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Prevenzione della Malattia Venosa Cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 23 aprile 2019

Avere gambe sane è fondamentale per tutti e a tutte le età, ma è necessario occuparsi della loro salute fin da giovani. Dolore, gonfiore e crampi notturni, infatti, possono essere i primi sintomi legati alla Malattia Venosa Cronica (MVC), patologia che coinvolge il sistema circolatorio e che peggiora se non trattata fin dalle prime avvisaglie.
Questa malattia si verifica quando le vene delle gambe non funzionano più in modo corretto e hanno difficoltà a far defluire il sangue dalla periferia del corpo al cuore perdendo elasticità.Con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione e di invitarla a controllare lo stato di salute delle proprie gambe, prende il via la campagna “Ama le tue gambe”, promossa da Servier – Azienda farmaceutica indipendente leader nell’ambito delle patologie croniche – con la validazione e il supporto scientifico della SIDV, la Società Italiana Diagnostica Vascolare e della FIV, Fondazione Italiana Vascolare onlus.
“Il paziente con Malattia Venosa Cronica ha una qualità di vita compromessa, per questo Servier, da sempre dedicata alla gestione delle malattie croniche cardio-vascolari, si pone come partner di riferimento per i pazienti ed i professionisti della salute al fine di offrire soluzioni adatte alle loro esigenze. La nascita del Mese della Prevenzione della Malattia Venosa Cronica è un’ulteriore dimostrazione del nostro impegno nei confronti di questi pazienti” dichiara François Debaillon-Vesque, il Direttore Generale di Servier Italia.Per tutto il mese di maggio, chiamando il numero verde 800 042 650, sarà possibile fissare una visita gratuita con i medici della SIDV. Tutte le informazioni sulla campagna, sulla patologia e sulle regole della prevenzione saranno disponibili sul sito http://www.amaletuegambe.it e nelle principali farmacie italiane.I consigli per prevenire e curare la Malattia Venosa Cronica sono stati definiti da un board di esperti appartenenti alla SIDV, alla SIMG e a Federfarma, e riassunti in un vademecum che contiene tutte le indicazioni pratiche sulla prevenzione, diagnosi e trattamento farmacologico della Malattia Venosa Cronica.Il consiglio degli esperti, dunque, è farsi controllare soprattutto prima dell’estate, periodo dell’anno in cui i sintomi si possono accentuare, in particolare in caso di familiarità, se durante il giorno si tende a stare molto in piedi fermi o seduti, se si è in sovrappeso e se ci si espone a fonti di calore.
“Dolore, gonfiore, bruciore alle gambe e crampi notturni possono essere i primi sintomi legati alla Malattia Venosa Cronica – spiega il Prof. Pier Luigi Antignani, Presidente FIV e Presidente Onorario SIDV -. Questa patologia, la terza più diffusa, dopo allergie e ipertensione, colpisce 19 milioni di italiani: dal 10 al 50% degli uomini e oltre la metà delle donne (dal 50 al 55%). Solo una persona su tre, però, sa di essere malata e segue una corretta terapia farmacologica. A queste prime avvisaglie si accompagnano gonfiore e pesantezza durante il giorno. A livello visivo i primi segni che si notano sulle gambe sono piccoli capillari in vista, di colore rosso o verdastro di circa 3 millimetri: non si tratta solo di inestetismi ma dei primi campanelli d’allarme delle branche varicose”.
“Per Malattia Venosa Cronica (MVC) si intende ogni anormalità morfologica e funzionale che riguarda il sistema venoso, di lunga durata ed espressa da sintomi e segni che indicano la necessità di indagini o di cure – approfondisce il professor Leonardo Aluigi, Presidente SIDV (Società Italiana di Diagnostica Vascolare) -. Viene distinta dall’Insufficienza Venosa Cronica, che è invece una fase più avanzata della Malattia Venosa Cronica e che si riferisce alle alterazioni emodinamiche del sistema venoso, che si manifestano con edemi, alterazioni della pelle e addirittura con le ulcere, nei casi più avanzati”.
“Considerando che circa il 20% della popolazione soffre di MVC, le richieste al Medico di Medicina Generale sono numerose e non vanno assolutamente trascurate. Già i primi sintomi vanno presi in considerazione dal medico che in quel caso può prescrivere alcuni farmaci – precisa il dottor Ovidio Brignoli, Medico di Medicina Generale e Vicepresidente SIMG -. Anche l’indicazione di presidi adeguati è fondamentale come l’elastocompressione.”

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In Italia un paziente su 3 ha una multipatologia cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 dicembre 2018

Il paziente complesso con multipatologia è il nuovo malato all’attenzione del Sistema Salute: la sua gestione è tra le maggiori sfide della sanità del futuro. Il “medico della complessità”, preparato attraverso specifici corsi formativi, è il moderno professionista sanitario capace di individuare strategie di cura e organizzare percorsi sanitari ad hoc per gestire la cronicità.Le malattie croniche rappresentano il 60% di tutte le patologie nel mondo con un incremento previsto fino all’80% nel 2020. In Italia il 10% della popolazione sopra i 65 anni ha almeno tre condizioni morbose croniche, che richiedono più farmaci, più medici e maggiori costi per la difficile gestione.Scopo dell’Associazione scientifica The System Academy è la formazione altamente qualificata degli operatori sanitari attraverso corsi didattici innovativi.

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Italia: 7 detenuti su 10 hanno almeno una patologia cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 ottobre 2018

Ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. Secondo gli ultimi dati, circa il 70% dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi poco meno della metà ne è consapevole. Le carceri si confermano, quindi, un concentratore di patologie: malattie infettive, psichiatriche, metaboliche, cardiovascolari e respiratorie.
“Tra le malattie infettive, il virus dell’epatite C è quello più rappresentato, soprattutto a causa del fenomeno della tossicodipendenza – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Presidente del Congresso nonché Direttore Scientifico SIMSPe-ONLUS – E’ risaputo che un terzo dei detenuti (34%) è detenuta per spaccio di stupefacenti, il che li rende più soggetti a malattie infettive. Dal 30% al 38% dei carcerati ha gli anticorpi del virus dell’epatite C, ma di questi solo il 70% hanno il virus attivo. Dai 25 ai 30mila detenuti, quindi uno su tre, avrebbero bisogno di essere trattati con i nuovi farmaci altamente attivi contro il virus C dell’epatite”.
Numeri migliori, ma non ancora positivi, per quanto riguarda l’HIV. Una patologia in diminuzione, ma che non riguarda più principalmente ed esclusivamente le categorie più a rischio. Oggi si parla del 3/3,5% di sieropositivi nelle carceri, ma è difficile effettuare nuove diagnosi. Gli affetti da Epatite B, invece, sono circa il 5-6% del totale. Inoltre oltre la metà dei detenuti stranieri è positivo ai test per la tubercolosi.
“Quando parliamo di migranti – spiega il Prof. Babudieri – dobbiamo ricordarci che si tratta di persone che, per più o meno ovvie ragioni, tendono a non curarsi e a non poter approfondire la propria questione sanitaria. In aumento per loro è soprattutto la tubercolosi, con la possibilità di aumentare la circolazione di ceppi multiresistenti ai farmaci. Un ulteriore problema è intrinseco alla malattia, per sua natura subdola e non facilmente diagnosticabile, perché il peggioramento è lento e graduale. Purtroppo ci vorrebbe una maggiore attenzione proprio a partire dai centri migranti, spesso con controlli sanitari non adeguati”.

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Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2016

milanodavedereMilano Lunedì 12 dicembre 2016 10:30 – 12:00 Spazio Open Viale Monte Nero, 6 presentazione progetto editoriale Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), se la riconosci la curi meglio Viaggio nel pianeta di una malattia “misconosciuta”. L’idea nasce dalla volontà di coinvolgere tutti gli “attori” che ruotano attorno alla Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una grave patologia diffusa ma ancora sotto diagnosticata, i cui sintomi sono a tutt’oggi sottostimati o persino poco o per nulla conosciuti.
Le voci di pazienti, medici, ricercatori, scienziati, giornalisti, industria, associazioni, istituzioni sono state ascoltate e raccolte per definire un quadro d’insieme funzionale a contrastare la BPCO e le sue complicanze, e per migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari.Parteciperanno:
– Claudio Barnini, giornalista AGIR (curatore del libro e moderatore)
– Francesco Blasi, Professore ordinario Malattie Respiratorie, Università di Milano
– Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e Cure Primarie
– Salvatore D’Antonio, Presidente Associazione Italiana Pazienti BPCO
– Marco Zibellini, Direttore Medico di Chiesi Farmaceutici

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Sindrome da fatica cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

londraLa Sindrome da Fatica Cronica non aumenta il numero di decessi da tumore o da malattie cardiovascolari. Incrementa però la mortalità da suicidio. E’ quanto dimostrato da uno studio, recentemente pubblicato su The Lancet, che ha analizzato 2.147 casi nell’area di Londra. “E’ una ricerca importante che evidenzia come la Sindrome porta i pazienti ad avere comportamenti più salutisti – afferma il prof. Umberto Tirelli, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori, Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (PN) -. La percentuale di decessi riscontrata è inferiore rispetto a quella di molte malattie psichiatriche che sono spesso associate all’abuso di alcol, fumo, disordini affettivi e della personalità. E’ necessario però valutare in modo accurato e tempestivo gli episodi di depressione che possono verificarsi in questa categoria di persone”. La Sindrome da Fatica Cronica si manifesta quando per almeno sei mesi il senso di spossatezza non viene alleviato dal riposo. In Italia 300.000 persone sono colpite dal disturbo e per questo sono costrette a rinunciare al lavoro, ad andare a scuola, alle proprie attività e relazioni sociali e, più in generale, ad avere una buona qualità di vita. Spesso si tratta di pazienti che stanno affrontando cure oncologiche. “Negli ultimi anni molto è stato fatto per aumentare l’informazione su questa patologia e oggi molti medici sono in grado di riconoscerla e diagnosticarla correttamente- aggiunge il prof. Tirelli -. Tuttavia a livello normativo il disturbo è ancora un oggetto sconosciuto. I pazienti incontrano quindi grandi difficoltà nel farsi riconoscere la malattia e anche nel ricevere o accettare le cure. Nel Centro di Aviano negli ultimi 20 anni abbiamo visitato migliaia di persone afflitte dalla Sindrome. La depressione non è la causa ma solo una conseguenza. Abbiamo messo a punto con MyGenomics un test genetico che valuta la suscettibilità genetica di sviluppare una stanchezza cronica ed eventualmente una sindrome da fatica cronica. Dai dati preliminari in nostro possesso può esservi anche un incrementato rischio familiare della patologia o comunque della suscettibilità a svilupparla. La terapia che si basa prevalentemente su antivirali, immunomodulatori ed integratori, può essere efficace ma soltanto in una minoranza dei malati – conclude il prof. Tirelli -.Recentemente abbiamo attivato presso il Kosmic Center di Pordenone una nuova terapia con ossigeno-ozonoterapia (autotrasfusione di sangue), che sta dando buoni risultati nella CFS”.

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La malattia di Behçet

Posted by fidest press agency su domenica, 19 aprile 2015

Sindrome_Behçet.svgLa malattia di Behçet è una rara patologia infiammatoria cronica la cui manifestazione principale è costituita da ulcere orali e genitali recidivanti. Si possono manifestare anche infiammazione articolare e lesioni cutanee e oculari recidivanti.“Le ulcere orali dolenti sono la principale manifestazione della malattia di Behçet e possono avere un impatto significativo sulla vita di molti pazienti. Le terapie attualmente utilizzate per questa malattia possono non essere in grado di controllare le ulcere genitali o orali in alcuni pazienti oppure presentano eventi avversi che possono limitarne l’impiego” ha dichiarato il dottor Gulen Hatemi, Professore Associato della Cerrahpasa Medical School di Istanbul, Turchia. “La pubblicazione dei dati di fase II nel The New England Journal of Medicine è molto importante per far conoscere questi risultati alla comunità medico-scientifica e per tenerla informata sugli ultimi sviluppi della ricerca su questa rara malattia cronica.”I risultati dello studio, compreso l’endpoint primario (riduzione del numero medio di ulcere orali dopo 12 settimane di trattamento), sono stati inizialmente presentati al congresso annuale della European League against Rheumatism (EULAR) e dell’American College of Rheumatology (ACR) nel 2013 (P<0,001). L’articolo, oltre ai risultati precedentemente citati, riporta anche che il numero mediano (min, max.) di ulcere orali si è ridotto dopo 12 settimane di trattamento con apremilast rispetto a placebo (rispettivamente 0,0 (0, 6) versus 2,0 (0, 13).L’articolo include inoltre i risultati dell’intera fase di 24 settimane di trattamento. Dopo 12 settimane, i pazienti del gruppo placebo sono passati al trattamento con apremilast, mentre quelli nel braccio apremilast hanno proseguito la terapia. Nei pazienti trattati con apremilast per l’intero periodo di 24 settimane la riduzione del numero medio di ulcere orali è stata osservata entro la settimana 2 (0,3 alla settimana 2 vs. 2,7 al basale). Tale riduzione si è mantenuta fino alla settimana 24 (0,6). Nel braccio placebo il numero medio di ulcere orali era di 2,9 al basale e di 1,7 alla settimana 2. Alla settimana 24, dopo 12 settimane di trattamento con apremilast, il numero medio di ulcere orali nel gruppo placebo è sceso a 0,4.Parallelamente alle ulcere orali, nel tempo si è ridotta anche la dolorabilità associata: i punteggi medi del dolore, misurati mediante scala visiva analogica, sono scesi da 54,3 al basale a 12,0 alla settimana 2 e a 9,7 alla settimana 24. Nel braccio placebo i punteggi del dolore erano pari a 51,7 al basale e a 29,8 alla settimana 2. Alla settimana 24, dopo 12 settimane di trattamento con apremilast, il punteggio medio del dolore in questo gruppo è sceso a 9,7.Apremilast ha inoltre migliorato in modo significativo diverse misure di attività della malattia e di qualità di vita alla settimana 12. La variazione media dal basale alla settimana 12 è risultata significativamente migliore per il punteggio del modulo relativo all’attività attuale della malattia di Behçet (Behçet’s syndrome activity scale, BDCAF) (-1,5 con apremilast versus -0,1 con placebo; P<0,001), per il punteggio relativo all’attività della sindrome di Behçet (Behçet’s syndrome activity scale, BSAS) (rispettivamente -21,2 versus -6,0; P<0,001), per il questionario sulla qualità di vita (QoL) nella malattia di Behçet (Behçet’s disease quality of life instrument) (-4,5 vs. -1,6; P=0,040) e per il questionario SF36 breve, versione 2, relativo alla componente fisica (4,7 versus -1,7; P=0,001). Non sono emersi miglioramenti significativi della componente mentale in base all’SF36 breve, versione 2 (2,0 vs. 1,6; P=NS).I dati di sicurezza e tollerabilità di apremilast osservati in questo studio sono in linea con quelli precedentemente riportati in altri sei studi di fase III su apremilast condotti su pazienti con artrite psoriasica o psoriasi a placche. La percentuale di pazienti che ha sviluppato almeno un evento avverso (AE) durante la fase controllata con placebo è risultata simile: apremilast 85,5%, placebo 80,4%. Sono stati riportati AE seri in due pazienti trattati con apremilast, e in nessun paziente trattato con placebo. In quattro pazienti trattati con apremilast si sono verificati AE che hanno richiesto l’interruzione del trattamento; nessuna interruzione dovuta ad AE si è verificata nel braccio placebo. Eventi avversi come nausea, vomito e diarrea sono risultati essere più comuni nel braccio di trattamento con apremilast rispetto al braccio placebo.“Celgene si prefigge di condurre sperimentazioni cliniche volte a offrire ai pazienti nuove opzioni terapeutiche per patologie infiammatorie croniche rare come la malattia di Behçet”, ha affermato Scott Smith, Presidente della divisione Malattie infiammatorie e Immunologia di Celgene. “Sulla base dei risultati di questo studio di fase II, Celgene ha presentato domanda di autorizzazione all’immissione in commercio alle autorità regolatorie in Turchia e ha avviato in tutto il mondo uno studio di fase III su OTEZLA nei pazienti colpiti da questa malattia debilitante.”Questi risultati provengono da uno studio sperimentale di fase II. Apremilast non è approvato per il trattamento di pazienti con malattia di Behçet in alcun paese.
Sebbene la malattia di Behçet sia una patologia ad eziologia sconosciuta, è associata ad anomalie del sistema immunitario e all’infiammazione del sistema vascolare. Si tratta di una patologia caratterizzata da ulcere orali e genitali recidivanti e da lesioni cutanee che vanno dall’acne alle ulcerazioni. Può comportare anche trombosi venosa, aneurismi, infiammazione oculare sotto forma di uveite e sintomi neurologici e gastrointestinali. La prevalenza della malattia di Behçet raggiunge i livelli più elevati in Medio Oriente, Asia e Giappone. In Turchia questa patologia colpisce circa una persona su 250, per un totale di circa 300.000 casi. La malattia di Behçet è molto meno comune negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove colpisce solo una persona su 100.000. Negli Stati Uniti il National Institutes of Health ha classificato la malattia di Behçet come una malattia rara o “orfana”. Al momento, le opzioni terapeutiche negli Stati Uniti e in Europa sono limitate. (Giovanna Giacalone) (fonte foto Wikipedia)

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Le persone con sclerosi multipla avranno diritto al part-time

Posted by fidest press agency su martedì, 24 febbraio 2015

sclerosi_multiplaLo prevede una norma contenuta nel Decreto attuativo del Jobs Act relativo al riordino delle tipologie contrattuali, approvato venerdì 20 febbraio in via preliminare dal Consiglio dei Ministri. Il provvedimento ha esteso la norma del diritto al part-time, già previsto per le persone con malattie oncologiche, anche a persone con gravi malattie cronico degenerative e ingravescenti, come la sclerosi multipla.
Si tratta di un risultato importante voluto fortemente da AISM, Associazione Italiana Sclerosi Multipla, che proprio in questi mesi ha sancito nella Carta dei Diritti delle persone SM questo irrinunciabile “Diritto al Lavoro: tutte le persone con SM hanno il diritto e il dovere di essere parte attiva della società, con pieno accesso al mondo del lavoro sin da giovani e con il mantenimento dell’occupazione anche al variare delle condizioni determinate dall’evoluzione discontinua della malattia”. Grazie ad un costante dialogo con le Istituzioni parlamentari fin dall’iter della Legge delega sul Jobs Act, l’Associazione ha portato all’attenzione della Commissione Lavoro della Camera proposte per il riconoscimento normativo di questo diritto. Ne è derivato un Ordine del Giorno con cui il Governo si è impegnato a portare avanti queste proposte, giudicate meritevoli di essere valutate in sede di decreti attuativi.Nel complesso le misure, volta a migliorare l’inclusione sociale e lavorativa delle persone con sclerosi multipla ed altre patologie ingravescenti attraverso il diritto al part time, ed a riconoscere priorità di trasformazione da tempo pieno al part time per i familiari e conviventi, sono state condivise e sostenute anche da CISL – con la quale AISM ha da tempo instaurato una proficua collaborazione sui temi legati alla disabilità e lavoro.“Questo è un risultato fondamentale per tutte le persone con Sclerosi Multipla che avranno modo di vivere quotidianamente la propria condizione di vita e di lavoro oltre la SM. Tale successo si pone inoltre nella cornice dei principi espressi nel Piano di Azione Biennale delle persone con Disabilità, frutto del lavoro delle principali associazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro reti, tra cui in primis FISH. Un impegno, quello dell’Associazione, che va a beneficio non solo delle persone con SM ma della più ampia comunità delle persone con patologie cronico degenerative e, più in generale, delle persone con disabilità. E’ un impegno, quello di AISM, costante e importante che non si ferma qui”- ha dichiarato Roberta Amadeo, Presidente Nazionale AISM –.Il provvedimento passerà ora al Parlamento per i pareri delle Commissioni e tornerà quindi all’esame dell’Esecutivo per la definitiva adozione ed entrata in vigore.

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Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 novembre 2014

broncopatiaAlla luce della XIII Giornata Mondiale della BPCO del 19 novembre, i rappresentanti delle principali società scientifiche italiane in materia si sono riuniti a Milano per un approfondimento dedicato alla patologia, agli approcci terapeutici attuali e futuri e all’importanza di una gestione multidisciplinare e integrata che assicuri un’efficace presa in carico del paziente. “La BPCO si manifesta con ostruzione cronica delle vie aeree e diminuzione del flusso respiratorio, risultanti dalla combinazione di lesioni diverse e variabili per sede, tipo, gravità o estensione – afferma il Professore Carlo Mereu, Direttore Struttura Complessa di Pneumologia e Direttore Dipartimento Specialità Mediche ASL2 Savona, e Presidente SIMeR (Società Italiana di Medicina Respiratoria) – Tra le maggiori cause di questa condizione, va considerato il tabagismo, seguito dall’esposizione ad agenti inquinanti e dall’inalazione di sostanze nocive”.
I sintomi della BPCO (tra i più frequenti tosse protratta, presenza di catarro, dispnea, limitata tolleranza all’esercizio fisico e influenza o bronchiti che tardano a guarire) vengono spesso sottovalutati e trascurati, poiché ritenuti conseguenza pressoché naturale del fumo o dell’invecchiamento della persona. Ciò fa sì che la diagnosi avvenga in ritardo o non avvenga affatto. Il principale strumento diagnostico per la BPCO è la spirometria, esame che verifica l’ostruzione del flusso aereo, unita alla valutazione di sintomi respiratori e/o esposizione ai fattori di rischio, della qualità di vita e a eventuali altre indagini di funzionalità respiratoria. “Si pensi che in alcuni pazienti la BPCO viene diagnosticata attorno ai 60 anni, quando la malattia è ad uno stadio avanzato e la funzione respiratoria risulta già significativamente compromessa – prosegue Mereu – La spirometria, che richiede massima collaborazione da parte del paziente, nonché la presenza di personale adeguatamente istruito, è purtroppo un esame poco effettuato. Questo aspetto, insieme alla non adeguata valutazione dei fattori di rischio, contribuisce ad accrescere la problematica della sottodiagnosi”.Come per tutte le grandi cronicità, la corretta gestione della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) richiede un programma di monitoraggio della malattia che consenta di adattare il trattamento alla progressione della stessa e, soprattutto, un precoce intervento della riabilitazione respiratoria per prevenire l’invalidità polmonare. “La terapia del paziente con BPCO in fase stabile – precisa il Professore Fausto De Michele, Primario della U.O. di Pneumologia I e Fisiopatologia Respiratoria dell’Ospedale Cardarelli di Napoli e Presidente Nazionale AIPO (Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri) – prevede innanzitutto la rimozione dei fattori di rischio, con particolare riferimento al fumo di sigaretta. Attualmente sono, inoltre, disponibili diversi farmaci broncodilatatori a lunga durata d’azione (LAMA, anticolinergici long acting, LABA, β2-agonisti a lunga durata d’azione associabili a steroidi inalatori) che sono molto efficaci nel controllo dei sintomi del paziente ed in grado di rallentare la progressione della malattia”.Nel corso della storia naturale della condizione patologica, il paziente con BPCO può andare incontro a riacutizzazioni, prevalentemente su base infettiva (virale e/o batterica) che rappresentano la principale causa di visite mediche, ospedalizzazioni e decessi. “Per la prevenzione delle riacutizzazioni è importante l’esecuzione in tutti i pazienti della vaccinazione antinfluenzale, associata al regolare trattamento farmacologico di base – afferma De Michele – Per quanto riguarda il trattamento delle esacerbazioni, quelle meno gravi possono essere trattate a domicilio con l’aumento del livello di trattamento basale e l’integrazione, se necessario, di antibiotici e steroidi. Nei casi più gravi bisogna ricorrere alla ospedalizzazione, possibilmente in ambiente specialistico pneumologico – conclude De Michele – per la possibilità di utilizzare, quando necessario, presidi quali l’ossigenoterapia continua e la ventilazione meccanica non invasiva al fine di ridurre il rischio di ricovero in area critica (rianimazione)”.Il paziente con BPCO richiede una gestione piuttosto complessa, soprattutto in considerazione del fatto che frequentemente si tratta di un paziente anziano, diagnosticato in ritardo, molto probabilmente fumatore (o ex fumatore) e con possibili comorbilità. Per la presa in carico ottimale di questo tipo di paziente è pertanto necessario un approccio multidisciplinare, che veda la massima collaborazione tra il medico di medicina generale e lo specialista pneumologo (ed eventuali altri figure professionali coinvolte nell’assistenza domiciliare) e che incontri un sistema di cure integrate sul territorio.“Il medico di medicina generale ricopre un ruolo fondamentale, innanzitutto nella prevenzione e nella diagnosi precoce della malattia – afferma il Dott. Germano Bettoncelli, Medico di Medicina Generale a Brescia e Responsabile Nazionale Area Pneumologica SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) – se si considera che in un anno ha la possibilità di visitare in media circa l’80% dei propri assistiti. Di fronte a un paziente con BPCO, è fondamentale che il medico di medicina generale imposti un piano di presa in carico globale, che tenga conto della cronicità della patologia, della sua progressiva evoluzione e del rischio di esacerbazioni della stessa. – conclude Bettoncelli – Soltanto una buona relazione tra medico di medicina generale e specialista, in un contesto di gestione integrata territoriale, purtroppo ancora in parte da costruire, permetterà di offrire al paziente la continuità assistenziale auspicabile”. E’ proprio con l’intento di sensibilizzare i medici di medicina generale sulla diagnosi precoce della BPCO e sulla gestione globale del paziente, che il board scientifico composto dai Presidenti delle Società AIPO, SIMeR, AIMAR e SIMG, con il contributo non condizionato di Biofutura, ha dato vita al progetto educazionale EUREKA, in occasione della XIII Giornata Mondiale della BPCO del prossimo 19 novembre. “Il progetto EUREKA – spiega il Prof. Fernando De Benedetto, Direttore dell’UOC di Pneumologia Presidio Ospedaliero Clinicizzato di Chieti e Presidente AIMAR (Associazione Scientifica Interdisciplinare per lo studio delle Malattie Respiratorie) – prevede lo svolgimento di 150 incontri ECM sul territorio nazionale che coinvolgeranno oltre 1.000 medici di medicina generale con l’intento, grazie anche al coordinamento di uno specialista pneumologo, di fornire un’opportunità educazionale sulla gestione clinica integrata della BPCO”.La ricerca clinica e farmacologica attuale nell’ambito della BPCO prosegue nell’impegno di valutare i benefici derivanti dall’associazione di farmaci broncodilatatori come i LABA (β2-agonisti a lunga durata d’azione) o i LAMA (anticolinergici a lunga durata d’azione), tra loro o eventualmente associati a steroidi.
“Recenti studi clinici hanno mostrato che la combinazione fissa di due broncodilatatori con meccanismo d’azione sinergico- conclude De Benedetto – ha dimostrato di migliorare la qualità di vita del paziente, grazie a un potenziamento dell’azione e a una duplice broncodilatazione. La monosomministrazione giornaliera dei due broncodilatatori assicura una maggiore compliance senza che aumentino gli effetti collaterali. Questa associazione, dunque, ha le potenzialità per diventare un’opzione terapeutica di riferimento nel trattamento della BPCO”.
La società Biofutura Pharma nasce nel 2001 con l’obiettivo di sviluppare prodotti etici, nutraceutici e medical device per la cura di patologie dell’apparato respiratorio, del sistema nervoso centrale, dell’apparato muscolo-scheletrico e del sistema vascolare, nell’intento di espandere la presenza del Gruppo Sigma-Tau, di cui fa parte, nel comparto farmaceutico.

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Trattamento epatite cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2014

(PRINCETON, N.J. Bristol-Myers Squibb ha annunciato che l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha validato la richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio (MAA, Marketing Authorization Application) per l’utilizzo di daclatasvir (DCV), un inibitore sperimentale del complesso NS5A, per il trattamento di pazienti adulti con epatite C cronica (HCV) con malattia epatica compensata, che include i genotipi 1, 2, 3 e 4. La richiesta mira all’approvazione di daclatasvir per l’uso combinato con altri farmaci, incluso sofosbuvir, per il trattamento dell’epatite C cronica. La validazione della MAA segna l’inizio di un processo di revisione regolatoria accelerata per DCV, che ha il potenziale, quando utilizzato in combinazione con altri farmaci, di colmare una grande necessità medica non soddisfatta nell’ambito dell’Unione Europea (UE), dove si stima che 9 milioni di persone siano affette da epatite C.i
“Il nostro vasto programma di studi clinici ha dimostrato che daclatasvir ha un potenziale utilizzo come farmaco di base in regimi di trattamento multiplo dell’HCV – afferma Brian Daniels, MD, senior vice president del Global Development and Medical Affairs, Research and Development di Bristol-Myers Squibb -. Se daclatasvir verrà approvato, ci impegneremo per assicurarne la disponibilità a pazienti con opzioni terapeutiche limitate e collaboreremo con le autorità sanitarie dell’UE per assicurare che l’accesso al farmaco sia ottenuto il più velocemente possibile”. Nell’Unione Europea il peso della malattia epatica e di altre comorbilità legate all’infezione di HCV è significativo, con un ampio numero di pazienti con urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche.ii A causa della natura progressiva dell’HCV, possono trascorrere decenni prima che i pazienti diventino sintomatici. Molti di questi pazienti invecchiando sviluppano la malattia epatica, rendendo molto più difficile il trattamento con le terapie standard disponibili a base di interferone e ribavirina, in combinazione o meno con un inibitore della proteasi. iii L’epatite virale è stata inoltre indicata quale causa dell’aumentata incidenza di carcinoma epatocellulare (HCC) in Europa. iv
La richiesta all’EMA è sostenuta da dati di molteplici studi su daclatasvir con altre terapie per l’HCV. Ad oggi, DCV è stato studiato su oltre 5.500 pazienti in una serie di regimi tutti orali e con l’attuale standard di cura a base di interferone. Oltre a dimostrare la potenza pan-genotipica in vitro, DCV ha mostrato un basso profilo di interazione farmaco-farmaco, che supporta il suo potenziale uso in regimi a trattamento multiplo e in pazienti con comorbilità. Finora, negli studi clinici con DCV, non sono stati evidenziati segnali di sicurezza clinicamente rilevanti e DCV è stato in genere ben tollerato in tutti i regimi studiati e in tutti i tipi di pazienti. La sottomissione in UE segue il recente filing regolatorio di Bristol-Myers Squibb in Giappone per l’approvazione di un regime a base di DCV per il trattamento di pazienti con HCV con genotipo 1b.

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Asma bronchiale cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 dicembre 2013

apparato-respiratorio_Sarah-Katrin

apparato-respiratorio_Sarah-Katrin (Photo credit: barbarabevilacqua)

Si presenta in due diversi stati, l’attacco e la fase stazionaria, con sintomi determinati da una costrizione bronchiale che si manifestano nel paziente con un senso di oppressione al torace, fame d’aria (dispnea), respiro sibilante all’espirazione e tosse. Maggiore è l’entità dell’ostruzione bronchiale, più gravi sono le manifestazioni cliniche che possono sfociare nell’attacco d’asma vero e proprio. Per evitare un aggravamento improvviso è necessario tenere sotto controllo la patologia attraverso l’utilizzo regolare di terapie mirate, il cui effetto dipende da due fattori primari: la quantità di farmaco depositato nei polmoni e la sua distribuzione omogenea in tutto l’albero bronchiale. Purtroppo, non sempre il paziente riesce ad assumere correttamente il farmaco prescritto, in parte per via di limiti oggettivi posti dalle soluzioni terapeutiche e in parte per la difficoltà nel seguire la terapia assegnata, compromettendo il controllo della patologia e mettendo a rischio la propria salute.“Spesso, ci accorgiamo che il paziente non segue la cura correttamente – osserva il professor G. Walter Canonica, Direttore della Clinica di Malattie dell’Apparato Respiratorio e Allergologia Di.M.I. Università degli Studi di Genova e Presidente eletto della Società Italiana di Allergologia – attraverso la persistenza dei sintomi. Tuttavia, accade spesso che ciò non dipenda dalla sua volontà, ma da ostacoli pratici, quali la complessità nella gestione del dispositivo. Questo fattore non è da sottovalutare, in quanto compromette il controllo dell’asma e, quindi, la qualità della vita del paziente. I più recenti studi dimostrano infatti che la semplicità e l’efficienza del dispositivo d’inalazione rappresentano un momento cruciale per garantire l’aderenza alla terapia”.Non solo: anche la formulazione del farmaco gioca un ruolo molto importante. È stato dimostrato, infatti, che l’infiammazione alla base dell’asma bronchiale coinvolge anche le vie aeree periferiche. “Le piccole vie aeree – afferma il prof. Nicola Alessandro Scichilone, Dirigente Medico presso la Divisione di Pneumologia II dell’Ospedale V. Cervello di Palermo e Professore di Malattie dell’Apparato Respiratorio, Università di Palermo – sono un target fondamentale per ottenere una corretta gestione dell’asma. Fino ad oggi, le terapie disponibili non garantivano che i principi attivi raggiungessero anche la periferia dell’albero bronchiale, non permettendo una diminuzione dell’infiammazione a carico di questa parte. In molti pazienti, infatti, assistevamo a una persistenza dei sintomi, pur con una corretta aderenza alla terapia. Studi clinici ci hanno permesso di comprendere che le formulazioni extrafini, contenendo particelle di dimensioni minori, sono in grado di raggiungere anche le vie aeree più piccole. Inoltre ciò consente un aumento apprezzabile della deposizione del farmaco rispetto alla dose erogata, producendo conseguenze positive sulla funzionalità polmonare, sul controllo dell’asma e sulla qualità della vita del paziente”.Grazie all’impegno in Ricerca e Sviluppo dell’azienda italiana Chiesi Farmaceutici, da ottobre è disponibile anche sul mercato italiano l’associazione fissa beclometasone/formoterolo in polvere extrafine erogata attraverso un inalatore semplice ed efficace. La nuova soluzione terapeutica è stata realizzata per offrire al medico e al paziente una risposta alle necessità, a oggi non ancora soddisfatte, di migliorare l’aderenza alla terapia.

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Gli italiani con la berlusconite cronica

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Berlusconi è arrivato al capolinea ma non sembra avvedersene. Convengo con Rosario Amico Roxas quando scrivendomi afferma: “Ci sono elementi piuttosto “strani” in questa tragicommedia che vede Berlusconi prim’attore, regista, suggeritore e capo claque.” Nasce il legittimo sospetto che non tutto si limiti a un processo, ai suoi tre gradi di giudizio e alla condanna passata in giudicato anche se il cavaliere ha fornito prova di non digerirla scagliandosi con veemenza contro i giudici e accusandoli di persecuzione giudiziaria e di complotto “comunista-stalinista”. C’è, indubbiamente, qualcosa d’altro.
Rosario nell’intento di capire quest’atteggiamento così inquietante pensa che “debba essere accaduto qualcosa che non doveva accadere e cioè la personalizzazione di interessi che dovevano rimanere globali o societari; ed invece è emerso un circuito di denaro che non confluiva nella “comune amministrazione, ma finiva nelle tasche di un solo personaggio o, al massimo, di alcuni soci/complici.”
Sta di fatto che questo “panorama” spiega più di tutte le altre possibili ragioni, la volontà di Berlusconi di dimostrare l’infondatezza della condanna pur giunta al suo epilogo naturale. E lo fa non per l’orecchio degli italiani, anche perché per anni hanno dimostrato una sordità patologica, ma per chi, al contrario, ci sente molto bene.
E chi, come ha fatto negli anni andati, è in grado di dargli una mano? Non certo gli uomini e le donne del suo partito, ma una certa classe dirigente del Pd che in passato ha chiuso un occhio e anche due sull’ineleggibilità di Berlusconi, sui suoi conflitti d’interesse, sulle leggine ad personam per favorire le sue televisioni, ecc. ecc.
E le grandi manovre sono già iniziate. Se vi sono dei parlamentari Pd con le mani pulite e credo che siano in tanti non facciano come la classica scimmietta sottraendosi all’ascolto, alla vista e alla parola e dimostrino al proprio elettorato che gli inciuci non sono più di moda. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Ricerca sulla stipsi cronica

Posted by fidest press agency su domenica, 11 marzo 2012

In Italia le persone affette da stipsi cronica sono per l’80% donne, con un’età media di 50 anni, e da circa 17 anni soffrono di questa patologia. Questo, in estrema sintesi, l’identikit del paziente affetto da stipsi cronica, patologia che colpisce circa il 15%-20% della popolazione italiana, descritto dalla ricerca LIRS – Laxative Inadequate Relief Survey. L’indagine LIRS, condotta da Doxa Pharma con il supporto non condizionato di Shire Italia e presentata oggi a Milano, ha coinvolto 39 centri di gastroenterologia in tutta Italia e circa 900 pazienti, con l’intento di fare il punto sulla qualità di vita (fisica, psicologica e sociale) di chi soffre di questa patologia, sull’impatto socio-economico della stessa, e sul grado di soddisfazione/insoddisfazione dei pazienti nei confronti delle terapie oggi disponibili.
“La stipsi cronica non si limita all’alterazione dell’alvo, ma è il risultato di una sintomatologia più complessa che include, ad esempio, gonfiore, sforzo, sensazione di evacuazione incompleta, fastidio all’addome, che riducono la qualità di vita del paziente.” – dichiara il Professor Enrico Corazziari, Ordinario di gastroenterologia all’Università di Roma “La Sapienza” – “Infatti, da quanto emerge dai dati dell’indagine LIRS, questi sintomi sono le manifestazioni più sgradevoli e frequenti avvertite in modo forte e molto forte da circa il 50% del campione”.Una qualità di vita, fisica ed emotiva, compromessa – Secondo i risultati LIRS, il 46% dei pazienti con stipsi cronica giudica “non buona” la propria salute. La ricerca evidenzia, inoltre, che il superamento della soglia sotto la quale si registra una significativa limitazione della salute fisica, nel caso della stipsi cronica, è condizionato dalla numerosità e dall’intensità dei sintomi. Sintomi ai quali, nonostante l’andamento cronico della malattia, non ci si abitua ma che, anzi, peggiorano con il passare degli anni.
Nel campione LIRS, chi soffre di stipsi cronica percepisce la propria condizione di malato cronico e avverte la medesima limitazione di questa situazione al pari di un iperteso o di un malato di artrosi e in modo maggiore rispetto a chi soffre di emicrania. La stipsi cronica è, dunque, un disturbo che condiziona la vita, restituisce un vissuto di profondo disagio, determinando un processo di ridefinizione della propria “normalità”.
Le implicazioni emotive, poi, al pari di quelle fisiche, provocano un’alterazione del benessere del paziente, condizionando il modo di affrontare la quotidianità. Esse riguardano sensazioni provate in modo molto forte quali, ad esempio, la preoccupazione di non essere riuscito ad andare di corpo al bisogno (67%), la sensazione che il corpo non funzioni bene (62%), o la paura che i disturbi peggiorino (58%).
I bisogni e le insoddisfazioni dei pazienti rispetto alla terapia – Spesso la percezione del “malessere” e del peggioramento della qualità della vita non sono legate solo al disturbo ma anche all’insoddisfazione del paziente con stipsi cronica rispetto all’offerta terapeutica oggi disponibile (rappresentata principalmente dai lassativi). L’indagine LIRS rileva, infatti, che solo 1 paziente su 5 è soddisfatto della terapia in atto. La percentuale di chi si dichiara, invece, insoddisfatto va dal 35% per i pazienti di grado moderato al 50% per quelli più severi.
Indipendentemente dalla tipologia di lassativo utilizzato il grado di non soddisfazione del paziente non cambia: si va dal 35% per chi assume fibre o lassativi formatori di massa, al 37% per i lassativi osmotici, al 42% per i lassativi stimolanti, al 39% per chi assume una combinazione di più lassativi.
Un quadro complesso, dunque, quello che emerge dai risultati LIRS e che evidenzia la necessità di un approccio sempre più attento alla stipsi cronica e di opzioni terapeutiche sempre più mirate con l’intento di diminuire gli effetti invalidanti della patologia sulla qualità di vita dei pazienti.
Shire Italia S.p.A., fondata nell’anno 2000, è una consociata di Shire Plc (www.shire.com), società specialistica biofarmaceutica con sede principale nel Regno Unito. A Firenze, Shire Specialty Pharma opera in ambito ematologico, nefrologico, nella neuropsichiatria infantile e nella gastroenterologia mentre, a Genova, Shire Human Genetic Therapies svolge attività per il trattamento di malattie genetiche rare.
Shire Italia S.p.A. è membro di Farmindustria e di Assobiotec.

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Il paziente con stipsi cronica

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2012

Milano, 9 marzo 2012 – ore 11.00 presso il Circolo della Stampa Corso Venezia, 48. La conferenza sarà l’occasione per presentare i dati di LIRS – Laxative Inadequate Relief Survey, una ricerca condotta da Doxa Pharma volta ad analizzare la qualità di vita di chi è affetto da stipsi cronica, l’impatto socioeconomico della patologia e le aspettative dei pazienti nei confronti delle terapie. Durante l’incontro verrà, inoltre, fatto un focus sulla patologia dal punto di vista epidemiologico, diagnostico e terapeutico, in particolar modo sui progressi che la ricerca farmacologica ha compiuto nell’individuare nuove soluzioni per il trattamento della stessa.Interverranno:
· Guido Basilisco – Gastroenterologo – Fondazione IRCCS – Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano;
· Enrico Corazziari – Dipartimento di Medicina Interna e Specialità Mediche – Università La Sapienza di Roma;
· Rosario Cuomo – Gastroenterologo – Università Federico II di Napoli;
· Vincenzo Stanghellini – Dipartimento di Medicina Clinica dell’Università degli Studi di Bologna – Policlinico S. Orsola Malpighi.
Parteciperanno, inoltre, all’incontro Giacomo Baruchello, General Manager di Shire Italia e Giuseppe Venturelli, Direttore Generale di Doxa Pharma.

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Insufficienza renale cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 aprile 2011

E’ la disinformazione più costosa per la collettività e più dannosa per la salute e la qualità della vita delle persone: riguarda la malattia renale cronica, definita “killer silenzioso” perché non presenta sintomi, opera per anni indisturbata e, quando si manifesta, è in genere troppo tardi per affrontarla efficacemente. Mentre invece una diagnosi precoce, effettuata con esami semplici, poco costosi e assolutamente non invasivi, presenta ottime possibilità di cura. Le patologie renali e quello che la comunità scientifica da un lato e le istituzioni, dall’altro, fanno per accelerare sulla prevenzione, hanno caratterizzato l’incontro svoltosi di recente a Napoli promosso da Value Relations in collaborazione con Abbott e con il patrocinio della Regione Campania, della SIN (Società Italiana di Nefrologia) e della SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera). La malattia renale cronica rappresenta una reale emergenza di salute e di politica sanitaria, costituisce un rischio di vita analogo ad un tumore e peggiora gravemente la qualità di vita per il paziente e per i familiari. Colpisce un grande numero di persone: un italiano su 10 ha un certo grado di riduzione della funzione renale e 1 su 1000 è in trattamento sostitutivo, dialisi o trapianto. In Campania sono circa 220mila le persone affette da insufficienza renale cronica (IRC). La spesa nel 2009 è stata pari a 266 milioni di euro, riferita ai soli trattamenti dello stato più grave della malattia; tale cifra, senza una tempestiva presa in carico del paziente da parte dello specialista nefrologo con un’adeguata somministrazione delle terapie appropriate, è destinata a lievitare a 372 milioni di euro tra meno di 10 anni. Queste le cifre elaborate dall’Osservatorio di Sanità e Salute, rese note al Convegno dal responsabile Studi Economici Alessandro Ridolfi. L’antidoto consiste nella prevenzione. Che può essere estremamente efficace, se la diagnosi avviene nei tempi giusti. Solo ritardando l’entrata in dialisi del paziente di 5 anni, per la sola Regione Campania, il risparmio di risorse da destinare ad altre cure sarebbe di circa 23 milioni di euro l’anno – afferma Ridolfi -. Altri 29 milioni di euro potrebbero essere risparmiati se si intervenisse in modo tempestivo solo sul 10% dei pazienti nei primi stadi di progressione della malattia. Le cure ci sono, fondamentale è il network fra medici di medicina generale e specialisti per procedere ad una corretta e tempestiva diagnosi, ma il vero e primo nemico è la disinformazione. Di rilievo quanto sta facendo la Regione Campania, che, con un provvedimento adottato a gennaio di quest’anno, ha varato uno specifico piano d’azione mirato alla prevenzione delle IRC. L’obiettivo è sviluppare una rete assistenziale territoriale adeguata e l’assistenza integrata fra ospedale e territorio, con particolare riferimento al rapporto, fondamentale, fra nefrologi e medici di medicina generale.

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Ridurre il rischio di riacutizzazioni della BPCO

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 marzo 2011

I risultati dello studio POET-COPDTM(Prevention Of Exacerbations with Tiotropium), pubblicati oggi sul New England Journal of Medicine (NEJM), dimostrano che tiotropio è superiore a salmeterolo nel ridurre il rischio di riacutizzazioni della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO). Lo studio POET-COPDTM è un ampio studio di confronto testa a testa, durato un anno, disegnato per confrontare gli effetti dell’anticolinergico a lunga durata d’azione tiotropio e del beta agonista a lunga durata d’azione salmeterolo sulle riacutizzazioni della BPCO di grado da moderato a grave. Le riacutizzazioni che, a causa delle loro severe ripercussioni sulla salute dei pazienti vengono anche chiamate ‘crisi respiratorie’, sono un chiaro indicatore della progressione della malattia e del deterioramento della funzione respiratoria. Per questo motivo la loro prevenzione è uno dei maggiori obiettivi terapeutici I risultati dello studio POET-COPDTM, che ha coinvolto 7.376 pazienti affetti da BPCO di grado da moderato a grave e una storia di riacutizzazioni, dimostrano che tiotropio ha ritardato in maniera significativa la comparsa della prima riacutizzazione della BPCO, con una riduzione del rischio del 17% (p<0,001) rispetto a salmeterolo.  Nell’ambito dello studio,  si sono verificate 4.411 riacutizzazioni di BPCO in 2.691 pazienti. Il 44% dei pazienti che hanno manifestato una riacutizzazione erano affetti da BPCO di grado moderato (es. Stadio II GOLD- Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease).  Le analisi dello studio POET-COPDTM confermano i profili di sicurezza di tiotropio e di salmeterolo come precedentemente descritti . Le percentuali di eventi avversi seri, che abbiano comportato l’interruzione della terapia o che abbiano avuto esito infausto, sono state simili in entrambi i gruppi in terapia.1 “Le riacutizzazioni della BPCO possono verificarsi anche nelle fasi iniziali della malattia (es. stadio II GOLD) e ripresentarsi lungo tutto il decorso della malattia stessa. Poiché costituiscono un considerevole onere economico per chi ne è colpito, per il servizio sanitario, e per la società, la prevenzione delle riacutizzazioni è un obiettivo terapeutico molto importante e centrale per i pazienti affetti da BPCO – ha dichiarato il Professor Klaus Rabe, del Dipartimento di Medicina dell’Università di Kiel, Ospedale Grosshansdorf, Germania – I risultati dello studio POET-COPD , che ha messo a confronto due broncodilatatori a lunga durata d’azione, dovrebbero guidare la pratica clinica per la gestione della BPCO e la prevenzione delle riacutizzazioni” (Maria Luisa Paleari – in sintesi)

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Berlusconite cronica

Posted by fidest press agency su sabato, 19 marzo 2011

Si pensava che fosse una “malattia rara” ma invece è diventata cronica e persino infettiva e capace di diffondersi come una pandemia. Di certo tra 30-40 anni e forse più si potrà discutere con più serenità ed obiettività su questo quasi ventennio, che come l’altro ventennio, ci perseguita mettendo a nudo i lati meno esaltanti del nostro essere cittadini del mondo, votati alla solidarietà e al rispetto delle altrui opinioni. Sembrano a questo punto diventate un delirio di fantasticherie le parole pronunciate da Francois-Marie Arouet, più noto col nome di Voltaire, che scrisse (“Trattato sulla tolleranza”) sull’argomento: “Io non approvo quel che tu dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di poterlo dire”. Emergono, invece, i lati più oscuri della nostra natura esaltando il mentire con il cinismo di chi afferma: quando la verità è brutta solo la menzogna par bella”. Esaltando l’edonismo con il compiacersi del proprio e altrui erotismo come pratica di vita. Esaltando la spregiudicatezza negli affari che si prendono beffa delle leggi. Esaltando le debolezze umane per soggiogare i più deboli di carattere, i più venali, i più inclini alla sudditanza e al servilismo. Esaltando il consumismo per il quale il benessere e ancor meglio la ricchezza sono le sole chiavi d’accesso al paradiso in terra ed è una realtà che si tocca a differenza di quello celeste. E se poi tutto questo si trasforma in un genocidio di popoli, nella morte per fame di milioni di bambini, nell’avvelenamento sistematico dell’ambiente, nella distruzione dei valori, nell’accentramento delle ricchezze e delle risorse vitali, poca importa: mors tua vita mea. Ci sfugge l’idea che chi ci guida debba esserci, in primis, d’esempio per uscire dalle nebbie delle nostre debolezze e consentirci di guardare lontano con serenità e fiducia. Ci sfugge l’idea che non ci è consentito di chiuderci a riccio entro le quattro mura di una casa, di tapparci le orecchie per non sentire, di coprirci gli occhi per non vedere perché in una società composita come la nostra il bene come il male, il progresso come il regresso non si evitano tacendo ma operando perché emergano le buone intenzioni che come l’aria ci attraversano e ci consentono di vivere. Se tutto ciò ci sfugge i nostri figli non avranno un futuro. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Leucemia mieloide cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha espresso parere favorevole per dasatinib nel trattamento dei pazienti adulti con leucemia mieloide cronica Philadelphia + (LMC Ph+) in fase cronica di nuova diagnosi. Dasatinib, nato nei laboratori di Bristol-Myers Squibb, rappresenta il primo nuovo trattamento per questa malattia approvato in Europa dal 2001, quando fu introdotto imatinib che fino a oggi ha costituito la terapia standard. Si tratta di una svolta per questi pazienti, che ora dispongono di un farmaco più efficace di imatinib, con il vantaggio di poterlo assumere una sola volta al giorno, senza necessità di digiunare.
Dasatinib è già disponibile in Italia dal 2007 con regime di rimborsabilità in classe H; l’estensione dell’indicazione in prima linea passa ora al vaglio dell’Agenzia Italiana del Farmaco per la definizione delle condizioni di rimborsabilità.
Lo studio è stato condotto su 519 pazienti, in 26 Paesi inclusa l’Italia: a 259 è stato somministrato dasatinib e a 260 imatinib. I risultati relativi a 12 mesi di trattamento sono stati  presentati al Congresso ASCO dello scorso giugno, il massimo appuntamento americano di oncologia, e subito dopo in Europa nella sezione “Best Abstracts” del Congresso della Società Europea di Ematologia (EHA). E al Congresso della Società americana di Ematologia (ASH), che si è appena concluso a Orlando, sono stati presentati i dati a 18 mesi che hanno confermato la superiore efficacia di dasatinib rispetto a imatinib.
La Leucemia Mieloide Cronica Ph+ è una malattia rara, ogni anno in Italia si registrano circa 1000 nuove diagnosi. La sua incidenza aumenta con l’età (solo nel 2% dei casi si manifesta sotto i 20 anni d’età), rappresenta il 15% di tutte le leucemie degli adulti e il 4% di quelle dell’infanzia. Le cellule leucemiche sono caratterizzate dalla presenza nel nucleo di un cromosoma anomalo, chiamato cromosoma Philadelphia dalla città dove è stato isolato la prima volta, nel 95% dei casi. Questo cromosoma si forma per fusione di due geni in due cromosomi diversi: il gene BCR del cromosoma 9 e il gene ABL del cromosoma 22. Il gene ibrido risultante (BCR-ABL) stimola la proliferazione delle cellule leucemiche.

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Leucemia mieloide cronica

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 ottobre 2010

Il Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA (CHMP) ha espresso parere favorevole per dasatinib nel trattamento dei pazienti adulti con leucemia mieloide cronica Philadelphia + (LMC Ph+) di nuova diagnosi. Il via libera del CHMP si basa sui risultati dello studio internazionale DASISION pubblicato sul New England Journal of Medicine, dove in pazienti con LMC Ph+ dasatinib ha dimostrato una efficacia superiore nella risposta citogenetica completa confermata al 12mo mese di trattamento rispetto alla attuale terapia standard con imatinib. Il traguardo raggiunto a 12 mesi suggerisce che il trattamento con dasatinib possa migliorare significativamente a lungo termine l’andamento della malattia.
Nato nei laboratori di Bristol-Myers Squibb, dasatinib ha avuto un percorso clinico di sviluppo tra i più rapidi della storia della medicina ed è già disponibile in Italia per il trattamento dei pazienti con LMC Ph + resistenti o intolleranti a imatinib.
Lo studio internazionale DASISION pubblicato sul New England Journal of Medicine, è stato presentato nella late breaking abstract session dell’ASCO, il massimo appuntamento di oncologia americana e subito dopo in Europa nella sezione “Best Abstracts” del Congresso della Società Europea di Ematologia (EHA).
La Leucemia Mieloide Cronica Ph+ è una malattia rara. L’incidenza della malattia aumenta con l’età (solo nel 2% dei casi si manifesta sotto i 20 anni d’età), rappresenta il 15% di tutte le leucemie degli adulti e il 4% di quelle dell’infanzia. Le cellule leucemiche sono caratterizzate dalla presenza nel nucleo di un cromosoma anomalo, chiamato cromosoma Philadelphia dalla città dove è stato isolato la prima volta, nel 95% dei casi. Questo cromosoma si forma per fusione di due geni in due cromosomi diversi: il gene BCR del cromosoma 9 e il gene ABL del cromosoma 22. Il gene ibrido risultante (BCR-ABL) stimola la proliferazione delle cellule leucemiche.

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Epatite cronica E, primi risultati con i farmaci

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 giugno 2010

Non esiste ancora un trattamento universalmente accettato per l’epatite cronica causata dal virus epatitico E (Hev). Due spunti interessanti sono apparsi in contemporanea sul sito web degli Annals of Internal Medicine. Il primo lavoro – una “brief communication” divulgata da Vincent Mallet, institut Cochin, université Paris Descartes e collaboratori – riporta i risultati del trattamento con ribavirina (12 mg/kg di peso corporeo al giorno per 12 settimane) su due pazienti con epatite cronica E confermata alla biopsia: si trattava di un soggetto sottoposto a trapianto di rene e pancreas e di un paziente con linfocitopenia idiopatica CD4 T. Entrambi i pazienti sono andati incontro alla normalizzazione dei test della funzione epatica dopo due settimane di terapia e a clearance di Hev dopo quattro settimane. Per l’intero periodo di follow-up (di 3 e 2 mesi rispettivamente) i livelli di Rna virale si sono mantenuti bassi, al punto da non essere identificabili mentre gli effetti collaterali sono stati giudicati di leggera entità. Diversa, invece, la strategia terapeutica adottata da Laurent Alric e collaboratori dell’Ospedale universitario di Tolosa. In una “Lettera” alla rivista gli autori descrivono un caso di infezione cronica da Hev trattata con successo con interferone pegilato alfa. Secondo i clinici francesi si tratta, inoltre, del primo report di infezione cronica da Hev in un paziente immunocompromesso ma non sottoposto a terapia immunosoppressiva o positivo al virus Hiv. Il paziente in questione era un uomo di 57 anni affetto da leucemia a cellule capellute non trattata perchè indolente. La biopsia ha confermato la presenza di una leggera epatite lobulare, senza fibrosi: dopo un anno di follow-up senza terapia, è stato instaurato un trattamento di tre mesi con interferone pegilato-alfa 2b (1 microgrammo/Kg di peso corporeo per settimana). Le concentrazioni di Hev Rna nel siero si sono ridotte dal valore basale di 5,6 log10 copie/mL a 2,4 log10 dopo 2 settimane di terapia. Il paziente ha ottenuto una risposta virologica completa in settimana 4. In settimana 7, gli enzimi epatici sono rimasti entro i limiti della norma mentre l’Hev Rna non era identificabile nelle feci. Dopo cinque mesi dall’interruzione del trattamento, i livelli di Rna virale nel siero erano inferiori al valore minimo per l’identificazione. Ann Intern Med,  2010 Jun 14. [Epub ahead of print] (fonte doctor news)

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Epatite cronica B: identikit

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 giugno 2010

La maggioranza dei pazienti europei affetti da epatite cronica B sono HBeAg negativi, caucasici, di sesso maschile e con significativi segni istologici di malattia epatica. La fotografia sulle caratteristiche dell’infezione virale e sulle tecniche di gestione in quattro Paesi europei (Francia, Germania, Spagna e Italia) è frutto di un’indagine condotta nel 2006 da Thomas Berg e collaboratori della Clinica universitaria di Lipsia (Germania) con la partecipazione di 200 medici per un totale di 2.023 pazienti affetti da infezione cronica da Hbv. Vediamo i dati in sequenza. La maggior parte dei pazienti sono uomini (69%), il 64% con HbeAg negativo, spesso con evidenza di una malattia significativa (53%): nel 35% dei casi è già presente una fibrosi di grado moderato, nel 14% una cirrosi compensata e nel 4% una cirrosi non compensata. Tra i 1.665 pazienti con la sola infezione da Hbv, 1.184 (71%) erano ancora in trattamento per epatite cronica B. Al momento dell’instaurazione della terapia, il 70% dei soggetti HBeAg-positivi aveva livelli sierici pre-trattamento di Hbv Dna </= 9 log(10) copie/mL e di alanina aminotransferasi (Alt) >/= 2 x Uln (limite superiore della norma) mentre l’81% dei casi HBeAg-negativi mostrava livelli di Hbv Dna </= 7 log(10) copie/mL. Fra i pazienti non trattati, invece, i livelli di Hbv Dna e di Alt erano rispettivamente </= 5 log(10) e < 2 x Uln. In questo gruppo, infine, il 48% dei soggetti HBeAg-positivi e l’84% di quelli HBeAg-negativi non presentava fibrosi epatica o, in caso contrario, era comunque di grado leggero.

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