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Dichiarazioni a Radio 24 di Teresi, Procuratore Aggiunto di Palermo, e di Rosy Bindi in merito alla morte di Riina

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

porto palermo“Credo che, per quanto conosco l’organizzazione, avesse già cercato di pensare ad una successione. Perché è vero che Riina rappresentava il capo assoluto di Cosa Nostra, però è anche vero che ormai le sue condizioni facevano facilmente prevedere che di lì breve sarebbe scomparso. Sono abbastanza certo che l’organizzazione si sia mossa per prendere le decisioni necessarie: o una gestione collegiale dei vertici o un tentativo di qualcuno di forzare la mano. Nel primo caso avremmo una stagione di politica silente di Cosa Nostra, di sommersione come è stata quella inaugurata da Provenzano o uno scontro, che non è mai da augurarsi. Sicuramente una consultazione c’è stata”. Così Vittorio Teresi, procuratore aggiunto di Palermo parla della successione al vertice di Cosa Nostra dopo la morte di Totò Riina durante il suo intervento a Storiacce di Raffaella Calandra su Radio 24 e sull’ipotesi che la morte di Riina possa accelerare la cattura di Messina Denaro il procuratore aggiunto di Palermo sottolinea: “non credo che abbia una influenza diretta” e alla giornalista che ribatte chiedendo se non si riducano le coperture per il superlatitante, il procuratore risponde sicuro: “Non credo proprio, anzi credo che la morte di Riina abbia fatto tirare un sospiro di sollievo a molti, dentro e fuori Cosa Nostra” facendo riferimento alle inchieste tuttora aperte a Caltanissetta, Palermo e Firenze. No comment invece del procuratore sulle intercettazioni recenti del boss Giuseppe Graviano- che hanno portato ad una nuova iscrizione nel registro degli indagati per Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri dalla Procura di Firenze.
A sua volta Rosy Bindi Presidente della Commissione Antimafia dichiara a Storiacce di Raffella Calandra su Radio 24: “Finché Riina è stato in vita era lui il capo, non si sa cosa accadrà adesso se non, presumibilmente, che sceglieranno di darsi un altro capo.” E aggiunge: “Io credo che oltre che catturare Matteo Messina Denaro sia necessario seguire il processo che succederà dentro cosa nostra dopo la morte di Riina. Non bisogna sottovalutare affatto il fine pena di altri mafiosi e anche il comportamento degli stessi figli di Riina e di tutti gli altri capi mafia. E’ un momento delicato, io credo sia necessario riflettere sulle tante verità che Riina ha portato con sè, per quello che la mafia delle stragi ha rappresentato, per le responsabilità che ci sono state da parte, non solo della mafia, ma di chi, fuori dalla mafia, ha in qualche modo usato o si è fatto usare dalla stessa.” Alla domanda della giornalista se la morte di Riina potrebbe avere un effetto anche sulle coperture della lunga latitanza di Messina Denaro, Rosy Bindi risponde: “Assicurarlo alla giustizia vorrà dire anche capire cosa è accaduto in questi anni e magari potrebbe essere un risultato dopo la morte di Totò Riina.”
(fonte: Nicol Ramella http://emaildisclaimer.ilsole24ore.com)

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In libreria la Storia illustrata di Cosa nostra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 febbraio 2012

Esce per Rubbettino il 23 febbraio in libreria “Storia illustrata di Cosa nostra. La mafia siciliana dal mito dei Beati Paoli ai giorni nostri” di Enzo Ciconte e Francesco Forgione. Illustrazioni di Enzo Patti. Prefazione di Piero Grasso.
Il volume racconta attraverso un duplice percorso fatto di testi e immagini la storia della mafia e dei miti costruiti attorno ad essa. Il racconto è affidato, per la parte testuale, alla penna di Enzo Ciconte – noto e affermato storico delle mafie italiane, già consulente della Commissione parlamentare antimafia – e a quella di Francesco Forgione, già presidente della Commissione antimafia e autore di studi e ricerche sul fenomeno criminale; nella parte visuale invece il racconto si sviluppa seguendo i tratti della matita di Enzo Patti, straordinario e immaginifico artista che ha dedicato il suo lavoro alla raffigurazione dell’universo simbolico delle mafie. Una tavola di Enzo Patti raffigurante i tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, fondatori mitici della ‘ndrangheta è stata utilizzata da Roberto Saviano in apertura della trasmissione “Vieni via con me” dedicata al fenomeno della ‘ndrangheta al Nord.Parlando dei Beati Paoli, si parla anche del presente, di una organizzazione come Cosa nostra che non si può dare ancora per sconfitta una volta per tutte e che, aiutati dalle splendide illustrazioni di Enzo Patti, sarà raccontata fino agli sviluppi più recenti.
Francesco Forgione è stato presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal novembre 2006 allo scioglimento anticipato delle Camere del febbraio 2008. Dal 1996, per due legislature è deputato e capogruppo parlamentare di Rifondazione comunista all’Assemblea Regionale Siciliana. Ha insegnato Storia e Sociologia delle organizzazioni criminali all’Università degli Studi de L’Aquila. Giornalista, ha pubblicato, con Paolo Mondani, Oltre la Cupola. Massoneria, mafia e politica, 1994; Amici come prima. Storie di mafia e politica nella Seconda Repubblica, 2004; ’Ndrangheta. Boss luoghi e affari della mafia più potente al mondo, 2008; Mafia export. Come ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra hanno colonizzato il mondo, 2009; con Enzo Ciconte e Vincenzo Macrì Osso, Mastrosso, Carcagnosso (illustrazioni di Enzo Patti), 2010.
Enzo Patti è nato a Favignana. Pittore, è docente di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo.

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La Lombardia e gli affari di “Cosa nostra”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 novembre 2010

Agostino Spataro  ci scrive: “rifacendomi alla recente polemica scatenata contro Roberto Saviano e il programma di Rai-tre “Vieni via con me” sulla presenza della ndrangheta, e in genere delle mafie, a Milano e in Lombardia, sono andato a rispolverare un mio vecchio articolo  pubblicato su ” L’Unità” del 3 novembre 1979 (31 anni fa!) che denuncia l’intreccio mafia-finanza milanese.
L’articolo è stato inserito nel libro (del 1982) “Per la Sicilia- rendiconto parlamentare agli elettori” che si avvale della presentazione dell’on. Giorgio Napolitano”. In proposito Spataro intende  sottolineare che il problema è antico e che si è via via aggravato, come evidenzia anche la recente relazione della DIA al Parlamento. Rileva, altresì, che mentre oggi “le rimostranze contro Saviano provengono dalla Lega nord e dai giornali di Berlusconi, allora, verso di me, sono venute dai circoli dirigenti milanesi del mio partito, il PCI, i quali ritennero infondate, esagerate quelle considerazioni”. “Ovviamente, – precisa Spataro – i dirigenti del Pci milanese non reagirono con l’intento di nascondere la triste realtà che si stava sviluppando, ma per difendere una certa immagine di Milano, capitale morale, capitale operaia e della cultura ‘antifascista che allora il PCI, in gran parte, rappresentava. Forse, sottovalutarono certe tentazioni “dell’altra Milano”, quella degli affari facili e non sempre leciti. In realtà, ben presto, si sarebbero dovuti accorgere che le cose scritte in quell’articolo erano solo la punta di un iceberg”. Da qui una constatazione che ci trova in sintonia con Spataro. Da oltre 30 anni questa “infiltrazione criminale” era nota e poco si fece per porvi riparo. Si permisero accessi sempre più vistosi e le stesse relazioni riservate di Falcone e Borsellino andavano in questo senso, ma non vi fu peggior sordo di chi non voleva sentire. Oggi i giudici di Palermo, che in secondo grado hanno condannato Dell’Utri, riconoscono che le infiltrazioni mafiose avevano tracciato in Lombardia un preciso organigramma di rapporti e individuati gli imprenditori e gli industriali con i quali potevano fare affari e consolidare la loro posizione sul territorio e offrire loro il terreno favorevole per il riciclaggio del denaro sporco. Oggi non vorremmo che alla Lega capiti quanto già avvenne in Lombardia con il Pci. Non si tratta di accusare un partito, ma di rendersi conto che la corruzione, di cui l’Italia detiene un triste primato mondiale, non si sconfigge solo con l’arresto, pur lodevole di un “capo clan” ma con il tagliare il cordone ombelicale alla malavita organizzata che vive all’ombra di affari leciti ma è pronta a ghermirne i frutti. D’altra parte non dobbiamo scandalizzarci di niente se si pensa che tutti, governi compresi, si sono serviti della mafia. Pensiamo, tanto per fare qualche esempio, all’aiuto mafioso in Sicilia per lo sbarco degli alleati nella seconda guerra mondiale, all’uccisione di personalità scomode come Enrico Mattei e via di questo passo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Berlusconi e le “Cose di cosa nostra”

Posted by fidest press agency su sabato, 5 dicembre 2009

Editoriale Fidest. Le dichiarazioni del pentito di mafia Spattuzza, riguardanti i rapporti tra i boss apicali della mafia e taluni politici compreso il presidente Silvio Berlusconi, hanno fatto dire all’on.le Mantovani del Pdl Sottosegretario di Stato al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti con delega all’edilizia abitativa e statale: “Siamo di fronte ad una delle pagine più tristi della democrazia italiana”. L’on.le Mantovani ha ragione. Dobbiamo, tuttavia, fare una riflessione ricordando il nostro recente passato. Una situazione analoga l’abbiamo avuta allorché i pentiti fecero il nome di un politico carismatico, l’attuale senatore a vita Giulio Andreotti tanto che la procura di Palermo aprì nei suoi riguardi un fascicolo. Anche allora Andreotti, come Berlusconi, si difese affermando che il suo governo aveva avuto il primato per la lotta alla mafia e rivendicandone alcuni successi. Per Andreotti la storia finì nel momento in cui il procedimento avviato nei suoi confronti fu prescritto per decorrenza dei termini processuali. Se dovesse reggere questa analogia conclusiva Berlusconi non avrebbe nulla da temere dalla magistratura. L’accusa, nei peggiori dei casi, andrà in prescrizione. Ma se mettiamo da parte l’aspetto giudiziario e guardiamo con un certo distacco la storia dell’Italia repubblicana ci rendiamo conto che la politica in questi 64 anni ha germinato a più riprese tanti uomini politici “in odore di mafia” che all’opinione pubblica appare persino scontato che possa esserci stata una connivenza a tutti i livelli di potere anche se non si può fare di tutta l’erba un fascio. Nel caso Andreotti quello che fece tentennare l’accusa, vista dall’uomo della strada, fu la confidenza di un pentito che parlò di abbracci e baci tra il senatore e Totò Riina. Sembrò tanta assurda che anche gli altri fatti raccontati persero di colpo il segno della veridicità. L’unica speranza per Berlusconi, a questo punto, per sgonfiare del tutto la vicenda, sarebbe quella di avere un pentito che ci parli di abbracci e baci. La caccia è aperta. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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