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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘conseguenze’

“Le conseguenze del futuro”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 marzo 2019

Milano venerdì 15 marzo alle 18.30 presso la sede della Fondazione (viale Pasubio 5; Sala Polifunzionale) sul tema Comunità si terrà un meeting su Nuove società, nuove economie. A discuterne, moderati dal conduttore e autore radiofonico e teatrale Matteo Caccia, l’economista ed ex-ministro Fabrizio Barca, l’ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa e Marcio Pochmann, professore di economia all’Università Statale di Campinas.La comunità, come insieme di relazioni umane e spirito collaborativo, è il termometro della società: può rafforzarsi o deteriorarsi, incidendo sulla tenuta e la fibra della collettività. L’ingrediente fondamentale, che oggi è quanto mai urgente recuperare, è il senso comunitario e collettivo di bene comune, l’unico collante capace di ricomporre le fratture sociali causate dalle disuguaglianze economiche. Prende avvio da qui l’analisi dell’ex ministro Fabrizio Barca, che si focalizzerà sulla polarizzazione sociale, gli squilibri territoriali e il problema della disuguaglianza, esaminandone cause, prospettive e soluzioni, soprattutto nel macrosistema europeo.Si andrà quindi al cuore del rapporto economia-comunità con l’intervento dell’ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che delineerà il paradigma del socialismo all’inizio del XXI secolo per poi mettere a fuoco l’attuale panorama politico dell’Ecuador. A seguire Marcio Pochmann, candidato parlamentare per il Partito dei Lavoratori (PT) alle scorse elezioni presidenziali brasiliane, si concentrerà sulla storia politica e culturale recente del Brasile, a partire dall’ondata autoritaria che ha fatto notizia negli ultimi mesi. Infine, dal livello macro degli inquadramenti e delle riflessioni economico-politiche si arriverà al livello micro dell’esperienza sul campo, grazie alla testimonianza di buone pratiche offerta da Faircoop.Questo appuntamento rientra nel programma del FeltrinelliCamp, una due giorni che si terrà presso la Fondazione G. Feltrinelli in cui saranno chiamati a raccolta cento ricercatori e professionisti da tutta Europa impegnati in sessioni di lavoro e confronto sui temi chiave delle politiche economiche e delle nuove formule di cooperazione tra cittadini e istituzioni pubbliche e private, con l’obiettivo di condividere e promuovere iniziative, progetti e pratiche che mirano all’inclusione sociale e al benessere condiviso.
Le conseguenze del futuro proseguirà sui temi: Salute. Sulla nostra pelle, con Kate Pickett, professoressa di epidemiologia presso l’Università di York, e il direttore dello Human Technopole Iain Mattaj (23 aprile); Cibo. La giusta risorsa, con Raj Patel, economista, giornalista e attivista affiliato alla University of Texas, e il Vice Presidente Commissione Agricoltura Parlamento Europeo Paolo De Castro (7 maggio); Spazio. Le piazze del mondo, con Ash Amin, urbanista e geografo presso l’Università di Cambridge, in dialogo con Abderrahman Labsir, responsabile delle politiche giovanili e di inclusione sociale e membro del consiglio municipale della città di Mechelen, in Belgio, esempio di integrazione sociale e culturale fondata su processi partecipati di rigenerazione urbana (22 maggio).Tutti gli incontri sono a ingresso libero fino a esaurimento posti. http://www.fondazionefeltrinelli.it

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Immigrazione: Il governo sbaglia e i comuni ne pagano le conseguenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 luglio 2017

palazzo chigi«Il Governo italiano non scarichi sui Comuni il peso della sua insensata politica migratoria e sostenga il diritto a non emigrare dei popoli, affermato anche da Papa Benedetto XVI», è quanto dichiara il vicepresidente dell’Anci e sindaco di Pergola, Francesco Baldelli.«Sono i Comuni a pagare il prezzo più alto, dal punto di vista economico e di sicurezza, dell’accoglienza a tutti i costi voluta da Palazzo Chigi. Per rendersene conto chi ci governa dovrebbe scendere tra i cittadini che ci raccontano dei loro quotidiani problemi di povertà, disagio e insicurezza – continua il Sindaco del comune della Provincia di Pesaro e Urbino – L’atteggiamento del nostro governo non può essere quello di pietire perché gli altri Stati europei si facciano carico di migranti economici, fatti sbarcare in Italia da chi lucra su persone che saranno infine abbandonate a povertà e criminalità. L’Ue ha dimostrato di non accettare la politica delle ‘porte aperte a tutti’ che attira sempre più migranti economici e sempre meno profughi. Dovunque, tranne che in Italia, si è compreso che non si può finanziare l’invasione dei propri Stati ma occorre risolvere il problema alle origini: blocco navale e chiusura dei porti, riaffermando il diritto a non emigrare con un piano di sostegno economico nei territori africani. Se non lo comprenderà il governo Gentiloni scaricherà sulle città nuovi poveri, decretando la fine del welfare dei nostri comuni», conclude Baldelli.

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Voto anticipato e possibili disastrose conseguenze

Posted by fidest press agency su martedì, 6 giugno 2017

quirinaleAmmesso, e non ancora concesso, che Renzi, Berlusconi e perfino Grillo (ci sarebbe da ridere se non fosse che c’è molto da piangere) siano davvero d’accordo, sulla legge elettorale “finto tedesca”, ma soprattutto su l’anticipo delle elezioni, qui comunque si stanno facendo i conti senza l’oste. Che nello specifico porta il nome di Sergio Mattarella. Il quale, pur non avendo affatto il profilo del predecessore, e sentendosi autenticamente una “autorità disarmata”, anzi proprio per questo, non intende per nulla al mondo cedere un centimetro delle sue prerogative costituzionali, a partire da quella che lo vede decisore assoluto e solitario dello scioglimento delle Camere. E chi pensasse diversamente, commetterebbe un errore di valutazione politica tanto marchiano quanto fuorviante.Ergo, non è affatto detto che se anche le nuove regole elettorali fossero approvate in tempo utile (tra fine giugno e luglio) per andare alle urne in autunno, il presidente della Repubblica proceda a chiudere la legislatura senza colpo ferire. Anzi, per dirla meglio, è assai probabile che giocherà ogni carta possibile per evitare quello che tutti o quasi pensano sia un passo avventato e per di più privo di ogni utilità (anche e forse soprattutto per chi lo sollecita) e logica politica. Perché finora, al di là della voglia di rivincita di chi ha perso il referendum dopo esserselo interamente intestato – questione che ha a che fare più con la psicanalisi che con la politica – nessuno ha mai spiegato perché dovremmo anticipare di 4-5 mesi la naturale scadenza della legislatura. Forse anche perché nessuno dell’attuale maggioranza ha mai esplicitamente rivendicato fino in fondo il presunto diritto.Ma quali carte ha in mano il capo dello Stato, oltre la (non trascurabile) moral suasion? Diverse. Intanto avrà buon gioco a respingere al mittente la valutazione secondo la quale una nuova legge elettorale deve necessariamente comportare l’immediato scioglimento delle Camere. Prima di tutto perché una manciata di mesi non sono un tempo indefinito, ma ragionevole, se con essi si completa la legislatura e si compie in modo regolare la sessione di bilancio autunnale (non è casuale che si voti sempre in primavera). E poi perché il sistema di conteggio dei voti di cui si parla è con tutta evidenza un rabberciamento dei due mozziconi di legge rivenienti dalle sentenze della Corte Costituzionale, non una nuova legge elettorale che segna una netta discontinuità nel sistema politico, come fu nel 1994 quando Scalfaro mandò a casa il governo Ciampi.
Al di là di questo, e di altro, la vera questione su cui Mattarella può far leva per frenare i pruriti del voto anticipato è quella della manovra economica. Mentre si consolidano i timidi segnali di ripresa – sia i segnali sia la loro timidezza – scompaginare la sessione di bilancio che prevede di essere presentata entro il 15 ottobre per poi essere ratificata entro la fine dell’anno, sarebbe puro avventurismo. Tanto più che stavolta, anche al netto di ulteriori dosi di flessibilità che l’Europa dovesse concederci, la manovra non potrà che essere molto impegnativa. Insomma, di quelle che nessun politicante ha voglia di intestarsi, abituati come si è a considerare le cose serie elettoralmente improduttive, se non dannose. Sbagliando, perché in realtà Monti aveva grande consenso quando all’inizio del suo governo aveva messo le mani sul sistema pensionistico, mentre lo ha perso in seguito quando non ha continuato e soprattutto non ha saputo dare una prospettiva politica alla sua azione; viceversa Renzi il 40% alle europee non lo prese per gli 80 euro, che non hanno cambiato la vita a nessuno, ma per aver saputo offrire una speranza di cambiamento, che poi, una volta delusa, ha determinato la sua sconfitta nonostante le varie elargizioni.In ogni caso, ora i nodi della finanza pubblica sono venuti al pettine, ed è nella prossima manovra finanziaria che andranno sciolti. Di qui l’idea di chi si sente già di ritorno a palazzo Chigi di procrastinare a dopo il voto il letale appuntamento con la verità. Peccato che questo sia pericoloso, e non tanto per l’Europa – il rapporto con la quale andrà una buona volta regolato diversamente da quello che ci vede alternativamente (quando non contemporaneamente) genuflessi o (e) strafottenti – quanto per i mercati, che non vedono l’ora di poter tornare a menare le mani come nel 2011. Anche perché, non è affatto detto che l’esito del voto garantisca una qualche governabilità. E se dovesse scattare l’esercizio provvisorio di bilancio, è evidente che saremmo messi nudi al cospetto della speculazione finanziaria, con tutto quello che può significare per la nostra già gracile ripresa economica.Per questo, ci permettiamo di indicare al presidente Mattarella una strada che può o evitare le elezioni anticipate perché spaventa chi le vuole, o rivelarsi una forma di tutela nel caso malaugurato che alla fine si sia costretti ad andare alle urne in autunno: far decidere l’aumento dell’Iva dal governo Gentiloni, subito. Detta così può suonare male, ma la proposta ha una sua logica. Come sapete, l’Italia ha accettato clausole di salvaguardia in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di risanamento dei conti pubblici, tra cui un aumento dell’Iva pari a 19 miliardi per il 2018 e 23 per il 2019. A nostro avviso, piuttosto che cercare scappatoie o rabberciare manovrette, tanto vale riorganizzare le aliquote Iva, come peraltro hanno già fatto molti altri paesi, Germania in testa. Anche perché a Bruxelles indorare la pillola con la “narrazione”, stile #italiariparte, stavolta non ce lo fanno fare. E se proprio si deve rompere con l’Europa, tanto vale farlo sulle banche per sconfiggere il “partito del bail-in” che si annida tra Bruxelles, Francoforte e Berlino, ed evitare la catastrofe – non solo economica, ma anche politica – di dover mettere in risoluzione le due banche del Nordest o, peggio, il Montepaschi. Inoltre, qualcuno nel governo (i ministri Padoan e Calenda), Bankitalia e Confindustria avevano già rilanciato la proposta dell’Ocse di un innalzamento delle aliquote Iva anche ai fini di uno taglio del cuneo fiscale, anche se poi le barricate erette un po’ da tutti, Pd renziano in testa, hanno fatto accantonare l’idea.Eppure, l’aumento dell’Iva avrebbe il pregio di far lievitare un poco l’inflazione – ne abbiamo bisogno, dopo la ventata deflazionistica dei mesi scorsi – aiuterebbe a svalutare un pochino un debito pubblico che continua a crescere (nel 2017, secondo la Commissione Ue, ciò avverrà solo in Italia), rendendo meno onerosi gli interessi proprio ora che lo spread è tornato a 200 punti e che si intravede la fine della politica monetaria espansiva della Bce. Inoltre, graverebbe meno sui costi di produzione e dunque sull’export, unico vero traino della nostra economia. Certo, ritoccare le aliquote Iva non fa bene ai consumi. Su questo la Confcommercio ha ragione. Ma qui si tratta di valutare quale sia il male minore. Le simulazioni di Confindustria ci dicono che i danni maggiori derivano dal cuneo fiscale, non dall’Iva. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che in Italia abbiamo quattro aliquote (al 4%, al 5%, al 10% e al 22%), mentre, per esempio, in Germania solo due (al 7% e al 19%) e che, quindi, una riorganizzazione è opportuna. E questa può essere l’occasione buona. Anche perché la differenza tra gettito Iva potenziale e reale è intorno ai 40 miliardi, e questa “tassa occulta” va in qualche modo colpita. Insomma, se per evitare il rincaro dell’Iva si tagliano gli investimenti pubblici, aumentano le tasse sul lavoro e sugli immobili, si (s)vendono i gioielli di Stato, per poi distribuire i soldi a pioggia per comprare consenso, ben venga l’Iva. E ben venga come argine alle follie di una politica che non ha ancora capito che prezzo gli italiani intendano farle pagare alle prossime elezioni. Tanto più se anticipate.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Medicina diabete: abbandono della dieta mediterranea quali conseguenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2016

diabete_21-300x224Anche in Italia si sta assistendo ad un costante aumento delle persone che adottano diete prive di carne, quella vegetariana, o prive di qualsiasi derivato di origine animale, quella vegana. E’ un fenomeno non solo nazionale, ma globale, che registra quasi 5 milioni di persone che oggi in Italia adottano questi stili alimentari, numero destinato a salire nei prossimi anni. Questo cambiamento di alimentazione può coinvolgere anche pazienti con diabete di tipo 2 e richiede una valutazione del loro impatto sulla salute da parte degli specialisti.«Un’alimentazione corretta fa parte del percorso terapeutico delle persone affette da diabete mellito di tipo 2, spiega Giovanni De Pergola, responsabile dell’Ambulatorio di Nutrizione Clinica, UOC di Oncologia Universitaria, Policlinico di Bari. Diversi modelli alimentari hanno dimostrato di migliorare i parametri metabolici nel paziente con diabete: la dieta mediterranea, le diete vegetariane e vegane, le diete ipolipidiche e le diete povere in carboidrati. In particolare, la dieta mediterranea, soprattutto se associata ad una riduzione della quantità dei carboidrati, non soltanto riduce i livelli di emoglobina glicata, ma aumenta la percentuale dei casi di remissione da diabete e ritarda la necessità di ricorrere ai farmaci. D’altro canto, le diete vegana e vegetariana si sono mostrate più efficaci rispetto alle diete convenzionali proposte dalle società scientifiche diabetologiche su peso corporeo, controllo glicemico, lipidi plasmatici, sensibilità all’insulina, dovuta ad aumento di acido linoleico, e stress ossidativo, anche indipendentemente dalle modificazioni di peso. Nel confronto tra diete vegetariane e vegane va però considerato che i vegani possono manifestare un deficit clinicamente importante di vitamina B12 e dieta mediterraneaiodio.»«Ad oggi non sono disponibili studi che abbiano messo a confronto la dieta mediterranea con la dieta vegetariana o vegana, prosegue Silvio Settembrini, Board AME, Malattie Metaboliche e Diabetologia Asl Napoli 1 Centro, pertanto, non è possibile esprimere una preferenza chiara e su base scientifica per i pazienti con diabete tipo 2. Un’alimentazione vegana potrebbe ridurre il rischio di sovrappeso, obesità, cardiopatie ma anche accentuare il rischio di anemia, di carenza di calcio con osteoporosi e sviluppo di carenze vitaminiche e minerali. Un punto di vista condivisibile è che si possa raccomandare una dieta a prevalente quota vegetariana, con circa il 15% di proteine animali, importante soprattutto per i soggetti anziani che potrebbero risentire di un minor apporto proteico.Al di fuori delle valutazioni scientifiche e nutrizionali, un altro fattore molto importante da considerare è lo stile di vita del paziente. La dieta mediterranea, ad esempio, viene spesso suggerita oltre che per il maggior numero di dati scientifici a favore, anche perché è molto più vicina ai nostri gusti ed alle abitudini alimentari tradizionali. Il diabete è una malattia che condiziona tutta la vita del paziente in quanto necessita di una modifica delle sue abitudini, ma è parimenti noto quanto sia difficile modificare le scelte alimentari, soprattutto se corrispondono ad un modo di sentire e a scelte etiche.Quindi, in attesa di disporre di studi che confrontino l’impatto sul diabete di tipo 2 dei diversi regimi alimentari (dieta mediterranea, dieta vegetariana e vegana) è importante considerare le scelte alimentari delle persone con diabete, modificandole per garantire un’efficacia terapeutica ma cercando di non stravolgere eccessivamente le abitudini alimentari e la vita stessa del paziente».

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La giustizia in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 19 gennaio 2013

Ho scritto queste cose venti anni fa. Sta al lettore di oggi rilevare le eventuali diversità intro-dotte nel sistema giudiziario italiano e capire, come credo, quanto poco sia stato fatto per restituire al precetto giuridico la sua identità e il suo indirizzo nella realtà sociale e civile di un Paese che vorremmo definire a democrazia compiuta.
Come posso ampiamente rilevare la società contemporanea, da una parte, ha fatto tesoro delle esperienze passate, recenti e remote, maturate negli studi approfonditi degli studiosi del diritto che, a mio avviso, hanno inteso, in questo modo, tutelare l’ordinato evolversi della “comunità” rispetto ai suoi compositi impegni ai quali è, di volta in volta, chiamata. Alla base di questo modello “evoluto e specialistico”, offertoci dall’amministrazione della giustizia, vi è stata, da sempre, la convinzione che solo una “società” ordinata, secondo certi principi universalmente riconosciuti e accettati dalle genti che sceglievano di vivere in comunità e che tracciavano un’area autonoma di territorio dove costruire il loro avvenire, potesse offrire una base concreta sulla quale poter assicurare forza e determinazione ai suoi progetti unitari. Scrivevo, infatti: “La storia, per altro, ci insegna che là dove è venuta meno la giustizia e con essa l’autonomia del giudice dagli altri poteri forti dello Stato, vi è stato il collasso statuale e la crisi è diventata irreversibile fino alle sue estreme conseguenze con le dittature, lo Stato di polizia e via dicendo.” Ma la giustizia per essere valida non ha solo bisogno di buone leggi e quindi di un legislatore nato per essere “saggio, accorto e sensibile alle realtà del mondo che cambia”, ma deve far sentire la sua presenza facendo in modo che essa pervenga ai destinatari, attori o convenuti che siano, con tempestività, equità e uniformità di giudizio a prescindere dalle loro condizioni sociali, dal ceto e dal ruolo politico svolto. Ebbene in Italia, e in una certa misura anche nel resto del mondo industrializzato e non, stanno venendo meno questi presupposti perché si sta scivolando sul piano inclinato di una giustizia che si vuole al servizio di qualcuno, ad usum delphini e non nell’interesse generale. Questo malessere è avvertito un po’ da tutti. Scriveva nel 1986, tra l’altro, il Presidente pro tempore della Corte di Appello di Roma Carlo Sammarco: “Finora il cittadino italiano nutriva una sostanziale fiducia nei suoi giudici, pur essendo ripagato con disfunzioni e ritardi.” “Di recente ha mutato atteggiamento: esso è divenuto critico se non sospettoso nei confronti dell’istituzione giudiziaria.” La verità è che il giudice italiano è chiamato a rendere giustizia in una società che nel-l’ultimo trentennio si è profondamente trasformata e lo ha fatto ad un ritmo vertiginoso. L’avvento dello stato sociale, finalizzato a garantire a tutti i conso-ciati i benefici conseguiti attraverso lo sviluppo eco-nomico, ha comportato la tendenza alla socializ-zazione del diritto; nel contempo il processo di democratizzazione del sistema socio-economico, per effetto di una imponente moltiplicazione dei sog-getti economici sociali ed istituzionali, ha, a sua volta, sviluppato la tendenza al policentrismo del diritto, essendosi la funzione legislativa del Parla-mento rivolta alla composizione degli interessi ed alla regolamentazione dei poteri dei corpi intermedi e dei gruppi in competizione fra di loro, per cui le leggi spesso si atteggiano a veri e propri statuti di gruppo. A queste due tendenze del diritto se n’è aggiunta una terza: la proliferazione del diritto; le leggi si accumulano, si contraddicono, si cancellano, il tutto in maniera caotica. Di conseguenza, è venuta appannandosi la posizione di terziarità del giudice, per cui taluno ha parlato di amministrativizzazione della funzione giudiziaria.” Ebbene mentre cambia-vano, a un ritmo inusitato, i connotati sostanziali della giurisdizione e il ruolo del giudice si ampliava e si potenziava occupando spazi un tempo impen-sabile, non si provvedeva prontamente alla riconsi-derazione della sua professionalità e al rinnovamento della legge concernente il loro status e dei codici di rito e tanto meno all’ammodernamento delle strutture organizzative. Cosicché, accanto alle disfunzioni di sempre, andatesi viepiù aggravandosi, è venuta proponendosi una messa in mora per i modi in cui la giustizia è amministrata in Italia. Un evento, questo, carico di conseguenze negative per l’ordinato vivere civile della comunità nazionale di fronte alla quale non si può rimanere inerti e conti-nuare a credere che tutto possa rimanere come prima. Ebbene nonostante questo e molti altri appelli apparsi sugli organi di stampa, non solo spe-cialistici, e in tutte quelle sedi, compreso il Parla-mento dove non solo si poteva informare ma anche decidere una svolta, nel senso voluto in apparenza da tutti, per ridare fiato alla questione giustizia e a conferirle quella funzione vitale per la tenuta stessa della democrazia, poco o nulla è stato fatto. Queste riflessioni ho incominciato a farle nella prima stesura di un mio lavoro, ovvero nel 1995. L’ho vista come la giustizia che si propone con sconti di pena, di condoni e di amnistie, ma nessuno sembrava voler prendere il classico toro per le corna ed affrontare il problema alla radice. E’ sempre di quel tempo il commento-sfogo, fin troppo amaro, per quanto fosse realistico, di un magistrato, Fabio Salamone – chiamato a svolgere una delicata inchiesta – quando in un’intervista, rilasciata a un giornalista del “Corriere della sera”, dice: “Come il solito in questa Italia che continua a prendersi in giro, il problema non è posto correttamente, mi pare.” Intanto, i processi una volta in piedi si devono fare. Salvo che il potere politico si assuma la responsabilità di bloccarli o modificarne la procedura in corso d’opera. “Ovviamente – egli rileva – non spetta a noi magistrati decidere.” “Siamo solo dei tecnici che potremmo esprimere un parere, se richiesto, fermo restando l’obbligo di applicare leggi e norme fatte da altri, da un altro potere costituzionale, appunto quel-lo legislativo.” “II chiarimento, quindi, va ricercato esclusivamente in sede politica.” Se ci soffermiamo un attimo a considerare proprio questo specifico aspetto richiamato da Salamone, per quanto ovvio, ci troviamo a dover registrare la prima grossa incongruenza nel sistema Italia. Il Parlamento legifera ed è quello che è chiamato a fare nel caso specifico, ma non ci sembra corretto, per non dire altro, che una volta affidate le leggi, da esso emanate, ai magistrati per farle applicare, si debba dire “tra le righe” che se colpiscono certi uomini influenti le stesse norme non valgono più e che, ancor peggio, esistono degli “intoccabili” che possono rubare, uccidere e compiere qualsiasi illecito, ma guai a chi osa chiamarli a risponderne. Anche in questa circostanza continua a valere la logica del più forte, quella del vincitore che in guerra si vede assolte le sue atrocità mentre condanna quelle del nemico sconfitto, che trasforma in “eroi” dei biechi assassini e riduce a “carnefici” quelli dell’altra parte che hanno avuto il demerito di essere dei perdenti. Dov’è la giustizia in questi casi? E’ indubbiamente in un solo posto: nel cuore dei malvagi, dei prevaricatori, e allora non chiamiamola, ipocritamente, giustizia, ma qualcosa d’altro. E al contrario di quanto pensa Salamone, dico che in Italia, e aggiungo non solo in Italia, non si tratta di schizofrenia del potere politico quando affronta i temi della giustizia peccando di farlo senza uno studio sereno, né di avvalersi di emozioni legate a casi particolari tanto da valutare ogni grande tematica in rapporto solo alla soluzione di una singola emergenza, ma è qualcosa di ancora più grave. E’ vero e proprio disfattismo. La corru-zione non è solo il frutto di una burocrazia malata, ma è la volontà di alcune categorie di voler comun-que mestare nel torbido per ricavarvi il massimo profitto a costo zero. Ci sembra persino comico il voler perseguire il capo della lega Bossi allorché “minaccia” il “separatismo” per voler fondare la repubblica del Nord. E a chi si straccia le vesti scandalizzato per queste oscenità da “ergastolo”, chiediamo se onestamente lo Stato italiano, dalla sua unità a oggi, abbia mai fatto qualcosa in nome di tutta la nazione o, più semplicemente, se non si sia servito del Meridione come di un semplice mercato di sbocco delle produzioni concentrate nel Nord.
Allo stesso modo si è comportata la Francia di Napoleone III nel momento in cui intese favorire l’unità d’Italia.
La sua riserva mentale era quella di procurarsi uno spazio “privilegiato” per i suoi commerci in Italia in cambio degli appoggi resi.
Le forze politiche devono quindi avere la serenità di valutare i temi della giustizia nella loro globalità e senza preconcetti.
C’è troppa confusione. L’ignoranza della legge non scusa, si dice. Ma non esiste un codex, un corpus con tutte le norme penali. Si fa una legge finanziaria e s’inserisce una norma penale. Si vara una legge sui bovini ed è lo stesso.
Con la conseguenza che nessuno sa quanto siano i reati in Italia.
A questo punto è urgentissimo ordinare la materia. Non dimentichiamo che nel nostro Paese vige un codice penale di una società che non esiste più.
“A questo si aggiunge il problema del sovraccarico degli uffici penali”. (Riccardo Alfonso)

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Prestiti alle famiglie

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2012

La stretta finanziaria messa punto dalle banche non solo ha colpito l’area delle produzioni industriali e artigiane e l’attività del terziario ma ha anche inciso in maniera significativa sul criterio di erogazione dei prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni. Si registra infatti in quest’ultimo quadrimestre, a cavallo tra i due anni, un inasprimento netto dei criteri di concessione dei mutui alle famiglie (diciamo intorno al 24%). Ciò determina in prima battuta un calo delle nuove costruzioni e una ricaduta del mercato del lavoro in quell’area. In prospettiva la situazione non tende a migliorare. Le banche si attendono una ulteriore flessione delle domande di mutuo per l’acquisto di abitazioni che possiamo quantificare intorno al 44% su base netta in questo primo trimestre. Per il credito al consumo delle famiglie il calo si è manifestato minore attestandosi intorno al 18% in termini netti.
Se analizziamo le ragioni di questo contenimento vi è motivo di credere che esse dipendano, per buona parte, dalla crisi del debito sovrano, per via dell’esposizione diretta delle banche e conseguente diminuzione del valore dei titoli di Stato come garanzia o di altri effetti. Ma vi è anche, a nostro avviso, il mancato aggiornamento tecnologico ed operativo del sistema bancario nel suo complesso. In altri termini sono stati sostenute molte spese per garantire sul territorio la presenza di agenzie e filiali mentre si è dato poco spazio e quella parte di servizi automatizzati per ridurre drasticamente i servizi elementari allo sportello e per la semplificazione delle procedure per l’erogazione di prestazioni finanziarie e assicurative. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Prime cooperative tra professionisti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 febbraio 2012

Con l’emendamento che istituisce l’art. 9-bis al decreto legge 24 gennaio 2012 n. 1, il Governo ha colto la maggior parte delle richieste degli Ordini professionali in tema di società professionali modificando l’art. 10 della legge n. 183/2011 (la legge di stabilità) che, diversamente, avrebbe avuto effetti devastanti sul sistema professionale.
A meno di sorprese dell’ultimo minuto (abbastanza improbabili perché l’emendamento è presentato dallo stesso Governo) le Società professionali si faranno e potranno avere anche soci terzi di puro capitale, ma la loro partecipazione sarà limitata ad un terzo del capitale e comunque ad un terzo dei voti sociali, quindi attergato in misura assolutamente minoritaria. La decisione del Governo rappresenta una vera svolta visto che in precedenza, alla richiesta del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati di modificare l’art. 10 della legge n. 183/2011, era sempre stato risposto negativamente; evidentemente alla fine, il Governo ha compreso che, senza modifiche, i danni che sarebbero stati inferti al sistema erano esiziali.Una svolta positiva dunque, vista con favore da Roberto Orlandi, Presidente del Consiglio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati ed anche VicePresidente Nazionale del CUP, che giunge di buon auspicio in vista dell’imminente grande manifestazione del 1 marzo prossimo, il “PROFESSIONAL DAY”, che coinvolgerà decine di migliaia di professionisti, collegati via satellite da 156 città italiane (ma il numero tuttora in aumento), con la manifestazione principale che si svolgerà a Roma, all’Auditorium della Conciliazione.Le modifiche alle Società professionali introdotte dal Governo producono peraltro un effetto particolare: quello di rendere sostanzialmente possibile la costituzione di sole “Società professionali cooperative”. E sembra averlo ben capito la Lega Coop, presieduta da Giuliano Poletti, che ieri, 27 febbraio, con una fortunata tempistica, ha organizzato a Roma un Convegno sul tema, presente anche il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini.Perché le “Società professionali” possano trovare sostanziale realizzazione nell’ambito cooperativo è presto detto. L’emendamento del Governo limita la partecipazione del socio terzo di capitale al 33% delle quote di partecipazione (ovvero, in alternativa, al 33% dei voti sociali), con l’ovvia conseguenza che il restante 67% di capitale deve essere apportato dai soci professionisti i quali, dovendo comunque provvedere economicamente per la maggior parte, non si vede quale necessità abbiano di capitale terzo.

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Lotta al terrorismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 settembre 2011

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Oltre 200 milioni di persone appartenenti a minoranze etniche in undici stati di Africa e Asia soffrono per le catastrofiche conseguenze della cosiddetta lotta al terrorismo: sono queste le conclusioni dell’Associazione per i popoli minacciati (APM) in occasione del 10. anniversario dell’attacco terroristico dell’11 settembre al World Trade Center di New York e al Pentagono a Washington. Le nazionalità maggiormente colpite dalla lotta globale a l terrorismo sono i musulmani Uiguri nella Cina nordoccidentale e i musulmani di Pattani nel sud della Thailandia. I governi di entrambi gli stati sfruttano la coalizione contro il terrorismo per rappresentare i loro conflitti interni come un problema di terrorismo internazionale. Con questa falsa rappresentazione Cina e Thailandia si aspettano un sempre maggior sostegno internazionale nella repressione delle proteste contro la politica dei propri governi. In Africa sono soprattutto i Tuareg a soffrire per la crescente militarizzazione del Sahara. Sono sempre di più gli stati che intervengo nell’area sahariana per limitare l’influenza del movimento terroristico “Al Qaida nel Maghreb islamico”. In numerosi altri stati, i cui governi passano per islamici moderati, le persone appartenenti a minoranze etniche soffrono indirettamente le conseguenza della lotta al terrorismo. In questo modo in Pakistan sono aumentate drammaticamente le violazioni dei diritti umani per Beluci, Cristiani e Ahmadiyya. Questi crimini continuano ad essere ignorati dalla comunità internazionale. L’unione Europea e gli Stati Uniti restano a guardare, pur di non mettere a rischio la collaborazione degli stati persecutori nella coalizione anti terrore. Cristiani e Ahmadiyya in Pakistan sono vittime di accuse arbitrarie causate da discutibili sanzioni per presunta blasfemia. Politici e attivisti per i diritti umani cristiani devono temere per la propria vita e non vengono adeguatamente protetti dalle autorità di sicurezza. Nelle regioni in cui vive la minoranza dei Beluci i responsabili della sicurezza pakistani fanno sparire i critici del governo, praticano la tortura e li imprigionano senza processo. In Indonesia, la coalizione antiterrorismo tace sul numero crescente di attacchi alle chiese cristiane e alla comunità religiosa degli Ahmadiyya così come sulle perduranti persecuzioni nella Papua Occidentale, controllata dall’Indonesia. Arresti arbitrari e torture di attivisti di Papua o dissidenti nelle Molucche non vengono affatto criticati dalla comunità internazionale. Ovviamente non si può irritare su queste questioni il governo dello stato musulmano più popoloso al mondo. Anche in Algeria, Marocco e nel Sahara occidentale occupato illegalmente, le violazioni dei diritti umani verso Berberi, Tuareg e Saharawi restano impuniti, in quanto la coalizione contro il terrorismo non sostiene la fine dell’impunità. I governi transitori di Etiopia e Somalia non vengono messi davanti alle proprie responsabilità per crimini di guerra e persecuzioni di singoli gruppi etnici o dissidenti in quanto rappresenterebbero un baluardo contro la penetrazione di Al Qaeda nel Corno d’Africa. Ma questo presunto baluardo è inconsistente, poiché viola le proprie stesse leggi e calpesta sistematicamente i più elementari diritti umani. La coalizione contro il terrorismo perde in questo modo qualunque credibilità, poiché sulle questioni relative ai diritti umani usa due pesi e due misure.

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L’anima violenta del movimento no tav

Posted by fidest press agency su domenica, 3 luglio 2011

Dichiarazione di Federico FORNARO (Vice Segretario PD Piemonte) “Il gravissimo episodio di attacco premeditato e violento contro le forze dell’ordine messo in atto oggi in valle di Susa rappresenta una delle pagine più nere della storia del movimento No Tav e della democrazia italiana. E’ finito anche il tempo delle ambiguità: i sindaci e gli amministratori e la componente non violenta dei No Tav, sicuramente maggioritaria, deve trarre le conseguenze da quanto è accaduto, troncando ogni tipo di rapporto con gli esponenti dell’area antagonista, il cui unico interesse è contrapporsi con la violenza allo Stato e alle istituzioni. Non è più possibile, infatti, non comprendere i rischi (purtroppo drammaticamente trasformatisi in vergognosa realtà) di accettare di essere parte di una manifestazione che aveva come obiettivo dichiarato – più volte ribadito dal leader No Tav, Alberto Perino- di portare l’assedio all’area del cantiere della Maddalena di Chiomonte. Dal canto suo Grillo non ha perso occasione per dimostrare quanto siano dannosi e pericolosi i “cattivi maestri”: seminatori di odio per meri interessi propagandistici e elettorali, incuranti che a volte le parole possono produrre più danni delle pietre e delle bombe carta. Solidarietà piena, infine, alle forze dell’ordine e agli operai (loro sì lavoratori inermi), oggetto di una vergognosa aggressione militare.

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Firenze: Nubifragi, danni, caditoie

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2011

Firenze Il nubifragio di ieri 5 giugno a Firenze non e’ una calamita’ naturale imprevedibile per due motivi:
• sulle cause: le previsioni meteorologiche sono in grado di farci sapere con un certo anticipo cosa accadrà e, quindi, di organizzarci di conseguenza per ridurre il più possibile i danni. Hanno le nostre autorità preposte -essenzialmente Sindaco- fatto tutto quello che avrebbero e potuto fare?
• sulle conseguenze: una città in cui il deflusso delle acque chiare è ben organizzato, la caditoie non sono ostruite, i lavori in corso sono fatti seguendo le norme di sicurezza piu’ elementari, gli alberi sono monitorati, dovrebbe avere conseguenze limitate.
A Firenze, domenica 5 giugno, non è stato cosi’! Cosi’ come non era stato così per la nevicata dello scorso 17 dicembre. I fatti sono sulle cronache di tutti i media. E come per la medesima occasione, il Sindaco promette che farà tuoni e fulmini per individuare i responsabili, far pagare loro il dovuto e rimborsare le vittime. Non avremmo modo di non credere alla buona fede del Sindaco, ma siamo un po’ scettici visto quanto accaduto, per l’appunto, lo scorso 17 dicembre: tra promesse e impegni, non ci risulta una persona rimborsata. Il 5 giugno, per fortuna, era domenica, quindi le conseguenze sui cittadini sono state limitate. Chi ha ricevuto un danno e’ bene che non attenda le indicazioni dell’amministrazione, perchè non solo non ci saranno, ma a chi chiederà i danni il Comune farà sicuramente resistenza, come del resto fa in tutto quello in cui, pur avendo torto, difende l’indifendibile (vedi autovelox). Il metodo vigente e’ “passata la festa gabbato lo santo”. Ma se ognuno ci mette un po’ di coinvolgimento civico, anche solo per far capire ai nostri amministratori che il loro impegno deve essere continuo e professionale, forse riusciamo ad invertire questa tendenza. Non basta solo dimostrarlo col voto, premiando o meno di secondo noi fa bene o male, ma anche durante il mandato amministrativo i cittadini si devono far sentire, rivendicare i propri diritti e far pagare i responsabili. Il metodo, per il singolo cittadino, e’ la messa in mora: raccomandata A/R in cui si fanno presenti i danni (possibilmente dimostrandoli) e si intima il pagamento entro 15 giorni: http://sosonline.aduc.it/scheda/messa+mora_8675.php (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Fine berlusconismo,ora nuovo centrodestra

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2011

”Il risultato e’ inequivocabile. La maggioranza dovrebbe trarne le conseguenze. La stagione di questo governo è chiaramente finita. Berlusconi ha palesemente e malamente perso il referendum su se stesso. Ora è difficile raccontare che è solo colpa dei candidati. Certo, io non ho l’euforia di altri, perché quando vince la sinistra non posso essere contento. Il risultato di oggi conferma che Fli e l’Udc sono determinanti per far perdere il Pdl, ma soprattutto che, finita la stagione del berlusconismo, bisogna costruire un nuovo centrodestra, in cui tutti possano ricominciare a parlare e ci si raccolga non più attorno a un unico padrone, ma attorno ai leader che nel centrodestra ci sono, tra i quali sicuramente Fini e Casini. Per ora – conclude – il Pdl si e’ chiuso in un recinto, in una riserva indiana: se non ne esce rischia di estinguersi.” Lo dichiara l’on. Roberto Menia, coordinatore nazionale di FLI.

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Mandato arresto Gheddafi

Posted by fidest press agency su martedì, 17 maggio 2011

“La richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale di Gheddafi, del figlio Saif al Islam e del capo dell’intelligence di regime Al Senoussi, e’ un fatto estremamente positivo” Ha dichiarato l’on.Gianni Vernetti, deputato di Alleanza per l’Italia e gia’ Sottosegretario agli Affari Esteri. “Gheddafi e il suo apparato repressivo- ha proseguito l’on.Vernetti- si sono resi responsabili in questi mesi di orribili crimini contro la popolazione civile libica e solo l’intervento militare della Nato ha evitato conseguenza ancora più tragiche” “La scelta odierna della Corte Penale Internazionale – ha dichiarato l’on.Vernetti- rende più deboli i dittatori in tutto il pianeta e soprattutto trasmette loro un segnale chiaro: chi compie crimini contro l’umanità non può considerarsi al sicuro sotto la protezione della sovranità nazionale del proprio paese” “Da oggi- ha concluso l’on.Vernetti- il regime di Gheddafi e’ ancora più debole e la comunità internazionale deve sostenere ancor più convintamente il Consiglio di Transizione di Bengasi quale rappresentante legittimo del popolo libico, fornendo loro ogni sostegno economico, politico e militare necessario.”

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A Bari un quartiere trasformato in discarica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 aprile 2011

Pieno appoggio ai cittadini pugliesi che protestano a Bari San Giorgio perché stanchi dei rifiuti lasciati sulla complanare della statale 16, arriva da Vincenzo Anelli, vice responsabile per la Puglia dell’Italia dei Diritti. “Condivido le azioni di protesta degli abitanti della zona che da tempo sollecitano l’intervento delle autorità cittadine e dei servizi competenti, quali l’Amiu, a seguito dei disservizi le cui conseguenze ricadono sul quartiere”. Anelli punta i riflettori in particolare sull’abbandono di rifiuti di ogni genere “che – aggiunge – di frequente presentano materiali pericolosi come amianto e pneumatici”. L’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro getta un faro di luce sulla condizione che affligge i residenti del quartiere barese che vivono una situazione critica: “L’abbandono indiscriminato dei rifiuti rappresenta un rischio per la salute, nonché un danno all’ambiente e in particolare alla costa”. Il vice responsabile pugliese del movimento extraparlamentare sottolinea la ricaduta economica e turistica, che il perdurare di una simile situazione può provocare sulla litoranea barese, e lancia l’appello alle istituzioni: “Chi è tenuto a monitorare il territorio individuando i responsabili di simili azioni deve adempiere al pieno il suo dovere. Il problema dei controlli – conclude – è centrale”.

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Guerra in Libia. Quali costi e conseguenze?

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 marzo 2011

di Carlo Ruta. In Libia è partita una guerra, che i governi dell’Occidente e gran parte dei mezzi d’informazione presentano ancora una volta come umanitaria. Di cosa si tratta realmente? Per comprendere quanto sia credibile tale motivo, è utile partire da un paio di dati storici recenti. Israele alcuni anni fa ha pianificato e attuato in Palestina una operazione che ha denominato con coerenza «piombo fuso». L’esito è stato di qualche migliaio di morti, quasi tutti civili. Ma nessuno ha minacciato una guerra «umanitaria». Nessuno si è guardato bene dal metterla in opera, come nessuno si era esposto a tanto già nella precedente operazione «Pace in Galilea», dagli esiti analoghi. Altro caso istruttivo è quello dello sterminio delle popolazioni cecene pianificato e attuato da circa venti anni dai governi della Russia, prima con Eltsin poi con Putin. Si tratta per certi versi di una guerra infinita, che ha provocato centinaia di migliaia di morti, in massima parte civili. Fino ad oggi nessuno Stato ha invocato però l’avvio di guerre «umanitarie». Nella Libia di Gheddafi tale tipo di azione, in difesa dei diritti delle popolazioni, è stata invece voluta risolutamente dalle nazioni forti dell’Occidente, su input degli Stati Uniti e con la convalida del consiglio di sicurezza dell’ONU. A quali costi, in termini di vite umane? In Libia è in atto una virulenta repressione di regime, che in un mese ha fatto centinaia di morti, forse qualche migliaio. Ma l’attacco «umanitario» promette di tradursi in una ecatombe, con numeri di vittime di molto superiori. Gli strateghi della Nato e del Pentagono sono troppo avvertiti per non mettere nel conto esiti di questo tipo, trattandosi di disarticolare una forza militare che, allo stato delle cose, non è di poco conto. Non solo. È prevedibile che occorra neutralizzare le reti militari non convenzionali, anche queste non indifferenti, costituite anzitutto dalle unità terroristiche e mercenarie del regime di Gheddafi. E, come testimoniano le casistiche belliche degli ultimi decenni, se si intende centrare quest’ultimo obiettivo, le stragi di civili, dette comunemente «effetti collaterali», tanto più difficilmente saranno evitabili. Nelle prime fasi della guerra preventiva in Iraq, per eliminare cellule del regime deposto, i comandi americani non hanno esitato a pianificare a Baghdad la distruzione di interi isolati in cui risultavano annidate, con l’uccisione di tutti i civili che li abitavano. E, come attestano numerose cronache, tale regola non scritta ha funzionato e vige ancora in Afghanistan.  Le guerre «umanitarie» hanno avuto fino ad oggi un decorso istruttivo. Se ne ricordano due recenti, per certi versi emblematiche: quella in Somalia, nel 1992-93, e quella in Kosovo del 1999. La prima, un po’ per convincimenti strategici errati, un po’ per imperizia dei comandi sul terreno, è degenerata presto in una carneficina «umanitaria» che ha raggiunto l’acme nella battaglia del Checkpoint del 2 luglio 1993, chiusasi, secondo fonti ufficiose, con centinaia di morti civili. Le folle somale, di cui si facevano scudo i miliziani di Aidid e di altre fazioni, hanno saldato poi il conto, con stragi dei «benefattori» occidentali. Infine questi ultimi, resisi conto della palude in cui erano sprofondati, con un nemico che finiva con il combaciare in tutto e per tutto con l’intera popolazione, hanno dovuto uscirne, lasciando una situazione tragica. L’Unione Africana, l’organizzazione sovranazionale cui fanno riferimento tutti i paesi africani ad esclusione del Marocco, ha assunto una posizione netta, contraria all’attacco militare degli Usa e di altri paesi forti dell’Occidente. Si candidava in questo modo a intervenire sulla vicenda, in modo autonomo, sul piano diplomatico e non solo. Ma, a dispetto della decolonizzazione, la parola del continente nero non ha contato praticamente nulla. Di primo acchito, la crisi del Maghreb, che ha fatto aumentare di molto il prezzo del greggio, ha generato apprensione nei governi europei che per decenni, in un quadro di stabilità strategica, avevano fatto affari con i regimi di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. Passata però la concitazione delle prime settimane, nei medesimi ambienti sono andate manifestandosi logiche di vario genere, incluse quelle di livello egemonico. I fatti del Nord Africa, da quel che è emerso dalle cronache, non sembrano invece aver colto di sorpresa la Casa Bianca e il Pentagono, che sin da subito hanno mostrato l’intenzione di intervenire sui processi in atto. Ma per quali scopi? A prescindere da tutto, l’arroccamento degli Stati Uniti in Libia, anche a costi di vite umane elevatissimi, come in Afghanistan e in Iraq, suggerisce un disegno strategico oltre che economico, di controllo dell’area, atto a impedire, verosimilmente, che nei paesi interessati dalla rivolta popolare, dal Maghreb al Medio Oriente, possano prevalere nel medio periodo politiche antiamericane. E tale linea, adottata in tutte le regioni del globo, appare compatibile con le mire degli Stati europei interventisti. La Francia governata da Sarcozy, finita negli ultimi anni zero dietro l’Italia per Prodotto interno lordo, tanto più attirata quindi dalle risorse energetiche del Nord Africa, e non solo, ha motivi per rinegoziare il proprio ruolo di potenza. L’Italia di Berlusconi, come ostentano le testate governative, ritiene che l’adesione al conflitto sia un passo necessario, per poter contare in Europa e far valere il settimo posto tra le potenze industriali del globo. L’Inghilterra di Cameron, che ha registrato nel biennio 2008-2009 un vero e proprio crollo del Pil, da cui non riemergerà facilmente, ha buoni motivi per ampliare i propri interessi economici nel Nord Africa e, soprattutto, in chiave geopolitica, per riprendere quota lungo la regione mediterranea, dopo oltre cinquanta anni dall’umiliazione di Suez. Ma forse, come è accaduto in Iraq e in Afghanistan, tali convitati, pur destinati a vincere in poco tempo la guerra convenzionale, hanno fatto male i conti. La presa di distanza della Germania di Angela Merkel appare al riguardo significativa, come in Italia la dissociazione della Lega di Bossi, che pure partecipa al governo. In definitiva, si vorrebbe stabilizzare l’area sotto l’egida delle potenze occidentali, ma l’esito potrebbe essere quello di un disordine lungo e tragico, alle porte dell’Europa, e, forse, dentro l’Europa.  (Carlo Ruta in sintesi. Portato alla nostra attenzione da Giovanna Corradini. Ruta è già autore di  “Guerre solo ingiuste” (Mimesis edizioni)

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L’Italia e la scelta del nucleare

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2011

Il tremendo terremoto e il conseguente tsunami che ha segnato per sempre il Giappone, sta creando un rischio di una nuova Chernobyl, per i pericoli derivati da tre centrali nucleari nipponiche a rischio fusione. In merito è intervenuto Vincenzo Galizia Presidente nazionale del Fronte Verde Ecologisti Indipendenti che ha dichiarato: «Solidarietà al popolo giapponese per l’immane disastro subito, ora speriamo che non deve subire anche i rischi di contaminazione nucleare, una grave crisi che potrebbe portare conseguenze devastanti. L’incidente della centrale di Fukushima, deve far riflettere anche il nostro governo sugli enormi rischi del nucleare, come dimostra il caso giapponese, anche i reattori moderni sono potenzialmente insicuri. Per questo il governo italiano deve attentamente riflettere sulla scelta di un ritorno al nucleare. Noi del Fronte Verde, da sempre antinuclearisti, chiediamo a Berlusconi e al suo governo di lasciar perdere la politica dell’atomo e rilanciare la strada delle rinnovabili in particolare dell’energia solare» conclude la nota del Presidente del movimento ecologista.

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Il governo affossa il fotovoltaico

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 marzo 2011

“Il governo di centrodestra azzoppa uno dei pochi settori che stavano continuando a crescere nonostante il drammatico momento dell’economia, il fotovoltaico”. È l’allarme lanciato dal Partito Democratico forlivese e dal segretario territoriale Marco Di Maio, a seguito dell’approvazione del decreto Romani. A questo punto il settore vive una situazione di grandissima incertezza. “Tantissimi imprenditori del nostro territorio – prosegue Di Maio – ci stanno telefonando allarmati per le conseguenze di questa scellerata decisione del governo, che mette a rischio posti di lavoro e frena un settore il cui valore è stimato in 10 miliardi di euro. Una decisione oltretutto in  controtendenza con tutti i principali paesi europei che stanno aggiungendo risorse anziché sottrarne, per raggiungere gli obiettivi che l’Europa ha fissato per il 2020. In Germania, ad esempio, sono già stati istallati più 16mila MegaWatt di impianti (contro i 7mila italiani) e si conta di arrivare al 2020 a 52mila MegaWatt”.Cosa succede ora? “Il Governo – spiega il segretario del PD forlivese – ha fissato al 30 maggio il termine ultimo per il finanziamento degli impianti. Quindi tutti coloro che saranno allacciati alla rete dal 1° giugno in avanti saranno sottoposti ad un regolamento di cui ancora non si ha traccia e che dovrebbe essere presentato dal ministro Romani entro il 30 aprile. E visto che lo stesso ministro è colui che ha firmato il provvedimento attuale, non c’è tanto da stare tranquilli”. “Tutte le forze politiche, gli enti locali, le forze economiche e sociali del nostro territorio – conclude Di Maio – devono attivarsi per evitare questo disastro economico, che porta con sè la più totale incertezza per centinaia di imprese, migliaia di famiglie e lavoratori”.

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Diete vegetariane

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 febbraio 2011

Diete vegetariane e la loro implicazione clinica (“Chemistry behind Vegetarianism”, Li, J. Agric. Food Chem. 2011) ha rappresentato nelle ultime settimane l’estasi per tutti i carnivori, a causa di una campagna di stampa basata sulla più assoluta incomprensione della pubblicazione originale.Secondo quanto riportato dai mass-media italiani, addirittura la dieta vegana sarebbe molto più pericolosa per il cuore in quanto produrrebbe un pericoloso indurimento delle arterie, e altre fantasiose sadiche conseguenze. Quello che la rassegna riporta, invece, è l’esatto contrario: l’Autore infatti spiega che gli onnivori presentano un insieme di fattori di rischio cardiovascolare significativamente superiore rispetto ai vegetariani e vegani, quali maggiori valori di BMI, rapporto circonferenza vita/fianchi, pressione arteriosa, colesterolo totale, LDL e trigliceridi plasmatici, Lp(a), attività del fattore VII della coagulazione, rapporto colesterolo totale/colesterolo-HDL, rapporto colesterolo LDL/colesterolo HDL, rapporto Acidi grassi totali/colesterolo HDL, e livelli di ferritina.L’evidenza che proviene dagli studi scientifici effettivi condotti sulla popolazione è quella di una sensibile riduzione del rischio di morte per malattie cardiovascolari nei vegetariani. I vegetariani sarebbero protetti nei confronti di queste malattie in virtù degli effetti favorevoli della dieta sullo sviluppo di altre malattie che sono anche fattori di rischio cardiovascolare (diabete, ipertensione, sovrappeso-obesità, ipercolesterolemia), e in virtù delle caratteristiche della dieta vegetariana stessa, in grado di apportare maggiori quantità di frutta, verdura, frutta secca, soia, fibre, antiossidanti, steroli, e minori quantità di grassi totali, saturi, sale.Le linee guida per l’alimentazione vegetariana prodotte per la prima volta in negli USA nel 1997 hanno da subito inserito nelle raccomandazioni il rispetto delle assunzioni di omega-3 da fonte vegetale e di una fonte regolare di vitamina B12. Tutti i vegetariani dei Paesi occidentali sono informati di questo, e in molti rispettano questi consigli, che consentono di diminuire ulteriormente il loro già basso rischio cardiovascolare attraverso l’assunzione di noci, olio e semi di lino e altre fonti vegetali di omega-3, e l’assunzione di cibi fortificati o integratori di vitamina B12 di sintesi batterica.Secondo l’European Heart Network, nel 2008 le malattie cardiovascolari hanno rappresentato la prima causa di morte nella regione Europea OMS, dove ogni anno sono responsabili della morte di oltre 4,3 milioni di individui, pari al 48% di tutti i decessi (54% per le donne, 43% per gli uomini).Conclude la dottoressa Baroni: “Sappiamo che il ruolo della dieta è importante, che la dieta può uccidere. Ma l’imputato non è la dieta vegetariana o vegana, bensì la dieta onnivora, che i cibi animali contribuiscono pesantemente a rendere un killer spietato.”

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Roma: caro taxi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 gennaio 2011

Un aumento del costo del taxi del 72% in tre anni. Questi i fatti e i conti son presto fatti. Nel 2007  l’allora Sindaco Walter Veltroni aumento’ le tariffe del 18%; l’attuale Sindaco, Gianni Alemanno, aumenta le tariffe da 0,92 a 1,42 euro, vale a dire piu’ 54% di aumento, per i primi cinque chilometri di tragitto, cioe’ dove si concentra maggiormente l’attivita’ dei tassisti. Come si e’ arrivati a determinare tali aumenti? Non e’ stata adottata nessuna metodologia per monitorare i costi di produzione del servizio taxi e definire di conseguenza gli eventuali aumenti tariffari, come chiede anche la stessa Agenzia per il controllo della qualita’ dei servizi del comune di Roma. Gli indicatori adottati, come “il calo di lavoro” dovuto (secondo chi?) all’aumento del numero di taxi sono solo congeniali a definire l’aumento delle tariffe. Il Sindaco Alemanno concede graziosamente ai suoi sostenitori un regalo che vale il 72% in tre anni. I tassisti ringraziano, i cittadini no. Alemanno passera’ alla storia come il Sindaco dei tassisti e dei preti visto che lo sconto del 50% per i taxi vale solo per l’ospedale vaticano Bambino Gesu’, dello scandalo di parentopoli che gli e’ scoppiato in mano senza che se ne accorgesse (ma dov’era?), delle buche che non riesce a far riparare e della monnezza che non riesce a far pulire. Un bel medagliere. Alle prossime elezioni comunali faremo buona memoria di quanto sta accadendo. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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I movimenti per la vita crocifissa

Posted by fidest press agency su martedì, 30 novembre 2010

Lettera al direttore. Dimenticare la risurrezione del Cristo e preferire vederlo solo sulla croce, è un gravissimo errore che commettono molti cristiani. Del resto, vederlo in croce, il Cristo,  ci rassicura. E’ lì, sulla croce, che il Signore soffre per noi, per la nostra salvezza. Oltre a salvarci, in qualche modo ci libera anche dai sensi di colpa. Se poi c’è un nostro simile che soffre e che il Cristo in croce ce lo mostra in carne e ossa, qui e ora, ci sentiamo ancora più rassicurati: non c’è bisogno che siamo noi personalmente a sacrificarci, a pagare per le nostre colpe, giacché c’è chi lo fa al posto nostro.  Le conseguenze di questo modo di pensare, magari inconscio, possono essere pericolose, se non addirittura nefaste.  In Verbi Sponsa (Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura della monache) leggiamo: ” Le contemplative claustrali, in modo specifico e radicale, si conformano a Gesù Cristo in preghiera sul monte e al suo mistero pasquale…Al dono di Cristo-Sposo, che sulla croce ha offerto tutto il suo corpo, la monaca risponde similmente con il dono del suo corpo, offrendosi con Gesù Cristo al Padre e collaborando all’opera della redenzione” (N. 3). Ecco: le monache, in fondo, sacrificandosi per noi e al posto nostro, ci rendono un bel servizio. Si dà il caso però che  l’atto redentore di Cristo fu perfetto e sovrabbondante, e che Gesù non chiese mai a nessuno di collaborare all’opera della redenzione.  Ma se le cose stanno così, se coloro che soffrono, volontariamente o involontariamente, sono cristi in croce, non viene abbastanza naturale augurarsi, magari inconsciamente, che ci sia sempre qualcuno che soffra per noi e al posto nostro? Nel mese di settembre del 2008, padre Aldo Trento, missionario in Paraguay, divulgava la fotografia impressionante (Tempi.it 23 settembre 2008) di un bambino irrimediabilmente malato, e riferiva: «Il piccolo Victor di un anno…geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah…La sua testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio…Attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta l’acqua della testa…l’altro giorno gli è scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di tutto…Victor, il mio bambino, non solo è un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno di cannucce che entrano ed escono dal corpo…Il mondo dice: perché non lo lasciate morire?…Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme…Lo bacio, lo bacio sempre… i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna…e sento che accarezzo Gesù…Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati». Ecco: padre Trento aveva il suo piccolo cristo in croce che soffriva per lui e al posto suo. Per noi e al posto nostro. Il piccolo Gesù agonizzante da baciare e coccolare. E così giunge a pensare che quei tubicini, quegli apparati sofisticati per tenerlo in vita per forza, in continua agonia, siano voluti da Dio, che sia Dio ad aver deciso di non volerlo subito in cielo. Deve restare ancora sulla terra a soffrire. Per farci sentire meglio.   Eluana Englaro non sembra soffrisse, ma era pur sempre un cristo in croce da accarezzare e coccolare. Perché non tenerla in vita il più a lungo possibile? Questo modo di pensare spinge oggi i movimenti per la vita ad esultare poiché il Governo ha istituito la Giornata nazionale degli stati vegetativi, per il 9 febbraio, data in cui ad Eluana fu restituita la pace.  Movimenti per la vita, oppure per la vita crocifissa?  (Renato Pierri e Miriam Della Croce)

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Giustizia ed equità per chi manifestò contro la guerra

Posted by fidest press agency su sabato, 30 ottobre 2010

Il Comitato di Solidarietà 13 maggio 1999 ha reso noto: “Il 5 novembre comincerà il processo di appello per i fatti avvenuti oltre dieci anni fa, il 13 maggio 1999, nei pressi del consolato statunitense di Firenze. Quel giorno migliaia di persone parteciparono a una manifestazione contro la guerra in Jugoslavia, che si concluse appunto sotto il consolato. Vi fu un breve concitato contatto fra le forze dell’ordine e i manifestanti, per fortuna senza conseguenze troppo gravi, se non alcuni manifestanti contusi, fra cui una ragazza che dovette essere operata ad un occhio. Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce. Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Nel dibattimento si sono confrontate le tesi – molto divergenti – delle forze dell’ordine e dei manifestanti. Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti. Non vi furono, il 13 maggio 1999, reali pericoli per l’ordine pubblico o per l’incolumità delle persone, e non è giusto – in nessun caso – infliggere pene pesanti, in grado di condizionare e stravolgere l’esistenza di una persona, per episodi minimi: perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d’appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi “esemplari” a chicchessia. Seguiremo il processo e invitiamo la cittadinanza a fare altrettanto, perché questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità”. (n.r. pervenire ad un sentenza, sia pure di secondo grado, dopo undici anni, costituisce per noi la più grave delle anomalie del sistema giudiziario italiano e rappresenta di per se già una forma di condanna per gli inquisiti)

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