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Posts Tagged ‘cristiani’

Nuovi progetti ACS per i cristiani pakistani oppressi dalla povertà e dal coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

Faisalabad, nella provincia del Punjab, è una delle tre diocesi pakistane che beneficiano di un programma di aiuti di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) per oltre 5.000 tra le più povere famiglie del Paese minacciate dal coronavirus. In Pakistan i contagi sono, ad oggi, 270.000.ACS ha fornito aiuti alimentari a più di 500 famiglie della città che maggiormente patiscono gli effetti economici provocati dal COVID-19. Mentre alcune ONG locali hanno rifiutato di fornire provviste di emergenza ai non-musulmani, i partner dei progetti della fondazione pontificia ACS presenti sul territorio hanno distribuito più del 70% degli aiuti ai cristiani, prevalentemente impiegati nei lavori più umili e peggio retribuiti. I pacchi alimentari, in particolare, rappresentano solo una parte di una serie di progetti di sostegno per Faisalabad correlati all’emergenza COVID-19, i quali includono anche la distribuzione di dispositivi di protezione individuale per 46 sacerdoti e 100 catechisti della diocesi. Tali strumenti hanno consentito loro di servire, in condizioni di sicurezza, i fedeli in maggiore difficoltà per la pandemia. I progetti comprendono inoltre un programma di borse di studio a sostegno dei bambini più bisognosi di 20 scuole cattoliche diocesane. La fondazione ha curato anche una campagna di sensibilizzazione attraverso radio locali, poster e dépliant per quanti non hanno accesso ad internet. Caritas Pakistan Faisalabad ha collaborato con la fondazione pontificia per il progetto, e Aneel Mushtaq, Segretario Esecutivo della Caritas locale, ci ha descritto l’effetto dell’iniziativa. «Questo contributo che voi di ACS avete dato ha aiutato la gente a salvarsi dalla fame. Molti di loro non avevano niente da mettere sul tavolo per nutrire le proprie famiglie ed erano in una situazione veramente allarmante».

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Rapporto di ACS sull’Iraq

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha pubblicato il rapporto “Life after ISIS: New challenges to Christianity in Iraq”. Lo studio esamina le minacce che incombono attualmente sui cristiani iracheni tornati nelle loro case della Piana di Ninive dopo la drammatica persecuzione del 2014, riconosciuta internazionalmente come genocidio. Secondo il rapporto se la comunità internazionale non interverrà tempestivamente l’emigrazione forzata, nell’arco di 4 anni, potrebbe ridurre la popolazione cristiana dell’80% rispetto a quella precedente l’aggressione dell’ISIS. Ciò farebbe passare la comunità cristiana locale dalla categoria “vulnerabile” a quella critica di “a rischio estinzione”. Il 100% dei cristiani presenti nell’area avverte la mancanza di sicurezza e l’87% di loro aggiunge di percepire tale mancanza “moltissimo” o “notevolmente”. Le ricerche indicano la violenta attività delle milizie locali e la possibilità di un ritorno del sedicente Stato Islamico quali maggiori cause di timore. Secondo il 69% degli intervistati questa è la causa principale di una possibile migrazione forzata. La Shabak Militia e la Babylon Brigade, le due principali milizie attive nella Piana di Ninive con il supporto iraniano, suscitano le maggiori preoccupazioni. Tali milizie operano con il permesso del governo iracheno perché hanno contribuito alla vittoria sull’ISIS, tuttavia il 24% degli intervistati afferma che «le famiglie hanno subito gli effetti negativi dell’attività di una milizia o di altri gruppi ostili». «Molestie e intimidazioni, spesso legate alla richiesta di denaro», rappresentano le più comuni forme di ostilità riferite.Oltre alla mancanza di sicurezza i cristiani indicano disoccupazione (70%), corruzione finanziaria e amministrativa (51%) e discriminazione religiosa (39%) a livello sociale quali altrettante minacce che inducono alla migrazione. I contrasti fra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, aventi ad oggetto determinate aree a maggioranza cristiana, aumentano il senso di insicurezza.
Non ci sono solo ombre, ma anche luci confortanti. Secondo dati aggiornati ad aprile 2020 il 45% delle famiglie cristiane ha fatto ritorno nella Piana di Ninive, anche se in molti casi è tornata solo parte dei componenti, e nonostante un diffuso stato di segregazione dei nuclei familiari. Questa evoluzione complessivamente positiva è frutto del piano di recupero di lungo termine curato da Aiuto alla Chiesa che Soffre insieme ad altre Organizzazioni al fine di gestire la ricostruzione dei centri cristiani aggrediti dalla furia jihadista. La fondazione pontificia è attualmente impegnata in una nuova fase di tale piano, e cioè la ricostruzione delle strutture gestite dalla Chiesa nei centri cristiani della Piana. Delle 363 strutture interessate (34 totalmente distrutte, 132 incendiate e 197 parzialmente danneggiate), l’87% hanno anche funzioni sanitaria, di sostegno sociale ed educativa.

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Un Natale di speranza ai cristiani di Siria e Venezuela

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

La Siria come il Venezuela. Cambiano i volti, la lingua, il continente ma la sofferenza della popolazione è la medesima. Ecco perché questo Natale Aiuto alla Chiesa che Soffre ha voluto pensare sia al popolo venezuelano che ai Cristiani siriani lanciando una campagna di raccolta fondi a sostegno di entrambe le comunità.In Siria la Fondazione assicurerà aiuti alimentari e gasolio per il riscaldamento a 5.500 famiglie che vivono a Damasco, Aleppo, Homs e Hassaké. In Venezuela, invece, ACS darà da mangiare a circa 10.000 persone che vivono a Caracas, La Guaira, San Carlos, Merida e Ciudad Bolivar sostenendo le “pentole solidali”, ovvero le mense organizzate da pressoché tutte le parrocchie per offrire ai venezuelani l’unico pasto della giornata.«In Siria, così come in Venezuela è la mano caritatevole della Chiesa a rispondere alle esigenze di un popolo ormai allo stremo – afferma Alessandro Monteduro, direttore di ACS, che nei mesi scorsi ha visitato entrambi i Paesi – Ma le risorse di queste Chiese locali sono limitate e dobbiamo sostenerle!».In Venezuela il regime di Maduro ha ridotto il Paese in ginocchio. Mancano l’acqua, l’energia elettrica, i generi alimentari e la moneta continua a svalutarsi, tanto che con uno stipendio minimo mensile non si riesce neanche ad acquistare un cartone di uova. In Siria, le conseguenze di oltre 8 anni e mezzo di conflitto sono drammatiche e se non riceveranno aiuti tanti altri cristiani lasceranno il Paese.
«Tra le vie di Caracas, così come in quelle di Aleppo, vi sono madri in cerca di aiuto per dar da mangiare ai propri bambini, vi sono malati che non possono permettersi di acquistare medicine, anziani lasciati soli perché i propri figli sono stati costretti ad emigrare per trovare un pur minimo sostentamento per le proprie famiglie», continua Monteduro, invitando i benefattori italiani a sostenere i due progetti.
Sono numerose le iniziative già sostenute quest’anno da ACS in entrambi i Paesi. Da gennaio a settembre 2019, la Fondazione ha infatti finanziato 65 interventi in Venezuela e ben 85 in Siria.«A Natale vogliamo fare ancora di più – aggiunge Monteduro – e siamo certi che i benefattori italiani non faranno mancare il loro sostegno ai nostri fratelli nella fede. Facciamo sì che questo possa essere finalmente un Natale di speranza in Siria e in Venezuela!».

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Dal 2011 ad oggi più della metà dei cristiani ha abbandonato la Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

A partire sono stati soprattutto i giovani che spesse volte si sono visti costretti a lasciare in patria nonni e genitori. E così molti degli anziani cristiani non hanno nessuno che si prenda cura di loro. Sono soli per un gesto d’amore, perché sono stati loro stessi a spingere i propri figli e nipoti a partire per salvarsi e cercare un futuro migliore all’estero. Pensando a loro, Aiuto alla Chiesa che Soffre lancia un nuovo progetto per la ricostruzione della Casa per anziani delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli di Aleppo. «Si tratta di un centro che potrà accogliere circa 80 anziani in 40 stanze – spiega monsignor Denys Antoine Chahda, arcivescovo siro-cattolico di Aleppo – Tutti gli ospiti riceveranno cibo, medicine e assistenza costante. Molti anziani sono gravemente malati».La Casa per anziani è presente ad Aleppo dal 1898 ma l’attuale struttura, inaugurata nel 1983, è stata in gran parte distrutta dalla guerra. Sono dunque necessari lavori di ristrutturazione sia della facciata che degli ambienti interni oltre al ripristino delle reti elettrica, idrica e fognaria. Deve essere riparata, anche la cappella interna dove, come in passato, sarà celebrata la Santa Messa quotidiana. I lavori sono già iniziati, ma per il completamento occorrono 100mila euro. Nelle scorse settimane il direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, ha verificato lo stato di avanzamento dei lavori. La speranza degli anziani cristiani è riposta come sempre soltanto nella Chiesa e nella generosità dei loro fratelli nella fede italiani, ai quali monsignor Chahda lancia un appello tramite ACS: «Ad Aleppo la guerra ha distrutto migliaia di famiglie cristiane, lasciando molti anziani abbandonati a loro stessi. Chiedo dunque a voi benefattori italiani di aiutarci, di ricordarci nelle vostre preghiere e di sostenere concretamente questa Casa di riposo che è assolutamente necessaria! Grazie per il vostro aiuto, che Dio vi benedica!».

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Cristiani a rischio nella Siria Nord orientale

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 ottobre 2019

«Almeno trecento cristiani hanno lasciato le città di Ras al-Ain, Derbasiyah, Tall Tamr ed una parte di al-Malikiyah e temiamo che se gli scontri proseguiranno, un esodo perfino maggiore di fedeli potrebbe interessare anche Qamishli, dove attualmente vivono 2300 famiglie cristiane». È il racconto disperato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre di monsignor Nidal Thomas, rappresentante episcopale della Chiesa caldea ad Hassaké.Il sacerdote descrive una situazione critica. «Non sappiamo quanto sta succedendo. Ogni ora sentiamo parlare di vittime e di dispersi nelle dichiarazioni di curdi, turchi, americani e russi. Ma noi non conosciamo la verità. L’unica certezza è che i bombardamenti e soprattutto i massacri commessi dai turchi contro la nostra comunità, spingono sempre più cristiani a fuggire». Al momento sono poche le famiglie di fedeli che si sono rifugiate nel Kurdistan iracheno, ma monsignor Thomas ritiene che difficilmente i cristiani in fuga potrebbero scegliere come meta la regione semi-autonoma nel nord dell’Iraq. «La vita lì è troppo costosa per i poveri cristiani siriani. Senza contare che il popolo iracheno non ha fatto nulla per evitare il drammatico scenario che purtroppo si è concretizzato in Siria. Nel nostro Paese c’erano migliaia di famiglie cristiane. Nessuno ha cercato di difenderci».
Oggi i cristiani nella Siria nordorientale, nonostante la conferma dell’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi, temono anche un ritorno del jihadismo. «È purtroppo un’eventualità con la quale dobbiamo fare i conti», afferma monsignor Thomas, secondo il quale molti degli uomini di ISIS sarebbero ora riuniti nell’Esercito libero siriano che è entrato nella regione di Ras al-Ain. Il sacerdote, tramite Aiuto alla Chiesa che Soffre, si appella quindi alla comunità internazionale per chiedere un sostegno a nome della propria comunità. «Abbiamo bisogno di aiuto. Noi cristiani siamo il popolo che più ha sofferto a causa di questo interminabile conflitto. Siamo l’anello debole, perché vogliamo vivere in pace e rifiutiamo la guerra. Due terzi dei cristiani hanno lasciato il Paese e il restante terzo rischia di non sopravvivere. E nel frattempo i Paesi occidentali si scontrano tra loro per spartirsi la Siria, ridotta in ginocchio anche a causa delle sanzioni internazionali».

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“Cristiani nel mirino: Cessino gli aiuti esteri ai Jihadisti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 luglio 2019

«Se si continuerà a non intervenire il risultato sarà l’eliminazione della presenza cristiana da quest’area e forse in futuro anche dall’intero Paese». Così afferma ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Laurent Birfuoré Dabiré, vescovo di Dori, dopo l’ennesimo attacco anticristiano avvenuto in Burkina Faso.La violenza si è verificata il 27 giugno, ma soltanto nelle ultime ore si è diffusa la notizia. «È accaduto nella vicina diocesi di Ouahigouya – racconta il presule – mentre gli abitanti del villaggio di Bani si erano radunati per parlare tra loro. I fondamentalisti sono arrivati ed hanno costretto tutti i presenti a sdraiarsi per terra. Li hanno perquisiti. Quattro di loro indossavano delle croci. Li hanno uccisi perché erano cristiani». Dopo il massacro gli estremisti hanno intimato agli altri abitanti che se non si fossero convertiti all’Islam, avrebbero ucciso anche loro.Si tratta del quinto attacco anticristiano avvenuto dall’inizio dell’anno nel nordest del Paese, con un bilancio di 20 cristiani uccisi. Le violenze hanno colpito le tre diocesi di Dori, Kaya e Ouahigouya. Monsignor Dabiré riferisce come l’azione dei fondamentalisti si sia intensificata a partire dal 2015. «Prima agivano soltanto nelle zone di frontiera con il Mali e con il Niger. Pian piano sono penetrati nell’interno colpendo l’esercito, i funzionari e la popolazione. Oggi il loro obiettivo sono i cristiani e credo che vogliano scatenare un conflitto interreligioso».Se inizialmente si credeva che gli estremisti fossero stranieri, con il tempo si è scoperto che tra di loro non mancano i burkinabé. «Ci sono giovani che si sono uniti ai jihadisti per mancanza di denaro, lavoro e prospettive, ma anche elementi radicalizzati che partecipano a tali movimenti perché li ritengono espressione della loro fede islamica».Intanto cresce sempre più la paura all’interno della comunità cristiana. «È dal 2015 che siamo sotto questa pioggia di violenze», afferma il presule nella cui diocesi il 17 marzo scorso è stato rapito un sacerdote, don Joël Yougbaré. «Ancora oggi non abbiamo sue notizie – aggiunge – Il livello di insicurezza aumenta costantemente e ci ha costretti perfino a ridurre le attività pastorali». Monsignor Dabiré spiega infatti che vi sono zone alle quali è ormai impossibile accedere e che è stato costretto anche a chiudere due parrocchie per proteggere i fedeli, i sacerdoti e le religiose.Tra tanta sofferenza, feriscono anche la mancata azione a difesa delle comunità cristiane e soprattutto l’aiuto offerto dall’estero ai jihadisti. «Le armi che usano non sono fabbricate in Africa. Hanno fucili, mitragliatrici e tante munizioni, più di quante ne abbia a disposizione l’esercito burkinabé. Quando arrivano nei villaggi sparano per ore. Chi fornisce loro queste risorse? Se non avessero un sostegno dall’esterno si fermerebbero. Ecco perché mi rivolgo alle autorità internazionali. Chi ha il potere di farlo, ponga fine a queste violenze».

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Il Papa invita a pregare per i cristiani perseguitati

Posted by fidest press agency su sabato, 9 marzo 2019

L’intenzione di preghiera del Santo Padre per il mese di marzo è dedicata ai cristiani che soffrono a causa della propria fede, come annuncia lo stesso Pontefice in un video prodotto dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa in collaborazione con la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.«Forse sembrerà difficile da credere – esordisce Papa Francesco nel videomessaggio – ma oggi ci sono più martiri che nei primi secoli. Sono perseguitati perché dicono la verità e annunciano Gesù Cristo a questa società». Come documentato anche dal recente Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo, in molte parti del mondo farsi il segno della croce, andare a messa la domenica o recitare il rosario significa rischiare la propria vita, essere assassinati, lapidati o finire in campi di lavoro forzato.«Questo avviene – nota il Papa – in particolare laddove la libertà religiosa non è garantita. Ma anche in Paesi che in teoria e sulla carta tutelano la libertà e i diritti umani».Il 2019 è iniziato con un attentato durante una Messa nella cattedrale di Jolo, nelle Filippine, che è costato la vita a 23 persone. L’anno scorso nel mondo sono stati assassinati 40 missionari, 35 dei quali erano sacerdoti, come Blaise Mada e Célestine Ngoumbango massacrati il 15 novembre insieme a 80 fedeli nel campo profughi di Alindao.
Non bisogna poi dimenticare Asia Bibi, la madre pachistana che è stata condannata a morte con l’accusa di blasfemia e che è stata liberata dal carcere solo dopo 9 anni. Si stima che oltre 25 cristiani siano attualmente in carcere in Pakistan con le stesse accuse.Anche i cristiani copti in Egitto soffrono persecuzione. Tutti ricordiamo le immagini dei 21 egiziani decapitati in Libia nel 2015. Ma non mancano altri episodi ignorati dall’opinione pubblica, come l’uccisione di pellegrini copti in due attacchi a Minya avvenuti nel 2017 e nel 2018.Vi sono migliaia di casi di persecuzione e discriminazione che passano inosservati perché non vengono segnalati dai media. Secondo il Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo, il Cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo. Questo fondamentale diritto umano è gravemente minacciato in 38 Paesi; 21 dei quali sono addirittura classificati come paesi in cui si verifica la persecuzione.ACS è grata al Santo Padre per il suo messaggio e in questo mese di marzo si unisce in particolar modo a lui pregando per questa particolare intenzione. «Preghiamo per le comunità cristiane, in particolare quelle che sono perseguitate, perché sentano la vicinanza di Cristo e perché i loro diritti siano riconosciuti».

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In Pakistan vi sono attualmente 187 cristiani detenuti in carcere per blasfemia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Quasi 200 casi come quello di Asia Bibi di cui nessuno parla. . Così riferisce Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione Nazionale Giustizia e Pace pachistana (Ncjp), ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre in visita nel Paese asiatico. Se la vicenda giudiziaria della madre cristiana si è definitivamente conclusa il 29 gennaio scorso, per tanti altri suoi fratelli nella fede non è così.Con “legge antiblasfemia” si intendono principalmente due commi dell’articolo 295 del codice penale pachistano (i commi B e C). L’articolo 295B prevede l’ergastolo per chi profana il Corano, e il 295C la pena di morte per chi insulta il Profeta Maometto.«La legge anti-blasfemia è un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze, spesso usato impropriamente per vendette personali – aggiunge Chaudhry – E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze».È esattamente quanto è successo nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta ad ACS padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp durante una visita all’insediamento che oggi è stato ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane.Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega ad ACS l’avvocato Tahir Bashir – L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio».Come per Asia Bibi, anche per Sawan non mancano delle irregolarità. La denuncia è stata presentata da un suo amico musulmano, Shahid Imran, in seguito ad una lite. Ma soltanto due giorni dopo sono stati presentati due testimoni che in realtà non erano presenti al momento delle presunte offese a Maometto. «Le accuse a Sawan sono strumentali – spiega padre Yousaf ad ACS – in realtà il vero scopo era di cacciare i cristiani da questo quartiere, che è piuttosto ambito perché vicino a fabbriche siderurgiche».Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. «Non so perché abbiano incolpato mio marito – dice ad ACS – so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!».

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I cristiani indonesiani sotto attacco degli integralisti islamici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 maggio 2018

«Non vi era mai stato un simile attacco a Surabaya. I cristiani indonesiani sono disperati e terrorizzati, ma io ho detto ai miei fedeli di non avere paura. È proprio questo quello che vogliono i terroristi, spaventarci». Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Robertus Rubiyatmoko, arcivescovo di Semarang, la cui provincia ecclesiastica comprende la diocesi di Surabaya.Il presule ha raccontato la reazione della comunità cristiana locale dopo i drammatici attacchi kamikaze che ieri hanno colpito tre chiese, una cattolica e due protestanti. Le vittime accertate sono finora 11, di cui tre cattolici. L’attentato rivendicato da Isis è stato con molta probabilità compiuto da islamisti appartenenti ad una stessa famiglia, da poco rientrati dalla Siria. «Purtroppo in Indonesia vediamo sempre più espandersi il raggio di azione dei fondamentalisti. Isis in special modo ha numerosi sostenitori su tutto il territorio nazionale e in particolare nell’isola di Giava, dove si trovano Surabaya e Semarang. La situazione può anche sembrare calma in alcuni momenti, ma poi all’improvviso si verificano degli attacchi, proprio come successo ieri».A causa del pericolo di nuovi attentati, le Chiese hanno chiesto ai loro fedeli di fare attenzione se durante le funzioni vedono persone che normalmente non frequentano quella parrocchia. Inoltre diverse chiese hanno intenzione di dotarsi di videocamere di sicurezza. «I nostri fedeli hanno paura ma noi pastori li invitiamo costantemente alla calma. I terroristi vogliono spaventarci, ma noi dobbiamo rimanere sereni e pregare affinché Dio converta i loro cuori», ha affermato monsignor Rubiyatmoko.L’unico dato positivo di questa drammatica situazione sono la solidarietà mostrata dalla locale comunità islamica e in genere il miglioramento dei rapporti interreligiosi. «Ieri, accanto all’arcivescovado, cristiani, musulmani, induisti e buddisti si sono riuniti per pregare assieme e lo stesso è successo anche a Giacarta».Il presule ha infine lanciato un appello alla comunità cattolica italiana: «Pregate per noi indonesiani, e soprattutto per noi cristiani, stiamo affrontando un momento estremamente difficile perché vi sono tanti terroristi che lavorano nell’ombra e vogliono spaventarci. Pregate per noi, affinché possiamo avere una vita tranquilla».

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Cristiani e Musulmani in cammino nel carisma dell’unità

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2018

Castel Gandolfo (RM) dal 19 al 22 aprile 2018. Se ne parlerà sabato 21 aprile dalle ore 16 alle ore 19, nel corso dell’evento “Insieme per dare speranza. Cristiani e Musulmani in cammino nel carisma dell’unità”, promosso dal Movimento dei Focolari, che vedrà la partecipazione di circa 600 persone da 23 nazioni, di fede cristiana e musulmana.
In un contesto sociale segnato, soprattutto in Occidente, dalla paura del diverso, dal pregiudizio e dalla diffidenza che erige muri e da una narrativa che alimenta lo scontro e la separazione, la testimonianza di un impegno condiviso fra cristiani e musulmani uniti per la pace, la solidarietà, lo sviluppo, l’armonia fra persone di fedi, culture e tradizioni diverse, lancia un messaggio controcorrente e getta semi di speranza.
Vivere insieme nella concordia, nel rispetto, nella solidarietà e nella pace si può. E anche lavorare insieme è possibile, condividere obiettivi comuni e cooperare per raggiungerli, senza indebolire la propria identità e il proprio patrimonio di valori, ma nel confronto leale e schietto rafforzando la conoscenza reciproca e il rispetto, privilegiando ciò che unisce rispetto a ciò che divide.
Un cammino che viene sollecitato dal carisma dell’unità di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, e che in esso trova la sua spinta propulsiva. Nel suo discorso nella Moschea Malcolm X di Harlem (New York), il 18 maggio 1997, Chiara, che stringeva con l’Imam Wallace Deen Mohammed e con la comunità mussulmana presente un patto per lavorare insieme per la pace e l’unità, disse: “Ho sperimentato qui una profonda fraternità. È qualcosa di straordinariamente bello che non può essere che opera di Dio. Egli ci ha fatto veramente una sola famiglia per i suoi piani”. E sui fondamenti di questo cammino di comunione spiegò: “La benevolenza, la compassione, o almeno la non violenza, sono presenti in varie religioni. È comune a quasi tutte, anche se con versioni diverse, la cosiddetta Regola d’oro: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Basta questa Regola d’oro per garantire il nostro legame d’amore con ogni prossimo, e basterebbe quest’amore per comporre l’umanità in una sola famiglia”.
Nel solco di quella esperienza e delle iniziative per il dialogo islamo-cristiano che nacquero in vari Paesi, l’incontro prossimo a Castel Gandolfo vuole essere un nuovo passo nel cammino verso la fraternità universale, un segno di speranza per l’umanità.
“L’educazione religiosa è attenzione alla pace”, afferma Adnane Mokrani, docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica (PISAI) e presidente del Cipax, che sarà presente al convegno. “In questa prospettiva non ci deve essere separazione ma solidarietà, collaborazione, unità tra gli uomini di diverse fedi che sono chiamati a lavorare insieme per il bene comune dell’umanità, a servire tutti senza distinzione”.
Per il teologo Piero Coda, Preside dell’Istituto universitario Sophia di Loppiano (FI): “Il disegno di Dio sull’umanità è un disegno di pace, di amore e di unità” e “in tutte le religioni è insita una vocazione alla pace”. E ancora: “questa via del dialogo è la via maestra per essere fedeli al messaggio di Gesù e per contribuire all’unità della famiglia umana”.
In questo spazio aperto interverranno tra gli altri Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, il Cardinal Jean-Louis Pierre Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, Abdullah el Radwan, Responsabile del Centro Islamico Culturale d’Italia, Izzedin Elzir, Imam di Firenze e presidente UCOII, Piero Coda, Preside dell’Istituto Universitario Sophia, Mohammad Shomali, direttore del Centro islamico di Londra. Numerose le esperienze di dialogo e collaborazione feconda che saranno raccontate in questo spazio, come frammenti di unità da moltiplicare.

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“Ebrei e Cristiani in Democrazia”

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 aprile 2018

Roma mercoledì 11 aprile 2018 alle 18,00 presso la Pontificia Università Gregoriana in occasione della XVII Conferenza Annuale Brenninkmeijer-Werhahn, il Centro “Cardinal Bea” per gli Studi Giudaici presenta l’evento “Ebrei e Cristiani in Democrazia”.
«In questo periodo in cui assistiamo alla crescente influenza degli estremismi e dei fondamentalismi religiosi e in cui il concetto stesso di democrazia viene messo in discussione, non sarebbe forse opportuno osservare insieme i potenziali attriti tra i valori religiosi e la democrazia ed esplorare come questi due concetti possano, si spera, sostenersi reciprocamente?», suggerisce P. Etienne Vetö della comunità ecumenica Chemin Neuf, nominato direttore del Centro Bea nel settembre 2017. «Il tema provocatorio della conferenza è stato proposto direttamente dal Prof. Menahem Ben-Sasson, che stimolerà le nostre riflessioni grazie alla sua solida e diversificata esperienza». Ben-Sasson, studioso e politico israeliano, ex membro della Knesset, attualmente Cancelliere dell’Università Ebraica di Gerusalemme, esplorerà “Uno Stato Ebraico e Democratico – possono queste dimensioni vivere in armonia? Una prospettiva storico-costituzionale”.E dalla prospettiva cristiana, lo storico Prof. Alberto Melloni dell’Università di Modena-Reggio Emilia, titolare della cattedra UNESCO per il pluralismo e la pace religiosa, proseguirà con “Dal mito della cristianità alla Chiesa pellegrina – Il cattolicesimo davanti alle democrazie”. «Siamo più forti insieme che da soli quando messi di fronte a questi interrogativi. È un privilegio essere al servizio del dialogo ebraico-cristiano, un dialogo vero e fraterno che promuove la comprensione e il rispetto reciproci», conclude P. Vetö.

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La Settimana Santa pensando ai martiri cristiani

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 marzo 2018

«Il martirio di mio fratello rappresenta, ancor più nella Settimana Santa, un messaggio per tutti, credenti e non, un messaggio di speranza che testimonia la forza della fede e al tempo stesso la speranza». Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre Roseline Hamel, sorella di padre Jacques, il sacerdote 86enne brutalmente ucciso da due estremisti islamici il 26 luglio 2016 a Saint-Étienne-du-Rouvray in Francia. Il sacerdote è stato recentemente ricordato da ACS nell’ambito dell’evento Colosseo Rosso, e Roseline ha voluto espressamente ringraziare la Fondazione pontificia. «Sapere di questo evento ha suscitato in me un’emozione fortissima, vi ringrazio davvero di cuore. A tutti i martiri va reso omaggio, ma quanti sono stati uccisi in odio alla fede, meritano ancor più il nostro rispetto. In loro vi è infatti qualcosa di sacro impossibile da ignorare, anche per chi non crede».
L’uccisione di padre Hamel ha scioccato il mondo intero e in particolare l’Europa trovando, a differenza di altri casi di persecuzione, ampio spazio nei media francesi e internazionali. «Nessuno ha potuto rimanere impassibile di fronte al martirio di quest’uomo di fede che fino all’ultimo respiro ha pregato per la pace e comunicato appassionatamente la Parola di Dio». Roseline nota inoltre come in questo anno e mezzo, numerose persone abbiano reso omaggio a suo fratello, visitando la piccola chiesa di Santo Stefano. «Abbiamo sentito il sostegno e il conforto di migliaia di persone», afferma la Signora Hamel, ritenendo la reazione all’uccisione del fratello, una prova del fatto che la libertà religiosa non è ancora in pericolo in Europa. «Al tempo stesso, però, è necessario rimanere vigili. Provo una certa inquietudine a sapere che parte della nuova generazione non conosce l’esempio dei nostri martiri. Sono ragazzi fragili e confusi dalla società del consumismo che possono facilmente essere corrotti».
Se molti giovani possono trovare ispirazione e salvezza nel sacrifico estremo offerto da padre Jacques, è perfino maggiore l’insegnamento che possono trarvi quanti si preparano ad intraprendere o hanno appena intrapreso la via del sacerdozio. «La vita stessa di mio fratello, gli oltre 60 di vita sacerdotale interamente dedicati ai suoi parrocchiani, rappresentano una grande lezione per i giovani sacerdoti e i seminaristi. Pur non essendo chiamati al martirio, dovranno avere la forza di rimettere nelle mani di Dio tutte le loro difficoltà, aiutando l’intera società e in particolar modo quei loro coetanei che hanno perso il giusto orientamento».

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Incontro con Lidia Maggi

Posted by fidest press agency su martedì, 16 gennaio 2018

lidia maggiRoma Giovedì 25 gennaio 2018 • ore 18.30 Libreria Paoline Multimedia International – Via del Mascherino, 94 in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, la Libreria Paoline Multimedia International organizza un incontro con la teologa e pastora battista Lidia Maggi, a partire dal libro Fare strada con le Scritture. Introduce e modera Romano Cappelletto, Ufficio Stampa Paoline.
È possibile individuare un filo rosso che emerga dalle trame plurali della narrazione biblica? Ne è convinta Lidia Maggi teologa, pastora battista nota e apprezzata sia nel mondo cattolico che protestante. Nel suo nuovo libro Fare strada con le Scritture, la Maggi propone il “camminare” quale tema unificante della storia raccontata nella Bibbia. Un cammino che coinvolge non solo gli attori umani, ma anche il protagonista divino: un Dio mobile, che fuoriesce dalle stanze separate e inaccessibili, in cui l’immaginario religioso di sempre l’ha collocato. Per camminare in una storia che, nel suo continuo sbandare, domanda salvezza.
Una mossa imprevedibile, che mette sottosopra il pensiero umano sul divino. E che può essere narrata solo da parole in movimento, da narrazioni plurali, che adoperano i tanti linguaggi e i molteplici modi a cui ricorre la lingua umana, quasi arrancando dietro il fondo della realtà, solo intravvedendo il suo mistero.Scrive l’autrice: “Parole in cammino. Come quelle udite dai due di Emmaus, incamminati sulla strada di ritorno, delusi per le attese frustrate. Proprio in quel non-cammino di passi dettati dalla disperazione giunge, inaspettata, la Parola capace di smuovere, di far cambiare la rotta. Non parola di giudizio, ma parola che interroga, ascolta, accompagna e riaccende passioni. Parola che sa parlare nel tempo della crisi, quando il cammino si interrompe e la meta scompare dall’orizzonte. Sussurrata a chi è stanco e affaticato. Parole che camminano, non parole già arrivate. Fiduciose in una meta ancora sconosciuta. E in un compagno di strada ritenuto immobile e che, a sorpresa, ci raggiunge proprio là dove il nostro piede indugia e le gambe cedono”.Il testo, come tutti quelli della Maggi, ha un’andatura brillante, un taglio esistenziale ed è sempre fonte di stimoli per la ricerca e la riflessione personale o di gruppo.(foto. lidia maggi)

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Cristiani egiziani: vittime ma anche strumento della missione cristiana

Posted by fidest press agency su domenica, 8 ottobre 2017

alessandriaAlessandria (Egitto) «Gli attentati a Tanta, Alessandria e Minya e l’uccisione dei 21 copti in Libia hanno spinto in molti a convertirsi all’idea del Cristianesimo», così il patriarca copto cattolico Ibrahim Isaac Sidrak nel corso di una conferenza organizzata questa mattina a Roma presso l’Associazione Stampa estera. «Ciò dimostra che in Egitto i copti non sono soltanto vittime di attacchi, ma anche strumento della missione cristiana».Il leader della Chiesa copto-cattolica egiziana ha riferito di come i copti abbiano mostrato, anche dopo gli ultimi drammatici avvenimenti, una fede incrollabile. Tuttavia la paura spinge alcuni a lasciare il Paese.Il patriarca ha poi descritto l’attuale situazione nel Paese, per il quale non esistono statistiche ufficiali relative alle minoranze cristiane. «È per evitare problemi con i fondamentalisti», ha affermato notando come in Egitto i cristiani soffrano discriminazione anche a livello lavorativo. La Chiesa è fortemente impegnata in ambito sociale ed educativo. «Gestiamo scuole, ospedali e programmi di promozione delle dignità della donna. Sfortunatamente negli ultimi anni ci hanno permesso di aprire soltanto sei delle nostre scuole, che invece potrebbero contribuire in modo determinante a quel cambiamento profondo del sistema educativo di cui oggi abbiamo davvero bisogno».
A proposito dei rapporti con la Chiesa copta ortodossa, il prelato ha parlato dell’ottima relazione con il Papa Tawadros II, sottolineando tuttavia che «una parte del clero continua a coltivare un senso di rifiuto dell’altro» e che non si è ancora risolto – come invece auspicato durante la recente visita di Papa Francesco in Egitto – il problema dei “ribattesimi”. In molti casi, infatti, la Chiesa ortodossa continua ad imporre il proprio battesimo ai cattolici che intendono sposare un fedele ortodosso oppure essere padrino o madrina ad un battesimo ortodosso.In Egitto i cristiani combattono ancora oggi contro il fondamentalismo, che ha permeato istituzioni come l’Università di al-Azhar, principale centro d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita. «Un tempo vi uscivano molti pensatori liberi, liberi di pensare e criticare anche la stessa Istituzione religiosa – ha detto il patriarca Sidrak – ma oggi vi sono degli elementi estremisti al suo interno. Al Azhar è un ateneo con studenti che provengono da tutto il mondo ed è necessario che si apra anche ad altre fedi. C’è bisogno di un cambiamento del pensiero religioso».

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Il genocidio dei diversi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

sinagoga romaOgni volta le pagine della storia grondano di sangue innocente. Penso ai cristiani dati in pasto ai leoni nell’antica Roma, ai bambini handicappati che gli spartani buttavano dalla rupe. Penso alla polizia etnica serba ai danni dei kosovari, alla caccia e alla morte di milioni di ebrei nella civile ed evoluta Germania, alle leggi razziali fasciste, alle migliaia di bambini ebrei che in Francia alcuni funzionari del governo, del maresciallo Pétain, alleato con i nazisti, nella seconda guerra mondiale, denunciavano e mandavano a morire nelle camere a gas. E ancora gli zingari e i disabili e a guerra finita, nel 1945, i nazisti continuavano a trucidare gli ebrei ungheresi che sino a quel momento erano stati dimenticati o se vogliamo risparmiati. E’ stata una mattanza senza soluzione di continuità. Tutti, possiamo dire, ci hanno intinto il pane e ancora oggi i rigurgiti, di tanta bieca violenza, si avvertono qua e là in manifestazioni antisemite, razziste che fanno vittime di ogni genere anche per ragioni religiose tra cristiani e musulmani, tra musulmani ed induisti, tra integralisti musulmani colpevoli di essere sciiti o sunniti. E’ la prova provata che nemmeno le democrazie occidentali oggi restano immuni da questo veleno sottile che s’insinua nelle loro viscere e le rende altrettanto esposte a revanscismi di natura razzista. Perché ancora oggi pregare in una moschea, o in una cattedrale cristiana o in una sinagoga o in un tempio indù fa la differenza e la distinzione nel radicamento della cultura del diverso, dell’esclusivo, del fedele in opposizione all’infedele?
Perché ancora oggi le logiche del consumismo impongono la figura di un essere umano vincente, di una figura super agiata, se non ricca, dai natali doc e si volgono cinici per una selezione della razza che ha tanto il sapore del razzismo nel nome del diverso, dell’escluso, del povero, dell’emarginato. Se noi non superiamo questi limiti di natura religiosa e laica che danno la misura dei nostri egoismi, è difficile poterci considerare costruttori di pace, di fraternità e di solidarietà universale. (Riccardo Alfonso)

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Ere nouvelle

Posted by fidest press agency su martedì, 26 settembre 2017

la Moschea di Forte Antenne, Roma

la Moschea di Forte Antenne, Roma

Mentre i cattolici e i cristiani in generale hanno impiegato oltre un secolo per imporre una loro cultura che abbandonasse la tradizione legittima, per imboccare la strada dei nuovi ideali sociali e politici, il mondo arabo e il suo braccio religioso, espresso dall’islamismo, stenta a riconoscere un ruolo guida della Fede che sappia contemperare le esigenze laicistiche del suo mondo e di quello vicino. E tutto questo s’impone come esigenza temporale nel breve tratto di alcuni lustri. Forse il disagio proviene dalle tante scuole islamiche che sono fiorite e che presentano aspetti contraddittori tra di loro nell’interpretazione degli insegnamenti maomettani espressi in nome di Allah. E’ mancato, in pratica, un passaggio fondante, un legame più critico e dialettico tra democrazia e islamismo, superando l’assetto capitalistico e rifiutando il materialismo socialista. La nuova strada del laicismo musulmano è, infatti, tutta da percorrere. Oggi esiste una contraddizione di fondo tra chi governa i paesi islamici con la sola idea di arricchimenti personali a scapito del popolo e di chi vuole una ridistribuzione delle ricchezze derivanti dagli introiti del petrolio affinché possano beneficiarne in primo luogo gli autoctoni.
Persino l’integralismo islamico cerca un compromesso con i corrotti e i corruttori indicando un nemico esterno invece di individuarlo tra le dittature esistenti e i loro tentativi di corruzione per garantirsi una sopravvivenza a fronte di un disagio diffuso da parte delle masse. Se non si esce da questa situazione, possiamo solo aspettarci un’irrazionale esportazione dell’integralismo teso a scoraggiare le alleanze occidentali, con i governi islamici corrotti, con la forza del terrore. (Riccardo Alfonso)

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«I bambini cristiani nei campi profughi sudanesi sono costretti a recitare le preghiere islamiche per ricevere il cibo»

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

sud sudanÈ quanto denuncia ad Aiuto alla Chiesa che Soffre una fonte in loco che per motivi di sicurezza preferisce rimanere anonima. Attualmente si stima che vi siano 700mila cristiani sudsudanesi rifugiati in Sudan, la maggior parte dei quali alloggia nei campi profughi. «Sono confinati in quei luoghi – continua la fonte – perché il governo non permette loro di andare più a nord e raggiungere le città». All’interno dei campi le condizioni sono invivibili e il cibo offerto dal governo insufficiente. La quantità fornita mensilmente alle famiglie dura a malapena per due settimane, perché, secondo la fonte di ACS, gli aiuti delle Nazioni Unite vengono in larga parte trafugati e poi venduti al mercato, spesso con ancora ben visibile il logo dell’agenzia Onu che li ha donati.Il governo impedisce alle organizzazioni umanitarie di vigilare sulla distribuzione degli aiuti e non permette alle associazioni legate alla Chiesa di offrire alcun sostegno ai rifugiati. All’interno dei campi i rifugiati cristiani, bambini inclusi, si trovano ad affrontare non soltanto la miseria, ma anche la discriminazione e la persecuzione. «Una piaga purtroppo diffusa in tutto il Paese – afferma il direttore di ACS-Italia Alessandro Monteduro – Nel Sudan guidato dal regime islamista di Omar al Bashir, in cui vige la sharia islamica, la persecuzione anticristiana ha raggiunto livelli gravissimi». Oltre a doversi conformare ai costumi islamici – continuano i casi di donne cristiane arrestate per “abbigliamento indecente” – negli ultimi mesi i cristiani hanno dovuto sopportare anche la demolizione di alcune chiese. «E molte altre rischiano di essere abbattute – continua Monteduro – La motivazione addotta da Khartoum è violazione dei piani regolatori, ma è ben noto l’intento di al-Bashir di eliminare la presenza cristiana dal Paese».

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Perseguitati cristiani in Corea del Nord

Posted by fidest press agency su domenica, 10 settembre 2017

Kim Jong-UnEssendo scontati l’indignazione e l’allarme per le minacce poste dal regime di Kim Jong-Un, va ricordato quel che oggi larga parte dei media trascurano: l’ultimo Rapporto ACS sulla Libertà Religiosa documenta quanto la Corea del Nord sia l’esempio più cruento di Stato-persecutore; la scheda completa è consultabile cliccando qui. Ogni cristiano, o persona con antenati cristiani, è di norma inserito nella classe “ostile”, l’ultima delle tre categorie sociali individuate in base alla fedeltà al regime: tale appartenenza religiosa è infatti recepita come vicinanza ai nemici occidentali.
Nei campi di lavoro un numero enorme di detenuti è rappresentato da cristiani imprigionati per aver avuto con sé una Bibbia o per aver organizzato incontri di preghiera. Sin dal 2014 la Commissione d’inchiesta ONU sulla Corea del Nord ha denunciato le «indicibili atrocità» di cui si è macchiato il regime, e fra di esse vi è la feroce persecuzione religiosa. Cittadini stranieri, tra cui diversi missionari, sono reclusi in Corea del Nord per il loro impegno in attività religiose e umanitarie. Fonti autorevoli riferiscono di aborti forzati, privazione di cibo e casi di crocifissioni ai danni dei nostri fratelli nella fede.
La minaccia nord-coreana non è solo quella degli ordigni ad altissimo potenziale, capaci di mettere a rischio la sicurezza delle altre nazioni. La minaccia è pure quella – nascosta ma non per questo meno letale -, della più crudele, violenta ed estesa persecuzione, soprattutto religiosa.
Alle conseguenze concrete di uno degli ultimi brandelli di un’ideologia uguale a quelle che hanno insanguinato il XX secolo non si risponde con una pubblica reazione “settoriale” e interessata, mirata alla pur importante neutralizzazione delle bombe. L’Occidente si mostrerà degno della sua storia se saprà valutare con lo stesso metro quel che in Corea del Nord viene fatto a ogni singolo perseguitato per quella fede che ha dato e continua a fornire vita alle maggiori comunità politiche mondiali.

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Il cattolicesimo e più in generale il mondo cristiano di fronte alle sfide della nostra contemporaneità

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 agosto 2017

giovanni paolo II temi ricorrenti, e non sono solo di questi giorni, sono quelli che più di frequente appaiono anche sui quotidiani di tutto il mondo e si riferiscono alle coppie di fatto, a matrimoni omosessuali, alla riproduzione sessuale in vitro, ai divorzi e più in generale alle nuove sfide di “frontiera” della genetica. La risposta che oggi abbiamo, sia pure articolata in modo diverso, è quella di generale chiusura per il diverso che si prospetta e con un certo irrigidimento delle posizioni in specie in casa del Vaticano. Non diciamo, a questo punto, che sia un errore fissare dei paletti oltre i quali presumere che si possa giungere a creare confusione di ruoli e perdita di valori etici e religiosi. Tutt’altro. Vi è, in ogni caso, un margine entro il quale occorre ragionare con più ponderazione. Il timore è pienamente giustificato da parte di chi pensa che concedendo qualcosa si finisca con far franare il castello che si è costruito in secoli di professioni di fede e di dogmi accertati e riconosciuti validi e sperimentati con successo nel tempo a dispetto degli eventi e della loro mutabilità legata, si ritiene, alle mode e non alle certezze alle quali sembravano ancorarsi. Ma è anche vero che una revisione delle “certezze” va fatta sgombrando il campo dall’idea che taluni si sono fatta che la religione è sinonimo di “conservazione”, di “tradizione” e che, in considerazione di ciò, non accetta il nuovo per partito preso e non per intimo convincimento. Di certo un grande passo l’ha compiuto Giovanni Paolo II ed in una certa misura i suoi predecessori e l’attuale papa l’hanno compiuto sul fronte del riconoscimento dei propri errori nei confronti delle altre professioni cristiane, ma è ancora poco se vogliamo dare una nuova visione di una Fede che sappia riconoscere i suoi limiti temporali mentre ci parla del trascendente. Non diciamo, quindi, le cose che dovrebbero essere cambiate o i rigori della dottrina che andrebbero smussati, ma suggeriamo che se ne parli sia pure a porte chiuse, ma se ne parli anche nei “palazzi” del potere ecclesiastico perché qualcosa è cambiato tra la gente e quel qualcosa merita la dovuta attenzione ed anche riconoscimento. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi religiosi e filosofici della Fidest)

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Assalto a pullman di copti in Egitto: 23 morti, 25 feriti. Fermiamo il massacro dei cristiani

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

cairoLa Comunità di Sant’Egidio si stringe attorno alla Chiesa Copta di Egitto, colpita da un nuovo, disumano, attacco, che ha provocato decine vittime, tra cui molti bambini. E’ davvero l’espressione di una violenza cieca che ha come unico suo obiettivo seminare terrore e morte. Si trattava di pellegrini che pacificamente si dirigevano verso il santuario di Menyah, a sud della Capitale, semplici famiglie di fedeli. Come nella domenica delle Palme ad Alessandria e Tanta, come nel dicembre scorso al Cairo, sono state uccise persone innocenti e inermi, solo perché cristiane. In questo momento di dolore manifestiamo tutta la nostra vicinanza al patriarca Tawadros II e a tutta la sua Chiesa, radicata in quella terra dagli inizi del cristianesimo e parte integrante, a pieno titolo, della nazione egiziana. Occorre, in questo difficilissimo passaggio storico, non lasciare soli i copti egiziani, far sentire la solidarietà di tutte le Chiese e dei credenti di tutte le religioni e percorrere ogni strada possibile per uscire al più presto da questa terribile spirale di violenza.

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