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La geometria applicata alla politica

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

La politica delle convergenze parallele e delle forme triangolari, tra le ideologie e le aberrazioni. In politica un po’ di geometria non guasta dopo le “convergenze parallele” indicate da un politico italiano per spiegare la possibilità di fare alleanze “particolari”. Dal punto di vista retorico, l’espressione è un ossimoro essendo parole in forte antitesi giacché due rette parallele non possono convergere. Oggi, invece, parliamo del triangolo della vita i cui vertici possiamo indicare con le tre tipiche età dell’essere umano: giovani, età intermedia e anziani. Mi riferisco al triangolo equilatero che con i suoi angoli interni tutti pari a sessanta gradi considero la figura più semplice in assoluto. Esso, con i suoi tre segmenti, realizza il minimo per delimitare una superficie chiusa. Su questa base si può costruire una piramide per entrare nella tridimensionalità. Oggi ci sembra, con l’allungamento dell’età media, tanto per restare alla nostra figura geometrica, da triangolo equilatero, si debba passare ad altre figure: l’isoscele con due lati e angoli con lunghezza uguale o scaleno con tutti i lati e angoli interni che hanno lunghezze differenti. Se vogliamo, introducendo questa variante “esistenziale” nella nostra nuova figura, dobbiamo dire che abbiamo un lato, i giovani, di 30 gradi, l’età intermedia di 60 e quella degli anziani di 90. Da una prima riflessione notiamo come il primo lato si sia accorciato provocando nei giovani una maturità precoce ma anche innaturale e con uno strascico di problemi non indifferenti che vanno, inevitabilmente, a scaricarsi nel secondo lato. Il terzo, invece, si è allungato e ha dato origine a un’altra irregolarità. Se a questo punto volessimo ritornare a quella che consideriamo la figura ideale che è data dal triangolo equilatero, dovremmo restituire ai giovani il loro spazio e tornare ad accorciare la speranza di vita agli anziani. Se partiamo da questo postulato, dobbiamo subito dopo chiederci: è praticabile tale strada? E ancora: “Quali sarebbero le conseguenze se la percorressimo?” Dovremmo in pratica restituire ai giovani quella fetta di giovinezza che abbiamo loro sottratta, e qui potrebbe anche starci bene, ma non è la stessa cosa per gli anziani che si vedrebbero preclusa la possibilità di vivere più a lungo. Se usciamo per un momento da questo livello di astrattezza surreale e ci caliamo nella nostra quotidianità la risposta potrebbe diventare cinica pensando di stabilire un’età oltre la quale non si debba andare per continuare a tenere valida la figura del nostro triangolo isoscele Un’alternativa sarebbe di tenere “compresse” le età come in qualche modo è stato fatto in Italia con gli ammortizzatori sociali per i giovani nei fuori corso universitari e con la ferma obbligatoria. Oggi lo facciamo con i master e gli stages. Ma come possiamo conciliare la grande voglia dei giovani per la “maturità” e la loro spinta a diventare dei protagonisti nella società con le altre generazioni contestualmente presenti? Ciò vuol dire anticipare l’ingresso nell’età intermedia e che, a sua volta, finisce con l’esaurire ben presto la sua carica “propulsiva” diciamo intorno ai 55-60 anni. Così finiamo con lo stabilire una regola che vede entrare nel mondo del lavoro e nelle istituzioni giovani che solo qualche anno fa relegavamo tra i banchi di scuola mentre estromettiamo dal sistema i cinquantacinquenni e che a loro volta diventano in pratica degli anziani da parcheggiare in solitudine nel limbo dell’attesa e che diventa maggiore per via dell’allungamento della vita. E’ logico presumere che con questa diversa suddivisione del differenziale esistenziale s’ingenerino dei conflitti soprattutto da parte dei giovani rispetto agli anziani. Giovani sempre più adulti e anziani sempre più superflui. Se vogliamo a questo punto ritornare alla logica delle “convergenze parallele” vi sarebbe un modo per affievolire i dissidi intergenerazionali stabilendo lavori ad hoc. Prendiamo ad esempio un giocatore di calcio professionista. Sappiamo bene che la sua “vita sportiva” non andrà oltre i 35 anni. Dopo tale data dovrà cercarsi un diverso impiego. Perché non possiamo fare la stessa cosa, sulla base dei dati anagrafici o anche per età biologica, per ciascuno di noi? Possiamo stabilire dei lavori “congeniali” a una certa età e non in altre e fare in modo che i vari passaggi siano mediati attraverso appositi corsi professionali. Così potremmo trovare un lavoro a un settantenne senza per questo “rubarlo” a un trentenne. Se non altro potremmo ovviare quelle contraddizioni che abbiamo dovuto rilevare in questi ultimi anni con sistemi che per favorire il turn over si anticipava l’età pensionabile per poi rendersi conto che il loro costo sociale si ritorceva inevitabilmente sul sistema economico del Paese danneggiandolo seriamente. Come dire? Il rimedio era peggiore del male. Oggi gli anziani possono diventare odiosi e scatenare intolleranze in tanti modi. Prima di tutto per le loro richieste di adeguamenti pensionasti al costo della vita e poi per le loro necessità assistenziali ritenute sempre più costose e per i tentativi di taluni di essi di “arrotondare” le loro rendite con il lavoro in nero e ancor peggio nel fare delle loro professione un’attività inalienabile come in politica e nelle rappresentanze istituzionali. Ma come possiamo escludere una realtà alla quale tutti noi siamo sottomessi se non cercando di mediarla con la forza della ragione? D’altra parte ogni età è necessaria e ineluttabile all’essere umano come per tutte le creature viventi per una legge che ci sovrasta ed è incomprimibile e immutabile: è quella del tempo. (Riccardo Alfonso )

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La politica delle convergenze parallele

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

E delle forme triangolari, tra le ideologie e le aberrazioni. In politica un po’ di geometria non guasta dopo le “convergenze parallele” indicate da un politico italiano per spiegare la possibilità di fare alleanze “particolari”. Dal punto di vista retorico, l’espressione è un ossimoro essendo parole in forte antitesi giacché due rette parallele non possono convergere. Oggi, invece, parliamo del triangolo della vita i cui vertici possiamo indicare con le tre tipiche età dell’essere umano: giovani, età intermedia e anziani. Mi riferisco al triangolo equilatero che con i suoi angoli interni tutti pari a sessanta gradi considero la figura più semplice in assoluto. Esso, con i suoi tre segmenti, realizza il minimo per delimitare una superficie chiusa. Su questa base si può costruire una piramide per entrare nella tridimensionalità. Oggi ci sembra, con l’allungamento dell’età media, tanto per restare alla nostra figura geometrica, da triangolo equilatero, si debba passare ad altre figure: l’isoscele con due lati e angoli con lunghezza uguale o scaleno con tutti i lati e angoli interni che hanno lunghezze differenti. Se vogliamo, introducendo questa variante “esistenziale” nella nostra nuova figura, dobbiamo dire che abbiamo un lato, i giovani, di trenta gradi, l’età intermedia di sessanta e quella degli anziani di novanta. Da una prima riflessione notiamo come il primo lato si sia accorciato provocando nei giovani una maturità precoce ma anche innaturale e con uno strascico di problemi non indifferenti che vanno, inevitabilmente, a scaricarsi nel secondo lato. Il terzo, invece, si è allungato e ha dato origine a un’altra irregolarità. Se a questo punto volessimo ritornare a quella che consideriamo la figura ideale che è data dal triangolo equilatero, dovremmo restituire ai giovani il loro spazio e tornare ad accorciare la speranza di vita agli anziani. Se partiamo da questo postulato, dobbiamo subito dopo chiederci: è praticabile tale strada? E ancora: “Quali sarebbero le conseguenze se la percorressimo?” Dovremmo in pratica restituire ai giovani quella fetta di giovinezza che abbiamo loro sottratto, e qui potrebbe anche starci bene, ma non è la stessa cosa per gli anziani che si vedrebbero preclusa la possibilità di vivere più a lungo.
Se usciamo per un momento da questo livello di astrattezza surreale e ci caliamo nella nostra quotidianità la risposta potrebbe diventare cinica pensando di stabilire un’età oltre la quale non si debba andare per continuare a tenere valida la figura del nostro triangolo isoscele.
Un’alternativa sarebbe di tenere “compresse” le età come in qualche modo è stato fatto in Italia con gli ammortizzatori sociali per i giovani nei fuori corso universitari e con la ferma obbligatoria. Oggi lo facciamo con i master e gli stage. Ma come possiamo conciliare la grande voglia dei giovani per la “maturità” e la loro spinta a diventare dei protagonisti nella società con le altre generazioni contestualmente presenti? Ciò vuol dire anticipare l’ingresso nell’età intermedia e che, a sua volta, finisce con l’esaurire ben presto la sua carica “propulsiva” diciamo intorno ai 55-60 anni.
Così finiamo con lo stabilire una regola che vede entrare nel mondo del lavoro e nelle istituzioni giovani che solo qualche anno fa relegavamo tra i banchi di scuola mentre estromettiamo dal sistema i cinquantacinquenni e che a loro volta diventano in pratica degli anziani da parcheggiare in solitudine nel limbo dell’attesa e che diventa maggiore per via dell’allungamento della vita.
E’ logico presumere che con questa diversa suddivisione del differenziale esistenziale s’ingenerino dei conflitti soprattutto da parte dei giovani rispetto agli anziani.
Giovani sempre più adulti e anziani sempre più superflui. Se vogliamo a questo punto ritornare alla logica delle “convergenze parallele” vi sarebbe un modo per affievolire i dissidi intergenerazionali stabilendo lavori ad hoc. Prendiamo ad esempio un giocatore di calcio professionista.
Sappiamo bene che la sua “vita sportiva” non andrà oltre i trentacinque anni. Dopo tale data dovrà cercarsi un diverso impiego. Perché non possiamo fare la stessa cosa, sulla base dei dati anagrafici o anche per età biologica, per ciascuno di noi?
Possiamo stabilire dei lavori “congeniali” a una certa età e non in altre e fare in modo che i vari passaggi siano mediati attraverso appositi corsi professionali.
Così potremmo trovare un lavoro a un settantenne senza per questo “rubarlo” a un trentenne. Se non altro potremmo ovviare quelle contraddizioni che abbiamo dovuto rilevare in questi ultimi anni con sistemi che per favorire il turn over si anticipava l’età pensionabile per poi rendersi conto che il loro costo sociale si ritorceva inevitabilmente sul sistema economico del Paese danneggiandolo seriamente. Come dire? Il rimedio era peggiore del male.
Oggi gli anziani possono diventare odiosi e scatenare intolleranze in tanti modi.
Prima di tutto per le loro richieste di adeguamenti pensionasti al costo della vita e poi per le loro necessità assistenziali ritenute sempre più costose e per i tentativi di taluni di essi di “arrotondare” le loro rendite con il lavoro in nero e ancor peggio nel fare delle loro professione un’attività inalienabile come in politica e nelle rappresentanze istituzionali. L’esempio tipico l’abbiamo con Berlusconi che da industriale è passato alla politica a tempo pieno e ora punta all’immortalità.
Ma come possiamo escludere una realtà alla quale tutti noi siamo sottomessi se non cercando di mediarla con la forza della ragione?
D’altra parte ogni età è necessaria e ineluttabile all’essere umano come per tutte le creature viventi per una legge che ci sovrasta ed è incomprimibile e immutabile: è quella del tempo. (Riccardo Alfonso)

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Politica: Le convergenze parallele

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 febbraio 2017

bruno_tabaccipisapiaHo taciuto per non anticipare i tempi, ma era nell’aria l’impostazione politica che Bruno Tabacci avrebbe dato al suo movimento “Centro Democratico”. Pisapia ha ideato il “Campo Progressista”, come una linea retta, che è stata intercettata da Bruno Tabacci, leader del “Centro Democratico” fautore di una impostazione liberal-socialdemocratica, dichiaratamente di un Centro non isolato, bensì ampiamente aperto alla collaborazione costruttiva del liberalismo crociano e della socialdemocrazia non più d’origine marxista; non per nulla nel profilo di Tabacci e dei suoi sostenitori venne ideata la formula “I marxisti di Tabacci”, non per avvicinare Tabacci al marxismo, bensì, al contrario, per proporre una revisione critica del marxismo, ormai fuori dalla storia, che avrebbe trovato in Karl Marx, qualora avesse potuto vedere le conquiste della classe operaia, un convinto sostenitore socialdemocratico. La socialdemocrazia è figlia legittima di un socialismo revisionista, non violento, non marxista, critico del capitalismo e fautore di uno Stato Sociale pur accettando il presupposto della proprietà privata, condividendo il libero mercato secondo l’influenza keynesiana. Il liberalismo crociano, specie nella lettera ai giovani aderenti al liberalismo, colma i vuoti della socialdemocrazia , ricevendone, a sua volta, una completezza ideologica che coinvolge anche la Storia: la Storia, infatti non è storia della libertà, come vorrebbe il liberismo di stampo berlusconiano, bensì Storia della lotta per la libertà. Fin dalle elementari abbiamo studiato che due rette parallele sono destinate a non incontrarsi mai. ma la politica è l’arte del possibile, per cui le due rette parallele di Pisapia e di Tabacci possono rinnovare gli auspici delle “Convergenze Parallele”, incontrandosi sul terreno del possibile, avente come comune denominatore il bene sociale, scavalcando i privilegi di pochi da spalmare in un benessere comune. (Rosario Amico Roxas)

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