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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 151

Posts Tagged ‘crisi’

La cultura della capitale è in grave crisi

Posted by fidest press agency su sabato, 18 marzo 2017

teatro eliseoLo “Stato ha il dovere di garantire il buon finanziamento dei grandi teatri nazionali, a partire dall’Eliseo diretto da Luca Barbareschi che, come annunciato ieri in conferenza stampa, potrebbe chiedere i battenti a fine stagione. È ovvio che anche i privati debbano fare la propria parte ma è evidente che in Italia i grandi investitori privati siano lontani dal mondo della cultura. È un problema, ma i finanziamenti pubblici alla cultura sono ancora troppo esigui e spesso- vedi bonus di 500 euro ai diciottenni- inutili e fallimentari, risorse cioè che sarebbero dovute andare al funzionamento complessivo delle grandi istituzioni culturali italiane. Ci sono poi quelli che, in questa scarsezza di fondi, prendono di più e quelli che prendono di meno. L’Eliseo, fa teatro di qualità, va giustamente tutelato. Infine il caso Roma. Rischia l’Eliseo, chiuso il Teatro dell’Orologio, punto interrogativo sul Valle: la cultura della Capitale è in grave crisi ormai da tempo”. È quanto ha dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Bruno Murgia, componente della commissione Cultura.

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“Il genere e la crisi della mascolinità e della femminilità”

Posted by fidest press agency su domenica, 5 febbraio 2017

Ateneo Pontificio Regina ApostolorumRoma 23 febbraio dalle ore 17 alle 18 presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum conferenza nel quadro del ciclo di conferenze “Il dialogo con la cultura”, “Il genere e la crisi della mascolinità e della femminilità” a cura di Padre Alberto Carrara L.C. L’ingresso è libero. In generale questa serie di conferenze intende offrire un percorso formativo improntato al confronto con il mondo della cultura nelle sue varie espressioni e discipline quali: la scienza, la politica, l’economia, la psicologia, la sociologia, la medicina, il diritto e le scienze ambientali. L’obiettivo è quello di dare ai partecipanti strumenti idonei e contributi culturali ma anche esperienze esistenziali costruttive in grado di fornire risposte concrete alla crisi culturale che attraversa la società globalizzata. In particolare, in questa, il Prof. Carrara L.C. avvierà una riflessione interdisciplinare sull’aspetto costitutivo della persona umana, che è la sua sessualità alla luce delle più recenti ricerche neuroscientifiche contemporanee. Il senso è quello di porre l’accento sulle due diverse prospettive ossia quella della mascolinità e della femminilità.
A seguito di una prima parte dedicata all’identità sessuale, il discorso si sposterà piuttosto sulle conquiste nel campo delle neuroscienze in merito alla natura umana sessuata nelle sue due varianti costitutive maschile e femminile.
Il quesito di fondo – dichiara il docente- che verrà sviscerato attraverso la presentazione, l’analisi ed il commento delle più significative ricerche neurobiologiche è se le neuroscienze possano supportare il fatto che la diversità sessuale non sia soltanto genetica, ormonale, fenotipica ma anche e significativamente neurobiologica, tanto da poter sostenere la presenza di un “cervello sessuato”, maschile e femminile. Verranno prese in considerazione le recentissime visioni su quello che è stato denominato il “cervello a mosaico” (Mosaic Brain) per quanto riguarda le caratteristiche sessuali a livello cerebrale. Lo scopo della conferenza è anche quello di dimostrare che la nostra dimensione sessuale, tratto costitutivo della persona umana, non si basa soltanto o esclusivamente su fattori causali e/o originanti di ordine estrinseco, come per esempio, fattori sociali e culturali, bensì, come le neuroscienze ci aiutano a capire, l’essere umano ha anche dimensioni biologiche e, nello specifico, neurobiologiche che lo accompagnano in maniera altrettanto costitutiva ed essenziale e di cui deve tener conto all’ora di porsi in relazione con se stesso e con l’ambiente circostante. Si ricorda che l’ingresso è libero.Fonte: http://www.upra.org

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Crisi Alitalia: il parere del sindacato Usb

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2017

alitaliaA prima vista sembrerebbero corrette le dichiarazioni del Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda su Alitalia – afferma Fabrizio Tomaselli dell’Esecutivo nazionale confederale di USB -. Dire infatti che Alitalia “….ha problemi significativi di gestione. ” e che “Non esiste che si parli di esuberi prima di parlare di piano industriale. Nessuna azienda si salva senza piano industriale”, è cosa ragionevole, come lo è anche affermare che le colpe della gestione di Alitalia “non devono ricadere sui lavoratori”. Queste affermazioni del Ministro – continua il sindacalista – in realtà sono però insufficienti e parziali perché prendono in esame soltanto le responsabilità dell’azienda. Insufficienti perché il governo sa bene che senza un intervento dello stato è praticamente impossibile un reale piano industriale di sviluppo che consenta di evitare problemi occupazionali. Parziali perché oltre alle chiare responsabilità dell’azienda, che lo ricordiamo è stata guidata da vari management che in molti poi sono stati poi condannati per aver dilapidato il patrimonio dell’Alitalia, non prende in esame le gravissime responsabilità dei vari governi che si sono succeduti almeno in questi ultimi 15 anni.
La mancanza di regole certe nel trasporto aereo, la possibilità data a Ryanair di occupare quasi per intero il mercato italiano usufruendo di forti finanziamenti da aziende ed enti locali, di impiegare personale senza contratto di lavoro italiano e pagato all’estero, di usufruire di tassazioni ridicole o inesistenti e di un sistema di “tutele” che altri paesi europei non hanno mai applicato alle low cost, ha fortemente contribuito al tracollo di Alitalia, di Meridiana e dell’intero sistema italiano del trasporto aereo. Siamo quindi nella paradossale situazione per la quale il trasporto aereo si sviluppa in modo esponenziale e al tempo stesso aumentano le migliaia e migliaia di esuberi tra i lavoratori. Si licenziano lavoratori per assumerne altri che costano di meno e sono più precari. Il Governo sembra criticare l’azienda ma non fa nulla per modificare e migliorare il sistema di un’industria strategica come il trasporto aereo. Allora – insiste Tomaselli – non possiamo dire altro che il Governo deve smetterla di favorire in ogni modo Ryanair, deve fare la sua parte costruendo regole certe e valide per tutte le aziende che permettano di sviluppare l’intero settore in modo armonico e senza ulteriori licenziamenti. E se per fare questo serve tempo, bene, allora ci metta anche i soldi e si riappropri di un bene strategico per il paese, magari anche attraverso la nazionalizzazione. Se si trovano decine di miliardi per risanare banche e finanza, significa che i soldi ci devono essere anche per aziende come l’Alitalia o come l’Ilva o come le tante che si trovano in crisi ma che possono produrre ricchezza vera per tutti, molto più della finanza che di creativo produce solo nuovi rigonfi portafogli di pochi gruppi e speculatori nazionali ed internazionali. Solo così – conclude il rappresentante di USB – le enunciazioni del Ministro non rimarranno tali e si trasformeranno in progetti concreti: in caso contrario rimarranno solo retorica e chiacchiere in libertà alle quali ci opporremo in modo netto.

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Nuova Crisi Alitalia

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 gennaio 2017

alitaliaNel giorno in cui il Governo incontra la dirigenza Alitalia, USB ha comunicato all’Esecutivo la propria profonda preoccupazione per la drammatizzazione della situazione e gli annunci stampa riguardanti sostanziali e traumatici interventi sul fattore lavoro. Solo due anni fa, fu lo stesso Governo italiano a farsi garante degli accordi che accolsero puntualmente tutte, ripetiamo tutte, le durissime condizioni occupazionali e di costo imposte dal socio industriale allora entrante, Etihad Airways. Per questo, dobbiamo interrogarci su come sia possibile che la situazione sia di nuovo disastrosa nonostante non ci siano state situazioni specifiche che abbiano influenzato la vita della Compagnia – dichiara Francesco Staccioli dell’esecutivo di Usb Lavoro Privato.E’ ormai chiaro da molto tempo che il rilancio di Alitalia passi attraverso investimenti su aeromobili di lungo raggio, che l’accesso al mercato sia condizionato negativamente dall’attuale alleanza mentre l’assenza di un quadro regolatore unico per tutti gli operatori del settore, sta minando alle basi l’industria nazionale in un settore che, ricordiamo, nel 2015 in Italia ha quasi raggiunto la soglia dei 160 milioni di passeggeri. Per questi motivi, USB Lavoro Privato non solo ribadisce la condanna di una gestione aziendale rivelatasi evidentemente fallimentare, ma sottolinea anche come i governi che si sono succeduti dopo il fallimento della Alitalia-Lai nel 2008, abbiano scelto di lasciare questo settore in una ultra-deregulation che continua a produrre risultati nefasti per il Paese – continua StaccioliQuesta deve essere l’occasione per affrontare i nodi vitali per la sopravvivenza e il rilancio di Alitalia in totale discontinuità con le gestioni e le politiche industriali del passato. E’ chiaro che per recuperare gli errori commessi e il tempo perduto, garantendo gli investimenti necessari per l’indispensabile riconversione aziendale e produrre finalmente un quadro regolatore occorra coraggio, risorse economiche e molto tempo. Per questo il Governo dovrà valutare tutte le opportune misure, anche di carattere straordinario se necessario come la nazionalizzazione, pena il definitivo abbandono di un settore strategico e le inevitabili conseguenze sociali – insiste il sindacalista Usb.USB Lavoro Privato riterrebbe impercorribile, oltre che un ulteriore madornale errore, scaricare ancora sul fattore lavoro problemi del tutto estranei alle maestranze che non solo hanno già contribuito con migliaia di licenziamenti (si è passati da 22.000 unità del 2008 alle 12.500 attuali) e tagli salariali e ai diritti, ma che rappresentano allo stato l’unico vero patrimonio di cui dispone Alitalia Sai – conclude Staccioli.

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Crisi Alitalia

Posted by fidest press agency su domenica, 1 gennaio 2017

La decisione di Alitalia di bloccare gli scatti di anzianità del personale segue lo stesso schema che ha portato alla infinita crisi della maggiore compagnia italiana. Ancora non si è aperta la discussione di merito sul piano industriale, di cui siono solo delineato alcune generiche linee guida, che la dirigenza ha già fatto il primo passo attaccando il costo del lavoro.Dopo i disastrosi risultati delle recenti e dolorose ristrutturazioni basate su migliaia di licenziamenti e tagli ai salari, si persevera su una strada sbagliata, come dire “schema che perde non si cambia”. alitaliaE’ ormai palese che l’unica strada che porta alla salvezza e al rilancio della compagnia è quella che passa per gli investimenti sulla flotta di Lungo Raggio, che rimette in discussione i vincoli di un’alleanza con Air France-Klm che ha impedito sviluppo e sottratto risorse e chieda allo Stato regole uguali per tutti gli operatori del settore per mettere fine a una condizione che va ben oltre la più folle deregulation.
Una strada onerosa e lunga che avrà bisogno del supporto dello Stato, non solo attraverso un nuovo sistema di regole finora mai attuato, ma anche con un intervento diretto se la situazione dovesse tracollare.Pensare che anche questa volta si possa attingere al pozzo senza fine del fattore lavoro sarebbe sbagliato, iniquo e insostenibile, oltre che molto poco credibile da parte di una dirigenza che si trova a presentare per la terza volta un piano lacrime e sangue avoratori.Per questo motivo, oltre a una doverosa verifica tecnico giuridica della decisione aziendale, motivata dalla mancanza della clausola di ultrattività del CCNL, improvvidamente disdettato da Cgil, Cisl, Uil e Ugl 6 mesi fa, USB ha chiesto alla dirigenza Alitalia il ritiro di tale provvedimento e ha annunciato l’apertura dello stato di agitazione di tutto il personale del Gruppo Alitalia Sai.

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Il ‘non detto’ nella crisi delle banche italiane. Sono necessari interventi sistemici

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 dicembre 2016

bancaIl comunicato stampa di Banca MPS dell’altro giorno ha lasciato molti stupiti e tanti scandalizzati. La maggior parte dei commentatori si e’ concentrata sull’aumento richiesto dalla Banca Centrale Europea (BCE) dei capitali necessari per mettere in regola la Banca: si è passati, infatti, da 5 a 8,8 miliardi. L’aspetto più rilevante di questa vicenda, a nostro avviso, non è tanto l’aumento richiesto, quanto il fatto che la né Banca MPS né il Tesoro erano a conoscenza dei criteri di calcolo applicati.Il comunicato stampa di MPS termina con questa frase: “La Banca ha tempestivamente avviato le interlocuzioni con le Autorità competenti al fine di comprendere le metodologie sottese ai calcoli effettuati da BCE”. In altre parole MPS non sa come siano stati calcolati questi 8,8 miliardi ed ha chiesto subito spiegazioni. Lo stesso ministero italiano del Tesoro è stato preso alla sprovvista e non era a conoscenza di questa eventualità.Ma come è possibile che la Banca (ed il massimo esponente in materia dello Stato) non sappia quali sono e quali regole applica la BCE?La BCE ha una discrezionalità così forte che può decidere come gli pare e di volta in volta?Come è possibile che una banca non sia informata preventivamente quali siano i requisiti di patrimonializzazione nei vari scenari?Abbiamo delle regole europee di gestione del sistema bancario che lasciano margini d’incertezza su un aspetto così centrale come i requisiti di patrimonializzazione?
Stiamo parlando di Topolinia o dell’Unione Europea?E’ evidente che questo sistema di vigilanza bancaria non funziona e non può funzionare.Il sistema bancario sta in piedi solo ed esclusivamente perché i clienti hanno fiducia nel fatto che le banche siano in grado di far fronte ai propri impegni. Se la BCE non fa una chiarezza cristallina su quali siano le regole di patrimonializzazione in tutti gli scenari, è evidente che mina alla base la fiducia che gli operatori hanno sul sistema bancario.E’ chiaro che l’incertezza, se da una parte è un serio problema per il sistema bancario, è molto utile politicamente perché se non vi sono delle regole ben chiare tracciate che si debbano semplicemente applicare, allora si ampliano molto i margini di trattativa politica e si può agevolmente tentare di applicare i propri obiettivi.Il punto, infatti, appare chiaramente politico.
La Germania vuole che l’Italia applichi il dogma dell’austerity e vuole che risolva il problema delle banche chiedendo aiuto, come hano fatto Spagna e Grecia, al così detto “fondo salva Stati”. Questo implica una serie di vincoli di bilancio che metterebbero l’Italia in una sorta di commissariamento. L’Italia, fino ad oggi, ha sempre negato di voler chiedere questo tipo di aiuti, ma ha un solo modo per evitare questo commissariamento: presentare un piano sistemico nazionale di supporto all’intero sistema bancario. Deve smettere di negoziare con compromessi al ribasso ogni singolo passaggio con la commissione europea e la BCE. Deve smettere di prendere soluzioni tampone come i GAGS o il Fondo Atlante. Fino ad oggi il ministro Padoan si è dimostrato largamente inadeguato al ruolo.
E’ difficile che possa gestire un cambio di politica così radicale.Se non si prenderà contezza che quella che stiamo vivendo è una vera e propria crisi sistemica, che richiede interventi non caso per caso, ma per l’appunto sistemici, la crisi si allargherà di più e verrà il giorno che non potremo far altro che richiedere aiuto al fondo salvastati. L’Italia può evitarlo, ma ha già perso tantissimo tempo. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio)

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Crisi banche popolari in Veneto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 novembre 2016

da-sx-gurisatti-pozza-fedalto-barettaAlmeno 4 i miliardi di euro persi dalle famiglie venete che possedevano quote di Veneto Banca e di Popolare Vicenza, meno di un miliardo quelli persi dalle imprese: a conti fatti fanno almeno 5 miliardi di euro. La crisi finanziaria che ha colpito l’economia del Veneto ha piegato soprattutto le famiglie e comporterà un calo dei consumi almeno dello 0,27%, pari a una perdita di almeno 239 milioni di euro. Una contrazione che, rispetto alla situazione in assenza degli effetti della crisi bancaria, comporterà una caduta del Pil regionale dello 0,13%, pari a una flessione di almeno 192 milioni di euro.I numeri sono contenuti in “A conti fatti. Un primo bilancio dell’impatto della crisi del sistema bancario veneto”, ultimo lavoro del Centro Studi di Unioncamere Veneto, presentato questa mattina alla presenza di Giuseppe Fedalto, presidente Unioncamere Veneto, Pier Paolo Baretta, sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Paolo Gurisatti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e Mario Pozza, presidente della Camera di Commercio di Treviso-Belluno. Lo studio, primo ed unico nel suo genere, è stato realizzato partendo dalle liste complete dei soci degli istituti bancari e incrociando i dati con quelli di fonte Istat ed Infocamere, al fine di stimare la dimensione e l’impatto della crisi delle due popolari.«Gli effetti della crisi delle due principali banche popolari del territorio sono consistenti sia sul fronte dei risparmiatori-investitori sia su quello delle imprese coinvolte – il commento di Giuseppe Fedalto, presidente di Unioncamere Veneto –. Gli investitori rappresentano un pezzo importante del sistema economico e sociale da sostenere attraverso un’assunzione di responsabilità collettiva che porti a rigenerare quella ricchezza che è andata perduta. Per quanto riguarda le imprese, vanno considerate non solo le perdite subìte ma anche la perdita di garanzie derivante dall’utilizzo delle azioni delle banche stesse quale copertura per l’ottenimento del credito. Ma preoccupa inoltre il generalizzato calo di fiducia, al quale come mondo imprenditoriale e in particolare come Camere di Commercio dovremmo far fronte».«Sono soprattutto le imprese più piccole e le famiglie ad aver sofferto per la crisi di queste importanti banche del territorio veneto – sottolinea Mario Pozza, presidente della Camera di Commercio di Belluno-Treviso e vicepresidente Unioncamere italiana –. Purtroppo il contesto in cui si inserisce questa crisi non è un contesto di crescita, ma di lento declino che sta duramente colpendo la nostra economia da più di otto anni. Anche se gli effetti di questa crisi bancaria sembrano ridotti, in realtà accentuano l’involuzione dell’economia veneta. Se a ciò aggiungiamo infine l’accentramento costante e continuo portato avanti da questo Governo riguardo alle risorse fiscali e alle competenze, fra cui in particolare pesa la riforma del Sistema camerale, possiamo affermare che abbiamo pochissimi strumenti per rimediare a questi gravi danni. Fino a prima della riforma, le Camere di Commercio potevano infatti intervenire attraverso finanziamenti a favore dei Confidi, con bandi per favorire la ricerca e sviluppo tecnologico delle imprese, con iniziative a favore della formazione e degli investimenti. Oggi, grazie a questa pessima riforma del Sistema camerale, non possiamo più dare quel contributo che avremmo potuto dare fino a poco tempo fa».L’impatto complessivo del caso Veneto Banca ha riguardato 87.504 soci per un totale di 124,5 milioni di azioni e una stima di perdita di 3,8 miliardi di euro al valore di 30,5 euro (fissato all’assemblea dei soci del 2015) e di 4,9 miliardi di euro al valore di 39,5 euro (fissato all’assemblea dei soci del 2014). Solo per le famiglie e le imprese del Veneto la crisi della banca popolare trevigiana ha causato una perdita compresa tra i 2,1 e i 2,7 miliardi.L’impatto complessivo del caso Popolare di Vicenza ha riguardato 118.994 soci per un totale di 100,2 milioni di azioni e una stima di perdita di 4,8 miliardi di euro al valore di 48 euro (fissato all’assemblea dei soci del 2015) e di 6,3 miliardi di euro al valore di 62,5 euro (fissato all’assemblea dei soci del 2014). Solo per le famiglie e le imprese del Veneto la crisi della banca popolare vicentina ha generato una perdita fra i 2,9 e i 3,8 miliardi di euro.Il crollo delle due banche popolari venete ha portato pertanto a una perdita complessiva dello stock di attività finanziarie di almeno 5 miliardi di euro (circa il 3,4% del Pil veneto) con un effetto concentrato soprattutto nelle province di Treviso (33%) e Vicenza (44%). La perdita media per socio è stata di 47mila euro (45mila per famiglia e 57mila per impresa). I settori maggiormente colpiti sono stati le attività professionali e le attività finanziarie ed assicurative. Le imprese maggiormente coinvolte si concentrano nella classe di fatturato fino a un milione di euro. Sono 2.483 le famiglie che possiedono azioni sia in Veneto Banca che in Popolare Vicenza, pari al 2,8% delle famiglie coinvolte dagli effetti della crisi bancaria. Le imprese con azioni in entrambe le banche sono 764, pari al 4,6% delle imprese complessivamente coinvolte. (foto: da sx Gurisatti-Pozza-Fedalto-Baretta)

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Censis: La crisi si vede a tavola

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 ottobre 2016

alimentareNonostante il governo continui a dire che il peggio è passato – dichiara in una nota il presidente nazionale Confeuro, Rocco Tiso –, i dati forniti dal Censis smascherano questa ennesima menzogna e raccontano con evidenza i gravi effetti della crisi economica che ancora attanaglia il Paese. Nell’ultimo anno il 12 % delle famiglie italiane – continua Tiso – ha ridotto sensibilmente la propria spesa alimentare, ma c’è anche di peggio: la crisi sta acuendo le già tante differenze sociali. Infatti mentre il 32% delle famiglie benestanti ha ridotto il consumo di carne, questo dato diventa del 45,8% se riportato sulle famiglie a basso reddito. Situazioni analoghe si denotano sul consumo di pesce (per la fasce abbienti della popolazione la riduzione è del 12,6%, mentre per la parte meno abbiente è del 35,8%), ma anche di verdura, di frutta e di altro. Questi dati – conclude Tiso – dimostrano come ancora oggi non si riesca a concepire il cibo come un diritto, nonché come si sia fatto davvero poco per cercare di ridurre le distanze sociali all’interno del Paese.

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Effetti della crisi: Un italiano su 5 vuole scappare all’estero

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2016

migrantsSono ormai anni che lo “Sportello dei Diritti” dimostra, cifre alla mano anche attraverso indagini demoscopiche spesso non pubblicate sui più importanti network, le conseguenze di una crisi economica che attanaglia il Paese e che troppo spesso si cerca di nascondere. Questa volta, a Giovanni D’Agata, presidente dell’associazione, pare opportuno segnalare un recente sondaggio condotto dal Monitor Allianz Global Assistance ed effettuato in collaborazione con l’istituto di ricerca Nextplora e che riguarda la voglia di scappare fuori dal Belpaese (forse oggi un eufemismo) di una fetta troppo significativa di nostri connazionali. Secondo l’indagine, infatti, ben il 20% degli italiani appare pronto a stabilirsi definitivamente all’estero. E non si tratta di una volontà relegata alle regioni più emarginate, ma di un desiderio diffuso in tutta Italia con percentuali leggermente variabili a seconda delle zone, giacché la statistica è stata effettuata su di un campione rappresentativo della popolazione italiana per quote d’età (over 24- fino a 60 anni), sesso ed area geografica. In particolare: Palermo, Roma, Milano, Napoli, Bologna, Padova, Firenze, Bari. Le ragioni di questa spinta propulsiva a voler mollare tutto sono variabili ma riguardano, guarda caso, principalmente ragioni economiche. Il 33%, infatti, dichiara di voler fuggire dal proprio lavoro, mentre per un buon 44% basterebbe dare una scossa alla propria vita e staccare dalla quotidianità. Oltre che per studio, lavoro e il desiderio generico di lasciare l’Italia, gli italiani vorrebbero stabilirsi in un altro Paese anche per divertirsi e conoscere persone nuove (43%) o per starsene in totale relax (31%). Per dovere di cronaca, va detto che alcuni degli intervistati avrebbero riferito che il loro desiderio di partire via dall’Italia non sia legato solo alla volontà di migliorare le proprie prospettive lavorative o di studio: la ricerca evidenzia infatti l’intenzione di un 49% degli italiani dipartire per un lungo viaggio, di almeno tre mesi: il 67% preferirebbe farlo con il proprio partner, il 9% in compagnia di amici, mentre il 15% vorrebbe andarsene in solitaria. Tra le mete preferite: altri Paesi europei (42%), il Nord America (19%), l’Oceania (17%), il Sud America (13%) e il Centro America (10%).

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Depurazione in crisi: giudizio di “fortemente inquinato”

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 giugno 2016

goletta verdeCariche batteriche elevate, con un giudizio di “fortemente inquinato”, per tutti i dieci punti monitorati dai tecnici di Legambiente lungo le coste della provincia di Roma. Una situazione peggiorata rispetto allo scorso anno che impone immediati interventi di adeguamento del sistema depurativo ed evitare che scarichi inquinanti continuino a finire a mare, danneggiando l’ambiente ma diventando anche un pericolo per la stessa salute dei bagnanti. Un mare in forte sofferenza, come dimostrano i dati del dossier Mare Monstrum dell’associazione ambientalista: con 5,3 infrazioni per ogni chilometro di costa, la regione Lazio balza al terzo posto in Italia nella classifica del mare illegale dopo Campania e Sicilia.È questo l’esito dell’indagine di Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio ed all’informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane – realizzata anche grazie al contributo del COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati eil sostegnodei partner tecnici NAU e Novamont – illustrata questa mattina a Ostia da Serena Carpentieri, responsabile di Goletta Verde e Roberto Scacchi, presidente Legambiente Lazio, alla presenza del capitano di Fregata Fabio Rivolta, Capitaneria Roma Fiumicino; di Cristiana Avenali, consigliere regionale Lazio, Maurizio Gubbiotti, commissario straordinario di RomaNatura, Elisabetta Studer, presidente del circolo Legambiente Litorale Romano.La fotografia dei campionamenti effettuati sul litorale della provincia di Roma è senz’altro peggiore dell’estate 2015. Tre i punti che rientravano nei limiti nel 2015 sono risultati con cariche batteriche elevate: a Cerveteri presso la foce del fosso Zambra e a Ladispoli presso la foce del Rio Vaccina e quella del fiume Statua. Non sono da meglio gli altri campionamenti che risultano ancora fortemente inquinati come lo scorso anno: a Fiumicino (alla foce del fiume Arrone a Fregene); a Roma – Ostia (alla foce del fiume Tevere e alla foce del canale al cancello n.1); a Pomezia – Torvajanica (alla foce del canale Crocetta, alla foce del canale Orfeo e alla foce del Rio Torto) e a Ardea (alla foce del fosso Grande).“Il monitoraggio di Goletta Verde prende in considerazione il campionamento dei punti critici che vengono principalmente scelti in base a un “maggior rischio” presunto di inquinamento – sottolinea Serena Carpentieri, responsabile di Goletta Verde -. Per questo vengono prese in esame le foci dei fiumi, torrenti, gli scarichi e i piccoli canali che spesso troviamo sulle nostre spiagge: queste situazioni sono i veicoli principali di contaminazione batterica dovuta all’insufficiente depurazione dei reflui urbani che attraverso i corsi d’acqua arrivano in mare. Quello di Goletta Verde è un monitoraggio puntuale che non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, né pretende di assegnare patenti di balneabilità, ma restituisce comunque un’istantanea utile per individuare i problemi e ragionare sulle soluzioni. Le nostre analisi dimostrano che c’è tanto ancora da lavorare per rilanciare davvero le aree di pregio di questo tratto di costa, investendo sul sistema depurativo e spendendo bene le risorse disponibili”.Dal 1986, anno in cui è partita la campagna, Goletta Verde non ha mai smesso di opporsi a chi saccheggia il mare, rinnovando estate dopo estate le sue battaglie a seconda delle vertenze più impellenti, come quella contro il cemento selvaggio, gli scarichi illegali e la mancata depurazione. E i dati del dossier Mare Monstrum Lazio di Legambiente, presentato questa mattina, dimostra quanto sia ancora critica la situazione del “mare illegale” anche in questa regione.I reati ai danni del mare laziale che le forze dell’ordine e le Capitanerie di porto hanno intercettato nel corso del 2015 sono ben 1920 e crescono del doppio rispetto all’anno precedente (erano 972). Sale anche il numero delle persone denunciate, che passano da 1.096 1.843, così come il dato dei sequestri, sono 439 a fronte dei 196 del 2014. A fare la parte del leone sono le infrazioni legate al ciclo del cemento, cresciute del triplo rispetto all’anno precedente: sono 514 (erano 175 nel 2014) con 555 persone denunciate e 156 sequestri, dove domina la fattispecie dell’abusivismo edilizio costiero. I litorali sono puntellati da distese di villini sorti “spontaneamente”, in barba alle regole edilizie, al paesaggio e alla qualità dei manufatti. E ci sono poi alcuni casi esemplari di sfregio alle coste, che Legambiente denuncia da sempre nei suoi dossier e nelle sue iniziative che rappresentano appieno la devastazione illegale e impunita dell’abusivismo edilizio, e di cui l’associazione chiede ai Comuni e alle istituzioni nazionali l’abbattimento in via preferenziale. Tra i casi citati nel dossier quelli dell’assalto alla costa pontina.A seguire, nella classifica di Mare Monstrum, troviamo il settore della pesca illegale, con 698 reati accertati (400 nel 2014), 691 persone denunciate e 132 sequestri. Alto è pure il numero delle infrazioni legate alla cattiva depurazione e agli scarichi selvaggi che sono state nel 2015 ben 416 (nel 2014 invece 244), con 305 persone denunciate e 145 sequestri. Infine, i reati legati alla navigazione fuorilegge che sono stati 153.“Abbiamo vinto tante battaglie contro gli oltraggi al nostro prezioso patrimonio ambientale, a partire dalla nuova legge sugli ecoreati, ma molto resta ancora da fare come dimostrano oggi i nostri dati, sia contro il cemento e gli abusi edilizi che rovinano irreparabilmente la bellezza delle nostre coste che contro gli scarichi e le sostanze inquinanti che in mare vengono sversate ogni giorno – dichiara Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – I numeri di Mare Monstrum dimostrano quanto sia stato straordinario il lavoro svolto da forze dell’ordine, Capitanerie e procure nell’ultimo anno contro chi continua a depredare il nostro territorio. Alla Regione Lazio chiediamo di riattivare al più presto l’Osservatorio Ambiente e Legalità che è stato già negli anni passati uno strumento straordinario sia per supportare i cittadini nella loro azione di denuncia che per affiancare le forze dell’ordine nelle attività di controllo”. (foto: goletta verde)

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Visco: su 4 banche evitati rischi stabilità finanziaria

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2016

salva bancheIl governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha dichiarato oggi che le misure adottate a novembre scorso per il salvataggio delle quattro banche in crisi erano divenute l’ultima alternativa possibile alla liquidazione.
“Quello che dovrebbe spiegare Visco non è quello che è accaduto da novembre in poi, ma prima di novembre, in particolare quando ci sono stati, ad es. per Banca Marche, gli aumenti di capitale del 2012. Perché, insomma, non sono stati tutelati a tempo debito i risparmiatori?” afferma Massimiliano Dona, Segretario dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Non si capisce perché in Italia né la Consob né Bankitalia siano mai riusciti a prevenire le perdite per i risparmiatori, da Parmalat a Banca Veneto. E’ evidente c’è qualcosa che non funziona nel modo in cui svolgono ed intendono il loro ruolo, anche se c’è un problema rispetto ai loro compiti e poteri di cui dovrebbe occuparsi la politica” conclude Dona.

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“Crisi partiti frutto scelte mancate su famiglia?”

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 giugno 2016

Paola-Binetti“Discutere nelle Aule del Parlamento della legge sui partiti, subito dopo questa tormentata ed ambigua elezione amministrativa con risultati ancora oggetto di macchinose interpretazioni, potrebbe sembrare quasi uno scherzo del destino. Perché se una cosa è certa, questa riguarda la profonda crisi dei partiti e la loro difficoltà a ritrovare una identità chiara e semplice, che consenta all’elettore di capire chi sta votando, cosa farà il partito scelto, e in che misura lui potrà far sentire la sua voce sulle scelte del partito che deciderà di appoggiare. Crisi dei partiti dunque e voto di riforma sui partiti: due facce di una stessa medaglia, su cui varrebbe la pena riflettere seriamente. “Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare, che continua: “Non c’è dubbio che la scure che si è abbattuta sia sul Pd che su Forza Italia, a destra più che a sinistra, perché la destra era più frammentata, riflette anche le posizioni che questi partiti hanno assunto negli ultimi mesi in merito a questioni tutt’altro che irrilevanti e di cui mi piace segnalare almeno due fatti concreti. L’euforia con cui si è votata la legge sulle unioni civili e l’indifferenza con cui si sono affrontati i problemi delle famiglie. L’ostinata attenzione a difendere il diritto delle coppie omosessuali ad avere un figlio sfidando a tutto campo le leggi e i limiti posti dalla natura, e la sostanziale distrazione davanti ai problemi delle famiglie numerose e davanti al desiderio di tante altre famiglie di avere più di un figlio, mentre sono angosciate dalla paura di non poterselo permettere. La rincorsa a calendarizzare la legge sulla liberalizzazione delle droghe e la scarsa volontà di calendarizzare tante altre legge che pure riguardano salute e benessere dei cittadini, come ad esempio la legge sull’azzardo. La totale incapacità di cogliere il messaggio del Family day, con il suo straordinario concorso di popolo, mentre la voce di altre minoranze riusciva a farsi ascoltare e ad ottenere risultati concreti. La tutela appassionata dei diritti individuali di alcuni spinti fino a legittimare semplici desideri in concreti assetti normativi, mentre ben altri diritti come quelli delle persone affette da malattie rare, quelli di anziani e di malati cronici soffrivano tutto il peso di una crisi ormai decennale. Chissà se nell’analisi del voto e dei relativi successi ed insuccessi, qualcuno si soffermerà anche su questi contenuti e si chiederà dove sta il bene delle famiglie italiane che così facilmente può essere assimilato al bene del Paese. Magari provare a fare questa analisi potrebbe essere utile”.

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I giovani europei: Emarginati dalla crisi ma pochi vanno a studiare o lavorare all’estero

Posted by fidest press agency su sabato, 21 maggio 2016

parlamento europeoIn Italia il 78% dei giovani tra i 16 e i 30 anni (quasi otto su dieci) si sente emarginato dalla crisi, oltre 20 punti percentuali in più rispetto alla media europea. Allo stesso tempo, più della metà non è interessata a trasferirsi in un altro Paese UE per studiare o lavorare.Sono solo alcuni dei dati che emergono dall’ultimo Eurobarometro commissionato dal Parlamento europeo, condotto tra il 9 e il 25 aprile su un campione di 10,964 giovani.
In 20 Paesi su 28 dell’Unione Europea, la stragrande maggioranza dei giovani si sente emarginata dalla crisi, con i Paesi più colpiti che fanno registrare i dati più negativi: si va infatti dagli oltre nove greci su dieci (93%) a meno di tre tedeschi su dieci (27%). Tuttavia, soltanto il 15% degli intervistati tra tutti i Paesi UE riferisce di essersi sentito obbligato a lasciare il proprio Paese a causa della crisi.Il 61% dei giovani in Europa non vuole studiare o lavorare in un altro Paese europeo, una cifra che si abbassa al 52% se vengono presi in considerazione soltanto gli italiani.Per quanto riguarda l’Italia, il 41% esprime invece il desiderio di fare un’esperienza all’estero, un dato ben più alto rispetto alla media UE del 32%. Eppure il nostro paese ha la maglia nera per quanto riguarda i giovani tra i 16 e i 30 anni a non aver mai fatto un’esperienza accademica o lavorativa in un altro Paese europeo (ben il 95%, contro l’88% della media Ue).
Nove giovani europei su dieci ritengono che sia importante studiare il funzionamento dell’UE e delle sue istituzioni.Il 51% crede che votare alle elezioni europee sia la miglior maniera di partecipare alla vita pubblica nell’UE, mentre in Italia è dello stesso parere soltanto il 44% dei giovani. I giovani italiani sono tra i più ottimisti d’Europa per quanto riguarda l’impatto dei social media sulla democrazia: il 63% ritiene che con il loro avvento si sia fatto un passo avanti considerevole, permettendo a tutta la popolazione di prendere parte al discorso pubblico.

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Alla base della crisi dei partiti c’è l’Europa?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 maggio 2016

luiss business schoolRoma 17 maggio ore 18 alla School of Government della Luiss Guido Carli di Roma (Via di Villa Emiliani 14) sarà presentato il libro del politologo Peter Mair (1951-2011) “Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti”, testo considerato da più parti un saggio fondamentale per comprendere l’attuale crisi della politica rappresentativa in Italia e in Europa.
A discutere del libro ci sarà un parterre d’eccezione composto da Mauro Calise, Ilvo Diamanti, Sergio Fabbrini, Leonardo Morlino e Angelo Panebianco, coordinati da Marco Damilano.
Il libro analizza a fondo le ragioni della crisi dei partiti politici e il conseguente emergere del populismo. Secondo Mair, da un lato i partiti hanno perso il loro proverbiale radicamento all’interno della società; dall’altra, in conseguenza di questo, venute meno le funzioni rappresentative dei partiti (funzioni spesso assorbite da altre agenzie) questi ultimi hanno finito per diventare auto-referenziali, focalizzati principalmente sull’efficiente ed efficace gestione della politica. Le funzioni svolte dai partiti, e che ci si aspetta debbano svolgere, sono dunque cambiate passando da una combinazione di ruoli rappresentativi e governativi ad un ruolo quasi esclusivamente governativo. Questo è il passaggio che segna la fine del tradizionale partito di massa.
Il risultato è l’inizio di una nuova forma di democrazia, in cui i cittadini rimangono a casa mentre i partiti vanno a governare.
Ci si trova così di fronte al paradosso: le elezioni e gli altri elementi della democrazia popolare continuano ad essere importanti ma non sono più considerati garanti assoluti della legittimità. Al contrario, l’impressione è che ora le strutture del potere e del processo decisionale necessitino a volte di essere protette dall’azione popolare e dai suoi “input” eccessivi.
È quello che accade all’interno dello spazio politico dell’Unione Europea, una istituzione il cui deficit democratico è sempre più evidente.Ed è proprio sul ruolo giocato dall’UE in questo processo che si basa la grande intuizione di Mair. Secondo Mair lo sviluppo di un processo decisionale a livello europeo (europeizzazione) ha giocato un ruolo cardine nel ridimensionamento della competizione politica tra partiti a livello nazionale (depoliticizzazione). Questo è avvenuto perché da un lato il potere decisionale si è spostato da un livello nazionale a uno sovranazionale nel quale contano le istituzioni non legate ai partiti (la Banca Europea, l’Europol ecc.), dall’altro perché la discussione delle politiche non avviene più tra partiti nazionali ma a livello sovranazionale tra i diversi governi nazionali. Sparisce dunque la dialettica maggioranza/opposizione.
Questa traslazione verso l’alto della funzione decisionale fa sì che se da un lato è in qualche modo garantita la rappresentatività dei cittadini (anche se è difficile comprendere come ciò avvenga in maniera efficace) dall’altra è, di fatto, impedita la possibilità della formazione di una forza di opposizione all’interno del sistema di governo. Ciò favorisce la nascita a livello nazionale di forze populiste euroscettiche se non del tutto antieuropee.
Peter Mair (1951-2011), irlandese, è stato uno dei principali protagonisti della scienza politica contemporanea. Ha insegnato Politica comparata nell’Università di Leiden e presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, specializzandosi nello studio dei partiti e dei sistemi di partito, con particolare attenzione alle patologie della rappresentanza democratica come la disaffezione degli elettori dalla politica e la costante avanzata dei populismi. (foto: governare il vuoto)

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Dal Rapporto 2016 sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 aprile 2016

università bocconi«Siamo soddisfatti dei risultati dello studio di AlmaLaurea: i dati ribadiscono che gli studi universitari sono decisivi per l’ingresso nel mondo del lavoro, anche nei momenti di crisi e nonostante i tagli delle risorse», spiega Mario Panizza,dell’Università degli Studi Roma Tre, il rettore del più giovane ateneo romano, tra i primi 100 emergenti al mondo secondo la classifca “Times Higher Education 150 under 50”. «Anche altri dati sono per noi molto positivi: l’età media dei nostri studenti alla laurea è di 26,3, in linea con il dato nazionale, pari al 26,2, e di poco inferiore al dato regionale, pari al 26,5; il radicamento sul territorio e l’accessibilità sono indicati dall’alta percentuale di laureati che durante gli studi hanno svolto un’attività lavorativa, pari al 76%, contro il dato nazionale del 65% e quello regionale del 68%); infine ci fa particolarmente piacere che l’83% dei nostri laureati si dichiari soddisfatto del rapporto con il corpo docente, che la stessa percentuale consideri le aule adeguate che l’88% valuti positivamente i servizi di biblioteca».
Venendo al tema della condizione occupazionale dei laureati di Roma Tre, l’indagine ha coinvolto 3.232 laureati triennali del 2014 intervistati dopo un anno dal titolo; 1.851 laureati magistrali biennali del 2014 a un anno dal titolo; 2.008 del 2012 a tre anni; 1.973 del 2010 a cinque anni.Sebbene una quota elevata di laureati di primo livello, il 65%, prosegua il percorso formativo con la magistrale e isolando tra i laureati triennali coloro che non si sono mai iscritti a un corso di laurea magistrale (33%), il tasso di occupazione (si considerano occupati anche quanti sono in formazione retribuita) è del 67% (tasso a livello regionale: 61%; nazionale: 67%), mentre quello di disoccupazione (calcolato sulle forze di lavoro, cioè su coloro che sono già inseriti o intenzionati a inserirsi nel mercato del lavoro) è pari al 20% (tasso a livello regionale: 28%; nazionale: 23%) Il 43% degli occupati può contare su un lavoro stabile, ossia contratti a tempo indeterminato o attività autonome effettive (liberi professionisti, lavoratori in proprio, imprenditori, ecc.). Il guadagno è in media di 932 euro mensili netti.
A un anno. Il 70% dei laureati magistrali biennali del 2014, compresi coloro che sono in formazione retribuita, è occupato (tasso a livello regionale: 68%; nazionale: 70%). Il tasso di disoccupazione, calcolato sulle forze di lavoro, è pari al 23%. 38 occupati su cento possono contare su un lavoro stabile (contratti a tempo indeterminato e lavoro autonomo). Il guadagno è di 1.076 euro mensili netti e l’efficacia è pari al 41%.
A tre anni. L’82% dei laureati magistrali biennali del 2012 è occupato (tasso a livello regionale: 81%; nazionale: 82%). Il tasso di disoccupazione è pari al 12%. Gli occupati stabili sono il 53%. Le retribuzioni arrivano a 1.238 euro mensili netti. L’efficacia coinvolge 50 laureati su cento. Ma dove vanno a lavorare? L’80% dei laureati è inserito nel settore privato, mentre il 14% nel pubblico. La restante quota lavora nel non-profit (6%). L’ambito dei servizi assorbe l’82%, mentre l’industria accoglie il 16% degli occupati. Marginale la quota di chi lavora nel settore dell’agricoltura.
A cinque anni. L’85% dei laureati magistrali biennali del 2010 è occupato. Il tasso di disoccupazione è pari al 9% (tasso a livello regionale: 84%; nazionale: 84%). Gli occupati stabili sono il 69%. Le retribuzioni arrivano a 1.362 euro mensili netti. L’efficacia coinvolge 49 laureati su cento.Ma dove vanno a lavorare? Il 78% dei laureati è inserito nel settore privato, mentre il 17% nel pubblico. La restante quota lavora nel non-profit (5%). L’ambito dei servizi assorbe l’82%, mentre l’industria accoglie il 16% degli occupati. Marginale la quota di chi lavora nel settore dell’agricoltura.

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La Crisi degli Avvocati ed il Declino di una Professione: “Siamo i Nuovi Esodati”

Posted by fidest press agency su martedì, 26 aprile 2016

avvocatiSono gli avvocati i nuovi esodati? Pare proprio di sì. Abbandonata la vecchia immagine della professione, che la vedeva come qualificante, bella e, perché no, remunerativa, oggi a mettere i bastoni tra le ruote ai professionisti del diritto e ad affossare l’antico mestiere ci pensano sempre più provvedimenti (o non provvedimenti) di dubbia convenienza. Valeria Zeppilli, avvocato in Ascoli Piceno ed articolista per il sito di news giuridiche Studio Cataldi (www.studiocataldi.it), ha stilato un elenco di tutti i provvedimenti che finora hanno danneggiato la professione, pregiudicandone pesantemente il futuro. Vediamolo insieme. Niente numero chiuso Per l’accesso alla laurea e alla professione dell’avvocato manca il numero chiuso. Attualmente solo alcune facoltà sono a numero chiuso: Architettura, Medicina e chirurgia, Medicina in lingua inglese, Odontoiatria e protesi dentaria, Scienze della formazione, Veterinaria. Sono a numero chiuso anche i corsi triennali delle professioni sanitarie. Ma per la laurea in giurisprudenza non c’è il numero chiuso, con la conseguenza che ci sono molti più avvocati di quante siano le reali esigenze di assistenza e che molti studenti si riversano sulla facoltà di giurisprudenza solo perché non hanno “di meglio” da fare o perchè non sono riusciti ad accedere ad altre facoltà. Nonostante in maniera sempre più insistente si stia valutando la possibilità di inserire giurisprudenza tra le facoltà a numero chiuso e anche di limitare l’accesso alla pratica forense, di certo quello del numero eccessivo, anche valutando il complesso del sistema universitario e di accesso alle professioni italiano, si è posto storicamente come uno dei primi problemi del declino dell’avvocatura. Intanto l’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione forense e per la valutazione delle prove scritte e orali è stato modificato, con la pubblicazione del relativo decreto in Gazzetta Ufficiale lo scorso 7 aprile. Aumento del contributo unificato In ogni caso quello dell’accesso alla professione non è di certo l’unico problema. Si pensi, ad esempio, all’aumento del contributo unificato, che, volto a deflazionare l’eccessivo arretrato che grava sui tribunali, ha scoraggiato i cittadini dal far valere giudizialmente le proprie ragioni. Chiusura delle sedi distaccate A tutto ciò si è aggiunta la chiusura di molte sedi distaccate di tribunale e giudice di pace, che ha contribuito a lasciare ai margini alcuni degli avvocati “di periferia”. Situazione, peraltro, che rischia di essere ulteriormente aggravata se la riforma della geografia giudiziaria attualmente in discussione finirà per andare in porto. Diminuzione degli onorari e aumento dei costi di previdenza E in termini strettamente economici? Non possiamo dimenticare che mentre da un lato sono diminuiti gli onorari degli avvocati, in forza di numerosi interventi che li hanno aggrediti su più fronti, dall’altro si è resa obbligatoria per tutti gli iscritti all’albo l’iscrizione anche a Cassa Forense e sono stati addirittura aumentati i contributi previdenziali. Rendendo per i giovani avvocati l’avvio autonomo della professione quasi un’utopia. Esercizio continuativo della professione Ultimamente, poi, è stato pubblicato in Gazzetta il decreto con il quale sono stati stabiliti i requisiti in assenza dei quali gli avvocati non possono più restare iscritti all’albo. Per poter continuare ad esercitare, in particolare, è necessario che l’avvocato sia titolare di una partita Iva attiva o faccia parte di una società o associazione professionale titolare di partita Iva attiva; abbia l’uso di locali e di almeno un’utenza telefonica destinati allo svolgimento dell’attivita’ professionale; abbia trattato almeno cinque affari per ciascun anno; sia titolare di un indirizzo p.e.c.; abbia assolto l’obbligo di aggiornamento professionale e abbia sottoscritto una polizza assicurativa a copertura della responsabilità professionale. Divorzio senza avvocato Come se non bastasse, si è incentivato il “fai da te” dei cittadini. Ci si riferisce, in particolare, alla possibilità di divorziare, seppur con dei limiti, senza l’assistenza di un avvocato sia in Tribunale che in Municipio. È chiaro insomma che l’immagine della professione ha perso completamente il suo scintillio, del tutto immeritatamente. Ben lontani dai vecchi tempi, quando la professione dell’avvocato era sinonimo di ricchezza e prestigio. Alla luce di tutto ciò, in fondo, oggi chiamare gli avvocati “i nuovi esodati” non è poi del tutto azzardato. StudioCataldi.it (foto avvocati)

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Italia: Una democrazia in crisi di consensi

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 aprile 2016

urne-voteL’astensione non è una scelta quando l’intero sistema democratico è in bilico, al punto che un Presidente del Consiglio, temendo che i cittadini possano esprimersi, li convince a non votare.Si può legittimamente valutare che i quesiti referendari richiedevano cognizioni specifiche che esulavano dalle competenze comuni.Si può anche legittimamente valutare che il voto, in una direzione o nell’altra, non avrebbe inciso immediatamente e significativamente sulla produzione petrolifera italiana. E tuttavia la complessità della materia referendaria poteva giustificare una scheda bianca, non una astensione. L’astensione è una offesa verso coloro che sono andati a votare, è una mancanza di rispetto nei confronti di chi ha comunque espresso la propria posizione, è la deresponsabilizzazione politica per eccellenza. Dire che l’astensione è una scelta è una contraddizione urticante. Oggi il 68% degli italiani ha detto a Renzi, al compagno della Guidi, alla Total, all’Eni e a tutti coloro che attorno alle energie fossili hanno interessi economici e di potere, che hanno carta bianca e che potranno continuare a navigare a vista senza un piano energetico nazionale che vada nella direzione del rispetto dell’ambiente e delle energie rinnovabili.
L’unico potere concesso ai cittadini è il voto e dopo questo referendum non potremo di certo mettere su un piano paritario “votanti” e “astensionisti”. Non sono uguali, perché gli uni hanno caparbiamente difeso il loro diritto/dovere di voto, gli altri oltre che vanificare il proprio, hanno oltraggiato pesantemente e con indifferenza, chi è andato a votare.
Un dato sul referendum appeno svolto è necessario: ha votato il 32% degli aventi diritto ovvero circa 14 milioni di cittadini, e circa 12 milioni di cittadini hanno espresso un sì, ma questo dato numerico non è stato sufficiente per impedire di incidere sulle sorti di una concessione petrolifera. Se i meccanismi dell’italicum fossero stati applicati al referendum, e se anziché votare 14 milioni di cittadini, avessero votato, al ballottaggio, appena la metà, ovvero 7 milioni, i vincitori avrebbero preso la maggioranza del 54% dei seggi in Parlamento, avrebbero eletto il Presidente della Repubblica, avrebbero nominato i giudici della Corte Costituzionale, avrebbero controllato tutti i 100 senatori del nuovo Senato, avrebbero nominato tutti i vertici delle aziende di Stato, avrebbero nominato i vertici della Rai, avrebbero avuto un esecutivo con un potere assoluto senza contrappesi. Chi continuerà ad astenersi, con queste prospettive, è un nemico della democrazia, e non avrà scusanti. (Carla Corsetti)

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Crisi alimentare in Sud Sudan

Posted by fidest press agency su martedì, 9 febbraio 2016

sud sudanJUBA – Il Sud Sudan affronta livelli di insicurezza alimentare senza precedenti, con 2,8 milioni di persone, quasi il 25 per cento della popolazione del paese, che continua ad avere urgente bisogno di assistenza alimentare e almeno 40.000 persone sull’orlo di una catastrofe. Questo l’allarme delle tre agenzie ONU, oggi.L’organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) hanno sottolineato come questi dati siano particolarmente preoccupanti, perché mostrano un aumento della fame durante il periodo successivo al raccolto, un periodo in cui il paese è solitamente caratterizzato da sicurezza alimentare.Si stima che il numero di persone che soffrono di insicurezza alimentare raggiungerà l’apice durante la prossima stagione di magra, solitamente peggiore tra aprile e luglio, quando è più bassa la disponibilità di cibo. Un aggiornamento dello Integrated Food Security Phase Classification (IPC) dei partner umanitari evidenzia come la stagione di magra inizierà presto quest’anno e che il periodo della fame sarà più lungo degli anni passati.Secondo le tre agenzie ONU, la stagione secca, che sta cominciando ora, potrebbe causare ulteriori difficoltà a quanti stanno affrontando dei gravi livelli di fame. Gli sfollati nello Unity State colpito dal conflitto che, per sopravvivere, si sono nutriti di pesce e ninfee, con le acque che recedono stanno esaurendo le uniche fonti di cibo rimaste. Furti di bestiame hanno privato molte persone di prodotti animali come il latte, che erano i principali mezzi di sostentamento durante la scorsa stagione di magra. Senza un’affidabile assistenza umanitaria nella stagione secca, si troveranno, nei prossimi mesi, di fronte a una catastrofe.Per questo motivo, le agenzie ONU chiedono una rapida attuazione dell’accordo di pace firmato lo scorso anno e l’accesso senza limitazioni nelle aree del conflitto per consegnare scorte necessarie alle aree più colpite.“Non sono solo le aree colpite direttamente dal conflitto a soffrire di insicurezza alimentare. Circa 200.000 persone negli stati di Bahr El Ghazal settentrionale e Warrap hanno visto un peggioramento del loro accesso al cibo dovuto a fattori quali inflazione e interruzioni del mercato legati al conflitto,” ha detto Serge Tissot, Rappresentante FAO in Sud Sudan. “Un’implementazione immediata dell’accordo di pace è assolutamente essenziale per migliorare la situazione alimentare.”“Durante la stagione secca, dobbiamo fare grandi sforzi per pre-posizionare cibo in modo da continuare ad assistere le persone quando le strade diventano impercorribili per la pioggia,” ha detto Joyce Luma, Direttrice WFP nel paese. “La crescente insicurezza in Equatoria impedisce la consegna di assistenza umanitaria attraverso le strade principali, rallentando i nostri sforzi nel preparare e rispondere alle persone che hanno più bisogno.”
Il rapporto IPC di oggi evidenzia la grave preoccupazione per la prevalenza generale di livelli di malnutrizione d’emergenza. La malnutrizione in Sud Sudan è dovuta soprattutto al consumo di cibo inadeguato, insieme ad altri fattori quali malattie, abitudini alimentari e limitati servizi sulla salute e sulla nutrizione.“Le famiglie fanno tutto quello che possono per sopravvivere ma ora sono a corto di opzioni,” ha detto Jonathan Veitch, rappresentante UNICEF in Sud Sudan. “Molte aree dove c’è più bisogno sono irraggiungibili a causa della sicurezza. È essenziale che ci venga dato accesso senza impedimenti, ora. Se possiamo raggiungerli, possiamo aiutarli.”
Lavorando con molte organizzazioni non governative internazionali e locali, FAO, UNICEF e WFP continuano a consegnare soccorsi salvavita e per la protezione dei mezzi di sostentamento, in circostanze difficili.La FAO prevede di assistere, nel 2016, 2,8 milioni di persone producendo cibo e proteggendo il bestiame, un numero maggiore delle 2,4 milioni di persone raggiunte lo scorso anno. I soccorsi di emergenza della FAO per i mezzi di sostentamento includono kit di coltivazione, kit di pesca e vaccinazioni per bestiame per oltre 5 milioni di capi. L’ obiettivo dell’UNICEF, nel 2016, è di curare oltre 165.000 bambini per malnutrizione acuta. L’anno scorso il numero di bambini curati ha superato i 144.000, 53 per cento in più rispetto al 2014.Il WFP ha fornito assistenza alimentare e nutrizionale a circa 3 milioni di persone in Sud Sudan nell’ultimo anno, lavorando con 87 NGO partner e usando ogni strumento a disposizione, inclusi lanci aerei, chiatte, trasferimenti di contante, acquisto di cibo locale e cibi nutritivi speciali.

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“Dalla crisi del Paese si esce solo attraverso la cultura”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2016

Piulibripiuliberi2008, foto di Matteo MignaniNon ha dubbi il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Federico Motta, dopo aver appreso sulla stampa le recenti dichiarazioni del Presidente di Confindustria Squinzi che auspica come successore “un vero imprenditore, un manifatturiero, qualcuno che abbia veramente a cuore il benessere del Paese e che sappia con molta chiarezza e certezza che da questa crisi il Paese viene fuori solo con la competitività delle imprese manifatturiere”.
“Perché – prosegue Motta, a capo proprio di una tra le Associazioni fondatrici di Confindustria e la più antica associazione di categoria – non guardare il futuro e l’innovazione? Ovviamente il manifatturiero è centrale, ma solo attraverso la cultura anche il manifatturiero diventa innovazione. Diventa futuro. Il manifatturiero è un settore pesante e determinante per il Paese. Ma, al suo interno, è la visione, il punto di vista quello che può oggi fare davvero la differenza”.
“Aggiungo – conclude Motta – che secondo uno studio presentato proprio pochi giorni fa a Milano da Siae e Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, a cui anche AIE e altre 18 associazioni hanno partecipato, è emerso che il valore economico diretto dell’industria culturale e creativa nel 2014 è di 40 miliardi di euro e rappresenta il 2,5% del Pil, un gradino al di sotto dei 49 miliardi di euro dell’industria automobilistica e dei 50 miliardi di euro dell’industria chimica. Perché non possiamo avere un Presidente di Confindustria che provenga quindi dal nostro mondo? Come dice il Ministro Franceschini “il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo è il più importante Ministero economico italiano”. Noi siamo imprenditori veri, protagonisti di questo mondo economico”.

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Burundi: il governo boicotta la continuazione dei colloqui di pace

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 gennaio 2016

burundi_mapL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede alla comunità internazionale di esercitare maggiore pressione sul governo del Burundi affinché riprenda il colloqui di pace mediati dall’Unione Africana (AU) in Tanzania. Il boicottaggio del dialogo con i movimenti di opposizione peggiora la crisi del paese. Il dialogo avviato autonomamente dal governo del Burundi è invece una farsa. Già da tempo nel paese non è possibile esprimersi liberamente senza dover temere l’arresto o peggio, l’assassinio. Il governo del Burundi ha annullato l’incontro con i movimenti di opposizione previsto per oggi ad Arusha (Tanzania) senza indicare una nuova possibile data. Le parti avrebbero dovuto cercare una soluzione politica alla crisi che da aprile 2015 ha già causato 400 vittime nel paese africano.Il boicottaggio dei colloqui di pace rappresenta un grave contraccolpo per il lavoro di mediazione fatto dall’Unione Africana. I governi africani e il Consiglio di sicurezza devono far capire al governo del Burundi che non vi è alcuna alternativa ai colloqui di pace tenuti all’estero. Il governo burundese preferirebbe infatti dialoghi tenuti nel proprio paese ma è illusorio pensare che questi possano essere reali se le opposizioni non possono esprimersi liberamente, si sentono minacciate e hanno paura di rappresaglie.La catastrofica situazione dei diritti umani in Burundi evidenzia l’impossibilità di un dialogo libero nel paese. Da tempo chi critica il regime subisce persecuzioni sistematiche e viene isolato. Negli ultimi due anni più di 100 giornalisti sono fuggiti dal Burundi. Da aprile 2015 ad oggi 13 importanti organizzazioni per i diritti umani sono state chiuse dalle orze dell’ordine e molti dei collaboratori delle organizzazioni sono dovuti fuggire all’estero.

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