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ETF Securities to sell its European Exchange-Traded Commodity, Currency and Short-and-Leveraged Business to WisdomTree

Posted by fidest press agency su martedì, 14 novembre 2017

londonLONDON. ETF Securities Limited (ETF Securities) has agreed to sell its European exchange-traded commodity, currency and short-and-leveraged business to WisdomTree Investments, Inc. (WisdomTree), the Nasdaq-listed (ticker: WETF) and New York headquartered global exchange-traded product provider.The business being sold comprises all the European operations excluding the ETF platform. The business being sold to WisdomTree has $17.6* billion of AUM spread across 307 products, including the flagship gold products PHAU and GBS. The business has a comprehensive range of commodity, currency and short-and-leveraged products and more than 50 dedicated staff.WisdomTree and ETF Securities will work to ensure that integration is seamless and expect no change to the current high standards of service and operations experienced by our customers and partners.The sale is subject to regulatory approval and is currently anticipated to close in late Q1 2018. Graham Tuckwell, Founder and Chairman of ETF Securities, comments: “We are pleased to be selling our European exchange-traded commodity, currency and short-and-leverage business to WisdomTree and to become the largest shareholder in the company. I believe this combination creates a uniquely positioned firm which will flourish in the years ahead, continuing to deliver huge value for customers and stakeholders. ETF Securities has a strong cultural fit with WisdomTree as both firms have been built from scratch by teams who have worked closely together for many years and who show an entrepreneurial spirit in seeking to deliver innovative and market leading products for their customers.”Mark Weeks, the UK CEO of ETF Securities says: “This transaction creates a leading independent global ETP provider which is well positioned to compete in the rapidly growing European ETP market. We have complementary expertise, product ranges and customer networks. We both continue to challenge the status quo to provide customers with a range of differentiated products. In this industry customers want and value firms like ours, which provide broader choice.”

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India: The times they are a changin’

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 dicembre 2016

india-crescita-pilIl governo riformista del Primo ministro Narendra Modi ha lavorato molto intensamente per rendere possibile la rinascita indiana attualmente in atto. Dalla sua elezione di due anni fa, sono state introdotte norme di legge importantissime, finalizzate a superare la burocrazia che da molto tempo bloccava l’economia indiana. Cambiamenti grazie ai quali l’India potrebbe affermarsi come prossima grande protagonista dei mercati emergenti. Il crollo dei prezzi delle commodity ha fatto scivolare il Brasile e la Russia in una lunga recessione. La Cina è alle prese con il rallentamento della crescita e con un debito societario esorbitante. È forse questa un’opportunità per l’India, sinora all’ombra degli altri Paesi BRIC? L’anno scorso, per la prima volta dal 1999, l’India ha registrato una crescita più sostenuta di quella cinese (cfr. Fig.1). Potrebbe essere l’inizio di un trend. Il prodotto nazionale indiano dovrebbe continuare a espandersi a un ritmo superiore al 7%, più del doppio del tasso di crescita globale medio previsto da Pictet Asset Management per i prossimi cinque anni. In verità, l’India deve recuperare parecchio per farcela. Il PIL pro capite indiano è pari al 3% di quello degli Stati Uniti, più o meno quello che la Cina registrava 10 anni fa. Il fatto notevole, però, è che l’India ottiene questo livello di crescita senza ricorrere a interventi di stimolo fiscale o monetario. A differenza di molte altre grandi economie, l’India negli ultimi anni è riuscita a ridurre il suo deficit. Allo stesso tempo, ha mantenuto una politica monetaria relativamente restrittiva. E non è neppure probabile che abbia bisogno di ricorrere a motori di crescita rischiosi. L’elevato tasso di risparmio dell’India, pari al 31% del PIL, dovrebbe consentirle di crescere in modo organico, evitando di fare ricorso a ingenti finanziamenti di investitori esteri, scelta che spesso prelude a future crisi economiche. La rinascita economica dell’India deve molto al solido programma di riforme strutturali avviato dal Primo ministro Narendra Modi. Il programma prevede una riforma fiscale, una nuova legge fallimentare, una politica di controllo dell’inflazione, la liberalizzazione delle norme che disciplinano gli investimenti esteri diretti e, in generale, maggiori sforzi finalizzati a snellire una burocrazia che complica la vita a imprese e riformecittadini.Sebbene l’India abbia più volte inutilmente cercato di implementare delle riforme nel recente passato, la grande differenza che contraddistingue l’attuale amministrazione politica è che si tratta della prima maggioranza monopartitica in parlamento da quasi tre decenni. È questo che ha consentito a Modi di superare le resistenze politiche che avevano impedito i precedenti tentativi di riforma.Stando ai riscontri positivi dei sondaggi, è ipotizzabile che il governo riuscirà a portare avanti il suo programma di riforme, realizzando interventi di carattere fondamentale, destinati quindi a durare. Nel complesso, i progressi dell’India rispetto ai cambiamenti strutturali di cui necessita l’hanno portata quasi in testa alla classifica OCSE dei riformatori dei mercati emergenti.
Ciò in parte si deve agli sforzi compiuti dal governo per stimolare una maggiore competitività tra i 29 Stati che compongono il Paese. Una maggiore concorrenza interna sostiene a sua volta la competitività dell’India a livello globale. La principale riforma di Modi è l’introduzione di un’imposta nazionale unica su beni e servizi, la cosiddetta GST. La GST va a sostituire un sistema caotico e frammentario di dazi, imposte e maggiorazioni, che rendeva gli scambi commerciali tra i diversi Stati indiani quasi tanto complessi quanto gli scambi con l’estero. In effetti, la riforma fiscale di Modi sarà molto efficace nel processo di trasformazione dell’India in un vero e proprio mercato unico, rispetto a cio’ che spesso è apparso come una federazione di feudi in concorrenza tra loro. Le stime del National Council of Applied Economic Research insinuano che le riforme fiscali potrebbero fare aumentare il PIL annuale di circa 0,9 – 1,7 punti percentuali, mentre il volume degli scambi commerciali potrebbe aumentare anche del 6,3%. Passando ad altri ambiti, si riscontra un numero eccessivo di asset tossici di proprietà di “imprese zombie”, di cui le banche, immobilizzate da leggi fallimentari primitive, non riescono a liberarsi. Il nuovo codice in materia fallimentare e di insolvenze dovrebbe rendere più semplice per le banche recuperare le sofferenze, rendendole così più propense e capaci di finanziare nuovi progetti e attività imprenditoriali.Tra le altre misure si annovera l’attribuzione a ogni cittadino di un proprio codice fiscale, grazie al quale i contributi previdenziali potranno essere versati direttamente sui conti correnti privati, evitando in tal modo a burocrati corrotti di appropriarsene. Sembra inoltre garantita l’indipendenza della Reserve Bank of India. Il mancato rinnovo del mandato di Raghuram Rajan, governatore della RBI, aveva destato qualche preoccupazione; ma la nuova nomina, conferita a Urjit Patel, è stata una sorpresa gradita. Come Rajan, il nuovo governatore è considerato un “falco” nella lotta all’inflazione e, nel ruolo di vicegovernatore, è stato uno dei principali artefici dell’attuale regime di controllo dell’inflazione seguito dalla RBI.
La presenza di livelli di debito relativamente contenuti assicura all’India maggiori capacità di aumentare la spesa per le infrastrutture dagli attuali livelli ai minimi storici, favorendo così il processo di urbanizzazione. Le solide finanze del Paese sono inoltre favorite dall’elevato tasso di risparmio nazionale.
tasso-risparmio-famiglieLe prospettive dell’India sono buone anche su un orizzonte temporale a più lungo termine. Le dinamiche demografiche sono favorevoli: la popolazione relativamente giovane preannuncia diversi decenni di sviluppo dinamico. Per contro, la politica del figlio unico seguita dalla Cina ne ha spostato il profilo demografico, rendendo più critiche le prospettive a lungo termine del Paese.
Nonostante il ritmo incalzante delle riforme, l’India pone ancora gli investitori azionari di fronte a un dilemma. Apparentemente, i titoli azionari indiani possono sembrare onerosi, con quotazioni che superano del 10% circa quelle dei mercati sviluppati1 – pur essendo inferiori del 20% circa rispetto al sovrapprezzo di valutazione storico.Naturalmente, le valutazioni dovrebbero essere considerate nel contesto della performance – le azioni indiane storicamente hanno generato valori di rendimento e di crescita degli utili superiori a quelli delle controparti globali, e le imprese indiane dovrebbero continuare a essere favorite dal miglioramento del clima di investimento. Un ricco terreno di caccia che offre numerose opportunità di investimento è costituito dai trasporti – si prevede che, nei prossimi 15-20 anni, l’India avrà uno dei mercati dell’aviazione in più rapida crescita nel mondo. Il settore delle compagnie aeree sarà favorito da una classe media in forte espansione, che può e vuole spendere di più per evitare la scomodità dei viaggi in treno sulle lunghe distanze. La nostra ricerca suggerisce che la compagnia low-cost IndiGo, snella, con pochi asset e ben gestita, ha buone probabilità di generare rendimenti elevati e sostenibili. (grafico: crescita pil, riforme)

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Crisi del settore energetico. Nuovo rischio sistemico?

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 Mag 2015

energiaUno degli effetti dei Quantitative easing delle banche centrali è stato quello di provocare un certa volatilità sui prezzi delle commodity. Il solo annuncio del Qe europeo da parte della Bce, come è noto, in quel periodo determinò variazioni quotidiane fino al 9% del prezzo del petrolio. In passato molta nuova liquidità ha generato l’aumento della produzione energetica, soprattutto di petrolio e di gas, anche con l’accensione di nuovi debiti. Molti analisti, anche la Bri, consapevoli e preoccupati delle eventuali conseguenze sistemiche sul settore e sull’intera economia e finanzia mondiali, pur sorvolando sulle ragioni profonde di geopolitica, si stanno interrogando sulle altre ragioni dell’anomalo quanto rilevante crollo del prezzo del petrolio.
Oggi il debito totale del settore del petrolio e del gas è di circa 2,5 trilioni di dollari. Rispetto ai livelli del 2006 è cresciuto due volte e mezzo. Attualmente sono in circolazione obbligazioni legate al settore per 1,4 trilioni di dollari. Dal 2006 vi è stato un aumento annuo del 15%. Il debito residuo è con le banche. Negli Usa i debiti del settore energetico sono cresciuti a ritmi più alti di quelli degli altri settori industriali. Essi rappresentano il 15% dei principali indici di debito, sia investment grade (ritenuto affidabile dagli investitori istituzionali) che ad alto rendimento, mentre erano il 10% soltanto 5 anni prima. Recentemente le compagnie petrolifere americane hanno preso a prestito “alla grande” tanto che incidono per il 40% sul totale dei nuovi prestiti sindacati, quelli erogati da un consorzio di banche, e delle nuove obbligazioni in circolazione. La maggior parte di questi crediti è andata alle imprese minori, quelle impegnate nell’esplorazione e nella produzione del gas da scisti bituminosi. Infatti, mentre per le cosiddette “seven sisters” il rapporto debiti/attività è rimasto costante, per le altre è quasi raddoppiato. Come è noto, il prezzo del petrolio è anche il riflesso del valore degli attivi sottostanti che reggono le montagne di debiti. Perciò il suo recente calo sta causando difficoltà finanziarie al settore. Se si cercasse di rispondere con l’aumento della produzione, il prezzo inevitabilmente tenderebbe a scendere ulteriormente. Il che manterrebbe lo squilibrio tra domanda e offerta. I bassi prezzi del petrolio ovviamente tendono a ridurre il profitto, aumentano il rischio di default e generano costi finanziari più alti per le compagnie. Contemporaneamente si riducono i flussi di cassa relativi alla produzione con meno liquidità per far fronte al pagamento degli interessi sul debito.
Il settore energetico ha un comportamento non dissimile dalla dinamica di un asset market (mercato di attività) che riflette non soltanto i cambiamenti attesi nei valori economici fondamentali, ma anche quelli legati alle situazioni finanziarie che alla fine determinano le decisioni delle imprese. Il settore immobiliare è l’esempio più eclatante, non solo negli Usa. Quando le attività sottostanti di un settore altamente indebitato scendono di valore, lo “stress” provocato dal calo dei prezzi induce a vendere una quantità maggiore degli asset su cui si basano i debiti. Di fronte alle crescenti difficoltà finanziarie, il settore energetico può essere anche indotto a diminuire le spese di investimento, che in gran parte finora sono state finanziate attraverso il debito. Negli Usa molte imprese hanno annunciato tagli fino al 50% delle spese in conto capitale. Quelle altamente indebitate potrebbero essere costrette a vendere attività e impianti o piuttosto a spingersi sui pericolosi mercati dei derivati nella speranza di garantirsi contro le oscillazioni del prezzo. Sono quindi molti gli effetti che il drastico calo dei prezzi del petrolio e del gas hanno provocato. A seguito del calo di valore delle attività da portare a garanzia, ora le banche americane tendono a ridurre i crediti a breve per le imprese petrolifere di minori dimensioni, in particolare quelle impegnate nell’estrazione del gas da scisti. Questa è una delle ragioni per cui anche gli investitori di lungo periodo sono meno attratti da questo settore in difficoltà.
In altre parole, come in passato, la crisi del settore energetico riverbera sull’intera economia i suoi effetti destabilizzanti e aumenta il rischio di conseguenze sistemiche sulla finanza globale. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e PaoloRaimondi economista)

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The launch of the NASDAQ Commodity

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 aprile 2012

(q:NDAQ) Today announced the launch of the NASDAQ Commodity Index Family, a broad and diverse representation of the commodities markets that provides investors with exposure across all major commodity sectors. The commodity index family is available in five distinct roll versions to offer investors different investment strategies.
The NASDAQ Commodity Index Family is the latest offering from The NASDAQ OMX Global Index Group, a premier full-service index provider.The index family consists of the primary benchmark — the NASDAQ Commodity Benchmark Index (NQCI) — a liquidity-based tradable index, as well as 10 sector and 33 single indexes. The five main sectors covered by the NASDAQ Commodity Index family are energy, industrial metals, precious metals, agriculture and livestock.The family is designed to measure the performance of single commodities and sectors through the use of futures contracts on physical commodities.The commodity index family provides a broad way to track U.S. dollar denominated commodities traded on 10 U.S. and U.K. exchanges. The index family is available in five different roll versions to offer investors multiple choices of exposure and strategies.The NASDAQ Commodity Index Family is calculated in U.S. dollars in excess and total return. Daily index values, weightings and historical data are available via the NASDAQ OMX Global Index Watch product and the NASDAQ OMX Global Index Data Service.
NASDAQ OMX Global Index Group is engaged in the design, development, calculation, and licensing of NASDAQ OMX Indexes. NASDAQ OMX Global Index Group specializes in the development of indexes focusing on NASDAQ OMX’s brand themes of innovation, technology, growth and globalization. NASDAQ OMX Global Index Group also provides custom index services and design solutions as a third-party provider to selected financial organizations. For more information about NASDAQ OMX indexes, visit http://www.nasdaqomx.com/indexes.
The inventor of the electronic exchange, The NASDAQ OMX Group, Inc., fuels economies and provides transformative technologies for the entire lifecycle of a trade – from risk management to trade to surveillance to clearing. In the US and Europe, we own and operate 24 markets, 3 clearinghouses and 5 central securities depositories supporting equities, options, fixed income, derivatives, commodities, futures and structured products. Able to process more than 1 million messages per second at sub-40 microsecond speeds with 99.999% uptime, our technology drives more than 70 marketplaces in 50 developed and emerging countries into the future, powering 1 in 10 of the world’s securities transactions. Our award-winning data products and worldwide indexes are the benchmarks in the financial industry. Home to approximately 3,400 listed companies worth $5.1 trillion in market cap whose innovations shape our world, we give the ideas of tomorrow access to capital today. Welcome to where the world takes a big leap forward, daily. Welcome to the NASDAQ OMX Century. To learn more, visit http://www.nasdaqomx.com. Follow us on Facebook (http://www.facebook.com/NASDAQ) and Twitter (http://www.twitter.com/nasdaqomx). (Symbol: NDAQ and member of S&P 500)

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Global Expansion of Commodity Risk Management Capabilities

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2011

New York, INTL FCStone Inc. (Nasdaq:INTL) today announced a major expansion in its Commodity Risk Management capabilities, and promoted several key personnel to new positions that will enhance the company’s ability to bring its expertise and experience to customers around the globe. Jeff Carpenter assumed the role of Head of Commodity Risk Management, Europe, Middle East and Africa. He is based in London, UK. Carpenter has more than 14 years of risk management experience throughout the commodities value chain, with a focus on agricultural and energy markets. Prior to joining FCStone, he held senior trading positions with ADM and Scoular. Peter Rizzo was promoted to Head of Commodity Risk Management for Agriculture and Energy Commodities in Asia. Rizzo, who has more than 24 years experience in the international markets with a career focus in Asia, joined FCStone Australia Pty Ltd (a wholly owned subsidiary of INTL FCStone Inc.) from Standard Bank in August 2009, where he was previously Head of Agricultural Commodities for Asia. He was then appointed Managing Director of FCStone Australia Pty Ltd in April 2010Terrance Wood holds the position of Head of Commodity Risk Management for INTL FCStone Asia Pte. Ltd. Based in Singapore, Wood is responsible for developing the firm’s Southeast Asian business. With more than ten years of experience in agricultural finance and risk management, he offers our customers a broad set of tools to accomplish their risk management goals. Also, as previously announced, Jim Lambert has been named Managing Director, China. Lambert has more than fifteen years of China-related business experience, first working with the agribusiness conglomerates Archer Daniels Midland and Wilmar Trading in their soybean processing joint ventures, and later with China Food and Agriculture Services Company, a Beijing-based consultancy. Most recently Lambert served as a Vice President with the Fibers and Textiles Division of the subsidiary FCStone, LLC.
INTL FCStone Inc. provides execution and advisory services in commodities, currencies and international securities. INTL FCStone’s businesses, which include the commodities advisory and transaction execution firm FCStone Group, serve more than 10,000 commercial customers in more than 100 countries through a network of offices in eleven countries around the world. Further information on INTL FCStone Inc. is available at http://www.intlfcstone.com.

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L’attivo gestito degli ETP su commodity

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 luglio 2011

Ha registrato una crescita a globale anno su anno del 33% fino a raggiungere 171 miliardi di dollari statunitensi alla fine della prima metà del 2011 con un turnover del volume medio di scambi su base mensile che ha quasi raddoppiato i livelli di un anno fa, arrivando ai 167 miliardi di dollari statunitensi. Questi i risultati presentati dal Global Commodity ETP report realizzato da ETF Securities sul secondo trimestre del 2011, una guida completa agli investimenti in ETP legati alle commodity a livello mondiale. I Risultati chiave del Global Commodity ETP di ETF Securities sul secondo trimestre del 2011 includono: Gli asset degli ETP su commodity a livello mondiale hanno raggiunto i 171 miliardi di dollari statunitensi alla fine di giugno 2011, con un aumento del 33% rispetto all’anno precedente Gli asset hanno quasi triplicato i livelli di fine 2008. Il turnover degli scambi supera il 95% rispetto ai livelli dell’ultimo anno, raggiungendo livelli record nel mese di maggio Il turnover degli scambi di scambi medi mensili degli ETP sulle commodity sono aumentati del 95% rispetto allo stesso periodo di un anno fa per un ammontare di 167 miliardi di dollari statunitensi nel primo semestre del 2011, raggiungendo il livello record di 264 miliardi di dollari nel mese di maggio. Gli ETP sull’argento, in particolare, hanno visto un deciso incremento negli scambi dovuto al sollevamento del margine di negoziazione del future sull’argento al Comex, con un turnover che ha toccato il picco record di 123 miliardi in quel mese. Gli ETP sull’oro sono arrivati subito dopo con un totale di 97 miliardi di dollari scambiato nel mese di maggio. Gli asset degli ETP sulle commodity perdono 20 miliardi di dollari tra maggio e giugno a causa delle preoccupazioni legate alla crescita…
L’aumento degli asset in ETP legati alle commodity è stato costante, con un picco record di 191 miliardi ad aprile 2011 seguito da una diminuzione di 20 miliardi di dollari a maggio e giugno. L’indebolirsi degli indicatori della crescita mondiale, assieme ad una riduzione della propensione al rischio derivante dall’ampliarsi del rischio sovrano in Europa, hanno causato il crollo dei prezzi e il fatto che gli investitori abbiano riveduto le proprie posizioni di rischio puntando ad una maggiore cautela.
ETF Securities è il pioniere mondiale di Exchange Traded Commodities (ETC), Exchange Traded Currencies (ETC) ed emittente di Exchange Traded Funds (ETF) di terza generazione. Il management di ETF Securities è pioniere nello sviluppo degli ETC con la prima quotazione al mondo di un ETC, il Gold Bullion Securities, in Australia e a Londra nel 2003. Nel 2006 ETF Securities ha quotato la prima piattaforma completa di ETC al London Stock Exchange (LSE).

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La crisi nell’Italia di oggi

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2011

Occorre dare atto della correttezza di analisi fornita dal ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti quando in occasione di un recente incontro in Turchia ha stigmatizzato il ruolo della speculazione dietro l’impennata dei prezzi delle materie prime e dei beni alimentari. Ha giustamente anche denunciato il depistaggio del Fondo Monetario Internazionale che perfino nel giugno 2008 negava con forza un qualsiasi ruolo della speculazione sui mercati delle commodity. Tranne alcune voci indipendenti, la stragrande maggioranza degli economisti ufficiali tende, purtroppo, ad allinearsi alle posizioni del Fmi e a minimizzare il peso delle dinamiche speculative. Come spiegare allora l’aumento delle operazioni in derivati finanziari sulle commodity? I cosiddetti valori nozionali dei contratti derivati Otc sulle commodity sono triplicati tra il giugno 1998 e il giugno 2003. Nei 5 anni successivi sono poi aumentati di 19 volte. A giugno 2008, cioè nel pieno della crisi finanziaria, erano infatti 13 trilioni di dollari! Si ricordi che nel 1998 essi rappresentavano l’1,5% del Pil mondiale. Dopo 10 anni tale percentuale è salita al 21,6%! La crisi ha fatto un po’ sgonfiare la bolla, la cui crescita però è ripresa. Nel 2010 nei mercati delle commodity, da Chicago a Singapore a Johannesburg, le operazioni in derivati sulle materie prime e sui beni alimentari hanno fatto registrare aumenti del 10-20% rispetto all’anno precedente. Quando il volume dei derivati diventa sproporzionato rispetto ai beni reali sottostanti, essi non svolgono alcun ruolo di copertura o di assicurazione rispetto ai rischi di variazione dei prezzi. Né si possono giustificare dicendo che creano maggiore liquidità e quindi maggiore dinamismo dei mercati. Al contrario, secondo noi, creano un «effetto orda», accentuando le aspettative di aumento dei prezzi. Certo, la domanda dei paesi emergenti, Cina in testa, è e resterà crescente. Ma è una domanda prevedibile a cui le capacità produttive mondiali possono rispondere positivamente. Ciò non giustifica aumenti repentini dei prezzi. Gli incendi avvenuti in Russia nei passati mesi di luglio e di agosto possono avere avuto un influsso sui prezzi, ma non spiegano gli aumenti dei mesi precedenti. Secondo la Fao negli ultimi 12 mesi i prezzi dei cereali di base della dieta mondiale (grano, riso e mais) sono aumentati del 70%. È un aumento non spiegabile con il solo meccanismo della domanda e dell’offerta. Un altro sviluppo negativo nel medio periodo potrebbe essere una lievitazione determinata dal fatto che si stima che nel 2020 circa il 13% di tutta la produzione mondiale di cereali potrebbe essere usato per produrre etanolo. Sono distorsioni del settore alimentare che dovrebbero essere corrette. Si ricordi che, secondo le stime della Confederazione Italiana Agricoltori, l’Italia importa il 40% del grano duro, per il 60% del grano tenero, per il 15% del mais, per il 90% della soia e per il 50% delle carni. Perciò l’aumento dei prezzi alimentari internazionali sarebbe doloroso per i consumatori italiani. Anzi bisogna rilanciare anche in Italia ed in Europa una seria politica agricola che punti sulla qualità e sui redditi degli agricoltori e degli allevatori. Oltre ai beni alimentari, tutti i prezzi delle materie prime sono in fibrillazione in quanto oggetto di attenzioni morbose da parte degli speculatori. In primis il prezzo del petrolio che gioca un effetto diretto e perverso rispetto al costo di produzione dei beni alimentari. Se il prezzo del petrolio dovesse attestarsi intorno ai 100 dollari al barile, l’Agenzia Internazionale per l’Energia calcola che la bolletta energetica dell’Unione europea aumenterebbe nel 2011 di 76 miliardi di euro. Per l’Italia si tradurrebbe in un costo maggiore intorno ai 10 miliardi. Allo stato delle cose però l’attuale aumento del prezzo dei carburanti non si giustifica con la drammatica vicenda libica. Complessivamente la bolla dei prezzi delle commodity è quindi tornata ai livelli del giugno 2008. Oggi però le economie sono molto più deboli, avendo gli stati riversato sui mercati migliaia di miliardi di nuova liquidità per le operazioni di salvataggio e aumentato i debiti pubblici in media del 20% in due anni. Indubbiamente tutto ciò grava sull’economia reale, sull’occupazione e sugli stessi consumi contratti anche a causa della crescente inflazione. Preoccupa il rischio della stagflazione, quel mix esplosivo di recessione e di inflazione che frenerebbe ogni exit strategy dalla crisi. Resta quanto mai urgente un’organica normativa contro la speculazione. Però noi non condividiamo la scelta di chi parla di un aumento dei tassi di interesse secondo la tradizionale politica monetaria. Essa non avrebbe un effetto reale di calmieraggio dei prezzi. Aumenterebbe invece il costo del denaro e quindi dei titoli del debito pubblico. Si consideri che il semplice aumento dello 0,25% del tasso di interesse da parte della Banca centrale europea comporterebbe per l’Italia un aumento di spesa di circa 4 miliardi di euro.   (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi  e Paolo Raimondi Economista)

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Commodity report sui metalli preziosi

Posted by fidest press agency su martedì, 3 agosto 2010

Il settore dei metalli preziosi  è stato quello che ha dato i risultati migliori nella prima metà del 2010 grazie ad una crescita del 13%. L’oro che è stato il top performer del comparto grazie ad un incremento del 34% in euro, si conferma uno degli asset più profittevoli degli ultimi 10 anni. Nello stesso periodo l’indice FTSE 100 ha avuto una flessione in dollari del 14% e l’EuroStoxx 50 del 20%. Nella prima metà del 2010, gli afflussi negli Exchange traded product (ETP) sull’oro sono cresciuti a un’andatura senza precedenti e gli asset dei gold ETC di ETF Securities hanno raggiunto quasi 3 miliardi di dollari per un totale di 11,4 miliardi di dollari. A livello mondiale, gli ETP sull’oro con sottostante fisico hanno toccato 83 miliardi di dollari con una crescita di 18 miliardi di dollari nel periodo in esame (29%) Fonte: Bloomberg e gli emittenti più rilevanti del settore.

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