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Il debito Usa più che raddoppiato

Posted by fidest press agency su sabato, 27 ottobre 2018

Il decennale anniversario del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla più grande crisi finanziaria ed economica della storia, è appena stato celebrato come un semplice «fatto del passato». Per molti è un evento da dimenticare, per alcuni qualcosa su cui riflettere e da cui imparare.Secondo noi, invece, dovrebbe essere il momento per guardare con maggiore attenzione alla realtà odierna. Sono troppi i segnali, purtroppo ignorati nelle sedi competenti, dei crescenti rischi di una nuova e più grave crisi globale. E che proprio ieri sono esplosi un po’ ovunque nel mondo. Non si tratta di pessimismo. Occorre avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato.L’attenta e precisa analisi del The New York Post, pubblicata il 23 settembre scorso, ci rivela che il debito aggregato mondiale ha raggiunto la vetta di 247 mila miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177 miliardi di dollari. Già il titolo dell’importante giornale è eloquente e preoccupante: «Ci potrebbe essere un crac finanziario prima della fine del mandato di Trump».L’analisi evidenzia in particolare la situazione degli Usa. In dieci anni il debito pubblico americano è più che raddoppiato. Ha raggiunto il picco di 21 mila miliardi e potrebbe determinare una brusca frenata dell’attuale pretesa ripresa economica. Secondo il Congressional Budget Office, quest’anno Washington dovrà sborsare 390 miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico.
Si stima che in un decennio tale quota annuale potrebbe essere di 900 miliardi di dollari, superando l’enorme budget militare. Il debito delle famiglie americane ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Ciò è dovuto al fatto che le ipoteche immobiliari sono pari a 9.000 miliardi, superando il livello del 2008.I debiti fatti per finanziare i prestiti agli studenti sono passati dai 611 miliardi del 2008 ai 1.500 di oggi. Quelli per l’acquisto di auto sono cresciuti moltissimo fino a 1.250 miliardi. Anche il debito totale sulle carte di credito è ritornato ai livelli di dieci anni fa. Si teme che il finanziamento dei prestiti per gli studenti, che in tre anni dovrebbero raggiungere i 2.000 miliardi di dollari, possa diventare il detonatore della prossima crisi. Si ricordi che la bolla dei mutui subprime, che fu una delle principali cause del crac, nel marzo 2007 era pari a circa 1.300 miliardi di dollari.L’aumento del debito aggregato negli Usa è l’inevitabile conseguenza della politica dei tassi d’interesse zero e dell’immissione di massiccia liquidità attraverso il quantitative easing. Adesso la Federal Reserve sta cambiando rotta e aumenta i tassi. Occorrerà vedere gli effetti sul mercato azionario di Wall Street, che è nel frattempo cresciuto a dismisura. Anche nelle economie emergenti gli effetti sono, purtroppo, già visibili e hanno generato fughe di capitali che stanno destabilizzando vari paesi, tra cui l’Argentina, l’Indonesia e la Turchia.Anche lo shadow banking è cresciuto enormemente: si è passati dai 28mila miliardi del 2010 ai 45mila di oggi. Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l’importantissima agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, torna a paventare rischi di nuove crisi. «Siamo in una bolla», e aggiunge che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, afferma, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria. Altri moniti sono venuti da ex capi di governo, come l’inglese Gordon Brown, al potere a Londra allo scoppio della grande crisi, che evidenziano che si sta camminando ciecamente verso un futuro crac.Anche Jean-Claude Trichet, governatore della Bce dal 2003 al 2011, vede nella crescita del debito il pericolo di una nuova grande crisi.Ancora una volta riteniamo che non si possa sfuggire all’impellente necessità di sedersi intorno al tavolo per definire una nuova Bretton Woods, una nuova architettura condivisa che regoli il sistema economico, finanziario e monetario internazionale (di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Bonus bancari: comanda sempre la finanza?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2009

Il presidente francese Nicolas Sarkozy, puntando il dito contro le ultime acrobazie delle banche, ha scosso il mondo politico ed economico troppo intorpidito dai continui rapporti lusinghieri relativi ad una presunta imminente soluzione della crisi globale. Ha annunciato che a settembre, al summit del G-20 di Pittsburgh, chiederà con decisione di dare soluzione ai problemi della governance della finanza e dell’economia, della completa eliminazione dei paradisi fiscali e delle regole per i cosiddetti bonus bancari.   Annunciando sanzioni contro le banche che non rispettano le regole, ha ricordato che non si può “accettare che quanti ci hanno fatto precipitare nella crisi più grave dagli anni ’30 siano autorizzati a ricominciare”. La cancelliera Angela Merkel lo ha sostenuto ribadendo che “urta sapere che certe banche continuano ad operare come prima della crisi”.   La questione dei bonus bancari milionari non è solamente un’indicente provocazione contro la ragione e la giustizia sociale. E’ anche questione etica, ma è anzitutto una questione di potere.  Infatti sulla vicenda bonus si vede e si decide chi effettivamente comanda l’economia: gli stati che vogliono un’economia sociale di mercato o le banche e le finanziare notoriamente legate alla esclusiva ideologia della speculazione.  Ciò riguarda anche l’Italia, dove, nonostante il dettato della Costituzione in materia di risparmio e credito, i grandi gruppi bancari continuano a “farla da padroni”. Nonostante abbiano usufruito dei Tremonti-bond, essi mantengono stretti i cordoni della borsa verso le imprese e le famiglie, mentre i bonus restano elevati.  Soprattutto negli USA e in Gran Bretagnia, mentre andavano a sollecitare salvataggi governativi per centinaia di miliardi di dollari, le banche sin dal primo momento  ingaggiavano con i governi un braccio di ferro sull’indirizzo e sulla gestione della riforma del sistema finanziario.   Già a gennaio era scoppiato il primo scandalo dei 18,4 miliardi di dollari di bonus che le banche americane avevano allocato per i grassi pagamenti a quegli stessi dirigenti che si erano resi responsabili di aver abusato del rischio, di aver mal amministrato gli affari e di aver portato l’intero sistema sul baratro del fallimento.   Il presidente Obama, irritato, giustamente aveva alzato la sua voce. Ma fu lasciato solo! Nel 1933, invece, Roosevelt fece chiudere per alcuni giorni tutte le banche e impose la sua riorganizzazione che metteva al centro la ripresa dell’economia reale.  Oggi nulla sembra essere veramente cambiato.  Da qualche settimana il pubblico ministero di New York, Andrew Cuomo, ha reso pubblica un’indagine condotta sulla politica dei bonus praticata dalle maggiori banche americane. Il rapporto spiega che, nonostante i disastri commessi nel 2008, i 4.793 dirigenti e operatori finanziari di 9 banche hanno ricevuto bonus per ben 33 miliardi di dollari!  Alcune di queste banche hanno addirittura distribuito bonus per un ammontare superiore ai guadagni iscritti nei loro bilanci.
Incredibile quanto sconcertante è il fatto che le suddette banche agiscano così, nonostante esse abbiano ricevuto lo scorso ottobre 125 miliardi di dollari di sostegno statale, come previsto dal famoso programma di salvataggio TARP (Troubled Asset Relief Program).   La Goldman Sachs ha incassato 10 miliardi di fondi TARP e pagato bonus per 4,8 miliardi; la Morgan Stanley, a fronte di 10 miliardi di sostegno statale, ha dato 4,475 miliardi di bonus; la JP Morgan, la banca numero uno in derivati finanziari, ha incassato 25 miliardi di aiuti e dato 8,69 miliardi di bonus.  Come si evince dai dati citati il problema riguarda l’intero sistema delle grandi banche.   Non si tratta soltanto di cattive abitudini di Wall Street. Anche la City di Londra “vanta” di aver distribuito quest’anno 16 miliardi di sterline in bonus bancari. E la BNP Paribas, la banca francese numero uno, aiutata con 5 miliardi di euro dallo Stato, ha pianificato di distribuire bonus per 1 miliardo.  E’ chiaro quindi che siamo di fronte ad una prova di forza. Da mesi la City e il governo inglese, sempre più apertamente e ad alta voce, sfidano chi parla di regolare il mondo della finanza e i bonus, ripetono che “al G20 non ci sarà alcun accordo”.  Ciò sarebbe un disastro per l’economia reale e per quegli istituti di credito non speculativi ad essa legati.   L’Europa dovrebbe perciò andare a Pittsburgh con una strategia unitaria e un programma di riforma concordato. Dovrebbe cercare alleanze con i paesi del BRIC e altre nazioni emergenti che riconoscono la necessità di una riforma  finanziaria, bancaria e monetaria profonda.   Mentre in Germania la cancelliera Angela Merkel ha dato piena adesione alla proposta del Presidente Francese, nel nostro Paese, purtroppo, in merito c’è silenzio.  In passato il ministro dell’economia Tremonti si era espresso in questa direzione. Ma ora tace e sembra aspettare di sapere chi sarà il vincitore dello scontro in atto.  L’opposizione per altro verso appare troppo lontana da queste problematiche che comunque influenzeranno la nostra economia e la nostra vita. (Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi Paolo Raimondi, economista)

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La fame nel mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 14 giugno 2009

“Siamo rimasti sorpresi che in occasione della conferenza stampa tenuta dal Ministro Tremonti e dal Dir. Grilli ci sia stata l’ammissione che l’implicazione della crisi sui paesi in via di sviluppo venga discussa “ai margini” dell’incontro dei Ministri delle Finanza del G7. Ciò detto, il riferimento dei Ministri all’importanza di investire nell’agricoltura sostenibile e la sicurezza alimentare, è un passaggio politico importante, specialmente per il riferimento ai piccoli produttori”, dichiara Luca De Fraia, segretario generale aggiunto di ActionAid, al termine della ministeriale svoltasi a Lecce. “Le più recenti stime della FAO e della Banca Mondiale confermano che sono ormai oltre 1 miliardo le persone che soffrono la fame. Ciò significa che negli ultimi due anni, la crisi globale, economica e alimentare, ha spinto oltre 80 milioni di persone al di sotto della soglia dell’estrema povertà. In pochi mesi si è dissipato il progresso fatto nel corso degli ultimi 15 anni. Il G8 non può più sottrarsi alle proprie responsabilità nel garantire la sicurezza alimentare globale”, prosegue De Fraia. Fino ad oggi – spiega ActionAid – la fame è rimasta purtroppo una questione marginale nei programmi politici dei governi e gli aiuti all’agricoltura hanno subito una drastica riduzione. Negli ultimi 25 anni infatti, i fondi per gli aiuti all’agricoltura sono diminuiti dell’85% per i donatori multilaterali e del 40% per i donatori bilaterali. E’ dunque necessario far aumentare progressivamente gli aiuti all’agricoltura per farli tornare al 10% del PIL globale, ovvero ai livelli di 20 anni fa. Chiediamo con forza al G8”, conclude De Fraia “di specificare una cadenza degli investimenti, perché rimane ancora un mistero come e quando questi investimenti promessi verranno allocati. “Gli Stati Uniti stanno proponendo di investire 3-4 miliardi per l’agricoltura e la lotta alla fame nei prossimi anni. Ci aspettiamo dunque che la presidenza italiana del G8 concretizzi un piano per l’agricoltura anche sulla base della proposta statunitense e preveda un conseguente impegno finanziario da parte del nostro paese”, conclude De Fraia.

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Gordon Brown: una risposta globale a una crisi globale

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2009

Presentando i temi che saranno discussi al G20 di Londra, il Primo Ministro britannico, Gordon Brown, ha sottolineato il ruolo da leader che deve prendere l’UE per rispondere alla crisi globale con una soluzione globale, inclusa la lotta ai paradisi fiscali, senza tralasciare la lotta ai cambiamenti climatici e il sostegno ai paesi più poveri del pianeta. I leader dei maggiori gruppi hanno accolto con favore il suo intervento, mentre gli altri non hanno lesinato critiche.  Nell’aprire il dibattito, il Presidente PÖTTERING ha sottolineato come il prossimo G20 di Londra offra l’opportunità ai leader mondiali di collaborare a un obiettivo comune che consenta l’immediato ripristino della stabilità economica e una ripresa a lungo termine. Il vertice, ha proseguito, dovrà accordarsi sulle politiche macroeconomiche e sulle strutture regolamentari che possono farci uscire dall’attuale crisi e instaurare un migliore e più sostenibile quadro per il  futuro.  Il Primo ministro britannico, Gordon BROWN, ha ricordato che «oggi possiamo godere di un’Europa di pace e unità che sarà correttamente annoverata tra i migliori traguardi umani raggiunti e che rappresenta un faro di speranza per il mondo intero». Nessuno, ha aggiunto, può mettere in dubbio che «oggi, dopo tanti anni di cooperazione e pace, siamo più forti e al sicuro insieme di quanto lo fossimo mai stati separatamente». Ha anche affermato che ora «non ci sono una vecchia e una nuova Europa, bensì una sola Europa, che è la nostra casa». Si è quindi detto orgoglioso di come la Gran Bretagna sia un paese «non sulla scia dell’Europa ma decisamente nella sua corrente principale» e si è rallegrato della ratifica del trattato di Lisbona da parte del parlamento britannico.  In Europa, ha proseguito, siamo al posto giusto per condurre il mondo contro le sfide della globalizzazione, in quanto abbiamo raggiunto «il più importante e grande mercato unico mondiale», «la più ampia struttura di protezione ambientale», «il più grande programma di aiuti nel mondo» e «la più ampia struttura di protezione sociale mondiale». Sottolineando poi che «tutta la nostra esperienza a livello di Unione europea ci ha insegnato che la libertà, il progresso economico e la giustizia sociale o avanzano insieme oppure non avanzano per nulla», ha rilevato che «il benessere ha poco valore se va solo a vantaggio dei più abbienti». Ha quindi espresso il desiderio

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