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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 19

Posts Tagged ‘covid’

Nuovo sistema per rendicontare i pazienti ricoverati per COVID-19 richiesto dalle Regioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2022

Per Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE ciò – prevede una “contabilizzazione” separata tra pazienti ospedalizzati per COVID-19 e pazienti ricoverati per altre patologie, con infezione da SARS-CoV-2 ma asintomatici per COVID-19. La Fondazione GIMBE sottolinea che tale proposta, oltre a sottostimare il reale sovraccarico degli ospedali, aumenta l’impatto organizzativo e il carico di lavoro degli operatori sanitari e presenta numerosi rischi». Innanzitutto, la proposta è inadeguata per ragioni cliniche: considerato che la COVID-19 è una malattia multisistemica che colpisce vari organi e apparati, definire lo status di “asintomatico ” è molto complesso, specialmente nei pazienti anziani con patologie multiple; inoltre, la positività al SARS-CoV-2 può peggiorare la prognosi di pazienti ricoverati per altre motivazioni, anche in relazione all’evoluzione della patologia o condizione che ha motivato il ricovero e alle procedure diagnostico-terapeutiche attuate. In secondo luogo, è inapplicabile per ragioni organizzative: la gestione di tutti i pazienti SARS-CoV-2 positivi, indipendentemente dalla presenza di sintomi correlati alla COVID-19, richiede personale, procedure e spazi dedicati, oltre alla sanificazione degli ambienti. Di conseguenza, risulta molto difficile immaginare la gestione degli “asintomatici” senza risorse aggiuntive, in particolare locali e personale. Infine, ha rilevanti risvolti medico-legali: la responsabilità di assegnare il paziente ricoverato ad una delle due categorie, con tutte le difficoltà e le discrezionalità del caso, è affidata al personale medico e alle aziende sanitarie, su cui ricadrebbero i rischi. «Visto che l’obiettivo delle Regioni – conclude Cartabellotta – è chiaramente solo quello di ridurre la percentuale di occupazione in area medica per evitare il passaggio alla zona arancione o addirittura a quella rossa, allora tanto vale eliminare il sistema dei colori, lasciando ad ogni Regione le proprie responsabilità, sull’entità del sovraccarico ospedaliero e sui ritardi alle cure nei pazienti non COVID.»

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Covid, ecco come si prende e come viene gestito. Storia quotidiana: un ospedale fiorentino

Posted by fidest press agency su sabato, 15 gennaio 2022

Con la diffusione di Omicron, il covid ci sta riguardando molto di più, pur lievi pare che siano le conseguenze. Ma com’è che in tanti si infettano nonostante abbiamo già maturato esperienza, istituzioni e singoli, per la prevenzione? F. cadendo per strada a Roma, dove è in visita con la moglie, si rompe una gamba. E’ il 31 dicembre. Portato dopo 40 minuti in un vicino ospedale, gli viene proposta operazione o di andare a Firenze, dove vive ed ha i suoi cari, con ambulanza a proprie spese. Stante l’operazione, e soprattutto la riabilitazione, F. decide di tornare a Firenze. Il giorno di Capodanno, alle 9 parte e arriva all’ospedale Careggi di Firenze dopo due ore e mezza. Inizia il caos. Nessuno sa nulla, nessuno sa dire cosa fare e solo la notizia che giungeva da Roma fa sì che viene data precedenza. F. entra. La moglie rimane fuori e con fatica fa accettare il suo beauty, e solo perché conteneva medicinali salva vita indispensabili per il marito e non disponibili in ospedale Da lì, vuoto di notizie. Contatti fra moglie e marito solo perché nel beauty c’erano anche telefono e batteria. Preoccupazione dei coniugi, ché a Roma gli era stato detto che in massimo due giorni doveva essere operato… ma sembra che a Careggi seguano un protocollo diverso. F. è fermo, immobile a letto. Solo il 3 gennaio la moglie parla con un medico. L’intervento viene rinviato: la sala operatoria serve per un’urgenza ictus. Si scopre intanto che il degente ictus è positivo, sala operatoria inutilizzabile e tutti devono essere controllati, e questo ritarda la macchina organizzativa. Il 5 gennaio F. viene operato ma nessuno chiama la moglie e nemmeno il giorno successivo. La moglie parla con un medico solo il giorno 7 gennaio. Nessuno le dice che da analisi successive il marito ha un brusco calo dell’emoglobina e che potrebbe essere necessaria una tac con contrasto. La moglie lo scopre solo il giorno 8 gennaio. I medici cambiano ogni giorno e non tutti hanno la medesima disponibilità. Alla moglie viene detto che il marito deve effettuare un tampone (non spiegano perché)… informazione scoperta grazie ad un’amica infermiera. Il giorno 9 gennaio è domenica e nessuno informa. Lunedì 10 gennaio la moglie scopre che il marito è positivo al covid, così come la sua amica infermiera, che le dice che un’altra persona che ha partorito, tampone di entrata negativo, al momento delle dimissioni era positiva. F. è abbandonato a se stesso. La moglie decide che deve tirarlo fuori da lì. L’11 gennaio la moglie telefona a tutte la case di cura ma la risposta è sempre la stessa: devono dare precedenza alla Asl e possono solo se lo manda la Asl. Altre strutture non hanno reparti covid quindi non lo possono prendere a prescindere. Alla fine la moglie trova una casa di cura per la fisioterapia che lo prenderebbe anche in ragione della giovane età (poco più che quarantenne). All’ospedale la moglie, dopo aver sempre parlato con persone diverse, si sente dire che lei moglie non può prenotare la casa di cura. Ma a seguito di insistenze e arrabbiature… “faremo sapere nel pomeriggio”. Nel mentre F., lasciato su una sedia e stanco di aspettare, anche perché infreddolito, si mette da solo in piedi. Oggi, mentre scriviamo (13 gennaio), la moglie non è stata ancora chiamata. F. è testimone di discussioni tra fisioterapisti per le cure che gli necessiterebbero, visto che avrebbe dovuto stare seduto e in piedi solo con aiuto. Alla fine sembra che si siano messi d’accordo. Il medico (che avrebbe dovuto chiamare l’11 pomeriggio) ha provato a giustificarsi pur essendosi scusato per l’accaduto.F. sta andando per la degenza e fisioterapia post-operatoria in casa di cura reparto covid, infezione contratta in ospedale.: http://www.aduc.it

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Draghi e il Covid, USB: la macchina della propaganda si infrange contro la realtà

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 gennaio 2022

La tardiva conferenza stampa del premier Draghi per illustrare le contorte e verosimilmente inutili misure anti Covid assunte dal governo, ha seguito il consueto copione: noi abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo, il nostro Paese resta un modello nel contrasto all’epidemia (???), la colpa della ripresa dei contagi è da ascrivere esclusivamente a chi non si è vaccinato e la priorità è continuare a garantire la produzione e i profitti. Il resto, la salute in primis, viene dopo o, semplicemente, non viene nemmeno contemplata.Il caos di misure assunte sulla scuola, l’obbligo vaccinale per i soli cinquantenni e l’introduzione del super green pass dopo il certificato fallimento del green pass rispondono esattamente a questa logica.Nulla di nuovo rispetto alla linea seguita sin dall’inizio da questo governo e da quello precedente durante tutta la fase dell’esplosione dell’emergenza sanitaria. Ma i conti e soprattutto i fatti smentiscono questa narrazione.Se continuare a puntare l’indice sui comportamenti individuali e quindi ora sui non vaccinati può essere utile al governo per tirarsi fuori da ogni responsabilità, la realtà lo inchioda ugualmente. Ad ormai due anni dalla comparsa del Covid, viviamo l’ennesima fase di recrudescenza dei contagi, un déjà-vu che si ripete stancamente e drammaticamente con fasi di tregua durante la bella stagione e sistematica ripresa dei contagi con l’arrivo dell’autunno/inverno. Un eterno stop and go che sta divenendo la nuova normalità alla quale dovremmo abituarci accettandola come condizione inevitabile e, pertanto, immodificabile.Aver puntato tutto soltanto sui vaccini (certamente utili per ridurre le ospedalizzazioni e le fasi più acute della malattia ma che, purtroppo, non arginano i contagi) e, tra l’altro, solo su alcuni di essi (quelli euro atlantici) e con una comunicazione fuorviante che ha inevitabilmente alimentato diffidenze, essersi opposti alla liberalizzazione dei brevetti e tecnologie per la produzione di vaccini (vero Draghi?) precludendone l’accesso a gran parte della popolazione mondiale e favorendo, quindi, la prevedibile diffusione delle varianti, aver palesemente rinunciato a combattere il virus scegliendo invece di conviverci e farlo allegramente circolare per non bloccare la produzione, aver rinunciato a quegli interventi strutturali che avrebbero consentito di arginare la diffusione del contagio, ci ha proiettato in una condizione all’interno della quale l’emergenza è divenuta la normalità.E quando si ragiona in emergenza e avendo come unica stella polare il Pil, inevitabilmente la discussione assume toni da propaganda, i provvedimenti risultano per lo più inefficaci e tardivi e, soprattutto, si perdono di vista quegli interventi strutturali che uno Stato dovrebbe assumere come priorità. E che in altri paesi, per esempio a Cuba dove crollano contagi e decessi, ma anche in paesi capitalisti di altre latitudini, ha consentito di contenere la diffusione dei contagi.Se il virus è la malattia, la cura sociale sono gli interventi strutturali necessari: il potenziamento della sanità, al quale il PNRR destina briciole, e in primis della medicina territoriale e delle terapie intensive per scongiurare la sua saturazione; il potenziamento dei trasporti locali ed interregionali, veri luoghi di incubazione del virus; l’assunzione di personale nelle scuole per combattere le classi pollaio, a maggior ragione in una fase in cui il distanziamento costituisce misura imprescindibile; la distribuzione gratuita di mascherine FFP2 e il tamponamento gratuito per lavoratori e studenti, il rifinanziamento della quarantena e naturalmente adeguate compensazioni per i settori sociali più colpiti. Esattamente ciò che nel nostro paese si è accuratamente evitato di fare. Perché la produzione non va fermata, le risorse devono essere appannaggio delle imprese e delle banche e perché è molto più comodo trovare sempre nuovi nemici ai quali addossare le proprie responsabilità e i propri fallimenti: prima sono stati i runner che correvano solitari in spiaggia, poi i giovani rei di assembrarsi magari in qualche isolato rave di campagna, ed ora sono i non vaccinati.

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Covid e vaccino. Fotografia di un caos?

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 gennaio 2022

La fotografia della situazione è questa (Firenze): Una persona 30/40 anni entra in ospedale per un’operazione ad un femore che se l’era rotto cascando per strada. Operazione riuscita e dovrebbe essere trasferito in riabilitazione ortopedica… ma in questi giorni di degenza ospedaliera il paziente ha preso il covid e, non essendoci strutture per pazienti covid, sarà trasferito appena possibile dove possibile. Chi cura ammala? Questo in un contesto di reparti pieni, pronto soccorso al limite della capienza, contagi del personale che ne riducono il numero in servizio. Omicron per fortuna non ha casi gravi; i gravi, che vanno in rianimazione, sono no vax e persone con diverse patologie. Le persone che potrebbero curarsi a casa non lo fanno perché ci sono problemi con la cosiddetta medicina del territorio, coi medici di famiglia messi proprio male per sovraccarico e pazienti spaventati dal covid. Normativamente è arrivato l’obbligo di vaccino per gli over 50, ma non è ancora legge e sembra che entrerà in vigore dal 15 febbraio… quindi nel frattempo non è detto che la norma non cambi. Come organizzarsi? E comunque, per chi non rispetta l’obbligo, la multa è di 100 euro una tantum (importo che forse chi non vuole vaccinarsi sta in questi mesi spendendo in tamponi…), e questo sembra che voglia dire che l’autorità che ci impone questo obbligo non stia tanto facendo sul serio e, quindi, si riuscirà a convincere quasi tutti dell’opportunità di vaccinarsi? E ora riaprono le scuole, e cosa succederà? Possibile che le autorità non siano in grado di fare prevenzione e aspettino gli accadimenti quando le aule e i mezzi di trasporto saranno pieni di studenti, nel pieno del picco di Omicron, con soluzioni che saranno sempre in ritardo e sempre più provvisorie? Ma perché siamo arrivati a questo dopo due anni di pandemia, che sembra ci abbiano insegnato poco? Questo accade anche perché il Governo non ha allestito un archivio informatizzato per conoscere sia l’andamento della pandemia sia la valenza dei farmaci e/o di vaccini e/o delle cure. Un archivio dove ogni addetto alla sanità pubblica e privata avrebbe dovuto inserire contagiati, vaccinati, sottoposti a tampone e/o test sierologico e/o altri accertamenti diagnostici, tipo di virus, tipi di cura erogati, risultati delle cure, decessi, dimessi e verifiche successive sugli stessi, effetti collaterali di vaccini e cure, eccetera. Insomma tutto quello che può servire ad avere un quadro preciso della situazione a livello nazionale come di quartiere, sì da meglio programmare e gestire gli interventi. Forse non è troppo tardi per provvedere in questo senso, anche perché, Omicron o non Omicron, nessun è in grado di scommettere (come qualche “burlone” ogni tanto declama) sulla prossima fine della pandemia. http://www.aduc.it

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COVID – In Italia più decessi che in Inghilterra dove i contagi sono il doppio

Posted by fidest press agency su domenica, 2 gennaio 2022

Pacifico (Anief): sicuri che prolungare lo stato di emergenza e aumentare le restrizioni siano le scelte migliori? Siamo sicuri che il modo di affrontare il Covid in Italia, dove si è arrivati a 55mila contagi al giorno, è il migliore? Perché in altri Paesi europei, dove non si attuano le nostre restrizioni sociali e non si impone il vaccino a determinati lavoratori come quelli della scuola, i contagi sono più del doppio, vi sono meno vaccinati, ma i decessi sono inferiori o leggermente più alti. A ragionare sull’anomalia è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief. Il sindacalista si sofferma sui casi di contagio immediatamente precedenti al Natale: “Se mettiamo Italia e Inghilterra a confronto scopriamo due modi opposti di affrontare una pandemia che porta però lo stesso numero di morti (141 a 137), a dispetto del 5% di differenza di popolazione vaccinata, ma più del doppio delle persone contagiate”.“In Italia – continua Pacifico – lo stato di emergenza è stato prorogato al 31 marzo 2022, con restrizioni per spostamenti, lavoro e vita sociale tra Green pass e Super green pass, più l’obbligo per il personale sanitario, scolastico, contro cui abbiamo presentato ricorso, e forze dell’ordine: i contagi al 24 dicembre sono 50.599 con 141 decessi e il tasso di popolazione totalmente vaccinata è dell’81,16%. In Inghilterra, invece, dove il tasso di popolazione totalmente vaccinata è del 72,6%, lo stato di emergenza è stato ritirato dal luglio scorso, non ci sono obblighi e restrizioni per lavorare, i contagi sono 122.186, più del doppio, però i decessi 137, quindi inferiori”.Il sindacalista mette a confronto i dati con terzo Paese: “In Francia, dove il 69,2% della popolazione è vaccinata, quindi quasi dieci punti sotto l’Italia, 94.124 sono contagi, il doppio dell’Italia, con quasi il triplo in più di ricoverati in terapia intensiva ma con pochi decessi in più (28). E qui le restrizioni valgono per la vita sociale e per il solo personale sanitario, grazie alla proroga dello stato di emergenza. Allora – continua Pacifico – viene da chiedersi se lo stato di emergenza è così indispensabile per tutelare la salute pubblica intesa come salvaguardia della cittadinanza da eventi luttuosi irreversibili. Perché s’impone tutto questo a discapito della compressione di altri diritti fondamentali. Un esempio è proprio la sospensione dal lavoro ovvero il diritto al sostentamento senza alcun altro assegno. Stando così le viene da chiedersi se lo stato di emergenza e la compressione di diversi diritti fondamentali siano la scelta migliore. La risposta – conclude il leader dell’Anief – sembrerebbe scontata”.

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COVID – Scuole aperte con 45mila contagi al giorno, l’anno scorso tutti in dad con 32mila

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 dicembre 2021

Anche con 45mila contagi e 168 morti di Covid in un giorno le scuole rimangono aperte, ma così il personale docente e Ata rischia sulla propria pelle ricevendo in cambio stipendi modesti, fermi da tre anni, e nessuna indennità per il pericolo al quale si sottopone ogni giorno: è giunto il momento di assegnargli delle indennità di sede, di rischio biologico e di incarico. A dirlo è stato Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, nel corso di una diretta trasmessa qualche giorno fa sul canale Facebook per commentare anche l’approvazione da parte dell’Aula di Palazzo Madama della fiducia al maxi-emendamento della manovra 2022.“Finalmente – ha detto il sindacalista – con la Legge di Bilancio 2022 approvata al Senato, un dipendente della scuola che lavora lontano dalla propria residenza avrà l’indennità di sede: l’abbiamo chiesto e ottenuto, ma c’è qualcosa che non torna. Perché è stata riconosciuta solo per il personale docente in servizio nelle piccole. Quindi, c’è poco da festeggiare.” Il leader dell’Anief ha affrontato anche diversi altri punti della manovra di bilancio. A partire dall’aumento dei fondi da 300 a 400 milioni di euro, dopo le proteste e lo sciopero generale, per prolungare i contratti del personale precario Covid: “già era stato ridotto da 80mila a 40mila unità dall’anno scorso a quest’anno, adesso probabilmente i 100 milioni di euro in più di previsione vanno a coprire 10.000 piuttosto che 20.000 Ata. Cercheremo, con i prossimi provvedimenti, di ricordare al Governo di rifinanziare la norma in maniera tale da garantire a tutto l’organico attualmente in servizio di poter concludere le lezioni. Poi, con il Milleproroghe vorremmo introdurre in questi contratti la scadenza del 31 agosto: sono risorse umane fondamentali e devono andare in organico di diritto”. Con la Legge di Bilancio sono aumentati i soldi da portare in contrattazione d’istituto: “Abbiamo 10 volte i soldi stanziati per il 2021, quando furono messi 30 milioni di euro – ha sottolineato il presidente dell’Anief – : ora sono 300 milioni di euro. Vuole dire che mediamente ad ogni insegnante arriveranno circa 330 euro. È importantissimo a questo scopo il ruolo delle Rsu, che verranno votate tra il 5 e 7 aprile prossimi in occasione del rinnovo delle Rsu. Perchè la Rsu contratta questi soldi col dirigente scolastico, quindi stiamo molto attenti”. Sul rinnovo contrattuale, Pacifico ha detto che “negli ultimi 13 anni l’inflazione è salita di 14 punti. In occasione dell’ultimo rinnovo, il 2016-2018, sono stati complessivamente assegnati 3,48 punti di aumento. Ma ci ritroviamo comunque gli stipendi 10 punti sotto: significa che i nostri stipendi rimarranno sei punti sempre sotto l’inflazione qualora si firmasse il contratto. Ecco perché chiediamo il reddito minimo per i lavoratori: per noi è fondamentale e continua a rimanere una nostra battaglia”. Secondo Pacifico occorre anche migliorare la norma che porta l’educazione motoria nelle scuole primarie, perché arriva solo nelle classi quinte e poi quarte: ci saranno dei concorsi per laureati in scienze motorie. Noi lo abbiamo sempre detto, già nel novembre del 2002 lo chiedemmo alla allora ministra Letizia Moratti, proprio per superare i problemi posturali dei nostri bambini. Però in tutte le classi della primaria, non solo una parte e per questo chiediamo risorse aggiuntive”. Sull’indennità di incarico, Anief continua a battersi. Siamo convintissimi che i docenti immobilizzati hanno diritto a norme diverse e senza più blocchi. Come pure quelli che chiedono i passaggi di ruolo, non vanno più penalizzati con la temporizzazione; bisogna favorire i passaggi dalla scuola elementare alla scuola media alla scuola superiore con valutazione per intero del servizio, nonostante il contratto firmato da altri lo neghi. Come pure si dimenticano gli idonei dei concorsi, anche Stem, che hanno diritto a poter essere assunti nei ruoli. E anche gli insegnanti di religione cattolica, da quasi vent’anni supplenti, come in generale i precari”, ha concluso il leader del sindacato. (abstract)

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Covid-19, dalle prime evidenze Omicron sembra più mite

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 dicembre 2021

Le prime evidenze raccolte sia nel Regno Unito che in Sudafrica sembrano suggerire che la variante Omicron di Sars-CoV-2 potrebbe essere meno grave, più mite. Si tratta di studi preliminari e hanno dei limiti ma queste evidenze sembrerebbero indicare che meno persone necessitano di cure ospedaliere rispetto ad altre varianti. La sensazione già espressa da esperti del Paese africano che per primo ha intercettato il nuovo mutante potrebbe dunque non essere infondata. Un primo insieme di dati è quello che arriva dal Regno Unito, precisamente da uno studio scozzese che ha monitorato il coronavirus e il numero di persone che finiscono in ospedale. Secondo quanto riporta la ‘Bbc online’, la ricerca indica che, se Omicron si fosse comportata come Delta, sulla platea di pazienti esaminata sarebbero stati prevedibili circa 47 ricoveri in ospedale, mentre al momento sono 15. Tuttavia, lo studio scozzese si basa su pochi casi e nel campione ci sono poche persone con più di 65 anni, che sono le più a rischio. Quello che gli esperti continuano a temere, inoltre, è che – seppur più mite – la variante Omicron, vista la velocità con cui sta viaggiando, potrebbe portare un’enorme mole di casi. E questo, per la legge dei grandi numeri, potrebbe ugualmente rischiare di sopraffare gli ospedali. Lo studio è stato condiviso con l’Organizzazione mondiale della sanità e i consulenti scientifici del governo britannico. L’altro lavoro è stato condotto in Sudafrica e anche questo indica che le persone hanno meno probabilità di aver bisogno di ricovero per Omicron. Potenzialmente viene indicata una riduzione di circa due terzi, cioè si calcola un 70-80% in meno di probabilità di dover ricorrere a cure ospedaliere, a seconda che Omicron venga confrontata con le ondate precedenti o con altre varianti attualmente in circolazione. Lo stesso lavoro però suggerisce allo stesso tempo che non c’è alcuna differenza negli esiti per i pochi pazienti finiti in ospedale con Omicron. “In modo convincente, i nostri dati suggeriscono una gravità ridotta di Omicron rispetto ad altre varianti”, ha affermato Cheryl Cohen dell’Istituto nazionale per le malattie trasmissibili, in Sudafrica. Non è ancora chiaro però se la variante Omicron sia più mite in sé o se appaia tale perché ora c’è molta più immunità. Nuovi dati nei prossimi giorni potrebbero chiarire ulteriormente il quadro. Questo studio è uno degli elementi che invita all’ottimismo Guido Silvestri, docente negli Usa alla Emory University di Atlanta che invita a recuperare “una discussione seria, pacata, pragmatica e basata sui fatti”. “È di oggi la notizia dello studio del National Institute for Communicable Diseases del governo sudafricano diretto da Nicole Walter e Cheryl Cohen, secondo cui il rischio di ospedalizzazione nei pazienti che hanno contratto Omicron è il 20% di quello osservato nei pazienti che avevano contratto Delta (per essere chiari, se il rischio di finire in ospedale per Delta fosse stato del 5%, per Omicron sarebbe dell’1%). Nonostante lo studio utilizzi controlli storici (Delta è sparita dal Sudafrica adesso), l’analisi è stata fatta dopo aver corretto per età, sesso ed anamnesi positiva per aver contratto l’infezione in precedenza”. Non solo. Silvestri sottolinea come “la letalità calcolata di Covid-Omicron sembra molto più bassa di quella delle varianti precedenti. Il dato dal Sudafrica su quasi 400mila casi parla di 0,26% di letalità, paragonata al 2,5-4% delle ondate precedenti. Questo nonostante la popolazione sia pienamente vaccinata solo al 26,3% (42% degli adulti). In accordo con questa osservazione, la pressione sulle terapie intensive del Sudafrica, un Paese da 60 milioni di abitanti, rimane bassa, con un totale di 546 letti occupati (molto meno che in Italia)”. Infine conclude il virologo “è dei giorni scorsi lo studio molto interessante della LKS Faculty of Medicine alla Università di Hong Kong, diretto da Michael Chan Chi-wai e John Nicholls, secondo cui la variante Omicron è più efficace nell’infettare le cellule delle alte vie respiratorie e dei bronchi, ma meno efficiente nell’infettare quelle del tessuto polmonare profondo. Questo studio potrebbe rappresentare la base meccanicistica della minore severità clinica osservata in Sudafrica, in quanto la polmonite interstiziale con danno alveolare diffuso e conseguenti complicanze sistemiche è l’elemento centrale nella patogenesi del Covid severo”. L’auspicio di Silvestri è che “questi dati possano essere usati per rimodulare il nostro approccio legislativo e comunicativo alla pandemia”. (fonte Doctor33)

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Covid-19, quasi sempre lievi e di breve durata le miocarditi nei giovani dopo vaccino

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 dicembre 2021

La maggior parte dei giovani di età inferiore ai 21 anni che ha sviluppato una miocardite correlata al vaccino contro Covid-19 ha avuto sintomi lievi che sono migliorati rapidamente, secondo uno studio pubblicato su Circulation. «I tassi più alti di miocardite a seguito della vaccinazione sono stati segnalati tra adolescenti e giovani maschi adulti. La ricerca passata mostra che questo raro effetto collaterale è associato ad alcuni altri vaccini, in particolare al vaccino contro il vaiolo» spiega Jane Newburger, del Boston Children’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston. Utilizzando i dati di 26 centri medici pediatrici negli Stati Uniti e in Canada, i ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche dei pazienti di età inferiore ai 21 anni che mostravano sintomi, risultati di laboratorio o risultati di imaging indicativi di miocardite entro un mese dalla vaccinazione contro il COVID-19, prima del 4 luglio 2021. I casi erano 139 adolescenti e giovani adulti, di età compresa tra 12 e 20 anni. La maggior parte dei pazienti era bianca (66,2%), nove su 10 (90,6%) erano maschi e l’età media era di 15,8 anni. Quasi tutti i casi (97,8%) avevano ricevuto un vaccino mRNA e il 91,4% delle miocarditi si è verificato dopo la seconda dose di vaccino, con insorgenza in media due giorni dopo la somministrazione dello stesso. Il dolore toracico era il sintomo più comune (99,3%), mentre febbre e respiro corto si sono verificati nel 30,9% e nel 27,3% dei pazienti. Circa un paziente su cinque (18,7%) è stato ricoverato in terapia intensiva, ma non ci sono stati decessi, e la maggior parte dei giovani è stata ricoverata in ospedale per due o tre giorni. Più di tre quarti (77,3%) dei pazienti che hanno ricevuto una risonanza magnetica cardiaca ha mostrato segni di infiammazione o lesioni al muscolo cardiaco. Quasi il 18,7% aveva almeno una lieve diminuzione della funzione ventricolare sinistra (compressione del cuore) al momento della presentazione, ma la funzione cardiaca è tornata alla normalità in tutti coloro che sono tornati per il follow-up. Nonostante le limitazioni dello studio, prima tra tutte la breve durata del follow-up, gli esperti sottolineano che questi dati suggeriscono che la maggior parte dei casi di sospetta miocardite correlata al vaccino COVID-19 nelle persone di età inferiore ai 21 anni siano lievi e si risolvano rapidamente. I ricercatori raccomandano tuttavia agli operatori sanitari di prendere in considerazione la miocardite negli individui che si presentano con dolore toracico dopo aver ricevuto un vaccino COVID-19, specialmente se giovani uomini. (fonte Doctor33)

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Covid e cancro: individuata caratteristica dei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 dicembre 2021

Forti evidenze scientifiche indicano che il COVID-19 ha un esito clinico *particolarmente sfavorevole nei pazienti oncologici. I Ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) in collaborazione con colleghi dell’Azienda Ospedaliero Universitaria S’Andrea, Facoltà di Medicina e Psicologia di Roma, hanno cercato di aggiungere un tassello alla comprensione dei meccanismi alla base di questo fenomeno attraverso una ricerca che è andata a valutare numerosi parametri in cellule immunitarie circolanti nei tre seguenti gruppi di pazienti: pazienti affetti solo da patologia tumorale, pazienti con COVID-19 senza cancro e pazienti con COVID-19 e cancro. Il risultato dello studio infatti è molto intrigante. L’analisi genomica ha permesso di identificare uno specifico profilo di espressione genica dei linfociti di pazienti COVID-19 con cancro, a prescindere dal tipo di tumore (tumori solidi ed ematologici). La coorte studiata è rappresentativa di diversi tipi di cancro e i risultati sono altamente riproducibili I geni identificati dai ricercatori sono influenzati da molecole che regolano la risposta infiammatoria e la proliferazione cellulare. “Ulteriori risultati originali sono stati ottenuti nei pazienti COVID-19, con malattie tumorali dal gruppo dei ricercatori dell’Azienda Ospedaliero Universitaria S’Andrea- evidenzia la Prof.ssa Rita Mancini. Questi risultati fanno emergere un potenziale ruolo del gene HRAS e della carenza acuta di ormone tiroideo nella proliferazione tumorale nei pazienti COVID-19 con malattia severa.” Queste scoperte originali potranno aprire nuove strade di indagini dirette a sviluppare nuove strategie per affrontare le vulnerabilità immunologiche specifiche del sottogruppo di pazienti COVID-19 affetti da cancro, e per meglio definire le correlazioni tra COVID-19 e malattie neoplastiche. La vaccinazione alla popolazione procede rapidamente e i pazienti affetti da cancro sono tra i soggetti fragili che hanno la priorità. Assistiamo oggi a una riduzione dei pazienti gravi di COVID-19 anche fra i malati di cancro. Tuttavia, è evidente che non tutti i pazienti oncologici rispondono correttamente alla vaccinazione, in particolare, i pazienti onco-ematologici, sottoposti a diversi trattamenti. E’ pertanto di notevole e attuale importanza studiare i meccanismi molecolari e raccogliere più informazioni possibili sull’interazione tra il virus SARS-CoV-2 e le malattie tumorali. Lo studio è stato svolto all’interno del progetto COMETA finalizzato, tra i vari obiettivi, a misurare l’impatto della pandemia su pazienti fragili e ottenere migliori risultati clinici con il supporto dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

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Vaccini Covid, ecco i primi dati su efficacia e sicurezza della terza dose

Posted by fidest press agency su sabato, 30 ottobre 2021

L’efficacia relativa del vaccino anti-Covid dopo il richiamo, risulta del 95,6% contro la malattia, in una situazione in cui la variante Delta di Sars-CoV-2 è il ceppo prevalente. È quanto emerge dai primi dati sulla terza dose diffusi da Pfizer e Biontech. Si tratta dei risultati topline di uno studio randomizzato e controllato di fase 3 che valuta l’efficacia e la sicurezza di una dose “booster” di 30 µg del vaccino Pfizer/Biontech in più di 10mila over 16. Nel trial il richiamo è stato somministrato a persone che avevano ricevuto la serie primaria a due dosi dello stesso vaccino. E la terza iniezione ha “riportato la protezione del vaccino contro Covid agli alti livelli raggiunti dopo la seconda dose”, assicurano l’americana Pfizer e la tedesca Biontech, “mostrando un’efficacia vaccinale relativa del 95,6%, rispetto a coloro che non hanno ricevuto un richiamo”. Nel trial il tempo mediano tra la seconda dose e la somministrazione del richiamo (o del placebo per un secondo gruppo) è stato di circa 11 mesi. Il follow-up mediano è stato di 2,5 mesi. Durante il periodo di studio, ci sono stati cinque casi di Covid nel gruppo potenziato e 109 nel gruppo non potenziato. L’età media dei partecipanti era di 53 anni, con il 55,5% di età compresa tra i 16 e i 55 anni e il 23,3% over 65. Le analisi di più sottogruppi hanno mostrato che l’efficacia era coerente indipendentemente da età, sesso, razza, etnia o condizioni di comorbidità, si precisa in una nota in cui sono stati riepilogati i termini dello studio. Il profilo degli eventi avversi è stato “generalmente coerente con altri dati di sicurezza clinica per il vaccino, senza problemi di sicurezza identificati”, si legge ancora. I risultati “forniscono un’ulteriore prova dei benefici dei booster. Miriamo a mantenere le persone ben protette contro questa malattia”, afferma Albert Bourla, presidente e Ceo di Pfizer, che garantisce continuità nell’impegno “per aumentare l’accesso globale e la diffusione” del prodotto “tra i non vaccinati”, e ribadisce di ritenere “fondamentale” anche il ruolo dei booster nell’affrontare la pandemia. “Non vediamo l’ora di condividere questi dati con le autorità sanitarie – aggiunge – e di lavorare insieme per determinare come possono essere utilizzati per supportare il lancio di dosi di richiamo in tutto il mondo”. Dati che, dichiara Ugur Sahin, Ceo e co-fondatore di Biontech “si aggiungono al corpo di evidenze scientifiche che suggeriscono che una dose di richiamo del nostro vaccino può aiutare a proteggere un’ampia popolazione di persone da questo virus e dalle sue varianti”. Le aziende prevedono di condividere questi dati con la Food and Drug Administration (Fda) statunitense, con l’Agenzia europea del farmaco Ema e altre agenzie regolatorie del mondo “il prima possibile”. Nel frattempo, in vista dell’inverno che incombe e del rischio dell’arrivo di nuove varianti, il governo italiano punta ad accelerare l’inoculazione del cosiddetto booster: «Considerata l’attuale ampia disponibilità di vaccino e la perdurante elevata potenzialità di somministrazione», si proceda «con immediatezza ad effettuare i richiami vaccinali in parallelo a tutte le categorie indicate, fermo restando il solo vincolo del rispetto dell’intervallo temporale di almeno sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale primario», scrive in una circolare il commissario per l’Emergenza, Francesco Figliuolo alle Regioni. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltre, alla Camera annuncia che – oltre a residenti nelle Rsa, personale sanitario, ultrasessantenni e fragili di ogni età – si valuterà la terza dose «eventualmente anche per altre categorie che oggi sono fuori».Intanto, per fare fronte alle richieste di tamponi da parte dei cittadini ai fini del green pass, Figliuolo chiede alle farmacie di restare aperte oltre l’orario di lavoro e anche nei giorni previsti di chiusura. Il commissario Figliuolo, sentito il ministero della Salute, ha dunque chiesto alle Regioni di agevolare le farmacie affinché possano continuare a effettuare i tamponi antigenici rapidi oltre gli orari e nelle giornate di chiusura e possano eseguire i tamponi anche nei casi in cui i soggetti non si siano prenotati. L’adesione, da parte delle farmacie, spiega all’Ansa Roberto Tobia, segretario nazionale di Federfarma, «sarà su base volontaria e le farmacie che vorranno aderire devono comunicarlo alle aziende sanitarie locali e all’amministrazione comunale. È ancora troppo presto per una valutazione di quanti farmacisti risponderanno positivamente ma va sottolineato che alcune esperienze pilota di questo tipo sono già partite sul territorio». (Fonte doctor33)

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Invictus: 19 storie italiane per dire no al covid

Posted by fidest press agency su martedì, 26 ottobre 2021

Un libro, il cui ricavato andrà in beneficenza, racconta l’esempio di imprenditori che non si sono arresi nonostante le difficoltà. Si chiama “Invictus – Storie di resilienza imprenditoriale” il nuovo libro di David Campomaggiore che in poche settimane ha ottenuto tanti consensi su Amazon (https://amzn.to/3kefX5V) diventando un cult editoriale. “Dal 2020” spiega l’autore e imprenditore David Campomaggiore “sono successe tante cose che hanno cambiato il mondo e il modo di fare impresa. Per molti imprenditori è stato devastante. Alcuni hanno perso tanto, a volte tutto. Altri, invece, hanno avuto la forza di reagire ottenendo risultati inaspettati”. Quasi trecento pagine di testimonianze su come sopravvivere adattandosi al cambiamento, e che possono essere fonte di ispirazione ed insegnamento per chi sta passando un momento difficile ed è con il morale a terra. Un orgoglioso grido di riscatto e rivincita imprenditoriale. Un modo per raccontare, a gran voce, che gli uomini e le donne che decidono di essere imprenditori in Italia, sono dei supereroi che non si arrendono mai. “Pur essendo ogni storia diversa dall’altra, il filo conduttore che le unisce passa sempre da alcuni punti comuni”, sottolinea l’autore della prefazione, Stefano Versace, fondatore di Konos Gelato is Happiness, la più grande catena di gelaterie italiane in America. “Il primo è legato al cambiamento” continua. “Tutti, per ottenere risultati mai raggiunti prima, sono stati costretti a diventare persone che non erano mai state. Spesso il cambiamento costa dolore ed è la barriera per la quale molti rinunciano. Il dolore può essere costituito anche dall’accettare di lasciare qualcosa di certo per qualcosa di incerto”. È quello che troverete nella storia di Luca Lixi, consulente finanziario indipendente che lascia il comodo posto in banca per una incerta carriera di trader e formatore. La sua dote principale è stata proprio quella di saper affrontare le paure del cambiamento che inevitabilmente lo hanno tenuto sveglio molte notti. Oggi Lixi è co-fondatore di AEGIS SCF e CEO di Lixi Invest, azienda che si occupa di educazione e cultura finanziaria. Ma non solo, ha anche fondato Wikilix-Finanza Personale, la community di riferimento per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria e che vanta 23.000 membri. Altra caratteristica comune a tutti gli imprenditori protagonisti di “INVICTUS – STORIE DI RESILIENZA IMPRENDITORIALE” è la disciplina, elemento predominante per esempio nell’editore Giacomo Bruno. Conosciuto come il papà degli e-book, Bruno li ha portati in Italia nel 2002, ben nove anni prima di Amazon o dei grandi colossi editoriali. Per farlo, ha dovuto affrontare un ostracismo assoluto perché nessuno, tranne lui, credeva nel successo dei libri elettrici. E’ stato un folle visionario che non si è mai arreso dinanzi a nessun ostacolo ed oggi è visto come un esempio di genio, lungimiranza e perseveranza. “Solitamente si leggono le storie di grandissimi imprenditori come di Steve Jobs, Richard Branson o Elon Musk” prosegue Campomaggiore “ma forse, queste storie, sono troppo distanti dall’imprenditore di casa nostra. Bill Gates può essere sicuramente stimolante intellettualmente ma quanti professionisti italiani diventeranno come lui? Quanti, quotidianamente, dovranno prendere le sue stesse decisioni? Probabilmente nessuno. Questo libro, invece, parla la nostra lingua. Parla all’imprenditore che tutte le mattine con coraggio e determinazione dirige la sua azienda ed è in balia di mille difficoltà”. Il ricavato di “INVICTUS – STORIE DI RESILIENZA IMPRENDITORIALE” , disponibile su Amazon (https://amzn.to/3kefX5V), verrà interamente devoluto in beneficenza a MicroLab, un’associazione che svolge un lavoro di supporto gratuito a quegli imprenditori che vedono la propria azienda in grave difficoltà economica. Attiva in Italia dal 2003, MicroLab non ha scopo di lucro e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale. Assiste e sostiene la nascita e lo sviluppo di imprese, microimprese e startup, prevenendo il fenomeno dell’usura attraverso forme di tutela, assistenza ed informazione. By donal cantonetti

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Vaccini Covid, Report Aifa: 120 eventi avversi ogni 100mila dosi

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2021

Dall’avvio della vaccinazione anti-Covid in Italia, il 27 dicembre 2020, al 26 settembre scorso, per i quattro vaccini in uso, su un totale di 84.010.605 di dosi somministrate, sono state 101.110 le segnalazioni di sospetta reazione avversa al vaccino registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza, pari a 120 eventi segnalati ogni 100.000 dosi, di cui l’85,4% non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari. E’ quanto emerge dal nono Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19, pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Le segnalazioni gravi corrispondono al 14,4% del totale, con un tasso di 17 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate. Come riportato nei precedenti rapporti, indipendentemente dal vaccino, dalla dose e dalla tipologia di evento, la reazione – si legge nella nota Aifa – si è verificata nella maggior parte dei casi (76% circa) nella stessa giornata della vaccinazione o il giorno successivo e solo più raramente oltre le 48 ore. Comirnaty*, il vaccino di Pfizer/BioNTech – ricorda l’Aifa – è attualmente il più utilizzato nella campagna vaccinale italiana (71,2%), seguito da Vaxzevria* di AstraZeneca (14,5%), Spikevax* di Moderna(12,5%) e Covid-19 Vaccino Janssen (1,8%). In linea con i precedenti report, dunque, la distribuzione delle segnalazioni per tipologia di vaccino ricalca quella delle somministrazioni (Comirnaty 68%, Vaxzevria 22%, Spikevax 9%, Covid-19 vaccino Janssen 1%). Per tutti i vaccini, gli eventi avversi più segnalati sono febbre, stanchezza, cefalea, dolori muscolari/articolari, reazione locale o dolore in sede di iniezione, brividi e nausea. Quanto alla vaccinazione eterologa, ossia alle persone under 60 che dopo avere ricevuto Vaxzevria di AstraZeneca come prima dose hanno fatto la seconda con un vaccino a mRna, “sono pervenute 262 segnalazioni su un totale di 644.428 somministrazioni (la seconda dose ha riguardato nel 76% dei casi Comirnaty e nel 24% Spikevax) – indica l’Aifa – con un tasso di segnalazione di 40 ogni 100.000 dosi somministrate”. (fonte: farmacista33)

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Infermieri: vanno assunti i “precari di Covid”

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

La Federazione nazionale degli ordini degli infermieri (FNOPI) è in piena sintonia con la proposta della Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere, al Governo, di stabilizzare, prima che scadano i termini della loro chiamata in servizio per l’emergenza COVID, gli infermieri che sono stati assunti con contratti flessibili negli ultimi due anni.“Gli infermieri chiamati in servizio in prima linea contro la pandemia e per dare supporto anche ai malati non Covid – sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI – sono decine di migliaia e ha ragione Fiaso quando sottolinea la necessità di assumere chi è stato reclutato come precario e ora rischia di non poter più lavorare con il Ssn, pur avendo dimostrato su campo la sua essenzialità nell’assistenza, anche a rischio della propria salute: gli infermieri sono i più colpiti da Covid con quasi 118mila contagi da inizio pandemia e decine e decine di decessi. Nella lettera di Fiaso alla presidenza del Consiglio dei ministri, ai ministri, ai presidenti di Camera e Senato, ai capigruppo parlamentari e alla Conferenza delle Regioni, per consentire la stabilizzazione del personale che nell’ultimo anno e mezzo ha affrontato in corsia l’emergenza pandemica, si indica che oltre agli altri professionisti tra i precari ci sono quasi 35mila infermieri (come specifica Fiaso il 12,5% della forza lavoro presente a inizio pandemia, circa 270mila infermieri). Un numero elevatissimo – commenta – se solo si pensa che fino al 2019 ce ne erano già circa 15mila, il 33% di tutti quelli censiti dalla Ragioneria generale dello Stato e il più alto numero in assoluto nel Pubblico Impiago”.“Eppure la carenza di infermieri si è fatta e si fa sentire – prosegue Mangiacavalli – e le stesse Regioni cercano i nostri professionisti per assistere non solo negli ospedali, ma soprattutto sul territorio, in quella domiciliarità e prossimità che sono le caratteristiche portanti per la sanità anche del PNRR e che dovrebbero essere il modello di assistenza di domani, oggi però quasi del tutto assenti. Domiciliarità e prossimità che sono caratteristiche proprie della professione infermieristica”. “Daremo quindi – conclude – tutto il nostro supporto all’iniziativa di Fiaso e siamo convinti che non solo le aziende sanitarie e le Regioni vogliono più infermieri e in forma stabile, ma gli stessi cittadini che dei nostri professionisti hanno bisogno e li richiedono di continuo h24, non solo per la pandemia, ma anche per tutte le altre loro innumerevoli esigenze di salute”.

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Why Asian countries are abandoning zero-covid strategies

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

Asian countries are at last abandoning zero-covid strategies and, despite the risks, they are right to do so. The success of the zero-covid approach, involving closed borders, quarantine hotels and severe lockdowns, has generally been spectacular—Hong Kong, for example, has had no locally transmitted infections since mid-August. Yet those with a good first act in the pandemic are struggling in the second. Covid-19 is one reason why prices are rising at the fastest pace in decades across much of the world. In America prices leapt by 4.3% in the year to August, according to the Federal Reserve’s preferred measure—a 30-year high. In the euro zone annual inflation hit 3.4% in September, the highest rate in over a decade. In our Finance and economics section, we look at concerns that the world economy might be entering a period of “stagflation”—weak growth and high inflation—reminiscent of the 1970s. Our data journalists, meanwhile, have been looking at historical pandemics to ask if such events normally lead to rising inflation. Their analysis, using data that go back to the 14th century, shows that pandemics typically lead to lower, not higher, inflation.In our International section, we consider how the pandemic is set to spur the worldwide growth of private tutoring. As a new school year gets under way in many countries, the harm caused by the months of closures is becoming ever clearer. In America primary-age pupils are on average five months behind where they would usually be in maths, and four months in reading, according to McKinsey, a consultancy. The damage is almost certainly worse in places such as India and Mexico, where the disruption to schooling has been greater. A catastrophe like covid-19 cries out for interpretation. It is too early to discern all the ways in which this pandemic has changed the course of history, but has it revealed anything about the structure of international politics today? In our Books and arts section, we review two new books that attempt an ambitiously early answer to this question.Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist

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Vaccini Covid e miocardite

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

“Analisi preliminari” di nuovi dati, relativi alle segnalazioni di effetti cardiaci indesiderati successivi a vaccinazione anti-Covid con prodotti a mRna, e “provenienti da Paesi nordici” fra cui anche Svezia e Danimarca, “indicano la possibilità che il rischio di miocardite negli uomini più giovani possa essere maggiore dopo una seconda dose di Spikevax*”, il vaccino di Moderna, “rispetto a una seconda dose di Comirnaty*” di Pfizer/Biontech, “sebbene sia necessaria un’ulteriore valutazione. A sottolinearlo l’Ema dopo che la Svezia e la Danimarca hanno annunciato la sospensione precauzionale delle somministrazioni del vaccino Spikevax, rispettivamente nelle popolazioni under 30 e under 18. Il Prac valuterà i nuovi dati per determinare se è necessario aggiornare i consigli attuali nelle informazioni di prodotto. Risultano infatti “in aumento le segnalazioni di effetti collaterali come miocardite e pericardite”, ha spiegato l’Agenzia svedese per la sanità pubblica, pur precisando che “il rischio di essere colpiti da questi effetti collaterali è molto basso”. “Come comunicato in precedenza – torna a raccomandare l’Ema – gli operatori sanitari devono prestare attenzione ai segni e ai sintomi di miocardite e pericardite nelle persone vaccinate con Comirnaty o Spikevax”. In ogni caso, l’agenzia ribadisce che “i vaccini Covid-19 autorizzati sono efficaci nel ridurre il rischio di Covid-19”, nonché “i ricoveri ospedalieri e i decessi dovuti a Covid-19. Come per tutti i vaccini, l’Ema continuerà a valutare i dati emergenti su questi prodotti, per garantire che i loro benefici continuino a superare i loro rischi”. E se l’Ema ha messo sotto attenzione l’uso dei vaccini a mRna negli under 18 uno studio di coorte condotto negli Usa e basato su una popolazione di quasi 2,4 milioni di persone che hanno ricevuto almeno una dose ha evidenziato come i casi di miocardite acuta che si sono verificati dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid a mRna risultano essere “estremamente rari nella popolazione adulta dai 18 anni in su”. Sulla coorte analizzata – composta da over 18, della rete di centri medici Kaiser Permanente Southern California (Kpsc) – l’incidenza di questi eventi rari è stata di 5,8 casi per 1 milione di persone dopo la seconda dose (1 caso per 172.414 soggetti completamente vaccinati). I dati di incidenza ricavati su questa coorte sono stati confrontati con quelli di persone non esposte al vaccino Covid. Fra i 2,4 milioni di soggetti con almeno una dose di vaccino all’attivo esaminati, metà aveva ricevuto Moderna e metà Pfizer/Biontech. In questa coorte, il 54,0% erano donne, il 31,2% bianchi, il 6,7% neri, il 37,8% ispanici e il 14,3% erano asiatici. Età media: 49 anni, con un 35,7% di under 40 anni e un 93,5% di vaccinati con ciclo completo. Nel gruppo dei vaccinati ci sono stati 15 casi di miocardite confermata (due dopo la prima dose e 13 dopo la seconda), per un’incidenza osservata di 0,8 casi per 1 milione di prime dosi e 5,8 casi per 1 milione di seconde dosi in un’osservazione di 10 giorni finestra. Tutti i pazienti in questione erano uomini, con età media di 25 anni, in linea anche con quanto emerso da altri studi. Nel gruppo dei soggetti non esposti, ci sono stati 75 casi di miocardite durante il periodo di studio, di cui 39 (52%) uomini, età media 52 anni. Dei pazienti con miocardite post-vaccinazione, nessuno aveva una precedente malattia cardiaca. Otto pazienti avevano ricevuto Pfizer e sette Moderna. Tutti sono stati ricoverati in ospedale e sono risultati negativi per Sars-CoV-2. Il 93% ha riportato dolore toracico da 1 a 5 giorni dopo la vaccinazione. I sintomi si sono risolti in tutti i casi e nessun paziente ha richiesto il ricovero in terapia intensiva o è rientrato in ospedale dopo la dimissione. Data la natura osservazionale dello studio, non è stata stabilita alcuna relazione tra la vaccinazione anti-Covid a mRna e la miocardite post-vaccinazione. (fonte doctor33)

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Sachs a Draghi: “Includiamo l’Africa nel G20 per sconfiggere il Covid

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 ottobre 2021

Dall’incontro internazionale di Sant’Egidio “Popoli fratelli, terra futura”, Jeffrey Sachs lancia un appello a Draghi: “Il prossimo G20 diventi G21: occorre aggiungere l’Unione Africana per avere un’assemblea rappresentativa che riesca a prendere decisioni urgenti”. Il consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le questioni ambientali, è intervenuto stamattina al forum “La cura della casa comune” alla Nuvola. “Includendo l’Africa, che conta 1,4 miliardi di persone – ha aggiunto Sachs – i paesi del G21 arriverebbero al’88% del PIL mondiale: un consesso così sarebbe finalmente in grado di fare passi decisivi per il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni e per elaborare piani di vaccinazione universale contro il Covid-19”.

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Covid, studio Uk: i sette sintomi predittivi di infezione

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 ottobre 2021

Uno studio condotto su un oltre un milione di persone in Inghilterra ha rivelato una serie di sintomi, 7 per la precisione, predittivi delle positività al Covid, che potrebbero migliorare il rilevamento dei casi se venissero inclusi nei criteri di testing. Così l’Imperial College di Londra ha comunicato i risultati dello studio REACT-1, realizzato in collaborazione con Ipsos MORI e finanziato dal Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale, che ha dimostrato che limitando solo ad alcuni sintomi, febbre, tosse continua, perdita o alterazione dell’olfatto o del gusto, l’idoneità a sottoporsi al test molecolare (Pcr) si perde una quota importante di positivi.L’Imperial College spiega che “i test con tamponi e i questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021, hanno mostrato che oltre ai sintomi sopra citati, anche brividi, perdita di appetito, mal di testa e dolori muscolari erano i più fortemente legati alla positività al Covid”. E precisa, infatti, che in Inghilterra le persone sono “incoraggiate a fare un test PCR COVID-19 quando presentano almeno uno dei seguenti sintomi: febbre, tosse continua, perdita o cambiamento dell’olfatto o del gusto”. Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori stimano che in questo modo si rileverebbe “circa la metà di tutte le infezioni sintomatiche. Mentre se i sintomi aggiuntivi fossero inclusi nella valutazione dell’idoneità alla Pcr, si potrebbe migliorare la rilevazione fino a tre quarti delle infezioni sintomatiche”.«Questi risultati suggeriscono che molte persone con COVID-19 non vengono testate – e quindi non isolate – dichiara Paul Elliott, direttore del programma REACT presso l’Imperial – perché i loro sintomi non corrispondono a quelli usati nelle attuali linee guida sulla salute pubblica per aiutare a identificare le persone infette. Comprendiamo la necessità di criteri di test chiari e che includere molti sintomi che si trovano comunemente in altre malattie come l’influenza stagionale potrebbe rischiare che le persone si isolino inutilmente. Ma l’obiettivo di avere a disposizione sintomi più predittivi significa ottimizzare il rilevamento delle persone infette». La ricerca ha anche esplorato se l’emergere della variante alfa (B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Kent) del coronavirus fosse collegata a un diverso profilo di sintomi rispetto al ceppo “selvaggio” (il primo nuovo coronavirus identificato). Il confronto tra i sintomi auto-riferiti dai pazienti, ha mostrato che i sintomi predittivi dell’infezione della variante alfa erano ampiamente simili a quelli predittivi dell’infezione del tipo “selvaggio”. Tuttavia, in linea con i risultati dell’ONS, la nuova tosse persistente e il mal di gola erano più predittivi della variante alfa e la perdita o il cambiamento dell’olfatto erano più predittivi del tipo selvatico. «Con il progredire dell’epidemia e l’emergere di nuove varianti, è essenziale continuare a monitorare il modo in cui il virus colpisce le persone in modo che i programmi di test soddisfino le mutevoli esigenze», ha affermato Joshua Elliott, della School of Public Health dell’Imperial College di Londra. «Speriamo che i nostri dati contribuiscano a fornire una guida per i test e lo sviluppo di sistemi che potrebbero aiutare a identificare meglio le persone che dovrebbero sottoporsi a un test COVID-19 in base ai loro sintomi». (fonte: Farmacista33)

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Vaccini Covid e influenza: indicazioni su co-somministrazione

Posted by fidest press agency su domenica, 10 ottobre 2021

È possibile programmare la somministrazione del vaccino anti Covid e di quello antinfluenzale nel corso della stessa seduta, laddove vi siano soggetti per i quali la vaccinazione antinfluenzale stagionale eÌ raccomandata e offerta gratuitamente che allo stesso tempo siano eleggibili per la vaccinazione anti-Covid (ciclo primario o dose addizionale e booster). A dirlo è la recente circolare del Ministero della Salute, che rilancia l’indicazione di Aifa. Intanto, per quanto riguarda la possibilità di inoculare il vaccino antinfluenzale nelle farmacie, da Fofi viene fatto un punto anche sul corso di formazione abilitante per i farmacisti. Dal Ministero, inoltre, viene confermata la possibilità di “effettuare la somministrazione concomitante (o a qualsiasi distanza di tempo, prima o dopo), di un vaccino anti-Covid utilizzato in Italia e di un altro vaccino del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale”. Unica “eccezione sono i vaccini vivi attenuati, per i quali può essere considerata valida una distanza minima precauzionale di 14 giorni prima o dopo la somministrazione del vaccino anti Covid”. By Francesca Giani (fonte Farmacista33)

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Covid e salute dei reni

Posted by fidest press agency su sabato, 9 ottobre 2021

Non solo maggiori infettività e mortalità nei pazienti nefropatici, ma danni renali scatenati dall’infezione del SARS-CoV2 nella popolazione sana. Quali sono le problematiche legate al danno renale da Covid-19? Quali i rischi a lungo termine? A queste domande ha risposto il Simposio SIN – SIMIT (Società Italiana di Nefrologia – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) sull’epidemia da Covid-19 che ha aperto oggi il 62° Congresso della Società Italiana Nefrologia. Un momento per fare il punto sull’impatto che la malattia ha avuto non solo nei pazienti in dialisi e trapiantati, ma anche nella popolazione generale e – secondo una prospettiva completamente rovesciata – sulla compromissione renale causata da SARS-CoV2. Se, da un lato, i pazienti nefropatici si sono infettati per oltre il 20% in più rispetto alla popolazione generale, con una mortalità 10 volte superiore, dall’altro lato le prime evidenze fanno registrare una percentuale tra il 30 e il 40 di persone che, contratta l’infezione da SARS-CoV2, hanno sviluppato danni renali di vari grado e intensità. Sebbene il Covid-19 colpisca prevalentemente l’apparato polmonare, il rene rappresenta uno tra i principali organi target. “Non possiamo ignorare l’impatto clinico che ha avuto sulla salute renale, con un’insorgenza di oltre il 50 % di danno renale acuto in fase di malattia da Covid-19 nei pazienti ospedalizzati e rischi post-acuti più elevati tanto più era grave l’infezione. Ciononostante, gli esiti renali post-acuti sono evidenti anche nei casi in cui la malattia acuta non era così grave da richiedere l’ospedalizzazione”. Commenta così Piergiorgio Messa, Presidente SIN e Direttore di Unità Operativa Complessa di Nefrologia, Dialisi e Trapianto Renale – Policlinico di Milano e Professore Ordinario di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano. In media, il rischio di incidenza di danno renale acuto (AKI – Acute Kidney Injury) nei pazienti con Covid-19 è stato pari al 20,4%; questo il dato allarmante che emerge su 17 studi che coinvolgono oltre 18mila pazienti in Italia. Tra i fattori associati all’insorgenza di AKI: anziani (over 70) e sesso maschile, ma anche la presenza di comorbidità quali diabete, ipertensione, malattia renale cronica, neoplasia. “L’insorgenza di AKI – spiega Messa – ha aumentato i ricoveri in terapia intensiva e la probabilità di morte, con una gravità di danno renale che andava di pari passo con la gravità dell’infezione da Covid-19”. Il Simposio di apertura del 62° Congresso della Società Italiana di Nefrologia si chiude con l’invito a pensare e disegnare efficaci protocolli di gestione delle future pandemie. Forte dell’esperienza e della tempestività con cui la SIN ha gestito la fase emergenziale e portato avanti la battaglia per la priorità vaccinale, la comunità scientifica dei nefrologi italiani è sensibilizzata e pronta a lavorare in questa direzione, al fine di proteggere i pazienti nefropatici, fragili per eccellenza e poco responsivi agli schemi vaccinali classici.

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Covid-19, un esame del sangue per segnalare chi è a rischio di sviluppare una forma grave

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021

Secondo uno studio pubblicato su Life Science Alliance, un semplice esame del sangue potrebbe aiutare a prevedere quali persone con COVID-19 rischiano una forma grave della malattia, e potrebbero quindi avere necessità di supporto respiratorio. «Questo test misura i livelli di anticorpi nel sangue diretti contro le molecole rilasciate dalle cellule del sangue morte, compreso il loro stesso DNA. Il test può rivelarsi utile anche nelle persone infette prima che raggiungano la fase in cui possono aver bisogno di cure ospedaliere. È probabile che sia meno accurato per quest’ultimo tipo di previsione, ma potrebbe indicare chi ha bisogno di un monitoraggio più attento» spiega Ana Rodriguez, della NYU Langone di New York, autrice senior dello studio. Le persone che si ammalano di COVID-19 e sviluppano forme gravi tendono a peggiorare almeno una settimana o più dopo l’inizio dei sintomi, quando i livelli del virus diminuiscono, e questo fatto suggerisce che i problemi siano causati in qualche modo dalla reazione del corpo all’infezione, piuttosto che dal virus in sè. I ricercatori hanno valutato gli esami del sangue eseguiti su 115 persone ricoverate in ospedale con COVID-19 nel 2020. Circa la metà di queste persone si è ammalata in maniera grave e ha avuto bisogno di supporto con ossigeno, mentre le rimanenti si sono riprese rapidamente. Ebbene, l’analisi dei dati ha mostrato che le persone con alti livelli di anticorpi diretti contro il DNA o contro la fosfatidilserina avevano circa il 90% di possibilità di peggiorare. Tuttavia, il test ha identificato solo circa un quarto dei pazienti nei quali poi la malattia ha preso una piega grave. Secondo gli esperti, non è chiaro se gli anticorpi rilevati dal test siano coinvolti nel processo di peggioramento, o se la loro presenza sia dovuta ad altri motivi; per quanto riguarda invece il DNA e la fosfatidilserina, essi sembrano provenire da globuli rossi che si sono degradati, e dai neutrofili che rilasciano il loro DNA mentre muoiono nel tentativo di intrappolare i batteri. È possibile che gli anticorpi si leghino al DNA, contribuendo alla formazione di minuscoli coaguli di sangue, che spesso si osservano nei casi gravi di COVID-19, e che provocano ictus e danni renali. (fonte Doctor33)

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