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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘crisi’

Enti Locali, Comuni in crisi: Lettera aperta del Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 marzo 2019

Con la recentissima sentenza n. 18/2019, la Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la questione di legittimità costituzionale in relazione al disposto normativo contenuto nella Legge di Stabilità 2016, che consentiva il ripiano trentennale del disavanzo nell’ambito dei piani di riequilibrio.
La Corte ha evidenziato, tra l’altro, che “la lunghissima dilazione temporale finisce per confliggere anche con elementari principi di equità intergenerazionale”. Non è possibile, in altre parole, trasferire il debito presente alle generazioni future.
Il limpido ragionamento della Corte deve ora, però, trovare la sua attuazione pratica, in modo tale da poter essere applicata ai Comuni italiani interessati da questa pronuncia, che può avere rilevanti effetti sull’approvazione dei bilanci per l’anno 2019, con potenziali rischi di dichiarazioni di dissesto.
Come Vice Ministro, ho più volte evidenziato come sia urgente ed improcrastinabile la riforma complessiva del Testo Unico dell’Ordinamento degli Enti Locali, ponendo un’attenzione particolare alla parte in cui sono contenute le norme afferenti la crisi dell’Ente locale.
In tal senso, ho molto apprezzato che la Corte dei Conti mi abbia fatto giungere tempestivamente una ampia e puntuale risoluzione sul riordino della disciplina della crisi finanziaria degli enti locali.
Sono lieta che si sia avviata una così positiva collaborazione su un tema delicato e rilevante come questo.
Auspico, allo stesso modo e nel rispetto dell’autonomia della magistratura contabile, che sia adottato un parere di orientamento da parte della Corte dei Conti, affinché si possa giungere ad una applicazione corretta e puntuale della sentenza n. 18/2019.
Gli interventi di orientamento generale, delle Sezioni Autonomie o Riunite, giungono spesso dopo un lasso di tempo che oggi diventa sempre più difficile da rendere compatibile con la velocità delle decisioni da assumere.
Pur comprendendo che spesso alla fonte dei contrasti interpretativi vi è una norma scritta male, si rende necessario, come in questo caso, che sia data vita ad una interpretazione di orientamento unitaria, attesi i rilevanti riflessi di natura finanziaria che una pluralità di pronunce regionali potrebbero determinare.
Si rende necessario, infatti, dare e garantire agli amministratori locali un indirizzo chiaro ed univoco, al fine di rispettare integralmente il sapiente dettato della Corte Costituzionale, senza dover attendere tempi lunghi o peggio incorrere in danni irreparabili.
Anche per questo, il Governo ritiene di proporre in Conferenza Stato-Città lo slittamento di un mese per l’approvazione dei bilanci da parte dei Comuni interessati, al fine di consentire a tutti i livelli Istituzionali di recepire il contenuto della già citata sentenza n. 18/2019 della Corte Costituzionale. (Laura Castelli Vice Ministro dell’’Economia e delle Finanze)

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Il grande imbroglio della crisi in Venezuela

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 marzo 2019

By Pino Arlacchi. Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.
La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.
La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.
Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.(Pino Arlacchi Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002)

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“Io ho denunciato” è il nuovo libro di Paolo De Chiara

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 febbraio 2019

La storia drammatica di un imprenditore italiano che ha denunciato due clan di Cosa nostra.
Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita. La storia narrata nel libro “Io ho denunciato”, è la vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano.Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arrestati, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare. L’imprenditore, dopo la denuncia, entra nel programma provvisorio di protezione in qualità di testimone di giustizia. Il tema trattato è scottante. L’informazione sui testimoni di giustizia è scarsa e nell’immaginario collettivo, spesso, la figura viene confusa, a volte con precisa intenzione, con quella dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Due categorie completamente diverse. Lo Stato italiano, come forse mai nella storia, sprona il cittadino a denunciare e si prodiga con competenza e serietà alla sua protezione. Ma cosa succede quando si denuncia? Quali sono le procedure? Quali le rinunce, gli obblighi, i rischi e le privazioni? EDITORE: Romanzi Italiani Pagine: 152 Costo: 12,00 euro
Sito web: http://www.iohodenunciato.it

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Lazio: sanità in crisi

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 febbraio 2019

Fuga di camici bianchi dal sistema pubblico, blocco del turnover, liste d’attesa interminabili, costi sociali per la formazione di ogni medico con cifre a piu’ zeri. In attesa di capire se la Regione Lazio uscira’ dal commissariamento, Antonio Magi, presidente dell’Ordine provinciale di Roma dei Medici, Chirurghi e Odontoiatri riguardo il problema della sanita’ italiana e quella del Lazio che perdono sempre piu’ camici bianchi che emigrano all’estero o nel privato dichiara:
“In realta’ il problema e’ che in questo momento la mancata programmazione, sia in ospedale che sul territorio, ha creato una carenza numerica di camici bianchi, in particolar modo nelle branche della medicina che possono sviluppare conflittualita’ medico-legali e risarcimenti. Questo stato di cose, associato poi al blocco del turnover e al conseguente precariato dovuto a contratti soprattutto a termine e malpagati, spinge i giovani medici ad abbandonare il Paese per proposte molto piu’ attrattive. In questo momento ci sono societa’ che reclutano medici offrendo compensi alti fino a 4mila e 400 euro piu’ alloggio e altri benefit. E’ naturale che il medico che riceve un’offerta di questo tipo rispetto a quanto proposto in Italia, magari un contratto con retribuzione di 1.200 euro senza alloggio, assicurazione e formazione, sia spinto ad emigrare. I posti maggiormente vacanti per concorso sono quelli al Nord, mentre al Sud – e’ una amara realta’ – non si pone proprio il problema: i bandi di concorso non vengono programmati. Negli ultimi 5 anni in Italia abbiamo contato 4.500 medici giovani specializzati che hanno abbandonato il Paese per lavorare all’estero. Poi c’e’ tutta la parte di medici non specializzati che sono andati in Ue od Oltreoceano. Insomma, stiamo perdendo quote di specialisti anche perche’ le universita’ italiane formano bene: non a caso i medici italiani sono richiesti in tutto il mondo. A Roma sono 44mila gli iscritti all’Ordine, quindi i medici ancora ci sono. Il problema e’ un altro: se non si fanno i concorsi e non si stabilizzano le persone dando loro una prospettiva, sia lavorativa che di vita, perderemo sempre piu’ cervelli. Se passa poi il regionalismo differenziato forse avremmo qualche problema in piu’, in quanto ci potrebbe essere una autonomia contrattuale tra una Regione e l’altra per cui Regioni piu’ ricche possono essere piu’ attrattive generando ulteriori disparita’ di cure tra Nord e Sud”.
Analizzando che nel Lazio l’eta’ media dei medic e’ di 57 anni, 6 in piu’ rispetto alla media nazionale che si attesta a 51, afferma:
“Il Lazio e’ nella media nazionale, ma nel Nord Italia sono piu’ giovani solo perche’, essendoci state per concorso nuove assunzioni, nell’organico sono entrati piu’ giovani che hanno abbassato la media. Mentre nelle Regioni con piano di rientro – che non possono assumere – ci sono, naturalmente, medici con eta’ media superiore. Quindi al Nord abbiamo una media di 50-52 anni d’eta’ mentre piu’ ci sposta al Centro-Sud piu’ la media sale sfiorando i 57 anni d’eta’. Questo non va bene, perche’ se pensiamo che intorno ai 60-62 anni d’eta’ si potra’ andare in pensione questo vuol dire che nel Lazio abbiamo solamente 5 anni per riorganizzarci. Bisogna capire anche se la Regione Lazio uscira’ dal piano di rientro. A maggior ragione i medici piu’ validi potranno anche decidere di andare in pensione e spostarsi nel privato depauperando ulteriormente il Ssn. Anche i giovani piu’ competenti potranno fare la stessa scelta. Secondo me, e’ assolutamente importante potenziare gli specialisti ambulatoriali in modo che possano fare da filtro tra territorio e ospedale, cosi’ da evitare l’inutile e dannoso sovraccarico di lavoro al Pronto soccorso. Cominciamo ad avere anche qualche carenza nei medici di medicina generale, poi c’e’ il problema delle liste d’attesa. Ribadisco, nel Lazio vanno potenziati gli specialisti del territorio in modo che gli ospedalieri possano, come dovrebbe essere, concentrarsi sulle acuzie e non sulla cronicita’, in modo anche da abbattere i costi del Servizio sanitario a vantaggio della salute di tutti i cittadini”.

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Scuola – Docenti: lettera aperta al Ministro per risollevare una professione in crisi

Posted by fidest press agency su martedì, 8 gennaio 2019

A realizzarla, attraverso un video pubblico, è stato il dottor Vittorio Lodolo D’Oria, tra i massimi esperti nazionali sulle malattie professionali: l’obiettivo è sensibilizzare il titolare del Miur su quattro aspetti dell’insegnamento, sino ad oggi poco considerati dalle istituzioni ma invece centrali per migliorarne l’efficacia. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Sono tutte questioni condivisibili, ad iniziare dallo stress da lavoro correlato, alla base di un numero altissimo di patologie che emergono dopo i 50 anni di età, a seguito dei tanti anni trascorsi dietro la cattedra. Bisogna poi condannare con il massimo rigore tutte le forme di aggressione prodotte verso i docenti pubblici ufficiali. Per quanto riguarda la previdenza, è ovvio che una riforma non strutturale come quella che sta andando ad approvare l’attuale governo giallo-verde non può bastare. Sugli stipendi, il Ministero della Funzione Pubblica, ma anche quello del Mef, devono voltare pagina, riconoscendo prima di tutto il recupero dell’inflazione che si è andata ad accumulare durante gli anni del blocco contrattuale e prendendo come esempio quanto è avvenuto nel settore privato, dove si sono registrati aumenti persino superiori.

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“La classica crisi dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

A cura di Mark Burgess, Vice CIO Globale e CIO EMEA di Columbia Threadneedle Investments. Il recente crollo della lira turca ha rimesso i mercati emergenti al centro dell’attenzione degli investitori. Ma per quanto l’atteggiamento sempre più ostile del Presidente Trump sul commercio e il protezionismo potrebbe aver innescato il brusco deprezzamento della valuta, a nostro avviso l’indebolimento della lira turca ha tutte le caratteristiche di una tradizionale crisi dei mercati emergenti.Una crisi dei mercati emergenti si verifica di solito quando un paese si indebita oltre misura e, di conseguenza, accumula un disavanzo eccessivo delle partite correnti o del bilancio pubblico. Se cominciano a preoccuparsi dell’entità del debito e della capacità del paese di finanziarlo, gli investitori cercano di abbandonare il paese, causando in primo luogo problemi per la valuta. La Turchia ha un disavanzo delle partite correnti pari a circa il 5,5% del PIL,1 che richiede un finanziamento annuo di circa USD 60 miliardi. Gli investitori hanno cominciato a nutrire timori non solo per l’entità del debito turco, ma anche per la retorica del governo, che ha anche adottato alcune politiche economiche non ortodosse. A differenza del Regno Unito, che pure presenta un ampio disavanzo delle partite correnti (anche se finanziato tramite investimenti esteri), il deficit della Turchia è finanziato principalmente da flussi di portafoglio, dal commercio internazionale e dall’assunzione di prestiti, il che la espone notevolmente alle condizioni dei mercati finanziari.Ad aggravare la situazione ha contribuito il fatto che le autorità sono state svuotate e private della loro credibilità, dato che il ministro del Tesoro e delle finanze è Berat Albayrak, il genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Anche se la minaccia commerciale posta da Trump potrebbe essere una novità, la situazione della Turchia non lo è, e ricorda piuttosto le passate crisi dei mercati emergenti, come il “taper tantrum”, la crisi asiatica e le “cinque fragili”. In tutte queste occasioni gli investitori hanno perso fiducia nelle politiche economiche di un paese, esercitando pressioni sulla valuta e determinandone la svalutazione.
Contemporaneamente alle turbolenze in Turchia, anche l’Argentina si è trovata alle prese con una perdita di fiducia nella sua valuta, che ha portato recentemente alle dimissioni del presidente della banca centrale. A livello superficiale ciò è comprensibile alla luce dei disavanzi gemelli e delle vulnerabilità del paese, ma il caso argentino è molto diverso da quello turco.In particolare, pur avendo un elevato fabbisogno di debito a breve termine e un ampio disavanzo delle partite correnti, l’Argentina ha ancora un’economia relativamente chiusa, e i capitali esteri che erano stati prevalentemente investiti in obbligazioni in valuta locale hanno già in gran parte lasciato il paese. Pertanto, nonostante i rischi per la crescita economica dell’Argentina, ravvisiamo un rischio di contagio limitato. Analogamente, il Brasile si trova in una posizione ragionevolmente solida, con un deficit delle partite correnti molto ridotto e adeguatamente finanziato dagli investimenti diretti esteri.Il nostro scenario di riferimento prevede che l’attuale fase di vigore del dollaro USA si rivelerà transitoria finché i mercati non torneranno a concentrarsi sulla situazione fiscale degli Stati Uniti, decretando un indebolimento del biglietto verde. In assenza di un grave errore di politica economica, che ha certamente maggiori probabilità di verificarsi nei mercati emergenti anziché in quelli sviluppati, nessun importante paese emergente sembra al momento vacillare.
Per quanto la crisi turca sia un fenomeno tipico dei mercati emergenti, ciò non vuol dire che le tensioni commerciali mondiali non siano motivo di apprensione. Alcuni analisti hanno stimato che la guerra commerciale ridurrà il PIL mondiale dell’1-2,3%,4 e alcuni si aspettano che la Federal Reserve statunitense attuerà una stretta monetaria più aggressiva in risposta ai dazi. È difficile tuttavia prevedere l’impatto di una guerra commerciale sui singoli paesi, non da ultimo perché non sappiamo ancora fino a che punto l’amministrazione statunitense si spingerà nel perseguimento del protezionismo.Ciò nonostante, le prospettive per l’Asia e per i mercati emergenti esposti alla minaccia rappresentata dalle politiche protezionistiche di Trump – tra cui Cina, Messico, Colombia, Malaysia, Corea e Thailandia – saranno contrastate. I dazi non saranno d’aiuto perché molte economie emergenti dipendono generalmente dalle materie prime, dai proventi in valuta estera o dai semilavorati e sono quindi molto aperte ai flussi commerciali globali. Un eventuale rallentamento del commercio globale avrebbe inevitabilmente enormi ricadute su alcune di queste economie. L’Argentina e il Brasile sono l’una il principale partner commerciale dell’altro, con la Cina al secondo posto per entrambi. Ciò significa che i due paesi sarebbero gravemente penalizzati da un rallentamento dell’economia cinese, dato che esportano prodotti agricoli e materie prime. La domanda è: assisteremo alle stesse vulnerabilità che abbiamo osservato durante il “taper tantrum”? È improbabile, perché nel 2013 c’erano cinque grandi economie con enormi disavanzi delle partite correnti e fiscali – le cosiddette “cinque fragili” – vale a dire India, Brasile, Turchia, Sudafrica e Indonesia.Il dollaro è spesso considerato un bene rifugio nelle fasi di tensione sui mercati globali, ma nessuno conosce realmente le implicazioni delle guerre commerciali e del rischio di sanzioni. Detestando l’incertezza, gli investitori tendono a riversarsi nei beni rifugio nei periodi difficili, spostando l’attenzione dal rendimento alla restituzione del capitale.
In Cina è in atto un rallentamento dell’economia ma, dato l’aumento dei consumi interni, i timori di un “hard landing” si sono attenuati. Detto questo, Pechino si trova di fronte a un “trilemma”, dovendo destreggiarsi con il paradosso di perseguire il controllo dei tassi di cambio, la libera circolazione dei capitali e una politica monetaria indipendente.Tuttavia, la Cina è oggi meno dipendente dalle esportazioni e potrebbe di fatto diversificarle, deviandole dagli Stati Uniti verso le regioni emergenti, grazie anche al suo programma “One Belt, One Road”.Se la retorica della guerra commerciale è stata solo una ragione che ha indotto il mercato a concentrarsi sulla Turchia, piuttosto che la causa principale del crollo della lira, la principale minaccia alla stabilità dei mercati emergenti potrebbe giungere dalla Federal Reserve statunitense. Per comprendere meglio la portata di tale minaccia, è necessario conoscere il livello esatto della soglia in corrispondenza della quale l’aumento dei tassi statunitensi innescherebbe un’inversione dei flussi di portafoglio. La Fed si sta potenzialmente avvicinando al tasso d’interesse neutrale – il livello al quale i tassi d’interesse non frenano né stimolano la crescita economica – mentre prosegue il suo percorso di normalizzazione, invertendo anni di quantitative easing.Ma sussiste il rischio che la Fed modifichi l’attuale traiettoria di rialzo dei tassi per procedere a un inasprimento più aggressivo in risposta ai dazi commerciali. Se il mercato viene colto in contropiede da questa mossa, il risultato potrebbe essere estremamente doloroso per i mercati emergenti. A fronte del continuo rafforzamento dell’economia statunitense si osserva già un aumento dei rendimenti dei Treasury USA, e la Fed potrebbe rispondere a questo sviluppo prima di quanto si pensi. (in abstract)

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Dagli anni pre-crisi ad oggi il numero dei poveri è aumentato del 182%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 ottobre 2018

“Una vergogna. Incrementi bulgari che dovrebbero farci arrossire e che sono disonorevoli per un Paese che ama definirsi civile” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Bene, quindi, il reddito cittadinanza. Ma va fatto bene, altrimenti non funziona. Intanto il Governo dovrebbe aggiornarsi ai giorni nostri e adeguare l’importo di 780 euro, innalzandolo a 806 euro. I 780 euro, infatti, erano i 6/10 del reddito mediano familiare al tempo di quello studio, contenuto nel Rapporto annuale 2014, diffuso il 28 maggio 2014, ma nel frattempo il reddito è salito e ora il dato equivale a 805,75 euro” prosegue Dona.
“Inoltre, come suggerito dall’Istat, per evitare la trappola della povertà, ossia per evitare disincentivi all’offerta di lavoro, va evitato che ad ogni incremento del reddito corrisponda una riduzione del sussidio di pari importo. Insomma in caso di offerta di lavoro, il sussidio non deve integrare il reddito solo fino a 780 euro, ma salire, in modo che, ad esempio, ad una paga di 750 euro non corrisponda un sussidio di appena 30 euro, ma di 105 euro, così che il reddito totale salga almeno a 855 euro. Ecco perché l’Istat considerava che per fare un reddito di cittadinanza efficace servissero, all’epoca, 15,5 miliardi e non certo i 9 come ora previsto, sempre che il beneficio sia definito non a persona ma a livello familiare” conclude Dona.”Il reddito di cittadinanza, infine, pur andando nella direzione giusta, è insufficiente, dato che non rimuove le cause della povertà. E’ come dare il pesce a chi ha fame, ma non la lenza. In questa manovra manca la lenza” conclude Dona.

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Crisi Unicoop Tirreno: mercoledì 10 ottobre sciopero unitario e manifestazione al Mise

Posted by fidest press agency su sabato, 6 ottobre 2018

I lavoratori Unicoop Tirreno tornano a scioperare il prossimo mercoledì 10 ottobre e a manifestare al Mise. Già lo scorso 26 settembre via Molise era stata invasa da otre un migliaio di lavoratori, preoccupati per le cessioni di ben 8 punti vendita del basso Lazio e per le paventate contrazioni salariali a causa della disdetta/revisione del contratto integrativo aziendale.«Il botta e risposta a distanza tra il Ministro Di Maio e la dirigenza Unicoop Tirreno avvenuto in questi ultimi giorni – dichiara Francesco Iacovone, del Cobas nazionale – ha innescato la pronta risposta delle organizzazioni sindacali che pretendono rassicurazioni sulla sorte delle tante famiglie coinvolte in questa delicata vertenza.» «A rischio ci sono 270 poti di lavoro e tutti gli appalti collegati alle unità produttive (pulizie, vigilanza, etc…) – prosegue il rappresentante sindacale – e le dichiarazioni della dirigenza Unicoop, avvenute a stretto giro di posta dal question time in Senato e dalle dichiarazioni del Ministro Di Maio sulla necessità di bloccare le cessioni, sono preoccupanti, offensive per i lavoratori e in palese contrasto con quanto dichiarato al Mise dalla stessa dirigenza». «Abbiamo condiviso questa iniziativa con le organizzazioni sindacali confederali, convinti che l’importanza di questa vertenza richiede la massima partecipazione e la compattezza dei lavoratori.» – concude Iacovone.

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“I Mercoledì del Diritto”: la crisi della legalità processuale penale

Posted by fidest press agency su domenica, 23 settembre 2018

Parma Alle ore 17 nell’Aula dei Filosofi dell’Università di Parma. Relatore Fabio Salvatore Cassibba si parlerà della crisi della legalità processuale penale. E’ il tema del prossimo appuntamento di “I Mercoledì del Diritto”, rassegna d’incontri su temi giuridici organizzata dal Dipartimento di Giurisprudenza, Studî Politici e Internazionali dell’Università di Parma.
Il Prof. Cassibba introduce così l’incontro: “Il rispetto della legalità processuale, imposto dall’art. 111 comma 1 della Costituzione e da numerose fonti sovranazionali vincolanti per l’Italia, implica che durante i procedimenti giudiziari sia assicurata la corretta osservanza della legge, anzitutto da parte degli organi pubblici. L’esigenza in parola costituisce, nell’ambito penale, un architrave dello Stato di diritto: proprio dove sono in gioco valori primari della società democratica e diritti fondamentali (primo fra tutti, l’inviolabilità della libertà personale), la legalità processuale evita che il cittadino, coinvolto come imputato o persona offesa in un giudizio, subisca condotte arbitrarie della pubblica autorità. Sennonché, la legalità processuale versa – non da oggi – in grave crisi a causa di vari fattori: fra questi, le insiste riforme alla legge processuale, spesso caratterizzate da un contenuto oscuro, e un ampio impiego di interpretazioni della legge apertamente creative da parte dei giudici. L’incontro intende illustrare i notevoli rischi di tale fenomeno, capace di comportare disparità di trattamento fra cittadini, in violazione del principio costituzionale di uguaglianza, e intende offrire riflessioni di metodo, volte a contrastare le implicazioni negative della crisi della legalità processuale in ambito penale”. L’iniziativa, patrocinata dall’Ordine degli Avvocati e dal Consiglio Notarile di Parma, si rivolge a docenti e studenti dell’Ateneo, a operatori del diritto ma anche a un pubblico più vasto, dai docenti e studenti delle scuole superiori a tutti gli interessati.Gli incontri di “I Mercoledì del Diritto” hanno a oggetto sia temi di attualità, come norme recentemente promulgate o casi giudiziari, sia temi prettamente culturali ma comunque attinenti al Diritto, e che presentino profili di interesse non soltanto per un uditorio di specialisti. Relatori sono docenti, ricercatori e assegnisti del Dipartimento di Giurisprudenza, Studî politici e Internazionali dell’Università di Parma, ma anche giuristi e docenti italiani e stranieri.

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La proposta alla crisi è nell’agricoltura

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 settembre 2018

Ancora una volta – dichiara in una nota il presidente nazionale Confeuro, Andrea Michele Tiso – è stato detto ai cittadini di Taranto che si sarebbe trovato un modo per interrompere quel legame di dipendenza che collegava la città all’Ilva, ma ancora una volta queste premesse sono state disattese.Quel che non si vuol proprio comprendere – continua Tiso – è che ad aver fallito non è solo il tentativo di gestione di una grande impresa dedita alla produzione e alla trasformazione dell’acciaio, ma l’attuazione di un intero modello di sviluppo basato sul ricatto e sulla contrapposizione tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute.
Come Confeuro – prosegue Tiso – rimaniamo convinti che la vera risposta alla crisi di Taranto sia nell’agricoltura; e cioè nella riconversione degli impianti siderurgici, nell’utilizzo del porto e nello sviluppo delle tante qualità paesaggistiche ed enogastronomiche della città ionica. Per riuscire a raggiungere risultati come questi, però, è necessario investire risorse economiche, forze politiche e determinazione, solo in questo modo si può trasformare Taranto nell’emblema di un altro modello: quello proposto dall’agroecologia e dalle sue pratiche di produzione agricola.Dopo i tanti decenni nei quali i cittadini di Taranto hanno sopportato di vivere e lavorare nella città responsabile della produzione del 20% della diossina europea – conclude Tiso – meritano sicuramente molto di più di soluzioni deboli e superficiali; ed è per questo che va proposto loro di far parte di una vera e propria rivoluzione ecologica che guardi soprattutto alle tante possibilità determinate dall’abbracciare il mondo agricolo.

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Crisi: la differenza tra Italia e U.S.A.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Due situazioni sono note da anni. La prima è che gli U.S.A. hanno fondato la crescita della propria economia sui soldi degli investitori stranieri e che l’Italia ha preso i soldi dei risparmiatori domestici, istituzionali e forestieri per arricchire gli speculatori. Nel primo caso l’America ha consolidato nel mondo la sua leadership e la sua capacità di competere con le economie emergenti mentre l’Italia ha gonfiato a dismisura il suo debito primario senza lasciare al sistema paese una solida eredità. Tutto questo oggi è stato ignorato e si vuole anche trovare l’alibi affermando che la crisi è planetaria e che siamo in buona compagnia con quel colosso che si chiama Stati Uniti o con l’Argentina fuori controllo e via di questo passo.
Vogliamo in questo modo continuare a prenderci in giro o a trovare una scusa per spremere ancora di più chi ha dato sempre molto per ricevere poco e per continuare a favorire quelli che molto hanno ricevuto per offrire poco?
Gli osservatori economici mondiali sono qualcosa di diverso dalle borse, notoriamente emotive e volatili, e il loro giudizio sull’Italia è di merito. In pratica si dice ai nostri governanti: smettetela di pensare ai vostri personali vantaggi e guardate alla crescita del paese. Mettete mano alle riforme realisticamente e non solo con gli annunci. Riformare il welfare, la sanità, la scuola, il lavoro, la giustizia, il fisco, la politica non significa maggiori spese ma, semmai, risparmiare poiché si mette ordine al sistema, si evitano sprechi, e si razionalizzano le risorse disponibili. (servizio fidest)

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Preti pedofili: la crisi che vive la Chiesa

Posted by fidest press agency su domenica, 2 settembre 2018

La lettera dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, pubblicata tra il 25 e il 26 agosto e in cui chiede la rinuncia di Papa Francesco, è stata una bomba per i cattolici di tutto il mondo. Migliaia di articoli, pubblicati nei giorni successivi, hanno seminato confusione ma sono anche serviti ad aggiungere nuovi dati, perfino autentiche rivelazioni, che aiutano a comprendere meglio il valore del testo.Riportiamo di seguito alcune conclusioni che si possono trarre attualmente dalle informazioni pubblicate e verificate.
Giornalisti e altre persone che prima della pubblicazione della lettera erano in contatto con l’arcivescovo Viganò hanno affermato pubblicamente che il testo era stato rivisto e approvato dal Papa emerito Benedetto XVI (cfr. New York Times, 27 agosto 2018).Queste informazioni sono state smentite dal segretario personale di Benedetto XVI, l’arcivescovo Georg Gänswein: “L’affermazione per la quale il Papa emerito aveva confermato queste dichiarazioni manca di fondamento. Fake news!”In alcune dichiarazioni al quotidiano tedesco Die Tagespost, il presule tedesco ha spiegato che “Papa Benedetto non ha fatto commenti sul ‘memorandum’ dell’arcivescovo Viganò e non ne farà”.Me le accuse di monsignor Viganò contro Papa Francesco sono vere? Nuove rivelazioni permettono di comprendere meglio la crisi che vive la Chiesa.
Come si può interpretare la partecipazione di monsignor Viganò a un omaggio pubblico all’ex cardinale Theodore McCarrick, il 2 maggio 2012, presso il Pierre Hotel di Manhattan? Si tratta di un fatto centrale, perché l’arcivescovo chiede la rinuncia di Francesco per non aver applicato le “sanzioni canoniche” che Papa Benedetto XVI avrebbe emesso privatamente contro l’ex porporato statunitense, attualmente accusato di abusi sessuali. (fonte: aleteia)

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A settembre scuole del Nord in ginocchio

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 luglio 2018

L’apice del caos si toccherà quando si dovrà dare seguito all’adunanza plenaria dello scorso 20 dicembre, facendo tornare nelle graduatorie d’istituto 60 mila maestri. Il governatore del Veneto scrive al titolare del Miur: “il regolare inizio del prossimo anno scolastico in Veneto è a fortissimo rischio” con “la scuola primaria veneta penalizzata da tre fattori: l’esclusione delle maestre diplomate magistrale dalle graduatorie ad esaurimento, che in Veneto relega 848 insegnanti prive di laurea alle sole supplenze; il venir meno di 888 insegnanti che, a settembre, vanno in pensione o hanno ottenuto il trasferimento in altra regione; il numero insufficiente di posti assegnati al Veneto (300 tra Padova e Verona) per i corsi di laurea in Scienze della formazione primaria rispetto al fabbisogno formativo”. Situazione da allarme rosso anche in Lombardia, dove si è creata una voragine di quasi 2 mila posti solo tra scuola dell’infanzia e primaria.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Pensare di coprire questi vuoti con contratti stipulati da graduatorie d’istituto, ancora di più in corso d’anno, andrebbe a creare una vera catastrofe organizzativa e didattica. Perché la collocazione nelle GaE è cosa ben diversa da quella nelle graduatorie d’istituto, peraltro circoscritta per legge ad un numero limitato di istituti autonomi. Senza un intervento immediato, ci ritroveremo con migliaia di posti privati in modo scellerato dell’insegnante che li copriva. Il Parlamento ha un’occasione d’oro, lo ripetiamo, per sanare una situazione che altrimenti andrà a provocare disastri organizzativi, con effetti nocivi per gli alunni, con un tourbillon di docenti, molti dei quali chiamati per coprire i ‘buchi’ pur senza alcuna esperienza né tantomeno abilitazione all’insegnamento. Mentre chi ha esperienza da vendere, con oltre 36 mesi di supplenze svolte, rischia di trovarsi presto addirittura cancellato dalle nomine annuali su posti vacanti, a meno che non venga giustamente cancellato per mano della maggioranza l’ignobile comma 131 della Legge 107/2015. Per tali motivi, proprio in questi giorni, l’Anief si è fatto carico di chiedere ai parlamentari, attraverso degli emendamenti ad hoc nel Decreto Dignità, a fronte di 850 complessivi, di riaprire le GaE a tutto il personale abilitato, a partire dai diplomati magistrale, di reclutare i docenti non abilitati con 36 mesi di servizio in assenza di altri candidati e di confermare in ruolo i neo-assunti in ogni ordine e grado, dando nel contempo il via libera al ruolo a tutti coloro che hanno superato l’anno di prova.

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Crisi in Nicaragua

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

«Esercitate pressione sul governo, affinché abbia rispetto per i vescovi, per i sacerdoti e per la popolazione». È l’appello lanciato attraverso Aiuto alla Chiesa che Soffre dal cardinal Leopoldo José Brenes Solorzano, arcivescovo di Managua in Nicaragua. Il porporato riferisce inoltre della difficile situazione a Masaya, località a 30 chilometri a sud di Managua divenuta simbolo della resistenza al governo del presidente Daniel Ortega, che dalle 6 di mattina (ora locale) di ieri, 17 luglio, è assediata «per mano di oltre mille tra militari e agenti di polizia. Al momento non ci sono morti, ma sicuramente i feriti saranno numerosi. La città è stata inondata da una pioggia di proiettili».Nelle scorse ore il cardinale Bremes ha invitato la popolazione di Masaya e delle altre aree sotto assedio a rimanere in casa, affinché non vi siano altri morti. «È un momento molto difficile per tutto il Paese».Mentre gli scontri tra forze lealiste e opposizione si protraggono ormai da mesi, nel Paese latinoamericano la Chiesa è sotto attacco. Il 9 luglio il porporato è stato aggredito da paramilitari nella basilica di San Sebastián, a Diriamba, assieme al suo ausiliare, monsignor José Silvio Báez, e al nunzio apostolico Waldemar Stanisław Sommertag. Il 16 luglio vescovo di Estelí, Abelardo Mata, si è miracolosamente salvato da un agguato armato attribuito a forze paramilitari. La repressione del governo sandinista di Daniel Ortega è ormai apertamente diretta anche contro la Chiesa. «Ascoltando l’invito di Papa Francesco ad essere un ospedale da campo, molte delle nostre parrocchie hanno dato rifugio a quanti cercavano sicurezza e prestato soccorso ai feriti – spiega il porporato – Questo sicuramente non è piaciuto al governo. Così come non è piaciuta la nostra sollecitudine nel tentare di smantellare questa forza paramilitare».In un momento tanto delicato il cardinal Bremes rivolge un appello all’Occidente e in particolar modo ai cattolici, affinché il governo Ortega sia richiamato al rispetto verso la Chiesa e il popolo nicaraguense. «Al tempo stesso invito tutti a lanciare una catena di preghiera e a sostenere concretamente i nostri sacerdoti attraverso le intenzioni di Sante Messe. Molti dei ministri infatti, dovendo celebrare in privato, non ricevono offerte e dunque non hanno alcuna forma di sostentamento».«Siamo molto vicini alla Chiesa e al popolo nicaraguense, ai quali vanno la nostra solidarietà e le nostre preghiere», afferma Marco Mencaglia, responsabile internazionale ACS per i progetti in Nicaragua. «Nelle prossime settimane visiteremo il Paese latinoamericano al fine di individuare le più urgenti necessità e stanziare nuovi aiuti».

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Sta tornando! Ma era mai finita? (La crisi)

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve Usa da un lato e la guerra commerciale che vede contrapposta Washington e Pechino dall’altra. Un effetto a tenaglia che potrebbe preannunciare la tempesta perfetta che, fra qualche settimana, sarà scoperta dai media generalisti di tutto il mondo e colpirà gli Stati emergenti. E, con un effetto a catena, può scaraventare il mondo in una nuova morsa di recessione. Il rialzo dei tassi infatti danneggerà le monete locali di quegli Stati che fanno ricorso ai titoli in dollari per finanziarsi e le spingerà a svalutarsi. E la guerra dei dazi colpirà Paesi come Brasile, Turchia e India, principali fornitori di acciaio degli Stati Uniti riducendo i loro spazi per l’export.
L’analisi, basata su documenti ufficiali della Banca dei Regolamenti internazionali e da analisi di alcune delle più importanti società finanziarie internazionali, inaugura il nuovo portale di VALORI, la storica testata specializzata in inchieste sulla finanza e l’economia solidale promossa dalla Fondazione Finanza Etica. Nata ormai 15 anni fa, sotto forma di pubblicazione mensile, da oggi, sempre sotto la guida del direttore responsabile Andrea Di Stefano, si trasforma in un vero e proprio hub editoriale al servizio della finanza etica e di chi ha interesse a denunciare le storture, ancora ben visibili, dell’architettura finanziaria mondiale. Ma al tempo stesso, sarà l’opportunità per raccontare i vantaggi (e i successi) di chi ha intrapreso forme responsabili di investimento o approcci non speculativi all’economia.
“Malgrado il fatto che quasi tutti usino i servizi finanziari, e malgrado gli impatti che ha sulle nostre vite, la maggior parte delle persone continua a essere totalmente digiuna di finanza” spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica. “Le notizie che ‘bucano’ si riferiscono quasi sempre al singolo scandalo, ma non riescono poi a provocare una riflessione più ampia sui meccanismi a monte. Il rilancio digitale di Valori e la creazione di un hub editoriale sono essenziali per unire protesta e proposta. Bisogna essere in grado di fornire nuove chiavi di lettura per permettere ai cittadini non solo di informarsi, ma di intraprendere un percorso di educazione critica alla finanza. Se servono nuove regole e nuovi modelli, il più importante passo per cambiare le cose parte da ognuno di noi”.
Il nuovo portale ospiterà inchieste sul meglio e il peggio dell’economia e della finanza, in Italia e nel mondo, sui cambiamenti climatici e il loro impatto sul sistema economico finanziario. Racconterà, attraverso articoli, videoservizi, podcast, mappe, infografiche, editoriali, aspetti che impattano direttamente nella vita quotidiana dei cittadini e vengono però messi ai margini dalla stampa non specializzata.

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La crisi delle ideologie

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 marzo 2018

Le ideologie in sostanza cosa sono? Un modo a volte distorto di difendere degli ideali, ma non sono poi da buttar via in assoluto. D’altra parte una politica senza ideali non è cosa accettabile, e siccome gli ideali sono legati a profondi movimenti culturali, storici, di varia natura, dobbiamo riconoscere a costoro il loro ruolo portante nella società civile di là delle ombre che pur lasciano lungo il loro tratto esistenziale. Tre, grosso modo, sono stati i filoni ideologici che hanno dominato la scena politica italiana: la presenza di un partito di cattolici impersonato dalla Dc, una forza laica di cultura liberale ed i marxisti-leninisti. Tutte queste forze si sono infrante dinanzi al crollo del muro di Berlino. Da quel momento è caduta la ragione storica che aveva richiesto l’unità politica dei cattolici, il laicismo liberale è diventato meno anticlericale assorbendo in un certo qual modo i tempi nuovi dell’ecumenismo cristiano e i comunisti marxisti sono diventati più duttili verso una società interclassista, rispetto a una più rigida impostazione classista. Purtroppo, le contraddizioni di fondo non sono venute meno. Le sfide, semmai, hanno alzato il tiro. Oggi la scienza ha fatto passi da gigante tra l’altro affrontando alla radice i problemi della vita, dalla nascita alla morte, ponendoci problemi di straordinaria importanza fino, certe volte, a deliri di onnipotenza. Basta pensare che noi attraverso il Dna possiamo stabilire il futuro genetico d’intere generazioni e possiamo provocare speculazioni spaventose su questo piano. Ora alla politica e alla società civile, nel suo complesso, spetta l’onere di indicarci le scelte da fare poiché le applicazioni della scienza propongono e richiedono un’azione politica e un’azione legislativa seria nel rispetto degli altri per evitare drammi epocali e generare implicazioni forse non facili da comprendere nella loro complessità nel corso della nostra generazione, ma tali da condurci su una strada di non ritorno e i cui effetti, per intero, ricadranno sui nostri nipoti. E questa è una responsabilità che ci deve far riflettere profondamente. (Riccardo Alfonso)

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Yemen: 1.000 giorni di conflitto. La più grave crisi umanitaria al mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 31 dicembre 2017

Yemen“Il tragico traguardo dei 1.000 giorni di guerra in Yemen è stato superato. Con l’acuirsi delle violenze negli ultimi giorni, i bambini e le loro famiglie hanno continuano ad essere uccisi in attacchi e bombardamenti. Da oltre 1.000 giorni a causa di brutali violenze le famiglie sono costrette a lasciare le proprie case. 1.000 giorni senza cibo sufficiente e acqua potabile. 1.000 giorni durante i quali gli ospedali sono stati bombardati e le scuole danneggiate. 1.000 giorni di bambini reclutati per combattere. 1.000 giorni di malattie e morti… di sofferenze inimmaginabili.Il conflitto in Yemen ha creato la peggiore crisi umanitaria al mondo – una crisi che ha coinvolto tutto il paese. Il 75% circa delle popolazione dello Yemen ha urgente bisogno di assistenza umanitaria, compresi 11,3 milioni di bambini che senza quest’assistenza non possono sopravvivere. il 60% almeno degli Yemeniti vive in condizioni di insicurezza alimentare e 16 milioni di persone non hanno accesso ad acqua pulita e servizi igienici adeguati. Molti altri non hanno accesso a servizi sanitari di base. Meno della metà delle strutture sanitarie dello Yemen è pienamente funzionante e lo staff medico non riceve lo stipendio da mesi.
Il conto terribile della devastazione del conflitto in Yemen riflette soltanto ciò che già sappiamo. In realtà, probabilmente, la situazione peggiorerà. Le agenzie delle Nazioni Unite non hanno pieno accesso umanitario ad alcune delle comunità tra le più duramente colpite. Molti di noi, non possono nemmeno verificare quali sono i bisogni di queste persone. Quel che sappiamo è che in Yemen la crisi è diventata rapidamente una catastrofe.Negli ultimi giorni sono stati fatti alcuni progressi con le prime importazioni commerciali di carburante presso il porto di Hudayadah, successivo alle recenti yemen crisi umanitariaimportazioni commerciali di cibo. È importante che queste scorte non vengano sprecate, dato che le restrizioni sulle importazioni di carburante hanno causato il raddoppio dei prezzi di carburante diesel, minacciando l’accesso all’acqua, ai servizi sanitari e alle cure mediche urgenti. In troppi ospedali si registra la mancanza di carburante per i generatori che ne consentono l’operatività. Le stazioni per il pompaggio dell’acqua che servono oltre 3 milioni di persone stanno rapidamente rimanendo senza il carburante di cui hanno bisogno per restare in funzione, mentre il prezzo dell’acqua importata è aumentato di 6 volte. L’acqua sicura non è più economicamente sostenibile per oltre i due terzi degli yemeniti che vivono in povertà estrema. Tutto questo rischia di sopraffare gli sforzi in corso per contenere le epidemie di difterite, colera e diarrea acquosa acuta.
Restiamo impegnati per aiutare le persone dello Yemen: abbiamo raggiunto circa 6 milioni di persone con acqua pulita, distribuito 3,7 milioni di litri di carburante per gli ospedali pubblici, curato oltre 167.000 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave, distribuito oltre 2.700 tonnellate di medicine e scorte mediche, vaccinato 4,8 milioni di bambini contro la polio e fornito assistenza alimentare a circa 7 milioni di persone in un mese. In Yemen oggi, chiunque sia un caso sospetto di colera e ha la possibilità di accedere ai servizi sanitari ha il 100% delle possibilità di sopravvivere.Ma le condizioni stanno peggiorando, con il rischio di sopraffare la nostra capacità di risposta. Se non avremo un accesso più ampio e le violenze non si arrestano, il costo in termini di vite sarà incalcolabile. Per questo chiediamo ancora una volta alle parti coinvolte nel conflitto di consentire immediatamente un pieno accesso umanitario in Yemen e di terminare i combattimenti. Le famiglie dello Yemen non dovrebbero vivere un giorno in più di guerra, figuriamoci altri 1.000 giorni.”

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L’adozione di nuove tecnologie sta creando una potenziale crisi occupazionale in Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 dicembre 2017

londraLONDRA,/PRNewswire/Una nuova indagine di mercato rivela che nuove tecnologie hanno già iniziato a modificare le esigenze di personale della maggior parte delle aziende europee: i datori di lavoro devono far fronte a un profondo divario di competenze mentre faticano a trovare personale adeguatamente preparato.Il 62% delle aziende europee afferma che le nuove tecnologie hanno già modificato le proprie esigenze occupazionali con la conseguente necessità, nel 59% delle imprese, di assumere personale più qualificato. Inoltre, il sondaggio, condotto dagli European Business Awards, sponsorizzati da RSM, dimostra anche che il 40% delle aziende trova difficile reclutare il personale per questi nuovi posti.
Le ragioni principali addotte per questa sfida sono la carenza di specialisti in soluzioni informatiche e software e la mancanza di una formazione e di un’istruzione di alto livello nelle varie nazioni; i vincoli di mercato fanno sì che i settori tradizionali vengano trascurati a favore dei settori tecnologici e finanziari.Adrian Tripp, CEO degli European Business Awards, la più grande competizione intersettoriale in Europa, ha dichiarato: “Volevamo capire quanto rapidamente le conseguenze della nuova ondata tecnologica avrebbero influito sulla comunità imprenditoriale europea e sul mercato del lavoro; abbiamo constatato che non si tratta semplicemente di un problema del futuro e che l’impatto è già iniziato”.Tripp ha continuato affermando: “Ciò che preoccupa è che, con il crescente tasso di adozione delle tecnologie, l’impatto positivo sulla competitività potrebbe essere limitato dall’insufficienza di competenze. Lo squilibrio crescente tra le competenze richieste e quelle disponibili porterà a una crisi occupazionale, a meno che tutte le parti interessate, imprese, educatori e governi, agiscano subito”.E concludendo: “I leader di alcune tra le più importanti aziende europee del medio mercato affronteranno questo e altri temi chiave in occasione di una conferenza sulla ‘crescita del 100%’ che terremo a maggio. Speriamo di trovare soluzioni che ci aiutino a colmare le lacune”.
polo tecnologico1Il sondaggio, che includeva le risposte di 400 principali imprese europee, di tutte le dimensioni e di tutti i settori, provenienti da oltre 30 paesi, ha dimostrato inoltre che sebbene la tecnologia stesse cambiando le esigenze, non stava necessariamente modificando i numeri. Il 77% delle imprese ha dichiarato che le nuove tecnologie le hanno rese più produttive, portando il 35% ad aumentare il numero complessivo dei dipendenti e il 44% a mantenere invariati i livelli occupazionali.I motivi principali degli investimenti nelle nuove tecnologie (definite come nuovi software che cambiano radicalmente il modo in cui si produce o si esegue una determinata cosa) erano di offrire alle aziende un vantaggio competitivo (57%), di risolvere problemi commerciali (21%) o, semplicemente, di tenere il passo con l’evoluzione del mercato (11%). La finalità degli European Business Awards, che hanno ormai raggiunto l’11° edizione, è di sostenere lo sviluppo di una comunità aziendale più solida e di maggior successo in Europa. L’anno scorso hanno partecipato oltre 33.000 aziende provenienti da 34 paesi. Gli sponsor e partner includono RSM, ELITE e PR Newswire. Il Grand Final di quest’anno si terrà a Varsavia, in Polonia, il 22 e 23 maggio. Ulteriori informazioni sul concorso di quest’anno o sui vincitori precedenti sono disponibili sul sito web http://www.businessawardseurope.com

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La crisi delle democrazie contemporanee e i populismi

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

Roma Lunedì 4 Dicembre 2017, ore 10:45 Dipartimento di Scienze Politiche, Aula 1A Via Chiabrera 199 Tavola rotonda sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee e del loro rapporto con la società. L’iniziativa costituisce il III incontro del ciclo di conferenze “Società, politica e teoria sociale dopo la grande recessione”, organizzato nell’ambito delle attività della cattedra di Sociologia Generale del Dipartimento di Scienze Politiche.

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Democrazia? ma mi faccia il piacere…

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

democraziavinceDa alcuni anni, oramai, avvertiamo degli scricchiolii nei sistemi istituzionali delle cosiddette “democrazie avanzate” e ora ci stiamo rendendo conto che di recente è stata impressa, al riguardo, una forte accelerazione. Da che cosa l’avvertiamo? Ci scrive Fausto Carratù partendo dalla crisi sistemica della fidelizzazione al voto: “Nel paese democratico per eccellenza, vota il 50-60% degli statunitensi. In Europa primeggia la Germania col 70%, seguita da Gran Bretagna (65%) e Russia (60%). Poi troviamo la Francia, col non esaltante 55% e, l’ormai deprimente Italia, dove, dagli anni Settanta, quando si moltiplicarono i partitini, l’affluenza è scesa dal 93% al 72% del 2013. Nelle amministrative del 2017 lo spettacolo scivola nell’allarmante: eccetto Padova e Rieti, con un 50-55% appena decente. Nel resto d’Italia tutti sono ben al di sotto del 50% (46% complessivo), con Taranto e Como sotto il 35% e Trapani addirittura sotto il 27%!!!”
“Se al voto – soggiunge – ormai va la metà del demos o ancora meno, che fine fa la tanto decantata democrazia? dal demos al demi-demos? e poi? mini-demos? nanodemos? picodemos? oligocrazia e uomini soli al comando?”
Conveniamo altresì con Fausto Carratù che “l’aspetto più preoccupante della diserzione civica è costituito dal fatto che i voti di chi diserta le urne sarebbero probabilmente i voti più significativi e utili, perché meno interessati, mentre i voti che fuoriescono dalle urne sono quelli delle immense clientele politiche, degli amici non solo dei 945 parlamentari che verranno eletti, ma della sterminata massa di candidati che trovate scritti nelle pletoriche liste elettorali. In questo senso è significativo che in Italia, nonostante che la Costituzione definisca la partecipazione al voto come un dovere; poi non esistano leggi che diano concretezza ad un simile obbligo”.
Il dubbio a questo punto si fa atroce. Se la conclusione di Carratù è che non vanno a votare soprattutto quelli che potrebbero garantire meglio dei votanti la tenuta della democrazia vuol dire che esiste una volontà politica a demonizzare l’intero sistema, a partire dal discredito continuo delle istituzioni, attraverso i loro rappresentanti, tanto da creare il convincimento che tutto è marcio e non ci sia più nulla da fare e bastano pochi esempi di malaffare per mettere una perversa ipoteca su tutto e su tutti. (Riccardo Alfonso)

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