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Stati Uniti, la Corte Suprema abolisce il diritto all’aborto dopo 50 anni

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

Stamattina la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito la storica sentenza Roe v. Wade del 1973, revocando il diritto all’aborto. “L’aborto presenta una profonda questione morale. E la Costituzione non conferisce il diritto all’aborto” si legge nella sentenza. Sei giudici, tre dei quali nominati dall’ex presidente Donald Trump, hanno votato a favore e tre – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Stephen Breyer – contro. “Tristemente, molte donne hanno perso oggi una tutela costituzionale fondamentale. Noi dissentiamo” hanno dichiarato i tre giudici contrari alla decisione. Gli Stati potranno ora decidere autonomamente. E’ probabile che quasi la metà renderà l’aborto illegale. Davanti alla sede della Corte Suprema intanto cresce la protesta, con un numero di manifestanti che aumenta di minuto in minuto. (fonte Pressenza International press agency)

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La Corte Suprema Usa e il diritto al voto: fra restrizione e democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 luglio 2021

By Domenico Maceri. “Se crediamo a una giusta ed aperta democrazia e il principio di ogni individuo col diritto al voto, oggi è uno dei giorni più bui della Corte Suprema”. Con queste parole, Chuck Schumer, senatore democratico di New York e presidente del Senato, ha caratterizzato due recenti decisioni della Corte Suprema sul diritto al voto. Una delle due decisioni ha continuato ad erodere il Civil Rights Act del 1965 che garantisce il diritto al voto a tutti e un’altra che spalleggia una nuova legge in Arizona che avrà l’effetto di “sopprimere” le opportunità di voto ai gruppi minoritari.L’erosione del Civil Rights Act era già avvenuta in una decisione della Corte nel 2013 secondo cui Stati con una storia di discriminazione non devono più seguire certe regole per garantire il voto a tutti. Il più recente colpo assestato dalla maggioranza dei giudici vede legittime alcune restrizioni al voto introdotte dai repubblicani in Arizona poiché non limitano la disponibilità al voto dei gruppi minoritari. Scrivendo per la maggioranza, (6-3) Samuel Alito, uno dei giudici più conservatori, ha detto che l’integrità delle elezioni giustifica le nuove leggi dell’Arizona.Il concetto di integrità delle elezioni si collega ovviamente alla “big lie” (grande menzogna) di Donald Trump che la frode elettorale gli ha rubato la rielezione. Ciò non è vero e difatti la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, non aveva accettato i ricorsi dell’ex presidente di intervenire sull’elezione del 2020. Più di 60 ricorsi alla magistratura fatti dall’allora presidente sono stati respinti. L’ex presidente è rimasto completamente deluso perché vede tutti i rapporti come questioni di transazioni: lui aveva nominato 3 dei 6 repubblicani per creare una maggioranza schiacciante e quindi lo dovevano ripagare. Non ha funzionato così. La Corte Suprema non ha nemmeno riflesso completamente i desideri dei repubblicani poiché ha virato a “sinistra” in alcuni casi visibilissimi come l’Obamacare, mantenendo viva per la terza volta la riforma sanitaria del 44esimo presidente.Nel caso dei diritti civili e specialmente nel voto le recenti decisioni della Corte Suprema sono però pericolose perché basate sulla falsariga dell’integrità elettorale. Alito e gli altri giudici sanno benissimo che tutti gli studi sulla frode elettorale in America ci indicano che non esiste. Ciò che invece sappiamo è che la strategia del Partito Repubblicano è sempre quella di limitare il numero di elettori, specialmente quello dei gruppi minoritari che in grande misura favoriscono i democratici. Quest’idea di limitare l’esercizio del voto come vantaggio per i repubblicani è stato ammesso non poche volte. Proprio nella difesa della legge avvocati dell’Arizona davanti ai nove giudici della Corte Suprema hanno ammesso che senza le restrizioni i repubblicani si troverebbero “svantaggiati in comparazione ai democratici”. La maggioranza dei giudici però è andata oltre questo ragionamento di Alito che vede delle differenze di opportunità nell’esercizio del voto senza però giudicarle come disuguaglianza alle opportunità del voto. Quindi l’Arizona può rifiutare di includere nei conteggi schede elettorali votate in un distretto sbagliato. La raccolta di voti in periodi delle elezioni anticipate da portare ai seggi non sarà permessa. L’elettore stesso dovrà consegnare in persona la sua scheda. Se i seggi sono a 50 miglia dalla residenza di elettori che non hanno macchina, anche quello può essere accettato dalla maggioranza della Corte Suprema.Le due recenti decisioni sono una doccia fredda anche al Ministero di Giustizia americana che aveva esposto denuncia contro leggi simili a quelle dell’Arizona approvate dalla Georgia che restringono il voto. È possibile che Merrick Garland, procuratore generale, prevalga nella sua denuncia al livello locale e persino statale ma le prospettive di arrivare alla Corte Suprema ci fanno pensare che non avrebbe successo. Difatti la decisione della Corte Suprema sui diritti al voto in Arizona si traduce in un buon auspicio per i repubblicani in altri 17 Stati che hanno approvato leggi simili con misure restrittive al voto. In effetti, altri Stati dominati dai repubblicani potrebbero intraprendere simili strategie sapendo che la Corte Suprema li spalleggerebbe.I democratici hanno alcune carte da giocare ma fino al momento si trovano sulla difensiva. La prima di queste strade è sperare che la Commissione sulla riforma della Corte Suprema indetta dal presidente Joe Biden nel mese di aprile scorso completi il suo compito e faccia raccomandazioni per bilanciare l’organo giudiziario supremo. Attualmente, come si sa, la Corte pende a destra poiché sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani. Si tratta di un’ardua e potenzialmente lunga strada che richiederebbe una ristrutturazione della Corte Suprema. L’altra carta da giocare è quella di insistere sulla riforma elettorale inclusa in HR1, For the People Act, approvata dalla Camera, ma fino ad adesso congelata al Senato. Il problema, come si sa, è che nella Camera Alta esiste la regola del filibuster che richiede una super maggioranza di 60 dei 100 voti per aprire i dibattiti che conducono al voto. I repubblicani continuano ad ostruire approfittando di questa regola.Eliminare il filibuster continua ad essere molto difficile poiché i cinquanta senatori democratici non sono compatti. Due di loro, Kyrsten Sinema (Arizona) e Joe Manchin (West Virginia), sono contrari. Il continuo comportamento ostruzionista dei repubblicani e adesso la virata a destra delle recenti decisioni della Corte Suprema potrebbero spingerli a riconsiderare. Sinema, infatti, ha reagito con grande delusione alle decisioni della Corte Suprema dicendo che “danneggeranno la capacità dei cittadini dell’Arizona di esprimersi alle urne”.La questione del voto è fondamentale nella democrazia ed è stata una battaglia su chi ne ha diritto dalla creazione degli Stati Uniti. Inizialmente solo i cittadini bianchi padroni di proprietà potevano votare. Con il quindicesimo emendamento del 1870 il voto fu esteso agli afro-americani e poi più tardi nel 1920 anche alle donne. Le restrizioni all’esercizio del voto però continuarono ma furono migliorate con il Civil Rights Act del 1965. La lotta non è però finita. La Corte Suprema, riflettendo i desideri del Partito Repubblicano, con le sue recenti decisioni ha fatto passi indietro. La speranza è che i democratici riescano a mettersi d’accordo per proteggere il futuro della democrazia e del loro potere politico. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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U.S.A. La riforma della Corte Suprema: mossa cauta di Biden

Posted by fidest press agency su sabato, 17 aprile 2021

By Domenico Maceri, Ph. DSi tratta di un “attacco diretto all’indipendenza del sistema giudiziario della nostra nazione”. Ecco come Mitch McConnell, repubblicano del Kentucky e leader della minoranza al Senato, ha caratterizzato la commissione presidenziale per la riforma della Corte Suprema. Nel suo annuncio, Joe Biden ha informato che sono stati selezionati 36 studiosi di giurisprudenza, avvocati ed ex giudici federali per studiare quali modifiche sarebbero utili per ristabilire un bilanciamento nel massimo organo giurisdizionale del Paese. Come si sa, la Corte Suprema americana attuale è composta da 9 giudici, 6 dei quali sono stati nominati da presidenti repubblicani e 3 da democratici.È proprio questo sbilanciamento nella Corte Suprema che Biden e la sinistra in generale vorrebbero ritoccare senza però attaccare il sistema giudiziario. Se qualcuno lo ha attaccato e deformato, infatti, bisogna proprio guardare al comportamento di McConnell. Va ricordato che se la Corte Suprema pende a destra il merito è proprio del senatore del Kentucky che ha abusato il suo potere per portare l’acqua al mulino del suo partito. McConnell nel 2016 congelò la nomina di Merrick Garland fatta dall’allora presidente Barack Obama con una trovata originale che diventò esplicitamente ipocrita. McConnell asserì che in un anno di elezione presidenziale il futuro presidente e non quello in carica aveva il diritto di nominare il giudice che avrebbe sostituito Antonin Scalia, morto poco tempo prima. Con l’elezione di Donald Trump nel 2016, Neil Gorsuch andò ad occupare il seggio di Scalia, in effetti “rubandolo” ai democratici. Nel caso di Garland mancavano 237 giorni all’elezione e quindi c’era più che sufficiente tempo per la conferma. Poi quando nel 2020 morì Ruth Bader Ginsburg, McConnell dichiarò che il suo sostituto sarebbe sottoposto al voto di ratifica della Camera Alta al più presto. L’elezione presidenziale sarebbe avvenuta in 47 giorni, una conferma lampo dunque comparata al congelo ed eventuale revoca di quella di Garland.McConnell ha dunque poche ragioni per lamentarsi di una possibile riforma della Corte Suprema considerando le sue azioni sul sistema giudiziario. McConnell ha inoltre imballato il sistema giudiziario inferiore durante i quattro anni di amministrazione di Trump confermando 234 giudici dei diversi distretti federali, incluso 54 giudici di Corte di Appello. Questi nuovi giudici avranno un impatto dell’amministrazione dell’ex presidente per decenni. Considerando che la Corte Suprema accetta solo il 3 percento dei casi proposti e il 97 percento vengono decisi da queste corti inferiori, McConnell ha in un certo senso vinto la battaglia giudiziaria anche con un’eventuale riforma della Corte Suprema.Ciononostante la Corte Suprema è importantissima e il fatto che i repubblicani abbiano nominato 6 dei 9 giudici ha causato serie preoccupazioni alla sinistra. La commissione di Biden dovrebbe consegnargli un rapporto finale in 180 giorni e poi si vedrà cosa vuole modificare il 46esimo presidente. Si crede che i due elementi principali siano il numero totale delle toghe e l’incarico a vita dei giudici. Agli inizi della storia americana i giudici erano 6, poi furono aumentati a 10 durante la Guerra Civile, e nel 1869 il numero fu ridotto a 9 che continua tuttora. I cambiamenti si possono fare dunque e infatti considerando i 152 anni passati dall’ultimo aggiornamento alcune modifiche sarebbero giustificate.Il numero 9 però è popolare e persino la giudice Bader Ginsburg, icona della sinistra, aveva indicato che era un ottimo numero per la Corte Suprema. Anche l’attuale giudice liberal Stephen G. Breyer, in un recente discorso alla Harvard University, ha sottolineato che il numero è adeguato e che l’aggiunta di altri “eroderebbe la fiducia” che gli americani hanno nel sistema giudiziario. Breyer ha anche difeso l’attuale Corte Suprema ricordando giustamente che in alcuni casi la maggioranza ha votato contro desideri conservativi come l’Obamacare (la riforma sanitaria di Barack Obama), l’immigrazione, e l’aborto. Breyer avrebbe potuto anche aggiungere la “sconfitta” di Trump nel suo ricorso per ribaltare il risultato dell’elezione del 2020, causando l’ex presidente di accusare i giudici di ingiustizia, dichiarando che “dovrebbero vergognarsi”. Breyer da parte sua è sotto il mirino della sinistra perché a 82 anni, il più anziano fra i nove giudici, potrebbe andare in pensione permettendo a Biden di nominare la prima donna afro-americana alla Corte Suprema come ha promesso. La sinistra, però, vorrebbe aumentare il numero immediatamente per stabilire un certo bilanciamento fra giudici nominati da repubblicani e democratici. Aggiungendo altri 3 o 4 giudici nei prossimi anni si potrebbe raggiungere questa meta. Biden nel 1983 aveva dichiarato che imballare la Corte Suprema era “un’idiozia” ma le cose sono cambiate con le recenti azioni repubblicane al Senato e le spinte dell’ala sinistra del suo partito che lo hanno costretto ad agire anche se in maniera prudente. Bisognerà vedere le raccomandazioni che riceverà. Con ogni probabilità l’incarico a vita dei giudici sarà preso di mira e potrebbe risultare in una raccomandazione con supporto bipartisan. Al momento i giudici spesso vanno in pensione quando un presidente con analoghe vedute ideologiche è in carica onde dargli l’opportunità di nominare un nuovo giudice che possa essere un “clone”. Il più recente esempio di questo problema si è verificato nel caso di Anthony Kennedy il quale andò in pensione nel 2018. Ciò permise a Trump di nominare Brett Kavanaugh la cui conferma fu ottenuta nonostante le accuse di molestie sessuali quando era studente al liceo. Secondo la Costituzione il governo può modificare il numero e le modalità della Corte Suprema che includono anche il significato di maggioranza per decidere i casi. Al momento si tratta di una semplice maggioranza ma si potrebbe istituire una super maggioranza del 60 percento come esiste al Senato, ossia la nota regola del filibuster. Ed è proprio questa regola del Senato che sarà il più grosso scoglio in qualunque raccomandazione fatta dalla commissione, assumendo che Biden vorrà metterne in atto. Si tratta infatti dello scoglio che lega le mani a tutta l’agenda politica dell’attuale inquilino alla Casa Bianca considerando l’intransigenza dei senatori repubblicani. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Lo strapotere della Corte Suprema: arma poco segreta di Trump per la rielezione?

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

Domenico Maceri, PhD. “È un’istituzione pericolosa”. Queste le parole di parole di Samuel Moyn per definire la Corte Suprema americana in un’intervista a Democracy Now. Moyn, docente di giurisprudenza e storia alla Yale University, vede immensi poteri nelle mani di nove giudici, non eletti democraticamente ma nominati da presidenti e confermati dal Senato, a divenire arbitri di tantissime contese politiche. La conferma quasi lampo di Amy Coney Barrett per sostituire Ruth Bader Ginsburg sposterà la Corte Suprema a un orientamento di estrema destra poiché consisterà di 6 giudici nominati da presidenti repubblicani e una minoranza di 3 con tendenze liberal. Moyn però non esclude cambiamenti progressisti per tagliare le ali al potere delle toghe e riportarlo al ramo legislativo che riflette di più la democrazia.Storicamente la Corte Suprema ha confermato tendenze antidemocratiche riflettendo più i desideri del potere di una minoranza invece dei bisogni della maggioranza degli americani e il loro senso di giustizia. Lo strapotere della Corte Suprema in comparazione agli altri poteri che riflettono di più la democrazia, ossia l’esecutivo e il legislativo, è dovuto in parte che i giudici, dopo la conferma del Senato, ottengono impieghi che durano tutta la vita. I legislatori non hanno limiti di mandati, ma devono continuamente essere confermati dagli elettori: ogni due anni per i parlamentari e sette per i senatori. Nel caso del presidente i mandati sono semplicemente due di quattro anni ciascuno, il secondo dei quali soggetto alla rielezione. Inoltre, i giudici possono “clonarsi” andando in pensione quando sanno che un presidente con orientamento analogo nominerà i loro successori.I poteri immensi della Corte Suprema si sono spesso scontrati con il potere esecutivo. Va ricordavo che Thomas Jefferson, il terzo presidente americano (1801-1809), si preoccupò dei suoi nemici che si “rifugiavano” nella roccaforte della Corte Suprema da dove potevano governare senza preoccuparsi dei desideri democratici del popolo. Abraham Lincoln, il 16esimo presidente (1861-1865), ebbe anche lui serie difficoltà con la Corte Suprema e cercò di limitarne i poteri senza però ottenere l’appoggio della legislatura. Franklin Delano Roosevelt, il 32esimo presidente, si scontrò con l’antidemocrazia della Corte Suprema la quale nel 1935 dichiarò illegale il National Recovery Act, una legge che favoriva i lavoratori e i consumatori. Dopo le minacce di Roosevelt di “pack the Court” (imballare la Corte), ossia ampliare il numero nominando giudici a lui favorevoli, altre sue leggi simili furono poi trattate in modo più ragionevole. Ciononostante la Corte Suprema non ha subito molti cambiamenti anche se va ricordato che inizialmente era composta da sei giudici. Durante la Guerra Civile fu ampliata aggiungendone altri 4 per un totale di 10 fino al 1869 quando il numero fu stabilito a 9 che rimane tutt’ora. Cambiamenti sul numero dei giudici e le procedure potrebbero essere messe in atto da un presidente con la collaborazione della legislatura. Con l’orientamento della Corte a destra si prevedono decisioni a breve termine che potrebbero spingere un eventuale presidente Joe Biden e una legislatura del suo stesso partito a fare modifiche progressiste per tagliare le ali alla Corte Suprema. Biden ha infatti dichiarato che se eletto presidente nominerà una commissione bipartisan per studiare le problematiche della Corte Suprema.Ampliare il numero dei giudici contemplato da Roosevelt sarebbe una scelta anche se non controversa la quale potrebbe essere scatenata da potenziali eccessi della Corte Suprema. Questi potrebbero includere l’abrogazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Barack Obama, ma anche di Roe V. Wade, la decisione che garantisce alla donna il diritto all’aborto senza eccessive restrizioni governative. Eventi estremisti di tale genere lascerebbero poca scelta a Biden di agire. Il numero si potrebbe aumentare da 9 a 11 per bilanciare la Corte o persino a 13 per ottenere un’ovvia maggioranza liberal. La questione dell’incarico a vita dei giudici potrebbe essere affrontata imponendo limiti simili a quelli dei mandati presidenziali. Altre possibilità includono di riformare le procedure della Corte Suprema che al momento vedono i casi decisi con una semplice maggioranza, spesso 5 a 4, con una maggioranza più amplia. Ciò limiterebbe il compito della Corte Suprema a quei casi approvati dalla legislatura ovviamente esagerati o chiaramente illegali.La Corte Suprema e tutto il sistema giudiziario sono stati usati e continuano ad esserlo dai Repubblicani per mantenere il potere sulle questioni delle procedure legali per l’esercizio del voto. Gli impedimenti al voto sono stati storicamente visibili nel Sud del Paese dopo la Guerra Civile che avrebbe dovuto dare pieni diritti agli afroamericani. Non è avvenuto ma infatti le stesse metodologie e procedure per ostacolare l’esercizio del voto ai gruppi minoritari sono state adottate anche da Stati del nord dominati da legislature repubblicane. Con ciò non si vuole dire che la Corte Suprema sempre decida a favore della destra. Proprio di questi giorni la Corte ha bocciato una richiesta del Partito Repubblicano della Pennsylvania che avrebbe limitato il voto per corrispondenza. La decisione è stata di 4 a 4 il che vuol dire che la decisione della Corte Statale rimane in effetto. Si crede, con buone ragioni, che se Barrett fosse già stata alla Corte, l’esito sarebbe stato diverso.La conferma lampo di Barrett che avverrà proprio di questi giorni aggiungerà un altro giudice conservatore che potrebbe rivelarsi decisivo all’esito finale dell’elezione già in corso. Trump sta facendo di tutto per delegittimare la votazione per creare un risultato elettorale incerto e confuso che potrebbe essere consegnato alla porte della Corte Suprema. È già avvenuto nel 2000 quando la Corte Suprema mise fine al conteggio dei voti in Florida e in effetti consegnò le chiavi della Casa Bianca a George W. Bush. Al momento, questa strada sembra essere l’unico sbocco per Trump, considerando la quasi unanimità dei sondaggi che danno il suo avversario come vincitore. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Corte Suprema Usa: da ipocrisia repubblicana a riforma democratica?

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 ottobre 2020

Domenico Maceri, PhD. Due ore dopo l’annuncio della morte della giudice della Corte Suprema Ruth Baines Ginsburg, Mitch McConnell, presidente del Senato americano, ha dichiarato che il suo sostituto sarà sottoposto al voto di ratifica della Camera Alta al più presto. McConnell era molto serio nel suo comportamento ma con ogni probabilità sorrideva dentro di sé alla prospettiva di collocare un giudice conservatore per rimpiazzare l’icona dei giudici liberal che era appena deceduta.Poco prima della morte, la giudice Ginsburg aveva dettato a una sua nipote il suo ultimo messaggio nel quale dichiarava il “più fervente desiderio di non essere rimpiazzata finché il nuovo presidente non sarà inaugurato”. Un desiderio espresso prima della morte andrebbe rispettato ma McConnell non ha nessuna intenzione di esaudirlo. Va ricordato però che nel 2016, il presidente del Senato congelò la nomina di Merrick Garland decisa dall’allora presidente Barack Obama. In quel caso McConnell lo spiegò asserendo che in un anno di elezione presidenziale il nuovo presidente aveva il diritto di nominare il giudice che avrebbe sostituito Antonin Scalia, morto poco tempo prima. Con l’elezione di Trump nel 2016 Neil Gorsuch andò ad occupare il seggio di Scalia, in effetti “rubandolo” ai democratici.Nel caso di Garland mancavano 237 giorni all’elezione del 2016 ma in quello di Ginsburg meno di 46. Infatti, l’elezione è già in corso poiché gli elettori del Minnesota, Wyoming, South Dakota, Virginia e parecchi altri hanno iniziato la votazione concessa loro dal voto anticipato. McConnell ha cercato di giustificare la sua inconsistenza dicendo che adesso il Senato e la Casa Bianca sono nelle mani dello stesso partito. Non si trattava dunque di democrazia. Solo il potere. McConnell sarà il leader dell’ipocrisia ma è anche assistito dai suoi 52 colleghi repubblicani al Senato. Alcuni hanno poco da invidiare al presidente della Camera Alta nel soggetto di ipocrisia. Spicca fra questi il senatore Lindsey Graham del South Carolina, il nuovo capo della commissione Giudiziaria al Senato che condurrà le audizioni per la conferma del nuovo giudice che Trump è quasi pronto a nominare. Nel 2016, Graham, per giustificare la sua posizione sul congelamento della nomina di Garland, disse che se un seggio alla Corte Suprema dovesse divenire vacante nell’ultimo anno di un presidente repubblicano prima dell’elezione lui avrebbe questa stessa opinione di rimandare e lasciare la nomina al nuovo presidente. Graham sfidò tutti a ricordarglielo e fargli rimangiare le parole. Adesso, nel caso esatto previsto da Graham, il senatore ha ipocritamente cambiato rotta, spiegando che si procederà immediatamente con la nomina e l’eventuale conferma del nuovo giudice. I democratici speravano che con la risicata maggioranza repubblicana al Senato—53 a 47— almeno quattro repubblicani con una certa etica si sarebbero fatti vivi, congelando il tutto. Solo due hanno indicato questa strada. La senatrice Lisa Murkowski dell’Alaska e Susan Collins del Maine. Quindi tutto ci fa credere che dopo la nomina si procederà alla conferma. I democratici ovviamente rallenteranno il più possibile, cercando di ostacolare la conferma, ma la storia recente ci indica che i loro sforzi avranno poco successo. In parte ciò si deve al caso specifico di Ginsburg ma la situazione è aggravata dal fatto che i giudici della Corte Suprema fanno del tutto per andare in pensione al momento giusto con la speranza di “clonarsi” con un successore gradito.Il caso più recente di questa clonazione è quello di Anthony Kennedy, nominato alla Corte Suprema dal presidente Ronald Reagan nel 1987 e confermato nel 1988. Nel 2018, all’età di 82 anni, Kennedy andò in pensione e Trump lo sostituì con Brett Kavanaugh. La giudice Ginsburg, morta all’età di 87 anni, avrebbe potuto fare qualcosa di simile andando in pensione durante la presidenza di Barack Obama, il quale la avrebbe sostituita con un giudice che riflette le sue vedute ideologiche. Apparentemente lei non si era dimessa durante la presidenza di Obama perché non credeva che il suo sostituto sarebbe stato abbastanza liberal. La giudice Ginsburg decise dunque di aspettare l’esito dell’elezione del 2016 che avrebbe visto Hillary Clinton, la prima donna alla presidenza americana. Sappiamo che l’elezione di Trump fu una sorpresa e Ginsburg cercò di resistere sperando in una vittoria democratica nell’elezione del 2020 ma sfortunatamente non ce l’ha fatta. Dunque negli ultimi anni, non solo i democratici hanno fallito di imporre un giudice di sinistra con la morte de Scalia ma hanno anche perso l’icona liberal dalla Corte Suprema con Ginsburg, la quale, salvo colpi di scena, sarà sostituita da un giudice conservatore.Ciononostante i democratici avranno delle carte da giocare nel caso in cui Joe Biden sarà eletto presidente e se riusciranno a raggiungere la maggioranza al Senato alle prossime elezioni. Si crede che con la maggioranza nelle due Camere e il controllo della Casa Bianca i democratici potrebbero riformare la Corte Suprema, ampliando il numero da 9 a 15 giudici. Il numero di giudici non è stabilito dalla Costituzione ma da una legge del lontano 1869. Ovviamente Biden nominerebbe 6 nuovi giudici i quali ristabilirebbero una certa uguaglianza ideologica e forse anche una lieve maggioranza che penderebbe a sinistra. Ristrutturare la Corte Suprema creerebbe una feroce battaglia politica. I democratici però potrebbero convincere l’elettorato sulla necessità della riforma insistendo giustamente sui problemi attuali causati dalla carica a vita dei giudici. Fino ad adesso i giudici sono nominati a vita e spesso continuano a lavorare fin quando credono che un presidente dello stesso partito che li ha nominati si trovi alla Casa Bianca considerando chi li sostituirà una volta andati in pensione.Storicamente il Senato era la Camera che mitigava gli eccessi della “House”, la Camera Bassa, mediante un gruppo di senatori bipartisan che davano potere alla minoranza con la regola del “filibuster” che richiede 60 dei 100 consensi per procedere ai voti delle proposte legislative e le conferme dei giudici. Il filibuster è stato abolito in parte dai democratici ma soprattutto dai repubblicani e adesso richiede una semplice maggioranza eccetto per le proposte legislative. Il fatto che i repubblicani non siano riusciti a far emergere 4 senatori per bloccare l’ovvio eccesso di Trump e di McConnell si deve al clima tossico degli anni recenti e l’uso della Corte Suprema per risolvere le contese politiche. Trump ci crede. Rispondendo a una domanda di un giornalista qualche giorno fa l’inquilino della Casa Bianca ha detto che la Corte Suprema dovrà decidere l’esito dell’elezione del 2020 a causa di brogli del voto per corrispondenza. Quindi un 6-3 alla Corte Suprema prima del novembre 3, giorno dell’elezione, gli farebbe comodo. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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La Corte Suprema bacchetta Trump ma non troppo

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2020

“Duecento anni fa, un grande giurista della nostra Corte ha stabilito che nessun cittadino, nemmeno il presidente, è al di sopra del dovere comune di produrre evidenza se viene citato in un’indagine penale”. Così John Roberts, presidente della Corte Suprema statunitense, ha confermato che Donald Trump deve produrre i documenti richiesti dalla procura di New York che sta indagando illeciti nella campagna elettorale del 2016. Si tratta dei tentativi della campagna del 45esimo presidente di silenziare due presunti rapporti con la pornostar Stormy Daniels e l’ex modella di Playboy Karen McDougal. Il procuratore Cyrus Vance Jr. potrà dunque avere accesso ai documenti relativi a tasse e contabilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca da usare nel Gran Giurì, il che significa che resteranno fuori dalla conoscenza del pubblico.La sconfitta di Trump (7-2) nella Corte Suprema è stata però raddolcita dall’altra sulle richieste delle dichiarazioni dei redditi di Trump da parte di tre Commissioni del Congresso. In questo caso la Corte ha rimandato la richiesta a una Corte di grado inferiore, considerando le richieste delle Commissioni non abbastanza specifiche. Secondo gli analisti, ci vorrà tempo e quindi gli americani non vedranno le dichiarazioni dei redditi del presidente come hanno potuto fare con quasi tutti gli altri candidati presidenziali negli ultimi decenni.Nonostante le due apparenti sconfitte Trump ne esce bene poiché la Corte non ha imposto la consegna immediata di questi documenti. Vance dovrà ancora lottare per ottenerli e i presidenti delle tre Commissioni dovranno ancora sudare sette camice per arrivare alla loro meta. Si crede che ciò potrebbe arrivare a dopo l’elezione del 3 novembre. La Corte ha dunque bacchettato Trump sulla questione della sua immunità assoluta ma allo stesso tempo gli ha dato tempo per continuare le battaglie legali e continuare a mantenere segreti i suoi affari. Ovviamente, se Trump non fa vedere le sue dichiarazioni di redditi aumenta i sospetti che esiste qualcosa di poco limpido. Fino ad adesso ciò non lo ha danneggiato politicamente ma Joe Biden userà questo tema per aumentare i dubbi sul suo avversario.Il fatto che Trump non possiede immunità assoluta ha rassicurato tutti poiché ci conferma che la Corte Suprema ha fatto il suo dovere ed ha agito da contrappeso alle tendenze autoritarie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Gli lega le mani anche se non troppo. Conferma però il concetto basico che l’attuale presidente e quelli del futuro hanno dei limiti nei loro considerevoli poteri. Considerando che i repubblicani al Senato hanno chiuso non uno ma ambedue gli occhi alle trasgressioni di Trump almeno uno dei tre rami del potere americano ha fatto valere la sua voce. Ciononostante la decisione manda un messaggio poco rassicurante. Un presidente che non vuole cooperare con il Congresso e rispettare gli atti di comparizione può cercare di seguire la strada tracciata da Trump, cioè di ritardare e fare scadere l’orologio. Dimostra anche che la giustizia non è uguale per tutti poiché quelli con risorse, come Trump, possono usare il sistema legale facendo uso di avvocati e farla franca o almeno decelerare le decisioni e spingerle nel futuro finché i loro avversari si stanchino e alla fine prevalere.La “vittoria” del 45esimo presidente però si potrebbe rivelare una vittoria di Pirro. Tutte le previsioni ci dicono che Trump perderà le elezioni e in sei mesi dovrà uscire dalla Casa Bianca. Non avrà più dunque i poteri del presidente e dovrà difendersi usando completamente le sue risorse di cittadino privato. Trump potrebbe concedersi la grazia come ha indicato in un tweet del 2018 in cui asserisce di avere il “potere assoluto di concedersi la grazia”. In tale eventualità lancerebbe di nuovo un’altra sfida alla Corte Suprema di decidere poiché la Costituzione non è chiara se il potere presidenziale di concedere la grazia include anche il presidente stesso. Trump potrebbe anche dimettersi e farsi graziare da Mike Pence, il suo vice, il quale avrebbe l’opportunità di divenire il 46esimo presidente, anche se per poco tempo. La grazia però sarebbe valida solo in questioni federali e non si applica ai suoi problemi legali con la procura di New York che verte su questioni statali. Quindi l’ipotesi di correre il rischio per frode fiscale e elettorale rimane.Il rischio di condanna non è remoto. Come ha testimoniato il suo ex avvocato Michael Cohen, è molto probabile che Trump abbia mentito nelle sue richieste di prestiti alle banche gonfiando il valore delle sue proprietà ma poi sgonfiandolo quando ha fatto le sue dichiarazioni fiscali. Da aggiungere anche che, nel caso di frode elettorale che ha causato a Cohen il carcere, si cita che l’ex avvocato ha agito in coordinazione con “l’individuo numero 1”, cioè Trump stesso, i cui assegni firmati dal presidente sono stati presentati al Congresso. Queste sono alcune ipotesi che il procuratore Vance affronterà al più presto non appena riuscirà ad ottenere le informazioni richieste che la Corte Suprema ha deciso dovranno essergli consegnate. I legali di Trump hanno già intrapreso le vie legali per ostacolare o almeno ritardare di consegnare questi documenti.Nulla sarà in ogni caso di aiuto a Biden per le elezioni del 3 novembre. I procuratori e i giudici non vogliono agire nel periodo vicino alle elezioni per non essere accusati di interferenza di parte e influenzare l’esito di un’elezione presidenziale. Il pericolo per Trump però esiste. La mezza sconfitta della Corte Suprema potrebbe rivelarsi pericolosa.Nel suo recente comizio a Tulsa Oklahoma Trump si è auto congratulato per i “due grandi giudici alla Corte Suprema”, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, da lui nominati. Anche loro però hanno votato contro di lui, dimostrando una certa indipendenza, capendo molto bene che Trump scomparirà dalla scena fra breve e la loro carica invece durerà per parecchi decenni. Il 45esimo presidente si è sentito “tradito” e lo avrebbe espresso ai suoi collaboratori. A differenza dei suoi altri collaboratori, però, Trump non può licenziare i giudici come ha recentemente fatto con Brad Parscale, il manager della sua campagna elettorale, a cui ha addossato la colpa per la situazione disastrosa in cui si trova secondo tutti i sondaggi.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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La difesa della Corte Suprema: Roberts duro con Schumer, morbido con Trump

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

By Domenico Maceri. “Dichiarazioni minacciose di questo tipo da alti funzionari del governo non sono solo fuori posto, sono pericolose”. Questa le parole del giudice John Roberts, presidente della Corte Suprema americana, mentre difendeva la magistratura dagli attacchi politici. Ci si aspetterebbe si trattasse di una reazione agli attacchi massacranti di Donald Trump e i suoi tweet velenosi verso giudici a lui poco graditi. Il bersaglio di Roberts era invece diretto a Chuck Schumer, senatore di New York, leader della minoranza democratica nella Camera Alta. Schumer aveva in precedenza attaccato direttamente due giudici, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, dicendo in un rally davanti alla Corte Suprema che le loro possibili e orribili “decisioni comporteranno serie conseguenze”. Schumer avvertiva i due giudici sulla loro possibile decisione di limitare o persino vietare la legge sull’aborto che la Corte Suprema prenderà in considerazione fra breve.Schumer ha capito di avere esagerato e quindi ha chiesto scusa. Ciononostante, il battibecco fra Roberts e Schumer ci conferma il clima di antagonismo verso il sistema giudiziario che continua sempre più a essere politicizzato. Allo stesso tempo però mette a nudo la debole difesa di Roberts della Corte Suprema dagli assalti del 45esimo presidente.Il mese scorso, il presidente Donald Trump, ha attaccato Amy Berman Jackson, giudice federale, la quale si apprestava a emettere una sentenza su Roger Stone, ex collaboratore di Trump. Schumer aveva implorato Roberts di difendere la giudice dai feroci attacchi dell’inquilino della Casa Bianca. Va ricordato che Stone era stato riconosciuto colpevole di falsa testimonianza e intralcio alla giustizia da una giuria federale. Prima che la giudice pronunciasse la sua sentenza, Trump era intervenuto, asserendo, senza nessuna prova, che Stone era stato trattato male e che meritava un nuovo processo. Trump aveva inoltre attaccato la presidente della giuria accusandola di parzialità che macchia il sistema giudiziario. Roberts però rimase silenzioso in questo caso come spesso fa quando Trump lancia le sue frecciate a funzionari del sistema giudiziario ogniqualvolta i tribunali e giudici gli vanno contro in tanti dei suoi casi legali.Che Roberts intervenga richiamando Schumer va riconosciuto e rispettato. Ma il presidente della Corte Suprema usa due pesi e due misure quando si tratta del 45esimo presidente. Eccetto in casi rarissimi, Roberts tace, lasciando correre gli assalti alla magistratura perpetrati da Trump. Uno di questi casi eccezionali si è avuto nel 2018 quando il 45esimo presidente attaccò il giudice federale Jon S. Tigar, il quale aveva sospeso un ordine di Trump di accoglienza zero ai migranti. Trump lo aveva etichettato un “giudice di Obama” perché era stato nominato dall’ex presidente. Roberts corresse Trump asserendo che non “esistono giudici di Obama, di Trump, di Bush, di Clinton” e che tutti i giudici sono imparziali a prescindere di chi li avrà nominati.Il rimprovero a Trump da parte di Roberts però è stato raro. Nella campagna presidenziale del 2016 l’allora candidato Trump aveva persino attaccato personalmente Roberts, il quale, nonostante un record molto conservatore, aveva votato nel 2012 con l’ala liberal della Corte Suprema per mantenere la legalità dell’Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall’allora presidente. Roberts rimase silenzioso anche in quel caso lì.Nel caso di Barack Obama però Roberts non ha taciuto. Nel 2010, il presidente della Corte Suprema ha etichettato di “molto preoccupante” un commento del primo presidente afro-americano su una decisione della Corte Suprema. Obama criticò aspramente la decisione “Citizens United v. FEC” la quale permette spese illimitate da corporation o altri gruppi nelle campagne politiche. In effetti aprì le porte a spese politiche che favoriscono i ricchi, aumentando il potere delle lobby e i loro contributi finanziari ai candidati, specialmente a quelli del Partito Repubblicano, legati come si sa alle classi benestanti.La selettività di Roberts nella sua difesa del sistema giudiziario si è anche vista nel caso degli attacchi di Trump a due giudici della Corte Suprema considerati liberal, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor. Secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca queste due giudici dovrebbero ricusarsi da tutti i casi relativi alla sua amministrazione perché hanno dimostrato pregiudizi verso di lui. Silenzio di tomba di Roberts al riguardo di questi attacchi.Il compito di Roberts non è ovviamente facile. Da una parte deve preoccuparsi del proprio lavoro di giudice ma come presidente di tutta la Corte Suprema ritiene giusto che si presenti anche come difensore della reputazione e soprattutto della legittimità delle decisioni giudiziarie. Le sue difese della Corte però ci fanno credere che la sua imparzialità di difensore del gruppo dei nove giudici della Corte Suprema lascia a desiderare. Il suo compito è ovviamente reso quasi impossibile dai feroci e costanti attacchi dall’attuale presidente che richiederebbe moltissima energia e tempo per neutralizzarli. Ovviamente Trump potrebbe dimostrare rispetto verso il sistema giudiziario ma non lo ha fatto da candidato né da presidente e nulla ci fa credere che cambierà. Schumer da parte sua, essendosi reso conto di avere sbagliato, ha offerto le sue scuse, le quali non sono state accettate dalla leadership repubblicana al Senato. Due di loro, il senatore John Barrasso del Wyoming e Josh Hawley del Missouri, grandi sostenitori di Trump e anche loro completamente silenziosi sugli attacchi di Trump alla magistratura, credono che Schumer meriti di essere censurato dal Senato per il suo linguaggio aggressivo sui giudici. Barrasso, Hawley e i loro colleghi repubblicani, come Roberts in molti casi, ignorano però il linguaggio molto più aggressivo e minaccioso del 45esimo presidente. Forse Trump ha ragione: esistono giudici di Obama e anche quelli di Trump. Roberts sembra molto più vicino al secondo gruppo. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Corte Suprema respinge appello Philip Morris: indennizzerà famiglia di una donna morta di cancro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Maggio 2016

sigaretteLa Corte suprema degli Stati Uniti ha confermato la sentenza della Corte d’Appello dell’Oregon rifiutato di trattare il ricorso della Philip Morris, che ora dovrà versare 25 milioni di dollari in danni punitivi e interessi alla famiglia di una donna morta di cancro. Trova così conferma definitiva il verdetto emesso lo scorso luglio da un tribunale d’appello dell’Oregon in favore di Paul Schwarz, vedovo di Michelle, uccisa nel 1999, quando aveva 53 anni, da un tumore al cervello legato a quello sviluppatosi nei polmoni. Fumatrice da quando era 18enne, la vittima era passata a una marca a basso tenore di catrame commercializzata dal gigante del tabacco, che la giustizia locale ha riconosciuto colpevole di frode e negligenza. La giuria aveva inizialmente 150 milioni di dollari in danni punitivi, poi abbassati a $ 25 milioni dopo ulteriori procedimenti. La Corte d’Appello ha accolto le richieste risarcitorie della famiglia, sentenziando “condotta incredibilmente riprovevole” da parte di Philip Morris nel frodare la Schwarz ed altri per invogliarli al fumo. Un’ordinanza della Corte suprema degli Stati Uniti, tuona Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, associazione da sempre impegnata contro il tabagismo, che con il riconoscimento del danno punitivo, ha definitivamente affermato il principio secondo cui le sigarette rappresentano un prodotto pericoloso per la salute umana e, in quanto tali, chi le produce e vende è responsabile dei danni prodotti ai fumatori e dei rischi da questi corsi.

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La Corte Suprema americana e la dignità dei detenuti

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 Maggio 2011

“Un carcerato muore senza nessuna ragione ogni sei o sette giorni per mancanza di strutture” in California. Lo ha dichiarato il giudice della Corte Suprema americana John Anthony M. Kennedy nella sua recente decisione per la maggioranza (5-4) che include anche l’ordine di sfollare le carceri o costruire altre celle nei prossimi due anni. Scrivendo per la minoranza, invece, il giudice Antonin Scalia ha indicato che si tratta “dell’ingiunzione più radicale emessa da un tribunale in tutta la storia degli Stati Uniti”. Secondo il giudice italoamericano, la decisione causerà un forte aumento alla criminalità. Gli altri quattro giudici della maggioranza, Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, Elena Kagan e Sonia Sotomayor, hanno ribattuto che le condizioni malsane delle carceri in California sono contrarie alla “dignità umana”. Le carceri in California sono state costruite con una capienza di 80.000 detenuti ma negli ultimi anni il numero è aumentato fino a raggiungere le 160.000 unità. Recentemente il numero è sceso a poco più di 143.000, cifra troppo alta per la Corte Suprema. Perché troppi carcerati in California? Due sono le ragioni principali. Da una parte l’incapacità dello Stato di costruire abbastanza prigioni date le ristrettezze di fondi soprattutto negli ultimi anni. L’altra verte sulle leggi approvate mediante referendum che impongono l’imprigionamento a volte per reati minori. La three-strike law, (tre volte e sei eliminato) impone l’ergastolo alla terza condanna anche se il terzo dei tre reati consiste di un atto illegale di minore importanza. La Corte Suprema ha imposto il limite di due anni per risolvere la situazione in California. Il nuovo governatore Jerry Brown al momento è alle prese con la questione del bilancio che prevedeva un deficit di 26 miliardi di dollari. La metà è stato eliminato con tagli e Brown voleva colmare il resto con l’estensione alle tasse approvate dall’ex governatore Arnold Schwarzenegger. La minoranza repubblicana alle camere statali gli ha però sbarrato la strada. Poi, la ripresa economica ha migliorato un po’ la situazione delle casse del tesoro. Sembra che il buco al deficit sia sceso ai nove miliardi. Ciò darebbe ragione ai repubblicani che le tasse non sono necessarie, continuando a sperare alla continua ripresa. La questione delle carceri sovraffollate rafforza la mano di Brown per aumentare le tasse anche se, come si sa, la Corte Suprema non ha un esercito per imporre il suo volere. Il danno morale però è stato fatto. La California, lo Stato-nazione della costa del Pacifico con 38 milioni di abitanti e settima potenza economica mondiale, non riesce a trovare i fondi per bilanciare le risorse. Il problema principale è politico dato che qualsiasi aumento alle tasse deve essere approvato dai due terzi della legislatura. Questa situazione dà un potere estremo al partito di minoranza che in questo caso è il Partito Repubblicano, specialmente quando il governatore non riesce a trovare i quattro voti repubblicani necessari per affrontare le questioni fiscali. Una soluzione parziale per Brown è di trasferire gruppi di carcerati dalle prigioni statali a quelle delle contee che farebbe risparmiare soldi e potrebbe migliorare la situazione. Ma quest’idea non risolverà totalmente il dilemma. Brown continuerà a spingere per l’estensione delle tasse o cercherà di “ricattare” i repubblicani con l’idea di svuotare le carceri, creando il panico per i repubblicani che sempre insistono sulla mano dura con i criminali. Se questa sarà la strada intrapresa si potrebbe “vendere” ai cittadini dato che la criminalità negli Stati Uniti negli ultimi anni è diminuita secondo i dati ufficiali recenti della FBI. Ecco come spiega il miglioramento il giudice della Corte Suprema Samuel Alito Jr., il quale ha votato contro. Per essere sicuri, bisogna dunque spendere soldi. Alla fine però la Corte Suprema americana con questa decisione ha affermato che i diritti della dignità umana non finiscono con l’incarcerazione. Anche i detenuti rimangono esseri umani che dovrebbero riabilitarsi per rientrare nella società una volta pagato il giusto prezzo per il loro reato. Trattandoli senza i dovuti diritti umani non farà altro che aumentare la criminalità una volta i detenuti saranno fuori e tutti continueremo a pagare i quarantaquattromila dollari annui necessari per mantenere un detenuto in prigione. (Domenico Maceri)

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