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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

Posts Tagged ‘colon retto’

Tumore del colon-retto

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2020

Per la prima volta l’immunoterapia è efficace nel tumore del colon-retto metastatico in pazienti mai trattati in precedenza (prima linea), che presentino una instabilità dei microsatelliti, caratterizzati da un grande numero di mutazioni e con prognosi sfavorevole. Notevoli i benefici emersi dallo studio di fase III KEYNOTE-177, presentato in sessione plenaria al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), che si apre oggi in forma virtuale fino al 31 maggio. Pembrolizumab, molecola immunoterapica, ha raddoppiato, in questo sottogruppo di pazienti, la sopravvivenza libera da progressione rispetto alla chemioterapia nel carcinoma colorettale avanzato. Nel 2019, in Italia, sono stati stimati oltre 49.000 nuovi casi di tumore del colon-retto (27.000 uomini e 22.000 donne) e 481.000 cittadini vivono dopo la diagnosi.
“È importante che i pazienti siano consapevoli dei passi in avanti nelle opzioni terapeutiche – spiega Giordano Beretta, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. Nella maggior parte dei casi, la malattia avanzata non è adatta a un intervento chirurgico potenzialmente curativo. Ma, grazie alle nuove terapie, la sopravvivenza di questi pazienti è più che raddoppiata rispetto a vent’anni fa e raggiunge i 30 mesi. Il 20% delle diagnosi, purtroppo, è scoperto in fase metastatica. Lo studio ha coinvolto pazienti con malattia avanzata ed elevata instabilità dei microsatelliti/deficit del ‘mismatch repair’(MSI-H/dMMR), il complesso di proteine preposto alla riparazione degli errori di replicazione del DNA. Circa il 5% dei pazienti con tumore del colon-retto metastatico mostra proprio elevata instabilità dei microsatelliti, da cui deriva un alto numero di mutazioni. Questo tipo di neoplasie è associato a una diminuzione della sopravvivenza e a una minore risposta alla chemioterapia convenzionale. Da qui l’importanza dello studio KEYNOTE-177, che ha il potenziale per cambiare la pratica clinica, evitando la chemioterapia a una parte delle persone colpite dalla neoplasia in fase avanzata. Ogni anno, in Italia, sono circa 500 i malati candidabili a questo approccio innovativo”.
Lo studio ha coinvolto 307 persone con carcinoma del colon-retto metastatico con MSI-H/dMMR. I pazienti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere pembrolizumab in prima linea fino a due anni oppure uno tra sei diversi regimi chemioterapici standard a scelta dell’investigatore, selezionati prima della randomizzazione.
“La sopravvivenza libera da progressione con pembrolizumab in prima linea è risultata pari a 16,5 mesi rispetto a 8,2 mesi con chemioterapia con o senza terapia mirata, rendendo la molecola immunoterapica un potenziale nuovo standard di cura dei pazienti con carcinoma colorettale metastatico con elevata instabilità dei microsatelliti/deficit del ‘mismatch repair’ – afferma Fortunato Ciardiello, Ordinario di Oncologia Medica Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e sperimentatore principale dello studio KEYNOTE-177 per l’Italia -. A due anni, il tasso di sopravvivenza libera da progressione era pari al 48% con pembrolizumab rispetto al 19% con chemioterapia. Non solo. Pembrolizumab ha ridotto il rischio di progressione della malattia o morte del 40% rispetto allo standard di cura rappresentato dalla chemioterapia, con una migliore tollerabilità”.
“Anche la percentuale dei pazienti che hanno riportato una diminuzione delle dimensioni del tumore (tasso di risposta obiettiva) era migliore con pembrolizumab, pari al 43,8% rispetto a 33,1% con chemioterapia – continua il prof. Ciardiello -. L’11% dei pazienti trattati con l’immunoterapia ha mostrato risposta completa (nessun tumore rilevabile), nel 32,7% vi è stata una riduzione delle dimensioni del tumore (risposta parziale) e nel 30,9% la malattia si è mantenuta stabile. In confronto, il 3,9%, il 29,2% e il 42,2% dei pazienti trattati con chemioterapia hanno evidenziato, rispettivamente, risposta completa, risposta parziale e malattia stabile. La risposta con pembrolizumab è risultata anche più duratura con l’83% dei pazienti con risposta maggiore di 2 anni rispetto al 35% dei pazienti che avevano ricevuto chemioterapia”.
“Il tumore del colon-retto insorge, in oltre il 90% dei casi, a partire da lesioni precancerose che subiscono una trasformazione neoplastica maligna – conclude il presidente Beretta -. Gli stili di vita scorretti svolgono un ruolo molto importante nella prevenzione della patologia, in particolare sedentarietà, fumo di sigaretta, sovrappeso, obesità, consumo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse ed insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali. Gli stili di vita sani devono essere rispettati anche dopo la diagnosi, sia per prevenire l’insorgenza di recidive che per migliorare l’efficacia dei trattamenti. AIOM da anni è impegnata per sensibilizzare tutti i cittadini sul ruolo della prevenzione”.

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Biopsia liquida e tumore colon retto

Posted by fidest press agency su domenica, 26 aprile 2020

La lotta ai tumori è una corsa contro il tempo. Lo sanno tutti, se preso in tempo è quasi sempre curabile e guaribile. Tale affermazione è tanto più vera per i tumori del colon retto che negli ultimi anni vedono una diminuzione della mortalità, attribuibile ai programmi di screening e alla diagnosi precoce. La biopsia liquida è tra le sfide più promettenti nel panorama della diagnosi precoce dei tumori del colonretto. Ricercatori dell’Istituto Tumori Regina e del Gruppo Eurofins Genoma, hanno svolto uno studio collaborativo che dimostra che la biopsia liquida potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta, se solo fosse impiegata in modo capillare su soggetti a rischio, e più in là nel tempo anche sulla popolazione generale. In uno studio appena pubblicato su “Journal of Experimental & Clinical Cancer Research”, i ricercatori hanno scovato, in pazienti con tumore del colon retto, minuscole quantità di DNA libero circolante, rilasciato nel sangue dal tumore: quantità anche 500 volte minori di quelle che si riscontrano in pazienti con tumori avanzati. Il DNA tumorale circolante può essere rilevato fin dal giorno dell’operazione chirurgica grazie alla biopsia liquida, mediante una combinazione di metodiche ultrasensibili non ancora impiegata nella diagnostica di routine.“Gli studi – dichiarano Francesca Spinella, Direttrice Scientifica del Gruppo Eurofins Genoma Group e Patrizio Giacomini, ricercatore del Regina Elena e referente di programmi internazionali sul tema – suggeriscono che probabilmente ci stiamo avvicinando alla soluzione, perché la biopsia liquida già oggi svela la presenza di tumori relativamente piccoli, fino a un minimo di 3 cm di diametro in quasi i 2/3 dei pazienti. Il numero dei pazienti analizzati è ancora piccolo, ma i risultati dimostrano che le tecnologie sono mature.”Ma non è tutto. Il lavoro evidenzia che la biopsia liquida è davvero molto utile nel follow-up post chirurgico. Ci sono pazienti, infatti, che il chirurgo dichiara guariti, ma nei quali residua qualche piccolo focolaio di malattia minima residua, impossibile da rintracciare anche con TAC e PET. E’ in questi casi che la biopsia liquida può “venire in soccorso”, individuando quei soggetti che mostrano persistenza di alterazioni neoplastiche nel sangue, gli stessi che tendono ad avere un decorso meno favorevole, con recidive o metastasi precoci.

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Tumore colon-retto

Posted by fidest press agency su martedì, 25 giugno 2019

In Italia, ogni anno, più di 10mila pazienti scoprono di essere colpiti da tumore del colon-retto già in fase avanzata. La chemioterapia, in questo stadio, rappresenta la prima opzione, ma lo stigma che la circonda continua a essere molto forte. Il 64% dei pazienti colpiti da tumore del colon-retto ritiene che la chemioterapia faccia ancora paura. E solo il 37% è consapevole che questa arma è efficace anche nella malattia avanzata. Ma vi è un grande interesse per l’innovazione nella lotta contro il cancro: il 76% infatti è convinto che le terapie orali possano facilitare l’adesione ai trattamenti. Opinione condivisa anche dal 72% degli oncologi, che affermano in maggioranza (63%) che questa modalità di assunzione possa migliorare la qualità di vita dei malati. Sono i principali risultati di due sondaggi condotti su circa 200 pazienti con cancro del colon-retto e più di 250 oncologi, presentati oggi al Senato (Sala Caduti di Nassiriya).
I due sondaggi sono parte di un progetto promosso da Fondazione AIOM e realizzato con il contributo non condizionante di Servier, che include un opuscolo informativo destinato ai pazienti e distribuito in tutte le Oncologie e una sezione dedicata nel sito di Fondazione AIOM (www.fondazioneaiom.it). “Nel nostro Paese, nel 2018, sono stati stimati 51.300 nuovi casi di tumore del colon-retto, la seconda neoplasia più frequente dopo quella della mammella – afferma Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. L’utilizzo di farmaci oncologici per via orale, che ha mostrato una rapida crescita negli ultimi anni, è legato a un incremento dell’aderenza al trattamento. I pazienti mostrano una netta preferenza per questo tipo di somministrazione, perché permette loro di non modificare in maniera sostanziale le abitudini quotidiane”. “La terapia oncologica orale, infatti, consente di realizzare gran parte del percorso di cura al domicilio, con una riduzione notevole della frequenza e della durata degli accessi in ospedale e un vantaggio significativo anche dal punto di vista psicologico – sottolinea Gaetano Lanzetta per Fondazione AIOM -. Maggior aderenza significa infatti miglior cura del tumore, minori complicanze associate alla neoplasia e maggiore efficacia dei trattamenti. Ne consegue un importante miglioramento dei risultati clinici e della qualità di vita”.
“Il tumore del colon-retto insorge, in oltre il 90% dei casi, a partire da lesioni precancerose che subiscono una trasformazione neoplastica maligna – spiega Daniele Santini, Ordinario di Oncologia Medica all’Università Campus-Biomedico di Roma -. Tra i fattori di rischio rientrano gli stili di vita scorretti, in particolare sedentarietà, fumo di sigaretta, sovrappeso, obesità, consumo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse ed insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali. Gli stili di vita sani devono essere rispettati anche dopo la diagnosi, sia per prevenire l’insorgenza di recidive che per migliorare l’efficacia dei trattamenti. Dal sondaggio emerge che il 32% dei pazienti, al momento della diagnosi, era fumatore e il 54% in sovrappeso, ma preoccupa che solo il 56% abbia adottato uno stile di vita sano dopo la scoperta della malattia”. Senza dimenticare la prevenzione secondaria, cioè i programmi di screening. “Il 91% degli oncologi ritiene che il test per la ricerca del sangue occulto fecale, offerto gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale a tutti i cittadini fra i 50 e i 69 anni, debba essere esteso fino a 74 anni – continua Nicolis -.
In Italia vivono circa 471mila persone dopo la diagnosi di tumore del colon-retto. La sopravvivenza registra un aumento costante, con incremento percentuale e valori sovrapponibili in entrambi i generi: negli uomini si passa da un tasso pari al 50% a 5 anni nei primi anni ’90, per arrivare al 65% registrato nel 2005-2009, mentre nelle donne l’aumento è stato dal 52% al 65%.
In 12 mesi, in Italia, il tumore del colon-retto ha fatto registrare un calo significativo di 1.700 nuove diagnosi: erano 53.000 nel 2017, 51.300 nel 2018. “In più di un decennio, dal 2003 al 2014, l’incidenza di questa neoplasia risulta diminuita – concludono Fabrizio Nicolis e Gaetano Lanzetta -. Tuttavia, i tassi sono aumentati nel Sud e nelle Isole, sia fra gli uomini che nelle donne. Le cause vanno ricondotte alla diffusione, in queste aree, del sovrappeso e dell’obesità, al progressivo abbandono della dieta mediterranea e al ritardo nell’avvio dei programmi di screening. Le campagne di sensibilizzazione devono andare proprio in questa direzione”.

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Cancro del colon retto. Che cosa cambia per lo screening

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

Il tumore del colon-retto, il terzo più diffuso al mondo e il secondo per numero di decessi, non è più una malattia che colpisce solo anziani e adulti attempati, ma anche persone con meno di 50 anni. Un significativo aumento dell’incidenza del cancro del colon-retto (CRC) sotto i 50 anni è stato osservato non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, Australia, Nuova Zelanda e Canada, tanto che tre studi appena pubblicati riportano i medesimi risultati. Nel primo Reinier Meester, Scuola di Medicina dell’Università di Stanford, Redwood City, California e colleghi hanno esaminato quasi 30.000 pazienti con CRC tra 40-49 anni diagnosticati in un periodo di 40 anni in nove regioni degli Stati Uniti. E i risultati, pubblicati su JAMA, indicano un aumento dell’incidenza di CRC del 2,9% annuo tra il 1995 e il 2015. Il secondo studio, pubblicato su The Lancet Gastroenterology & Hepatology, coordinato da Marzieh Araghi dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione, ha esaminato l’incidenza di CRC nei registri tumori in Australia, Canada, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda, Irlanda e Regno Unito. L’analisi ha mostrato un aumento dei tassi di cancro del colon sotto i 50 anni quantificabile in circa il 3% l’anno in Danimarca, Nuova Zelanda e Australia per il cancro del colon, e del 3,4% in Canada e del 2,6% in Australia per il cancro del retto. Nel terzo studio, pubblicato su Gut, Manon Spaander, del Centro medico universitario Erasmus MC di Rotterdam, Paesi Bassi, ha raccolto dati su oltre 140 milioni di individui tra 20 e 49 anni in 20 paesi europei. E i risultati mostrano un aumento di incidenza di CRC pari a quasi l’8% tra 20-29 anni, del 5% circa tra 30 e 39 anni e di poco più dell’1,5% tra 40- 49 anni. «Se l’incremento di incidenza del CRC dovesse continuare potrebbe essere necessario riconsiderare le linee guida di screening» concludono i ricercatori. E in un editoriale di commento allo studio di Araghi Giulia Cavestro, Raffaella Zuppardo, e Alessandro Mannucci dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano concordano sulla necessità di abbassare l’età di screening per il CRC, sottolineando la necessità anche di altre iniziative, tra cui le campagne di sensibilizzazione pubblica per aumentare l’aderenza allo screening. «Inoltre non basta ridurre l’età di screening, ma andrebbe considerata la storia personale e familiare di ogni paziente» concludono gli editorialisti.JAMA 2019. Doi: 10.1001/jama.2019.3076 (fonte: doctor33)

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Tumore colon retto: Nuovo bersaglio terapeutico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 maggio 2019

È sempre più chiaro il ruolo della proteina telomerica TRF2 nella formazione e progressione dei tumori, grazie a uno studio i cui risultati sono pubblicati quasi in contemporanea in due articoli, su Embo Journal e Nucleic Acids Research. Il lavoro è stato condotto da ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, guidati da Annamaria Biroccio. TRF2 è espressa in eccesso in diversi tipi di tumori e in particolare nel cancro colonrettale. L’importante tassello aggiunto dalla recente ricerca aiuta a chiarire ulteriormente le funzioni della proteina che sembra agire in due sensi: da un lato regola la risposta immunitaria dell’organismo contro la neoplasia e dall’altro favorisce il processo di angiogenesi, ovvero la moltiplicazione dei vasi sanguigni che alimentano e fanno espandere il tumore. “Si tratta di una scoperta rilevante – dichiara Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico IRE – pubblicata su due tra le migliori riviste internazionali del settore, che apre la strada a nuove strategie di cura per tumori del colon retto che non rispondono a terapie tradizionali.”La ricerca è stata sostenuta dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, e si è svolta in stretta collaborazione con il gruppo di Eric Gilson all’IRCAN di Nizza.
“I risultati ottenuti grazie al brillante lavoro di due ricercatori del mio team, Pasquale Zizza, Roberto Dinami, e Di Manuela Porru del gruppo del Dr. Leonetti – dichiara Annamaria Biroccio – hanno permesso di far emergere TRF2 quale interessante bersaglio terapeutico per tumori del colon retto. Gli sforzi del gruppo sono adesso mirati a identificare farmaci e piccole molecole di RNA (miRNA) capaci di inibire l’espressione della proteina TRF2, da utilizzare da soli o in combinazione a farmaci antitumorali nei tumori del colon che presentano mutazioni di KRAS, per i quali attualmente non sono disponibili terapie efficaci”.Il gruppo di ricercatori guidati da Annamaria Biroccio da molti anni studiano i telomeri e i loro componenti quali potenziali bersagli terapeutici per il trattamento del cancro. I telomeri sono le estremità dei cromosomi e hanno la funzione di proteggere il genoma. TRF 2 ha un ruolo importante nella regolazione dell’attività di queste porzioni terminali dei cromosomi, proteggendole da ricombinazioni anomale. Ma non è l’unica funzione. Già nel 2013 era stato dimostrato che l’inibizione di TRF2 blocca la crescita tumorale, grazie all’attivazione delle difese immunitarie e in particolare delle cellule Natural Killer. I risultati di questo nuovo studio dimostrano che TRF2 modula la sintesi di glicoproteine che modificano la struttura dell’ambiente extracellulare. Grazie a tale meccanismo, la proteina da una parte stimola l’attivazione delle cellule immunitarie “Natural Killer” e dall’altra il rilascio di un importante fattore che favorisce l’angiogenesi tumorale.

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Tumore colon retto: Asa a basse dosi riduce il rischio

Posted by fidest press agency su martedì, 5 febbraio 2019

Una nuova metanalisi pubblicata su JAMA, che ha raccolto i dati presenti in letteratura sull’asa utilizzata come prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari e del cancro, non ha riscontrato un beneficio generale derivante da tale uso del farmaco. In realtà, infatti, aspirina in questo tipo di utilizzo è risultata associata a un rischio diminuito di eventi cardiovascolari, ma anche a un aumento del rischio di sanguinamento maggiore, e non è stato rilevato alcun effetto sul rischio di cancro. «Sono stati pubblicati recentemente tre studi altamente pubblicizzati che suggerivano che dall’utilizzo dell’aspirina in prevenzione primaria derivassero più danni che benefici. Per questo abbiamo pensato di valutare l’associazione tra aspirina in prevenzione primaria ed eventi cardiovascolari e sanguinamento» spiega Sean Zheng, dell’Imperial College di Londra, Regno Unito, primo autore dello studio.I ricercatori hanno esaminato 13 ricerche in cui circa 165.000 adulti senza malattia cardiovascolare sono stati randomizzati a ricevere o meno quotidianamente aspirina. Nel complesso, durante un follow-up medio di 5 anni, il farmaco è risultato associato a un rischio inferiore per i principali eventi cardiovascolari e a un più alto rischio di sanguinamento maggiore, tanto che i ricercatori hanno stimato che sarebbe necessario trattare 265 pazienti per prevenire un evento cardiovascolare, e 210 per causare un evento di sanguinamento. In un editoriale di accompagnamento, tuttavia, Michael Gaziano, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, afferma che la questione non è ancora abbastanza chiara, sottolineando che il beneficio dell’aspirina sulla prevenzione del cancro sarebbe visibile solo dopo un follow-up molto più lungo e che il farmaco potrebbe avere un ruolo in alcuni pazienti per quanto riguarda la prevenzione cardiovascolare primaria. (fonte doctor33)

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Tumore colon retto: campagna di sensibilizzazione

Posted by fidest press agency su domenica, 11 novembre 2018

Il 12 Novembre l’AMOC, associazione malati oncologici colonretto, da sempre attiva a fianco dei pazienti dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, dà il via alla Campagna di sensibilizzazione per la prevenzione del tumore del colonretto.
La Campagna “IO NON RISCHIO” si rivolge alla popolazione residente nella Regione Lazio con età compresa tra i 50 e i 74 anni. L’obiettivo è aumentare l’adesione agli screening avviati dal Ministero della Salute tramite le Regioni, in particolare il test del sangue occulto fecale che permette di individuare lesioni precancerose o polipi che possono sanguinare in modo non visibile ad occhio nudo. Il test effettuato ogni 2 anni riduce la probabilità di ammalarsi di questa neoplasia, tra le principali cause di mortalità nei paesi occidentali.
Nel Lazio la campagna di screening del 2017 ha identificato 530 casi di carcinoma del colon retto e 4.230 casi di adenoma con il conseguente avvio di un percorso terapeutico ed assistenziale. I test diagnostici per il cancro del colon retto, ma anche della cervice uterina e della mammella, non solo salvano numerose vite umane, ma aumentano la sopravvivenza e la qualità della vita, grazie a interventi precoci e tempestivi. Purtroppo l’adesione è ancora bassa, ed è per questo che la campagna sensibilizza alla partecipazione, basta rispondere alla lettera d’invito che arriva a casa o, in mancanza della lettera le persone nel target di età a rischio possono rivolgersi direttamente alla ASL di appartenenza.
“Non possiamo più tollerare che molti pazienti ancora non siano a conoscenza dell’importanza della prevenzione – evidenzia Isabella Francisetti, Presidente dell’AMOC. – Non vogliamo più sentire frasi tipo “Se qualcuno me lo avesse detto”, questo ci spinge a sollecitare l’adesione agli screening regionali, gratuiti e senza liste di attesa, agendo come rete di informazione corretta e aggiornata sulle modalità di accesso ai servizi ed alle prestazioni.”
Il numero verde AMOC 80058699 è a disposizione degli utenti per fornire loro i riferimenti delle varie ASL di appartenenza a cui rivolgersi per il ritiro del test, e dare informazioni a chiunque sia interessato alla cultura della prevenzione, in particolar modo a quanti hanno un rischio di familiarità.

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Tumore del colon retto nei giovani

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 novembre 2018

L’obesità si associa ad un aumentato rischio di sviluppare un tumore del colon retto nelle donne giovani adulte. A lanciare l’allarme i risultati dello studio pubblicato su JAMA Oncology (JAMA Oncol. Published online October 11, 2018. doi:10.1001/jamaoncol.2018.4280) che è andato a ricercare, appunto, la presenza di un’eventuale associazione tra obesità nelle donne giovani adulte e tumore del colon retto. “Attenti all’alimentazione – sottolinea la professoressa Filomena Morisco di Gastroenterologia ed Epatologia dell’Università di Napoli Federico II e membro del consiglio direttivo Sige – il rischio di tumore aumenta con le diete pro-infiammatorie, in particolare con il consumo di carni rosse e conservate (salumi), non solo bovine, ma anche suine e ovine”.
Lo studio, il Nurse Health Study, ha seguito 85.252 infermiere, di età compresa tra i 25 e i 42 anni, per un periodo temporale compreso tra il 1989 e il 2011. Al momento dell’arruolamento non erano presenti neoplasie, né malattie infiammatorie intestinali. Durante tutto il periodo di follow-up, ogni due anni venivano registrati i dati antropometrici delle donne (in particolare peso corporeo e BMI) e si acquisivano informazioni in merito al loro stile di vita.Al termine dello studio, il rischio di tumore del colon è risultato del 37 per cento maggiore tra le donne in sovrappeso (cioè con indice di massa corporea compreso tra 25 e 29,9) e del 93 per cento maggiore tra le donne obese (quelle con indice di massa corporea superiore a 30), rispetto alle normopeso. Gli autori dello studio hanno calcolato inoltre che per ogni 5 unità di aumento dell’indice di massa corporea, il rischio di tumore del colon retto aumentava del 20 per cento. Il rischio di sviluppare un tumore del colon in età precoce, appariva inoltre correlato al peso corporeo presente all’età di 18 anni; nelle donne in sovrappeso a 18 anni, rispetto alle normopeso alla stessa età il rischio di un tumore del colon retto in età precoce risultava maggiorato del 32 per cento, mentre per le donne già obese a 18 anni il rischio era aumentato del 63 per cento.
Il cancro del colon retto è il terzo tumore come frequenza in Italia ed in Europa e rappresenta globalmente il 10,2 per cento di tutti i tumori, con una maggiore incidenza dopo i 50 anni (Globocan 2018). Studi dell’ultimo decennio indicano che incidenza e mortalità di questa patologia sono in aumento in una fascia d’età più giovane (cioè al di sotto dei 50 anni). Le ragioni di questo fenomeno non sono ancora chiare ma l’aumentata prevalenza di obesità potrebbe spiegarlo almeno in parte. E l’articolo appena pubblicato su JAMA fornisce ulteriore supporto a questa tesi. Un altro studio (Cancer Causes Control (2013) 24:335-341 DOI 10.1007/s 10552-012-0119-3) condotto in Italia e Svizzera su soggetti di età inferiore ai 45 anni, ha evidenziato che il rischio più elevato di sviluppare un tumore del colon si riscontrava nei soggetti con familiarità per questa neoplasia (cioè con un genitore affetto da tumore); per quanto riguarda la dieta, quella a base di carne si associava ad un aumentato rischio di tumore del colon, mentre quella ricca di frutta, verdura e pesce risultava protettiva. Altri studi ancora hanno dimostrato che una dieta ricca di grassi e proteine animali e povera di fibre si associa ad un aumento dei tumori intestinali; viceversa, una dieta ricca di fibre (da frutta e vegetali) avrebbe un ruolo protettivo. Anche l’alcol rappresenta un importante fattore di rischio dietetico non solo per il tumore del colon, ma di tutte le neoplasie del tratto gastro-intestinale (compreso il cavo orale); è importante sottolineare che il rischio zero non esiste, a nessun livello di consumo. Il consiglio degli esperti è di non superare due bicchieri di vino da 125 ml al giorno per gli uomini e uno per le donne. La sedentarietà infine rappresenta un fattore di rischio importante anche per il cancro del colon e spesso le persone obese o in sovrappeso sono anche sedentarie.

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Tumore del colon retto metastatico

Posted by fidest press agency su domenica, 24 giugno 2018

Barcellona. La ricerca italiana è protagonista nel mondo. Uno studio che vede protagonista il nostro Paese conferma nella pratica clinica quotidiana l’efficacia e la sicurezza di regorafenib, una terapia mirata, in pazienti con tumore del colon retto metastatico. Lo studio osservazionale internazionale CORRELATE, presentato al 20° Congresso mondiale sui tumori gastrointestinali (World Congress on Gastrointestinal Cancer) a Barcellona, ha coinvolto 1.307 pazienti in 13 Paesi. In Italia sono stati arruolati 193 pazienti (il 19% del totale), secondi alla Francia che ne ha arruolati 242. “La disponibilità nel corso degli anni di diverse opzioni terapeutiche per il trattamento di persone con tumore del colon retto metastatico ha significativamente inciso in modo positivo sulla prognosi di questi pazienti – spiega il prof. Alfredo Falcone, direttore Oncologia Medica all’Università di Pisa -. La scoperta e l’utilizzo nella pratica clinica di ciascun nuovo farmaco hanno determinato via via un guadagno in sopravvivenza, raggiungendo circa 30 mesi nelle forme metastatiche. Oggi, nel corso del Congresso, sono stati presentati i dati di uno studio osservazionale, prospettico, globale con uno di questi farmaci, regorafenib”. Nello studio CORRELATE la sopravvivenza globale mediana è stata di 7,6 mesi rispetto ai 6,4 dello studio registrativo CORRECT e la sopravvivenza libera da progressione di 2,8 mesi rispetto a 1,9 di CORRECT. Il dosaggio medio utilizzato è stato di 120 mg, pari al 75% del dosaggio pianificato (160 mg): il 57% dei pazienti ha iniziato a 160 mg, il 30% a 120 mg, il 12% a 80 mg.
“Questa ricerca rappresenta il più ampio studio osservazionale al mondo con regorafenib. I risultati dello studio CORRELATE confermano e rinforzano il beneficio di regorafenib nella pratica clinica – sottolinea la Dr.ssa Francesca Bergamo dell’Oncologia Medica 1 dell’Istituto Oncologico Veneto -. La flessibilità del dosaggio iniziale e in corso di trattamento, nell’ottica di un trattamento personalizzato, è un punto importante nella gestione del farmaco al fine di ottenere il massimo beneficio in termini di sopravvivenza con la minore incidenza possibile di eventi avversi”. In sette anni in Italia i nuovi casi di tumore del colon retto sono aumentati del 6,5% (da 49.720 nel 2011 a 53.000 nel 2017), ma sono migliorate le possibilità di sopravvivenza: oggi il 65% delle persone colpite è vivo a 5 anni dalla diagnosi. Il 25% dei casi è individuato in fase avanzata, da qui l’importanza di garantire nuove armi per questi pazienti.

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Cancro del colon-retto: l’infiammazione prodotta dalla dieta fa aumentare il rischio di svilupparlo

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 febbraio 2018

colon rettoUna dieta che favorisce l’infiammazione può aumentare il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto, secondo un nuovo studio pubblicato su Jama Oncology. «La dieta modula l’infiammazione, uno dei meccanismi che possono essere importanti nello sviluppo del cancro del colon-retto, e può quindi essere un fattore modificabile cruciale nella prevenzione della malattia» afferma Fred Tabung, della Harvard T. H. Chan School of Public Health di Boston, primo autore dello studio. Per esaminare se le diete pro-infiammatorie fossero associate a un aumento rischio di cancro del colon-retto, i ricercatori hanno seguito per 26 anni 46.804 uomini dallo Health Professionals Follow-up Study e 74.246 donne dal Nurses’ Health Study, tramite questionari riguardanti le abitudini alimentari. Per la valutazione è stato usato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sulla somma pesata di 18 gruppi alimentari che caratterizzano il potenziale infiammatorio della dieta in base ai livelli di biomarcatori infiammatori circolanti, e sono state esaminate anche le associazioni con assunzione di alcol e peso corporeo. Durante il follow-up si sono verificati 2.699 casi di cancro del colon-retto incidente. Rispetto ai partecipanti che si posizionavano nel quintile EDIP più basso, che presentavano un’incidenza di 113 per 100.000 anni-persona per gli uomini e 80 per le donne, quelli nel quintile più alto hanno avuto un tasso di incidenza di 151 per gli uomini e 92 per le donne, con una differenza di 38 e 12 casi in più di tumore. In un confronto tra i quintili EDIP più alti e più bassi in analisi aggiustate per variabili confondenti, i punteggi EDIP più alti sono stati associati a un rischio di sviluppare il cancro del colon-retto più alto del 44% per gli uomini, del 22% per le donne, e del 32% per uomini e donne insieme. Sia negli uomini che nelle donne sono state inoltre osservate associazioni in tutti i siti secondari anatomici con l’eccezione del retto nelle donne. Per quanto riguarda i sottogruppi, le associazioni differivano in base al livello di assunzione di alcool, con associazioni più forti tra gli uomini e donne che non consumavano alcol, e in base al peso corporeo, con associazioni più forti tra uomini sovrappeso o obesi e donne magre.(fonte doctor33) (foto: colon retto)

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Tumore colon-retto

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 ottobre 2016

colon-retto tumoreLa buona informazione prosegue senza sosta agli IFO, Regina Elena e San Gallicano. Prende il via da oggi la Campagna d’informazione sul territorio di Roma, mirata alla prevenzione ed alla diagnosi precoce delle neoplasie del colon-retto per familiarità, l’iniziativa è promossa dall’Associazione Malati Oncologici Colon Retto Onlus (Amoc) in collaborazione con i nostri Istituti.Ogni anno in Italia vengono diagnosticati circa 40.000 nuovi casi di neoplasie colorettali. Il rischio di sviluppare un tumore del colon può essere aumentato nei parenti di primo grado di una persona affetta da questa neoplasia o da polipi del grosso intestino. Il livello di rischio aumenta in funzione del numero di persone affette all’interno del nucleo familiare. “La prevenzione – sottolinea Isabella Francisetti, Presidente Amoc – è la migliore arma di difesa usiamola! – La Campagna è rivolta proprio alle categorie a rischio familiare che, dopo un accurato colloquio con i volontari Amoc, potranno intraprendere un adeguato programma di screening presso la Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Istituto Regina Elena.”
“Ci impegniamo – spiega Marcello Anti, Responsabile della Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva IRE – a promuovere un programma di assistenza sanitaria a carattere preventivo attraverso una prima visita di valutazione a coloro che appartengono alla categoria a rischio “familiarità” e che si sono preventivamente rivolti ad Amoc Onlus. Proseguiamo, se è necessario, ad effettuare esami colonscopici in un tempo adeguato alla necessità del caso.”

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Tumore del colon-retto: una nuova arma in Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 aprile 2016

colon-retto tumoreSuresnes (Francia) La Commissione Europea ha rilasciato l’autorizzazione al commercio per il trattamento orale costituito dalla combinazione di trifluridina e tipiracil, noto come TAS-102, nei pazienti adulti con tumore del colon‐retto in stadio avanzato (metastatico) precedentemente trattati o non candidati ad altre terapie disponibili quali chemioterapia e terapie biologiche. La combinazione di trifluridina (FTD) e tipiracil (TPI) rappresenta un farmaco anticancro orale il cui duplice meccanismo d’azione è studiato per mantenerne l’attività clinica.“I dati dello studio RECOURSE forniscono evidenze che l’associazione di trifluridina e tipiracil può offrire ai pazienti con cancro del colon-retto metastatico refrattario ai trattamenti standard una maggiore sopravvivenza e una riduzione del rischio di morte rispetto al placebo”, ha affermato il Professor Eric Van Cutsem, Digestive Oncology, University Hospitals Leuven in Belgio. “La combinazione di trifluridina e tipiracil agisce attaccando direttamente il DNA delle cellule tumorali riducendo la loro crescita. Questo approccio combatte il cancro in modo diverso rispetto ai trattamenti somministrati in precedenza, permettendoci di rallentare la progressione della malattia senza trattare il paziente nuovamente con gli stessi farmaci”. “Con questa approvazione rendiamo disponibile un nuovo trattamento in Europa per i pazienti con cancro del colon retto metastatico in fase avanzata” ha sottolineato la Dott.ssa U. Marion Schrenk, Head of Global Medical Strategy, Oncology di Servier. “Siamo lieti per il raggiungimento di questa importante pietra miliare, che dimostra l’impegno di Servier nel migliorare la vita dei pazienti che vivono con il cancro. La combinazione di trifluridina e tipiracil ha inoltre mostrato di prolungare la sopravvivenza libera da progressione della malattia e di preservare il performance status, permettendo ai pazienti di trovare il tempo per i momenti che contano”. La decisione della Commissione europea segue l’opinione positiva del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) che aveva raccomandato l’approvazione della combinazione di trifluridina e tipiracil nel febbraio 2016. Entrambe le decisioni sono basate sui dati di RECOURSE, uno studio internazionale di fase III in doppio cieco che ha esaminato l’efficacia e la sicurezza di trifluridina/tipiracil in associazione alle migliori terapie di supporto (BSC) rispetto a placebo associato a BSC in 800 pazienti precedentemente trattati per il tumore del colon-retto metastatico. Lo studio ha raggiunto l’endpoint primario con un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza globale.
Continua ad esistere un grande bisogno insoddisfatto nel trattamento del tumore del colon-retto, che ha rappresentato la seconda causa di morte per cancro in Europa nel 2012, con 215 mila decessi.
Circa il 25% di questi pazienti presenta metastasi alla diagnosi iniziale e quasi il 50% le sviluppa in seguito. Da qui gli elevati tassi di mortalità per questa neoplasia: la sopravvivenza a cinque anni per i pazienti con tumore del colon-retto metastatico in stadio IV è di circa l’11%.

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Tumore colon-retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 marzo 2016

tumore gastricoNuovi dati presentati al 22° Congresso Nazionale delle Malattie Digestive FISMAD (Federazione Italiana Società Malattie Apparato Digerente), appena conclusosi a Napoli, suggeriscono un’ulteriore potenziale applicazione per il test non invasivo sul DNA e l’emoglobina fecali per lo screening del tumore colon-retto (Cologuard®, Exact Sciences), recentemente introdotto anche in Italia. Se utilizzato per selezionare pazienti da sottoporre alla colonscopia (in gergo tecnico, per effettuare un “triage”) in seguito a un test per la ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF) risultato positivo, il test sul DNA fecale potrebbe diminuire circa del 30% colonscopie che risulterebbero altrimenti negative.“Secondo le linee-guida esistenti il test di screening per il cancro colorettale è il SOF”, spiega Marcello Anti, Direttore UO Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. “Se il SOF è positivo, il paziente viene seguito con una colonscopia diagnostica, che consente di visualizzare completamente il colon ed il retto e di rimuovere, se necessario e possibile, eventuali polipi, i precursori benigni del tumore. Tuttavia, la colonscopia è una procedura invasiva e costosa, richiede una preparazione complessa, e, seppure raramente, può dar luogo a complicanze quali l’emorragia e la perforazione. In Italia vengono eseguite circa 500mila colonscopie diagnostiche ogni anno. Circa 3 colonscopie su 4 di quelle eseguite su pazienti con un SOF positivo risultano negative. Se il test sul DNA e l’emoglobina fecali venisse impiegato in seguito ad un SOF positivo, potremmo risparmiare circa il 30% di quelle che risultano appunto negative”, aggiunge.Questo dato deriva da un modello analitico elaborato da dati ancora non pubblicati relativi allo studio “Multi-target Stool DNA Testing for Colorectal-Cancer Screening”, un’indagine condotta in 90 centri di Stati Uniti e Canada su 10.000 soggetti arruolati, pubblicata ad aprile 2014 sull’autorevole New England Journal of Medicine, che ha dimostrato l’efficacia del test combinato sul DNA e l’emoglobina fecali e contribuito alla sua approvazione da parte della Food and Drug Administration (FDA) americana per lo screening del tumore colon-retto in soggetti a rischio intermedio tra i 50 e gli 84 anni.Secondo la nuova analisi presentata a Napoli, su 700 pazienti risultati positivi al test SOF, 472 risultarono successivamente negativi alla colonscopia e 149 di questi 472, negativi anche al test per il DNA e l’emoglobina fecali. “Questo suggerisce un possibile impiego del test per l’analisi combinata del DNA e l’emoglobina fecali per selezionare pazienti positivi al SOF, da indirizzare alla colonscopia soltanto in caso di doppia positività (al SOF ed al DNA fecale); ciò potrebbe ridurre del 30% le colonscopie non necessarie”, conclude Anti.Dopo il lancio negli Stati Uniti, il test per l’analisi combinata del DNA e dell’emoglobina fecali è stato introdotto a novembre anche in Italia. Inserito tra i test raccomandati dalle linee guida per lo screening del tumore colon-retto dell’American Cancer Society, è stato recentemente recepito anche dalle linee guida SIPMeL (Società Italiana di Patologia Clinica e Medicina di Laboratorio), che ne raccomandano l’uso proprio nel triage dei pazienti positivi alla ricerca del sangue occulto nelle feci.

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Primo e unico test basato sulla tecnologia del DNA fecale per lo screening del tumore colon-retto

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2015

carcinoma colon rettoExact Sciences Corp., società quotata al NASDAQ, ha annunciato che Cologuard, primo e unico test basato sulla tecnologia del DNA fecale per lo screening del tumore colon-retto, ha ricevuto il marchio CE ed è disponibile per il mercato italiano. “Il test, che sarà presentato domani nell’ambito del congresso nazionale GISCoR (Gruppo Italiano Screening Colorettale) in corso a Napoli, è già in commercio negli USA e in Gran Bretagna, lo stiamo introducendo in Campania, Veneto e sarà presto in Lombardia e Lazio. Prevediamo di coprire tutto il Paese entro il 2016”, ha dichiarato il dr Mauro Scimia, Regional Business Manager Italia e Spagna. Cologuard è incluso nelle linee guida per lo screening del tumore colon-retto della American Cancer Society e l’analisi con DNA fecale nello U.S. Multi-Society Task Force on Colorectal Cancer. Il test, indicato per tutte le persone a rischio intermedio tra i 50 e gli 84 anni, rappresenta una reale innovazione, in quanto permette l’analisi del DNA fecale combinata a quella di marcatori ematici (emoglobina) normalmente inclusi nel test per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Ciò permette di individuare il 92% dei carcinomi e il 69% dei polipi (adenomi precancerosi) nel paziente a rischio intermedio, con una specificità pari all’87%.1. I risultati derivano dallo studio “Multi-target Stool DNA Testing for Colorectal-Cancer Screening”, indagine prospettica condotta in 90 centri di Stati Uniti e Canada su 10.000 soggetti arruolati, pubblicato ad aprile 2014 sull’autorevole New England Journal of Medicine. Lo studio, uno dei più ampi studi mai condotti su questo tipo di tumore, ha valutato Cologuard in confronto ad uno tra i più diffusi test immunochimici fecali (OC FIT-CHECK) nell’individuazione dei carcinomi e delle lesioni precancerose del colon-retto.La più elevata sensibilità di Cologuard, rispetto ai test standard, è dovuta alla possibilità di individuare marcatori multipli presenti nelle cellule esfoliate nelle feci, oltre alle tracce ematiche che potrebbero essere assenti, poiché non tutti i polipi o le lesioni sanguinano in continuo.Il tumore del colon-retto è una delle forme di cancro più diffuse al mondo. In Italia le persone con una pregressa diagnosi sono quasi 300.000 e siamo di fronte al tumore in assoluto a maggiore insorgenza nella popolazione italiana, con quasi 52.000 diagnosi stimate per il 2014. Tra gli uomini si trova al terzo posto, preceduto solo dai tumori di prostata e polmone, mentre tra le donne si colloca al secondo posto, preceduto dal tumore della mammella. Può essere prevenuto e curato, con una sopravvivenza del 90%, se diagnosticato in fase precoce.2“Il tumore al colon-retto si può prevenire, ma solo se viene individuato all’inizio del suo sviluppo, o meglio, se ne identificano i precursori, comunemente definiti polipi, la cui rimozione per via endoscopica impedisce l’insorgenza del tumore colorettale. Quando invece, si interviene negli stadi avanzati, le cure si fanno più complesse e complicate”, spiega il prof. Marcello Anti, Responsabile UO Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, Istituto Nazionale Tumori “Regina Elena”, Roma. “Cologuard rappresenta una possibilità diagnostica concreta”, aggiunge.
Cologuard è il primo e unico test non invasivo per lo screening del tumore colon-retto attraverso al tecnologia del DNA fecale approvato dalla FDA americana e dotato di marchio CE. È destinato all’individuazione qualitativa dei marker del DNA associati al tumore colon-retto e alla ricerca del sangue occulto nelle feci. Ha dimostrato di individuare il 92% dei carcinomi, con l’87% di specificità in uno studio trasversale su 10.000 persone. Non richiede alcun intervento medico, restrizione alimentare o preparazione. Può dar luogo a falsi negativi e falsi positivi. Ogni test positivo dovrebbe essere confermato da una colonscopia a scopo diagnostico. Le persone negative al test devono continuare a seguire i programmi di screening a intervalli adeguati.

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Cancro del colon retto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2015

colon-retto tumoreParma 30 ottobre Parma, nella Sala Congressi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria, un importante convegno internazionale sul Cancro del colon retto. la giornata, che si aprirà alle ore 8.30 con i saluti delle autorità. Alle 9, poi, è prevista la lettura magistrale “Microbiota e cancro del colon-retto” di Iradj Sobhani (Parigi). A seguire la prima sessione, dedicata a “Epidemiologia e screening” e moderata da Antonio Balestrino (Parma), Francesco Di Mario (Parma) e Fabio Fornari (Piacenza). Sono previsti interventi di Rita Melotti (Bologna) su “Epidemiologia e dati della Regione Emilia Romagna”, di Gian Luigi de’ Angelis (Parma) su “Il razionale del percorso diagnostico-terapeutico assistenziale” e di Romano Sassatelli (Reggio Emilia) su “Lo screening: utilità e limiti”.
Alle 10.50 la seconda sessione, su “Diagnosi e stadiazione”, moderata da Rita Conigliaro (Modena), Girolamo Crisi (Parma) e Luciano Fugazza (Lodi). Interverranno Giorgio Nervi (Parma) su “Le tecniche endoscopiche”, Fabiola Fornaroli e Francesca Vincenzi (Parma) su “La sorveglianza oncologica del colon nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali”, Barbara Bizzarri (Parma) su “L’ecoendoscopia”, Francesco Ferrozzi (Cremona) su “La risonanza magnetica”, Cristina Rossi (Parma) su “Diagnostica per immagini dei tumori del colon-retto”, Pellegrino Crafa (Parma) su “Lo studio anatomo-patologico”. Al termine è prevista lalettura magistrale “Complicanze della chirurgia colon rettale” di Didier Mutter (Strasburgo).Nel pomeriggio, a partire dalle ore 14.30, le altre due sessioni. Nella terza, dedicata a “La terapia chirurgica”e moderatadaGilberto Poggioli (Bologna), Andrea Renda (Napoli) e Luigi Roncoroni (Parma), interverranno Francesco Brunetti (Parigi) su “Chirurgia del colon-retto”,Nicola de’ Angelis (Parigi) sulla “Chirurgia robotica”, Luca Ansaloni(Bergamo) sulla “Chirurgia d’urgenza”, Andrea Mancini (Milano) e Federico Marchesi (Parma) su “Endoscopic sub-mucosal dissection (ESD) vsTransanal endoscopic microsurgery (TEM)”.
La quarta e ultima sessione (dalle ore 16.10) sarà su “La terapia della malattia avanzata”, e sarà moderata da Guido Biasco (Bologna), Paolo Delrio (Napoli) e Giorgio Ercolani (Bologna), con interventi di Riccardo Memeo (Strasburgo) su “La chirurgia delle metastasi epatiche”, Fausto Catena (Parma) su “Il problema della carcinosi peritoneale”, Maria Chiara Banzi (Reggio Emilia) su “Chemioterapia”, Nunziata D’Abbiero (Parma) su“Radioterapia” e Guido Fanelli (Parma) su “L’importanza delle cure palliative”.

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Tumori rari: La Sindrome di Lynch

Posted by fidest press agency su sabato, 28 febbraio 2015

carcinoma colon rettoEssere affetti da cancro del colon-retto in età giovanile: è questa la caratteristica principale della Sindrome di Lynch (LS). Una rara malattia ereditaria a trasmissione autosomica dominante, che determina la predisposizione a sviluppare un cancro in questa ed in altre sedi, tra cui l’endometrio, l’ ovaio, lo stomaco, i reni, le vie urinarie, la vescica, il pancreas, le vie biliari, il piccolo intestino. Per far luce sulla complessa sindrome, detta anche “Cancro non poliposico ereditario del colon”, i ricercatori dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, guidati dal Prof. Marcello Anti, hanno condotto una revisione della letteratura scientifica sul cancro del colon-retto giovanile, pubblicata di recente su World Journal of Gastroenterology.
La Sindrome di Lynch ha un’incidenza stimata del 2-4% dei tumori dell’apparato digerente, ed è causata da una mutazione a carico dei geni del Mismatch Repair (MLH1 ed MSH2, meno frequentemente MSH6 e PMS2) che codificano per proteine coinvolte nell’identificazione e riparazione degli errori del DNA.
Al Regina Elena è presente da oltre 30 anni un Ambulatorio dedicato ai tumori ereditari dell’apparato digerente, che dal 2005 è Centro di Riferimento Regionale per la Poliposi Familiare nell’ambito della Rete Nazionale delle Malattie Rare.Lo studio comparativo evidenzia una diminuzione dell’incidenza dei tumori colo-rettali in USA ed Europa, nella popolazione generale sopra i 50 anni, grazie ai programmi di screening, ed un parallelo incremento dal 3% all’8.6% dell’incidenza di cancro colo-rettale nella popolazione giovanile al di sotto dei 50 anni di età, che non rientra nei programmi di screening. Dalla revisione dei dati di letteratura e da un recente studio del gruppo tumori ereditari del colon IRE, si distinguono due sottotipi di cancro colo-rettale giovanile: una forma sporadica, generalmente senza significativa familiarità di I grado, ed una forma ereditaria legata prevalentemente alla S. di Lynch.
Il sospetto diagnostico sorge nel caso di pazienti affetti da cancro del colon retto o dell’endometrio in età giovanile (inferiore ai 40 anni) e/o con storia familiare positiva, oppure in pazienti con cancri primitivi multipli del colon e/o altri organi nello spettro della sindrome.
La valutazione di questi parametri clinici permette di selezionare i pazienti da sottoporre a screening molecolare sul tumore. L’indagine permette di valutare con metodiche semplici e a basso costo due caratteristiche tipiche della sindrome determinate dalla mutazione dei geni del MMR, l’instabilità dei microsatelliti (MSI) e la perdita di espressione della proteina corrispondente al gene mutato mediante l’analisi immunoistochimica (IHC). Questo primo screening identifica i pazienti che devono effettuare il test genetico, più complesso e costoso, e individua il gene da analizzare.“Nel nostro ambulatorio sono seguiti 110 pazienti con Sindrome di Lynch – dichiara Vittoria Stigliano, Responsabile dell’Ambulatorio per le poliposi familiari, – ma seguiamo anche tutte le forme di Poliposi familiare (Poliposi adenomatosa, Sindrome di Gadner, Sindrome di Cronkite Canada, Poliposi giovanile, Poliposi attenuata, Poliposi serrata, Mixed polyposis), i tumori familiari del colon, i tumori familiari dello stomaco e del pancreas. Al momento sono in follow-up circa 500 pazienti tra affetti e portatori.”“I pazienti effettuano un percorso diagnostico dedicato – spiega Lupe Sanchez Mete, gastroenterologa IRE – in accordo con le linee guida nazionali ed internazionali. I test genetici e molecolari per tutte le sindromi ereditarie sono effettuati presso la Patologia Clinica IRE in collaborazione con Aline Martayan, biologa, specialista in Genetica Medica. Quelli con diagnosi di Sindrome di Lynch vengono poi inseriti in percorsi dedicati per la sorveglianza oncologica degli organi a rischio”.“La Sindrome di Lynch è presente, insieme a oltre 110 nuove Malattie Rare, – dichiara Marina Cerimele, Direttore Sanitario aziendale IFO – nella proposta del Ministro Lorenzin per i nuovi LEA (Schema di Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri recante la “Nuova definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria”). Lo riteniamo un importante passo avanti, che testimonia l’attenzione del Ministro nei riguardi delle Malattie Rare”. (foto fonte Wikipedia)

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Tumore al colon retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 settembre 2014

colon-retto tumoreIl prof. Francesco Cognetti, presidente Fondazione “Insieme contro il Cancro”: “Con queste analisi biologiche possiamo stabilire l’efficacia del trattamento e garantire risparmi al sistema sanitario”. Nel 2013 stimati 55.000 nuovi casi. Il prof. Carmine Pinto, presidente eletto AIOM: “Migliora la sopravvivenza, ma ancora troppi italiani non svolgono gli esami di screening”
Milano, 18 settembre 2014 – Tutti i pazienti colpiti da tumore del colon-retto dovrebbero essere sottoposti a un test molecolare. Dal risultato di questo esame dipende la scelta della terapia più efficace. Nel 60% dei malati, infatti, non è presente una particolare mutazione (gene RAS) e, in questi casi, le terapie personalizzate sono in grado di migliorare in maniera significativa la sopravvivenza. Quella del colon-retto è la forma di cancro più diffusa in Italia, in costante crescita: nel 2013 sono state colpite 55mila persone, erano 52mila nel 2012 e 50mila nel 2011. Grazie alla ricerca, le percentuali di guarigione in 15 anni sono aumentate del 12% fra le donne e del 14% fra gli uomini. La Fondazione “Insieme contro il Cancro”, in collaborazione con l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e Europa Colon, col sostegno di Amgen, ha realizzato una guida per affrontare la malattia, destinata ai pazienti e ai familiari, che sarà distribuita in tutti i centri della Penisola. Il materiale informativo è stato presentato oggi in un incontro a Milano. “Sei persone su 10 riescono a sconfiggere questa neoplasia – afferma il prof. Francesco Cognetti, presidente Fondazione ‘Insieme contro il Cancro’ -. Un risultato importante, raggiunto anche grazie a nuove terapie ‘su misura’. La selezione dei pazienti, basata su un test per verificare la mutazione genetica, si traduce in un miglioramento di tutti i parametri di efficacia, con risparmi consistenti per il servizio sanitario nazionale. Perché la terapia viene così somministrata solo ai malati che possono beneficiarne con certezza”. Per garantire uniformità nella pratica clinica nell’applicazione dei test molecolari in tutta Italia, gli oncologi (AIOM) e i patologi (SIAPEC-IAP) hanno sviluppato un ampio progetto per la caratterizzazione dei tumori in funzione della strategia terapeutica. “Negli ultimi anni – continua il prof. Carmine Pinto, presidente eletto AIOM – abbiamo unito gli sforzi per stabilire leAdenocarcinoma,_colon raccomandazioni che permettono di definire con precisione le caratteristiche biologiche di cinque tipi di cancro: al seno, al colon-retto, al polmone, allo stomaco e melanoma. Inoltre, in base a un recente controllo di qualità per la valutazione delle mutazioni genetiche nel carcinoma del colon-retto, è stato validato il 90% delle strutture di anatomia patologica e biologia molecolare (79 su 88) che si sono sottoposte in maniera volontaria al programma delle due società scientifiche. In questo modo siamo certi che il test venga eseguito secondo criteri uniformi e accurati. Si tratta di una procedura unica in tutta Europa e vanto italiano a livello mondiale”. Il 20% dei pazienti colpito da cancro del colon-retto presenta, al momento della diagnosi, la malattia già in stadio avanzato. “È necessario – sottolinea il prof. Cognetti – promuovere campagne di sensibilizzazione per far capire ai cittadini che il cancro si può prevenire, adottando stili di vita sani. E troppi italiani non aderiscono ai programmi di screening, fondamentali per individuare in fase precoce la malattia, quando può essere trattata con successo. Il test basato sulla ricerca del sangue occulto nelle feci è offerto gratuitamente dal nostro sistema sanitario a tutte le persone di età compresa fra 50 e 75 anni anche senza fattori di rischio specifici. Ma il 65,9% dei nostri connazionali over 50 e il 72,6% degli over 70 non hanno mai eseguito questo esame”.
Il tumore del colon-retto rappresenta uno dei big killer in tutto il mondo. Nel nostro Paese è la terza neoplasia più frequente nei maschi e la seconda nelle femmine. Oggi in Italia vivono quasi 300mila persone con una precedente diagnosi di questa malattia. “È in costante aumento soprattutto a causa del permanere di stili di vita scorretti, in particolare legati alla scarsa attività fisica e alla dieta non equilibrata – spiega il prof. Pinto -. Il cancro del colon è direttamente associato ad un’alimentazione ad alto contenuto calorico, ricca di grassi animali, di carni rosse e povera di fibre. È dimostrato un incremento di rischio del 15% nelle persone in sovrappeso e del 33% negli obesi. Dobbiamo quindi impegnarci sempre più intensamente per migliorare il livello di consapevolezza della popolazione, per far comprendere ai cittadini che l’obesità è un fattore di rischio, pericoloso quanto il fumo di sigaretta. È indispensabile mettere in atto nuove strategie per ridurre la percentuale di tumori correlati a questa condizione. Siamo di fronte a una vera e propria sfida per la salute pubblica e per garantire la sostenibilità del sistema”. Solo un numero limitato di casi è di origine genetica. “Per chi possiede una familiarità o altri fattori predisponenti (morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa, ecc.) – continua il prof. Cognetti – è molto importante eseguire anche la colonscopia. Si tratta di un esame essenziale per la diagnosi precoce, utilizzato soprattutto per la sorveglianza dei pazienti ad alto rischio e per accertamenti di secondo livello nei casi positivi al test di screening”.
“Il nostro impegno non si esaurisce negli investimenti in ricerca e sviluppo (4 miliardi di dollari nel 2013) per rendere disponibili farmaci innovativi – conclude il dott. Francesco Di Marco, amministratore delegato Amgen -. Concentriamo i nostri sforzi anche nella definizione di test che permettano di selezionare in anticipo i pazienti che trarranno giovamento dalle terapie. Lavoriamo al fianco degli specialisti per assicurare l’impiego appropriato dei farmaci, coscienti che la sostenibilità del sistema è anche nostra responsabilità”.

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Aderenza allo screening per il tumore del colon-retto

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

Nonostante le evidenze del fatto che la colonscopia riduce la mortalità per tumori del colon-retto, l’adesione ai programmi di screening rimane insufficiente. A conclusione di uno studio randomizzato condotto negli Stati Uniti, gli autori ritengono opportuno un maggior ascolto delle preferenze dei pazienti. I ricercatori, coordinati da John M. Inadomi della university of Washington a Seattle, hanno selezionato persone a medio rischio di sviluppare cancro colon-rettale, appartenenti a diverse etnie e residenti in diversi contesti urbani; alcuni hanno ricevuto la raccomandazione di effettuare una ricerca di sangue occulto nelle feci, altri di sottoporsi a colonscopia, mentre a un terzo gruppo si è proposto di scegliere tra le due opzioni. Si è poi verificato, a distanza di un anno, in che misura i partecipanti avevano effettivamente seguito le raccomandazioni dei medici e, in una seconda analisi, si sono valutati i fattori sociodemografici associati al completamento dello screening. Dei 997 soggetti inclusi nello studio, il 58% ha completato lo screening assegnato o scelto. Ma entrando nel dettaglio si scopre che, tra coloro a cui era stata raccomandata la colonscopia, solo il 38% si sono sottoposti all’esame, mentre la percentuale di controlli effettuati sale al 67% tra coloro a cui era stato consigliato la ricerca del sangue occulto fecale e al 69% nel caso in cui era stata offerta una scelta. I latini e gli asiatici – specialmente i cinesi – hanno seguito più scrupolosamente le indicazioni rispetto agli afroamericani, che hanno accettato più spesso l’esame fecale ma non la colonscopia.Arch Intern Med, 2012; 172(7):575-82 (fonte doctornews33)

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Tumore del colon-retto

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2011

Roma. I farmacisti romani scendono in campo per sostenere l’assistenza ai pazienti colpiti dal tumore del colon-retto ed ai loro familiari. L’Ordine dei Farmacisti di Roma, con Federfarma Roma e A.Gi.Far. (Associazione Giovani Farmacisti) Roma ha indetto il torneo amatoriale di tennis “Batti il Cancro”, aperto a tutti i farmacisti e gli studenti in farmacia, senza limiti di età: la quota di iscrizione al torneo è interamente devoluta all’AMOC, Associazione Malati Oncologici Colon-retto. Il torneo, alla sua prima edizione, oltre a rinsaldare i rapporti di conoscenza e colleganza tra i farmacisti di Roma, permette così di contribuire concretamente ad aiutare l’Associazione, da sempre in prima linea nell’assistenza ai pazienti colpiti da una patologia particolarmente subdola e invalidante qual è il cancro del colon-retto.
Il torneo “Batti il cancro” anticipa la campagna di informazione e prevenzione del tumore del colon-retto che coinvolgerà ad ottobre le farmacie romane e che sarà presentata ufficialmente in Campidoglio il 29 settembre, alla presenza del Sindaco di Roma. L’iniziativa, che si colloca all’interno del protocollo di intesa tra Ordine dei Farmacisti e Roma Capitale per l’informazione e la prevenzione delle patologie maggiormente diffuse, prevede la distribuzione di materiale informativo e la consulenza del farmacista sulle corrette modalità di approccio e prevenzione della patologia, puntando ad intercettarla nelle fasi iniziali.
Le finali del torneo avranno luogo sui campi del prestigioso Circolo Canottieri Roma domenica 25 settembre: i vincitori saranno premiati dall’indimenticabile Nicola Pietrangeli, che ha voluto generosamente dare il suo contributo a questa iniziativa, nell’ambito di una cerimonia che vedrà la presenza di numerose autorità politiche e professionali, tra cui l’Onorevole Rocco Crimi, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport, il Professor Adolfo Panfili, Delegato del Sindaco di Roma per le ASL e per i Rapporti con gli Enti Istituzionali Sanitari, il Dottor Emilio Croce, Presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Roma, il Dottor Franco Caprino, Presidente di Federfarma Roma, la Dottoressa Valentina Petitto, Presidente di A.Gi.Far. Roma e Roberta Letizia, Presidente di AMOC onlus. Interverrà all’evento anche un altro grande personaggio sportivo romano: il pugile Emanuele Della Rosa, campione internazionale WBC categoria superwelter.

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ASCO Gastro Intestinal 2011

Posted by fidest press agency su martedì, 12 aprile 2011

Durante il Congresso ASCO Gastrointestinal 2011 di San Francisco, sono state presentate ulteriori analisi provenienti dagli studi OPUS e CRYSTAL che hanno ribadito l’efficacia di cetuximab nel trattamento di prima linea dei pazienti colpiti da tumore metastatico del colon retto con KRAS wild type. In particolare, questi risultati si riferiscono a:
• Gli effetti legati alla riduzione della massa tumorale
• La riduzione dei sintomi nei pazienti trattati con cetuximab Nei pazienti colpiti da tumore KRAS wild type e trattati con cetuximab in associazione a chemioterapia, la sopravvivenza è maggiore rispetto ai pazienti trattati con la sola chemioterapia. In questi pazienti, la riduzione precoce della massa tumorale si associa ad una sopravvivenza ancora maggiore Lo studio OPUS ha dimostrato che l’aggiunta di cetuximab alla chemioterapia riduce il rischio di progressione di malattia e aumenta la sopravvivenza in pazienti KRAS wild type (22,8 mesi vs 18,5 mesi). Un’analisi retrospettiva dello studio ha ulteriormente dimostrato che una riduzione precoce del tumore si associa ad un miglioramento dei risultati a lungo termine, soprattutto dal punto di vista della sopravvivenza. Quest’analisi ha dimostrato che:
• Il 69% dei pazienti colpiti da tumore metastatico del colon retto con KRAS wild type trattati con cetuximab in associazione a chemioterapia standard ha mostrato una precoce riduzione della massa tumorale rispetto al 46% dei pazienti KRAS wild type trattati con la sola chemioterapia standard
• Nei pazienti trattati con cetuximab in associazione a chemioterapia standard in cui si è verificata la riduzione precoce del tumore, il beneficio clinico a lungo termine si è tradotto in una sopravvivenza mediana complessiva pari a 26 mesi vs 21,6 mesi dei pazienti trattati con la sola chemioterapia standard
• Nei pazienti trattati con la sola chemioterapia, la riduzione precoce della massa tumorale non ha portato ad un beneficio significativo in termini di sopravvivenza libera da progressione o di sopravvivenza complessiva.Sulla base di questi dati e di quelli delle precedenti analisi dello studio CRYSTAL, l’associazione tra riduzione precoce del tumore e migliori risultati a lungo termine nei pazienti colpiti da tumori KRAS wild type sembra dipendere specificamente dall’uso di cetuximab  Nello studio CRYSTAL la sopravvivenza complessiva dei pazienti KRAS wild type trattati con cetuximab più chemioterapia è pari a 23,5 mesi. Nei pazienti in cui la risposta al trattamento è precoce (ossia ≥20% di riduzione di massa tumorale nelle prime 8 settimane), la sopravvivenza raggiunge i 28,3 mesi (vs i soli 20 mesi dei pazienti trattati con la sola chemioterapia).   L’associazione di cetuximab alla chemioterapia raddoppia la probabilità di rispondere al trattamento e riduce la massa tumorale3, determinando la riduzione dei sintomi.  Altro argomento di grande interesse del Congresso ASCO GI, è stata la riduzione dei sintomi , grazie alla riduzione della massa tumorale. Lo scopo principale dell’analisi esplorativa dello studio CRYSTAL era d’indagare il cambiamento dei sintomi registrati all’inizio del trattamento in funzione della risposta e del regime terapeutico adottato. Il gruppo di pazienti colpiti da tumore KRAS wild type trattato con cetuximab in associazione a chemioterapia ha risposto maggiormente rispetto al gruppo di pazienti trattato con la sola chemioterapia. Questo risultato si è raggiunto sia nei pazienti sintomatici che asintomatici.4 Una percentuale maggiore di risposta nei pazienti KRAS wild type a cui è stato somministrato cetuximab in associazione a chemioterapia, si traduce, nei pazienti sintomatici, in un maggiore sollievo dei sintomi e negli asintomatici, in un mantenimento, per periodi più lunghi, dell’assenza dei sintomi.

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