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Posts Tagged ‘cristiani’

La persecuzione dei cristiani sta peggiorando

Posted by fidest press agency su domenica, 20 novembre 2022

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) presenta l’ottava edizione dello studio “Perseguitati più che mai. Rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2020 – 2022”. La ricerca, che include informazioni della stessa ACS e di fonti locali, testimonianze di prima mano, raccolte di eventi di persecuzione, studi di casi e analisi nazionali, intende portare all’attenzione della pubblica opinione, dei mass media e dei responsabili istituzionali il dramma della sofferenza dei cristiani oppressi per motivi di fede. A tal fine, sono stati esaminati i 24 Paesi in cui le violazioni della libertà religiosa destano particolare preoccupazione: Afghanistan, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Eritrea, Etiopia, India, Iran, Iraq, Israele e i Territori Palestinesi, Maldive, Mali, Mozambico, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Qatar, Russia, Sri Lanka, Sudan, Siria, Turchia e Vietnam. Il periodo di riferimento va dall’ottobre 2020 al settembre 2022. Secondo i contenuti di “Perseguitati più che mai”, racconta Alessandro Monteduro, direttore di ACS Italia, «nel 75% dei 24 Paesi esaminati l’oppressione o la persecuzione dei cristiani è aumentata. L’Africa registra un forte aumento della violenza terroristica, a causa della quale oltre 7.600 cristiani nigeriani sarebbero stati assassinati tra gennaio 2021 e giugno 2022. Nel maggio 2022 è stato pubblicato un video che mostrava 20 cristiani nigeriani giustiziati dai terroristi islamisti di Boko Haram e della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico (ISWAP). I due raggruppamenti cercano infatti di fondare califfati nella regione del Sahel, ciascuno con il proprio wali (governatore) e la propria struttura governativa. In Mozambico, Al-Shabab ha intensificato la sua campagna di terrore, uccidendo i cristiani, attaccando i loro villaggi e appiccando il fuoco alle chiese. Il gruppo, affiliato allo Stato Islamico (ISIS), ha provocato la fuga di oltre 800.000 persone e la morte di altre 4.000», continua il direttore Monteduro.«In Asia, l’autoritarismo statale ha portato a un peggioramento dell’oppressione, anzitutto in Corea del Nord, dove fede e pratiche religiose sono ordinariamente e sistematicamente represse. Il nazionalismo religioso ha innescato crescenti violenze contro i cristiani asiatici, basti pensare ai gruppi nazionalisti hindutva e singalesi buddisti, attivi rispettivamente in India e Sri Lanka. Le autorità hanno arrestato fedeli e interrotto le funzioni religiose. L’India ha fatto registrare 710 episodi di violenza anticristiana tra gennaio 2021 e l’inizio di giugno 2022, causati in parte dall’estremismo politico. Durante una manifestazione di massa in Chhattisgarh nell’ottobre 2021, i membri del Bharatiya Janata Party (BJP) al governo hanno applaudito il leader religioso indù di destra Swami Parmatman e hanno chiesto l’uccisione dei cristiani. In Cina le autorità hanno aumentato la pressione sugli stessi cristiani, mediante arresti indiscriminati, chiusura forzata delle chiese e uso di sistemi di sorveglianza oppressivi», precisa sempre Monteduro. Dal Rapporto emerge che in Medio Oriente la crisi migratoria minaccia la sopravvivenza di alcune delle comunità cristiane più antiche del mondo. In Siria, i cristiani sono crollati dal 10% della popolazione a meno del 2%, passando da 1,5 milioni del periodo precedente la guerra ai circa 300.000 di oggi. Nonostante il tasso di esodo in Iraq sia più basso, una comunità che contava circa 300.000 persone prima dell’invasione da parte di Daesh/ISIS nel 2014, nella primavera 2022 si era ormai dimezzata. Dallo studio di ACS emerge anche che in Paesi diversi come l’Egitto e il Pakistan le ragazze cristiane sono abitualmente soggette a rapimenti e stupri sistematici.

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Vescovo ad ACS: almeno 68 cristiani uccisi nello Stato nigeriano di Benue in due mesi

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2022

Nello Stato nigeriano di Benue, nei soli mesi di maggio e giugno, almeno 68 cristiani sono stati uccisi e molti sono stati rapiti. Ben 1,5 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. Alla radice del problema ci sono i persistenti attacchi dei terroristi islamici della tribù Fulani ai danni di comunità agricole, in gran parte cristiane, residenti nella Nigeria centrale. Le ragioni di tali attacchi sono complesse. I conflitti tra pastori nomadi e contadini stanziali risalgono a secoli fa, ma negli ultimi anni l’afflusso di moderne armi da fuoco ha reso le aggressioni molto più distruttive. La dimensione religiosa aggrava la situazione, in un Paese diviso equamente tra un sud a maggioranza cristiana e un nord a maggioranza musulmana, e in cui la maggior parte dei combattimenti si svolge nella regione centrale, dove si trovano le terre più fertili. Secondo Mons. Wilfred Chikpa Anagbe, vescovo di Makurdi, una delle diocesi di Benue, i terroristi si travestono da pastori nomadi per nascondere il vero scopo dei loro attacchi, che è quello di espellere i cristiani dalle loro terre.La situazione ha causato «una grave e insostenibile carenza di cibo», racconta mons. Chikpa Anagbe ad Aiuto alla Chiesa che Soffre. «Lo Stato di Benue è noto per essere il ‘paniere alimentare’ della nazione, ma il terrorismo ne ha intaccato l’approvvigionamento». Di conseguenza, i contadini, che prima potevano sostenere loro stessi e le rispettive famiglie, ora sopravvivono grazie alla carità. «Questa precarietà fa sì che molti vivano in condizioni incompatibili con la dignità umana, spesso dipendenti dalle razioni alimentari fornite da persone la cui condizione economica non è affatto migliore», dice monsignor Anagbe. Makurdi ospita attualmente l’80% degli sfollati presenti nello stato di Benue e, nonostante le difficoltà finanziarie, la diocesi fa di tutto per alleviare le sofferenze, fornendo cibo e beni di prima necessità. La diocesi assegna anche borse di studio a decine di bambini sfollati, affinché non vengano privati dell’istruzione. L’instabilità della regione rende tuttavia molto gravoso il lavoro, e per questo «da qualche anno non ho potuto svolgere attività pastorali in alcune parti della mia diocesi», aggiunge il prelato. Nonostante tutto, «non abbiamo trascurato la cura pastorale che queste persone meritano. C’è una parrocchia, in una delle zone di insediamento degli sfollati, che si prende cura dei loro bisogni spirituali», conclude il vescovo, aggiungendo che spera di acquistare una clinica mobile per soddisfare i bisogni sanitari.I problemi con gli estremisti in Nigeria si trascinano da diversi anni, e per questo la Chiesa si è lamentata per l’inerzia del governo. Secondo l’arcivescovo Anagbe, «l’entità delle uccisioni e delle distruzioni arbitrarie da parte di queste milizie jihadiste Fulani non fa che consolidare un’agenda politica, ormai palese, di espulsione delle comunità cristiane dalla Nigeria», con conseguente sequestro delle loro terre. «È rivelatore che l’attuale governo nigeriano continui a non fare nulla di fronte a questi attacchi persistenti». Abbandonata dalle autorità locali, la Chiesa è grata per il sostegno ricevuto dai benefattori di ACS, sostegno che l’arcivescovo Anagbe descrive come «una fonte di luce in una valle di tenebre». La fondazione pontificia, nel 2021, ha infatti finanziato 105 progetti per sostenere i cristiani perseguitati e poveri della Nigeria.

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Bollettino quotidiano di feroci violenze ai danni dei cristiani in Nigeria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 luglio 2022

Padre Pietro Amodu, sacerdote della diocesi cattolica di Otukpo, ieri è stato rapito lungo la strada Otukpo-Ugbokolo, nello Stato nigeriano di Benue. Andava a celebrare la Messa in un villaggio. Martedì notte, a Mubi, nello Stato nigeriano di Adamawa, uomini armati hanno attaccato la residenza del Reverendo Daniel Umaru, ucciso due suoi figli e rapito la figlia di 13 anni. Il pastore, appartenente alla Chiesa dei Fratelli in Nigeria, denominazione cristiana anabattista, è ricoverato, assieme alla moglie, in gravi condizioni in ospedale. Padre Peter Udo e Padre Philemon Oboh, due sacerdoti della Diocesi cattolica di Uromi, rapiti domenica scorsa, sono stati invece rilasciati nelle scorse ore. Aiuto alla Chiesa che Soffre continua a denunciare il grave stato di insicurezza che affligge i cristiani della Nigeria e chiama in causa le autorità civili, federali, nazionali e locali, affinché intervengano tempestivamente per evitare questo continuo stillicidio di violenza.

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Nigeria: Rojc (Pd), strage cristiani è stillicidio tragico

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2022

“Un dolore che si rinnova quando abbiamo smesso di pensarci, è uno stillicidio tragico. La strage dei cristiani nigeriani mentre erano raccolti in preghiera è l’espressione di una violenza assurda che ci trascina in guerre di religione e di civiltà la cui logica va rifiutata e fermata con ogni mezzo. L’intolleranza religiosa oggi è uno strumento di aggressione che serve ad altri fini, e là bisogna incidere”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd) a proposito dell’attacco, portato da uomini armati, che in Nigeria avrebbe causato la morte di 50 persone in una chiesa.

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Pubblicato il rapporto “World Watch List 2022” sulla persecuzione dei cristiani nel mondo

Posted by fidest press agency su martedì, 25 gennaio 2022

L’Afghanistan è stato classificato come il paese più pericoloso al mondo per chi professa la fede cristiana, scavalcando la Corea del Nord, ora al secondo posto, secondo la World Watch List 2022, pubblicata giovedì dall’agenzia di monitoraggio cristiana Open Doors. Quest’anno si registra il più alto livello di persecuzione da quando la lista è stata pubblicata per la prima volta, 29 anni fa. Secondo il report dell’organizzazione, la situazione è diventata più pericolosa per i cristiani in Afghanistan, dopo che i talebani hanno preso il controllo del Paese. “Quando viene scoperto che un individuo è di fede cristiana, la sua famiglia, clan o tribù deve salvarne l’onore, rinnegando il credente o addirittura uccidendolo. Poiché lasciare l’Islam è considerato un segno di follia, un cristiano può essere forzatamente rinchiuso in un ospedale psichiatrico, ha detto Open Doors nel rapporto annuale. Preoccupante anche la situazione in India, Paese democratico, ma sempre più influenzato dall’ideologia nazionalista induista, secondo la quale essere indiano significa essere indù. Le violenze contro cristiani e altre minoranze è ignorata o incoraggiata da leader politici indiani, e accompagnata da un’impennata di disinformazione sui media. Tuttavia tra i circa 100 Paesi monitorati il rapporto rileva un aumento della persecuzione. Salgono da 74 a 76 quelli che mostrano un livello definibile «alto, molto alto o estremo». Crescono a 360 milioni (340 nel 2021) i cristiani perseguitati, 5.898 quelli uccisi (da 4.761), con la Nigeria sempre epicentro di massacri (4.650) assieme ad altre nazioni dell’Africa subsahariana. Sono state 5.110 le chiese attaccate (4.488 l’anno precedente), 6.175 i cristiani arrestati (da 4.277) e 3.829 i rapiti (da 1.710). Nella lista dei primi dieci Paesi (calcolata solo sugli atti di violenza contro i cristiani) ben 7 le nazioni africane: Nigeria, Centrafrica, Repubblica democratica del Congo, Mozambico, Camerun, Mali e Sud Sudan. La Corea del Nord è stata in cima alla lista dei 50 paesi più avversi alla fede cristiana per oltre due decenni, secondo la Open Doors, poiché “qualsiasi nordcoreano sorpreso a seguire Gesù è a rischio immediato di reclusione, brutali torture e morte”, sostiene l’agenzia cristiana. Afghanistan e Corea del Nord sono seguite da Yemen, Somalia, Libia, Arabia Saudita, Maldive, Eritrea, Iran e Iraq. La World Watch List considera 4 tipologie di comunità cristiane: le comunità di espatriati o immigrati, le chiese storiche (cattolici, ortodossi, chiese protestanti tradizionali), le comunità protestanti non tradizionali (evangelici, battisti, pentecostali), e le comunità di convertiti al cristianesimo (da islam e induismo, spesso i più colpiti dalla persecuzione). Per Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti” è preoccupante questo rapporto che ha sottolineato che un credente su sette di in tutto il mondo, affronta persecuzioni a causa della propria religione.

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Tre progetti per aiutare i cristiani oppressi in Siria, Libano e India

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 dicembre 2021

In occasione del Natale la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) si rivolge ai propri benefattori, a tutti i cattolici italiani e quanti sono sensibili alle drammatiche condizioni dei cristiani in Siria, Libano e India. Lo fa proponendo di donare per il sostegno di tre iniziative. Il primo progetto ha lo scopo di assicurare medicine e accertamenti clinici a 150 malati cronici di Homs, in Siria. Dopo dieci anni di guerra la popolazione continua a soffrire e a morire per l’aggravarsi della situazione sanitaria. Metà degli ospedali e dei centri di prima assistenza sono infatti distrutti o inagibili e si stima che circa il 70% del personale sanitario sia emigrato e che ci sia un solo medico ogni 10.000 abitanti. Il sistema sanitario non è dunque in grado di far fronte alla domanda di cure mediche, tanto che l’aspettativa di vita si è ridotta di 15 anni per gli uomini e di 10 per le donne. La Chiesa sta assistendo anche dal punto di vista sanitario i cristiani più poveri, in particolare i malati cronici e gli anziani che non riescono ad accedere alle cure e alle sempre più costose terapie farmacologiche, ma ha bisogno di essere finanziariamente sostenuta in questo quotidiano sforzo. La seconda iniziativa intende fornire cibo a 2.500 famiglie cristiane di Zahleh, in Libano, nazione in cui anche a seguito della catastrofica esplosione nel porto di Beirut del 4 agosto 2020 la crisi economica e politica si è aggravata. Il potere d’acquisto è ridotto a un decimo, il tasso di povertà è al 74%, i prezzi dei beni di consumo sono aumentati fino al 120%. A causa della carenza di elettricità, tale da causare blackout anche di 20 ore al giorno, e della mancanza di combustibile, gli ospedali hanno ridotto drasticamente la loro attività. La priorità per migliaia di famiglie libanesi è sfamarsi e la Chiesa è attivamente impegnata per la loro sopravvivenza. L’arcidiocesi di Furzol e Zahleh, nella valle della Beqaa, si è rivolta ad ACS per finanziare l’acquisto di beni alimentari (tra cui zucchero, riso, latte e pane) a beneficio di 2.500 famiglie cristiane. I sacerdoti delle parrocchie provvederanno alla distribuzione del “cibo della speranza” ogni domenica alla fine delle Messe. Il terzo progetto riguarda aiuti per 190 sacerdoti e 800 suore che sostengono poveri e malati nella diocesi di Calicut, in India. L’andamento della pandemia da Covid-19 continua ad essere drammatico e il sistema sanitario è sottoposto a una pressione senza precedenti. Mancano posti letto nonché presidi essenziali per affrontare la malattia, a cominciare dall’ossigeno. Le ripercussioni sociali della pandemia sono enormi considerato che i tanti poveri che lavoravano saltuariamente e senza contratto sono rimasti disoccupati a causa dei lockdown. In India si muore di Covid e di fame, per questo la Chiesa è impegnata con sacerdoti e suore nell’assistenza ai più bisognosi, soprattutto ai poveri e ai malati delle zone rurali dove l’assistenza sanitaria è totalmente assente. Per continuare a prestare questo servizio essenziale anche a Calicut è tuttavia necessario il supporto finanziario che questo progetto di ACS intende garantire.

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«I cristiani si estingueranno se l’Occidente non farà nulla»

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 ottobre 2021

Il patriarca dei siro-cattolici Ignatius Joseph III Younan, in un colloquio con la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), sottolinea quanto sia urgente arginare la migrazione cristiana dal Libano. Secondo il patriarca infatti, a fronte della crisi economica e dell’attuale ondata di violenza, se l’Occidente non aiuta i cristiani libanesi questa comunità potrebbe presto estinguersi.Il prelato denuncia l’esodo di fedeli da un Paese in cui i cristiani sono circa due milioni. «Temiamo veramente molto che, qualora questa crisi continui, sia la fine dei cristiani in Libano e in tutto il vicino Oriente nel giro di pochi anni. Normalmente quando i cristiani partono, come è successo in Iraq, Siria e Turchia, non tornano. Chiedono: ‘Perché dovremmo tornare quando non possiamo garantire ai nostri figli una vita dignitosa né la libertà religiosa?’».Il patriarca dei siro-cattolici racconta: «Uno del nostro clero ha richiesto un permesso di soggiorno e un funzionario gli ha detto che si rilasciano 5.000 passaporti al giorno e che si stima che almeno 3.000 di questi siano per i cristiani che poi se ne vanno. Non possiamo convincerli a restare perché dicono: ‘Come possiamo sopportare questa situazione? Non c’è speranza per il nostro futuro.’ Si devono osservare i problemi del Libano e dire ai politici che quando è troppo è troppo. Forse questo non è più d’interesse per i politici occidentali. Hanno altri problemi da affrontare».La scorsa settimana a Beirut si sono verificati scontri che hanno causato la morte di sette persone. Le violenze hanno seguito le manifestazioni di protesta per la rimozione del giudice Tarek Bitar, fino ad allora titolare delle indagini sull’esplosione del porto di Beirut dell’agosto 2020. La deflagrazione ha causato oltre 200 vittime e la devastazione di gran parte della città, in particolare dei quartieri cristiani. Il Paese sta inoltre attraversando una grave crisi economica e soffre di una elevatissima inflazione. Oltre il 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà a causa della corruzione, delle inadeguate infrastrutture pubbliche e del COVID-19.Secondo il patriarca Younan l’Occidente «non sta facendo con saggezza e onestà ciò che deve fare per difendere le minoranze in Medio Oriente, in particolare i cristiani. Siamo qui da millenni. Abbiamo sopportato ogni tipo di oppressione». ACS dopo l’esplosione portuale del 2020 ha finanziato progetti per oltre 5,4 milioni di euro garantendo aiuti di emergenza e ricostruendo le chiese del quartiere cristiano di Beirut.

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ACS raccoglie fondi per due progetti a difesa della presenza cristiana in Turchia

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 settembre 2021

In Turchia la piccola comunità cristiana, lo 0,2% della popolazione, è oppressa a causa della progressiva re-islamizzazione della società. Attacchi contro le chiese (in alcuni casi per punire i cristiani accusati di diffondere il Covid-19), arresti ingiustificati di fedeli, impossibilità di ottenere il pieno riconoscimento giuridico delle Chiese cattolica e protestante, proibizione di costruire i seminari delle Chiese cattolica, armena e greco-ortodossa, ripetute offese contro la cultura cristiana diffuse dai media statali, specialmente a Natale: sono solo alcune delle preoccupanti manifestazioni di questo pericoloso connubio fra islamismo di Stato ed estremismo di alcuni gruppi sociali. La riapertura e il restauro dei luoghi di culto cristiani è pertanto di fondamentale importanza per contribuire alla permanenza della piccola minoranza in terra turca. Per questo motivo la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) si rivolge ai benefattori italiani per una campagna di raccolta fondi da destinare a due progetti. Il primo riguarda Istanbul e ha lo scopo di riattivare le campane della cattedrale dello Spirito Santo. La chiesa si trova nella centrale piazza Taksim ed è la più importante della capitale. Il campanile ha urgente bisogno di essere consolidato poiché nelle condizioni attuali, anche per l’elevato rischio sismico della zona, potrebbe crollare, al punto che per motivi di sicurezza le campane non possono più essere suonate. Le donazioni finanzieranno i lavori di consolidamento del campanile, dell’orologio storico e dell’antica lanterna. A Smirne ACS intende riaprire la cattedrale di San Giovanni Apostolo, chiusa dal terremoto del 2020. Due le date simbolo della sua storia recente: il 2013, quando venne riaperta al culto dopo cinquant’anni di militarizzazione, e il 2020, anno in cui un forte terremoto la rese inagibile, imponendone la chiusura. Le donazioni consentiranno i lavori necessari alla riapertura, consentendo così alla comunità dei fedeli di non disperdersi e di riunirsi quanto prima nel luogo di culto.

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Cristiani d’oriente e convivenza interreligiosa

Posted by fidest press agency su domenica, 28 febbraio 2021

Prima di tutto, chi sono i cristiani che il Papa incontrerà? Come nel resto del Medio Oriente, la Chiesa cattolica in Iraq si articola in diversi riti, una singolarità che è frutto di un passato complesso e che ricapitoliamo in una breve bussola. La maggior parte dei fedeli appartengono oggi alle comunità caldea (di tradizione siro-orientale), siro-cattolica (di tradizione siro-occidentale) e latina. L’articolo di S.Em. il Cardinal Sako dettaglia nello specifico le tormentate vicende della Chiesa caldea, di cui è Patriarca dal 2013. Parte di quella Chiesa d’Oriente le cui radici affondano al primo secolo dell’era cristiana e protagonista nel Medio Evo di una straordinaria fioritura missionaria, che arrivò a toccare la Cina, dopo la conquista mongola questa Chiesa fu costretta a ripiegare nella regione dell’Alta Mesopotamia, in particolare nella Piana di Ninive, che il Papa visiterà il 7 marzo. Vittime del primo genocidio del XX secolo, il dimenticato Sayfo, le chiese siriache e caldee sono state di nuovo aggredite da ISIS durante gli anni terribili del “califfato”, come racconta Maria Laura Conte in un reportage realizzato nel vivo della tragedia. Si sa che la furia di ISIS, dopo aver compiuto una pulizia religiosa, si era accanita anche contro i segni che a Mosul testimoniavano di un’autentica “simbiosi cristiano-musulmana”: proprio per questo sono particolarmente preziose le immagini di un patrimonio in gran parte perduto raccolte da Amir Harrak. Se il processo di ricostruzione degli edifici è in corso, molto più faticoso è riedificare l’umano e sanare le ferite inferte dal nuovo genocidio.
Ne parla l’Arcivescovo caldeo di Mosul, per cui la priorità è insieme salvare gli esseri umani e la loro cultura. Ma questo non potrà avvenire, ricorda la studiosa irachena Amal Marogy attingendo alla sua memoria familiare, senza perdono, perché «la via della giustizia riparativa è la via biblica per eccellenza» e coinvolge tutti i cristiani senza distinzioni. Anzi, questo “ecumenismo del sangue”, secondo l’espressione cara a Papa Francesco, è fondamentale per il cammino ecumenico con le chiese ortodosse orientali e le comunità evangeliche. La dimensione del martirio, peraltro, sarà presente fin da subito nel viaggio papale: il primo giorno infatti si concluderà con un momento di preghiera presso la cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, teatro nel 2010 di un feroce massacro di al-Qaeda, a ricordare che le piaghe del jihadismo e del fanatismo religioso precedono l’avvento di ISIS. I 48 cristiani morti durante l’attacco, tra cui un bambino ancora non nato e uno di tre mesi, sono stati proclamati servi di Dio nell’ottobre 2020 dopo la conclusione della fase diocesana del processo di canonizzazione. (fonte:Fondazione Oasis)

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La piaga dei sequestri di cristiani in Nigeria

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 febbraio 2021

In Nigeria una serie di rapimenti e atti di violenza ai danni dei cristiani manifesta un peggioramento della situazione già gravissima per la comunità religiosa. Il 15 gennaio scorso don John Gbakaan, sacerdote della Diocesi di Minna, è stato rapito e ucciso il giorno dopo. Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica in Nigeria un vescovo, mons. Moses Chikwe, Pastore dell’Arcidiocesi di Owerri, a fine 2020 è stato rapito da uomini armati e trattenuto per alcuni giorni. Precedentemente erano stati rapiti padre Valentine Ezeagu, sacerdote della Congregazione dei Figli di Maria Madre della Misericordia (15 dicembre, rilasciato 36 ore dopo) e don Matthew Dajo, dell’Arcidiocesi di Abuja (sequestrato nel mese di novembre e liberato dopo dieci giorni di prigionia). In un’intervista rilasciata alla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo della stessa Abuja, capitale della Nigeria, definisce questa situazione «un morbo che si sta diffondendo senza che venga fatto alcuno sforzo significativo per arginarlo». Il prelato chiarisce che non solo i leader religiosi ma molti altri nigeriani, «vittime silenziose», stanno subendo la medesima drammatica sorte. Parlando poi degli autori dei crimini spiega che i termini “terroristi”, “banditi”, “uomini armati” sono stati usati indiscriminatamente per definire gli autori dei rapimenti, ma la loro identità non è nota con certezza. Rammaricato per le migliaia di persone uccise in diverse parti del Paese senza alcuna reazione significativa, mons. Kaigama ritiene sconcertante che le forze di polizia non siano in grado di identificare questi soggetti, e ciò avvalora l’opinione che non sono molti gli sforzi compiuti finore per garantire la pubblica sicurezza.L’Arcivescovo ritiene che ci siano diverse motivazioni alla base dei rapimenti: «alcuni sono a scopo economico, perpetrati da criminali alla ricerca di denaro facile, tengono le persone in ostaggio e chiedono riscatti di milioni di naira; altri legati al fondamentalismo religioso mirante all’espansione territoriale al fine di dominare coloro che considerano infedeli e i cristiani sono il numero uno sulla loro lista, ma attaccano e uccidono anche i musulmani che non approvano il loro modus operandi. I criminali, i banditi, che dir si voglia, sono consapevoli che l’attacco a un prete o a una suora cattolica fa notizia e pensano così di spingere il governo a prenderli sul serio. È una strategia tipicamente terroristica attaccare dove le ripercussioni sono più forti».In merito al delicato problema dei riscatti richiesti il prelato spiega la posizione della Chiesa affermando che i vescovi della Conferenza Episcopale nigeriana hanno concordato all’unanimità di non pagare. Nel malaugurato caso di un nuovo sequestro il sacerdote chiarirà che la sua diocesi non paga riscatti. Lo scopo è evitare di alimentare questo macabro mercato di potenziali rapiti. «C’è urgente bisogno che il governo nigeriano affronti la situazione addestrando gli agenti di sicurezza ad agire in modo più efficace. Ci si aspetterebbe che, con tutto il denaro gestito dai politici, il governo investisse di più nell’acquisto di strumenti validi a perseguire i criminali. Gli agenti guadagnano molto poco e devono affrontare malviventi che hanno armi più sofisticate e spesso sono loro le prime vittime», conclude mons. Kaigama.

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Il “nemico invisibile”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

È il frutto della nostra indifferenza e della nostra incapacità di proporci come parte attiva della società nella quale viviamo. È un nemico insidioso che ci corrode dall’interno e ci rende più aridi ed egoisti, più opportunisti e cinici di fronte alle sofferenze espresse dai nostri simili che non hanno le nostre fortune, che non godono i nostri vantaggi, che hanno avuto la ventura di esprimere la parte del più debole e del più derelitto. Qui non si tratta, sia chiaro, di un nemico al quale si può contrapporre un atto di forza, un ordine imperioso ed anche minaccioso. Qui si tratta di riscoprire con forza morale, con esempi validi ed efficaci, la nostra vera natura che è partecipazione e condivisione. Qui occorre “rigenerare” i valori che ci appartengono da sempre e renderli operanti nella nostra vita vissuta in comunità. Lo dobbiamo fare in tutti i modi e in tutte le circostanze. Dobbiamo dimostrare che non è l’indifferenza il vero motore della vita ma piuttosto la nostra capacità d’esprimerla allungando una mano per stringere con forza e passione quella di tutti i nostri vicini, in una catena indissolubile, e che essa ci faccia sentire gli uni più vicini agli altri in ogni cosa. E’ un discorso, ovviamente, che riguarda i fedeli quanto gli agnostici.
In tale ambito gli arabi e i cristiani divennero, più dei buddisti e degli ebrei, nel corso dei secoli, dei popoli conquistati e dei conquistatori e, in quel loro agitarsi finirono con il perdersi in un mare di violenze. Invasero le terre che sentivano proprie e che furono in precedenza sottratte con la forza e andarono oltre in Europa e in Asia. Furono anche sconfitti e costretti ad arretrare. Ogni volta le anime di entrambi i contendenti furono influenzate da dissensi e inimicizie. Ciò non di meno i commerci furono fiorenti con ricchi scambi d’esperienze artistiche e quanto altro. “Fu proprio durante il Medioevo – ricorda Cherubino Mario Guzzetti nel suo libro “Islam questo sconosciuto” (Elledici edizioni), che molti dei migliori ingegni cristiani venerarono come insigni maestri i dotti musulmani che trasmettevano loro la sapienza antica, arricchita di intuizioni e scoperte geniali in ogni campo dello scibile. Tra gli altri sant’Alberto Magno (1193-1280), luminare del medioevo cristiano, aveva tanto rispetto per la scienza degli arabi che, quando insegnava, vestiva alla maniera araba”. Fu, purtroppo, un maestro inascoltato dal suo grande allievo san Tommaso D’Aquino (1226-1274) tanto che nella Summa contra Gentiles espresse giudizi inesatti e sommari, influendo in modo quanto mai negativo su intere generazioni di pensatori cristiani. D’altra parte, sant’Alberto Magno non fu il solo estimatore degli arabi. Ebbe autorevoli precursori. Penso a San Giovanni Damasceno (655-749), figlio di un ministro delle finanze del califfo Mu’äwiya. Penso al papa Gregorio VII (1073-1085) che cercò d’intrattenere con i musulmani relazioni ispirate a vero spirito di amore cristiano:” Dio onnipotente vuole che tutti noi possiamo salvarci e che nessuno perisca. Egli nulla tanto gradisce quanto la nostra obbedienza al suo comando di amare il prossimo e di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. È un amore che dovrebbe esistere ancora di più fra noi che non fra gli altri popoli perché, sebbene in modo diverso, ambedue riconosciamo un Dio unico e ogni giorno lo lodiamo e adoriamo quale creatore e signore dell’universo.
Vi fu anche un rapporto di amicizia ancora più illuminante per opera di San Francesco d’Assisi (1182-1226) con il suo viaggio in Egitto nel 1209 per instaurare relazioni pacifiche con i musulmani e divenne amico del sultano Mälik al-Kâmil.
Amicizie che si estesero in campo laico come accadde con i normanni in Sicilia, ma non furono sufficienti a fugare tutti i contrasti esistenti tanto che nel decreto del Concilio Lateranense IV De recuperando Terra Santa (1215) si esortava non al dialogo, ma alla crociata.Tali lotte si riconobbero, spesso, con un forte collante religioso che ebbe la pretesa di avocare a sé tutti i possibili rapporti culturali, politici e sociali. Vedasi le Crociate, da una parte, e il tentativo di islamizzare l’Occidente dall’altra. Ciò ha reso difficile, ancora oggi, la comprensione dei rispettivi comportamenti.
“Ci vollero più di mille anni – scrive Cherubino Mario Guzzetti – per porre fine alle calunnie reciproche di cristiani e musulmani e per avviare un dialogo rispettoso, inteso ad accertare i fatti reali e a comprendere (senza condannarli a priori) i punti di vista degli altri”. Una prova si ebbe nella traduzione latina del Corano pubblicata a Padova nel 1698 da padre Ludovico Marracci.
Il dialogo, in effetti, è stato reso arduo proprio dal fatto che mentre in occidente si è faticosamente giunti a una separazione, in senso laico, dei poteri tra Stato e Religione nel mondo arabo tale distinzione non esiste a tutt’oggi. È stato per l’Occidente, è bene ricordarlo, un processo che è durato secoli dopo l’uscita dal mondo unitario medioevale. Da allora a oggi, il confronto, tra pensiero moderno razionale, scientifico e tecnico, tendente all’analisi e alla distinzione dei ruoli e delle competenze, è stato continuo e serrato e, sovente, non sono mancati roventi contrasti e traumatici ripiegamenti.
Da qui partono, per quanto strane possono sembrarci, le incompatibilità tra l’Occidente cristiano e l’Oriente arabo. E i motivi di confronto e di scontro appartengono alla nostra quotidianità: la lingua, il problema scolastico dei figli, i diritti civili, l’alimentazione, nei posti lavoro dotati di mense, ecc. Eppure, non dobbiamo dimenticare che i musulmani, nella grande Europa sono circa ventitré milioni. La fetta più ampia vive nei paesi dell’Unione delle Repubbliche sovietiche mentre in Francia sono due milioni e mezzo, in Germania sono un milione e settecentomila e in Inghilterra un milione. In Italia si calcola che non siano meno di quattrocentomila, se includiamo nella conta i clandestini. Non è pensabile che l’Islam in Europa non si trovi, alla fine, ad affrontare una simile sfida. Sappiamo anzi che dalla fine della Prima guerra mondiale fino ad oggi vi sono state molte proposte, tendenze, partiti, soluzioni secondo le quali il mondo musulmano, nelle sue diverse ramificazioni, etnie e territori, ha preso coscienza dell’avvento dell’era della tecnica e delle esigenze di razionalità che essa comporta. Bisogna dire, però, che fino ad ora la fede nei grandi “pilastri” dell’Islam, e in una certa misura tale aspetto riguarda anche gli ebrei e talune frange di cristiani, non sembrano aver avvertito in maniera preoccupante la scossa derivante dai principi della modernità. Prevalgono in questo momento le tendenze fondamentaliste, che cercano d’appropriarsi dei risultati tecnici, ma staccandoli dalla tradizione antica, da tutti i problemi politici e sociali che ne derivano. Non si ammette quindi separazione tra Religione e Stato, tra Religione e Politica.
A questo punto anche l’Occidente pare diviso sul da farsi. Nel frattempo, continuano ad agitarsi i fantasmi di un tempo: le preoccupazioni per un’islamizzazione dell’Occidente, attraverso le correnti migratorie, sempre più massicce. Al fondo di queste ragioni vi è il timore che una Chiesa perda il primato, sull’altra, sui territori che ha definito come spartiacque inviolabili.
Su tutto prevale, ovviamente, la necessità d’impostare comunque e sempre un atteggiamento di rispetto e di ricerca della verità. Incominciò a farlo il Concilio Vaticano II (1962-1965) sotto l’egida di un sano ecumenismo. Sono significativi i suoi due documenti: Lumen gentium e Nostra aetate, dove si esprimevano stima e comprensione per il mondo musulmano. (Riccardo Alfonso)

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I cristiani di Beirut resistono agli speculatori fondiari e restano in Libano

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2020

Dopo la terribile esplosione del 4 agosto scorso i cristiani di Beirut subiscono pressioni affinché vendano le proprietà e abbandonino il Libano. In un colloquio con la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Toufic Bou-Hadir, direttore della Commissione Patriarcale Maronita per la Gioventù, ha sottolineato che «ci sono persone che cercano di trarre profitto dalla catastrofe comprando terre e case dai cristiani», ma la popolazione preferisce riparare le proprie case danneggiate piuttosto che vendere e lasciare il Paese. «La gente vuole restare. Un certo numero di anziani, e anche di giovani, resta nelle proprie case, anche se danneggiate. Con tutto il rispetto per quanti hanno altre credenze religiose, non possiamo vendere le case cristiane. Non vogliamo cambiare la demografia. La terra non ha solo un valore materiale. Rappresenta la nostra dignità, e in essa abbiamo le nostre radici». Mons. Bou-Hadir ha sottolineato che nei giorni scorsi i responsabili della Chiesa locale hanno collaborato con i leader politici per l’approvazione di una legge a tutela dei fedeli minacciati dagli speculatori fondiari. Nel frattempo, quasi 300 giovani hanno riempito la cattedrale maronita di Beirut, anch’essa danneggiata, per una veglia notturna guidata dall’arcivescovo Paul Abdel Sater, il quale li ha esortati a non perdere la fiducia nel futuro della città nonostante l’immane tragedia. Questi stessi giovani sono stati lodati da mons. Bou-Hadir per il loro impegno volontario a sostegno delle famiglie vittime dell’esplosione. ACS sta fornendo aiuti di emergenza a 5.000 famiglie e mons. Bou-Hadir ha espresso la gratitudine dei cristiani libanesi nei confronti dei benefattori della fondazione. «Voglio ringraziare Aiuto alla Chiesa che Soffre per aver fornito un sostegno essenziale». Nella fase inziale, ha proseguito, «c’è stato solo lo shock, la gente era concentrata nel tentativo di sopravvivere. Ora sta prendendo piena coscienza di quanto accaduto e sta comprendendo quanto sarà duro e difficile il futuro, ma la nostra speranza è Cristo», ha concluso.

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Nuovi progetti ACS per i cristiani pakistani oppressi dalla povertà e dal coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

Faisalabad, nella provincia del Punjab, è una delle tre diocesi pakistane che beneficiano di un programma di aiuti di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) per oltre 5.000 tra le più povere famiglie del Paese minacciate dal coronavirus. In Pakistan i contagi sono, ad oggi, 270.000.ACS ha fornito aiuti alimentari a più di 500 famiglie della città che maggiormente patiscono gli effetti economici provocati dal COVID-19. Mentre alcune ONG locali hanno rifiutato di fornire provviste di emergenza ai non-musulmani, i partner dei progetti della fondazione pontificia ACS presenti sul territorio hanno distribuito più del 70% degli aiuti ai cristiani, prevalentemente impiegati nei lavori più umili e peggio retribuiti. I pacchi alimentari, in particolare, rappresentano solo una parte di una serie di progetti di sostegno per Faisalabad correlati all’emergenza COVID-19, i quali includono anche la distribuzione di dispositivi di protezione individuale per 46 sacerdoti e 100 catechisti della diocesi. Tali strumenti hanno consentito loro di servire, in condizioni di sicurezza, i fedeli in maggiore difficoltà per la pandemia. I progetti comprendono inoltre un programma di borse di studio a sostegno dei bambini più bisognosi di 20 scuole cattoliche diocesane. La fondazione ha curato anche una campagna di sensibilizzazione attraverso radio locali, poster e dépliant per quanti non hanno accesso ad internet. Caritas Pakistan Faisalabad ha collaborato con la fondazione pontificia per il progetto, e Aneel Mushtaq, Segretario Esecutivo della Caritas locale, ci ha descritto l’effetto dell’iniziativa. «Questo contributo che voi di ACS avete dato ha aiutato la gente a salvarsi dalla fame. Molti di loro non avevano niente da mettere sul tavolo per nutrire le proprie famiglie ed erano in una situazione veramente allarmante».

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Rapporto di ACS sull’Iraq

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha pubblicato il rapporto “Life after ISIS: New challenges to Christianity in Iraq”. Lo studio esamina le minacce che incombono attualmente sui cristiani iracheni tornati nelle loro case della Piana di Ninive dopo la drammatica persecuzione del 2014, riconosciuta internazionalmente come genocidio. Secondo il rapporto se la comunità internazionale non interverrà tempestivamente l’emigrazione forzata, nell’arco di 4 anni, potrebbe ridurre la popolazione cristiana dell’80% rispetto a quella precedente l’aggressione dell’ISIS. Ciò farebbe passare la comunità cristiana locale dalla categoria “vulnerabile” a quella critica di “a rischio estinzione”. Il 100% dei cristiani presenti nell’area avverte la mancanza di sicurezza e l’87% di loro aggiunge di percepire tale mancanza “moltissimo” o “notevolmente”. Le ricerche indicano la violenta attività delle milizie locali e la possibilità di un ritorno del sedicente Stato Islamico quali maggiori cause di timore. Secondo il 69% degli intervistati questa è la causa principale di una possibile migrazione forzata. La Shabak Militia e la Babylon Brigade, le due principali milizie attive nella Piana di Ninive con il supporto iraniano, suscitano le maggiori preoccupazioni. Tali milizie operano con il permesso del governo iracheno perché hanno contribuito alla vittoria sull’ISIS, tuttavia il 24% degli intervistati afferma che «le famiglie hanno subito gli effetti negativi dell’attività di una milizia o di altri gruppi ostili». «Molestie e intimidazioni, spesso legate alla richiesta di denaro», rappresentano le più comuni forme di ostilità riferite.Oltre alla mancanza di sicurezza i cristiani indicano disoccupazione (70%), corruzione finanziaria e amministrativa (51%) e discriminazione religiosa (39%) a livello sociale quali altrettante minacce che inducono alla migrazione. I contrasti fra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, aventi ad oggetto determinate aree a maggioranza cristiana, aumentano il senso di insicurezza.
Non ci sono solo ombre, ma anche luci confortanti. Secondo dati aggiornati ad aprile 2020 il 45% delle famiglie cristiane ha fatto ritorno nella Piana di Ninive, anche se in molti casi è tornata solo parte dei componenti, e nonostante un diffuso stato di segregazione dei nuclei familiari. Questa evoluzione complessivamente positiva è frutto del piano di recupero di lungo termine curato da Aiuto alla Chiesa che Soffre insieme ad altre Organizzazioni al fine di gestire la ricostruzione dei centri cristiani aggrediti dalla furia jihadista. La fondazione pontificia è attualmente impegnata in una nuova fase di tale piano, e cioè la ricostruzione delle strutture gestite dalla Chiesa nei centri cristiani della Piana. Delle 363 strutture interessate (34 totalmente distrutte, 132 incendiate e 197 parzialmente danneggiate), l’87% hanno anche funzioni sanitaria, di sostegno sociale ed educativa.

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Un Natale di speranza ai cristiani di Siria e Venezuela

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

La Siria come il Venezuela. Cambiano i volti, la lingua, il continente ma la sofferenza della popolazione è la medesima. Ecco perché questo Natale Aiuto alla Chiesa che Soffre ha voluto pensare sia al popolo venezuelano che ai Cristiani siriani lanciando una campagna di raccolta fondi a sostegno di entrambe le comunità.In Siria la Fondazione assicurerà aiuti alimentari e gasolio per il riscaldamento a 5.500 famiglie che vivono a Damasco, Aleppo, Homs e Hassaké. In Venezuela, invece, ACS darà da mangiare a circa 10.000 persone che vivono a Caracas, La Guaira, San Carlos, Merida e Ciudad Bolivar sostenendo le “pentole solidali”, ovvero le mense organizzate da pressoché tutte le parrocchie per offrire ai venezuelani l’unico pasto della giornata.«In Siria, così come in Venezuela è la mano caritatevole della Chiesa a rispondere alle esigenze di un popolo ormai allo stremo – afferma Alessandro Monteduro, direttore di ACS, che nei mesi scorsi ha visitato entrambi i Paesi – Ma le risorse di queste Chiese locali sono limitate e dobbiamo sostenerle!».In Venezuela il regime di Maduro ha ridotto il Paese in ginocchio. Mancano l’acqua, l’energia elettrica, i generi alimentari e la moneta continua a svalutarsi, tanto che con uno stipendio minimo mensile non si riesce neanche ad acquistare un cartone di uova. In Siria, le conseguenze di oltre 8 anni e mezzo di conflitto sono drammatiche e se non riceveranno aiuti tanti altri cristiani lasceranno il Paese.
«Tra le vie di Caracas, così come in quelle di Aleppo, vi sono madri in cerca di aiuto per dar da mangiare ai propri bambini, vi sono malati che non possono permettersi di acquistare medicine, anziani lasciati soli perché i propri figli sono stati costretti ad emigrare per trovare un pur minimo sostentamento per le proprie famiglie», continua Monteduro, invitando i benefattori italiani a sostenere i due progetti.
Sono numerose le iniziative già sostenute quest’anno da ACS in entrambi i Paesi. Da gennaio a settembre 2019, la Fondazione ha infatti finanziato 65 interventi in Venezuela e ben 85 in Siria.«A Natale vogliamo fare ancora di più – aggiunge Monteduro – e siamo certi che i benefattori italiani non faranno mancare il loro sostegno ai nostri fratelli nella fede. Facciamo sì che questo possa essere finalmente un Natale di speranza in Siria e in Venezuela!».

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Dal 2011 ad oggi più della metà dei cristiani ha abbandonato la Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

A partire sono stati soprattutto i giovani che spesse volte si sono visti costretti a lasciare in patria nonni e genitori. E così molti degli anziani cristiani non hanno nessuno che si prenda cura di loro. Sono soli per un gesto d’amore, perché sono stati loro stessi a spingere i propri figli e nipoti a partire per salvarsi e cercare un futuro migliore all’estero. Pensando a loro, Aiuto alla Chiesa che Soffre lancia un nuovo progetto per la ricostruzione della Casa per anziani delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli di Aleppo. «Si tratta di un centro che potrà accogliere circa 80 anziani in 40 stanze – spiega monsignor Denys Antoine Chahda, arcivescovo siro-cattolico di Aleppo – Tutti gli ospiti riceveranno cibo, medicine e assistenza costante. Molti anziani sono gravemente malati».La Casa per anziani è presente ad Aleppo dal 1898 ma l’attuale struttura, inaugurata nel 1983, è stata in gran parte distrutta dalla guerra. Sono dunque necessari lavori di ristrutturazione sia della facciata che degli ambienti interni oltre al ripristino delle reti elettrica, idrica e fognaria. Deve essere riparata, anche la cappella interna dove, come in passato, sarà celebrata la Santa Messa quotidiana. I lavori sono già iniziati, ma per il completamento occorrono 100mila euro. Nelle scorse settimane il direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, ha verificato lo stato di avanzamento dei lavori. La speranza degli anziani cristiani è riposta come sempre soltanto nella Chiesa e nella generosità dei loro fratelli nella fede italiani, ai quali monsignor Chahda lancia un appello tramite ACS: «Ad Aleppo la guerra ha distrutto migliaia di famiglie cristiane, lasciando molti anziani abbandonati a loro stessi. Chiedo dunque a voi benefattori italiani di aiutarci, di ricordarci nelle vostre preghiere e di sostenere concretamente questa Casa di riposo che è assolutamente necessaria! Grazie per il vostro aiuto, che Dio vi benedica!».

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Cristiani a rischio nella Siria Nord orientale

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 ottobre 2019

«Almeno trecento cristiani hanno lasciato le città di Ras al-Ain, Derbasiyah, Tall Tamr ed una parte di al-Malikiyah e temiamo che se gli scontri proseguiranno, un esodo perfino maggiore di fedeli potrebbe interessare anche Qamishli, dove attualmente vivono 2300 famiglie cristiane». È il racconto disperato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre di monsignor Nidal Thomas, rappresentante episcopale della Chiesa caldea ad Hassaké.Il sacerdote descrive una situazione critica. «Non sappiamo quanto sta succedendo. Ogni ora sentiamo parlare di vittime e di dispersi nelle dichiarazioni di curdi, turchi, americani e russi. Ma noi non conosciamo la verità. L’unica certezza è che i bombardamenti e soprattutto i massacri commessi dai turchi contro la nostra comunità, spingono sempre più cristiani a fuggire». Al momento sono poche le famiglie di fedeli che si sono rifugiate nel Kurdistan iracheno, ma monsignor Thomas ritiene che difficilmente i cristiani in fuga potrebbero scegliere come meta la regione semi-autonoma nel nord dell’Iraq. «La vita lì è troppo costosa per i poveri cristiani siriani. Senza contare che il popolo iracheno non ha fatto nulla per evitare il drammatico scenario che purtroppo si è concretizzato in Siria. Nel nostro Paese c’erano migliaia di famiglie cristiane. Nessuno ha cercato di difenderci».
Oggi i cristiani nella Siria nordorientale, nonostante la conferma dell’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi, temono anche un ritorno del jihadismo. «È purtroppo un’eventualità con la quale dobbiamo fare i conti», afferma monsignor Thomas, secondo il quale molti degli uomini di ISIS sarebbero ora riuniti nell’Esercito libero siriano che è entrato nella regione di Ras al-Ain. Il sacerdote, tramite Aiuto alla Chiesa che Soffre, si appella quindi alla comunità internazionale per chiedere un sostegno a nome della propria comunità. «Abbiamo bisogno di aiuto. Noi cristiani siamo il popolo che più ha sofferto a causa di questo interminabile conflitto. Siamo l’anello debole, perché vogliamo vivere in pace e rifiutiamo la guerra. Due terzi dei cristiani hanno lasciato il Paese e il restante terzo rischia di non sopravvivere. E nel frattempo i Paesi occidentali si scontrano tra loro per spartirsi la Siria, ridotta in ginocchio anche a causa delle sanzioni internazionali».

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“Cristiani nel mirino: Cessino gli aiuti esteri ai Jihadisti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 luglio 2019

«Se si continuerà a non intervenire il risultato sarà l’eliminazione della presenza cristiana da quest’area e forse in futuro anche dall’intero Paese». Così afferma ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Laurent Birfuoré Dabiré, vescovo di Dori, dopo l’ennesimo attacco anticristiano avvenuto in Burkina Faso.La violenza si è verificata il 27 giugno, ma soltanto nelle ultime ore si è diffusa la notizia. «È accaduto nella vicina diocesi di Ouahigouya – racconta il presule – mentre gli abitanti del villaggio di Bani si erano radunati per parlare tra loro. I fondamentalisti sono arrivati ed hanno costretto tutti i presenti a sdraiarsi per terra. Li hanno perquisiti. Quattro di loro indossavano delle croci. Li hanno uccisi perché erano cristiani». Dopo il massacro gli estremisti hanno intimato agli altri abitanti che se non si fossero convertiti all’Islam, avrebbero ucciso anche loro.Si tratta del quinto attacco anticristiano avvenuto dall’inizio dell’anno nel nordest del Paese, con un bilancio di 20 cristiani uccisi. Le violenze hanno colpito le tre diocesi di Dori, Kaya e Ouahigouya. Monsignor Dabiré riferisce come l’azione dei fondamentalisti si sia intensificata a partire dal 2015. «Prima agivano soltanto nelle zone di frontiera con il Mali e con il Niger. Pian piano sono penetrati nell’interno colpendo l’esercito, i funzionari e la popolazione. Oggi il loro obiettivo sono i cristiani e credo che vogliano scatenare un conflitto interreligioso».Se inizialmente si credeva che gli estremisti fossero stranieri, con il tempo si è scoperto che tra di loro non mancano i burkinabé. «Ci sono giovani che si sono uniti ai jihadisti per mancanza di denaro, lavoro e prospettive, ma anche elementi radicalizzati che partecipano a tali movimenti perché li ritengono espressione della loro fede islamica».Intanto cresce sempre più la paura all’interno della comunità cristiana. «È dal 2015 che siamo sotto questa pioggia di violenze», afferma il presule nella cui diocesi il 17 marzo scorso è stato rapito un sacerdote, don Joël Yougbaré. «Ancora oggi non abbiamo sue notizie – aggiunge – Il livello di insicurezza aumenta costantemente e ci ha costretti perfino a ridurre le attività pastorali». Monsignor Dabiré spiega infatti che vi sono zone alle quali è ormai impossibile accedere e che è stato costretto anche a chiudere due parrocchie per proteggere i fedeli, i sacerdoti e le religiose.Tra tanta sofferenza, feriscono anche la mancata azione a difesa delle comunità cristiane e soprattutto l’aiuto offerto dall’estero ai jihadisti. «Le armi che usano non sono fabbricate in Africa. Hanno fucili, mitragliatrici e tante munizioni, più di quante ne abbia a disposizione l’esercito burkinabé. Quando arrivano nei villaggi sparano per ore. Chi fornisce loro queste risorse? Se non avessero un sostegno dall’esterno si fermerebbero. Ecco perché mi rivolgo alle autorità internazionali. Chi ha il potere di farlo, ponga fine a queste violenze».

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Il Papa invita a pregare per i cristiani perseguitati

Posted by fidest press agency su sabato, 9 marzo 2019

L’intenzione di preghiera del Santo Padre per il mese di marzo è dedicata ai cristiani che soffrono a causa della propria fede, come annuncia lo stesso Pontefice in un video prodotto dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa in collaborazione con la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.«Forse sembrerà difficile da credere – esordisce Papa Francesco nel videomessaggio – ma oggi ci sono più martiri che nei primi secoli. Sono perseguitati perché dicono la verità e annunciano Gesù Cristo a questa società». Come documentato anche dal recente Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo, in molte parti del mondo farsi il segno della croce, andare a messa la domenica o recitare il rosario significa rischiare la propria vita, essere assassinati, lapidati o finire in campi di lavoro forzato.«Questo avviene – nota il Papa – in particolare laddove la libertà religiosa non è garantita. Ma anche in Paesi che in teoria e sulla carta tutelano la libertà e i diritti umani».Il 2019 è iniziato con un attentato durante una Messa nella cattedrale di Jolo, nelle Filippine, che è costato la vita a 23 persone. L’anno scorso nel mondo sono stati assassinati 40 missionari, 35 dei quali erano sacerdoti, come Blaise Mada e Célestine Ngoumbango massacrati il 15 novembre insieme a 80 fedeli nel campo profughi di Alindao.
Non bisogna poi dimenticare Asia Bibi, la madre pachistana che è stata condannata a morte con l’accusa di blasfemia e che è stata liberata dal carcere solo dopo 9 anni. Si stima che oltre 25 cristiani siano attualmente in carcere in Pakistan con le stesse accuse.Anche i cristiani copti in Egitto soffrono persecuzione. Tutti ricordiamo le immagini dei 21 egiziani decapitati in Libia nel 2015. Ma non mancano altri episodi ignorati dall’opinione pubblica, come l’uccisione di pellegrini copti in due attacchi a Minya avvenuti nel 2017 e nel 2018.Vi sono migliaia di casi di persecuzione e discriminazione che passano inosservati perché non vengono segnalati dai media. Secondo il Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo, il Cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo. Questo fondamentale diritto umano è gravemente minacciato in 38 Paesi; 21 dei quali sono addirittura classificati come paesi in cui si verifica la persecuzione.ACS è grata al Santo Padre per il suo messaggio e in questo mese di marzo si unisce in particolar modo a lui pregando per questa particolare intenzione. «Preghiamo per le comunità cristiane, in particolare quelle che sono perseguitate, perché sentano la vicinanza di Cristo e perché i loro diritti siano riconosciuti».

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