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Covid-19: numeri crescenti che arrivano dalle scuole

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 ottobre 2020

“In Francia, dove le scuole sono state aperte appena due settimane prima di noi, la Santé Publique ha reso noto che l’apporto degli istituti scolastici sul totale dei cluster è arrivato al 32 per cento, con 285 focolai sugli 899 totali. E’ un dato emblematico per un paese con 17mila contagi. Da noi, dove manca un censimento ufficiale in quanto il ministero dell’Istruzione ha appena iniziato a farlo, un dato significativo è quello del Lazio, diffuso dall’assessore regionale Alessio D’Amato: 336 contagiati in 296 plessi scolastici. Se grossolanamente proiettassimo il dato a livello nazionale, saremmo già a non meno di tremila casi, con circa 55mila studenti e docenti in quarantena”.Il presidente dell’Unsic, ricordando che un nuovo lockdown sarebbe funesto per l’economia e richiamando il difficile equilibrio tra salvaguardia della salute pubblica e tutela economica, propone interventi per rafforzare la digitalizzazione, specie nel Mezzogiorno. E il conseguente contenimento di spostamenti e contatti diretti.“Anziché investire nei banchetti, sarebbe più utile migliorare e incrementare la didattica a distanza, almeno nelle scuole superiori, per ridurre trasbordi sui mezzi pubblici e assembramenti. Si garantirebbe così la continuità scolastica, lasciando eventualmente in presenza a scuola le interrogazioni per evitare copiature agevolate dal digitale. Certo, la presenza è importante, ma il problema è che stiamo vivendo una fase emergenziale e non la normalità: arrivare al punto di dover chiudere anche piccole aree equivarrebbe a nuovi ingenti danni economici – conclude Mamone. Preservare maggiormente studenti, professori e personale ausiliario – circa dieci milioni di persone in totale – tutelerebbe maggiormente genitori e nonni a causa dei possibili contagi familiari, prima modalità d’infezione.

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Rischi crescenti in cui incorrono le persone in fuga da guerre e persecuzioni

Posted by fidest press agency su sabato, 10 ottobre 2015

maxresdefaultUn importante esperto in materia di protezione internazionale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha messo in guardia rispetto ai rischi crescenti in cui incorrono le persone in fuga da guerre e persecuzioni. Nel discorso pronunciato a Ginevra in occasione della riunione annuale del Comitato Esecutivo dell’UNHCR, ha ricordato, inoltre, che diventa sempre più urgente che tutti i governi a livello mondiale rinnovino il loro impegno nella promozione dei diritti umani fondamentali e dei principi dello stato di diritto su cui il sistema internazionale d’asilo si basa.Con un sistema di protezione sotto pressione per i quasi 60milioni di migranti forzati nel mondo, Volker Türk, Assistente Alto Commissario dell’UNHCR per la protezione, ha evidenziato una preoccupante prospettiva, quella in cui le considerazioni in materia di asilo e umanitarie vengono troppo spesso soppiantate da considerazioni di sicurezza e nazionali.Nel suo discorso Türk ha delineato un panorama globale in cui guerre e conflitti sono in aumento, i finanziamenti umanitari sono sempre più ridotti, alcuni paesi costruiscono barriere o muri per impedire l’ingresso dei rifugiati, mentre altri ricorrono a misure di deterrenza per allontanare queste persone e spingerle semplicemente nei territori dei paesi confinanti. Un panorama in cui miserabili condizioni di accoglienza e di vita rendono impossibile per i rifugiati rimanere dove sono e in cui si verificano episodi di detenzione di richiedenti asilo, compresi bambini, dove mancano prospettive di educazione per i minori e la possibilità di lavorare legalmente per gli adulti è negata.”Respingimenti, costruzione di muri, aumento della detenzione, e altre limitazioni all’accesso, unite alla scarsità di vie legali per trovare sicurezza, non saranno mai la giusta risposta,” ha dichiarato. “Il risultato è alla fine solo il dirottamento dei movimenti di rifugiati lungo altre vie e l’aggravarsi di situazioni già precarie nelle regioni coinvolte nei conflitti. O peggio ancora, queste misure costringono un numero sempre più elevato di persone che non hanno altro da perdere a intraprendere viaggi pericolosi nella speranza di trovare un luogo sicuro e stabile.”Il fenomeno delle persone che arrivano in un primo paese di rifugio e poi, per disperazione, si spostano altrove è emerso con maggiore chiarezza nel corso 2015, con ben più di 500mila arrivi via mare in Europa, nel Sud-Est asiatico e in altre zone. Nel caso dell’Europa, molte delle persone che arrivano si sono spostate dai paesi in cui erano inizialmente sbarcate – e spesso si verificano tragiche conseguenze lungo la strada. I morti accertati a causa dei viaggi via mare e via terra hanno già superato le tremila unità. Il traffico di persone nel frattempo diventata sempre più diffuso.Türk ha reso omaggio a quello che ha chiamato “l’ammirevole effusione di compassione e l’ondata di sostegno pubblico” a cui l’Europa ed altri paesi hanno assistito in quest’anno in risposta a tali arrivi. Molti sono gli esempi, organizzazioni non governative o religiose, leader politici e spirituali, individui privati e comunità, compresi molti casi di persone che invitano i rifugiati a rimanere nelle loro case o quelli di turisti che offrono cure d’emergenza.Ma allo stesso tempo ha anche avvertito che con la rapida crescita del numero di rifugiati e migranti in arrivo in Europa e il continuo incremento nel numero di migranti forzati a livello globale, la più grande sfida odierna consiste nel far fronte alle “politiche populiste e ai dibattiti pubblici tossici, che generano un preoccupante clima di paura.””Tale paura è spesso alimentata e supportata dall’irresponsabilità dei media, dalla mancanza di leadership politica e morale e da xenofobia e razzismo”, ha dichiarato. “Tutto questo suggerisce che la crisi principale di fronte alla quale ci troviamo oggi è una crisi di valori, degli stessi valori che hanno dato vita alla Convenzione sui rifugiati del 1951, sulla scia delle atrocità della seconda guerra mondiale”.
Il Comitato Esecutivo dell’UNHCR comprende 98 Stati membri e Türk ha invitato tutti a reagire di fronte a queste sfide con lo stesso spirito di unità e di volontà politica, prestando più attenzione e offrendo maggiori risorse rispetto a quanto espresso durante le precedenti crisi umanitarie che hanno coinvolto i rifugiati su larga scala. È necessario aumentare gli aiuti, anche nei confronti dei molti sfollati interni presenti a livello mondiale, delle popolazioni costrette alla fuga, delle persone rimpatriati e degli apolidi.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di salvare vite umane, garantendo la sicurezza, alleviando le sofferenze e restituendo dignità. Ha anche evidenziato la necessità di costruire legami più stretti tra i migranti forzati e le comunità che li accolgono, perché si tratta di persone senza reti di supporto e che possono quindi essere a rischio di sfruttamento. E soprattutto, ha dichiarato, i paesi devono rinnovare uno spirito di collaborazione per affrontare problemi che per loro stessa natura attraversano le frontiere e che non possono essere risolti senza una cooperazione internazionale, che é sempre più di vitale importanza.”È necessario uno sforzo a tutto campo per garantire che la protezione, ed in particolare il sistema asilo, mantengano la loro natura non politica, fondamentalmente umanitaria e di salvataggio di vite umane,” ha affermato, aggiungendo che la Convenzione sui rifugiati del 1951 riconosce sin dalle sue prime parole che il problema delle migrazioni forzate non può essere affrontato dai singoli paesi in modo isolato.
“La più grande sfida in materia di protezione che ci troviamo ad affrontare oggi e’ la necessità di un patto globale per una condivisione degli oneri e delle responsabilità in modo equo ed organizzato. In un mondo in continua evoluzione, abbiamo bisogno di un senso di equanimità, di condivisione degli obiettivi e di fiducia per rendere questo patto globale una realtà.” (foto: maxresdefault.jpg)

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La recessione in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 4 agosto 2009

L’Italia rispetto agli altri paesi dell’Eu più industrializzati annovera due elementi fortemente negativi. Il primo è dovuto al fatto che già agli inizi del 2008 eravamo in recessione e che il nostro debito pubblico parte da livelli astronomici e non può che aumentare limitando di molto i nostri spazi di manovra per coprire le falle esistenti. Si parla per il 2009 di un deficit pubblico che dovrebbe assestarsi sul 4% del Pil in conseguenza sia delle minori entrate tributarie conseguenti alla recessione sia ai crescenti impegni di spesa per sostenere il sistema finanziario e dell’economia reale oltre alle spese derivanti dagli eventi calamitosi che hanno colpito l’Abruzzo. Sul fronte dell’occupazione, nonostante le iniezioni di ottimismo del Governo le statistiche Inps hanno evidenziato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un forte aumento del ricorso alla Cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Il tasso di disoccupazione si aggira intorno all’8,6% mentre al proprio interno si nota un aumento della disoccupazione giovanile e femminile e quella di lunga durata. La frenata delle esportazioni, la riduzione della spesa delle famiglie, le restrizioni del credito per le imprese rischiano di mettere in ginocchio l’economia italiana o, comunque, di rallentare, in prospettiva, la sua ripresa. Questo scenario presenta delle responsabilità oggettive da parte di chi ci governa assumendosi l’onere di mettere mano alle riforme che comportino economie di gestione e a regime. Pensiamo alle spese così fortemente criticate dalla Corte dei conti degli enti locali mentre costoro non mostrano l’intenzione di porvi riparo. Dobbiamo capire che non possiamo permetterci consulenze esterne milionarie. Non possiamo avere una sanità sprecona e priva di controlli efficaci e continui. Non possiamo economizzare se non introduciamo un efficace supporto tecnologico che ci permetterebbe, se non altro, un miglior utilizzo della nostra forza lavoro. In altre parole la crisi la possiamo debellare anche cogliendo l’opportunità d’introdurre un nuovo modello di crescita e di funzionalità tra i vari apparati pubblici e infrastrutture per il imprese che si insediano nei nostri poli industriali. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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