. Una pace che in Europa, come sappiamo, fu tanto desiderata mentre per i dittatori si era trasformata in un atto di codardia e di tacita sottomissione.
Il 1942 è l’anno della svolta. Il risveglio brusco da un sogno è tragico. La guerra prende una brutta piega. La fame incomincia a picchiare duro, i divieti si fanno più severi, i bombardamenti più fitti. Arriviamo a due passi da Alessandria d’Egitto, ma perdiamo il treno dell’Africa. Rommel non fa più miracoli, a El-Alamein Montgomery è troppo forte. Da Stalingrado non si passa. Nel 1943 molti avvenimenti precipitano. Il 25 luglio a Roma il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini. E’ l’onda lunga che ha segnato in Russia la sconfitta della Germania: i russi sfondano sul Don, l’ARMIR, l’armata italiana sul fronte sovietico, è costretta a una precipitosa ritirata per non essere circondata e annientata.
Si combatte e si muore a quaranta gradi sotto zero. Le perdite assommano a oltre 80.000 uomini sui 120mila del corpo di spedizione. In Italia, intanto si vive come si può tra luci e ombre, sotto i bombardamenti e qualche evasione. Il film dell’anno è “Ossessione” con Luchino Vi-sconti. Aldo Fabrizi, al suo debutto, interpreta “l’ultima carrozzella”. Macario fa la donna nella “Zia di Carlo”, ma non ride nessuno. Così si compie il destino di un popolo con la sua avventura fascista. In quel momento riecheggiano le parole di George Sorel: “Un bosco impiega secoli per crescere, ma basta una notte per bruciarlo”. (Riccardo Alfonso)

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Per una civiltà globale dell’alleanza

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 Maggio 2018

Loppiano. “Costruire una cultura condivisa dell’incontro”. È questa la sfida che Papa Francesco ha lanciato dal centro internazionale di Loppiano (FI) ai 7.000 presenti davanti al Santuario Maria Theotókos. Facendo riferimento alle “urgenze spesso drammatiche che ci interpellano da ogni parte e non possono lasciarci tranquilli” – il Santo Padre ha sottolineato che non è più sufficiente solo “l’incontro tra le persone, le culture e i popoli”. Occorrono uomini e donne “capaci di tracciare strade nuove da percorrere insieme” per dar vita ad “una civiltà globale dell’alleanza”. Papa Francesco è arrivato presso il centro dei Focolari alle ore 10 atteso da Maria Voce, presidente del Movimento, Jesús Morán, copresidente e dal vescovo di Fiesole Mons. Mario Meini. Dopo una breve sosta di preghiera dentro il santuario, ha incontrato gli 850 abitanti di Loppiano provenienti da 65 nazioni e le migliaia di persone arrivate da tutta l’Italia e oltre in maggioranza aderenti al Movimento dei Focolari. È la prima volta che un pontefice visita questa “piccola città”, che – come l’ha definita Maria Voce nel suo indirizzo di saluto – vuole essere “laboratorio di convivenza umana, bozzetto di mondo unito e testimonianza di come potrebbe essere la società se fosse basata sull’amore reciproco del Vangelo”. È seguito un dialogo aperto e schietto, scandito da alcune domande poste da un gruppo di cittadini di Loppiano. Le domande hanno toccato da varie prospettive il tema della sfida cristiana nei confronti della modernità. Il Santo Padre ha incoraggiato a non “nascondersi nel quieto vivere, nel perbenismo, o addirittura in una sottile ipocrisia, (…) ma di vivere da discepoli sinceri e coraggiosi in carità e verità” e di affrontare le difficoltà “con tenacia, serenità, positività, fantasia… e anche un po’ di umorismo”. E facendo riferimento alla missione di un progetto originale come Loppiano nell’odierno contesto sociale, il Papa ha invitato ad alzare lo sguardo insieme a lui “per guardare con fedeltà fiduciosa e con creatività generosa al futuro che comincia già oggi”.Dopo aver impartito ai presenti la sua benedizione, 37 cittadini di Loppiano di diverse provenienze, religioni, età ed estrazione sociale hanno salutato personalmente Papa Francesco.In risposta alle parole del Santo Padre, il copresidente dei Focolari, Jesús Morán gli ha consegnato un dono simbolico: un “patto” firmato da tutti gli abitanti, con l’impegno di vivere affinché Loppiano sia sempre più un luogo di fraternità e reciprocità. All’invito di sottoscrivere a sua volta il “Patto di Loppiano” il Santo Padre ha aderito con gioia, tra gli applausi di tutti i presenti.

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Reati d’opinione: A quando un salto di civiltà?

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 novembre 2017

gadgetfascistiLa procura della Repubblica di Bologna, su segnalazione dei Carabinieri di Vergato, hanno denunciato il calciatore Eugenio Maria Lippi per apologia di fascismo. Altrettanta denuncia è stata presentata dal Sindaco del Comune di Marzabotto. A seguire c’è da registrare una diffusa esecrazione da parte di tanti soggetti che, in merito, si richiamano alla loro fede antifascista. Noi non abbiamo nulla da dire rispetto alla Procura che ha deciso di agire (esiste – anche se per noi e’ un obbrobrio giuridico- l’obbligatorietà dell’azione penale), e nei confronti dei Carabinieri che “d’ufficio” hanno fatto la segnalazione all’autorità giudiziaria. Ognuno svolge le sue funzioni.
Ma abbiamo molto da dire sul fatto che la manifestazione di un’opinione, manifestazione che di per se’ non ha leso nessuno fisicamente, sia sanzionata dal codice penale. Abbiamo una sorta di orticaria istintiva di fronte a tutto quello che, pur in ricordo di questioni delittuose per il nostro Paese (come lo e’ stato il Fascismo), tende a reprimere la manifestazione del pensiero. Non possiamo non ripensare al fatto che proprio durante il Fascismo questi reati venivano perseguiti col codice Rocco, che nella fattispecie e’ stato integralmente ereditato dai codici repubblicani. E siccome crediamo che in democrazia cio’ che conta molto e’ il metodo, questa commistione di reati tra Repubblica democratica e Regime fascista, continua a preoccuparci molto. Abbiamo paura dei fantasmi del passato? La nostra democrazia puo’ esser tale usando gli stessi metodi del Fascismo? No! Crediamo proprio di no. E’ proprio il rispetto di tutte le opinioni che fa grande una democrazia e, non a caso, questa grandezza e’ ascrivibile al maggior punto di riferimento mondiale in merito, gli Stati Uniti d’America, dove questo rispetto e’ proprio al primo emendamento della loro Costituzione. Siamo, possiamo e vogliamo essere un Paese che in materia faccia un salto di qualita’ e di civilta’? O e’ piu’ facile fare i cortei antifascisti, le manifestazioni, antifasciste, le dichiarazioni antifasciste…. salvo poi avere e applicare leggi che come metodo sono proprio fasciste? Chissa’ se qualcuno nella prossima campagna elettorale si ricordera’ di questo. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Alle origini della nostra civiltà

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 agosto 2017

Quadro_Dennis_MalonTORRIONE_LEVANTEIn merito alla pubblicazione dell’articolo “Alle origini della nostra civiltà”: il Torrione a levante di Cervo “, lo storico ligure Alessandro Giacobbe vuole rilasciare alcune considerazioni: ” I barbareschi, che invasero e saccheggiarono a più riprese la Liguria durante il XIV secolo, erano una schiera molto ampia di islamici provenienti soprattutto dalle coste dell’Africa del Nord e dall’area balcanica. Lo stesso Barbarossa, il più famoso dei corsari arabi e comandate dell’intera flotta musulmana, era dell’Albania. Lo scopo principale delle loro incursioni era quello di depredare la popolazione civile di ogni bene e di prendere schiavi come forza lavoro a costo zero o a scopo di riscatto. Si è calcolato che, in tutto, circa un milione di persone siano state rapite. Il fenomeno delle incursioni barbaresche terminò definitivamente nel Mediterraneo agli inizi del XIX secolo, quando intervennero, per la prima volta nella storia, i Marines americani ..Le valorose operazioni condotte dal corpo dei Marines nel corso delle “Guerre Barbaresche” sono tutt’oggi ricordate, all’inizio del loro inno che ricorda le azioni: ” From the halls of Montezuma, to the shores of Tripoli We fight our country’s battles in the air, on land and sea (Dai saloni di Montezuma Alle spiagge di TripoliCombattiam le patrie guerre In terra, mare e ciel”)  (Christian Flammia) (foto: Quadro_Dennis_Malon, torrione)

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Il senso della civiltà cristiana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

alcide de gasperiAbbiamo vissuto un’esperienza storica particolarmente intensa e soprattutto variegata nel corso di poco più di un secolo tanto che non tutti sono riusciti ad assimilare i cambiamenti che si sono succeduti a ritmo sostenuto. Si pensi all’Italia del 1943-47: paese sociologicamente cattolico; ricca fioritura di opere sociali; ruolo di supplenza della Chiesa nel dissolversi di larga parte delle classi dirigenti coinvolte nella fine catastrofica di una ventennale dittatura, riassunta nel personale prestigio del Papa Pio XII nei giorni, ad esempio, del bombardamento di Roma. A questo vescovo di Roma è poi subentrata, a livello di gerenza politica-istituzionale la personalità di Alcide De Gasperi in grado d’imporre un originalissimo carisma quasi da anti-eroe, interprete della cesura con un passato la cui devastazione appariva a tutti evidente. Da allora ad oggi sono trascorsi tantissimi anni eppure i giovanissimi di allora stentano a riconoscersi con la vita della loro giovinezza. Se potessimo fermare il tempo a quell’epoca e rivederla con il rallentatore avremmo l’impressione di esserci imbattuti in un momento di gran lunga più lontano. Spiegazioni in tal senso non sono mancate. Benedetto Croce a proposito della formazione politica cui egli stesso apparteneva osservava: “nel momento in cui il liberismo trionfava sui totalitarismi e veniva ad essere nei fatti largamente accettato come valore e come prassi politica dalla grande maggioranza delle popolazioni europee, veniva meno la ragione storica di partiti dichiaratamente liberali: di fatto declinati e talvolta scomparsi o ridotti ad un ruolo marginale.” In questo clima dove hanno cambiato pelle i partiti e le ideologia non sarebbe stato credibile negare che anche la Chiesa di Roma ha subito una mutazione e le stesse fermezze e chiusure teologiche di allora hanno subito un grave colpo. Pensiamo ai rapporti con gli ebrei ed i protestanti. Pensiamo alle stesse relazioni con il mondo islamico, induista e buddista. Oggi si può riproporre il dialogo, più volte interrotto o escluso a priori, interreligioso e, quel che più conta, pervenire ad una intesa sui principi e sui valori come quello prioritario della pace e della uguaglianza sociale e civile dei popoli benedetto dalla Fede e dalla Carità nella sua accezione universalistica. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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Una civiltà che guarda avanti può ancora convivere con i suoi simulacri sociali?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

biotecnologiaE’ quanto ci chiediamo se osserviamo il dibattito che da anni si è innescato, nello specifico, in Italia ma che non è, tutto sommato, diverso da quello degli altri Paesi del mondo, riguardo alla questione del suo sistema previdenziale. Consideriamo tutto ciò un sempre maggiore esercizio accademico per una ricerca di una soluzione secondo taluni schemi interpretativi tradizionali, mentre la risposta la dovremmo trovare in modo diverso. Lo impongono, se vogliamo, due aspetti della nostra civiltà odierna: il prepotente sviluppo delle tecnologie e le attese di vita che si prolungano nel tempo regalandoci un essere umano più vecchio ed anche più in buona salute. Cosa significa tutto ciò? Tanto per cominciare che il dibattito sui limiti d’età per andare in pensione sta diventando sterile a tutti gli effetti. L’orologio anagrafico sta diventando l’elemento più relativo di questo mondo. Come pretendiamo di assegnare ad un sessantenne la patente di pensionato, relegandolo all’inattività lavorativa se ha di fronte, mediamente, la possibilità di sviluppare altri 15 ed anche venti anni di attività occupazionale, sia pure con certi limiti? Di certo non potrà giocare da professionista a calcio e nemmeno a calcetto, ma svolgere un lavoro manuale leggero, o una attività intellettuale di medio impegno, è nelle sue piene capacità. Ciò significa che il lavoro va ricercato per “fasce di compatibilità” anagrafica e non limitato ope legis ad una certa scadenza. Ed allora possiamo dire che non esiste età pensionabile fissa ma dovrebbe essere, invece, libera ed in funzione alle proprie capacità fisiche ed intellettuali. Prendiamo ad esempio i molti lavori sedentari esistenti da quelli dell’usciere al portiere di stabili, dal minutante negli uffici al sorvegliante negli stabilimenti a minor rischio, e via di questo passo. Se solo facessimo un piccolo sforzo e classificassimo tutti lavori esistenti in tante fasce preferenziali per età e li indicassimo ai corrispondenti lavoratori come opzioni future per il loro avvenire lavorativo e corroborassimo il tutto con una formazione professionale adeguata e posta anzitempo la scadenza prefissata per l’eventuale passaggio, noi saremmo in grado di favorire con efficacia la costituzione di una società più armonicamente equilibrata nel suo essere e rappresentarsi. Alla fine giudicheremmo persino balzana quell’idea di far diventare necessariamente vecchio da pensione un sessantenne o anche un settantenne. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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La civiltà della violenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

Nel dibattito politico si sta ora insinuando un’altra variabile che avremmo preferito volentieri fare a meno: la violenza, le sevizie, le torture. Molti si sorprendono di doverle nuovamente riesumare in quelle popolazioni che più delle altre sembrano aver acquistato quel tanto di civiltà giuridica da aborrirle e, ove si verificassero, da perseguirle con il massimo rigore. La verità è che in queste circostanze vale il detto evangelico: chi non ha peccato lanci per primo la pietra. Un attento osservatore dei comportamenti umani ci disse tempo addietro che la civiltà del progresso è ben lungi dal portarci anche l’abolizione delle violenze private e pubbliche. Esse, semmai, si possono affinare, con le torture psicologiche, con l’annientamento della personalità e per finire al mobbing. Siamo tutti, in un modo o nell’altro, vittime e carnefici nei confronti dei nostri simili e se non riusciamo a superare questo marchio che ci viene impresso dalla nascita in poi ben difficilmente ci sarà possibile diventare esseri umani nel senso civile ed etico della parola. Ecco perché queste torture così ben documentate fotograficamente che ci pervengono dalle carceri irachene, le violenze e le distruzioni in Siria dopo circa sei anni di guerra civile, e le violazioni delle libertà civili in Turchia, in Venezuela e in molti altri paesi non ci sorprendono più di tanto. Né ci suona altrettanto sorprendente lo stupore di chi oggi cerca di ammantare il tutto con un’alta dose di perbenismo propagandistico. E’ l’ipocrisia del sistema, delle persone e della stessa informazione che conosciamo bene e che oggi recita la sua parte come quella di tutti gli altri, del resto. Quante volte Amnesty International ed altri movimenti affini hanno denunciato soprusi e violenze un po’ ovunque nel mondo dentro e fuori le carceri, dentro e fuori i regimi autoritari, e quante altre volte le abbiamo accolte con una certa indifferenza, per non dire fastidio? E’ questo, dunque il prezzo, che dobbiamo continuare a pagare nonostante teniamo a definirci civili, democratici e rispettosi delle opinioni altrui? E finché andiamo avanti con queste spirali di violenze che nessuno sembra voler spezzare seriamente, la nostra civiltà continua a procedere con passo malfermo verso il suo futuro. E se in quel futuro continuerà ad esservi il male, le tecnologie potranno solo renderlo peggiore e perverso. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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Uno dei grandi privilegi dell’America Centrale è essere custode di un vero e proprio tesoro ancestrale, lasciatoci dalla civiltà Maya

Posted by fidest press agency su domenica, 23 luglio 2017

centroamericaAttraverso la storia, numerosi archeologi sono giunti qui per scoprire centinaia di siti e città unici al mondo: un patrimonio inestimabile che contribuisce a infondere a quest’area un’aura di magico splendore.La “strada dei Maya” scorre attraverso le giungle dell’America Centrale e sa conquistare il viaggiatore con la ricchezza dei suoi monumenti enigmatici e il suo inestimabile patrimonio culturale. I luoghi più affascinanti di quest’area sono:La piramide principale di Caracol è chiamata Caana e, con i suoi 46 metri di altezza, è ancora oggi una delle strutture create dall’uomo più alte di tutto il Belize: considerato uno dei templi più importanti del Paese, sorge su un complesso che presenta cinque piazze, un osservatorio astronomico e migliaia di altri edifici identificati. I suoi grandi altari rendono questa zona di particolare interesse, grazie ai 18 enormi glifi scoperti finora. L’area è estesa per circa 170 chilometri quadrati e si pensa che la sua popolazione raggiungesse le 200mila persone; numerose stele presenti sul territorio fanno riferimento alla dinastia che ha governato la città.
Nell’ambito della storia del patrimonio culturale, Caracol riveste un ruolo particolarmente importante per le città Maya e i centri cerimoniali di Peten (Guatemala), poiché ha cambiato l’equilibrio del potere dominante. Situato nella zona di Chiquibul, circondato da una giungla rigogliosa, Caracol è stato scoperto dal mondo moderno nel 1938.
A La Libertad, El Salvador, distante 30 minuti dalla capitale, sorge uno dei siti archeologici più importanti dell’America Centrale. Si tratta del villaggio agricolo di Joya de Cerén, dove si possono osservare diverse case che mostrano com’era la vita quotidiana degli abitanti di un villaggio agricolo Maya, costretti ad abbandonare le loro case a causa di un’eruzione vulcanica avvenuta intorno all’anno 600 a.C. Non a caso, è noto come la “Pompei d’America”. Il sito archeologico presenta tre centroamerica1aree di scavo che hanno portato alla luce dieci strutture con dormitori, piatti di argilla e cucine. L’UNESCO ha dichiarato quest’area Patrimonio dell’Umanità nel 1993.Le rovine di Copan, situate nella parte occidentale dell’Honduras, rappresentano un sito archeologico di estrema importanza per la storia dell’antica civiltà Maya. Conosciuto come uno dei principali centri scientifici del periodo classico, questo luogo è stato un osservatorio astronomico e un centro cerimoniale. Conosciuto come “l’Atene dei Maya”, è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1980.Le tappe più importanti della civiltà Maya si sono sviluppate proprio qui a Tikal, Peten. Oltre a ospitare alcuni dei templi più importanti del Guatemala, questo sito archeologico è conosciuto soprattutto per il suo famoso Tempio IV (o “Tempio del Serpente a Due Teste”), la seconda piramide Maya più alta del Paese (65 metri di altezza), preceduta solo da “Danta”, il tempio sepolto di El Mirador. Di questa struttura è interessante notare la tecnica di costruzione, basata su diverse piattaforme sovrapposte in più livelli.L’eredità storica custodita lungo la “strada dei Maya” rappresenta un valore inestimabile non solo per la regione, ma per l’umanità intera. (foto:centroamerica)

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Il compito della politica? Sbloccare la civiltà

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 febbraio 2017

immigrazione-via-mareIl primo blocco consiste nella mancata risposta di civiltà al fenomeno della migrazione di massa. Ma non si tratta di un fenomeno, cioè di un evento, si tratta piuttosto di un nuovo mondo, il mondo globalizzato, che è stato pensato come un mondo di residenti, e risponde presentandosi invece come un mondo di migranti; era un mondo di stabilità la cui qualità era la durata – il tempo indeterminato – e si ritrova costruito come un mondo di precarietà, la cui qualità è vivere nell’imprevedibile. Per integrare in un cammino di civiltà tale mondo nuovo è necessario che si riprenda il processo dell’imputazione dei diritti fondamentali a tutti gli uomini come diritti universali e permanenti e se ne preveda l’effettività per tutti gli abitanti del pianeta. E’ dalla conquista dell’America, cioè dal primo apparire di un “nuovo mondo” che tale cantiere si è aperto. Aveva scritto Francisco de Vitoria in una sua “relectio de Indis” che “all’inizio del mondo, quando tutto era comune era lecito a ognuno trasferirsi e muoversi in qualunque regione volesse; ora non pare che la divisione dei territori abbia annullato questo diritto, dal momento che l’intenzione dei popoli non è mai stata di abolire, con quella divisione, la comunicazione reciproca fra gli uomini. Non sarebbe lecito ai francesi proibire agli spagnoli di muoversi in Francia o anche di vivervi, né viceversa, purché questo non rechi loro danno e tanto meno faccia loro torto”, e questo perché “totus orbis aliquo modo est una respublica”, tutto il mondo in qualche modo è una repubblica.
La condizione è di non recarsi danno a vicenda. Ma la costruzione di questo edificio è ancora tutta da fare. Il principio è stato enunciato con la massima chiarezza nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”; e oltre che nelle Carte e nelle Costituzioni, il principio dell’eguaglianza universale è stato espresso con la massima efficacia nell’enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, e sembrò allora ricevere il generale consenso: “non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura, ma tutti gli esseri umani sono eguali per dignità naturale. Di conseguenza non ci sono neppure comunità politiche superiori per natura e comunità politiche inferiori per natura: tutte le comunità politiche sono uguali per dignità naturale” (Pacem in terris n.50). Ciò è affermato come una verità, non solo come una decisione etica positiva.
Questo principio comportava che quanto al godimento dei diritti umani fondamentali, oltre alle discriminazioni già escluse (razza, sesso, religione, ecc.), non potesse ammettersi quella relativa alla cittadinanza. E per quanto attiene al diritto di mobilità e di immigrazione, la cosa era detta così: “ogni essere umano ha la libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse ma sarebbe anche il criterio in base al quale nulla potrebbe restare com’è, e profondi cambiamenti dovrebbero essere introdotti nelle mentalità, nel costume, negli ordinamenti, nella politica, nell’economia e nella finanza.
Per questo è molto difficile fare questa scelta e anche nelle società pur pervase da sentimenti umanitari, o che si danno da fare per salvare o accogliere un certo numero di profughi e di stranieri, nessuno fa appello a questo criterio. L’unico a dirlo è papa Francesco.
Affrontare questo tema nelle sue diverse implicazioni – a cominciare da una nuova considerazione nella Costituzione Italiana del cosiddetto diritto di asilo, che era stato concepito come un caso di eccezione in una situazione del tutto diversa – dovrebbe essere il primo cimento di una nuova responsabilità politica. Altrimenti non ci sarà l’ostacolo della Costituzione a impedire l’iniquità, annunciata dal ministro Minniti, di respingere e cacciare dalI’Italia il 90 (!) per cento dei profughi considerandoli immigrati “irregolari”. Insieme a ciò, dovrebbe essere posto come priorità di un programma politico il disegno di portare tutti i Paesi dell’ Unione a una rinegoziazione dei Trattati europei, così che dall’Europa non sia scartato nessuno.
Il secondo blocco che intercetta e ipoteca lo sviluppo storico è il ritorno in forme incontrollate e cruente della violenza religiosa, che scaturisce non più come in passato da matrici cristiane, ma da matrici islamiche. E’ evidente che una violenza che viene da soggetti e gruppi di cultura o anche di fede islamica non è violenza dell’Islam, ed è noto che nel suo complesso la “Umma” (comunità) musulmana, sconfessa e condanna la violenza estremista, per cui in nessun modo si può interpretare la guerra stragista in atto come una guerra religiosa, e tanto meno come una guerra tra Islam e Occidente, anche se proprio questo era stato lo scenario su cui in Italia e nella NATO nel 1991 era stato impostato il nuovo “Modello di Difesa”, dopo il venir meno del nemico sovietico. E se c’è una cosa che ancora oggi impedisce alla lotta per la supremazia nel Medio Oriente e alla lotta contro il terrorismo di degenerare in guerra di religione, non è certo la cultura dell’Occidente ma è il fermo rifiuto di papa Francesco di un coinvolgimento della Chiesa e delle religioni in una simile guerra.
Tuttavia non c’è dubbio che lo scontro con lo Stato Islamico e col terrorismo si nutre, sia in un campo che nell’altro, di motivazioni religiose, sincere o strumentali che siano. Ciò comporta che la questione religiosa non possa essere messa tra parentesi o semplicemente ignorata, ma debba essere assunta nella gestione e soluzione anche politica della crisi, se si vuole affrontare quello che veramente sta accadendo e non una sua falsa o monca rappresentazione.
Perciò la questione religiosa, e segnatamente quella del rapporto tra le grandi religioni monoteiste, Islam, ebraismo e cristianesimo, va affrontata non come estranea al conflitto e alla crisi geopolitica in atto, ma come fattore rilevante se non determinante di essa.
Per poterlo fare occorre però riconoscere che il conflitto non è tra le tre religioni e le tre culture come tali, ma è tra le degenerazioni di queste tre religioni, cioè, mondanamente, è un conflitto tra un radicalismo islamico, il sionismo e l’ideologia della cristianità occidentale, intesa come cristianesimo ridotto a potere politico sacrale in Occidente. Si tratta di tre forme storiche di queste tradizioni, che sono filiazioni o deformazioni di quella che è la loro autenticità religiosa originaria. E allora se vogliamo venirne fuori occorre sciogliere questi nodi, superare i conflitti tra queste tre ideologie, e bisogna che ciascuna religione in qualche modo converta se stessa. Il cristianesimo ha cominciato a farlo, papa Francesco è l’esempio di questo superamento dell’idea di un cristianesimo come sovranità, come cristianità, cioè come civiltà, come potere. Però questo deve avvenire anche per le ideologie tratte dalle altre due religioni, sia per il sionismo rispetto all’ebraismo, sia per l’islamismo estremista rispetto all’Islam. (in abstract)

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Sant’Egidio: Incontro di civiltà

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 giugno 2015

santegidioSuperare la rassegnazione di fronte a un mondo diviso dalla paura reciproca, dai pregiudizi, dalla violenza, per un nuovo inizio nei rapporti tra Oriente e Occidente. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, conclude con questo impegno la due giorni di Firenze “Oriente e Occidente, dialoghi di civiltà”, che ha visto personalità del mondo islamico del calibro del Grande Imam di Al Azhar, Al Tayyeb, ed europei, come Andrea Riccardi e Romano Prodi. Un dialogo franco e aperto, che non ha aggirato gli ostacoli di quello che, ha detto Al Tayyeb, appare come uno “scontro pauroso”, ma non deve impedire un incontro tra “saggi”, che permettano di esplorare le vie della collaborazione e dell’avvicinamento tra le due civiltà. “Dobbiamo impegnarci per creare un nuovo mondo, una nuova fiducia, forse una fiducia che non c’è mai stata. Ma oggi qualcosa di nuovo c’è, grazie anche alla conferenza di Firenze”, ha detto Impagliazzo ricordando le parole di Andrea Riccardi sull’uso della violenza per prevalere sugli altri: “Dobbiamo riconoscere che ogni guerra è un fallimento”.
I nuovi scenari della globalizzazione e delle guerre chiedono un “aggiornamento” anche ad Oriente, sull’esempio di quanto avvenuto nella Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II. Ciò non comporta un indebolimento delle proprie identità, ma al contrario le rafforza. Il nostro tempo “ha bisogno delle religioni” e queste ultime hanno da dire molto agli Stati, anche a quelli che fanno della laicità la loro bandiera, come ci ha spiegato il politologo francese Olivier RoyIn conclusione sono state aperte grandi questioni che accomunano Oriente e Occidente:
– il tema dell’educazione e delle giovani generazioni. E’ doloroso assistere alla partenza di “foreign fighters”, per i fronti contrapposti dei conflitti in corso, dalle periferie delle grandi città europee come dai Paesi del Medio Oriente;
– l’umanizzazione delle società, anche a livello giuridico, che ha portato ad esempio in Europa all’eliminazione della pena di morte, con l’auspicio che si apra un dibattito su questo tema anche nelle società orientali. L’agenda è tutta da scrivere: “Voi – ha concluso Impagliazzo – avete fatto un passo di avvicinamento venendo in Occidente, che ci chiede di fare altrettanto”. L’obiettivo è quello di continuare questi “incontri di civiltà”, che non possono che favorire il dialogo e la pace.

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No alla pena di morte

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 gennaio 2015

pena di morteGuardiamo un po’ meno a caldo quanto accaduto ieri nella sede del settimanale satirico francese. Esecrazione generale, ognuno in base ai propri convincimenti, con le scontate levate di scudi da parte di chi usa la propria ignoranza per cercare di erigerla a governo del civile: razzisti di varia tacca in prima fila. Fin qui, tutto normale. L’esecrazione e’ piu’ o meno la stessa che abbiamo riscontrato per le stragi che vengono ritenute del settore, cioe’ quelle con matrice politica/religiosa. E come si fa a non essere d’accordo contro chi ammazza delle persone in nome di qualcosa che l’assassino stesso ritiene degno di sacrificio al proprio dio? Il “problema” nasce quando questi ammazzamenti vengono invece fatti nel nome del dio di cui si condividono i riti sacrificali.
Certo -dicono in tanti- un dio che si presuppone chieda ai propri fedeli il sacrificio umano, che razza di dio e’? Per alcuni e’ comunque un dio perfetto, per altri e’ fanatismo o degenerazione da o per quel dio. Come si fa, quando accadono fatti come quello parigino, a non capire l’imbarazzo dei tanti musulmani nel mondo che mai farebbero male alla cosiddetta mosca? Lo sapevamo ieri e lo sappiamo anche oggi. In questi ultimi decenni, inoltre, non sono una grande novita’ gli ammazzamenti in nome di questo dio (Torri gemelle, Parigi, Londra, Madrid, per dirne solo alcune piu’ “grosse” e piu’ “vicine” a noi occidentali) o contro questo stesso dio (Norvegia). Se poi ci spostiamo dagli scranni di “casa nostra”, gli ammazzamenti del genere sono quotidiani (37 morti solo ieri a Sanaa/Yemen, quasi in contemporanea con Parigi). Se poi andiamo indietro nella storia, come possiamo dimenticare le stragi che i cristiani facevano con le Crociate per sottomettere (si’, sottomettere, proprio come dicono oggi gli assassini in nome del Corano) questo o quell’altro infedele.
Ma il dio e’ solo quello delle vergini che rimangono incinte o delle vergini che ti aspettano in paradiso? Fino ad un certo momento della storia dell’umanita’, sembra che sia stato cosi’, ma poi, con l’avvento dei secoli che stiamo vivendo ora, e’ arrivato anche il dio denaro e il dio civilta’. Per il primo (dio denaro) si commettono ammazzamenti ogni giorno ovunque e, con piu’ o meno “ragioni di Stato”, gli assassini rimangono impuniti: spesso al punitore sfugge (con consapevolezza o meno, poco importa) l’ammazzamento come conseguenza del sacrificio a questo dio. Per il secondo (dio civilta’) si commettono altrettanti ammazzamenti quotidiani perche’, per il mantenimento di questo dio si ricorre a sacrifici umani, animali e naturali per i quali ci si salva la coscienza istituendo organismi per la loro prevenzione e cura, ma che quasi sempre sono solo ordinatori e razionalizzatori del sacrificio gia’ compiuto o in atto (la strage di Ebola in Africa dell’ovest, e’ solo l’ultimo eclatante sacrificio in ordine temporale).
Qual e’ il filo conduttore tra tutti questi dii? Che ci sono sempre i cosiddetti fanatici (manifesti od occulti, poco importa) che pur di onorarli, falcidiano quelli che ritengono gli ostacoli, senza pieta’ (direbbero i cristiani).
Rimedi? Facili non ce ne sono, perche’ c’e’ da combattere contro culture e pratiche millenarie dei seguaci dei vecchi e nuovi dii.
Tendenza per la riduzione del danno? Si tratta, in ogni caso, di pene di morte. E come i Paesi cosiddetti piu’ civili combattono la pena di morte, altrettanto potrebbe essere fatto liberandosi di ogni presunta missione a cui si e’ ispirati in nome del proprio dio ritenuto piu’ buono o meno cattivo di quello dell’altro. Quando sentiamo cose tipo “supremazia dei valori occidentali”, “lotta contro la censura”, etc, riferendosi a fatti come quelli di Charlie Ebdo, restiamo perplessi. Sono frasi che forse avrebbero senso se si trattasse di imbastire una iniziativa contro un qualche presidente o re occidentale che sequestra questo o quell’altro giornale che riporta cose a lui non gradite. Ma nel nostro caso sono inutili. Ve l’immaginate, quando e se dovessero essere arrestati gli assassini di Charlie-Hebdo, si dovesse dir loro qualcosa tipo “non e’ giusto che tu lotti per la censura della nostra liberta’ di espressione”… non capirebbe di cosa stiamo parlando.
Si tratta -a nostro avviso- solo di una lotta universale contro tutti coloro che infliggono e praticano la pena di morte, partendo dal dato di fatto che quando questa pena viene comminata, lo si fa sempre in nome di un dio che viene ritenuto superiore. Se invece ci liberassimo di questi dii superiori, forse la lotta contro questa pena di morte potrebbe essere piu’ efficace e -sempre forse- essere compresa dai piu’, anche e soprattutto da quelli a noi piu’ lontani e nemici. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Natura e civiltà precolombiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 dicembre 2013

English: Cartagena, in Colombia Español: Ciuda...

English: Cartagena, in Colombia Español: Ciudad de Cartagena en la costa caribe colombiana (Photo credit: Wikipedia)

Venezuela, vero e proprio gioiello naturalistico. La straordinaria varietà del suo paesaggio così come la grande diversità di flora e fauna, rendono questo Paese affascinante come il Salto Angel, la cascata più alta del mondo, divenuta ormai il simbolo del Venezuela.
E la Colombia, misteriosa e stimolante destinazione, luogo di incontro dai mille colori, una terra da sogno tra leggenda e realtà che vi darà forti emozioni; in ogni luogo troverete gente ospitale e sorridente pronta a regalarvi un ricordo che non potrà mai svanire.
L’itiner ario proposto da TOAssociati che vi trasporterà da uno dei parchi naturali più spettacolari del Sudamerica, Canaima, formato da belle mesetas e tepuyes che ospita la cascata più alta del mondo, il Salto del Angel, alla moderna Bogotà, dove visiterete il famoso museo dell’Oro e il museo di Fernando Botero, fino a Cartagena de Indias, la bella e antica città coloniale della Colombia.

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