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Posts Tagged ‘colesterolo’

Colesterolo, il ruolo delle proteine della soia sui livelli torna in discussione

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 luglio 2019

Da uno studio svolto all’Università di Toronto e pubblicato sul Journal of American Heart Association emerge un effetto di abbassamento del colesterolo per le proteine della soia, dimostrato da dati aggregati di dozzine di studi clinici eseguiti negli ultimi due decenni. «La riduzione si osserva sia per il colesterolo totale sia per la componente lipoproteica a bassa densità (LDL), ossia quella che può danneggiare il cuore» esordisce David Jenkins, professore di medicina e scienza della nutrizione all’Università di Toronto, che assieme ai collaboratori ha riesaminato gli studi sulla base dei quali la Food and Drugs Administration degli Usa sta valutando la possibilità di revocare agli alimenti a base di soia l’etichetta: “fa bene alla salute del cuore”. Alla base della revoca ci sarebbe proprio lo scarso effetto che l’alimento avrebbe sulla riduzione del colesterolo. «Ma l’effetto riduttivo è costante in tutti e 46 gli studi citati dall’FDA nel 2017, quando ha proposto di revocare l’indicazione sulla salute per la soia sulla base di studi da cui erano emersi risultati contrastanti. Dei 46 trials identificati dalla FDA, 43 hanno fornito dati per le meta-analisi. Di questi, 41 hanno fornito dati per il colesterolo LDL e tutti e 43 per il colesterolo totale» scrivono gli autori, che hanno eseguito una meta-analisi cumulativa, aggiornando i risultati della prima metanalisi condotta con quelli provenienti da un nuovo studio una volta terminato. Il metodo permette di capire in che direzione vanno i risultati e, cosa ancor più utile, consente di individuare una risposta statisticamente significativa appena questa evidente. «È importante notare che la riduzione del colesterolo della soia da sola è inferiore al 5%, ma l’effetto è molto più marcato associandola ad altri alimenti vegetali» spiegano i ricercatori, condannando l’iniziativa dell’FDA nei confronti della soia e spiegando che aziende come Beyond Meat e Impossible Foods hanno visto una crescita enorme quest’anno commercializzando alternative vegetali alla carne, e che Burger King ha in programma di offrire il suo hamburger a base di soia in tutti gli Stati Uniti entro la fine del 2019. «I nostri dati dimostrano che i produttori di alimenti a base vegetale, l’industria e i rivenditori hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile per rendere i loro prodotti accessibili al pubblico» conclude Jenkins.J Am Heart Assoc. 2019. doi: 10.1161/JAHA.119.012458 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31242779 -fonte: doctor33)

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Malattie cardiovascolari: nuove prospettive per la riduzione del colesterolo

Posted by fidest press agency su martedì, 6 novembre 2018

Come diminuire l’impatto delle malattie cardiovascolari in Italia, sia in termini di vite umane perdute e di morbilità, sia per le ricadute economiche? Se n’è parlato a Meridiano Cardio “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia” giunto alla seconda edizione. «Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte nel nostro Paese, essendo responsabili del 35% delle morti totali. Non deve dunque sorprendere che i costi sanitari associati a tali patologie, ammontino circa a 21 miliardi di euro/anno. In particolare i costi diretti, riconducibili per l’84% alle ospedalizzazioni, ammontano a 16 miliardi» esordisce Francesco Saverio Mennini, professore di economia sanitaria all’Università Roma Tor Vergata. Cifre considerevoli che potrebbero essere ridotte anche grazie a interventi di prevenzione secondaria dopo un primo evento cardiovascolare. Per esempio, da uno studio dell’European Atherosclerosis Society Consensus Panel emerge che una riduzione del colesterolo LDL di 39 mg/dL si associa a un calo del rischio relativo di eventi cardiovascolari del 10% al primo anno, del 16% al secondo anno e del 20% dopo tre anni di trattamento. «Si stima che in prevenzione secondaria poco meno del 50% dei pazienti raggiungano il target dei livelli di colesterolo LDL» afferma Marcello Arca, direttore dell’UOS Centro arteriosclerosi del Policlinico Umberto I di Roma e segretario nazionale SISA, Società italiana per lo studio dell’Aterosclerosi. E Pasquale Perrone Filardi, direttore della scuola di specializzazione in malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università “Federico II” di Napoli, aggiunge: «In quest’ambito giocano un ruolo chiave i nuovi farmaci come gli inibitori di PCSK9, composti innovativi dal punto di vista della farmacologia cardiovascolare che riducono i livelli di colesterolo anche oltre il 50% a fronte di una buona tollerabilità e sicurezza». Tuttavia Federico Spandonaro, professore di economia sanitaria all’Università Roma Tor Vergata, puntualizza che nonostante gli inibitori di PCSK9 siano un’opportunità terapeutica di indubbia rilevanza, il loro utilizzo resta limitato al 13-14% dei pazienti eleggibili. «È come se i pazienti si perdessero in una rete assistenziale dalle maglie troppo larghe. Le criticità che emergono dimostrano la necessità di percorsi reali di presa in carico dei pazienti ipercolesterolemici, integrati fra i diversi servizi sul territorio» conclude Sabrina Nardi, Direttore Coordinamento nazionale delle Associazioni di Malati Cronici di Cittadinanzattiva. (fonte doctor33)

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Focus sul colesterolo

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione rilasciata dal Professor Enzo Manzato, presidente della Società Italiana per lo Studio dell’Aterosclerosi (Sisa) Ordinario di Medicina Interna, Università di Padova; Direttore dell’UOC di Geriatria.
L’aterosclerosi è causata non dal colesterolo in sé, ma dalle lipoproteine LDL (il cosiddetto colesterolo ‘cattivo’) che trasportano il colesterolo nel sangue; questi involucri/trasportatori del colesterolo se si depositano sulle pareti delle arterie finiscono con l’ostruirle. Ridurre le LDL significa dunque ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. E questo può essere ottenuto attraverso la dieta, con i nutraceutici o con farmaci; ogni paziente presenta caratteristiche diverse che suggeriscono il tipo di intervento richiesto. La riduzione del livello di LDL per prevenire le malattie cardiovascolari è diverso in prevenzione primaria e secondaria: prima di un infarto basta ridurle di poco, ma per lungo tempo; dopo un infarto occorre in poco tempo ridurle di molto. E’ comunque ormai chiaro che quanto minore è la concentrazione delle LDL, tanto meglio è per le arterie; qualche paziente vive bene (e riduce il rischio di infarto) con un colesterolo LDL di 10 mg/dl. Per ottenere valori così bassi è necessario utilizzare in combinazioni appropriate farmaci quali statine, ezetimibe e anticorpi anti-PCSK9. Un messaggio per i pazienti che hanno avuto un infarto: non abbiate paura delle basse concentrazioni di colesterolo delle LDL. Un messaggio per i pazienti che non hanno avuto un infarto: le basse concentrazioni di colesterolo delle LDL sono uno dei mezzi oggi fondamentali per prevenire l’infarto.

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Colesterolo alto: quando le cause sono genetiche

Posted by fidest press agency su domenica, 30 aprile 2017

DNANegli ultimi anni abbiamo assistito a un’esplosione di informazioni provenienti dalla genetica e dalla biologia che hanno aperto la strada a una migliore comprensione della fisiologia e della patologia di numerose malattie. Lo studio della dislipidemia non fa eccezione: con l’avvento di nuove tecnologie per lo studio del codice genetico, la conoscenza della genetica umana delle lipoproteine è progredito notevolmente. Sono i temi del meeting “Lipids & lipoproteins atherosclerosis: from genes to therapy”, dedicato ai progressi della genetica nella comprensione e nella lotta all’aterosclerosi e tenutosi a Praga durante l’85mo Congresso della Società Europea di Aterosclerosi.
Il meeting è stato promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini ed è stato presieduto da Alberico Catapano, Docente di Farmacologia all’Università di Milano e past-President della Società Europea di Aterosclerosi. «L’applicazione di queste tecnologie, parallelamente alla comprensione delle basi metaboliche per le forme genetiche delle dislipidemie, ha posto le basi per l’identificazione di possibili target per l’intervento farmacologico e per lo sviluppo di nuovi farmaci» spiega Catapano.
Uno dei temi centrali del meeting è stato il ruolo della lipoproteina(a) nella stima del rischio cardiovascolare. In diversi studi infatti è stata riportata la capacità di questa particella, simile a quelle del colesterolo LDL, di promuovere trombosi e infiammazione. È però più difficile individuarla, perché la sua distribuzione nella popolazione non è normale, ma è fortemente asimmetrica e questo può essere causa delle difficoltà nell’accertare il peso di lipoproteina(a) nella stima del rischio di aterosclerosi.
«Recentemente sono state trovate due varianti genetiche caratterizzate da livelli particolarmente alti di lipoproteina(a) di piccole dimensioni e ambedue le varianti sono associate a un elevato rischio cardiovascolare. La prevalenza di queste varianti genetiche non è nota però secondo recenti studi una persona su sei è portatrice di una di queste due varianti, quindi con livelli più elevati di lipoproteina(a), e con un rischio di infarto doppio rispetto ai soggetti con genotipo diverso. Inoltre, i soggetti portatori di entrambe le varianti hanno un rischio elevato di più di quattro volte» aggiunge Catapano.
Un secondo tema affrontato durante il meeting riguarda l’ipercolesterolemia familiare. È una malattia genetica, un disturbo del metabolismo lipidico, causato dalla mutazione di tre geni, che porta a un severo aumento delle proteine LDL. La forma predominante, quella eterozigote, è più frequente di quanto si pensasse (nel mondo un caso su 200 anziché uno su 500). Stesso discorso per la forma più rara, quella omozigote: si ipotizzava un caso su un milione, invece crediamo che sia uno su 300mila. I pazienti sviluppano malattie cardiovascolari 10-15 anni prima della media della popolazione. Nei casi più gravi possono avere un infarto anche a due-tre anni di vita, e in generale sopravvivono molto meno rispetto alla media della popolazione.
«Per questo motivo bisogna rendere consapevoli gli italiani del ruolo della componente genetica nell’ipercolesterolemia. Le persone considerano erroneamente i livelli alti di colesterolo come un fattore di rischio meno pericoloso rispetto ad altri fattori. In realtà il colesterolo geneticamente elevato è un fattore determinante per l’aumentato rischio cardiovascolare dei soggetti che ne sono affetti, cioè per la possibilità che si verifichi un infarto. Quindi, se il valore del colesterolo LDL è oltre 190, bisognerebbe far controllare tutti i parenti in linea diretta: genitori, fratelli e figli». Quali sono i segnali di allarme di ipercolesterolemia familiare? Un segno tipico è la frequente comparsa (dopo i 30-40 anni negli eterozigoti ed entro i primi quattro anni di vita negli omozigoti), di xantomi, cioè accumuli di grasso che si possono formare a livello dei tendini negli eterozigoti (xantomi tendinei) e a livello della cute dei gomiti e delle ginocchia negli omozigoti (xantomi cutanei). Altri segni spesso presenti negli eterozigoti sono gli xantelasmi (accumuli di grasso che si formano all’esterno dell’occhio ) e l’arco corneale (piccola lunetta o anello grigio che si forma all’interno dell’occhio, alla periferia dell’iride). Gli omozigoti hanno un quadro clinico più grave. L’ipercolesterolemia è molto elevata (550-1000 mg/dl) con xantomi cutanei riscontrabili entro i primi 4 anni di vita. I problemi cardiovascolari iniziano già nell’infanzia e, in assenza di trattamento, spesso determinano la morte per infarto prima dei 20 anni.

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Colesterolo: un killer sottovalutato

Posted by fidest press agency su sabato, 11 marzo 2017

Dalla fine degli anni ’90 ad oggi il valore medio del colesterolo degli italiani è aumentato in maniera significativa sia negli uomini (dal 205 a 211 mg/dl) che nelle donne (da 207 a 217 mg/dl), secondo i dati dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare (Oec)/Health Examination Survey (Hes). Stessa cosa per la prevalenza dell’ipercolesterolemia, passata dal 20,8 al 34,3 per cento negli uomini e dal 24 al 36,6 per cento nelle donne. Gli uomini si curano meglio delle donne: quelli che raggiungono l’obiettivo con il trattamento sono aumentati dal 13,5 al 24 per cento del totale, mentre le donne ‘a target’ sono cresciute dal 9,6 per cento al 17,2 per cento del totale.
Non esistono criteri condivisi né su quando iniziare lo screening per le dislipidemie, né su ogni quanto ripetere gli esami, né a quale età smettere di misurare il colesterolo. Il medico dovrebbe regolarsi sulla base del profilo di rischio individuale del paziente, ma è comunque raccomandabile fare un primo screening negli uomini intorno ai 40 anni e nelle donne intorno ai 50 o in post-menopausa, come suggerito anche dalle linee guida Esc. Questa valutazione andrebbe tuttavia anticipata (intorno ai 35 anni nei maschi e a 45 anni nelle femmine) nei soggetti con familiarità per ipercolesterolemia e/o eventi cardiovascolari in età giovanile e in pazienti diabetici e con arteriopatia periferica, a prescindere dall’età.
La sensibilizzazione riguardo la correzione degli stili di vita deve essere offerta a tutti fin da giovanissimi e in questo la medicina del territorio riveste un’importanza strategica. Un ruolo centrale nelle strategie di prevenzione è ricoperto dalla gestione delle dislipidemie, alla quale la Siprec ha dedicato un apposito documento di consenso in collaborazione con la Fondazione Cuore. Il documento è ispirato alle recenti (2016) linee guida della Società Europea di Cardiologia ma le cala nelle specificità e peculiarità del nostro Paese.
Una riduzione di 40 mg/dl di colesterolo Ldl si associa ad un abbattimento del 20-25 per cento delle morti per cause cardiovascolari e di infarto miocardico non fatale, come dimostrato dai tanti studi di intervento degli ultimi 15-20 anni. Il colesterolo ‘cattivo’ è infatti il nemico numero uno delle coronarie e questo ne fa il bersaglio ideale della terapia e delle strategie di prevenzione. La decisione se iniziare o meno una terapia per abbassare il colesterolo Ldl, si basa sul livello di rischio di mortalità per eventi cardiovascolari e aterotrombotici a 10 anni, in Europa affidato al sistema SCORE. In caso di rischio elevato (≥5 per cento ≤10 per cento) o molto elevato (≥ 10 per cento) la terapia andrebbe iniziata subito; nei soggetti a rischio moderato (≥1% per cento ≤5 per cento) è ragionevole dare consigli sullo stile di vita e solo dopo, se utile, iniziare una terapia farmacologica.
Ipercolesterolemia familiare. E’ una malattia legata alla mutazione di singoli geni che codificano per il recettore delle Ldl (nel 90 per cento dei casi) o per alcune proteine coinvolte nella sua attività o nel suo ‘riciclo’ sulla superficie cellulare (ad esempio a proteina PCSK9). L’incidenza della forma eterozigote è di 1 su 500 individui, quella omozigote, molto più grave e più rara, ha un’incidenza di un caso su un milione. Nelle forme omozigoti l’attività del recettore per le Ldl è quasi del tutto compromessa e le concentrazioni di Ldl possono arrivare a 500-1200 mg/dl; questa condizione può dare danni cardiovascolari molto precocemente e portare a morte anche prima dei 20 anni, se non trattata. Nelle forme eterozigoti, l’attività del recettore è dimezzata e le concentrazioni di Ldl variano tra i 200 e i 350 mg/dl. Anche questi pazienti, se non trattati possono presentare cardiopatia ischemica prima dei 55 anni (i maschi) o dei 60 anni (femmine). Per la diagnosi clinica si utilizza lo score del Dutch Lipid Clinic Network (Dlcn): valori maggiori di 8 rendono la diagnosi di ipercolesterolemia certa; probabile tra 6 e 8, possibile tra 3 e 5, improbabile tra 0 e 2. Lo screening delle Ldl, come anche lo screening genetico (se una mutazione viene individuata) andrebbe esteso a tutti i familiari per paziente con ipercolesterolemia familiare.La terapia ipolipemizzante dovrebbe essere iniziata subito al momento della diagnosi sia negli adulti che nei bambini dagli 8-10 anni in su e proseguita in cronico. Gli esperti raccomandano di iniziare con una statina ad elevata potenza al massimo dosaggio tollerato (es. atorvastatina 80 mg o rosuvastatina 40 mg); se non si raggiunge il target terapeutico andranno associati alla statina altri farmaci (ezetimibe, resine o fibrati). Nei soggetti con livelli di Ldl elevatissimi e con precedenti cardiovascolari, si può ricorrere all’aferesi, un trattamento che rimuove dal sangue le Ldl, riducendone i livelli del 50-75 per cento. Un’alternativa resasi di recente disponibile è la nuova classe degli inibitori di PCSK9. I farmaci per abbassare il colesterolo ‘cattivo’ sono:
Le statine. Riducono la sintesi epatica di colesterolo; la percentuale di riduzione delle Ldl è dose dipendente e varia a seconda del tipo di statine, ma vi è grande variabilità da un individuo all’altro. Lo studio del Cholesterol Treatment Trialists (Ctt) ha dimostrato che una riduzione di 40 mg/dl di Ldl corrisponde ad una riduzione del 10 per cento di mortalità per tutte le cause, del 20 per cento di mortalità per cause cardiovascolari, del 23 per cento del rischio di eventi corona
rici maggiori e del 17 per cento di ictus.
Le Ezetimibe. Blocca l’assorbimento intestinale di colesterolo. Gli studi hanno dimostrato che, in associazione alle statine, riduce il rischio cardiovascolare.
I fibrati. Questi farmaci regolano l’espressione di geni coinvolti nel metabolismo dei lipidi e delle lipoproteine. Riducono i livelli plasmatici di trigliceridi e possono aumentare quelli di Hdl (colesterolo ‘buono’). Sono in genere ben tollerati ma possono dare disturbi gastrointestinali (5 per cento) ed eruzioni cutanee (2 per cento).
Omega-3. Riducono la sintesi epatica di Vldl (lipoproteine ricche di trigliceridi); vengono somministrate dunque nei soggetti con trigliceridi elevati. Attenzione nei soggetti in terapia anticoagulante perché possono aumentare il rischio di sanguinamento.
Le resine. Sequestrano gli acidi biliari nel’intestino tenue e ne impediscono così il riassorbimento; questo provoca per una serie di passaggi la riduzione dei livelli plasmatici di colesterolo. Danno effetti indesiderati gastrointestinali (nausea, stipsi, dispepsia) e possono ridurre l’assorbimento di vari farmaci.
I nutraceutici ipolipemizzanti (fibre, i fitosteroli, la monacolina k del riso rosso fermentato e lamorus alba). Possono ridurre i livelli di colesterolo (10-20 per cento) ma non vi sono studi che dimostrano un loro effetto sulla riduzione del rischio cardiovascolare. Per questo non possono essere utilizzati come sostituti dei farmaci nei soggetti a rischio medio-alto.
I nuovi farmaci sono gli inibitori di PCSK9 (evolocumab e alirocumab). Sono farmaci, somministrati una o due volte al mese per iniezione sottocutanea, che inibendo la funzione della proteina PCSK9, consentono ai recettori delle Ldl di essere più volte ‘riciclati’ sulla superficie cellulare, dove ‘catturano’ e rimuovono dal sangue le Ldl circolanti.

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Sanità: nuovo farmaco contro colesterolo e malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 marzo 2017

farmacieDa una a tre iniezioni sottocute, autosomministrate dal paziente attraverso una penna pre-riempita, ogni due settimane o una sola volta al mese, a seconda delle indicazioni, e i livelli di colesterolo Ldl, il cosiddetto ‘colesterolo cattivo’, si riducono fino al 75%. L’ipercolesterolemia è il primo fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari che sono la causa di circa 300.000 morti in Italia ogni anno, segno evidente che, sebbene esistano terapie di buona efficacia, c’è ancora molto da fare per proteggere adeguatamente cuore e arterie. Da oggi, però, è disponibile anche in Italia Repatha (evolocumab) il primo anticorpo monoclonale interamente umano ad arrivare in cardiologia, primo della classe degli inibitori del PCSK9 che con il suo innovativo meccanismo d’azione ha dimostrato di riuscire ad ottenere non solo una riduzione molto marcata e costante dei livelli di colesterolo Ldl, ma, grazie a questa, anche una regressione della placca aterosclerotica.
Evolocumab è generalmente sicuro e ben tollerato. Approvato dall’Agenzia Italiana del Farmaco in regime di rimborsabilità, il farmaco, in associazione a statine e/o ezetimibe, è indicato per i pazienti adulti con forme severe e resistenti di ipercolesterolemia primaria (incluse le forme familiari eterozigote ed omozigote) e in quelli con dislipidemia mista che non riescono a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo Ldl nonostante la terapia ipocolesterolemizzante massimizzata.
Evolocumab è inoltre indicato per coloro che sono intolleranti alle statine: “Il colesterolo è il principale fattore di rischio: aumenta di circa 4 volte la probabilità che si verifichi un evento cardiovascolare. Tutti gli studi condotti fino a oggi hanno dimostrato, infatti, che il colesterolo Ldl ossidato, che misuriamo nel sangue come colesterolo Ldl, determina la formazione della placca aterosclerotica nelle coronarie, responsabile d’infarti e ictus”, afferma Francesco Romeo, direttore cattedra di Cardiologia Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Eppure anche i pazienti più a rischio, per esempio quelli che hanno già avuto un infarto o un ictus, non riescono a tenere i livelli di colesterolo LDL sotto controllo: si stima che in Europa oltre il 60% dei pazienti ad alto rischio cardiovascolare e l’80% di quelli a rischio molto alto sia in questa condizione.
I dati dell’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare Anmco-Istituto superiore sanità (Iss) dimostrano che la prevalenza dell’ipercolesterolemia in Italia è aumentata negli ultimi anni: negli uomini siamo passati dal 20,8% nel periodo 1998-2002 al 34,3% nel quadriennio 2008-2012, nelle donne del 24,6% al 36,6%. Evolocumab è un anticorpo monoclonale umano che contrasta l’attività della proteina PCSK9, sostanza che nell’organismo degrada i recettori Ldl che si trovano sulla superficie delle cellule epatiche. L’azione di evolocumab, quindi, di fatto aumenta la capacità del fegato di eliminare il colesterolo Ldl dal sangue, diminuendone così i livelli: “Evolocumab ha dimostrato di essere una soluzione per i cosiddetti pazienti difficili da trattare, per i quali i medici fanno fatica a trovare delle soluzioni terapeutiche efficaci: persone che hanno già subito un infarto, che soffrono di diabete, che non rispondono alle statine o che sono intolleranti. Pazienti ad alto rischio di andare incontro a un evento car diovascolare, anche mortale”, ha spiegato Enzo Manzato, professore prdinario in Medicina Interna, Università di Padova e presidente Sisa, Società italiana per lo studio dell’aterosclerosi.
Evolocumab, che ha già dimostrato risultati senza precedenti in un vasto programma di studi clinici, ora punta a dimostrare che, in aggiunta a statine, non solo riduce i livelli di colesterolo LDL, ma diminuisce il rischio di eventi quali morte cardiovascolare, ictus, infarto, ospedalizzazione per angina instabile o rivascolarizzazione coronarica. I risultati di questo studio – Fourier (Further cardiovascular outcomes research with PCSK9 Inhibition in subjects with elevated risk) – verranno presentati il 17 marzo in occasione dell’American college of Cardiology. Gli sperimentatori hanno annunciato di aver raggiunto gli endpoint compositi primario e secondario principale.
Insomma, Evolocumab è il primo anticorpo monoclonale ad arrivare in cardiologia e segna anche l’entrata in questa area terapeutica di Amgen, leader nel campo delle biotecnologie.“Abbiamo deciso di mettere le nostre conoscenze, maturate nei campi di oncologia, immunologia, nefrologia, ematologia, al servizio della cardiologia impegnandoci per lo sviluppo di evolocumab in un programma di studi molto ampio, a cui l’Italia ha partecipato in maniera massiccia: ben 14 studi diversi attivati sul nostro territorio per un totale di oltre 650 pazienti arruolati”, ha spiegato Francesco Di Marco, general manager Amgen. L’azienda investe in ricerca e sviluppo il 20% del suo fatturato mondiale, pari a oltre 4 miliardi di dollari, e grazie a questo sforzo può vantare una pipeline costituita da oltre 40 molecole sperimentali in varie fasi di sviluppo, di cui 14 in Fase III. In cardiologia sono attualmente in studio farmaci per lo scompenso cardiaco e l’ipercolesterolemia.

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Colesterolo, diabete e obesità sotto controllo per prevenire le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 febbraio 2017

diabete testNapoli. È sempre più articolata la gestione delle patologie cardiovascolari. Non più farmaci uguali per tutti, livelli identici di pressione e colesterolo, ma anche altre patologie concomitanti, come il diabete, e caratteristiche individuali come l’obesità e l’eccesso di tessuto adiposo. I medici cercano di capire quali diversi meccanismi sono alla base delle malattie di cuore e circolazione, come le diverse categorie di pazienti devono essere trattate, quanto la cardiologia possa essere personalizzata.
Sono le indicazioni del congresso dal titolo “New strategies for reducing cardiovascular risk: from old factors to emerging and therapeutic opportunities” organizzato a Napoli dalla Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Abbiamo bisogno di mezzi sempre più moderni e sofisticati per identificare il paziente più esposto allo sviluppo del rischio cardiovascolare, l’ictus, l’infarto o morte cardiaca» spiega Pasquale Perrone Filardi, Docente di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli e presidente del Congresso. «La moderna caratterizzazione genetica oggi offre nuove opportunità per identificare persone che non sanno di essere a rischio. Gli indicatori di infiammazione vascolare e di fibrosi cardiaca, la genetica molecolare delle dislipidemie e il relativo impatto sulla farmacologia, la genetica delle cardiomiopatie, rappresentano nuove armi a disposizione del clinico per personalizzare l’approccio terapeutico in pazienti sintomatici e asintomatici».
Una delle sessioni principali del congresso ha riguardato il controllo del colesterolo e quali siano i livelli ottimali per ridurre il rischio cardiovascolare.
«Le linee guida europee raccomandano che il livello target di colesterolo LDL venga definito sulla base del rischio individuale di eventi cardiovascolari fatali, in un intervallo che va dai 70 ai 100 milligrammi per decilitro» avverte Alberico Catapano, Docente di Farmacologia all’Università degli Studi di Milano. «Le linee guida inoltre suggeriscono per i soggetti ad alto rischio di dimezzare il livello del colesterolo se è eccessivo, anche andando sotto i limiti. Per esempio, se i livelli di LDL di un paziente sono 100, non ci si deve accontentare di raggiungere il livello raccomandato di 70 mg/dl ma si devono ridurre i livelli del 50%, quindi arrivare a 50 mg/dl”.
Anche l’obesità e i tessuti adiposi hanno un ruolo attivo nel determinare conseguenze patologiche. «Come conseguenza dell’espansione dei depositi di grasso, il tessuto adiposo le cellule grasse sviluppano una modificazione fenotipica che determina una modificazione nelle sostanze scambiate dalle cellule, come le adipocitochine» conferma Dario Leosco, Docente di Medicina Interna all’Università Federico II di Napoli. «Queste sostanze sono coinvolte nella modulazione del glucosio e dei lipidi, nella biologia vascolare e anche nella risposta infiammatoria. Questo processo rappresenta un importante collegamento con le complicanze arteriosclerotiche e gli eventi cardiovascolari».
Stefan Anker, Docente di Cardiologia all’Università di Göttingen, Germania, ha sottolineato il collegamento tra insufficienza cardiaca e diabete. «L’insufficienza cardiaca è una sindrome associata a un vasto numero di altre malattie, incluse insufficienza renale, patologie respiratorie, anemia, depressione, soltanto per nominarne alcune. Per quanto riguarda il diabete, spesso coesiste con l‘insufficienza cardiaca, ma d’altra parte il diabete di per sé rappresenta un rilevante fattore di rischio per lo sviluppo di insufficienza cardiaca» prosegue Anker. «E dato che il diabete è in aumento in tutte le parti del mondo, è probabile aspettarsi una crescita esponenziale di persone con diabete e insufficienza cardiaca nei prossimi anni. Nello stesso tempo è sempre più chiaro che le persone con insufficienza cardiaca e diabete sono diverse dal punto di vista clinico rispetto alle persone con insufficienza cardiaca ma senza diabete. Per questo motivo i medici devono gestire in modo diverso queste due categorie di pazienti, anche con terapie differenti». Da segnalare l’associazione tra alterazioni del sistema circolatorio e aumentato rischio di sviluppare Alzheimer. «Questa malattia rappresenta la causa più frequente di demenza senile ed è tradizionalmente definita dall’accumulo negli spazi extracellulari del cervello di depositi insolubili di una sostanza, la beta-amiloide. Per ridurre questo processo, elemento importante è la riduzione dello stress ossidativo che altera la barriera emato-encefalica, che favorisce un accumulo di amiloide» avverte Bruno Trimarco, Docente di Malattie Cardiovascolari all’Università Federico II di Napoli. «I dati su alcuni farmaci e nutraceutici che determinano una riduzione dello stress ossidativo sembrano offrire dei vantaggi in questo settore, soprattutto quelli che favoriscono l’aumento di ossido nitrico nel sangue. L’ossido nitrico viene utilizzato per migliorare la trasmissione a livello sinaptico e questo sembra essere un elemento importante per prevenire il deficit cognitivo. Per questo motivo sono allo studio nuovi farmaci anti-Alzheimer che agiscono a livello delle sinapsi neuronali proprio con l’aumento di ossido nitrico nel sangue».

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Colesterolo e malattie cardiache dalla ricerca genetica alle nuove terapie

Posted by fidest press agency su sabato, 23 aprile 2016

infarto miocardico acutoLivelli elevati di colesterolo nel sangue sono un importante fattore di rischio in quanto contribuiscono allo sviluppo di malattia cardiovascolare, la principale causa di decesso nei paesi occidentali.
Grazie alle statine, all’associazione di statine ed ezetimibe fino a nuove terapie efficaci anche nei casi più difficili, il controllo del colesterolo è sempre più raggiungibile anche grazie allo studio del DNA. Negli ultimi anni si è assistito a una diffusione di informazioni derivanti dalla genetica e dalla biologia, che hanno mostrato la strada per una migliore conoscenza della fisiologia e della patologia della dislipidemia. Con l’aiuto della genetica la conoscenza delle lipoproteine è migliorata notevolmente. Inoltre lo studio del DNA e delle mutazioni che causano la malattia ha contribuito a sviluppare nuovi farmaci per trattare le dislipidemie. Sono questi i temi principali del Simposio Internazionale “Plasma lipids, lipoproteins and cardiovascular diseases: from genes to clinical intervention” in programma a Milano dal 21 al 23 aprile 2016, organizzato dal Centro per lo Studio dell’Aterosclerosi e dal Centro di Epidemiologia e Farmacologia Preventiva, Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari, Università di Milano, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
Negli ultimi anni le terapie con statine hanno determinato una significativa riduzione negli eventi cardiovascolari, però rimane un rischio residuo in alcuni gruppi di popolazione, tra cui i pazienti che non tollerano le statine e pazienti ad alto rischio cardiovascolare in cui non si osserva una riduzione del colesterolo LDL nonostante siano trattati con alte dosi di statine. «Riguardo le implicazioni clinico-terapeutiche, lo studio IMPROVE-IT ha fornito un’evidenza rilevante per l’impiego della terapia di combinazione di statine ad alta efficacia ed ezetimibe come scelta terapeutica iniziale in una vasta categoria di pazienti dopo sindrome coronarica acuta, ovvero in tutti coloro nei quali è necessaria una riduzione dei livelli di colesterolemia LDL superiore al 50% nei pazienti con insufficienza renale cronica e/o diabete» spiega Alberico Catapano, Presidente della Società Europea Aterosclerosi, Docente di Farmacologia all’Università di Milano e chairman del congresso. «I pazienti trattati con l’associazione di statine ed ezetimibe hanno mostrato una riduzione dei livelli di colesterolo LDL del 24% rispetto a coloro che hanno assunto la sola simvastatina. In aggiunta, anche il rischio di infarto del miocardio e quello di ictus ischemico sono risultati significativamente ridotti».
Un altro gruppo di pazienti difficili da trattate sono quelli con ipercolesterolemia familiare, una dislipidemia genetica caratterizzata da livelli marcatamente elevati di colesterolo-LDL, con insorgenza di malattia cardiovascolare prematura.
I figli di un genitore con ipercolesterolemia familiare hanno il 50% di probabilità di nascere con la stessa condizione. La mutazione genetica riguarda la codifica per proteine del recettore delle LDL, per cui il fegato non è in grado di metabolizzare o rimuovere l’eccesso di LDL ed eliminarlo dall’organismo, determinando elevati livelli di colesterolo dalla nascita. L’ipercolesterolemia familiare è la condizione genetica più comune al mondo e colpisce una persona ogni 200-250, eppure meno dell’1% viene diagnosticato.
«La riduzione dei livelli di colesterolo è molto importante per contenere il rischio cardiovascolare, eppure solo la metà dei pazienti con ipercolesterolemia familiare viene trattato con le statine, forse anche perché le statine di bassa potenza sono inadeguate per il 95% di questi pazienti. E’ necessario un trattamento combinato con statine potenti ed ezetimibe, che può ridurre il colesterolo LDL del 60-70%. E comunque anche con questo trattamento solo in un paziente su quattro si ottiene una riduzione del colesterolo LDL sotto i 100 mg/Dl. Inoltre una percentuale di pazienti, che oscilla tra il 7 e il 29 per cento a seconda degli studi, non tollera le statine e abbandona la terapia a causa degli effetti collaterali» prosegue Catapano.
Un corretto approccio diagnostico a tali patologie, tanto diffuse quanto sottodiagnosticate, richiede un’accurata valutazione clinico-anamnestica con monitoraggio temporale dei valori di colesterolo. È essenziale un’accurata anamnesi familiare, la constatazione di eventi cardiovascolari nei familiari di primo grado valutandone l’età d’insorgenza e un attento esame obiettivo, comprensivo della ricerca dei segni fisici caratteristici delle diverse forme di dislipidemia (quali xantomi, xantelasmi, arco corneale). Solo una diagnosi precoce consente un trattamento adeguato, con miglioramento della prognosi di questi pazienti.
«Le strategie terapeutiche per le ipercolesterolemie sono molto limitate, in quanto i comuni ipolipemizzanti utilizzati nella pratica clinica (quali statine, ezetimibe, sequestranti gli acidi biliari e acido nicotinico) risultano poco efficaci per il raggiungimento degli obiettivi terapeutici, soprattutto per la forma omozigote» aggiunge Catapano. Gli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 si propongono sul panorama degli ipolipemizzanti come farmaci innovativi ed efficaci, anche in gruppi di pazienti resistenti alle terapie standard. Buoni risultati sono stati ottenuti con somministrazioni bisettimanali o mensili a varie dosi e in varie tipologie di pazienti, compresi quelli con ipercolesterolemia familiare eterozigote, i non responsivi o intolleranti alle statine e in coloro non adeguatamente controllati nonostante la terapia ipocolesterolemizzante massimale. Aggiunti a statine ed ezetimibe, gli anticorpi anti PCSK9 hanno dimostrato un effetto additivo con punte di riduzione del colesterolo LDL ben superiori al 70%.

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Sovrappeso, ipertensione e colesterolo sono ancora i nemici più diffusi di una vita lunga e in buona salute

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 giugno 2015

anzianiSovrappeso (48%), pressione alta (46%) e colesterolo (38%) sono le tre minacce alla longevità più diffuse e ancora poco contrastate, persino da un campione rappresentativo di persone che pure sembrano avere particolarmente a cuore un invecchiamento in buona salute. Questi risultati, infatti, sono emersi dal Longevity Check-up, un vero e proprio test sui sette parametri di salute cardiovascolare il cui rispetto è ritenuto dalla scienza il vero segreto della longevità. Il Chech-up è stato offerto dalle Marche, regione con l’aspettativa di vita più alta d’Italia, all’interno del proprio spazio EXPO, per promuovere le abitudini alimentari e gli stili di vita che rappresentano le strategie ottimali per candidarsi a divenire centenari.Grazie alla collaborazione di Italia Longeva – network internazionale fondato dalla Regione insieme al Ministero della Salute, proprio per indagare e diffondere le evidenze scientifiche su un invecchiamento in buona salute fisica e mentale – i visitatori dello spazio Marche all’interno dell’EXPO hanno avuto l’opportunità di eseguire il Longevity Check-up. Hanno effettuato il test, rivolgendosi ai medici di Italia Longeva, circa mille persone: il 94% italiani e il 6% stranieri, con un’età media di 54 anni e con una prevalenza del campione femminile (il 56%, contro il 44% di maschi).“Il dato genetico – dichiara il professor Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – incide fra il 20 e il 25% sulla speranza di vita di ciascuno di noi. Ciò significa che quel che fa la differenza sono le abitudini di vita, dall’alimentazione all’attività fisica: la longevità è quindi una conquista personale. Per questo abbiamo posto al centro del nostro Longevity Check-up i sette parametri di salute cardiovascolare che sono alla base di una vita lunga e in salute: astensione dal fumo, regolare esercizio fisico, dieta equilibrata con adeguato apporto di frutta e verdura, lotta al sovrappeso, valori di colesterolemia sotto controllo e attenzione anche alla pressione arteriosa e alla glicemia. Purtroppo, dal nostro test sui visitatori dello spazio Marche in EXPO è risultato che solo il 9% delle persone esaminate rispetta tutti e sette questi parametri”.E infatti quasi la metà del campione che si è sottoposto al Longevity Check-up (48%) presenta un peso corporeo eccessivo (di questo 48%, il 35% è risultato in sovrappeso e il 13% addirittura obeso); il 46% ha la pressione troppo alta e il 38% valori di colesterolo fuori controllo. Ancora molto diffuso anche il vizio del fumo, con il 17% di fumatori impenitenti e il 25% di ex fumatori. Meglio, invece, la sensibilità per una dieta corretta e un adeguato esercizio fisico, con l’80% del campione analizzato che segue una dieta equilibrata e il 70% che pratica regolarmente un’attività sportiva.“Significativamente – aggiunge Bernabei – dal nostro test è risultato che i marchigiani seguono una dieta corretta addirittura nell’85% dei casi, e conseguentemente manifestano un controllo ottimale del colesterolo nel 66% del campione che si è sottoposto al Check-up. È chiaro, quindi, che l’alimentazione gioca un ruolo cruciale per la conquista della longevità, eppure mangiare bene non basta: l’esercizio fisico, che nelle Marche è spesso imposto dall’acclività del terreno, fatto di sali-scendi collinari, una rete familiare e sociale solida, il mantenimento di forti rapporti inter-generazionali, fra genitori e figli e fra nonni e nipoti, e persino saldi riferimenti spirituali sono all’origine di una vecchiaia lunga e serena, che si fonda sulla salute fisica, ma anche sulla lucidità intellettiva e sull’equilibrio psicologico”. Nel Forum internazionale sulla longevità, con il quale proprio oggi termina la presenza della Regione Marche all’Expo, è stata proposta un’analisi scientifica – grazie alla presenza dei massimi esperti a livello internazionale – delle abitudini delle popolazioni più longeve del mondo, gli abitanti delle famose ‘Blue Zone’. “Gli studi mostrano chiaramente che il fumo, l’obesità, la felicità e persino la solitudine sono contagiosi – ha detto nel corso del Forum Dan Buettner, l’esploratore del National Geographic che ha studiato le Blue Zone sparse per il pianeta –. Il segreto, in fondo, è circondarsi di amici che seguano e ci incoraggino a seguire uno stile di vita salutare. Anche dal punto di vista dell’esercizio fisico, infatti, i popoli più longevi del mondo non passano la giornata a sollevare pesi in palestra, non sono maratoneti né assidui frequentatori di circoli sportivi: piuttosto, vivono in un ecosistema familiare, lavorativo, sociale e ambientale che li induce a muoversi in continuazione, senza neanche pensarci. La strategia ottimale per la longevità sembra quindi soprattutto combattere la pigrizia e la tristezza, andare a piedi a lavoro, fare le scale invece di prendere l’ascensore”.“Negli ultimi decenni – ha spiegato Gianni Pes, del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Sassari, scopritore della prima Blue Zone – le ricerche sulla longevità si sono concentrate su una strategia multidisciplinare, che ha visto l’integrazione di genetica, demografia, antropologia e scienza dell’alimentazione, tutte alleate nello sforzo comune di comprendere non solo come si viva più a lungo, ma soprattutto come si possa invecchiare in buona salute, fisica e mentale. Non tutti sanno che è italiana la prima zona del pianeta ormai ampiamente accreditata dalla scienza come vero osservatorio internazionale sulla longevità: la prima Blue Zone. Si tratta dell’Ogliastra, la zona montuosa centro-orientale della Sardegna nella quale si registrano gli indici di sopravvivenza media più elevati al mondo, soprattutto nella popolazione di sesso maschile, e ciò in controtendenza rispetto a quanto avviene nel resto del pianeta. A mio parere, la principale lezione che possiamo apprendere dallo studio delle Zone Blu è che i fattori modificabili hanno un peso maggiore di quelli ereditari, e pertanto uno stile di vita equilibrato è la migliore strategia per una vita lunga e in buona salute. Cibi elaborati, sedentarietà, isolamento sociale, vizi persino ricercati e ogni altra abitudine che più si discosti dallo stile di vita di popoli pastorali, con un’alimentazione essenziale e la necessità di spostarsi al seguito delle greggi, sono senza dubbio le strategie meno efficaci per candidarsi alla longevità”.“Complessivamente abbiamo rilevato – conclude Roberto Bernabei – che per vivere a lungo l’alimentazione corretta è necessaria ma non sufficiente. È imprescindibile anche l’esercizio fisico, una rete familiare e sociale solida e persino saldi riferimenti spirituali. In sostanza, quasi con uno slogan, può dirsi che la salute fisica non è sufficiente per invecchiare in salute, e gli elementi psico-sociali sono altrettanto indispensabili; se non altro, perché la longevità non è ‘sopravvivere molto’, ma piuttosto imparare a costruire e a difendere, giorno dopo giorno, una vita degna di essere vissuta a lungo”.

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Patologie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 febbraio 2015

Policlinico La Sapienza RomaSi è tenuto a Roma il Simposio dal titolo “New trends in cardiovascular therapy”, promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. I trattamenti contro la fibrillazione atriale, l’ischemia, l’angina, lo scompenso cardiaco, sono oggi in grado di contribuire alla riduzione dei rischio cardiovascolare e dei fattori di rischio, tra cui livelli elevati di colesterolo e pressione arteriosa.
– Diabete, iperlipidemia (aumento di concentrazione nel plasma di colesterolo e trigliceridi), ipertensione, fumo di sigaretta: sono i principali colpevoli dell’ossidazione del colesterolo LDL. Un’alterazione che genera un processo a catena, che porta a un’infiammazione dei vasi sanguigni, chi segue la formazione di placche arteriosclerotiche, fino al rischio di eventi cardiovascolari, come infarto e ictus. Il meccanismo per cui il colesterolo LDL ossidato è uno dei fattori scatenanti le patologie cardiovascolari è tra i principali argomenti del «Diabete, iperlipidemia, ipertensione, fumo di sigaretta alterano le LDL e inducono una sorta di “stress ossidativo” per le cellule endoteliali» conferma Francesco Romeo, Direttore Cattedra di Cardiologia all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e Presidente della Società Italiana di Cardiologia. «L’endotelio è il tessuto che riveste la superficie interna dei vasi sanguigni. E’ strutturalmente semplice ma funzionalmente complesso; è in grado di secernere sostanze, modula il tono vascolare, contribuisce al mantenimento delle proprietà antitrombotiche del vaso regolando la coagulazione, la fibrinolisi (il processo per cui la fibrina, in forma di coagulo o di trombo, è degradata in prodotti solubili) e l’aggregazione piastrinica; esercita un effetto barriera contro il passaggio indiscriminato di costituenti del sangue all’interno della parete arteriosa; controlla la proliferazione delle cellule muscolari lisce. Numerosi studi dimostrano che le LDL ossidate, accumulatesi all’interno della parete arteriosa, hanno un ruolo importante nel danneggiamento dell’ endotelio, provocando l’aggregazione delle piastrine e la formazione di trombi.
Gli esperti riuniti a Roma hanno quindi auspicato che in futuro un argomento di ricerca nel settore dell’aterosclerosi sia proprio lo stress ossidativo cui vanno incontro le LDL durante il processo di invecchiamento, ma anche a causa di abitudini e stili di vita, come l’alimentazione e il fumo di sigaretta.
– Per quanto riguarda le terapie, Antonio Aversa, docente di endocrinologia all’Università di Roma La Sapienza, sottolinea come sostanze sconosciute, oppure giudicate nocive, come gas e ossidi, sono invece alla base di farmaci efficaci contro le patologie cardiovascolari, come la nitroglicerina, oppure di farmaci vasodilatatori, come quelli contro la disfunzione erettile. E’ il caso dell’ossido nitrico e dell’idrogeno solforato. «L’ossido nitrico e l’idrogeno solforato sono coinvolti in numerose malattie cardiovascolari in quanto l’alterazione della loro secrezione, in eccesso oppure in difetto, può determinare effetti patologici oppure portare dei benefici» spiega Aversa. «In particolare l’ossido nitrico è il mediatore su cui si fonda l’attività di moltissimi farmaci utilizzato in ambito cardiovascolare, tra cui i più conosciuti sono probabilmente i nitroderivati, come la nitroglicerina, e che sono ampiamente utilizzati». La sintesi di ossido nitrico viene stimolata da diversi fattori come il cosiddetto “shear stress”, un parametro che misura la forza esercitata dallo scorrimento del sangue sulle pareti dei vasi. «Quando la pressione arteriosa aumenta eccessivamente, l’organismo si difende sintetizzando ossido nitrico che, dilatando le pareti dei vasi, contribuisce all’abbassamento della pressione». E’ sfruttando questo meccanismo che i ricercatori hanno potuto utilizzare gli effetti dell’ossido nitrico sul sistema circolatorio per realizzare i farmaci contro la disfunzione erettile.
– Un altra sessione del Simposio riguarda il ruolo dell’acido urico in diverse patologie. Oltre a essere responsabile della gotta, la forma di artrite più frequente negli adulti, l’iperuricemia interviene anche nelle malattie cardiovascolari e nel diabete.
«Nei paesi occidentali l’uricemia media è in progressivo aumento: nella popolazione maschile degli Stati Uniti il valore è raddoppiato in pochi decenni. Il recente progressivo aumento dell’uricemia viene messo in rapporto con la crescente diffusione di sovrappeso e obesità e dall’aumentato consumo di alimenti che favoriscono l’aumento di acido urico nel sangue» spiega Maurizio Volterrani, Responsabile del Reparto di Riabilitazione Cardiologica all’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma. «Oggi la disponibilità di terapie efficaci nella riduzione dei livelli di acido urico nel sangue consente di ridurre il rischio di patologie cardiovascolari correlate».
– La fibrillazione atriale è causa del 15% di tutti gli ictus cardioembolici. Ciò significa che in Italia, dei duecentomila casi di ictus stimati all’anno, 30.000 sono determinati da questa frequente anomalia del ritmo cardiaco. Di recente, però, anche l’Italia può contare su una nuova classi di farmaci, i nuovi anticoagulanti orali, più maneggevoli e sicuri, in grado di venire incontro alle esigenze di medici e pazienti. Per i cardiologi e per i pazienti si tratta di una grande innovazione, ma non va dimenticata l’importanza di un rafforzamento del rapporto medico-paziente sulla base di un nuovo modo di fare prevenzione del rischio tromboembolico. precisa Pasquale Perrone Filardi, responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Miocardiopatie ed Ipertensione Arteriosa Polmonare dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli.
– A proposito degli eventi ischemici, gli esperti riuniti a Roma di sono confrontati sulle varie opzioni di intervento. «Sebbene i dati disponibili in letteratura limitino l’efficacia della terapia interventistica nell’infarto miocardico acuto alle primissime ore dall’esordio dei sintomi, una quantità sempre maggiore di pazienti viene trasferita in emodinamica per ricevere un’angioplastica primaria in tempi precoronarici non prevedibili che, in molti casi, negano al paziente un tempestivo trattamento con i trombolitici» avverte Giuseppe Rosano, Direttore del Dipartimento di Cardiologia all’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma. «Dati recenti dimostrano come la scelta clinica sia estremamente importante nella gestione del paziente con sindromi ischemiche acute.
I risultati di un recente studio hanno dimostrato che i due trattamenti sono equamente efficaci nel ridurre la mortalità cardiovascolare ma che il trattamento interventistico aggressivo aumenta significativamente i casi di infarto miocardico (14.6% contro il 9.4% dei pazienti trattati inizialmente farmacologicamente) suggerendo, quindi, che l’indirizzare il paziente con sindromi coronariche acute ad uno studio emodinamico debba basarsi sulle caratteristiche cliniche e non debba esser guidato dalla classificazione stereotipata di sindrome coronarica acuta. indicando chiaramente che sono necessari maggiori approfondimenti per cercare di identificare protocolli di gestione più specifici in grado di ottimizzare risultati e costi a seconda delle condizioni cliniche dei soggetti con sindrome coronarica acuta». (Marco Strambi)

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A Roma un simposio sulle terapie del futuro in cardiologia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 febbraio 2015

ospedale ortona1Roma. I massimi esperti europei nelle malattie di cuore e circolazione si riuniscono a Roma per individuare le future possibilità nelle nuove terapie cardiovascolari. L’occasione è il Simposio “New trends in cardiovascular therapy”, promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. L’appuntamento è dal 19 al 21 febbraio al Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia, in via Via Borgo S. Spirito a Roma. Il Simposio traccerà le linee della cardiologia del futuro grazie all’attenta “regia” dei tre membri della segreteria scientifica, tutti dell’Istituto San Raffaele Pisana di Roma: Vincenzo Mollace, Farmacologo, Maurizio Volterrani e Giuseppe Rosano, Cardiologi.
Tra gli interventi principali, venerdì alle 9 quello di Francesco Romeo, del Policlinico Tor Vergata, riguardante il ruolo del colesterolo Ldl ossidato nelle patologie cardiovascolari, e di Andrew Coats, cardiologo di Melbourne, Australia, che illustrerà le nuove terapie contro lo scompenso cardiaco. E poi a seguire numerosi altri esperti che parleranno di ipertensione, ictus, fibrillazione atriale, diabete, ischemia e altri aspetti centrali per i trattamenti di domani nelle patologie cardiovascolari.

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Impotenza spia cardiaca

Posted by fidest press agency su martedì, 4 gennaio 2011

Diabete, disfunzione erettile e la malattia coronarica sono legati da un aspetto pericoloso: il danno vascolare prodotto dai livelli elevati di zucchero nel sangue. Lo stesso processo che impedisce l’afflusso ematico extra necessario per mantenere l’erezione può avere effetti anche peggiori a livello cardiaco: come spiegano gli autori della prima ricerca, la prima alterazione consisterebbe in una disfunzione endoteliale, che favorirebbe l’infiammazione delle pareti interne delle arterie e il deposito di colesterolo, con formazione dell’aterosclerosi; da qui il rischio di occlusione dei vasi cardiaci che può portare all’infarto. Uno studio su 2.300 uomini, di età compresa tra 42 e 66 anni, malati di diabete di tipo 2, ha rilevato che, al basale, oltre un quarto era affetto da disfunzione erettile ma con segni o con storia di malattia cardiovascolare o ictus. Nei quattro anni di osservazione 123 hanno avuto problemi cardiaci o morte per questa causa: per quelli che erano impotenti la probabilità è risultata molto più alta, pari a 19,7 su 1000 diabetici contro il 9,5 su 1000 dei soggetti senza impotenza. Dopo adeguati aggiustamenti la disfunzione erettile è rimasta un segnale di rischio precoce e indipendente, associato a un incremento del 58% della probabilità di cardiovasculopatia: solo una marcata proteinuria, indice di danno renale avanzato, era un segno più pericoloso.

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Colesterolo e malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 agosto 2010

Il colesterolo perde la sua indipendenza Non sono del tutto chiari gli effetti di altri fattori cardiovascolari sull’associazione del colesterolo con le malattie cardiache ischemiche e l’ictus, eppure le statine sono diventate lo standard farmacologico per abbassare il colesterolo con l’obiettivo di prevenire eventi cardiovascolari. E’ stato per altro osservato che i livelli di colesterolo totali hanno un valore predittivo sulle cardiopatie ischemiche che varia con l’età: il rischio relativo per unità di variazione del colesterolo diminuisce con l’età e non è chiaro se l’associazione tra colesterolo e rischio cardiovascolare persista anche nell’età avanzata. Questo è stato anche uno dei risultati ottenuti in una recente revisione di 61 studi osservazionali, ma con una tendenza inaspettata.

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