Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘covid’

Infermieri: vanno assunti i “precari di Covid”

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

La Federazione nazionale degli ordini degli infermieri (FNOPI) è in piena sintonia con la proposta della Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere, al Governo, di stabilizzare, prima che scadano i termini della loro chiamata in servizio per l’emergenza COVID, gli infermieri che sono stati assunti con contratti flessibili negli ultimi due anni.“Gli infermieri chiamati in servizio in prima linea contro la pandemia e per dare supporto anche ai malati non Covid – sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI – sono decine di migliaia e ha ragione Fiaso quando sottolinea la necessità di assumere chi è stato reclutato come precario e ora rischia di non poter più lavorare con il Ssn, pur avendo dimostrato su campo la sua essenzialità nell’assistenza, anche a rischio della propria salute: gli infermieri sono i più colpiti da Covid con quasi 118mila contagi da inizio pandemia e decine e decine di decessi. Nella lettera di Fiaso alla presidenza del Consiglio dei ministri, ai ministri, ai presidenti di Camera e Senato, ai capigruppo parlamentari e alla Conferenza delle Regioni, per consentire la stabilizzazione del personale che nell’ultimo anno e mezzo ha affrontato in corsia l’emergenza pandemica, si indica che oltre agli altri professionisti tra i precari ci sono quasi 35mila infermieri (come specifica Fiaso il 12,5% della forza lavoro presente a inizio pandemia, circa 270mila infermieri). Un numero elevatissimo – commenta – se solo si pensa che fino al 2019 ce ne erano già circa 15mila, il 33% di tutti quelli censiti dalla Ragioneria generale dello Stato e il più alto numero in assoluto nel Pubblico Impiago”.“Eppure la carenza di infermieri si è fatta e si fa sentire – prosegue Mangiacavalli – e le stesse Regioni cercano i nostri professionisti per assistere non solo negli ospedali, ma soprattutto sul territorio, in quella domiciliarità e prossimità che sono le caratteristiche portanti per la sanità anche del PNRR e che dovrebbero essere il modello di assistenza di domani, oggi però quasi del tutto assenti. Domiciliarità e prossimità che sono caratteristiche proprie della professione infermieristica”. “Daremo quindi – conclude – tutto il nostro supporto all’iniziativa di Fiaso e siamo convinti che non solo le aziende sanitarie e le Regioni vogliono più infermieri e in forma stabile, ma gli stessi cittadini che dei nostri professionisti hanno bisogno e li richiedono di continuo h24, non solo per la pandemia, ma anche per tutte le altre loro innumerevoli esigenze di salute”.

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Why Asian countries are abandoning zero-covid strategies

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

Asian countries are at last abandoning zero-covid strategies and, despite the risks, they are right to do so. The success of the zero-covid approach, involving closed borders, quarantine hotels and severe lockdowns, has generally been spectacular—Hong Kong, for example, has had no locally transmitted infections since mid-August. Yet those with a good first act in the pandemic are struggling in the second. Covid-19 is one reason why prices are rising at the fastest pace in decades across much of the world. In America prices leapt by 4.3% in the year to August, according to the Federal Reserve’s preferred measure—a 30-year high. In the euro zone annual inflation hit 3.4% in September, the highest rate in over a decade. In our Finance and economics section, we look at concerns that the world economy might be entering a period of “stagflation”—weak growth and high inflation—reminiscent of the 1970s. Our data journalists, meanwhile, have been looking at historical pandemics to ask if such events normally lead to rising inflation. Their analysis, using data that go back to the 14th century, shows that pandemics typically lead to lower, not higher, inflation.In our International section, we consider how the pandemic is set to spur the worldwide growth of private tutoring. As a new school year gets under way in many countries, the harm caused by the months of closures is becoming ever clearer. In America primary-age pupils are on average five months behind where they would usually be in maths, and four months in reading, according to McKinsey, a consultancy. The damage is almost certainly worse in places such as India and Mexico, where the disruption to schooling has been greater. A catastrophe like covid-19 cries out for interpretation. It is too early to discern all the ways in which this pandemic has changed the course of history, but has it revealed anything about the structure of international politics today? In our Books and arts section, we review two new books that attempt an ambitiously early answer to this question.Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist

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Vaccini Covid e miocardite

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

“Analisi preliminari” di nuovi dati, relativi alle segnalazioni di effetti cardiaci indesiderati successivi a vaccinazione anti-Covid con prodotti a mRna, e “provenienti da Paesi nordici” fra cui anche Svezia e Danimarca, “indicano la possibilità che il rischio di miocardite negli uomini più giovani possa essere maggiore dopo una seconda dose di Spikevax*”, il vaccino di Moderna, “rispetto a una seconda dose di Comirnaty*” di Pfizer/Biontech, “sebbene sia necessaria un’ulteriore valutazione. A sottolinearlo l’Ema dopo che la Svezia e la Danimarca hanno annunciato la sospensione precauzionale delle somministrazioni del vaccino Spikevax, rispettivamente nelle popolazioni under 30 e under 18. Il Prac valuterà i nuovi dati per determinare se è necessario aggiornare i consigli attuali nelle informazioni di prodotto. Risultano infatti “in aumento le segnalazioni di effetti collaterali come miocardite e pericardite”, ha spiegato l’Agenzia svedese per la sanità pubblica, pur precisando che “il rischio di essere colpiti da questi effetti collaterali è molto basso”. “Come comunicato in precedenza – torna a raccomandare l’Ema – gli operatori sanitari devono prestare attenzione ai segni e ai sintomi di miocardite e pericardite nelle persone vaccinate con Comirnaty o Spikevax”. In ogni caso, l’agenzia ribadisce che “i vaccini Covid-19 autorizzati sono efficaci nel ridurre il rischio di Covid-19”, nonché “i ricoveri ospedalieri e i decessi dovuti a Covid-19. Come per tutti i vaccini, l’Ema continuerà a valutare i dati emergenti su questi prodotti, per garantire che i loro benefici continuino a superare i loro rischi”. E se l’Ema ha messo sotto attenzione l’uso dei vaccini a mRna negli under 18 uno studio di coorte condotto negli Usa e basato su una popolazione di quasi 2,4 milioni di persone che hanno ricevuto almeno una dose ha evidenziato come i casi di miocardite acuta che si sono verificati dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid a mRna risultano essere “estremamente rari nella popolazione adulta dai 18 anni in su”. Sulla coorte analizzata – composta da over 18, della rete di centri medici Kaiser Permanente Southern California (Kpsc) – l’incidenza di questi eventi rari è stata di 5,8 casi per 1 milione di persone dopo la seconda dose (1 caso per 172.414 soggetti completamente vaccinati). I dati di incidenza ricavati su questa coorte sono stati confrontati con quelli di persone non esposte al vaccino Covid. Fra i 2,4 milioni di soggetti con almeno una dose di vaccino all’attivo esaminati, metà aveva ricevuto Moderna e metà Pfizer/Biontech. In questa coorte, il 54,0% erano donne, il 31,2% bianchi, il 6,7% neri, il 37,8% ispanici e il 14,3% erano asiatici. Età media: 49 anni, con un 35,7% di under 40 anni e un 93,5% di vaccinati con ciclo completo. Nel gruppo dei vaccinati ci sono stati 15 casi di miocardite confermata (due dopo la prima dose e 13 dopo la seconda), per un’incidenza osservata di 0,8 casi per 1 milione di prime dosi e 5,8 casi per 1 milione di seconde dosi in un’osservazione di 10 giorni finestra. Tutti i pazienti in questione erano uomini, con età media di 25 anni, in linea anche con quanto emerso da altri studi. Nel gruppo dei soggetti non esposti, ci sono stati 75 casi di miocardite durante il periodo di studio, di cui 39 (52%) uomini, età media 52 anni. Dei pazienti con miocardite post-vaccinazione, nessuno aveva una precedente malattia cardiaca. Otto pazienti avevano ricevuto Pfizer e sette Moderna. Tutti sono stati ricoverati in ospedale e sono risultati negativi per Sars-CoV-2. Il 93% ha riportato dolore toracico da 1 a 5 giorni dopo la vaccinazione. I sintomi si sono risolti in tutti i casi e nessun paziente ha richiesto il ricovero in terapia intensiva o è rientrato in ospedale dopo la dimissione. Data la natura osservazionale dello studio, non è stata stabilita alcuna relazione tra la vaccinazione anti-Covid a mRna e la miocardite post-vaccinazione. (fonte doctor33)

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Sachs a Draghi: “Includiamo l’Africa nel G20 per sconfiggere il Covid

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 ottobre 2021

Dall’incontro internazionale di Sant’Egidio “Popoli fratelli, terra futura”, Jeffrey Sachs lancia un appello a Draghi: “Il prossimo G20 diventi G21: occorre aggiungere l’Unione Africana per avere un’assemblea rappresentativa che riesca a prendere decisioni urgenti”. Il consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per le questioni ambientali, è intervenuto stamattina al forum “La cura della casa comune” alla Nuvola. “Includendo l’Africa, che conta 1,4 miliardi di persone – ha aggiunto Sachs – i paesi del G21 arriverebbero al’88% del PIL mondiale: un consesso così sarebbe finalmente in grado di fare passi decisivi per il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni e per elaborare piani di vaccinazione universale contro il Covid-19”.

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Covid, studio Uk: i sette sintomi predittivi di infezione

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 ottobre 2021

Uno studio condotto su un oltre un milione di persone in Inghilterra ha rivelato una serie di sintomi, 7 per la precisione, predittivi delle positività al Covid, che potrebbero migliorare il rilevamento dei casi se venissero inclusi nei criteri di testing. Così l’Imperial College di Londra ha comunicato i risultati dello studio REACT-1, realizzato in collaborazione con Ipsos MORI e finanziato dal Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale, che ha dimostrato che limitando solo ad alcuni sintomi, febbre, tosse continua, perdita o alterazione dell’olfatto o del gusto, l’idoneità a sottoporsi al test molecolare (Pcr) si perde una quota importante di positivi.L’Imperial College spiega che “i test con tamponi e i questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021, hanno mostrato che oltre ai sintomi sopra citati, anche brividi, perdita di appetito, mal di testa e dolori muscolari erano i più fortemente legati alla positività al Covid”. E precisa, infatti, che in Inghilterra le persone sono “incoraggiate a fare un test PCR COVID-19 quando presentano almeno uno dei seguenti sintomi: febbre, tosse continua, perdita o cambiamento dell’olfatto o del gusto”. Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori stimano che in questo modo si rileverebbe “circa la metà di tutte le infezioni sintomatiche. Mentre se i sintomi aggiuntivi fossero inclusi nella valutazione dell’idoneità alla Pcr, si potrebbe migliorare la rilevazione fino a tre quarti delle infezioni sintomatiche”.«Questi risultati suggeriscono che molte persone con COVID-19 non vengono testate – e quindi non isolate – dichiara Paul Elliott, direttore del programma REACT presso l’Imperial – perché i loro sintomi non corrispondono a quelli usati nelle attuali linee guida sulla salute pubblica per aiutare a identificare le persone infette. Comprendiamo la necessità di criteri di test chiari e che includere molti sintomi che si trovano comunemente in altre malattie come l’influenza stagionale potrebbe rischiare che le persone si isolino inutilmente. Ma l’obiettivo di avere a disposizione sintomi più predittivi significa ottimizzare il rilevamento delle persone infette». La ricerca ha anche esplorato se l’emergere della variante alfa (B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Kent) del coronavirus fosse collegata a un diverso profilo di sintomi rispetto al ceppo “selvaggio” (il primo nuovo coronavirus identificato). Il confronto tra i sintomi auto-riferiti dai pazienti, ha mostrato che i sintomi predittivi dell’infezione della variante alfa erano ampiamente simili a quelli predittivi dell’infezione del tipo “selvaggio”. Tuttavia, in linea con i risultati dell’ONS, la nuova tosse persistente e il mal di gola erano più predittivi della variante alfa e la perdita o il cambiamento dell’olfatto erano più predittivi del tipo selvatico. «Con il progredire dell’epidemia e l’emergere di nuove varianti, è essenziale continuare a monitorare il modo in cui il virus colpisce le persone in modo che i programmi di test soddisfino le mutevoli esigenze», ha affermato Joshua Elliott, della School of Public Health dell’Imperial College di Londra. «Speriamo che i nostri dati contribuiscano a fornire una guida per i test e lo sviluppo di sistemi che potrebbero aiutare a identificare meglio le persone che dovrebbero sottoporsi a un test COVID-19 in base ai loro sintomi». (fonte: Farmacista33)

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Vaccini Covid e influenza: indicazioni su co-somministrazione

Posted by fidest press agency su domenica, 10 ottobre 2021

È possibile programmare la somministrazione del vaccino anti Covid e di quello antinfluenzale nel corso della stessa seduta, laddove vi siano soggetti per i quali la vaccinazione antinfluenzale stagionale eÌ raccomandata e offerta gratuitamente che allo stesso tempo siano eleggibili per la vaccinazione anti-Covid (ciclo primario o dose addizionale e booster). A dirlo è la recente circolare del Ministero della Salute, che rilancia l’indicazione di Aifa. Intanto, per quanto riguarda la possibilità di inoculare il vaccino antinfluenzale nelle farmacie, da Fofi viene fatto un punto anche sul corso di formazione abilitante per i farmacisti. Dal Ministero, inoltre, viene confermata la possibilità di “effettuare la somministrazione concomitante (o a qualsiasi distanza di tempo, prima o dopo), di un vaccino anti-Covid utilizzato in Italia e di un altro vaccino del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale”. Unica “eccezione sono i vaccini vivi attenuati, per i quali può essere considerata valida una distanza minima precauzionale di 14 giorni prima o dopo la somministrazione del vaccino anti Covid”. By Francesca Giani (fonte Farmacista33)

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Covid e salute dei reni

Posted by fidest press agency su sabato, 9 ottobre 2021

Non solo maggiori infettività e mortalità nei pazienti nefropatici, ma danni renali scatenati dall’infezione del SARS-CoV2 nella popolazione sana. Quali sono le problematiche legate al danno renale da Covid-19? Quali i rischi a lungo termine? A queste domande ha risposto il Simposio SIN – SIMIT (Società Italiana di Nefrologia – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) sull’epidemia da Covid-19 che ha aperto oggi il 62° Congresso della Società Italiana Nefrologia. Un momento per fare il punto sull’impatto che la malattia ha avuto non solo nei pazienti in dialisi e trapiantati, ma anche nella popolazione generale e – secondo una prospettiva completamente rovesciata – sulla compromissione renale causata da SARS-CoV2. Se, da un lato, i pazienti nefropatici si sono infettati per oltre il 20% in più rispetto alla popolazione generale, con una mortalità 10 volte superiore, dall’altro lato le prime evidenze fanno registrare una percentuale tra il 30 e il 40 di persone che, contratta l’infezione da SARS-CoV2, hanno sviluppato danni renali di vari grado e intensità. Sebbene il Covid-19 colpisca prevalentemente l’apparato polmonare, il rene rappresenta uno tra i principali organi target. “Non possiamo ignorare l’impatto clinico che ha avuto sulla salute renale, con un’insorgenza di oltre il 50 % di danno renale acuto in fase di malattia da Covid-19 nei pazienti ospedalizzati e rischi post-acuti più elevati tanto più era grave l’infezione. Ciononostante, gli esiti renali post-acuti sono evidenti anche nei casi in cui la malattia acuta non era così grave da richiedere l’ospedalizzazione”. Commenta così Piergiorgio Messa, Presidente SIN e Direttore di Unità Operativa Complessa di Nefrologia, Dialisi e Trapianto Renale – Policlinico di Milano e Professore Ordinario di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano. In media, il rischio di incidenza di danno renale acuto (AKI – Acute Kidney Injury) nei pazienti con Covid-19 è stato pari al 20,4%; questo il dato allarmante che emerge su 17 studi che coinvolgono oltre 18mila pazienti in Italia. Tra i fattori associati all’insorgenza di AKI: anziani (over 70) e sesso maschile, ma anche la presenza di comorbidità quali diabete, ipertensione, malattia renale cronica, neoplasia. “L’insorgenza di AKI – spiega Messa – ha aumentato i ricoveri in terapia intensiva e la probabilità di morte, con una gravità di danno renale che andava di pari passo con la gravità dell’infezione da Covid-19”. Il Simposio di apertura del 62° Congresso della Società Italiana di Nefrologia si chiude con l’invito a pensare e disegnare efficaci protocolli di gestione delle future pandemie. Forte dell’esperienza e della tempestività con cui la SIN ha gestito la fase emergenziale e portato avanti la battaglia per la priorità vaccinale, la comunità scientifica dei nefrologi italiani è sensibilizzata e pronta a lavorare in questa direzione, al fine di proteggere i pazienti nefropatici, fragili per eccellenza e poco responsivi agli schemi vaccinali classici.

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Covid-19, un esame del sangue per segnalare chi è a rischio di sviluppare una forma grave

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021

Secondo uno studio pubblicato su Life Science Alliance, un semplice esame del sangue potrebbe aiutare a prevedere quali persone con COVID-19 rischiano una forma grave della malattia, e potrebbero quindi avere necessità di supporto respiratorio. «Questo test misura i livelli di anticorpi nel sangue diretti contro le molecole rilasciate dalle cellule del sangue morte, compreso il loro stesso DNA. Il test può rivelarsi utile anche nelle persone infette prima che raggiungano la fase in cui possono aver bisogno di cure ospedaliere. È probabile che sia meno accurato per quest’ultimo tipo di previsione, ma potrebbe indicare chi ha bisogno di un monitoraggio più attento» spiega Ana Rodriguez, della NYU Langone di New York, autrice senior dello studio. Le persone che si ammalano di COVID-19 e sviluppano forme gravi tendono a peggiorare almeno una settimana o più dopo l’inizio dei sintomi, quando i livelli del virus diminuiscono, e questo fatto suggerisce che i problemi siano causati in qualche modo dalla reazione del corpo all’infezione, piuttosto che dal virus in sè. I ricercatori hanno valutato gli esami del sangue eseguiti su 115 persone ricoverate in ospedale con COVID-19 nel 2020. Circa la metà di queste persone si è ammalata in maniera grave e ha avuto bisogno di supporto con ossigeno, mentre le rimanenti si sono riprese rapidamente. Ebbene, l’analisi dei dati ha mostrato che le persone con alti livelli di anticorpi diretti contro il DNA o contro la fosfatidilserina avevano circa il 90% di possibilità di peggiorare. Tuttavia, il test ha identificato solo circa un quarto dei pazienti nei quali poi la malattia ha preso una piega grave. Secondo gli esperti, non è chiaro se gli anticorpi rilevati dal test siano coinvolti nel processo di peggioramento, o se la loro presenza sia dovuta ad altri motivi; per quanto riguarda invece il DNA e la fosfatidilserina, essi sembrano provenire da globuli rossi che si sono degradati, e dai neutrofili che rilasciano il loro DNA mentre muoiono nel tentativo di intrappolare i batteri. È possibile che gli anticorpi si leghino al DNA, contribuendo alla formazione di minuscoli coaguli di sangue, che spesso si osservano nei casi gravi di COVID-19, e che provocano ictus e danni renali. (fonte Doctor33)

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Covid-19, infezioni tra i vaccinati rare ma possibili. Ecco in quali casi

Posted by fidest press agency su martedì, 21 settembre 2021

In uno studio pubblicato su Lancet Infectious Diseases, i ricercatori della Yale School of Medicine hanno esaminato le infezioni da Covid-19 “breakthrough”, ovvero che si verificano in persone completamente vaccinate. «Negli Stati Uniti, la pandemia di Covid-19 è iniziata 18 mesi fa. Nel dicembre 2020 sono iniziate le vaccinazioni, che hanno notevolmente ridotto il tasso di infezione, ma sono state comunque osservate infezioni, sebbene rare, in individui completamente vaccinati» spiega Prerak Juthani, primo nome dello studio.I ricercatori hanno esaminato i dati riguardanti 969 pazienti, che sono risultati positivi a Sars-CoV-2, ricoverati tra marzo e luglio 2021 e inclusi nel database Yale New Haven Health. Dei 969 pazienti, 54 erano completamente vaccinati al momento del ricovero o dell’insorgenza dei sintomi. Di questi 54 individui, 14 hanno avuto malattia grave e quattro hanno avuto necessità di un ricovero nell’unità di terapia intensiva. L’analisi dei dati ha mostrato che la maggior parte delle infezioni breakthrough più gravi si sono presentate in anziani con un’età media pari a 80,5 anni, e che presentavano altri fattori di rischio, quali obesità o diabete. «Quando abbiamo iniziato ad analizzare i dati dei 14 pazienti completamente vaccinati che avevano una patologia grave, abbiamo notato che queste persone tendevano ad essere più anziane e con più comorbilità. Stiamo lavorando per comprendere meglio quali ulteriori fattori possano essere coinvolti nello sviluppo di gravi infezioni da Covid-19 dopo la vaccinazione, in modo da poter identificare strategie per prevenire questi casi in futuro nella popolazione» afferma Juthani. I ricercatori sottolineano che, anche se questo studio si è concentrato sulle infezioni breakthrough, è importante notare che oltre il 94% dei pazienti ricoverati non era stato completamente vaccinato al momento del ricovero, e che i loro dati confermano ancora una volta che i vaccini sono estremamente efficaci. (fonte: doctor33)

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Vaccinati covid oltre il 70%. Ce l’abbiamo fatta? No!

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

Oltre il 70% degli italiani è vaccinato (1 o 2 dosi) e si diffonde un senso di sicurezza e di “ritorno” alla normalità (sono anche tornati a livelli percentuali “normali” gli incidenti stradali, i furti, le violenze di vario tipo, e i consumi sono sulle percentuali altalenanti tipiche). “Ritorno” che implica anche un certo abbassamento del livello individuale di guardia, nonché le tolleranze verso gli inadempienti da parte delle autorità… a parte la super-sorveglianza del green pass, ché è un “giochino” nuovo. E le “esuberanze” degli anti-vax e anti green pass sono più circoscritte, quasi relegate ai social e, come sempre accade nelle minoranze ideologizzate, con la crescita di manifestazioni di “violenza proto-terroristica” (assalti ai centri vaccinali, minacce a personale sanitario, etc). Tutto nella giusta direzione? No, non va bene. Non si tratta della ricerca di una perfezione (impossibile in ogni dove, soprattutto in regimi democratici), ma del fatto che ancora oggi i non-vaccinati costituiscono un problema per il sistema sanitario e per i vaccinati (che non sono immuni al 100%). I dati di infezioni e ricoveri sono preoccupanti… e siamo alla vigilia dell’autunno, presumibilmente non di grande ostacolo al virus.Come ci sono altri vaccini obbligatori non contestati, non si capisce perché si deve contestare l’anti-covid. Certo, gli aspetti scientifici… ma lasciamo ragionare gli scienziati con chi ci amministra, che decide di conseguenza. Nell’opinione pubblica è bene che se ne discuta, ma lo Stato non deve decidere in base a quel che dice l’opinione pubblica, bensì in base a ciò che dice la scienza, che al momento sembra tendere verso l’obbligo.Auspichiamo che la saggezza di chi ci governa prenda (come sembra) questa strada e, soprattutto, non usi forme estreme contro chi si oppone, che va convinto per vincere insieme contro il virus, e non combattuto. Vincenzo Donvito, Aduc

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Covid-19, immunità dopo vaccino o guarigione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 agosto 2021

La comunità scientifica si interroga con indagini e studi sulla durata dell’immunità nelle persone vaccinate contro Sars-CoV-2 e in quelle che invece hanno ottenuto un’immunità naturale avendo contratto il virus. A questo proposito, alcuni ricercatori inglesi hanno riferito, in una lettera di ricerca pubblicata su Lancet, che gli anticorpi generati dalla seconda dose di vaccino tendono a diminuire già dopo sei settimane. Questo fatto potrebbe significare la necessità di un’ulteriore dose, se non per tutti almeno per i più fragili, ma è importante sottolineare che l’organismo è in grado di utilizzare altre difese, come le cellule B e T della memoria, oltre agli anticorpi dosabili. Ecco cosa dicono gli studi finora condotti.I ricercatori sono arrivati a queste conclusioni analizzando campioni ematici di 605 persone tra i 50 e i 70 anni, che avevano completato la vaccinazione con Pfizer o Astrazeneca, notando che tra le tre e le sei settimane dopo la seconda dose il livello degli anticorpi inizia a scendere, ed è decisamente più basso dopo 10 settimane, passando da 7.500 unità per millilitro a 3.320 per Pfizer, e da 1.200 a 190 per Astrazeneca. «Sappiamo che gli anticorpi calano dopo un certo periodo in tutti i vaccini, questo però non significa che l’organismo non riesca più a rispondere, ci sono altre cellule del sistema immunitario che possono entrare in azione. Anche se diminuisce il livello degli anticorpi, infatti, le cellule B e T potrebbero proteggere molto bene dalla malattia grave» spiega Robert Aldridge, dell’University College di Londra, autore senior della lettera. La diminuzione potrebbe essere fonte di preoccupazione soprattutto in questo momento, quando in Gran Bretagna si presenta un’alta circolazione della variante delta, e far pensare a una strategia di vaccinazione che comprenda un’ulteriore somministrazione.Intanto un’analisi effettuata sulla popolazione di Vo’ Euganeo, portata avanti dal gruppo di Andrea Crisanti dell’Università di Padova con la collaborazione dell’Imperial College di Londra, e pubblicata su Nature Communication, ha rilevato che gli anticorpi naturali contro SARS-CoV-2 sono rinvenibili nei pazienti ancora nove mesi dopo la guarigione. «Uno degli elementi più rilevanti che emerge da questo lavoro è proprio che i pazienti che si erano infettati a febbraio 2020 avevano a novembre ancora importanti livelli di anticorpi nel sangue, e questo indipendentemente dalla tipologia di infezione, sia tra i sintomatici che tra gli asintomatici» spiega Crisanti. In novembre, infatti, il 98,8% dei pazienti che erano positivi il virus a maggio mostrava ancora reazione ad almeno un antigene, e il 18,6% mostrava addirittura un aumento degli anticorpi. Questo studio suggerisce quindi che la risposta immunitaria non è proporzionale ai sintomi presentati, e, insieme alle ultime prove emerse, supporta la scelta di cambiare le tempistiche di vaccinazione delle persone già guarite, per cui, secondo l’ultima circolare del Ministero, è sufficiente una singola dose di vaccino, da somministrare “preferibilmente entro i 6 mesi” e comunque “non oltre 12 mesi dalla guarigione”. (fonte Farmacista33)

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Covid. FdI: sistema trasporti ferroviario regionale al collasso per limite capienza al 50 per cento

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2021

“Il sistema dei trasporti ferroviario regionale è al collasso a causa delle limitazioni della capienza massima consentita al 50 per cento sui treni a lunga percorrenza”.È quanto dichiarano il senatore Massimo Ruspandini, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Trasporti al Senato e responsabile Nazionale del Dipartimento Trasporti, e Marco Carmine Foti, dirigente nazionale del Dipartimento Trasporti di Fratelli d’Italia.”Intercity e Frecce viaggiano mezzi vuoti sottraendo la possibilità a 500 persone per treno di poter viaggiare con i servizi nazionali e riversarsi sui treni regionali, dove peraltro permane il limite (teorico) dell’80 per cento di capienza e dove molto spesso si creano grandi assembramenti a discapito di sicurezza e qualità dei servizi. Si aggiunga anche che la soluzione della prenotazione sui treni a lunga percorrenza sta mandando in tilt il sistema, con intercity e frecce semi-vuoti ed i passeggeri ad optare per la scelta dei servizi regionali. Contribuendo ancora di più al caos del settore. Il Ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile non ascolta gli appelli delle Regioni che si ritrovano a gestire servizi che comunque non possono superare l’80 per cento della capacità di carico. Siamo l’unica Nazione al mondo in cui è stato prima inserito il limite delle restrizioni e successivamente non è stato mai eliminato. Si è deciso quindi di penalizzare pesantemente il trasporto pubblico locale ferroviario in un momento così delicato per la mobilità turistica e sistematica” concludono Ruspandini e Foti.

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Covid-19, come gestire quarantena e isolamento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

Il coronavirus spesso non finisce con la negativizzazione, con lo sfebbramento, con le dimissioni ma si prolunga nel tempo e crea quadri clinici nuovi. Ne ha preso atto anche il governo Draghi che ha stanziato fondi pubblici per coprire gli accertamenti dovuti ai sintomi legati alle ripercussioni del virus. Accanto al monitoraggio del long-covid, il medico di famiglia in questa fase può trarre vantaggi da un riepilogo delle normative su quarantena ed isolamento, alla luce delle nuove varianti, e di quelle sul massimo delle assenze consentito. Partiamo dal fondo.Poiché con le varianti potrebbero contagiarsi anche soggetti vaccinati, serve un supplemento di attenzione ai pazienti che non si negativizzano. Da una parte resta fermo da una parte per tutti i contagiati Covid, asintomatici (codice V07) o no (codice 480.3), e per tutte le varianti, il periodo di isolamento di minimo di 10 giorni più il tempo occorrente per effettuare il tampone e per ottenere l’attestato di negatività dello stesso (occhio, per rientrare al lavoro prima di fare il tampone bisogna contare 3 giorni senza sintomi). In caso di negatività si può rientrare al lavoro. Se però il tampone resta positivo, pur potendosi tornare alle attività ordinarie dopo il 21° giorno, nessuno può produrre certificato di avvenuta negativizzazione per il rientro al lavoro e serve un certificato di prolungamento della malattia redatto dal medico di famiglia. Di sicuro quel certificato di prolungamento fuori comporto servirà anche a chi ha la variante delta, che non solo non potrà tornare al lavoro ma in questo caso particolare dovrà anche restarsene a casa fino ad avvenuta negativizzazione.Esenzioni dal ticket- Nell’ultimo Decreto Sostegni Bis (73/2021) il Governo ha stanziato 58 milioni l’anno per gli anni 2021-2022 e 2023 per coprire le analisi e le visite specialistiche di cui avranno bisogno questi pazienti e ha esentato per 2 anni dal ticket le prestazioni di monitoraggio della patologia. Alcuni ospedali si sono organizzati per seguire i propri pazienti nel tempo, ma i soli malati gravi ospedalizzati sono stati 164 mila, in Italia (una volta e mezza i deceduti), e ci vorrebbe una risposta per tutti gli ospedalizzati e per chi ha avuto forme di malattia curate a casa ma ugualmente debilitanti. In questo contesto il medico di famiglia rivendica un ruolo determinante.Ruolo del medico di famiglia – Il sindacato Fimmg e la società scientifica Metis hanno elaborato un Documento sulla “gestione pazienti già Covid 19 positivi nel contesto del territorio”, che con un algoritmo consente di affrontare o prevenire i segni clinici del Covid Lungo. Molta attenzione è dedicata al processo di raccolta informazioni sulla malattia sofferta sia in ospedale, e al presente. Il questionario esteso presenta nove quesiti sull’attività respiratoria (hai tosse di qualsiasi tipo?ti manca il fiato se cammini? Sei in grado di svolgere le normali attività? Avverti dolori o fastidi nuovi) dolori toracici a riposo? Stanchezza inspiegabile? Rigidità muscolare? Perdita di sensibilità alle braccia? Pensiero rallentato?) e investe la qualità della vita con quattro item (mobilità, cura d sé, attività usuali, dolore/disagio) e 5 domande per ciascun punto. Infine, sono prospettati tre screening, uno neurologico (17 domande), uno psichiatrico (12 domande), uno cardiologico (5 domande). L’inquadramento finale dovrebbe portare a una gestione appropriata e coordinata con lo specialista. (fonte Doctor33)

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Antitrust archivia aumenti Covid

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2021

L’Antitrust ha comunicato ora nel Bollettino che numerosi procedimenti aperti per l’aumento dei prezzi di vendita di beni di prima necessità durante le prime fasi del lockdown sono stati archiviati.”Non possiamo che esprimere la nostra delusione. Precisiamo che quei procedimenti non erano stati denunciati dalle associazioni di consumatori. In ogni caso, dopo la nostra segnalazione sulle mascherine e la vittoria che avevamo ottenuto con la chiusura con impegni del procedimento aperto contro E-Bay, oppure dopo la condanna contro un farmacista che aveva applicato un ricarico superiore al 100% per un gel disinfettante, le archiviazioni di oggi rappresentano un possibile passo indietro” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Valuteremo, comunque, con calma e attenzione le ragioni per le quali l’Antitrust ha ritenuto che quei rialzi non fossero sufficienti per integrare una violazione del Codice del Consumo, prima di esprimere un giudizio finale” conclude Dona.

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Covid-19, ecco perché vaccinare gli adolescenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 giugno 2021

Dieci risposte ad altrettanti “perchè”, pensate per far comprendere ai genitori dei ragazzi tra i 12 e i 16 anni, l’importanza di vaccinare i propri figli contro la Covid-19. Questo lo spirito del decalogo proposto dalla Federazione italiana medici pediatri (Fimp), presentato in occasione di un webinar formativo.Questo il decalogo dei pediatri di famiglia rivolto ai genitori sul perché vaccinare un figlio adolescente contro Covid-19: – per evitare una malattia potenzialmente pericolosa per sè e per gli altri; – per evitare i rari decessi; – per evitare i ricoveri per complicazioni; – per evitare le conseguenze a distanza (Long Covid); – per evitare che interrompa la frequenza della scuola; – per evitare che interrompa le sue attività sociali; – per evitare che contagi parenti anziani o fragili non vaccinati o che non hanno risposto adeguatamente alla vaccinazione; – per evitare che contagi compagni di scuola o amici fragili non vaccinati o che non hanno risposto adeguatamente alla vaccinazione; – per contribuire al controllo della pandemia contenendo la circolazione del SARS-CoV-2 e il rischio di sviluppo di nuove varianti; – perché se ben spiegato, con il contributo del suo pediatra, lo accetterà con consapevolezza.

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Coop Bilanciai investe in personale e ricerca nell’anno del Covid

Posted by fidest press agency su domenica, 27 giugno 2021

CAMPOGALLIANO (MO). Personale dipendente che cresce di numero nonostante il periodo economico segnato dagli effetti della pandemia Covid-19, investimenti in ricerca che non si fermano e conti decisamente solidi, nonostante una leggera flessione del fatturato. Sono questi i segnali tangibili che fanno guardare al futuro prossimo con pragmatico ottimismo e che caratterizzano i risultati ottenuti nell’anno 2020 dalla Cooperativa Bilanciai di Campogalliano che nei giorni scorsi ha presentato all’Assemblea dei Soci i risultati del bilancio e il consolidato di Bilanciai Group: nell’anno del “lockdown” e dell’insorgere del Coronavirus l’azienda ha assunto 15 persone che, al netto dei pensionamenti, fanno sei dipendenti in più in organico, ha investito in modo significativo in innovazione, in particolare nell’area di sviluppo di nuovi software e consolidato il patrimonio netto. Questo accade in un anno difficile durante il quale la storica azienda leader del settore della pesatura grazie ad una gestione particolarmente oculata è riuscita a contenere la riduzione del fatturato, pur dovendo fare i conti con un mese di chiusura forzata. «Sia il bilancio annuale che il consolidato – spiega il presidente della Società Cooperativa Bilanciai, Enrico Messori – sono caratterizzati da una difesa del margine per effetto del contenimento dei costi e al ricorso, seppur limitato, alla cassa integrazione guadagni ordinaria, oltre che dal miglioramento della posizione finanziaria netta per effetto della capacità dell’azienda di generare cassa, in virtù anche di una revisione della credit policy orientata alla tutela del rischio di credito».Venendo ai dati, Società Cooperativa Bilanciai chiude il 2020 con un consolidato di 66 milioni e 890 mila euro se si considera tutto il Gruppo che presenta società in altri sette Paesi europei e un utile netto di 4 milioni 788 mila euro a fronte dei 5 milioni 575mila euro dell’anno precedente. Se si guarda il risultato della sola Cooperativa Bilanciai di Campogalliano scorporato dalle altre aziende del Gruppo, parliamo di un fatturato di 35 milioni e 971 mila euro con un utile di 2 milioni e 304 mila euro. L’organico aziendale grazie ai nuovi innesti, è passato adesso a un totale di 230 dipendenti nella società operativa in Italia, che diventano 439 se si considerano le altre aziende presenti all’estero.«La fine del “lockdown” a inizio maggio 2020 – prosegue il presidente Messori – ha determinato un’importante risalita della domanda, che in molti settori si era sostanzialmente azzerata, e ha rilanciato l’attività nell’industria con incrementi rilevanti nel terzo trimestre, che tuttavia non hanno colmato la perdita dei primi due. Le aspettative per il 2021 sono ancora messe in discussione dagli eventi imprevedibili connessi alla diffusione del Coronavirus, per cui si rafforza l’obiettivo di difesa delle posizioni di mercato conseguite negli ultimi anni. L’obiettivo strategico è di mantenere il trend positivo delle diverse realtà e di tutelare i livelli di redditività raggiunti».

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La morsa del Covid sul cuore

Posted by fidest press agency su domenica, 13 giugno 2021

La diretta on line sarà mercoledì 16 giugno dalle 11 alle 12 e si potranno rivolgere domande ai relatori. La registrazione è obbligatoria e va effettuata prima dell’inizio dell’evento. 7,5 milioni sono gli italiani alle prese con malattie cardiovascolari, patologie che anche in tempo di Covid-19 continuano ad essere la prima causa di morte nel nostro Paese. La riconversione dei reparti e la paura del contagio hanno portato, a inizio pandemia, al blocco di attività e poi a una forte contrazione. La prevenzione è tornata parola impronunciabile. Ma qual è oggi lo stato dell’arte? Come ripartire recuperando i ritardi accumulati? La Società Italiana di Cardiologia Interventistica risponderà a queste domande nel corso del Thinkheart 2021 virtual edition. Il GISE presenterà i dati di attività 2020 delle 271 emodinamiche sparse su tutto il territorio nazionale, i risultati di una survey somministrata a livello territoriale e la road map “Priorità cardio” per uscire dall’emergenza. Numeri e proposte del GISE per la presa in carico del paziente cardiologico saranno al centro di una conferenza stampa virtuale cui prenderanno parte il Presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica Giuseppe Tarantini, la Responsabile GISE dei dati di attività delle Emodinamiche italiane Tita Castiglioni e il Presidente eletto del GISE Giovanni Esposito.

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Via libera definitivo del Parlamento al certificato COVID digitale dell’UE

Posted by fidest press agency su sabato, 12 giugno 2021

Straburgo. I deputati hanno completato il lavoro legislativo sul “Certificato COVID digitale dell’UE”, per facilitare gli spostamenti all’interno dell’Unione e contribuire alla ripresa economica.La Plenaria ha approvato mercoledì i nuovi regolamenti UE sul certificato COVID digitale con 546 voti a favore, 93 contrari e 51 astensioni (cittadini dell’UE) e con 553 a favore, 91 contrari e 46 astensioni (cittadini di paesi terzi residenti nell’UE).Il certificato sarà rilasciato gratuitamente dalle autorità nazionali e sarà disponibile in formato digitale o cartaceo con un codice QR. Il documento attesterà che una persona è stata vaccinata contro il coronavirus o ha effettuato un test recente con esito negativo o che è guarita dall’infezione. In pratica, si tratta di tre certificati distinti. Un quadro comune dell’UE renderà i certificati compatibili e verificabili in tutta l’Unione europea, oltre a prevenire frodi e falsificazioni.Il sistema si applicherà dal 1° luglio 2021 e resterà in vigore per 12 mesi. Il certificato non costituirà una condizione preliminare per la libera circolazione e non sarà considerato un documento di viaggio.Durante i negoziati tra le istituzioni, i deputati hanno ottenuto un accordo che stipula che gli Stati dell’UE non potranno imporre ulteriori restrizioni di viaggio ai titolari di certificati – come quarantena, autoisolamento o test – “a meno che non siano necessarie e proporzionate per salvaguardare la salute pubblica”. Si dovrà tenere conto delle prove scientifiche, “compresi i dati epidemiologici pubblicati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC)”. Le misure dovranno essere notificate, se possibile, con 48 ore di anticipo agli altri Stati membri e alla Commissione, mentre il pubblico dovrà ricevere un preavviso di 24 ore.I Paesi dell’UE sono incoraggiati a garantire che i test abbiano prezzi abbordabili e siano ampiamente disponibili. Su richiesta del Parlamento, la Commissione si è impegnata a mobilitare 100 milioni di euro dallo strumento per il sostegno di emergenza per consentire agli Stati membri di acquistare test per il rilascio di certificati di test digitali COVID dell’UE.Tutti i Paesi dell’UE devono accettare i certificati di vaccinazione rilasciati in altri Stati membri per i vaccini autorizzati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Spetterà agli Stati membri decidere se accettare anche i certificati per i vaccini autorizzati secondo le procedure nazionali o per i vaccini elencati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’uso d’emergenza. Tutti i dati personali devono essere trattati in linea con il regolamento generale sulla protezione dei dati. I certificati saranno verificati offline e non saranno conservati dati personali.

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Anziani. Dopo il Covid rimangono i problemi RSA

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 giugno 2021

“Gli anziani e la loro domanda sociale e sanitaria”, è l’indagine Istat da cui si evincono dati preoccupanti: quasi 100mila over 75 sono soli e collocati nella fascia di reddito piu’ bassa, e 1,2 milioni sono senza aiuto per le cure e le attivita’ quotidiane. Gli anziani, quelli che continuavano a morire per il covid fino a che le autorità politiche si sono rese conto che avrebbero dovuto avere priorità per i vaccini, e che talvolta (Toscana docet – 2) sono stati vaccinati anche dopo gli avvocati. Quelli anziani non autosufficienti, che prima e durante il covid, quando finivano e finiscono in una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) o erano benestanti o prosciugavano gli averi di famigliari talvolta costretti a fare debiti per tenerli ricoverati. Con alcuni Comuni e Regioni che, pur di non pagare le rette RSA hanno sviluppato una normativa creativa in dispregio delle leggi nazionali. Il grado di civiltà di un popolo, si sa, lo si valuta dal trattamento riservato ai più indifesi e deboli. Ma qualcuno non si è ancora reso che, a fronte di un sistema sanitario che gestisce l’ospedaliero, l’urgenza e la riabilitazione post acuta, in modo gratuito ed in molte regioni efficiente, la disabilità cronica e l’anzianità, che spesso necessita di assistenza medica intensa continua, ricade, spesso e volentieri, sulle spalle dell’utenza e delle famiglie.La legge prevede che la retta di ricovero sia composta da una quota sanitaria (generalmente il 50% dell’intero) a carico del Sistema sanitario regionale erogate tramite le Asl di appartenenza e da una quota sociale o alberghiera (l’altro 50%) a carico dei Comuni con la compartecipazione del beneficiario della prestazione determinata in base all’Isee, ed in particolare all’Isee socio-sanitario. Ed è proprio nella quota comunale che avviene il pateracchio, perché per valutare chi deve pagare questa parte di retta alcune amministrazioni hanno deciso che non fa testo l’Isee del ricoverato, ma quello della sua famiglia, anche se quest’ultima a stento riesce a far fronte a se stessa. Ed ecco quindi che alcuni anziani si trovano fuori delle RSA. Aduc fa una lotta anche giudiziaria in materia, con alti e bassi (3), ma al momento non sembra che la lezione del covid abbia insegnato sulla tempestività e necessità dell’intervento pubblico.I dati Istat di oggi sono un monito per chi ancora sottovaluta e derubrica la questione anziani a mero calcolo economico. Nella nostra società gli anziani sono sempre di più. Su Covid e RSA si gioca la partita. Per il covid, in ritardo, si è fatto il dovuto. Per la RSA? E’ bene ricordare che i ritardi non fanno fare le cose con maggiore ponderazione, ma in questo caso sono mortali. (fonte Aduc)

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Assunzioni: Il Covid non fa paura alle imprese

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 giugno 2021

Il 70% delle imprese venete nei prossimi 6 mesi ha programmato di assumere nuovo personale. Le assunzioni sono dovute in metà dei casi ad un aumento delle commesse e quindi della mole di lavoro da volgere, avvenuta in piena pandemia. Insomma il Covid-19 non fa più paura alle imprese venete, che sono già in piena fase di riavvio e a fronte di un aumento del lavoro hanno programmato nuove assunzioni. Ma c’è di più. Il 61% delle assunzioni dei prossimi mesi saranno assunzioni dirette da parte delle imprese. Il 30 % avverranno nei reparti produttivi e saranno in gran parte assunzioni stabili. Il 34% del totale infatti saranno assunzioni saranno a tempo indeterminato, il 27% a tempo determinato, il 17% in apprendistato, l’11% tramite stage. Crollano sotto la soglia del 10% (precisamente al 9%) le assunzioni tramite agenzia interinale (lavoro somministrato). Infine il 69% delle aziende dichiara di far fatica a trovare personale da assumere per i ruoli previsti. Sono i dati più significativi emersi dall’ultimo studio promosso da Fòrema, ente di formazione di Assindustria Venetocentro di Padova diretto da Matteo Sinigaglia. Una survey intitolata “Veneto 20.21 – Indagine sui fabbisogni professionali della imprese”. Uno studio svoltosi nel mese di marzo 2021 su di un campione di 213 aziende del territorio (51% Padova, 44% Vicenza, 3% altro in Veneto, 2% fuori veneto). Imprese intervistate da Fòrema per comprendere quali siano i fabbisogni e le esigenze del mondo industriale e produttivo nei mesi della ripartenza primaverile/estiva 2021. Le aziende intervistate sono suddivise in queste categorie: 10% grande imprese, 37% media, 53% piccola. Tra i settori di appartenenza delle imprese quasi il 50% fa riferimento al metalmeccanico, il 20% appartiene all’ambito gomma-plastica-chimico, il resto ai settori commercio, grande distribuzione organizzata, edilizia, moda, sport, servizi, alimentare, cartiero, legno. Le assunzioni dirette da parte delle imprese rappresentano il 61% del totale degli inserimenti previsti. L’apprendistato mantiene il ruolo di canale di ingresso in azienda (17%; per le piccole imprese 20%), seguito dal tirocinio (11%). Le nuove assunzioni tramite agenzia interinale saranno il 9% del totale (nelle grandi imprese il valore arriva al 16%, nelle piccole invece si ferma al 3%). In merito alle competenze ricercate per i neoassunti le imprese mettono al primo posto le competenze tecniche di base (41%), poi le avanzate (33%), infine le trasversali (15%), di settore o di ruolo (11%). Tra le competenze trasversali le più richieste vi sono: il problem solving, l’apprendimento continuo e il senso critico. Le competenze trasversali, relazionali, digitali, da abbinare dunque a quelle di base, risultano fondamentali requisiti per il nuovo personale. Tra i profili introvabili per le aziende alla ricerca di personale vi sono al primo posto gli addetti alla produzione meccanica, macchine CNC, saldatori, carpentieri e simili (29%). A seguire tutto il resto, addetti marketing (9%), ingegneri (8%), tecnici (8%), programmatori (6%), impiegati (6%), manager (6%), manutentori (6%), progettisti (6%), altri profili (16%). Il 69% delle imprese dichiara di aver sperimentato difficoltà nel reperimento di alcune figure professionali per il proprio organico. Il fenomeno interessa più le piccole imprese (72%) che le grandi imprese (62%).

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