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Coltivare l’orto biologico

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 aprile 2021

CASTELFRANCO VENETO (TREVISO). In tempi di pandemia e di digitalizzazione, l’arte di coltivare la terra si impara on line, attraverso ZOOM. Protagonista di questa iniziativa è Corinna Raganato, castellana, agrotecnica laureata e docente di questo percorso formativo on line per aspiranti orticoltori biologici.L’iniziativa ha fatto il tutto esaurito con partecipanti da tutta Italia e anche dall’estero. Si sono collegati su ZOOM da Strasburgo, Praga, Berlino e dal Portogallo, oltre che da tutta Italia. Un boom di partecipazioni (oltre 50 iscritti a questo ciclo di incontri iniziato il 21 febbraio 2021 e conclusosi pochi giorni fa) che dimostrano il crescente interesse per l’orticoltura biologica.Il percorso per gli aspiranti ortolani si è svolto in 6 lezioni da un’ora e mezza ciascuna, interamente su piattaforma digitale in modalità di videolezione in diretta. Attraverso slides, foto e video Raganato insegna il metodo di coltivazione biologico e agroecologico dell’orto. Si impara come fertilizzare un orto, come irrigare, come impostare le aiuole evitando fenomeni di infertilità come la crosta e il compattamento.La docente Corinna Raganato, laurea in Scienze Ambientali al Cà Foscari di Venezia, ora libera professionista, è agroecologa. Vive a Castelfranco Veneto (TV). L’agroecologia è la scienza che applica i principi dell’ecologia alla produzione di alimenti e alla gestione di agroecosistemi. Corinna fa anche parte del direttivo provinciale del collegio degli agrotecnici di Treviso ed è tecnico controllore di agricoltura biologica abilitato dal Mipaaf. Il suo percorso sull’orto biologico ha il sostegno dell’associazione frazionale di Salvarosa di Castelfranco Veneto e della Scuola Esperienziale Itinerante di Agricoltura Biologica di cui Corinna fa parte (www.scuolaesperienziale.it). Una scuola per aspiranti agricoltori e tecnici biologici professionisti.Non si tratta di una prima volta. Con l’esplosione della pandemia nei primi mesi del 2020, Corinna aveva deciso di spostare i corsi previsti inizialmente in presenza in modalità on line (in quel caso si era utilizzato Skype). Iniziativa di grande successo con 70 partecipanti suddivisi in 3 diversi gruppi. Tra loro anche un partecipante dall’Inghilterra (una ragazza che vive lì) e un partecipante da Roma.“Durante la pandemia la gente ha capito che coltivare l’orto nel giardino di casa è un’opportunità: ci si garantisce l’autosufficienza alimentare – spiega Raganato – il percorso è rivolto a tutti, sia ad orticoltori esperti che a principianti assoluti dell’orticoltura con l’obiettivo di fornire conoscenze di base sulle principali tecniche di coltivazione biologiche applicando i principi dell’agroecologia”.

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Coltivare nel Sahara è possibile: le origini dell’agricoltura nel deserto libico

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

Un nuovo studio condotto dalla “Missione Archeologica nel Sahara” della Sapienza, in collaborazione con il Department of Antiquities di Tripoli e le università Milano e Modena-Reggio Emilia, ha permesso di scoprire l’esistenza di tecniche di coltivazione realizzate dai Tuareg nelle aree montane del deserto del Sahara. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Antiquity
Il clima arido del Sahara impedisce oggi ogni forma di agricoltura permanente, ma le ricerche condotte dalla “Missione Archeologica nel Sahara” diretta da Savino di Lernia del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza, in collaborazione con il “Department of Antiquities” di Tripoli e le università di Milano e Modena-Reggio, raccontano una storia diversa. Le attività di coltivazione normalmente praticate nelle oasi sahariane, erano del tutto sconosciute in ambienti montani. Evidenze e testimonianze mostrano però come in occasione di piogge particolarmente abbondanti e durature, alcune aree del massiccio montuoso del Tadrart Acacus, in Libia sudoccidentale, venivano completamente inondate e le popolazioni Tuareg dei Kel Tadrart sfruttavano le acque raccolte in piccoli bacini, le “etaghas” (pozzanghere, nella lingua locale): qui la conformazione del territorio mantiene le polle di acqua per un periodo sufficiente alla coltivazione di grano, orzo, sorgo e altre piante.
La ricostruzione etnoarcheologica ed etnografica dei Tuareg Kel Tadrart ha permesso di tracciare l’uso agricolo di queste aree a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, evidenziando le modalità e i tratti caratteristici. Le indagini archeologiche, geoarcheologiche e archeobotaniche hanno inoltre permesso di comprendere come queste pratiche agricole fossero in realtà ben più antiche e probabilmente risalgono già al Neolitico Tardo, circa 5500 anni fa. A questo sembrano infatti ricondurre le analisi al radiocarbonio di ritrovamenti sul luogo, nonché aspetti della cultura materiale e raffigurazioni di piante coltivate nelle pitture rupestri, che consentono di scattare un’istantanea dell’inizio dell’agricoltura nel Sahara. Il deserto del Sahara ha assunto le forme attuali proprio dalla fine del Neolitico: i cambiamenti climatici e ambientali costrinsero i gruppi umani della preistoria ad adottare nuove strategie e modificare le loro abitudini, utilizzando queste aree allagate periodicamente come appezzamenti agricoli. Lo studio multidisciplinare della “Missione Archeologica nel Sahara” ha permesso di identificare un cambiamento radicale nelle modalità di sfruttamento di queste risorse idriche imprevedibili: nella tarda preistoria, con un clima umido su base stagionale, le coltivazioni agricole dovevano svolgersi sui margini di aree paludose via via che l’acqua si ritraeva (una pratica conosciuta con il nome di flood-recession agriculture), mentre nelle fasi storiche contemporanee l’agricoltura è svolta unicamente in presenza di pioggia (rain-fed agriculture). Questa attestazione, già nota e accreditata nella zona del Sahel, sembra essere l’unica del Sahara centrale.Nello scenario attuale, caratterizzato da cambiamenti climatici e riscaldamento globale, la scoperta di antichissime tradizioni di coltivazione in ambienti aridi e in progressiva desertificazione, oltre a rappresentare un utile strumento per ricostruire la preistoria e la storia antica del Sahara, ha anche implicazioni importanti sulle forme di sviluppo sostenibile da praticare in ambienti marginali o desertici. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Antiquity, è stata finanziata dai “Grandi Scavi di Ateneo” della Sapienza Università di Roma, e dal Ministero degli esteri e della Cooperazione Internazionale (DGSP – VI).

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