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Quale etica per il Terzo Millennio? Convivenza o conflitto?

Posted by fidest press agency su sabato, 16 novembre 2019

Roma 22 e il 23 novembre prossimi Pontificia Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4. È l’interrogativo che vuole affrontare il VII Convegno del Seminario “Giuseppe Vedovato”, organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana. «La domanda non è retorica», spiega il gesuita camerunense Jaquineau Azetsop, decano della Facoltà di Scienze Sociali della Gregoriana. «Anche il conflitto è un’opportunità, e non va necessariamente percepito come negativo, poiché può generare nuove dinamiche e nuove proposte per strutturare la vita sociale tenendo conto delle fonti del malessere sociale. Una proposta credibile in favore della convivenza deve assumere anche tali processi conflittuali. Li vediamo accadere ovunque nel mondo, e in modo particolare in Europa».
La mattina di venerdì 22 novembre, la prima sessione del convegno «Etica della convivenza o etica del conflitto» sarà introdotta da P. Franco Imoda, S.I. già Presidente AVEPRO e già Rettore della Pontificia Università Gregoriana. Interverranno il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma, Dott.ssa Simonetta Matone («L’etica e il diritto, sfide e prospettive»); il filosofo della Pontificia Università Gregoriana, João Vila Chã S.J. («Il populismo e l’etica in democrazia»); il professore Flavio Felice dell’Università degli Studi di Molise («La democrazia come processo d’inclusione?»). Chiuderà questa prima parte la relazione di Mons. Bruno Marie Duffé, Segretario Dicastero per la promozione dello Sviluppo umano integrale, sulle radici antropologiche della convivenza.
Il pomeriggio, moderato dal Dott. Giulio Pecora (Giornalista, Co-fondatore Euromed Media Network), calerà l’indagine in contesti specifici quali le migrazioni (P. Camillo Ripamonti S.J., Direttore del Centro Astalli); lo sviluppo economico (P. Fernando de la Iglesia Viguiristi S.J., Pontificia Università Gregoriana), la politica dell’esclusione (Dott.ssa Klodiana Ĉuka, Presidente INTEGRA Onlus) e la diplomazia della salute (Prof. Giuseppe Ippolito, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”).
Nella mattina di sabato 23 novembre, presieduta dalla Prof.ssa Mariapia Garavaglia (Vice Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica), si affronteranno invece i processi di umanizzazione in medicina (Prof. Enrico Garaci, già Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e del Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’educazione alla vita (Prof.ssa Marina D’Amato, Università Roma Tre) e la cultura della mediazione (S. E. George Johannes, Ambasciatore della Repubblica del Sud Africa presso la Santa Sede).Giunto alla VII edizione, il Seminario “Giuseppe Vedovato” promuove la passione per l’Europa e l’impegno del senatore Vedovato (1912-2012) nel campo dell’etica nelle relazioni internazionali. (www.unigre.it)

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Gli oncologi italiani sono impegnati in prima linea sul fronte del conflitto di interessi

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 Mag 2019

Ragusa. Tema sensibile, che può interessare l’attività clinica quotidiana, la formazione, la produzione di linee guida fino alle campagne di informazione e alla ricerca. Il conflitto di interessi, prima che un comportamento, rappresenta una “condizione, nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (la salute di un paziente o la veridicità dei risultati di una ricerca o l’imparzialità nella presentazione di un’informazione) tende a essere indebitamente influenzato da un interesse secondario (ad esempio un guadagno economico o un vantaggio di carriera)”. L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), a tutela della trasparenza di ogni sua iniziativa, ha adottato un “Regolamento per dichiarazione e regolamentazione degli eventuali conflitti di interessi”, proprio per tutelare l’imparzialità di ogni sua iniziativa. E al “Conflitto di interessi” AIOM e Fondazione AIOM dedicano l’VIII edizione delle “Giornate dell’etica in oncologia”, che si apre oggi a Ragusa.
“L’alta qualità dell’oncologia italiana è in grado di attrarre investimenti da parte dell’industria e rappresenta una leva importante dello sviluppo scientifico, economico e sociale – spiega Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM -. Ricerca, assistenza e formazione devono essere tutelate e sostenute, grazie a un nuovo modello virtuoso basato sulla confluenza dei reciproci interessi fra pubblico e privato”.
“Un modello virtuoso di partnership pubblico-privato – sottolinea Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM – favorisce anche l’innovazione e si traduce in un miglioramento della salute dei cittadini e della qualità di vita dei pazienti e della sostenibilità del sistema sanitario. È necessario quindi promuovere l’educazione ad un comportamento etico anche in ambito professionale, assistenziale e scientifico”.
“Attenzione particolare va posta al ‘conflitto di interessi e associazioni pazienti’ – sottolinea Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM -. La mancanza di conoscenza e di informazioni specifiche, ad esempio, può far sì che le associazioni di pazienti oncologici diventino veicolo di interesse non dei pazienti ma di altri soggetti ad esse collegati. È importante quindi che i pazienti siano sempre più ‘informati’ e ‘formati’: è questo uno degli obiettivi prioritari di Fondazione AIOM. È fondamentale inoltre che le singole associazioni abbiano sempre maggior percezione dei possibili fattori di rischio correlati alle interazioni con i diversi attori con i quali devono interagire: industrie del farmaco o di tecnologie biomedicali e medici specialisti, ad esempio”.
In Italia sta aumentando il numero degli studi clinici in oncologia: nel 2017 sono stati 238 (42,2% del totale), nel 2016 erano 235 (35,6%). Rispetto al totale delle sperimentazioni l’incremento in un anno è stato del 6%. Non solo. Nel 2017, i lavori scientifici italiani in ambito oncologico pubblicati su riviste mediche indexate sono stati oggetto di 3.009 citazioni da parte di altri autori, ponendo il nostro Paese al primo posto in Europa in questa classifica, davanti a Germania (3.008), Regno Unito (2.656), Francia (2.471) e Olanda (1.457), tutte nazioni con solidissime tradizioni di eccellenza nella ricerca biomedica.
“Il dato diventa ancora più importante se si pensa che il nostro Paese investe solo l’1,3% in ricerca e sviluppo, collocandosi al dodicesimo posto tra i 28 dell’Unione Europea – afferma Roberto Bordonaro – Segretario Nazionale AIOM-. È quindi importante che esista una attenzione particolare sul conflitto di interessi tra sperimentatori e aziende del farmaco”.
L’interesse primario di una società scientifica come AIOM è la tutela della salute pubblica, attraverso redazione di Linee Guida e raccomandazioni, pubblicazioni su riviste scientifiche, eventi formativi per i professionisti, sostegno alla ricerca. “Proprio l’elaborazione di Linee Guida, uno degli obiettivi prioritari di AIOM, necessita di una particolare attenzione al conflitto di interesse – afferma Saverio Cinieri, Tesoriere Nazionale AIOM -. E l’associazione garantisce l’indipendenza nella stesura di Linee Guida grazie a Regole comportamentali che da molti anni segue”.
L’oncologia è l’area terapeutica in cui si concentrano i maggiori investimenti. Tutte le terapie antitumorali (chemioterapia, ormonoterapia, terapie a bersaglio molecolare, immunoterapia) utilizzate oggi per la cura dei tumori sono infatti il risultato di ricerche e studi precedenti. Ma anche i progressi tecnologici in ambito diagnostico (radiologia, anatomia-patologica, biologia molecolare) e terapeutico (chirurgia e radioterapia) sono il risultato della ricerca.
“Ed è grazie alla ricerca di laboratorio e clinica che abbiamo ottenuto quei progressi che si sono tradotti nell’aumento della sopravvivenza dei malati e nel continuo incremento del numero delle persone vive dopo una diagnosi di cancro, quasi 3 milioni e quattrocentomila in Italia – conclude il presidente Gori -. Il supporto economico da parte dell’industria, che rappresenta una fonte di finanziamento per queste attività, non ne compromette l’indipendenza, purché sia delimitato e trasparente. È fondamentale che esistano delle regole precise che governino il conflitto di interessi: proprio per questo il convegno di Ragusa si concluderà con le ‘Regole di trasparenza’ in oncologia”.

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Per non entrare in conflitto con i figli su Instagram e Facebook

Posted by fidest press agency su sabato, 4 Mag 2019

La FOMO, che letteralmente significa “fear of missing out” (“paura di perdersi qualcosa”), è una sensazione che prima o poi abbiamo provato tutti. Ci assale quando dedichiamo minuti interi allo scroll del feed di Instagram o Facebook e, confrontandoci con le vite apparentemente perfette degli altri, ci sentiamo inadeguati. Sembrano tutti così in forma, così sorridenti, così circondati da amici. Pur di restare al passo, ci sentiamo in dovere di postare una story o un selfie, rigorosamente filtrato per non sfigurare. La FOMO non è semplice vanità, ma uno stato continuo di ansia che può avere ripercussioni soprattutto sulla psiche degli adolescenti: secondo il report #StatusOfMind della Royal Society for Public Health britannica, negli ultimi 25 anni è aumentata del 70% l’incidenza di ansia e depressione nei giovani, che additano proprio i social network come causa del loro malessere.La lettura più semplice è quella che bolla gli adolescenti come indolenti, apatici, incapaci di staccare gli occhi dallo smartphone. Ma siamo così sicuri che sia tutta colpa dei ragazzi? Nan Coosemans, family coach e fondatrice di Younite (http://www.youniteonline.com/it/), propone un’altra prospettiva. “Confrontandomi in prima persona con centinaia di famiglie, posso dire che in molti casi la FOMO parte proprio dai genitori. Quante mamme sono intente a scattarsi un selfie dopo l’altro, in qualsiasi contesto, entrando così implicitamente in competizione con le figlie? Dinamiche del genere possono rivelarsi molto pericolose. Senza esserne consapevoli, infatti, i genitori instillano nei figli una sottile sensazione di inadeguatezza”.I genitori non hanno nessuna intenzione di nuocere ai loro figli, chiarisce. Semplicemente, anche loro hanno dovuto fare i conti con il boom delle nuove tecnologie, senza disporre degli strumenti per interiorizzarle. Per questo la family coach propone cinque consigli per i genitori alle prese con l’ansia da notifiche:
1. Fai un’analisi di te stesso: ti senti davvero soddisfatto della tua vita, del tuo lavoro e della tua famiglia? Molto spesso ci si mette sotto i riflettori social per riscattarsi dalla mancata autorealizzazione, ma così facendo il problema alla base rimane irrisolto.
2. Lavora sulla tua autostima. Diventare genitori è un viaggio che riserva tante sorprese e impone qualche sacrificio, soprattutto per le donne, che spesso faticano a conciliare famiglia e carriera. La soluzione però non è certo quella di creare un’immagine filtrata di sé per andare a caccia di like su Instagram. Anzi, chi riesce a valorizzare il proprio sé più autentico ha molto meno bisogno di conferme da parte degli estranei.
3. Ritagliati alcuni momenti di connessione vera con i tuoi figli. Che sia al mattino durante la colazione o al loro ritorno da scuola, assicurati di riuscire a trascorrere ogni giorno qualche minuto insieme ai tuoi figli, mettendo al bando gli schermi di ogni tipo. Potrà sembrare una banalità, ma questi momenti sono preziosissimi per fare una pausa dalla frenesia quotidiana e dialogare in modo diretto e sincero.
4. Informati sulle nuove tecnologie: da un giorno all’altro ci siamo trovati in mano smartphone capaci di fare qualsiasi cosa, ma quanti di noi sono realmente consapevoli delle loro potenzialità e dei loro rischi? In commercio ci sono libri, corsi e webinar che ti possono chiarire le idee sulle nuove tecnologie.
5. Fatti queste domande: che esempio stai dando ai tuoi figli con la tua sovraesposizione? Che cosa stai cercando di dimostrare con quel selfie o quel post?
Ciò non significa demonizzare i social media, che sono ormai parte del nostro mondo, ma impegnarsi per trarre il meglio da questi strumenti. “I social network si possono usare anche per veicolare contenuti di valore, mettere in luce il proprio talento e diventare una fonte di ispirazione per gli altri”, chiarisce Nan Coosemans. “Spesso i genitori (gli stessi che magari controllano compulsivamente il loro smartphone!) sgridano i figli perché passano troppo tempo su YouTube. Se però avessero la voglia e la curiosità di saperne di più, potrebbero addirittura imparare qualcosa di nuovo”. E proprio da questa intuizione è nata l’idea di Youtour, il primo tour itinerante per scoprire e valorizzare la propria unicità, dedicato ai ragazzi e ai loro genitori. A ogni tappa Nan Coosemans si confronterà con uno Youtuber, che condividerà con i partecipanti la propria esperienza, risponderà alle loro domande e racconterà i segreti che gli hanno permesso di superare le difficoltà e arrivare al successo. “Ognuno di loro è diventato quello che è perché ha seguito le proprie inclinazioni, ha dato retta al proprio cuore e all’istinto, non si è omologato a regole standard”, commenta la family coach. Youtour farà tappa in tre città italiane: si parte il 4 maggio da Milano (l’ospite è IlvostrocaroDexter), per proseguire l’11 maggio a Bari con i Nirkiop e il 18 maggio a Roma con MikeShowSha. http://www.youtouronline.it

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Anniversario conflitto Yemen

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 marzo 2019

Yemen 26 marzo. Dall’inizio dell’escalation del conflitto in Yemen, quattro anni fa, più di 19 mila raid aerei hanno devastato scuole, ospedali e importanti infrastrutture, 13 al giorno, più di uno ogni 2 ore. Violenze e distruzione che hanno costretto 1,5 milioni di bambini a fuggire dalleloro case e dai loro villaggi e che in molti casi, più di 1 al giorno, sono stati colpiti dai bombardamenti proprio mentre tentavano di ripararsi in un luogo sicuro. Bambine e bambini vittime dirette delle bombe vendute dai governi stranieri alla Coalizione a guida saudita, che ogni mese uccidono o feriscono gravemente 37 minori in un Paese sconvolto da un conflitto cruento e senza fine, dove 10 milioni di minori non hanno accesso a cure mediche adeguate, tantissimi rischiano di morire di fame e 1 ragazza su 3 e 1 ragazzo su 4 non hanno la possibilità di andare a scuola.
Numeri che fotografano le terribili condizioni che sono costretti ad affrontare ogni giorno i bambini in Yemen e che Save the Children – l’Organizzazione nata 100 anni fa proprio per aiutare i bambini vittime della prima guerra mondiale – diffonde alla vigilia del quarto anniversario dell’inizio dell’escalation della guerra, che ricorre il 26marzo.
Un anniversario sul qualeSave the Children ha voluto accendere i riflettori con l’evento pubblico “Stop alla guerra sui bambini”, andato inscena presso la Galleria Alberto Sordi di Roma, che ha visto protagonisti le note del Maestro Giovanni Allevi,Ambasciatore di Save the Children, e lavoce dell’attrice Anna Foglietta, presidente dell’Associazione Every Child is My Child. Un eventoall’insegna della musica e delle parole per portare all’attenzionedell’opinione pubblica il forte appello che arriva dai bambini dello Yemen chechiedono al mondo che la loro voce venga ascoltata e che la guerra possa finireimmediatamente “perché siamo bambini comeogni altro bambino al mondo e non ce la facciamo più a sopportare la guerra”.

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I bambini che vivono in aree di conflitto

Posted by fidest press agency su domenica, 17 febbraio 2019

Sono 420 milioni – uno su cinque al mondo e sono un numero in crescita di 30 milioni rispetto al 2016, che è raddoppiato dalla fine della Guerra Fredda ad oggi. Nel 2017 sono oltre 10mila i bambini che sono rimasti uccisi o mutilati a causa di bombardamenti, mentre si stima che almeno 100mila neonati perdano la vita ogni anno per cause dirette e indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione.
Circa 4,5 milioni di bambini hanno rischiato di morire per fame nel 2018 nei dieci paesi peggiori in conflitto: Afghanistan, Yemen, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia. Questi sono i paesi in cui i bambini sono stati i più colpiti dai conflitti nel 2017. Le violazioni dei diritti dei minori in queste aree si è triplicato dal 2010 ad oggi.Questi alcuni dei dati presentati oggi da Save the Children nel suo ultimo rapporto, che porta il nome della nuova campagna “Stop alla guerra sui bambini”: un allarme forte da parte dell’Organizzazione, nata nel 1919 all’indomani della prima guerra mondiale per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, che in occasione dei suoi 100 anni denuncia il deteriorarsi delle condizioni di vita dei più piccoli nelle tante aree di conflitto.
“Ogni guerra è una guerra contro i bambini, diceva la fondatrice di Save the Children Eglantyne Jebb cento anni fa e oggi è più vero che mai. Quasi 1 bambino su 5 vive in aree colpite da conflitti, il numero di bambini uccisi o mutilati è aumentato. Dall’uso di armi chimiche, allo stupro, ai rapimenti, ai reclutamenti forzati, i crimini di guerra continuano a crescere e a rimanere impuniti”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children. “È sconvolgente che nel XXI secolo arretriamo su principi e standard morali così semplici: proteggere i bambini e i civili dovrebbe essere un imperativo, eppure ogni giorno i bambini vengono attaccati, perché i gruppi armati e le forze militari violano le leggi e i trattati internazionali. Milioni di bambini in Yemen stanno vivendo orrori indescrivibili a causa del conflitto. Colpiti per strada, bombardati mentre sono a scuola: sono bambini e bambine a cui è negata un’infanzia. Rimasti orfani, senza più una casa, senza più i propri cari. Tutto questo è inaccettabile”.Le bombe utilizzate dalla Coalizione a guida saudita in Yemen per colpire obiettivi civili sono prodotte anche in Italia. Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. Inoltre la legge italiana sul controllo dell’esportazione importazione e transito dei materiali di armamento (L.185/90), proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani. Per questo motivo Save the Children ha lanciato una petizione on line (www.savethechildren.it/StopArmi) per fermare immediatamente la vendita di armi italiane usate contro i bambini in Yemen attualmente prodotte presso la RWM, in Sardegna.

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Save the Children: 85.000 bambini morti per fame dall’inizio del conflitto

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 novembre 2018

Circa 85.000 i bambini sotto i cinque anni potrebbero essere morti per fame o malattie gravi dall’inizio dell’escalation del conflitto in Yemen. Questa la denuncia di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, che sulla base di un’analisi di dati delle Nazioni Unite stima siano queste le vittime al di sotto dei cinque anni ad aver perso la vita tra aprile 2015 e ottobre 2018. Dopo quasi quattro anni dall’inizio del brutale conflitto nello Yemen, l’ONU ha dichiarato che circa 14 milioni di persone sono a rischio di carestia. Un numero aumentato drammaticamente da quando la coalizione guidata dai sauditi e dagli Emirati ha imposto un assedio di un mese dello Yemen poco più di un anno fa. Da allora, le importazioni commerciali di cibo attraverso il porto di Hodeidah si sono ridotte di oltre 55.000 tonnellate al mese, una quantità di cibo sufficiente per soddisfare i bisogni solo del 16% della popolazione del paese: 4,4 milioni di persone, tra cui 2,2 milioni di bambini. Qualsiasi ulteriore calo delle importazioni potrebbe probabilmente portare direttamente alla carestia. “Circa 85.000 bambini nello Yemen potrebbero aver perso la vita a causa della fame estrema dall’inizio della guerra. Per ogni bambino ucciso da bombe e proiettili, dozzine stanno morendo di fame e si potrebbe prevenire. I bambini che muoiono in questo modo soffrono immensamente: le loro funzioni vitali rallentano e alla fine si fermano, i loro sistemi immunitari sono così deboli che sono più inclini alle infezioni e sono talmente fragili che non riescono nemmeno a piangere. I genitori possono solo rimanere a guardare i loro bambini che stanno morendo senza poter fare nulla”, denuncia Tamer Kirolos, Direttore di Save the Children in Yemen. “Nonostante le difficoltà, salviamo vite ogni giorno: abbiamo fornito cibo a 140.000 bambini e curato più di 78.000 bambini per malnutrizione dall’inizio della crisi”.
Combattimenti, assedi e burocrazia hanno costretto Save the Children a portare rifornimenti necessari diretti al nord del paese passando attraverso il porto meridionale di Aden. Di conseguenza, possono essere necessarie fino a tre settimane affinché gli aiuti raggiungano le persone che ne hanno più bisogno, anziché la settimana che sarebbe necessaria se il porto di Hodeidah fosse pienamente operativo. Nelle ultime settimane sono inoltre aumentati drammaticamente gli attacchi aerei su Hodeidah e i combattimenti a Taiz, Saada e Sanaa. “Nelle scorse settimane ci sono stati centinaia di attacchi aerei a Hodeidah e dintorni, mettendo in pericolo le vite di circa 150.000 bambini ancora intrappolati nella città. Save the Children chiede la fine immediata dei combattimenti, per non perdere ulteriori vite umane. I bambini in Yemen sono sull’orlo del baratro ed è necessario fornire loro al più presto alimenti ad alto contenuto di nutrienti per salvarli”, continua Tamer Kirolos. Secondo le Nazioni Unite si stima che 400.000 bambini soffriranno di grave malnutrizione acuta, la forma più letale di fame estrema, nel 2018, 15.000 in più rispetto al 2017.Save the Children lavora in Yemen dal 1963, la prima organizzazione internazionale a operare nel paese. Opera a livello nazionale e locale per promuovere e proteggere i diritti dei bambini, con programmi di educazione, protezione, salute, nutrizione, igiene, igiene, mezzi di sussistenza e sicurezza alimentare.

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Yemen: 6.000 bambini uccisi o gravemente feriti in oltre 3 anni di conflitto

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 novembre 2018

“Il numero crescente di appelli per un cessate il fuoco nello Yemen e la ripresa dei colloqui politici, offrono un barlume di speranza ai bambini yemeniti affinché la pace possa un giorno tornare nel loro paese.Eppure i combattimenti continuano e sono i bambini a sopportare le conseguenze di una guerra dichiarata dagli adulti – vivendo in comunità devastate dalla violenza, dal colera e dalla malnutrizione. Paura e dolore che durano tutta la vita sono stati incisi nei loro giovani cuori.I bambini hanno sofferto terribilmente durante più di tre anni di conflitto – almeno 6.000 sono stati uccisi o gravemente feriti dai combattimenti, mentre oltre 11 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere.
I servizi di base come l’acqua, l’assistenza sanitaria e i servizi igienico-sanitari sono praticamente crollati, e con l’economia in caduta libera, le famiglie non possono permettersi di sfamare i propri figli o di portarli alle strutture sanitarie. Nello Yemen, un bambino muore ogni 10 minuti per cause prevenibili, tra cui la malnutrizione e le malattie a prevenibili con i vaccini.”È mia sincera speranza che, mentre il Consiglio di sicurezza si è riunito (ieri) per discutere dello Yemen e riprendere i colloqui politici nelle prossime settimane, le parti in conflitto e coloro che hanno influenza su di loro ascoltino gli appelli per una pace duratura e pongano gli interessi dei bambini yemeniti davanti e al centro. Tutti i bambini hanno bisogno di pace”.

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Sudan del Sud: le parti in conflitto si accordano per la divisione del potere

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 agosto 2018

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha reagito con molto scetticismo alla firma del nuovo accordo di pace per il Sudan del Sud. Dopo il fallimento dell’accordo di pace del 2015, lo scorso 5 agosto il presidente del Sudan del Sud Salva Kiir e il leader dell’opposizione nonché ex-vicepresidente Riek Machar si sono incontrati della capitale sudanese Khartoum per firmare alla presenza di diversi capi di stato africani un nuovo accordo di pace che dovrebbe mettere fine a cinque anni di sanguinosa guerra civile. L’accordo, che regola la suddivisione del potere nella giovane nazione africana, prevede che l’attuale presidente Salva Kiir mantenga la sua carica presidenziale mentre il leader dei ribelli Riek Machar venga reintegrato nel governo di unità nazionale come primo vicepresidente.La suddivisione del potere stabilita con la nuova intesa ripropone quindi le stesse persone che già prima della guerra ricoprivano quelle stesse cariche e la cui lotta per il potere ha di fatto trascinato il paese in una guerra civile in cui sono morte oltre 50.000 persone e, oltre ad aver raso al suolo il paese, ha messo in fuga 2 milioni di abitanti su una popolazione di 12 milioni.Secondo l’APM, le basi su cui dovrebbe poggiare l’augurabile pace duratura nel paese sono quindi molto deboli. Non solo perché il paese continuerà ad essere governato da coloro che per la propria brama di potere hanno scatenato la guerra ma anche perché il governo dei vicini Kenya, Uganda e Egitto sembrano poco interessati a porre fine alle violenze e a impegnarsi per una vera pace in Sudan del Sud, e, in ultimo, perché la suddivisione di potere fissata dalla nuova intesa lascia poco spazio al perseguimento giuridico dei crimini commessi. Entrambe le parti in causa sono infatti accusate di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Reinsediati nelle loro posizioni di potere è difficile pensare che i due leader permetteranno indagini serie, è invece più probabile che ognuno tenterà di bloccare le indagini sui crimini commessi dal proprio schieramento. Senza una reale giustizia per tutte le vittime del conflitto, a qualunque schieramento appartenessero, è difficile pensare che le violenze nel paese possano cessare definitivamente.Con gli accordi di pace del 2015, poi falliti, l’Unione Africana (UA) era stata incaricata di istituire una corte penale mista che indagasse sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi da entrambi gli schieramenti. Finora nulla è stato fatto e ad una precisa domanda in tal senso dell’ambasciatore statunitense in Sudan del Sud, il ministro per la giustizia sudsudanese ha laconicamente risposto che il governo “ne sta conversando con l’UA”.

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Settimo anno di conflitto in Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 13 marzo 2018

L’implacabile sofferenza dei civili siriani evidenzia il vergognoso fallimento della volontà politica di trovare una soluzione, di fronte ad un nuovo tracollo nel lungo conflitto in Siria, che questo mese giunge al suo sconfortante settimo anniversario, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi nella giornata di venerdì.
Sette anni di combattimenti hanno provocato centinaia di migliaia di vite, indotto 6,1 milioni di persone a fuggire dalle proprie case in Siria e costretto 5,6 milioni di rifugiati a cercare sicurezza nei paesi limitrofi della regione.Le condizioni affrontate dai civili in Siria non sono mai state così gravi, con il 69% che langue in condizioni di estrema povertà. La percentuale di famiglie che spendono più della metà del proprio reddito annuale per il cibo è salita al 90%, mentre i prezzi alimentari sono in media otto volte più alti dei livelli pre-crisi. Circa 5,6 milioni di persone soffrono di condizioni potenzialmente letali in termini di sicurezza, diritti fondamentali o standard di vita e richiedono un’assistenza umanitaria urgente.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, insieme ai partner umanitari, sta compiendo ogni sforzo per portare soccorso alle persone bisognose all’interno del paese, ma l’accesso alle popolazioni in aree assediate e difficili da raggiungere rimane tristemente inadeguato. Uno sviluppo positivo è rappresentato dal convoglio umanitario che il 5 marzo è riuscito a portare aiuti alla popolazione assediata di Duma nella Ghouta orientale. Tuttavia, i bombardamenti in corso hanno costretto i camion a partire prima che metà del cibo destinato alla popolazione affamata potesse essere scaricata e i tentativi dell’UNCHR di tornare indietro sono stati vanificati.L’UNHCR e altri attori umanitari continuano a essere disponibili ad attivarsi in ogni momento e sono ansiosi di fornire aiuti essenziali a centinaia di migliaia di persone intrappolate in condizioni di disperato bisogno all’interno della Ghouta orientale e in altre parti assediate del paese.”Anche in guerra, ci sono regole che tutte le parti devono rispettare. In Siria, anche l’opzione di abbandonare le aree di conflitto per trovare sicurezza in altre parti del paese è sempre meno praticabile. L’accesso umanitario a chi è in condizioni di bisogno deve essere garantito. Alla persone deve essere consentito di partire per cercare rifugio e i civili e le infrastrutture civili, tra cui ospedali e scuole, devono essere protetti a tutti i costi”, ha dichiarato Grandi.
La pericolosa situazione all’interno dei confini siriani, nel frattempo, infrange le speranze di milioni di rifugiati siriani che vivono in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq che sognano di tornare a casa non appena le condizioni di sicurezza lo permettano.”Considerato che in alcune parti della Siria gli scontri sono più feroci che mai, i rifugiati sono comprensibilmente ancora troppo spaventati per fare ritorno”, ha dichiarato Grandi. L’UNHCR sta approntando i preparativi per assistere i rimpatri, ma la situazione della sicurezza deve migliorare considerevolmente prima che possano verificarsi.Nel frattempo, per milioni di siriani in esilio le condizioni diventano sempre più disperate, con la stragrande maggioranza dei rifugiati che vive al di sotto della soglia di povertà. Oltre tre quarti dei rifugiati nelle aree urbane della Giordania e del Libano non sono in grado di soddisfare le loro esigenze in termini di accesso a cibo, alloggio, salute o istruzione di base.
La percentuale di bambini rifugiati che riescono ad andare scuola è aumentata negli ultimi anni, tuttavia 1,7 milioni rifugiati siriani in età scolastica, pari al 43 per cento, sono ancora esclusi dall’accesso all’istruzione. I sistemi nazionali delle scuole pubbliche nei paesi ospitanti stanno facendo i doppi turni per accogliere gli studenti siriani e hanno bisogno di molto più sostegno.”Mentre ci si concentra sulla devastazione in Siria, non dovremmo dimenticare l’impatto sulle comunità di accoglienza nei paesi limitrofi e l’effetto che tanti anni di esilio hanno avuto sui rifugiati”, ha dichiarato Grandi. “Finché non c’è una soluzione politica al conflitto, la comunità internazionale deve intensificare i propri investimenti nei paesi ospitanti”.L’Alto Commissario ha sottolineato l’imminente conferenza internazionale sul Sostegno al futuro della Siria e della regione che si terrà a Bruxelles il 24 e 25 aprile: secondo Grandi la conferenza deve tradursi in impegni seri di sostegno finanziario e di supporto allo sviluppo.
Nel corso degli anni, il sostegno dei donatori è stato generoso, ma è necessario fare molto di più. A dicembre dello scorso anno, le agenzie delle Nazioni Unite e circa 270 partner delle ONG hanno pubblicato il Piano regionale per i rifugiati e la resilienza (3RP) del 2018, un piano da 4,4 miliardi di dollari destinato a sostenere sia i rifugiati che i membri delle comunità che li ospitano. Ma il divario tra i bisogni e le risorse disponibili rimane ampio. Nel 2017, la risposta internazionale ha coperto solo la metà dei finanziamenti richiesti.L’Alto Commissario è attualmente in Libano, dove ha trascorso tre giorni incontrando alti funzionari governativi e alcuni esponenti tra il milione di rifugiati registrati che vivono lì. Ha elogiato la generosità del paese nell’ospitare quasi lo stesso numero di siriani di tutta l’Europa messa insieme, ma ha avvertito che l’inadeguato sostegno internazionale sta aumentando la vulnerabilità tra i rifugiati e le comunità locali in cui vivono.

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Yemen: 1.000 giorni di conflitto. La più grave crisi umanitaria al mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 31 dicembre 2017

Yemen“Il tragico traguardo dei 1.000 giorni di guerra in Yemen è stato superato. Con l’acuirsi delle violenze negli ultimi giorni, i bambini e le loro famiglie hanno continuano ad essere uccisi in attacchi e bombardamenti. Da oltre 1.000 giorni a causa di brutali violenze le famiglie sono costrette a lasciare le proprie case. 1.000 giorni senza cibo sufficiente e acqua potabile. 1.000 giorni durante i quali gli ospedali sono stati bombardati e le scuole danneggiate. 1.000 giorni di bambini reclutati per combattere. 1.000 giorni di malattie e morti… di sofferenze inimmaginabili.Il conflitto in Yemen ha creato la peggiore crisi umanitaria al mondo – una crisi che ha coinvolto tutto il paese. Il 75% circa delle popolazione dello Yemen ha urgente bisogno di assistenza umanitaria, compresi 11,3 milioni di bambini che senza quest’assistenza non possono sopravvivere. il 60% almeno degli Yemeniti vive in condizioni di insicurezza alimentare e 16 milioni di persone non hanno accesso ad acqua pulita e servizi igienici adeguati. Molti altri non hanno accesso a servizi sanitari di base. Meno della metà delle strutture sanitarie dello Yemen è pienamente funzionante e lo staff medico non riceve lo stipendio da mesi.
Il conto terribile della devastazione del conflitto in Yemen riflette soltanto ciò che già sappiamo. In realtà, probabilmente, la situazione peggiorerà. Le agenzie delle Nazioni Unite non hanno pieno accesso umanitario ad alcune delle comunità tra le più duramente colpite. Molti di noi, non possono nemmeno verificare quali sono i bisogni di queste persone. Quel che sappiamo è che in Yemen la crisi è diventata rapidamente una catastrofe.Negli ultimi giorni sono stati fatti alcuni progressi con le prime importazioni commerciali di carburante presso il porto di Hudayadah, successivo alle recenti yemen crisi umanitariaimportazioni commerciali di cibo. È importante che queste scorte non vengano sprecate, dato che le restrizioni sulle importazioni di carburante hanno causato il raddoppio dei prezzi di carburante diesel, minacciando l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e alle cure mediche urgenti. In troppi ospedali si registra la mancanza di carburante per i generatori che ne consentono l’operatività. Le stazioni per il pompaggio dell’acqua che servono oltre 3 milioni di persone stanno rapidamente rimanendo senza il carburante di cui hanno bisogno per restare in funzione, mentre il prezzo dell’acqua importata è aumentato di 6 volte. L’acqua sicura non è più economicamente sostenibile per oltre i due terzi degli yemeniti che vivono in povertà estrema. Tutto questo rischia di sopraffare gli sforzi in corso per contenere le epidemie di difterite, colera e diarrea acquosa acuta.
Restiamo impegnati per aiutare le persone dello Yemen: abbiamo raggiunto circa 6 milioni di persone con acqua pulita, distribuito 3,7 milioni di litri di carburante per gli ospedali pubblici, curato oltre 167.000 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave, distribuito oltre 2.700 tonnellate di medicine e scorte mediche, vaccinato 4,8 milioni di bambini contro la polio e fornito assistenza alimentare a circa 7 milioni di persone in un mese. In Yemen oggi, chiunque sia un caso sospetto di colera e ha la possibilità di accedere ai servizi sanitari ha il 100% delle possibilità di sopravvivere.Ma le condizioni stanno peggiorando, con il rischio di sopraffare la nostra capacità di risposta. Se non avremo un accesso più ampio e le violenze non si arrestano, il costo in termini di vite sarà incalcolabile. Per questo chiediamo ancora una volta alle parti coinvolte nel conflitto di consentire immediatamente un pieno accesso umanitario in Yemen e di terminare i combattimenti. Le famiglie dello Yemen non dovrebbero vivere un giorno in più di guerra, figuriamoci altri 1.000 giorni.”

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Banche conflitto Bankitalia/Consob: Irrisolvibile? Risparmiatori in balia del caso?

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

consobScambio di accuse, in ambito di Commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, sulla scarsa e superficiale informazione ricevuta da Consob da parte di Bankitalia relativamente ai “problemi” di Veneto Banca per l’aumento di capitale del 2013. Bankitalia dice che erano sufficienti perche’ Consob intervenisse, quest’ultima dice di no.Un rimpallo di responsabilita’ che, alla fine mette in evidenza il maggiore problema di tutto il nostro sistema di controlli incrociati, e ce lo dice proprio Bankitalia: sottolineando di effettuare circa 250 ispezioni l’anno “e gli esiti … li inviamo ma non tutti i verbali… Ogni rapporto sono 50 pagine più gli allegati e non possiamo inondare la Consob ….. Per questo inviamo l’esito dell’ispezione quando riteniamo ci siano profili rilevanti per l’altra Autorità”. Ovviamente un minimo di soggettiva discrezionalita’ di Bankitalia in questi passaggi non puo’ non esserci, ma la vicenda Veneto Banca ci dice che, nella fattispecie, e’ stata letale grazie al vaglio dell’altra soggettiva discrezionalita’ (Consob). Veneto Banca ha quindi continuato a fare quello che ha fatto a danno dei risparmiatori/investitori. Quindi c’e’ qualcosa che non funziona nel meccanismo, e cosa viene fatto/proposto per farvi fronte? Per ora c’e’ una commissione parlamentare chedovrebbe fotografare situazione ed eventuali resposabilita’ (comunque gia’ acclarate visto che, pur se in maniera disperata, sono in corso tentativi di rimborso a chi e’ rimasto incastrato nella truffa).
A noi sembra che i risparmiatori siano in balia del caso… dando sempre per scontata la buona fede di tutti gli attori di controllo. Si puo’ uscire da questo caso? Metodi e tecnologia per farlo ce ne sono a iosa, ma -al momento, commissioni parlamentari o meno e elezioni politiche imminenti- ci si permetta di dubitare che manchi l’essenzialita’ di un’azione del genere, cioe’ la volonta’ politica ed economica.(Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Da 6 anni la Siria è intrappolata in un terribile conflitto che non risparmia nessuno

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 aprile 2017

siriaDonne, uomini, bambini, anziani, la cui vita è distrutta dalla guerra. Il numero di morti, feriti e sfollati è drammatico.Strutture sanitarie sotto attacco, medici uccisi, feriti o fuggiti dal paese, persone che non vanno in ospedale per paura di essere colpite. Malattie che si possono prevenire o curare, ora portano alla morte. Siamo preoccupati perché a causa dell’intensificarsi del conflitto la maggior parte dei bambini non è stata vaccinata ed è a rischio per malattie come morbillo, rosolia, tetano o polmonite. Abbiamo riscontrato anche il ritorno di gravi malattie come la poliomielite ormai debellata da anni. C’è un disperato bisogno di cure mediche. Nonostante i limiti di accesso al paese, gestiamo direttamente 4 strutture sanitarie in Siria settentrionale e ne sosteniamo altre 150 in tutta la Siria. Tutto il nostro impegno è per fornire la migliore assistenza medica possibile: curiamo feriti di guerra e chi ha subito gravi traumi psicologici, assistiamo chi è affetto da malattie croniche e vacciniamo i bambini per prevenire la diffusione di epidemie.Le persone sono in condizioni estreme, lottano per sopravvivere. In questo dramma senza fine i Medici senza frontiere sono in prima linea.

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Yemen: rapporto a due anni dall’inizio del conflitto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 marzo 2017

YemenDopo due anni di brutale conflitto, le famiglie in Yemen devono ricorrere sempre più a misure estreme per sostenere i loro bambini, ha detto l’UNICEF in un rapporto pubblicato oggi, quando la guerra nel paese più povero del Medio Oriente entra nel suo terzo anno. Il numero di persone estremamente povere e vulnerabili è altissimo: circa l’80% delle famiglie ha debiti e metà della popolazione vive con meno di 2 $ al giorno.Citando dati verificati delle Nazioni Unite, il rapporto UNICEF “Falling through the Cracks” sottolinea che solo nell’ultimo anno:
• Il numero di bambini uccisi è aumentato da 900 a più di 1.500;
• Il numero di bambini feriti è quasi raddoppiato, da 1.300 a 2.450;
• Il numero di bambini reclutati nei combattimenti è passato da 850 a 1572;
• Gli attacchi alle scuole sono più che quadruplicati, da 50 a 212;
• Gli attacchi contro gli ospedali e le strutture sanitarie sono aumentati di un terzo, da 63 a 95.
I meccanismi di adattamento sono stati gravemente erosi dalla violenza, che ha trasformato lo Yemen in una delle più grandi emergenze al mondo per quanto concerne la sicurezza alimentare e la malnutrizione. Le famiglie mangiano molto meno, scelgono cibo meno nutriente o saltano i pasti. Quasi mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione acuta grave – in aumento del 200% dal 2014 – e aumenta il rischio di carestia.
Visto che le risorse delle famiglie diminuiscono, sempre più bambini vengono reclutati dalle parti in guerra e spinti a matrimoni precoci. Oltre due terzi delle ragazze si sposano prima dei 18 anni; prima dello scoppio della crisi la percentuale era del 50%. E i bambini sono sempre più utilizzati dalle parti in conflitto come combattimenti.
Il sistema sanitario dello Yemen è sull’orlo del collasso: quasi 15 milioni di uomini, donne e bambini non hanno accesso alle cure sanitarie. Un’epidemia di colera e diarrea acuta legata all’acqua nell’ottobre 2016 continua a diffondersi, con oltre 22.500 casi sospetti e 106 morti. Circa 1.600 scuole non possono più essere utilizzate, perché sono state distrutte, danneggiate, o perché ospitano famiglie sfollate o perché occupate dalle parti in conflitto; almeno 350.000 bambini non vanno a scuola a causa delle dirette conseguenze del conflitto; complessivamente oltre 2 milioni di bambini sono fuori dalla scuola. “La guerra in Yemen continua a mietere le vite dei bambini e il loro futuro”, ha detto Meritxell Relaño, Rappresentante UNICEF in Yemen. “I combattimenti senza sosta e la distruzione hanno segnato i bambini per tutta vita“.
L’UNICEF, insieme con i partner, continua a fornire urgenti aiuti salva-vita per i bambini più vulnerabili, tra cui vaccinazioni, alimenti terapeutici e cure per il trattamento della malnutrizione grave, sostegno all’istruzione, supporto psico-sociale e assistenza in denaro.

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Conflitto in Sud Sudan

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 luglio 2016

sud sudanIl conflitto in corso in Sud Sudan, scoppiato l’8 luglio tra fazioni rivali fedeli a Salva Kiir e Riek Machar, ha finora costretto 37.491 persone a fuggire dal paese per rifugiarsi in Uganda. In altri termini: il numero di rifugiati arrivati in Uganda nelle ultime tre settimane è più alto del numero di quelli arrivati nella prima metà del 2016 (33.838).
Il 25 luglio sono arrivati in Uganda circa 2.442 rifugiati Sud Sudanesi: 1.213 di loro sono fuggiti attraversando la frontiera ad Elugu nei pressi di Amuru, 247 hanno attrversato la frontiera a Moyo, 57 a Lamwo e 370 a Oraba. Le rimanenti 555 persone sono state accolte nel campo di Kiryandongo. Oltre il 90 per cento degli arrivi sono donne e bambini. I nuovi arrivati provengono dalla regione di Eastern Equatoria, da Juba e da altre zone del Sud Sudan.Dai primi giorni di luglio la violenza in Sud Sudan è in diminunzione, tuttavia le condizioni di sicurezza rimangono instabili. I nuovi arrivati in Uganda hanno segnalato combattimenti in corso ma anche saccheggi, incendi di case e omicidi di civili perpetrati dalle milizie armate. Alcune donne e bambini hanno dichiarato al personale UNHCR che le milizie armate le hanno costrette a separarsi dai loro mariti o padri e che, in base a quanto riferito, stanno portando avanti operazioni di reclutamento forzato degli uomini, impedendo loro di attraversare la frontiera.La situazione è estremamente preoccupante. Dieci giorni fa arrivavano in media 1.500 persone al giorno. Nelle scorse settimane il numero è salito a 4.000 ed è possibile che gli arrivi aumentino ulteriormente.Questo flusso sta mettendo a dura prova la capacità di accoglienza dei centri di raccolta, di transito e di accoglienza, che sono troppo piccoli. Durante il weekend le organizzazioni umanitarie si sono adoperate per decongestionare i centri di raccolta ed hanno installato rifugi temporanei per aumentarne la capienza. L’UNHCR e ha incrementato il suo staff e messo a disposizione nuovi camion e bus.
Nella situazione di picco, oltre 11.000 rifugiati erano accolti a Elegu, nel nord dell’Uganda, in un compound equipaggiato per accogliere circa 1.000 persone. Durante il weekend il centro è stato significativamente decongestionato, con solo 300 persone che vi hanno dormito la scorsa notte. Molti rifugiati sono stati trasferiti presso il centro di transito di Nyumanzi, dove stanno ricevendo pasti caldi, acqua, alloggio e altri aiuti fondamentali, mentre altre persone sono state trasferite presso i centri di Pagirinya, recentemente ampliati.Le priorità al momento sono la gestione e l’ampliamento dei centri di accoglienza e della nuova zona di insediamento. È stata identificata una nuova zona di insediamento nel distretto di Yumbe, la cui capienza potrebbe potenzialmente ospitare 100.000 persone. Si stano costruendo rifugi communi temporanei per ospitare i nuovi arrivati.La risposta umanitaria al flusso di rifugiati sudsudanesi in fuga è gravemente carente a causa di un grave sottofinanziamento. L’appello inter-agenzie è finanziato solo del 17%, il che costringe l’UNHCR e i suoi partner a provedere soltanto servizi di emergenza e attività salva-vita, e limita l’intera gamma di assistenza umanitaria che dovrebbe essere offerta.Il conflitto in Sud Sudan, scoppiato nel dicembre 2013, ha creato una delle situazioni più gravi di spostamento forzato e un’immensa sofferenza. Dentro il Sud Sudan, circa 1.69 milioni di persone sono sfollate, mentre fuori dal paese ci sono adesso 831.582 rifugiati sudsudanesi, soprattutto in Etiopia, Sudan e Uganda.

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Cinque anni di conflitto nel Kordofan meridionale, rifugiati ancora in fuga

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2016

sud sudanAd oggi nel 2016, più di 7.500 rifugiati sono arrivati a Yida nella parte settentrionale del Sud Sudan, nel governatorato Unità. In quest’area sono già ospitati circa 70.000 rifugiati, di cui circa 3.000 sono arrivati solo nel mese di Maggio. Con l’intensificarsi del conflitto, ci si aspetta che arrivino ancora più migliaia di persone nelle prossime settimane.I rifugiati, che provengono soprattutto dalle regioni di Heiban, Um Doreen e Al Boram, nelle Montagne di Nuba nel Kordofan meridionale, parlano di una crescente violenza, che include attacchi via terra e bombardamenti aerei. Gli ultimi arrivati dicono di essere fuggiti a causa della mancanza di cibo e di accesso all’istruzione, soprattutto nella zona di Um Doreein. La maggior parte delle persone arrivano in camion, mentre altre a piedi o in bicicletta, viaggiando fino a 7 giorni.I rifugiati arrivati questa settimana riferiscono che il conflitto si è recentemente spostato verso la zona nord-est del Kordofan meridionale, che alcune persone sono intrappolate nelle zone di conflitto, da dove non riescono a fuggire. Circa il 90% degli ultimi arrivi sono donne e bambini. 1 bambino ogni 10 è da solo o senza un membro del suo nucleo famigliare.Nel centro di transito di Yida, l’UNHCR e i suoi partner forniscono assistenza immediata per i nuovi arrivati, che include pasti caldi, acqua, vaccini contro morbillo, un luogo dove riposare e poter ricevere altri aiuti. I rifugiati sono registrati per assicurare che coloro che si trovano in situazioni di rischio o con bisogni specifici siano velocemente identificati e assistiti.Da Yida, dopo pochi giorni i rifugiati sono trasferiti con autobus verso Ajuong Thok, un campo stabilito nel 2013 con l’obiettivo di alleviare la pressione e il sovraffollamento. Lì, sono provvisti di teli di plastica e pali per costruire un rifugio temporaneo. Vengono forniti anche kit da cucina, zanzariere, coperte, materassini e cibo. I minori non accompagnati o separati dalle loro famiglie, sono ricongiunti con le proprie famiglie o dati in affidamento.Circa 41.000 rifugiati sudanesi vivono già a Ajuong Thok, e il campo ha quasi raggiunto la sua capienza massima (46.000 persone). L’UNHCR e i suoi partner stanno allargando la struttura del campo per rispondere alle esigenze di una popolazione in crescita. Abbiamo istallato sei cisterne supplementari di acqua, costruito centinaia di latrine, aperto una scuola primaria e ne stiamo costruendo un’altra. Stiamo stabilendo un nuovo campo a Pamir, circa 50 km a sud dal confine, per ricevere i nuovi arrivati e i rifugiati che hanno vissuto a Yida negli ultimi cinque anni.Mentre l’afflusso di rifugiati continua, i servizi diventano sempre più ridotti. Nelle ultime quattro settimane, l’acqua a disposizione é diminuita da 19 litri al giorno per persona a 16 litri. Le scuole sono diventate estremamente sovraffollate, con più di 100 studenti che condividono la stessa classe. È stato finanziato soltanto il 17% delle operazioni dell’UNHCR in Sud Sudan, e i servizi e la loro qualità è inevitabilmente a rischio.Dall’inizio della guerra nelle Montagne di Nuba nel 2011, circa 250.000 rifugiati sudanesi sono fuggiti verso il Sud Sudan, la maggior parte verso i governatorati di Unità e Alto Nilo. E’ necessario ora più che mai trovare una soluzione al conflitto e porre fine alla sofferenza. In Sud Sudan ci sono inoltre circa 1.69 milioni di sfollati interni.

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UNICEF: oltre 250.000 bambini colpiti dal conflitto in Colombia dal 2013

Posted by fidest press agency su martedì, 22 marzo 2016

colombiaSecondo un nuovo Rapporto dell’UNICEF, più di 250.000 bambini sono stati colpiti dal conflitto in Colombia dal 2013, quando sono iniziati i colloqui di pace tra il governo e il principale gruppo di opposizione armata del paese (FARC-EP). Si stima che circa 1.000 bambini siano stati utilizzati o reclutati da gruppi armati non statali durante lo stesso periodo.
“Mentre i negoziati di pace per porre fine a mezzo secolo di guerra in Colombia proseguono, è indispensabile che gli interessi dei bambini e la loro protezione siano una priorità “, ha detto Roberto De Bernardi, rappresentante UNICEF in Colombia. “Nessun bambino in Colombia oggi sa che cosa vuol dire vivere in un paese in pace. E’ il momento di voltare pagina”.
Il rapporto “Infanzia in tempo di guerra: i bambini della Colombia conosceranno finalmente la pace?”, sottolinea che i colloqui di pace hanno contribuito a migliorare la situazione: tra il 2013 e il 2015, il numero di bambini uccisi o feriti da mine e ordigni inesplosi è dimezzato, mentre il numero dei bambini sfollati è diminuito del 40%. Tuttavia, in questo stesso periodo, la violenza diffusa e la lotta senza soste tra le diverse parti in conflitto hanno continuato a mettere la vita dei bambini a rischio. Secondo i dati nazionali e delle Nazioni Unite:
– oltre 230.000 bambini sono sfollati;
– almeno 75 bambini sono stati uccisi e altri 180 feriti;
– quasi 130 bambini sono stati uccisi o feriti da mine e ordigni inesplosi;
– almeno 180 bambini sono stati vittime di violenza sessuale;
– 65 scuole sono state danneggiate dai combattimenti o utilizzati per scopi militari;
– almeno 10 insegnanti sono stati uccisi.
Secondo il rapporto UNICEF la fuga forzata, l’insicurezza, la paura del reclutamento, la minaccia della violenza sessuale e la presenza di mine antiuomo hanno costretto i bambini ad abbandonare la scuola. I bambini che vivono nelle zone di conflitto rappresentano il 40% del numero dei bambini in età primaria e secondaria inferiore che non va a scuola.
“Anche se l’accordo di pace dovesse essere firmato domani, i bambini continueranno ad essere a rischio di tutti i tipi di violazioni, tra cui il reclutamento, le mine e lo sfruttamento sessuale”, ha detto De Bernardi. “A meno che questi bambini non ricevano il sostegno materiale e psicologico di cui hanno bisogno, le prospettive di una pace duratura resteranno deboli”.
Invitando le parti in conflitto a mettere al primo posto gli interessi dei bambini, l’UNICEF sottolinea che:
– I bambini associati a gruppi armati sono le prime e principali vittime. Hanno bisogno di essere protetti, riuniti con le loro famiglie; è necessario che venga loro offerto il sostegno di cui hanno bisogno per il loro reintegro nella società.
– La liberazione di tutti i bambini al di sotto dei 18 anni da parte di gruppi armati non dovrebbe essere subordinata all’esito dell’accordo di pace.
– Se i bambini colpiti non avranno migliori opportunità, unirsi ai gruppi armati non-statali sarà l’unica speranza di sopravvivenza.
L’UNICEF collabora con i suoi partner in Colombia per aiutare i bambini a sviluppare le opportune conoscenze per proteggerli dalla violenza; forma le comunità sul rischio delle mine, promuove la pace e l’educazione civica, sostiene l’accesso alla giustizia e alla verità per i bambini.

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Il numero di rifugiati maliani in Niger ha raggiunto il picco più alto da quando è scoppiato il conflitto, nel 2012

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 novembre 2015

FCO 312 - Nigeria Travel Advice Ed2 [WEB]Migliaia di rifugiati sono fuggiti dal Mali orientale nelle ultime settimane, nonostante un accordo di pace tra il governo, una milizia lealista e una coalizione Tuareg ribelle sia stato firmato lo scorso giugno.Sebbene infatti la firma dell’Accordo di Algeri abbia segnato un importante passo avanti nel processo di pace in diverse zone del Mali, non ha fermato il flusso di persone verso il Niger. Questo sviluppo inaspettato desta preoccupazione e sta mettendo a dura prova la nostra operazione in Niger. Le persone che stanno arrivando in Niger dicono di essere fuggite da situazioni d’illegalità, estorsioni, di scarsità di cibo, di rivalità tra tribù, da scontri tra pastori e contadini e dal vuoto di potere che si è creato nell’est del paese in assenza di un governo forte, ma con una forte presenza militare.I rifugiati maliani in Niger erano circa 50.000 nel 2012-2013, al culmine della guerra civile, che si è conclusa quando francesi e maliani hanno sconfitto le forze ribelli. Dopo le elezioni presidenziali del 2013, l’UNHCR ha aiutato circa 7.000 rifugiati maliani a rimpatriare dal Niger.All’inizio dell’anno, erano 47.449 i rifugiati maliani registrati residenti in Niger, di cui circa 5.000 erano rifugiati urbani ad Ayorou e nella capitale Niamey, mentre il resto si trovava nei cinque campi per rifugiati delle regioni di Tillabéri e Tahoua.Il numero di arrivi è, però, cominciato ad aumentare durante l’anno, raggiungendo un nuovo picco a ottobre e inizio novembre, quando circa 4.000 rifugiati maliani hanno attraversato le regioni scarsamente popolate dell’est per raggiungere il Niger. Questo ha portato il numero totale di rifugiati registrati ad un record, pari a 54.000 presenze all’inizio di novembre, mentre altre 3.000 persone sono in attesa di registrazione.La maggioranza dei nuovi arrivati proviene dalle zone rurali delle regioni di Menaka e Anderaboukane. A Inates, dove di recente sono arrivati più di 2.000 maliani, alcune donne rifugiate hanno riferito di essere fuggite dai combattimenti tra le tribù di Idourfane e Daoussak. Hanno detto che i loro animali sono stati rubati, i loro bambini non potevano andare a scuola e le strutture pubbliche erano state danneggiate in assenza delle autorità nazionali.La situazione di perenne insicurezza delle zone rurali vicino Menaka e Ansongo ha avuto un impatto negativo anche sulla sicurezza alimentare della popolazione. Per coloro che dipendono dall’allevamento, l’accesso limitato ai terreni dei pascoli rappresenta una minaccia che mette a rischio la loro sussistenza. Fuggire in Niger in questi casi può rispondere ad una strategia di sopravvivenza.Nei campi per rifugiati in Niger, le abitazioni in tende sono state sostituite da case di fango, il che indica che le persone non si aspettano più di tornare nel proprio paese in tempi brevi. Il numero di persone che vogliono tornare nel Mali è irrisorio rispetto a quelli che si dirigono verso il Niger. Nei primi 10 mesi, abbiamo facilitato il rimpatrio volontario di 953 rifugiati. Nonostante questi ritorni, il numero di nuovi arrivi e l’aumento della popolazione rifugiata ha incrementato il numero totale di rifugiati di oltre il 10 per cento.Questo nuovo flusso e le cifre senza precedenti di rifugiati maliani rappresentano le sfide principali dell’UNHCR, che ha visto una continua riduzione dei fondi per le sue operazioni nella regione. La situazione che ci troviamo ad affrontare si sta evolvendo in una direzione opposta a quella che ci si aspettava: sta diventando infatti una condizione permanente piuttosto che un’emergenza.Tuttavia, per far fronte a questa sfida, i fondi a disposizione sono passati da 300 dollari a persona nel 2013 a meno di 150 nel 2016. Il fatto che diverse ONG che avevano fondi propri da investire abbiano lasciato il paese e che anche il supporto delle altre agenzie ONU è venuto meno, sta mettendo a dura prova la capacità del Niger di assorbire questo ulteriore flusso.Inoltre, quest’ultimo flusso arriva in un momento in cui l’UNHCR stava pianificando le operazioni di rimpatrio volontario delle persone o di supporto a percorsi di autosufficienza in Niger. I risultati fin qui raggiunti nei campi, compresi le iscrizioni alla scuola superiore, un buon livello di nutrizione e bassi livelli di povertà, sono ora minacciati dai nuovi arrivi e dal calo dei finanziamenti.

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Conflitto in Libia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2015

libiaIn Libia, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è riuscito nel corso dell’ultimo mese a distribuire aiuti a decine di migliaia di sfollati all’interno di Tripoli e nei suoi dintorni, oltre che nel sud-ovest. Ciò è avvenuto nonostante nel sud si siano verificati gli scontri più pesanti dalla ripresa della guerra civile, nel maggio del 2014. L’Agenzia tuttavia non è riuscita a raggiungere migliaia di altre persone bisognose e invita tutte le parti coinvolte a garantire l’accesso per le organizzazioni umanitarie.
Con l’escalation del conflitto a Sabha e Awbari nel sud ovest e nella zona di Kufra – un importante punto di transito nella zona sud orientale per trafficanti di beni e persone dall’Africa sub-sahariana – da fine luglio si sono spostate migliaia di persone, molte delle quali vivono in condizioni disperate e hanno urgente bisogno di cibo e anche di aiuti non alimentari.I combattimenti a Kufra, che si sono intensificati all’inizio di questo mese, coinvolgono le tribù rivali Tebu e Tuareg. L’area di Sabha, nel sud ovest della Libia, è stata colpita anche da violenze tribali. Gli scontri si sono spostati in città e l’8 agosto la situazione è peggiorata con gli scontri tra le milizie di Libia Dawn e i sostenitori del defunto presidente Muammar Gheddafi.
I combattimenti a Sabha hanno provocato la morte di un numero imprecisato di civili e costretto alla fuga più di 7.500 sfollati interni. Molte persone hanno ricevuto dalle milizie di Libia Dawn l’ordine di trasferirsi da un quartiere nel nord, mentre circa 5mila persone sono fuggite nella zona Tayoree a sud di Sabha e si sono trasferite in zone più sicure della città o in altre città, tra cui Wadi Shati, GiFra, Awabari e Tripoli.Gli sfollati interni hanno accesso limitato ai servizi, perché le possibilità di movimento sono estremamente limitate. Tuttavia l’UNHCR è riuscito, insieme a organizzazioni partner quali l’International Medical Corps, a portare aiuti non alimentari (set da cucina, materassini, coperte e tende) a 8.810 persone all’interno e nei dintorni di Sabha e Awbari. Il target dell’Agenzia era di oltre 15mila persone, ma ciò è stato impossibile a causa delle condizioni di insicurezza.
Nel contesto di questa grande operazione di distribuzione, l’UNHCR ha anche fornito assistenza a quasi 25mila persone a Tripoli e in altre aree costiere nella zona occidentale e nelle città interne di Wadi Shata e Jufra.
I combattimenti nella zona di Kufra hanno provocato la fuga di numerose persone e i bisogni nella regione, con servizi di base limitati e infrastrutture in cattive condizioni, sono urgenti. L’UNHCR non è stata in grado di raggiungere Kufra per problemi di sicurezza.
Si ritiene che più di 700 famiglie abbiano lasciato le proprie case dal 25 luglio per sfuggire ai nuovi scontri a Kufra in cui più di 50 persone sono morte e molte sono rimaste ferite. Tali persone hanno cercato protezione nelle zone limitrofe. Circa la metà vive in alloggi di fortuna e gli altri in un edificio in costruzione abbandonato. C’è urgente bisogno di generi alimentari e altri aiuti, e anche le risorse idriche sono insufficienti.Complessivamente nel 2015, l’UNHCR ha consegnato aiuti a circa 60mila sfollati. In tutta la Libia ci sono più di 400mila sfollati interni. L’Agenzia sta attualmente cercando il modo migliore per assistere centinaia di persone sfollate a causa dei combattimenti nella città costiera di Sirte, la città natale del defunto Muammar Gheddafi.

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Laurea honoris causa ad Amos Oz dalla Statale di Milano

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 luglio 2015

università studi milanoL’Università Statale di Milano ha approvato oggi la proposta di conferimento della laurea magistrale honoris causa in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale allo scrittore israeliano Amos Oz. Nato a Gerusalemme nel 1939, Amos Oz è uno dei massimi romanzieri contemporanei. La sua opera si caratterizza non solo per la grande qualità estetica, ma anche per il profondo impegno politico-morale, volto a favorire l’integrazione fra popoli e culture. Saggista, giornalista, docente di letteratura all’Università Ben Gurion del Negev, sin dal 1967 Oz si è battuto per una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, sostenendo la necessità di far convivere due Stati sullo stesso territorio. Testimone fedele e imparziale delle ferite e delle contraddizioni del suo paese, Oz è divenuto un prestigioso punto di riferimento per l’opinione pubblica più aperta e tollerante.Il conferimento della laurea honoris causa ad Amos Oz avverrà il 29 gennaio 2016 nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico della Statale di Milano.

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