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Editoriale: Partiti e candidature

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 agosto 2010

Editoriale Fidest. Non molti anni fa i candidati da mettere nelle liste dei partiti per le elezioni amministrative e politiche erano decisi dalle segreterie politiche e, in alcuni casi, mediati con l’associazionismo, i sindacati, gli ambienti cattolici avendone in cambio il loro impegno a votare la lista dove figuravano i nominativi proposti. A questo riguardo si è parlato a lungo di collateralismo e si dava per scontato che, ad esempio, la Cisl votasse per la DC, la Uil per l’area socialista e la Cgil per il Pc e, a volte, vi comprendeva anche l’area della sinistra. Poi vi erano le cooperative rosse e quelle bianche, le Acli, e altre piccole ma agguerrite realtà locali. Alla fine di questo giro di valzer la composizione dei seggi parlamentari e delle amministrazioni locali diventava una rappresentazione di una società composita, ma non omogenea per determinare un governo del paese che riuscisse a superare gli interessi di parte e far emergere quelli generali. Ciò significava, in molti casi, la paralisi dell’azione governativa e parlamentare posta sotto tiro dal fuoco incrociato dei franchi tiratori. E quel che è peggiore, nel loro voto diverso dalle direttive del gruppo parlamentare di appartenenza, non vi erano rischi di sanzioni o di esclusione dalle liste per le successive elezioni. Essi erano protetti dai loro grandi elettori locali e nazionali. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e le inchieste delle procure sul malaffare politico, l’assetto istituzionale dei partiti subì un drastico ridimensionamento. Si sfaldò la Democrazia Cristiana, il Pci rimase a corto di fondi, i socialisti furono travolti dagli scandali e il loro capo Bettino Craxi fu costretto, per non essere arrestato, a rifugiarsi in Tunisia. Si dissolsero come neve al sole anche i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici. L’unico partito che riuscì a salvarsi da questo tracollo generale fu il Pc, ma pensò bene, prima di proporsi all’elettorato nazionale di cambiare sigla. Voleva farsi dimenticare come l’erede dell’Internazionale comunista e aprirsi un varco per diventare finalmente partito di governo. Si creò in questo modo un vuoto al centro che, alla fine, qualcuno pensò di colmare fondando Forza Italia e, sorpresa delle sorprese, divenne subito un partito con un largo seguito elettorale. Questo mettere il bastone tra le ruote agli ex-comunisti che già assaporavano la conquista dei Palazzi del potere fu digerito male ma ancora peggio andò sul piano del consenso popolare perché la sinistra riformista, i cattolici cosiddetti di sinistra e persino una frangia dell’area moderata non capirono le ragioni profonde che erano alla base degli umori dell’elettorato nazionale. Si voleva un governo stabile, un leader indiscusso e un taglio netto alle logiche delle segreterie dei partiti che avevano sino allora generato solo lotte per il potere e paralizzato il paese privandole di riforme serie e condivise. Così il centro sinistra costituito dallo zoccolo duro di ex democristiani ed ex comunisti, socialisti, radicali ecc. non seppe far altro che bruciare i suoi uomini di punta a partire da Prodi ad Amato, da D’Alema a Rutelli e poi Veltroni, Franceschi e Bersani. E più cambiava e più si scavava la fossa. Più il suo tradizionale elettorato si allontanava. Ora siamo arrivati ai giorni nostri e l’attuale Pd, sintesi delle due anime socialiste e cattoliche, ancora non sembra aver fatto tesoro degli errori passati. E si fa trovare impreparato ancora una volta e ancor più oggi che siamo alla vigilia di un cambio di guida politica con la cordata Fini-Casini-Rutelli-Montezemolo e il probabile stacco di altri politici dagli attuali gruppi parlamentari del Pd e del Pdl. Siamo già al dopo Berlusconi ma nel Pd si continua a discutere sul sesso degli angeli. (Centro studi politici della Fidest http://www.fidest.it)

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