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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 126

Posts Tagged ‘cognitivo’

Deterioramento cognitivo, disponibili le nuove raccomandazioni dell’Uspstf

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Per l’US Preventive Services Task Force (USPSTF), non ci sono prove sufficienti per valutare l’equilibrio tra benefici e danni dello screening per il deterioramento cognitivo nelle persone di 65 anni o più, riconfermando ciò che era già stato dichiarato nel 2014. Ciò vale per coloro che vivono in comunità e che non hanno segni o sintomi di deterioramento cognitivo e non si applica a individui ricoverati in ospedale o che vivono in istituti. Al fine di aggiornare le raccomandazioni del 2014, l’USPSTF aveva commissionato una revisione sistematica sui benefici e danni dello screening per il deterioramento cognitivo, vale a dire sia la demenza, definita come il declino significativo di uno o più domini cognitivi che interferiscono con l’indipendenza della persone nelle attività quotidiane e di cui sono affetti 2,5-5,5 milioni di statunitensi, sia la decadimento cognitivo lieve (MCI), in cui invece l’invalidità non è così grave da interferire con il funzionamento quotidiano indipendente. Sono state incluse prove sull’accuratezza dei test di screening, studi su benefici e danni dello screening e dei trattamenti e interventi per gli anziani e i caregiver. «La revisione si è concentrata sugli adulti più anziani con MCI o demenza da lieve a moderata, poiché questi sono i pazienti che hanno maggiori probabilità di essere identificati mediante screening» si specifica nell’articolo pubblicato su JAMA. L’USPSTF conclude che mancano prove e non è possibile determinare l’equilibrio tra benefici e danni dello screening per il deterioramento cognitivo nelle persone con 65 anni o più. Nel documento vengono inoltre chiariti alcuni aspetti in risposta ai diversi commenti arrivati in seguito alla pubblicazione di una sua bozza sul sito web dell’USPSTF stesso tra settembre e ottobre 2019. Ad esempio, «l’USPST desidera chiarire che la sua dichiarazione I è una conclusione che le prove sono insufficienti per valutare l’equilibrio dei benefici e i danni dello screening per il deterioramento cognitivo e non è una raccomandazione né per né contro lo screening». In ogni caso i medici dovrebbero rimanere vigili ai primi segni o sintomi di compromissione cognitiva, come problemi di memoria o linguaggio. (fonte: Doctor33)

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Scuola e bambini ad alto potenziale cognitivo

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 ottobre 2018

Roma 26 ottobre dalle 16 alle 18,30 nell’Aula Valori della Lumsa, in Via di Porta Castello 44 presentazione a Roma del Master, organizzato con l’Università Lumsa, dal titolo ‘Gifted. Didattica e psicopedagogia per gli alunni con alto potenziale cognitivo e plusdotazione’.
Molti bambini ad alto potenziale cognitivo (Apc) sono equilibrati, hanno trovato una loro via e canalizzano le loro capacità in modo adeguato senza sviluppare difficoltà comportamentali. Ma ci sono alcuni bambini ‘gifted’ in cui emergono difficoltà nella sfera emozionale e comportamentale. La loro fragilità emotiva si rintraccia spesso in una bassa tolleranza alla frustrazione, nella difficoltà a gestire qualsiasi tipo di ingiustizia o nel ricorrere a strategie emotivo relazionali che ci si aspetta da bambini più piccoli. Ad aiutare gli insegnanti a cogliere gli aspetti emotivi dei gifted sarà Laura Sartori, psicoterapeuta dell’età evolutiva e coordinatrice del Progetto Alto Potenziale dell’Istituto di Ortofonologia (IdO).
La nuova offerta formativa si propone di far acquisire ai corsisti un insieme strutturato di conoscenze, capacità e competenze in ambito didattico e psicopedagogico per l’alto potenziale cognitivo relativo alla Scuola dell’infanzia, alla Scuola primaria, alla Scuola secondaria di primo e di secondo grado. I destinatari sono i docenti, sia curriculari che di sostegno, delle scuole statali e paritarie; i referenti per la disabilità e coordinatori del sostegno presso scuole statali e paritarie; i dirigenti scolastici delle scuole statali e i coordinatori didattici delle scuole statali e paritarie. Potrà essere pagata interamente con la Carta docente entro il 31 ottobre, termine ultimo delle iscrizioni, e le lezioni partiranno il 15 novembre.
Alla base di tutto c’è l’individuazione precoce dell’elevato livello cognitivo. “Il rischio di un mancato riconoscimento è che i bambini dotati disinvestano sugli apprendimenti qualora percepiscano quello che fanno come poco stimolante o non ne comprendano l’utilità. In alcuni casi- avverte Sartori- vengono inquadrati in profili diagnostici parziali o errati, come Dsa, Adhd o Dop. Purtroppo l’insegnante non riesce sempre ad interpretare la loro apparente mancanza di concentrazione, di competenza e la loro scarsa voglia di lavorare”. L’obiettivo del master è garantire al soggetto plusdotato “il diritto ad essere individuato e ad avere una programmazione didattica volta a potenziare le sue capacità e a compensare le sue difficoltà, rendendolo di supporto al gruppo classe”.
L’IdO ha preparato un protocollo per la realizzazione di un piano didattico personalizzato (PDP) specifico per l’Apc, che include delle aree di solito assenti per gli altri tipi di Bisogni educativi speciali: l’ampliamento e approfondimento di alcune parti del programma e la compattazione dei contenuti già padroneggiati, le strategie di didattica inclusiva e di potenziamento, l’adozione di strumenti digitali più complicati sono solo alcuni esempi. Ogni PDP deve essere ovviamente gestito caso per caso, in base alle risorse del ragazzo e alle possibilità della scuola.
Al convegno prenderanno la parola anche Maria Cinque, professore di Didattica e pedagogia speciale dell’Università Lumsa e direttrice del Master; Raffaele Ciambrone, dirigente tecnico presso la Direzione Generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione del Miur; Simona De Stasio, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione dell’Università Lumsa e direttrice del Master; Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva e direttore dell’IdO; Magda Di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva e responsabile del servizio di Psicoterapia dell’IdO; Rossella Sonnino, dirigente scolastico dell’IC Regina Elena.

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Declino cognitivo cambia con il tipo di demenza

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

alzheimer-cervelloLe caratteristiche demografiche differiscono significativamente fra i pazienti con demenza vascolare, quelli con morbo di Alzheimer e malattie cerebrovascolari e quelli con solo morbo di Alzheimer; anche il tasso di declino cognitivo varia significativamente fra questi gruppi di pazienti. Si tratta di gruppi che identificano le principali cause di demenza, sulla progressione delle quali tuttavia poco è noto. E molto importante a fini prognostici e gestionali che il medico sappia distinguerle con attenzione e tenga conto del carico delle lesioni vascolari nei pazienti con morbo di Alzheimer. Ciò è anche di importanza cruciale nella sperimentazione di nuovi farmaci che potrebbero avere un’efficiacia diversa in ciascun tipo di demenza, dato che le lesioni vascolari potrebbero falsare i risultati. Benchè la mortalità non sia significativamente influenzata dal tipo di demenza, l’età del paziente al momento della valutazione clinica è correlata alla sua sopravvivenza, a prescindere dalla diagnosi e dai punteggi cognitivi di base. A prescindere dalla diagnosi, inoltre, minore è l’intervallo fra la comparsa dei sintomi e la prima visita specializzata, maggiore è la sopravvivenza del paziente: ciò suggerisce il ruolo benefico di un’assistenza precoce.

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Importanza dello sviluppo della prima infanzia

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2015

Giacomo_Guerra_UnicefShakira, Goodwill Ambassador dell’UNICEF, chiede ai leader del mondo di investire fortemente nello sviluppo della prima infanzia, sulla base delle nuove scoperte che stanno generando un cambiamento rivoluzionario nella comprensione degli effetti durevoli delle deprivazioni e de lo stress sullo sviluppo celebrale dei bambini piccoli.“Oltre 100 milioni di bambini non vanno a scuola e 159 milioni sotto i cinque anni hanno ritardi sia al livello fisico, che nello sviluppo cognitivo a causa della mancanza di cure e nutrizione adeguate. Per ogni anno che passa senza investimenti significativi nello sviluppo della prima infanzia e su iniziative mirate riguardanti queste problematiche, milioni di bambini continueranno a nascere in questo stesso ciclo di povertà e mancanza di opportunità. Io e l’UNICEF uniamo le nostre forze e siamo qui oggi perché investire nella prima infanzia è una questione importante e non c’è altro tempo da perdere,” ha dichiarato Shakira.Lo sviluppo celebrale è più intenso durante l’infanzia, con circa 1.000 connessioni neurali al secondo. Queste prime connessioni sinaptiche sono alla base della salute e del benessere di un bambino e comprendono la capacità di apprendere durante tutta la vita, di adattarsi ai cambiamenti e affrontare le avversità. Già circa un terzo di tutti i bambini sotto i 5 anni nei paesi a basso e medio reddito stanno crescendo in ambienti e situazioni che possono interferire con questo periodo di rapida crescita e sviluppo.
Nuove ricerche scientifiche mostrano che lo sviluppo del cervello dei bambini più piccoli è esposto sia ai fattori ambientali sia ai fattori genetici. Una nutrizione non adeguata, la mancanza di stimoli e l’esposizione a una qualche forma di violenza possono avere conseguenze negative sullo sviluppo del cervello. Ma mostrano anche che interventi economici e concreti – come incoraggiare l’allattamento al seno, o leggere e giocare con i bambini piccoli, così come i programmi di istruzione formale – supportano uno sviluppo sano del cervello.Queste scoperte hanno significative implicazioni per i bambini che crescono in condizioni di povertà estrema, esposti a violenza domestica o in paesi colpiti da conflitti o altre crisi.“Quello che apprendiamo su tutti gli elementi che riguardano il cervello di un bambino – se il suo corpo è ben nutrito, se la sua mente è stimolata, se è protetto dalle violenze – deve cambiare il nostro modo di pensare allo sviluppo della prima infanzia e quello che dobbiamo fare”, ha dichiarato Anthony Lake, Direttore generale dell’UNICEF. “Per dare ad ogni bambino le giuste possibilità nella vita, dobbiamo investire presto, investire in maniera equa e investire con intelligenza – non solo nell’istruzione, ma anche nella salute, nella nutrizione e nella protezione.”Abbiamo sempre maggiori dimostrazioni secondo le quali investire nella prima infanzia è uno dei modi più efficaci ed economici per raggiungere uno sviluppo sostenibile: per ogni dollaro speso su un miglior sviluppo della prima infanzia, il ritorno può essere in media di 4 o 5 volte l’investimento, e in qualche caso, molto più alto.Shakira ha partecipato con Ban Ki Moon, Segretario generale delle Nazioni Unite, Anthony Lake, Direttore generale dell’UNICEF, Jack P. Shonkoff, Direttore del Centro per lo Sviluppo Infantile dell’Università di Harvard ed i leader del settore economico ad un evento sullo sviluppo della prima infanzia alle Nazioni Unite a New York.

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La musica contro il decadimento cognitivo

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2012

(Centro Maderna) Uno studio americano effettuato presso la Northwestern University e pubblicato online sulla rivista Neurobiology of Aging, ha dimostrato come i ritardi nei tempi neurali legati all’età possano essere evitati o compensati con la formazione musicale. Due i gruppi di persone coinvolti nello studio, uno composto da musicisti giovani e anziani che hanno iniziato la propria formazione musicale all’età di 9 anni e sono stati costantemente impegnati durante la loro vita in attività musicali, e l’altro da “non musicisti” con solo due o tre anni di formazione musicale alle spalle. I ricercatori hanno misurato la reazione dei neuroni dei partecipanti all’ascolto di un video parlato in ambiente rumoroso rilevando come gli artisti più in là con l’età abbiano un distinto vantaggio in termini di tempi neurali. “Non solo vantano delle prestazioni migliori rispetto ai coetanei non musicisti, ma riescono a codificare gli stimoli sonori tanto velocemente e accuratamente quanto un giovane non musicista”, spiega Nina Kraus,una degli autori della ricerca. I risultati dello studio spiegherebbero il fenomeno delle interminabili carriere delle leggende del rock, ancora in forma e sulla cresta dell’onda anche dopo i 60 anni. (News del 01 /02/2012)

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La colina mantiene il funzionamento cognitivo

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 gennaio 2012

English: PET scan of a human brain with Alzhei...

Image via Wikipedia

Un gruppo di ricercatori bostoniani ha valutato l’eventuale esistenza di una relazione tra l’apporto dietetico di colina, le funzioni cognitive e la morfologia cerebrale, in una coorte di persone senza demenza. Il razionale alla base della ricerca risiede nel fatto che la perdita di neuroni colinergici (la colina è il precursore del neurotrasmettitore acetilcolina) si associa a disabilità cognitiva, in particolare perdita di memoria e malattia di Alzheimer (Ad), e gli stessi effetti si osservano anche in presenza di atrofia cerebrale iperintensità della sostanza bianca (Wmh). L’indagine è stata effettuata sulla coorte dei discendenti di Framingham, in particolare su 1391 soggetti (744 donne, 647 uomini; età 36-83 anni) che avevano completato due questionari sulla dieta: il primo somministrato tra il 1991 e il 1995 (introito remoto) e il secondo dal 1998 al 2001 (introito attuale). I partecipanti, dopo il secondo questionario, si sono sottoposti a valutazione neuropsicologica e risonanza magnetica cerebrale (con misurazione del volume delle Wmh) per registrare 4 fattori critici: la memoria verbale, quella visiva, l’apprendimento verbale, il funzionamento esecutivo. È risultato che un consumo corrente di colina si associava a migliori performance di memoria visiva e verbale, mentre un elevato introito remoto era inversamente collegato alla presenza di ampie aree di Wmh. In termini più semplici, chi assumeva più colina con la dieta, o lo aveva fatto in passato, mostrava meno segni di probabile evoluzione verso un quadro di demenza. Un beneficio di grande rilievo. Am J Clin Nutr. 2011 Dec;94(6):1584-91

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Diabete e declino cognitivo

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2010

I pazienti di mezza età affetti da diabete di tipo 2 mostrano un maggiore declino delle funzioni cognitive rispetto ai soggetti coetanei non diabetici. È quanto risulta da uno studio di coorte olandese, coordinato da Astrid C.J. Nooyens dell’Istituto nazionale per la salute pubblica e l’ambiente (Bilthoven), nel quale è stato misurato il funzionamento cognitivo due volte in un intervallo di tempo di cinque anni in 2.613 persone di entrambi i sessi. In particolare, sono state messe a confronto le modificazoni nei punteggi relativi alla funzione cognitiva globale e a specifici domini funzionali (memoria, velocità dei processi cognitivi, flessibilità cognitiva) tra soggetti con o senza diabete (come verificato da medici di medicina generale o mediante rilevazione randomizzata dei livelli plasmatici di glucosio). I partecipanti, al basale, avevano tra i 43 e i 70 anni, senza storie di ictus. Al follow-up di cinque anni, si è registrato nei diabetici un declino della funzione cognitiva globale 2,6 volte superiore rispetto ai controlli. In caso di età pari o superiore a 60 anni, i pazienti con diabete incidente o prevalente hanno evidenziato un declino 2,5 e 3,6 volte maggiore, rispettivamente, della flessibilità cognitiva a paragone dei non diabetici. Per la maggior parte dei domini cognitivi, l’ampiezza del declino nei pazienti con diabete incidente è risultato intermedio tra quello delle persone non diabetiche e quello dei soggetti con diabete al basale.  Diabetes Care, 2010; 33(9):1964-9 (fonte doctor news)

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Retinopatia diabetica correlata a declino cognitivo

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 settembre 2010

La retinopatia diabetica è associata in modo indipendente al declino cognitivo negli uomini anziani affetti da diabete di tipo 2: ciò supporta l’ipotesi che la malattia microvascolare cerebrale possa contribuire all’osservata accelerazione del decadimento delle funzioni mentali in rapporto all’età. È questa la conclusione di uno studio svolto da Jie Ding e collaboratori del Centro per le scienze della salute della popolazione dell’Università di Edinburgo su 1.046 uomini e donne viventi nella stessa città, con diabete di tipo 2, di età tra i 60 e i 75 anni. Innanzitutto i partecipanti sono stati sottoposti a fotografia retinica digitale binoculare e a una batteria di sette test sulle funzioni cognitive. Inoltre è stato generato un punteggio di abilità cognitiva generale (g) a partire dai componenti principali dell’analisi. La gradazione della retinopatia diabetica è stata invece effettuata utilizzando una modificazione dell’Early treatment of diabetic retinopathy scale. Dopo aggiustamenti per l’età e il sesso, è stata osservata una significativa correlazione tra la crescente gravità della retinopatia diabetica (assente, lieve e moderata-grave) e la maggior parte delle misure cognitive. In particolare, i partecipanti affetti da una retinopatia da moderata a grave mostravano peggiori performance al “g” e ai test individuali. C’era poi, sempre per “g”, una significativa interazione tra genere e retinopatia: nei maschi, cioè, le associazioni tra retinopatia e “g” (in particolare con i test di fluenza verbale, flessibilità mentale e velocità di processazione) persistevano anche dopo aggiustamenti di vario tipo, quali il vocabolario (per valutare il declino cognitivo), il grado di depressione, le caratteristiche socio-demografiche, i fattori di rischio cardiovascolari e la malattia macrovascolare. Diabetes, 2010 Aug 26. [Epub ahead of print]

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Tumori cerebrali giovanili causa di deficit cognitivo

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2009

Bambini sopravvissuti a tumori cerebrali risulterebbero esposti a un elevato di rischio di deficit neurocognitivo che in molti casi permane in età adulta. Questi i risultati di uno studio apparso su Neuropsychology che ha, inoltre, permesso di riscontrare livelli inferiori di educazione, di occupazione e di reddito, oltre che percentuali più basse di matrimonio in giovani pazienti affetti da queste forme di cancro rispetto ad altre patologie tumorali. Leah Ellenberg dell’University of California di Los Angeles ha monitorato le funzioni neurocognitive di 802 ragazzi affetti da carcinomi cerebrali, ad almeno 16 anni dalla diagnosi, e di circa 6mila individui sopravvissuti ad altri tipi di cancro, quali leucemia, linfoma di Hodgkin e tumori ossei. In breve, specifici questionari hanno consentito di evidenziare una seria compromissione delle proprietà cognitive in più del 50% dei pazienti colpiti da tumori al sistema nervoso centrale. In aggiunta, trattamenti radioterapici parziali o totali sono risultati associati a gravi alterazioni funzionali e mnemoniche. (L.A.) Neuropsychology 2009, 23, 705-717

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