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Posts Tagged ‘crisi’

Commerzbank: Pericoloso attacco all’Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 7 aprile 2020

“Mentre l’Italia si trova costretta a fronteggiare la più grave crisi dal dopoguerra, secondo quanto diffuso dall’agenza Bloomberg, la Commerzbank, istituto di credito detenuto al 15% dallo Stato tedesco invita a disfarsi dei BTP ritenendoli destinati a divenire “spazzatura”. Una indicazione che se confermata rischia di determinare un effetto valanga con esiti gravissimi per l’economia italiana. Qualora si innescasse una significativa dismissione dei titoli del debito pubblico italiano da parte degli attuali detentori ci esporremmo ad una pericolosa spirale speculativa dentro cui l’Italia, già costretta a finanziare i prossimi provvedimenti con emissione di debito, non può permettersi in alcun modo di finire. E’ indispensabile che il Governo italiano si attivi immediatamente con il Governo tedesco e la BCE affinché si smentisca categoricamente questo notizia. A questo punto riteniamo sempre più necessario che il Copasir, di cui Fratelli d’Italia ha già chiesto l’interessamento a seguito delle infelici e tristemente note dichiarazioni di Christine Lagarde, conduca le dovute verifiche anche in ordine alle manovre speculative che si stanno compiendo ai danni della nostra Nazione”.Lo dichiarano i deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato, componenti della Commissione Finanze della Camera dei Deputati.

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“L’Europa sta già entrando in crisi”

Posted by fidest press agency su domenica, 5 aprile 2020

“Io spero chiaramente che si ravveda e che le cose da qui ai prossimi giorni cambino. Ma ci dobbiamo dire la verità: le crisi tirano fuori la vera natura delle cose e delle persone e con questa crisi è stato palese a tutti, anche agli “euroinomani” più incalliti, che così questa Unione non può funzionare. È un’Ue a uso e consumo di alcune Nazioni, nella quale non esistono le parole solidarietà e condivisione e in cui c’è qualcuno che si arricchisce sulla pelle di tutti gli altri e vuole continuare a farlo bellamente.Tentano di farci passare per quelli che chiedono aiuti o elemosina alla Germania ma noi non stiamo chiedendo nulla a nessuno: noi rivolgiamo indietro quello che è nostro, i nostri soldi e che finisca questa truffa per cui qualcuno si arricchisce sulla nostra pelle e ce lo fa anche pagare”.Lo ha detto il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, in diretta a “Non Stop News”, programma di approfondimento politico condotto da Pierluigi Diaco, Fulvio Giuliani e Giusi Legrenzi in onda su RTL 102.5 e in contemporanea sui canali 36 del digitale terrestre e 736 di Sky.

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Crisi esercizi commerciali

Posted by fidest press agency su domenica, 5 aprile 2020

Il Codacons interviene chiedendo al Governo di salvare moltissimi esercizi commerciali dal fallimento.L’emergenza sanitaria per il Coronavirus in Italia, infatti, con la chiusura forzata degli esercizi commerciali rischia di creare un contraccolpo all’economia difficilmente sostenibile.Secondo gli esperti lo scenario più pessimistico prospettato ritiene che nel biennio 2020-2021 rischieranno di andare in fumo ricavi complessivi per 641 miliardi; con enorme danno per l’economia dello Stato nel complesso.”La proposta del Codacons prevede un taglio degli affitti commerciali del 50% ed una riduzione fiscale sempre del 50% sui mesi di chiusura delle attività commerciale – afferma il Codacons – è l’unico modo per salvare le nostre attività e la nostra economia, altrimenti per tantissimi il contraccolpo sarà troppo duro tanto da non riuscire a sopravvivere.Con un taglio del 50% degli affitti e la riduzione del 50% delle tasse nei mesi di chiusura rimane comunque circa il 70% del canone di affitto a fronte di un esborso del 50% per il conduttore che potrà così ridurre la perdita.Su questo poi il Governo potrà intervenire con altri incentivi per i commercianti.
Servono misure forti e servono nel più breve tempo possibile, dobbiamo il rischio è bruciare miliardi di euro senza riuscire a far ripartire la nostra economia.”

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L’Europa ancora divisa sulla risposta alla crisi

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Commento a cura di Michele Morra, Portfolio Manager Moneyfarm. Si è concluso con un nulla di fatto l’ultimo Consiglio Europeo della scorsa settimana chiamato a discutere di misure nelle prossime settimane. L’incontro tra i capi di governo, che viene descritto come drammatico e intenso, ha manifestato le divisioni interne al blocco e si è concluso senza nessuna novità sostanziale. I leader si sono divisi sia sugli strumenti di mutualizzazione del debito, sia sull’utilizzo del fondo di stabilità. Al Consiglio di venerdì è seguita una coda di polemiche a mezzo stampa che hanno riguardato i vertici UE e alcuni capi di Governo, un dibattito a distanza in cui si è detto tutto e il contrario di tutto e che ha avuto il solo effetto di aumentare la confusione. Il tutto accadeva mentre il Congresso degli Stati Uniti approvava a tempo di record nel fine settimana una misura di politica fiscale di proporzioni mai viste. Il grosso delle risposte alla crisi sono dunque, per adesso, demandate ai singoli stati. L’Unione Europea non è riuscita nell’immediato a produrre una risposta coordinata a livello di blocco, rimandando ogni decisione alle prossime settimane, a fronte delle azioni decise che sono state prese dalla Cina, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Quale sarà la risposta dell’Europa alla crisi? Nell’attuale contesto politico, la politica fiscale (ovvero i Governi) è chiamata a intervenire in un processo che si articola in diversi fasi:
Fase 1: Emergenza
Fase 2: Stimolo per ripartire
Fase 3: Sostegno agli asset finanziari e ai settori che eventualmente ne avranno bisogno
Fase 4: Ristrutturazione dei debiti pubblici per garantire stabilità dell’Euro (più nel medio termine, con modalità ancora da definire).
La risposta dell’Europa, fino a questo momento è stata confusa. Per quanto riguarda la gestione dell’emergenza nell’immediato, oltre a misure di portata limitata da parte delle istituzioni Ue, ci sono voluti giorni per sancire la fine del patto di stabilità. Una volta sospeso, gli stati sono intervenuti come hanno potuto, mettendo sul tavolo dotazioni diverse. Si è creata una netta divisione tra governi che sono intervenuti in maniera più massiccia per sostenere l’economia durante la crisi e governi che invece hanno dovuto guardare al portafoglio, non avendo la garanzia di poter poi mobilitare abbastanza risorse durante la fase della ripresa. Questo ritardo potrebbe star già creando dei danni evitabili alle filiere. A causa della frammentazione dei sistemi di welfare si fa anche fatica a misurare l’efficacia delle misure che sono state messe in piedi in questa fase, dove l’economia resta congelata.Guardando oltre, per far fronte a una crisi senza precedenti sarà necessario che le misure fiscali, possibilmente coordinate, centrino la fase due, la fase tre (con la probabilità di una crisi finanziaria che cresce) e anche la fase quattro, per trovare un equilibrio equo e sostenibile per risolvere finalmente tutti i problemi di governance e divergenza economica che sono restati nascosti sotto il tappeto negli ultimi anni.
Vale la pena sottolineare che le misure poste in essere dalle banche centrali non hanno calmato i mercati negli scorsi mesi, ma a seguito dell’annuncio del patto fiscale hanno registrato un incremento di più del 15% in 3 giorni. Ciò vuol dire che in questo momento i mercati guardano più alle misure fiscali che a quelle monetarie.Abbiamo visto che i limiti del QE agli acquisti di bond sono stati rilassati, permettendo di conseguenza alla Bce di acquistare asset con maggiore scadenza e un numero maggiore di bond a livello di singolo paese, ma la politica monetaria non basta. Sono necessarie misure di politica fiscale che lavorino insieme alle misure di politica monetaria: la reazione dei mercati alle dichiarazioni di Christine Lagarde mostra che in questo momento l’Eurozona è particolarmente sotto osservazione. Se guardiamo agli USA, oltre al taglio dei tassi annunciato dalla Fed e al rinnovato quantitative easing, il Congresso ha approvato un piano di 2 trilioni di dollari, pari a circa il 10% del Pil americano. La misura è ancor più rilevante dello stimolo messo in atto nel febbraio 2009.
Al netto dei limiti di natura politica, il piano dell’Eurogruppo di offrire linee di credito tramite il Mes fino al 2% del Pil agli stati che lo richiedono potrebbe essere un supporto non sufficiente. Anche rimuovendo il tetto del 2%, i 410 miliardi di Euro del Mes (circa il 3.4% del Pil Europeo) sarebbero comunque insufficienti. Storicamente molte crisi sono state un punto di svolta per l’assetto politico e sociale degli stati che le hanno subite. Il COVID-19 è una minaccia alla salute delle persone e al benessere economico e come molte crisi pone di fronte a decisioni potenzialmente rivoluzionarie. Le crisi comportano un’amplificazione degli effetti e una catalizzazione dei processi in essere. La risposta Europea alla fase due del Coronavirus potrebbe essere binaria e portare a un potenziamento del sistema sanitario, politico ed economico. Rivoluzionare in questo contesto potrebbe significare una unificazione della politica fiscale e un riassetto della governance, alla maggiore centralizzazione degli interessi e a una leadership di conseguenza più efficace. Nello scenario opposto, invece, affrontare la crisi in mancanza di solidarietà e di leadership potrebbe portare all’involuzione di un progetto paralizzato dalle proprie contraddizioni. (in sintesi)

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Usciremo diversi da questa crisi e come?

Posted by fidest press agency su sabato, 28 marzo 2020

di Giuseppe Bianchi C’è una profezia in campo: da questa crisi usciremo diversi. Perché dovrebbe avvenire e come? Alle nostre spalle ci sono state crisi finanziarie devastanti, terremoti, cataclismi climatici senza che si sia modificato qualcosa, al di là di emozioni collettive del momento. La macchina finanziaria ha proseguito nella sua marcia trionfale e agli sconvolgimenti della natura abbiamo reagito con interventi locali di riparazione dei danni. Eventi traumatici che, toccando di volta in volta, territori e gruppi sociali diversi, non hanno scalfito lo scaramantico ottimismo di farla franca né modificato un’opinione pubblica preoccupata soprattutto di difendere un benessere calante, tanto faticosamente costruito.Ora che cosa è cambiato? Per la prima volta ci troviamo coinvolti in una pandemia che non risparmia nessuno. Tutti egualmente esposti al corona virus ed è cambiato bruscamente il nostro stile di vita ed il rapporto con il mondo esterno. Siamo relegati in una solitudine inquieta che tronca i nostri rapporti sociali nel sospetto dell’”untore” che può essere in noi. Accettiamo una mutilazione dei nostri diritti individuali, siamo governati per decreto, ci asteniamo dal lavoro compromettendo il nostro reddito presente e forse futuro, assistiamo alla chiusura delle frontiere che bloccano la mobilità delle persone e delle merci, la conquista più importante del per quanto incompiuto processo di integrazione europea. Si può allora argomentare che sussistono le condizioni per uscire diversi da questa crisi.Ma in che modo diversi? Si può presumere che usciremo diversamente diversi. La crisi è destinata ad accentuare le diseguaglianze tra i paesi e tra i gruppi sociali all’interno dei singoli paesi. Ciascun paese utilizzerà la potenza di fuoco diversamente disponibile a tutela della salute dei suoi cittadini, in funzione della sua forza economica e dell’accumulazione di risorse pubbliche. All’interno dei singoli paesi si divaricheranno le capacità di autotutela dei diversi gruppi sociali in funzione della diversa ricchezza familiare e delle divergenze di status che penalizzeranno, ancor più, quei lavoratori marginali, immigrati ed italiani precari, che sono parte del nostro benessere di massa.È naturale che nell’emergenza che si è creata tutti i portatori di interessi colpiti dalla crisi si rivolgano allo Stato quale assicuratore di ultima istanza. Una situazione difficile per il nostro Stato indebitato e fiaccato nella sua classe politica ed amministrativa pubblica. Lo attende un percorso avventuroso da compiere tra Scilla (colei che dilania) e Cariddi (colei che risucchia): deve aumentare la spesa pubblica per evitare il collasso del sistema ma, nello stesso tempo, evitare un indiscriminato assalto alla diligenza pubblica che allarmerebbe i mercati finanziari sulla solvibilità del nostro debito pubblico accrescendo i costi del suo rifinanziamento; deve recuperare la dimensione nazionale che è fatta non solo di interessi ma di identità culturali, di senso di appartenenza tenendo nello stesso tempo fermo il nostro ancoraggio all’Unione Europea, che si deve aprire anche a strumenti finanziari straordinari (Eurobond) per gestire i rischi che ne minano la sopravvivenza; deve prendere atto che la globalizzazione trainata dalla finanza e da un astratto umanesimo cosmopolita è entrata in un vicolo cieco ma, nello stesso tempo, vanno preservate le condizioni di un’economia di mercato aperta agli scambi multilaterali che consentono alle nostre imprese di esportare. Deve in sintesi farsi carico che il recuperato primato della politica non si esaurisca nello spettro ideologico dell’interventismo dello Stato che già intermedia nel nostro Paese grosso modo il 50% del PIL.La fuoriuscita dalla crisi richiede la mobilitazione concorde di tutti gli attori dello sviluppo, pubblici e privati, nella reciproca convinzione che il mercato, per quanto imperfetto, rimane il regolatore meglio in grado di produrre la ricchezza e distribuirla nel rispetto dell’autonoma organizzazione degli interessi collettivi coinvolti.In conclusione si può convenire che da questa crisi si uscirà diversi. Il come dipenderà dalle forze che metteremo in campo e dalla loro capacità di superare l’attuale crisi sanitaria preservando la vitalità del nostro sistema economico e democratico perché l’opera di ricostruzione che ci attende richiede l’impegno collettivo di tutte le istituzioni (scuola, imprese e ricerca) e dei singoli cittadini. (fonte: http://www.isril.it)

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Parlamento diventi unità di crisi permanente

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

«Il Parlamento dovrebbe essere trasformato in una sorta di unità di crisi permanente nella quale poter lavorare quotidianamente, mettere insieme le energie migliori, fare proposte e dare risposte agli italiani. Cosa ben diversa da pretendere che mettiamo la faccia su misure che ci vengono comunicate un minuto dopo essere state decise. Mentre mezza Italia è al lavoro, il Parlamento non si può riunire una volta la settimana, con un’informativa del ministro Gualtieri e una informativa del premier che abbiamo chiesto noi. Vogliamo lavorare con serietà a un testo condiviso. Oltre a un tavolo tecnico è necessario un tavolo politico per le grandi scelte politiche di fondo. Vogliamo arrivare al miglior testo possibile condividendo le idee di ciascuno».Lo ha detto in una intervista a “La Stampa” il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.«Soddisfatta delle risposte del premier Conte? Vediamo quali e quanti nostri emendamenti verranno accolti nel decreto Cura Italia. Ho però detto che non siamo disponibili a lavorare a scatola chiusa. Ribadisco che il decreto è solo un cerotto e non una cura noi non possiamo esprimere un giudizio se non sappiamo cosa ci sarà scritto nei decreti successivi. Vogliamo sapere complessivamente quanto spenderemo perché con 25 miliardi l’Italia non la curi. Ce ne vogliono tre, quattro di quei decreti».Sul Mes, spiega il presidente di FdI, «ho posto la questione facendo riferimento a quei Paesi che ci hanno sempre dato lezioni. Al presidente Conte ho detto chiaramente che non possiamo in alcun modo rischiare l’attivazione di condizionalità che sarebbero mortali per i risparmi degli italiani e ci ridurrebbero come la Grecia. Forse è meglio che ci riprendiamo i soldi che ognuno ha messo il quel fondo. Punto. L’Olanda dice che non consentirà l’attivazione senza condizionalità. Allora io ho detto a Conte: vi do un consiglio, andate alla riunione dell’Eurogruppo a porre il problema di quelle Nazioni che in Europa hanno attivato paradisi fiscali. Chiedete sanzioni per quei Paesi, come appunto l’Olanda, che drenano soldi dagli Stati membri consentendo alle grandi aziende di non pagare le tasse in Patria. Così vediamo se queste Nazioni, così brave a dare lezioni agli altri, abbassano le penne».

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Lettera aperta al Presidente Mattarella: Caro Presidente Mattarella, la situazione è tragica

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

By Enrico Cisnetto. Lo è, ovviamente, per i morti che questa guerra batteriologica ha prodotto, per gli ammalati, per i loro cari. Lo è per chi lavora in condizioni estreme, di pericolo, di fatica, di frustrazione. Lo è per i tanti volontari. Ma lo è – non meno – per quello che ci si prospetta. Sul piano economico, per le imprese e per i lavoratori, dipendenti o autonomi che siano; sul piano della finanza pubblica e quindi della nostra permanenza nell’Europa dell’euro; sul piano della convivenza civile, che rischia di saltare se lo stato di costrizione si dovesse prolungare oltre il mese di aprile, e della tensione sociale, che esploderà non appena saranno evidenti le conseguenze economiche dell’emergenza che stiamo vivendo e del modo in cui è stata gestita (si fa per dire). E, attenzione, perfino sul piano della tenuta della democrazia. È inutile discutere adesso di quando (ben prima) e di come (usando la razionalità, non l’emotività) andava affrontato il manifestarsi della vicenda e le dinamiche che l’hanno fatta diventare una emergenza. A mio giudizio è del tutto mancata sia la capacità di analisi della situazione, sia il metodo con cui affrontarla. Ma lasciamo stare. Quel che importa, ora, è stabilire quale sia la strategia da usare da adesso in avanti, sul piano sanitario e su quello economico, due piani che fin qui si sono voluti considerare separati quando non contrapposti, e che invece sono e non possono che essere due facce della stessa medaglia (la sopravvivenza). Ma non possiamo fare una scelta consapevole se prima non stabiliamo con chiarezza a quale delle tre grandi scuole di pensiero che si confrontano nel mondo su come fronteggiare il Covid-19 abbiamo aderito, e perché: chiusura totale fino all’eliminazione del contagio; quarantena assoluta solo per circoscritte aree geografiche maggiormente esposte e per gli anziani (che sono enormemente più esposti degli under 70 o 60), e conseguimento di quella che si definisce con un’orrenda espressione “immunità di gregge”; mappatura su vasta scala della popolazione e controllo costante dei contagiati attraverso sistemi di geolocalizzazione. Tutte hanno ovviamente pro e contro, ma sono accomunate da una cosa: ne va scelta una con consapevolezza e convinzione, senza incertezze né tentennamenti, avendo cura di non bypassare i processi decisionali democratici (ancorché accelerati) e soprattutto di rendere edotti i cittadini, spiegando loro il perché delle scelte fatte, indicando quali sono gli obiettivi ma senza trascurare di esplicitare i rischi che si corrono (non quelli del contagio, ma delle conseguenze della strategia adottata).Invece, il Parlamento – che già stava facendo ogni sforzo per dimostrare la sua inettitudine – è praticamente inesistente, il Governo nella sua collegialità è apparso una pura formalità, i partiti e i leader politici sono scomparsi (inutile dire meno male, perché invece sarebbe importante che ci mettessero la faccia). Tutto è parso ricondursi e riassumersi nella figura del presidente del Consiglio – e già questa è una forzatura – che per di più è parso debole, frastornato, in balia di presidenti di Regione e sindaci. Un premier (costituzionalmente parlando non lo è, ma ha fatto finta di esserlo) che è stato al contempo causa ed effetto dell’autoconvincimento collettivo secondo cui “fermare tutto” sarebbe stato l’unica soluzione. Senza peraltro sapere come, vista la devastante quantità di provvedimenti presi in 50 giorni: una decina tra decreti del governo e Dpcm, decine di ordinanze e circolari del ministero della Salute, più qualcuna di Tesoro, Giustizia, Interni, Difesa e PA, circa un centinaio di ordinanze regionali e provinciali, più quelle non calcolabili comunali e le infinite circolari esplicative (?) di tutti gli enti pubblici. E, soprattutto, senza sapere per quanto tempo, visto che le scadenze indicate erano fin da subito definite indicative e che negli ultimi decreti neppure erano indicate. Per non parlare del modo con cui tutto questo è stato comunicato ai cittadini. Per tutti valga l’ultima esternazione televisiva – ma fatta via Facebook, cioè da un canale americano – di Conte, a tarda sera di sabato (dopo molto rinvii) per dire di un provvedimento previsto per il lunedì di cui (come al solito) non esisteva il testo formale. Doveva essere un churchilliano “discorso alla nazione”, e invece è venuto fuori un compitino zeppo di retorica letto senza alcun carisma – ma benedetto iddio, come si fa a leggere una cosa che dovrebbe venirti da dentro, se vuoi che i tuoi concittadini capiscano e ti seguano?! – che ha ulteriormente incrementato angosce, paure e incertezze di cui già tutti gli italiani sono preda. Niente, se non il moralismo con cui si cerca di colpevolizzare i comportamenti individuali (lo so, le persone vanno indotte ad essere virtuose, ma non si ottiene certo questo risultato auspicando e stigmatizzando, ma essendo chiari e netti).Il Paese ha bisogno di sapere dove stiamo andando e soprattutto di capire quali sono e saranno le conseguenze delle scelte fatte. Deduciamo dalla progressiva “chiusura totale” cui l’Italia è stata sottoposta che abbiamo imboccato la prima delle tre strade di cui parlavo prima, ma: a) non è stato detto con chiarezza, tanto che spesso saltano fuori scelte alternative (il Veneto, per esempio, ha adottato in parte anche l’opzione tre, quella che si suole ricondurre alla Corea del Sud, ma senza quella efficacia e ponendo un problema, è cioè che in una situazione del genere possa esserci un far west regionale di indirizzi diversi); b) si sono sottaciute le conseguenze di questa opzione; c) non si è avuto il coraggio di prospettare i tempi della “reclusione forzata”, sapendo che molti modelli matematici che analizzano le curve di espansione del virus indicano la possibilità di iniziare un peraltro lento e graduale ritorno alla normalità a maggio se non giugno. Mi domando se qualcuno dalle parti di palazzo Chigi abbia minimamente fatto una valutazione di quel che potrebbe succedere se gli italiani fossero messi nella condizione (costrizione) di rimanere chiusi in casa per ancora 6-10 settimane. La rivolta nelle carceri non è bastata come campanello d’allarme? L’Italia non è uno Stato di polizia, né ci tiene ad esserlo. Certo, vuole essere guidata da persone risolute (appunto!), ma che sappiano trarre la loro forza dal fatto di essere politicamente competenti e comunicativamente convincenti, non dal fatto di esautorare il Parlamento e giocare a fare il Putin della situazione.Di sicuro costoro nelle cui mani sono le nostre sorti non hanno idea di come funzioni la nostra economia, da cosa sia composto il nostro pil e come sia facile, se si commettono errori, produrre qualche punto percentuale di decrescita (magari il noto comico capopopolo, oggi silente, sarà contento), perdere capacità produttiva (nella crisi del 2008 e seguenti ne abbiamo persa un quarto del totale e l’abbiamo recuperata solo marginalmente), mangiarsi quote di mercato nella competizione globale e raddoppiare il già alto numero di disoccupati. Se lo sapessero non avrebbero detto proclamato ogni minuto che la salute viene prima dell’economia, non perché debba essere il contrario, ma perché non c’è l’una senza l’altra. Dunque, cosa faranno quando si passerà dal dolore per i morti e alla paura del contagio all’angoscia per le imprese che chiudono, le partite Iva che restano senza alcuna rete di protezione, i lavoratori dipendenti che diventano disoccupati e quelli che già lo sono che perdono ogni speranza di trovare un lavoro? Come si comporteranno i tanti italiani (la maggioranza) che formano quella che Luca Ricolfi ha chiamato la “società signorile di massa” quando si accorgeranno che di signorile gli sono rimasti solo i risparmi, che però dovranno mangiarsi per mangiare?Non basta dire sussidieremo. Primo perché non è solo quello il problema, come dimostrano le ultime crisi. E secondo perché siamo arrivati a questo maledetto appuntamento con la storia letteralmente in mutande, con la recessione già alle porte prima del virus e con il debito pubblico (2.443 miliardi) attestato sul 134% del pil. Una condizione che non ci consente di utilizzare più di tanto la sospensione, peraltro temporanea, del Patto di stabilità Ue. Supponendo di spendere a debito circa il 10% del pil (170 miliardi) come faranno tutti i paesi europei (come minimo), ecco che nel 2020 il rapporto debito-pil schizzerebbe tra il 150% e il 170%, a seconda che la recessione ci faccia perdere 5 o 8 punti percentuali di ricchezza prodotta (questo è ormai il range delle stime in corso). Questo non farebbe più scattare le sanzioni europee, ma di certo non bloccherebbe quelle dei mercati finanziari, che spingerebbero all’insù lo spread – solo limitatamente calmierato dalla Bce, che pur avendo stanziato nuovo QE non può sottoscrivere nuove emissioni perché opera solo sul mercato secondario – fino a mettere in forse la sostenibilità del nostro debito, anche a causa dell’inevitabile downgrade delle società di rating che ridurrebbe i Btp a titoli “spazzatura”. Cosa che porterebbe al fallimento delle banche e l’Italia dritta dritta fuori dall’euro.Finora i ragionamenti che si fanno nel Governo sono fondati su due speranze, oltre a quella derivante dall’appello al solito stellone: sperare che l’Europa si decida a fare debito federale, emettendo eurobond; sperare che si possa ricorrere ai prestiti del Mes. Nel primo caso sarebbe davvero l’esaudirsi di un desiderio serio, anche perché oltre a fare debito comune quelle risorse dovrebbero essere spese da un soggetto europeo e affidate ai singoli stati, cosa che aumenta la probabilità che la quota parte per l’Italia sia spesa meglio che se messa in mani italiche. Ma quante sono le possibilità che accada? Per ora poche, e l’okay di Berlino alla sospensione dei vincoli europei, vissuto dai tedeschi come il male minore rispetto agli eurobond, non fa ben sperare. E comunque senza la nomina di un super commissario (io ho proposto Mario Draghi) con l’attuale architettura istituzionale di Bruxelles non si andrebbe da nessuna parte. Nel caso del Mes, la cifra massima del prestito ammonterebbe a 65 miliardi, troppo poco, e comunque senza l’improbabile sì di tedeschi e olandesi non si potrebbe fare nulla.Tra l’altro, le contromisure economiche – quelle vere, non i pannicelli tiepidi del decreto di qualche giorno fa – vanno decise prima che la diga crolli, se si vuole evitare che faccia la fine di quella del Vajont. Quindi subito. Sì, è vero, c’è la possibilità, come dice qualcuno, che passato questo tsunami si creino le condizioni per un nuovo boom, tipo quello che negli anni Cinquanta ha accompagnato la ricostruzione post-bellica. Ma dobbiamo sperare di arrivarci vivi – fisicamente ed economicamente – a quel momento. E con una classe politica come questa, è inutile girarci intorno, non c’è speranza che tenga.Signor Presidente della Repubblica, è venuto il momento che il Quirinale prenda in mano la situazione. Senza indugio. Sì, lo so, ci sono i vincoli della Costituzione, cui lei è giustamente ligio. Ma la condizione di guerra in cui siamo – o ci siamo messi – richiede atti eccezionali. Lei è l’ultima, e unica, speranza. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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I rifugiati e la crisi del COVID-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

“In un momento in cui la comunità internazionale si sta mobilitando per contrastare la diffusione del COVID-19, numerosi Paesi stanno opportunamente adottando misure eccezionali, limitando i viaggi aerei e i movimenti transfrontalieri.La vita quotidiana di molti di noi, in tutto il mondo, si è fermata oppure si sta trasformando in un modo che non avremmo mai potuto immaginare.
Tuttavia, guerre e persecuzioni non sono cessate, e oggi, nel mondo, vi sono persone che continuano a fuggire dalle proprie case alla ricerca di un luogo sicuro. Sono sempre più preoccupato dalle misure adottate da alcuni Paesi, che potrebbero sospendere del tutto il diritto di chiedere asilo.Nell’ambito di una crisi così straordinaria, ogni Stato deve gestire le proprie frontiere come ritiene più opportuno. Tuttavia, tali misure non devono portare alla chiusura dei canali esistenti per richiedere asilo, né costringere le persone a fare ritorno in aree in cui vigono situazioni di pericolo.Esistono soluzioni. L’individuazione dei rischi sanitari consente di implementare procedure di screening, nonché svolgere esami clinici, mettere in quarantena e adottare altre misure. Queste consentiranno alle autorità di gestire l’arrivo di richiedenti asilo e rifugiati in condizioni sicure, rispettando, allo stesso tempo, le norme internazionali di protezione dei rifugiati volte a salvare vite umane.In questi tempi difficili, non dimentichiamoci di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni. Oggi, come mai prima, hanno bisogno – come tutti noi – di solidarietà e compassione”. (by Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i Rifugiati)

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Le 1.000 imprese champion che ci porteranno fuori dalla nuova crisi

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 marzo 2020

Sono 1.000 le imprese champion individuate dal Centro Studi di ItalyPost per l’edizione 2020. Una sintesi della ricerca realizzata sui bilanci delle imprese tra i 20 e i 500 milioni compresi tra il 2012 e il 2018 è stata anticipata oggi da L’Economia del Corriere della Sera che, per l’8 maggio, ha organizzato in Borsa a Milano un importante evento dedicato a questi 1.000 imprenditori per festeggiare il quarto anno dalla nascita del supplemento economico del quotidiano di via Solferino. La ricerca completa è comunque da oggi a disposizione sul sito di ItalyPost sia in una versione sintetica “free” che in una versione a pagamento con tutto il dettaglio dei dati dei bilanci degli ultimi sei anni di queste aziende. L’indagine racconta due importanti universi dell’impresa italiana: quella tra i 20 e i 120 milioni di fatturato, che vede la presenza di 800 aziende champion, e quella tra i 120 e i 500 milioni di fatturato di 200 aziende italiane top performer. A corollario di questa indagine, il centro Studi di ItalyPost ha stilato anche una classifica delle 20 imprese big, di taglia cioè tra i 500 milioni e il miliardo di euro di fatturato.
La ricerca del centro Studi di ItalyPost, arrivata alla terza edizione, si caratterizza per l’assoluta rigorosità scientifica nell’analisi dei bilanci disponibili degli ultimi sei anni, basandosi su una serie di criteri assolutamente stringenti, sia di tipo societario che di Cagr, Ebitda, Rating e Pfn. Il quadro che ne emerge, ma stiamo parlando di bilanci a fine 2018, cioè appena all’inizio della fase di stagnazione, è ancora molto positivo e racconta di imprese che mediamente sono cresciute negli ultimi sei anni del 9,84%, passando complessivamente da un fatturato di 44,7 mld nel 2012 a 78,6 mld nel 2018, con una marginalità media degli ultimi tre anni del 16,42%, con un ROE 2018 del 15,86%, un patrimonio netto aggregato di 46,4 miliardi e con una solidità finanziaria invidiabile espressa da un rapporto Pfn/ebitda medio degli ultimi tre esercizi pari a -0,25.
Pur in un quadro di rallentamento, dunque, queste imprese sembrano assolutamente capaci di bypassare una fase di stagnazione tanto che, in un survey compiuta nei mesi di gennaio e febbraio 2020 (prima dello scoppio del CoronaVirus) il 61% ci dichiarava di aver chiuso il 2019 in crescita, mentre il 23% con un fatturato analogo al 2018 e solo il 14% con un fatturato in diminuzione rispetto all’anno precedente.Prima degli eventi che stanno sconvolgendo l’economia italiana, le previsioni sul 2020 erano infatti ancora largamente positive, con una percentuale del 59% che prevedeva di crescere ulteriormente, un 24% che prevedeva una situazione stazionaria e soltanto il 9% che stimava una contrazione di ordini e fatturato. Appare evidente ora evidente che il 2020 non potrà che essere un anno orribile, segnato da risultati, anche per le imprese champion, assai meno lusinghieri. La cosa che però appare probabile, è che, come per la Grande Crisi del 2008 – 2009, grazie alla maggiore liquidità e alle migliori risorse umane, queste imprese possano operare già da subito investimenti che potranno permettere loro di essere tra le prime pronte a ripartire nel momento in cui i mercati inizieranno la ripresa.
Altro elemento di grande interesse che la ricerca sembra evidenziare è quello della distribuzione regionale. La regione con il maggior numero di imprese champion si conferma la Lombardia con ben 322 imprese, a cui seguono il Veneto con 175 imprese e, immediatamente a ridosso, con un numero sorprendentemente elevato rispetto anche al recente passato, l’Emilia Romagna con 141 imprese.Nelle altre regioni il numero di imprese champion si comincia ad assottigliare, ma va notato che la Toscana con 68 imprese segnala una performance che inizia a farla avvicinare al Piemonte, che si ferma a sole 96 imprese, mentre le Marche si piazzano al sesto posto della graduatoria regionale con 30 imprese.Nelle altre regioni del Nord i numeri sono assai più ridotti e tendono ad essere simili a quelli delle migliori regioni del Sud. Va segnalato in questo contesto il fatto che le sole due province del Trentino Alto Adige con 19 imprese quasi raggiungono il dato complessivo delle quattro province (di cui due un tempo fortemente industrializzate) del Friuli Venezia Giulia, che si ferma a quota 22 e sorpassa largamente la Liguria, ferma a 16 imprese champion.

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Crisi umanitaria a Idlib, in Siria

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

Sta assumendo contorni sempre più drammatici. Preoccupa l’emergenza umanitaria per gli sfollati già stremati da 9 anni di violenze, messi a dura prova da un inverno molto rigido, in condizioni disumane. Da quando il conflitto è iniziato nel marzo 2011, 1 persona su 2 è stata costretta, spesso più di una volta, alla fuga. Oggi, quella siriana è la popolazione rifugiata di dimensioni più vaste su scala mondiale.Per accendere i riflettori sulla terribile situazione vissuta da quasi un milione di sfollati siriani, in maggioranza donne e bambini, intrappolati nel conflitto armato in corso nella area di Idlib, l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) si appella ai 1700 italiani che hanno un patrimonio superiore a 100 milioni di euro: “Considerate una donazione straordinaria per la drammatica escalation dell’emergenza Siria”. L’iniziativa mira, soprattutto, a generare solidarietà da parte di chi è in grado di contribuire in tempi rapidi con risorse economiche che potranno salvare tante vite umane in questa emergenza che sta oggi toccando uno dei suoi picchi più drammatici.

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Industria culturale italiana e conseguenze dal coronavirus

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

Interventi immediati a sostegno dell’intero settore culturale per contenere il pesantissimo impatto che l’emergenza Coronavirus sta avendo sulle imprese e sui lavoratori. Lo chiede Innocenzo Cipolletta, presidente di Confindustria Cultura Italia (CCI), Federazione Italiana dell’Industria Culturale che riunisce le associazioni dell’editoria (AIE), della musica (AFI, FIMI, PMI), del cinema e audiovisivo (ANICA, APA, UNIVIDEO) e servizi per la valorizzazione del patrimonio culturale (AICC), in una lettera inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, al Ministro dell’economia e delle finanze, Roberto Gualtieri, al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini e al Ministro dello sviluppo economico, Stefano Patuanelli.“Gli effetti della diffusione del virus sulle aziende e lavoratori del settore – spiega Cipolletta – è significativo e preoccupante. Il drastico calo di vendite di prodotti culturali, libri, musica e dvd, la cancellazione di concerti, la disdetta di mostre e visite culturali con presenze nei musei che non raggiungono il 20% di quelle normalmente registrate, l’annullamento di festival ed eventi fieristici, la chiusura delle sale cinematografiche, la sospensione delle produzioni audiovisive nazionali e internazionali e in generale il congelamento di attività o iniziative già programmate stanno generando infatti danni economici assai rilevanti su tutto il territorio nazionale, stravolgendo investimenti e sviluppo delle industrie per quest’anno e, probabilmente, anche per quelli a venire e generando una crisi di liquidità per le aziende del settore”.In quest’ultimo week end gli incassi cinematografici sono crollati del 75% e sono andate al cinema solo 324.000 persone, mentre l’anno scorso erano più di un milione; nella sola giornata di ieri, il crollo ha raggiunto il 90%. Il 70% delle prenotazioni online di mostre e musei sono state cancellate, così come ben 7.400 spettacoli dal vivo provocando perdite di incassi pari a 10,5 milioni di euro per i soli eventi musicali, mentre i libri hanno subito un calo di vendite del 25% con punte del 70% nelle zone maggiormente colpite dal virus.Quella che le imprese culturali stanno affrontando ha ormai il carattere di una vera e propria calamità, al pari di quanto sta avvenendo per molte altre imprese che operano in Italia, che potrebbe produrre danni strutturali con il rischio di piegare un sistema di imprese strategico per il futuro del Paese, per la salvaguardia del suo patrimonio, la diffusione della cultura, essenziale non solo per l’economia italiana ma per la stessa qualità della vita. Va affrontata in una logica emergenziale anche questa parte della crisi che sta attraversando il sistema Italia, con interventi urgenti di contenimento dei suoi effetti a breve e medio termine.Per questo Confindustria Cultura Italia chiede misure suggerite dalla gravità della situazione:
misure volte a garantire liquidità alle imprese come la sospensione del pagamento dei contributi previdenziali e delle imposte, e una maggiore attenzione da parte del sistema bancario per l’accesso al credito;
CIGS per i lavoratori delle imprese del settore anche dove non già prevista;
assicurare in modo rapido i pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione.
A questi interventi di carattere generale devono essere associate urgenti misure specifiche a sostegno della domanda di prodotti culturali per scongiurare il rischio che i cambiamenti di comportamento di consumo contingenti diventino strutturali al termine dell’emergenza.

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L’emergenza sanitaria provoca la crisi del mercato del libro

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 marzo 2020

Meno 25 per cento in media, con punte del 50 per cento e oltre in Lombardia, Veneto ed Emilia. Questa la prima fotografia dell’impatto dell’emergenza sanitaria da Coronavirus sul mondo e sul mercato del libro. “Sono dati che parlano da soli e che disegnano un quadro che non sapremmo definire altro che di crisi, grave e profonda – ha dichiarato il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), Ricardo Franco Levi-. Profonda perché tocca tutti, dagli autori e dagli editori sino ai punti vendita finali. E grave, non solo per i primi dati sulle vendite, ma per le onde lunghe, oggi largamente imprevedibili e che, se non contrastate, potrebbero seguire: calo dei consumi, delle prenotazioni, delle tirature, delle novità. Con un impatto pesante sulla lettura, vera e costante emergenza nazionale”.Convocato per una riunione straordinaria, il Comitato di Presidenza di AIE, in rappresentanza di tutte le componenti dell’Associazione – editori grandi e piccoli, di libri di varia, di libri per la scuola, dell’università e del professionale – ha deliberato di presentare con urgenza al Governo lo stato di gravissima sofferenza del settore: “Guardando ai lettori, ai consumatori, alle famiglie ancor prima che alle proprie aziende, nello spirito di coesione nazionale richiamato e auspicato dal Presidente Mattarella, l’Associazione Italiana Editori – prosegue il presidente Levi – chiede che vengano posti in cima alla lista delle misure da adottare con urgenza la detrazione fiscale degli acquisti dei libri, la ricostituzione della dotazione originaria della carta cultura per i giovani (la cosiddetta 18App), un rafforzamento del fondo destinato alle famiglie bisognose per l’acquisto dei testi scolastici fermo da vent’anni alla cifra di 103 milioni di euro”.“A nome e in rappresentanza delle imprese editoriali, AIE chiede inoltre che per tutto il mondo produttivo e, dunque, in forma universale e senza distinzione di settori o di aree geografiche, si adottino inoltre – continua Levi – con altrettanta urgenza strumenti per contrastare i prevedibili contraccolpi sulla liquidità delle aziende con la sospensione degli obblighi contributivi e per consentire una più sostenibile ed equa gestione del personale, utilizzando altresì la leva fiscale o altre misure di sostegno”.“Infine AIE – prosegue il presidente -, chiede con urgenza alle autorità pubbliche indicazioni precise sulla possibilità di partecipazione alle fiere del libro e dei festival letterari, strumento fondamentale di promozione industriale e culturale del libro, ma nel rispetto del dovere di contribuire alla tutela della salute delle proprie aziende e della società nazionale. La situazione attuale, che già oggi prevede un’agenda completamente stravolta per editori e scrittori, costituisce un motivo di grave difficoltà. In un momento in cui si rende necessaria tutta l’attenzione al profilo economico della nostra attività è infatti fondamentale per ridurre gli sprechi poter conoscere con un congruo anticipo il destino delle fiere e degli eventi letterari previsti in agenda e forme di tutela per le organizzazioni che investono in questi eventi”. “Al centro di queste irrinunciabili misure non è solo un settore produttivo ma davvero – conclude – il futuro culturale del Paese e l’impatto ulteriore sulla lettura come strumento di crescita”.

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Crisi profonda del sistema turistico italiano

Posted by fidest press agency su domenica, 8 marzo 2020

Senza un immediato intervento governativo molto più incisivo di quello posto in atto difficilmente il sistema turistico italiano potrà tenere in questa difficilissima situazione la situazione di Roma non è difforme da quella di altre aree del territorio italiano e per certi aspetti, calcolando l’indotto e l’incidenza sul Pil, ancora più drammatica.Afferma Roberto Necci Chairman del gruppo Necci Hotels afferma: i provvedimenti messi in campo sono totalmente insufficienti, quando sentiamo parlare di ” sospensione ” rimaniamo basiti perché ci dà la misura della mancata comprensione del reale problema.Le strutture alberghiere romane hanno azzerato gli arrivi e rischiano di diventare a breve delle cattedrali nel deserto; le ripercussioni sulle aziende ed a cascata sugli altri settori che rappresentano l’indotto saranno drammatiche.Sono in corso cessazioni di rapporti di lavoro, licenziamenti, chiusura di hotels e di interi reparti connessi. A Marzo le prenotazioni cancellate hanno toccato il 95 per cento e per aprile, per quelle strutture che rimarranno aperte, c’e’ il rischio che si arrivi ad hotel completamente vuoti.Il sistema alberghiero ha bisogno di aiuti straordinari ( dal sostegno al reddito alla cancellazione di ogni tassa e/o tributo locale, regionale, nazionale oltre che di concreti aiuti alle aziende affinché non chiudano )Se non si interviene in queste ore la situazione sarà simile a quella di una guerra. (Roberto Necci Chairman Necci Hotels http://www.neccihotels.it)

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Le Nazioni Unite chiedono 877 milioni di dollari per rispondere alla crisi di rifugiati rohingya in Bangladesh

Posted by fidest press agency su sabato, 7 marzo 2020

Le agenzie delle Nazioni Unite e le Ong partner hanno lanciato oggi il Piano di risposta congiunta (Joint Response Plan/JRP) 2020 per la crisi umanitaria dei rifugiati rohingya. Al fine di assicurare continuità agli sforzi e ai risultati conseguiti negli anni scorsi, l’appello mira a raccogliere 877 milioni di dollari da destinare alla risposta alle esigenze dei circa 855.000 rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar e degli oltre 444.000 bangladesi vulnerabili delle comunità che li accolgono con generosità.L’accesso ad assistenza e servizi vitali quali cibo, alloggio, acqua potabile e servizi igienico-sanitari, richiede finanziamenti urgenti che ammontano al 55 per cento del totale previsto dall’appello, di cui quasi il 29 per cento è destinato alle sole esigenze alimentari. Salute, protezione, istruzione, gestione degli insediamenti, energia e ambiente continuano a rappresentare fattori chiave nel garantire la sicurezza e la dignità dei rifugiati rohingya e il benessere dei bangladesi delle comunità locali.Il Governo e il popolo del Bangladesh hanno mostrato una solidarietà sconfinata nei confronti dei rifugiati rohingya che hanno accolto. Fintantoché la crisi non sarà risolta, è imperativo promuovere la coesistenza pacifica tra le comunità e rinvigorire l’economia locale.Il 2020 segna il terzo anno di esilio per la maggioranza dei rifugiati rohingya presenti in Bangladesh, in seguito alla fuga dal Myanmar del 2017. I rohingya non vogliono altro che tornare nella loro terra, ma solo in presenza di condizioni sicure per essi stessi e per le loro famiglie, quando sarà garantito loro accesso ai servizi e ai diritti fondamentali e a una procedura che consentirà loro di vedersi riconosciuta la cittadinanza in Myanmar.Il Piano JRP 2020 mira ad intervenire in modo ancora più evidente ed efficace in quei settori che hanno condizionato maggiormente le comunità di accoglienza, tra i quali capacità e infrastrutture del servizio pubblico, accesso a mezzi di sostentamento sostenibili, risanamento ambientale e iniziative per l’erogazione di energia.Tra gli obiettivi strategici del Piano JRP vi sono la necessità di rafforzare la protezione di donne, uomini, bambine e bambini rifugiati; assicurare assistenza salvavita a quanti ne hanno necessità; promuovere il benessere delle comunità bangladesi interessate; impegnarsi a trovare soluzioni sostenibili in Myanmar. Tali obiettivi sono strettamente allineati agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals/SDG) concordati in seno alle Nazioni Unite.A partire dall’afflusso di rifugiati iniziato nel 2017, le agenzie umanitarie hanno operato per garantire assistenza salvavita e protezione, nonché attenuare i rischi a cui essi sono esposti, tra cui le lunghe stagioni dei monsoni e dei cicloni che annualmente affliggono il Bangladesh. Un importante risultato conseguito nel 2019 è stato quello di sottoporre alla procedura di registrazione biometrica tutti i rifugiati rohingya che vivono nei campi e di rilasciare documenti di identità personali a quelli di età superiore ai 12 anni. Tale iniziativa consente di tutelarne l’identità, rafforzarne le capacità di protezione e pone le basi affinché si continui a implementare una risposta umanitaria ancora più mirata, effettiva ed efficace. Si tratta dell’attività di registrazione biometrica effettuata su più ampia scala dall’UNHCR in Asia.Il risanamento dell’ambiente, accompagnato dall’erogazione di fonti di energia alternative, ha prodotto reali miglioramenti nelle condizioni di vita all’interno degli insediamenti rohingya. Tutti i nuclei familiari di rifugiati rohingya ora utilizzano gas di petrolio liquefatto (GPL) per cucinare, fatto che ha portato a uno straordinario calo dell’80 per cento della domanda di legna da ardere. Attualmente vi sono anche circa 30.000 famiglie bangladesi a beneficiare dell’iniziativa. L’introduzione del GPL, insieme agli interventi di riforestazione e conservazione, ha portato a un rimarchevole “re-inverdimento” delle aree del distretto di Cox’s Bazar in cui vivono i rifugiati rohingya.Il Piano JRP 2020, inoltre, consentirà ai partner umanitari di cogliere l’importante opportunità offerta dalla decisone presa a gennaio dal Governo del Bangladesh di autorizzare l’uso del programma didattico del Myanmar per i bambini rifugiati rohingya. A breve sarà lanciata una fase pilota rivolta a 10.000 bambini iscritti alle classi tra il 6’ e il 9’ anno scolastico. Nel frattempo, sono in via di sviluppo piani per espanderne l’applicazione. Sia i genitori sia i bambini rifugiati rohingya intendono accedere all’istruzione prevista dal programma didattico in vigore in Myanmar, dato che lo considerano fondamentale per prepararsi a fare ritorno e reintegrarsi nel Paese, quando sarà possibile.
I progressi e i risultati registrati a partire dal primo giorno di afflusso massivo di rifugiati rohingya sono notevoli, ma la solidarietà internazionale e un sostegno finanziario deciso a favore loro e delle comunità bangladesi saranno essenziali per aiutare il Governo del Bangladesh e i partner umanitari a continuare a rispondere alle sfide in atto, fino a quando i rifugiati rohingya potranno fare ritorno a casa volontariamente in condizioni sicure e dignitose.Poco oltre il 70 per cento del Piano JRP 2019 era stato finanziato, per un totale di 650 milioni di dollari raccolti a fronte dei 921 milioni richiesti.

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In crisi il settore Turistico-Alberghiero Siciliano

Posted by fidest press agency su sabato, 29 febbraio 2020

Nota Ufficiale al Governo di Giuseppe Conte del Coordinatore Politico dell’Udc in Sicilia, On. Decio Terrana, affinché il Presidente del Consiglio possa intervenire con urgenza anche sulla grave crisi socio-economica che sta causando l’allarme di questi giorni sulla propagazione del “Coronavirus”.“La diffusione del Virus COVID-19 in Italia, ed adesso in tutta Europa, sta facendo gravemente crollare l’economia locale, trainata dalle strutture ricettive e di ristorazione. Migliaia sono le cancellazioni nelle nostre strutture siciliane; diversi albergatori ci contattano seriamente preoccupati di non poter più garantire nemmeno i servizi essenziali, trovandosi costretti a chiudere a giorni tutte le attività. Di certo la continua presenza dell’argomento sui Media ha anche scatenato misure preventive eccessive che, comunque, oggi si stanno dimostrando efficaci sul contenimento della diffusione dell’epidemia. E’ però passata, soprattutto all’estero, una forte preoccupazione sul rischio di pandemia in aeree del tutto sicure; le ulteriori misure decise dal Governo, per quanto necessarie, hanno portato i turisti a disdire ogni prenotazione ed evitare ogni luogo affollato. Il risultato è che gli alberghi ed i ristoranti, trovandosi meno gli incassi preventivati in questo periodo, rischiano una grave crisi che costringerà a bloccare l’attività turistica nel nostro territorio”.
Il Segretario Regionale dell’Udc invita tutti alla calma, ma vuole sollecitare il Governo a prendere misure rapide e che possano rendere meno grave la crisi in arrivo.“Siamo in continuo contatto con Federalberghi, che ha già segnalato come la situazione turistico-ricettiva sia precipitata in poche ore” – continua Decio Terrana – “così come ci stiamo già muovendo, a livello regionale, per dare un primo aiuto alle imprese in difficoltà, con la mozione presentata dai nostri Deputati Regionali Vicenzo Figuccia, Danilo Lo Giudice ed Eleonora Lo Curto per garantire quantomeno l’esenzione temporanea del versamento degli adempimenti fiscali alle Imprese coinvolte. Ma sappiamo che può essere troppo poco. Chiediamo anche che si possa sospendere la tassa di soggiorno nei luoghi turistici e che quanto accumulato possa servire per dare una prima boccata d’ossigeno alle strutture ricettive. Inoltre, riteniamo doveroso che il Governo, gestita l’emergenza sanitaria, si preoccupi adesso anche di evitare il completo crollo economico dei nostri territori con misure d’urgenza che mirino ad evitare la chiusura delle nostre attività turistico-alberghiere”.

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Crisi del settore TLC: E’ solo una crisi di profitto?

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 febbraio 2020

“Vogliamo sottolineare che la crisi delle TLC è una crisi di profitto, prodotta dalla competizione tra grandi compagnie e dalla più generale crisi che sta attraversando il modo di produzione capitalista. Una crisi che cozza con la crescita della domanda di infrastrutture TLC nei servizi pubblici, nella finanza, nel commercio, nell’industria e che l’impiego delle nuove tecnologie espanderanno ulteriormente. Se c’è una crisi, è una crisi di profitto legata alla competizione tra le Big Companies fatta a colpi di tariffe ribassate, di dumping contrattuale, di appalti al ribasso e dove l’utilizzo dell’innovazione tecnologica è rivolto esclusivamente a cogliere le occasioni di profittabilità per le aziende. Lo dimostra la disparità di copertura tra aree ritenute redditizie dalle imprese e ampie aree geografiche del paese prive di un servizio efficiente.L’interesse generale al contrario tiene insieme l’interesse dei lavoratori del settore e la domanda di copertura del servizio.Fa parte della vergognosa commedia delle parti, quella messa in scena dalle grandi compagnie e dal cliente Stato/privatizzato, che da par suo ha svenduto ai privati il servizio pubblico, liberandosi al tempo stesso dell’onere di garantire e sviluppare l’infrastruttura disegnandola sugli interessi della popolazione e non degli speculatori.È tempo che il servizio delle TLC torni sotto il controllo pubblico e che si diano garanzie ai lavoratori sottraendoli dall’avvitamento tra guerra delle tariffe, e la parallela caduta delle condizioni di impiego e di salario di decine di migliaia di lavoratori del settore, fatto di addetti al traffico, ai call center, all’istallazione, alla manutenzione, progettisti e impiegati.Per spronare tecnologia e investimenti il costo del lavoro deve aumentare, cioè deve aumentare il salario minimo per aumentare i salari lordi!Solo così è possibile sfidare le aziende a fare meglio piuttosto che provare a campare galleggiando sulla pelle dei lavoratori. E per farlo bisogna aumentare la domanda aggregata di cui i consumi delle famiglie, stagnanti per gli scarsi salari, sono componente fondamentale”. E’ quanto afferma l’Unione Sindacale di Base (Usb)

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Coronavirus: Nessuna misura a sostegno delle partite iva e delle Pmi in crisi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 febbraio 2020

Roma. “Abbiamo già espresso più volte il nostro disappunto in merito alla mancanza di attenzione da parte del Governo al mondo dei professionisti, del lavoro autonomo e delle PMI. I dati ISTAT e i problemi generati dal coronavirus in questi giorni certificano la crisi in cui versa il comparto rappresentato, in gran parte, dalla nostra Confederazione come pure la necessità di risposte immediate”. Lo ha dichiarato in una nota Federica DE PASQUALE, Vice Presidente di CONFASSOCIAZIONI.“E’ sconfortante apprendere dall’istituto di statistica – ha proseguito Federica DE PASQUALE – che a dicembre 2019 i lavoratori autonomi nel nostro Paese sono solo 5 milioni e 255 mila: mai così pochi dal 1977, un calo su base mensile di circa 16 mila unità. Questo drammatico dato diventa allarmante alla luce di una riduzione pari al 40% del numero di lavoratori con una partita IVA attiva che, negli ultimi tre anni, è passato da poco più di 8 milioni a circa 5 milioni. Senza dimenticare che il reddito medio annuo di un lavoratore con partita IVA è diminuito di circa 7 mila euro su per giù in 10 anni. Non è un caso che molti di questi lavoratori hanno subito un danno dalle politiche degli ultimi 6 anni di governo del Paese, soprattutto se parliamo di professionisti che lavorano con la PA, che subiscono costantemente i danni dello “strategico” ritardo dei pagamenti. Altro che “ricche partite IVA!”.“Un quadro desolante dove, nell’ultimo trimestre del 2019, il PIL è sceso dello 0,3% e dove registriamo un processo a ritroso che sta facendo venir meno anche quelle poche tutele che eravamo riusciti ad ottenere con la legge 81/2017 (c.d. Statuto del Lavoro Autonomo). Sono scadute – ha continuato la Vice Presidente di CONFASSOCIAZIONI – deleghe importanti che vedevano finalmente processi di equiparazione tra uomini e donne e tra professionisti e dipendenti. Occorre agire immediatamente con un piano ben strutturato su più fronti: previdenza, accesso ai servizi, agevolazioni fiscali e riforma dell’IRPEF e dell’IRES che non veda penalizzate le PMI e il mondo dei professionisti. Infine, occorre implementare tutti quei processi che possono facilitare l’utilizzo delle procedure digitali, abbattendo così la burocrazia con cui i professionisti sono costretti a convivere tutti i giorni.“ “Parlare in questi tempi di pari opportunità in ambito lavorativo non è più solo una questione di genere, ma occorre inquadrare il concetto – conclude Federica DE PASQUALE – in una logica di pari accesso al mondo del lavoro e delle tutele da parte dei lavoratori dipendenti come dei lavoratori autonomi e delle micro PMI, oggi i più danneggiati dai provvedimenti del Governo”.

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Crisi idrica in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

A testimonianza di una situazione ancora in divenire, il report settimanale dell’Osservatorio ANBI sullo Stato delle Risorse Idriche segnala una leggera riduzione del deficit nelle riserve d’acqua di Puglia e Basilicata, le due regioni in maggiore sofferenza.Situazione difficile, seppur “a macchia di leopardo”, anche in Sicilia, dove mancano all’appello, rispetto ad un anno fa, circa 73 milioni di metri cubi d’acqua; la situazione più preoccupante è in provincia di Palermo, i cui grandi bacini (Poma, Garcia e Rosamarina) contengono complessivamente circa 49 milioni di metri cubi in meno rispetto al 2019, mentre in altri invasi (la diga di Lentini nel siracusano, ad esempio) si registrano maggiori quantità d’acqua rispetto a 12 mesi fa. La contingenza è aggravata dalle insolite temperature, che stanno accelerando i processi colturali.Situazione anomala anche per i grandi laghi del Nord, dove solo i bacini di Como e di Iseo sono largamente sotto media (sono rispettivamente al 24,7% ed al 27,9% della capacità di riempimento).Permane una situazione differenziata anche in Emilia-Romagna, dove all’evidente deficit idrico dei fiumi Secchia e Savio, fortemente sotto la media, corrispondono quantità d’acqua record per il periodo, trattenute negli invasi picentini del Molato e di Mignano.Anche i livelli idrometrici del fiume Po sono sotto la media stagionale e le portate sono costantemente monitorate. Durante la prima seduta dell’Osservatorio sulle crisi idriche dell’Autorità Distrettuale di Bacino del fiume Po, già convocato per il prossimo 6 Marzo, verrà effettuato l’esame della situazione nei vari bacini e sottobacini del territorio per prepararsi alla gestione delle risorse idriche nei prossimi mesi. Nelle prossime settimane non si prevedono precipitazioni, se non di scarsa entità e comunque non da influenzare l’incremento della falda: potrebbero verificarsi ulteriori riduzioni dei livelli idrometrici, nell’ordine del 20%.In montagna, la neve è praticamente assente nelle zone appenniniche, mentre il manto alpino si ridurrà ulteriormente a causa dell’innalzamento delle temperature e dell’assenza di precipitazioni: dopo una discesa momentanea, infatti, nei prossimi giorni sono previsti aumenti compresi tra i 5 e gli 8 gradi centigradi.Da segnalare, per altro, le migliori condizioni dei fiumi piemontesi rispetto ad un anno fa, così come dei bacini della Sardegna, che segnano un incremento di 8 milioni di metri cubi d’acqua.“Quanto registrato – commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – è un’ulteriore dimostrazione della necessità per il Paese di avviare un nuovo Piano Nazionale Invasi per adeguare il territorio a raccogliere le acque di pioggia, quando arrivano, per utilizzarle nei momenti di bisogno.”“La situazione – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – va seguita con attenzione, perché si riduce il margine, che divide dall’avvio generalizzato dell’irrigazione in tutta Italia. C’è ancora tempo, perché il mutare delle condizioni meteo permetta un miglioramento del bilancio idrico; certo, permanendo le attuali condizioni, si preannuncia una stagione difficile, soprattutto in alcune regioni del Sud.”

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La crisi del “sistema” scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 18 febbraio 2020

Penso alla scuola in Italia. Taluni insegnamenti e certe materie, per quanto rinnovati, non hanno futuro. I giovani d’oggi vogliono essere appagati da conoscenze diverse. Essi, sono consapevoli che se dovessero seguire i richiami del presente finirebbero con il percorrere una strada che diventa, improvvisamente, un vicolo cieco. Appare impossibile procedere oltre.
Noi, invece, amiamo gli spazi aperti. Vogliamo essere viaggiatori del futuro, sfidare le leggi della tradizione e della consuetudine e sentirci in questo senso trasgressivi. Lo vogliamo essere e basta. Intendiamo respirare l’aria dei tempi che si proiettano in avanti e non di quelli che rimpastiamo con il nostro passato.
A questo punto mi chiedo come può la scuola, nella sua didattica, interpretare al meglio questa ansia-attesa snocciolandola attraverso il suo messaggio culturale. È che restiamo ingolfati dal retaggio dei nostri padri più propensi a volgere lo sguardo al passato e a guadare con sospetto il futuro. Un divenire tecnologico, novatore nei rapporti umani, nell’impatto con l’ecosistema e votato alla coesistenza pacifica tra le genti. Nel frattempo, ci accorgiamo che i nostri idoli di sempre si stanno infrangendo miseramente uno dopo l’altro nel diverso modo di rappresentare e gestire la politica, nell’interagire con i nostri simili, nel sentire religioso e nell’affrontare la sofferenza umana. E da qui parte la consapevolezza che il nostro deficit culturale è dipeso dalla incapacità della scuola di ogni ordine grado di colmare i nostri vuoti cognitivi e di rappresentare le novazioni nel modo più appropriato e al passo con gli eventi che ci circondano e ci compenetrano. (Riccardo Alfonso)

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Voli aerei e compagnie in crisi

Posted by fidest press agency su martedì, 18 febbraio 2020

Air Italy in liquidazione e, al momento, sembra intenzionata a comportarsi bene nei confronti dei suoi clienti che avevano già acquistato dei biglietti. Alitalia…. anche se l’informato medio immaginiamo si sia perso per strada nel comprendere lo stato dei fatti… Alitalia è e continua ad essere quella macchina succhia-soldi pubblici che tutti sanno o hanno capito che sia e, come se non bastasse, in periodo di presunta riabilitazione economica (così ci era stato fatto credere da governi e governi che l’hanno foraggiata) ecco che viene fuori uno “scandalo” di spese di rappresentanza (per usare un termine gentile e apparentemente neutro) da capogiro in cui sono coinvolti tutti gli attori dell’operazione di salvataggio. E per questo vettore, se qualche passeggero ha problemi, avere rimborsi anche per loro errori evidentissimi, è una sorta di Odissea. Poi c’è il conto dei passeggeri negli aeroporti italiani (circa 195 milioni nel 2018, dati Enac) delle compagnie italiane (Alitalia, Air Italy, Blu Panorama, Neos, Air Dolomiti, Ernest, Mistral), 28.5 milioni nel 2018 (dati Aviation Industry) che tutte insieme non sono in grado di tener testa ai 37,9 milioni dell’irlandese Ryanair, in un contesto, sempre nazionale, di low cost che rappresentano il 51,3% del traffico. Tutto questo in un mercato internazionale (dati IATA di febbraio) in cui il traffico passeggeri nel 2019, rispetto al 2018, è cresciuto del 4,2%. Insomma, decisamente un settore in crescita, quello del trasporto aereo. Qualunque investitore interessato crediamo che si butterebbe a capofitto in questo ambito. Certo, ci sono gli alti e bassi, come la crisi dei trasporti da/per Cina (e non solo) dovuta al coronavirus. Ma non crediamo di essere superficiali nel credere che si tratti, sempre e solo in termini economici, di “scosse di assestamento” che, passate, verranno dimenticate. Le due maggiori compagnie italiane (Alitalia e Air Italy), invece sono una in liquidazione e l’altra in agonia in attesa del prossimo salasso dalle casse dello Stato. Torna tutto? Certo che no. Eppure in Italia le persone prendono l’aereo e tante compagnie non-italiane (Ryanair per tutte) vanno a gonfie vele. Quelle che vanno male sono quelle che sono controllate da capitali italiani (51% nel caso di Air Italy). Forse perché gli investitori italiani non sono capaci di far fruttare il proprio impegno economico e, magari, mettono i soldi e poi lasciano fare ad altri che, però, non avendo la cloche del comando, devono sottostare alle maggioranza del capitale italiano? Questo è il primo pensiero che ci viene in testa… anche perché non si capisce cosa potrebbe essere altrimenti: quindi solo incapacità manageriale nel muoversi in un mercato altamente concorrenziale e altamente in crescita. Ma da cosa nasce questa incapacità, visto che gli investitori italiani, in altri settori, non sono proprie degli incapaci (valga per tutti quello alimentare)? Non abbiamo risposte pronte in merito. Ma solo dubbi e domande.Dal nostro osservatorio, però, non possiamo non rilevare un certo deficit di attenzione verso il consumatore (Alitalia è il massimo di questo deficit). Air Italy in liquidazione sembra che sia vittima proprio di questo, nonostante le sue aspirazioni di vettore internazionale a prezzi contenuti… ma, per l’appunto, aspirazioni, ché, per esempio, il traffico passeggeri su alcune rotte che Air Italy aveva scelto (Usa ed estremo Oriente) è tutt’altro che in crisi. Deficit che non solo ha portato molti viaggiatori a scegliere altri vettori, ma che è diventato tale per investimenti più attenti agli specifici interessi di bottega che non ai consumatori. Ultimo, e non secondario deficit, l’estremo costo del lavoro che (vettori aerei e non solo) devono sostenere rispetto alla normativa italiana: infatti, se vengono superati da vettori come Ryanair, è anche perché i costi del lavoro presso il vettore irlandese (che applica i parametri della sua isola, comunque Ue) sono più bassi. E’ questo lo stato dell’arte di un Paese in ripresa? (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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