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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 302

Posts Tagged ‘cronica’

Leucemia linfatica cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

Acalabrutinib è efficace e tollerato a lungo termine nel trattamento della leucemia linfatica cronica (LLC), la forma più comune di leucemia dell’adulto. Lo dimostrano i risultati dettagliati dello studio di Fase 2 ACE-CL-001 e dello studio di Fase 3 ASCEND, presentati al 25° Congresso della Società Europea di Ematologia (EHA, European Hematology Association).Nello studio monobraccio ACE-CL-001, l’86% dei pazienti con LLC trattati con acalabrutinib come monoterapia in prima linea è rimasto in trattamento con un follow-up mediano di oltre quattro anni. Lo studio ha mostrato un tasso di risposta complessivo del 97% (7% di risposta completa; 90% di risposta parziale) e un tasso di risposta globale (ORR) del 100% nel sottogruppo di pazienti con caratteristiche di malattia considerate ad alto rischio, tra le quali le aberrazioni genomiche (delezione 17p e mutazione TP53), lo stato di mutazione delle immunoglobuline (IGHV non mutato) e cariotipo complesso.Il profilo di sicurezza della molecola si è mostrato coerente nel lungo termine.Nell’analisi finale dello studio ASCEND, circa l’82% dei pazienti con LLC, nel setting recidivato refrattario trattati con acalabrutinib risultava vivo e libero dalla progressione di malattia a 18 mesi rispetto al 48% dei pazienti trattati con rituximab in associazione con idelalisib o bendamustina. Lo studio aveva precedentemente già raggiunto l’endpoint primario della sopravvivenza libera da progressione valutata dall’Independent Review Committee nell’ambito di un’interim analysis presentata al precedente congresso dell’EHA.Paolo Ghia, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, Coordinatore del Programma Strategico di Ricerca sulla LLC dell’Ospedale San Raffaele e Principal Investigator per l’Italia degli studi ACE-CL-001 e ASCEND ha dichiarato: “Questi dati, con follow-up a lungo termine, ribadiscono come acalabrutinib possa fornire ai pazienti affetti da Leucemia Linfatica Cronica, al primo trattamento o alla ricaduta, una risposta duratura con un profilo di sicurezza favorevole. I pazienti affetti da questa patologia ricevono in genere la diagnosi dopo i 70 anni, presentano comorbidità e hanno ragionevoli aspettative di ricevere un trattamento prolungato nel tempo, prospettiva che rende il profilo di sicurezza ed efficacia prolungata altamente rilevante per la loro qualità di vita”.Lo studio ACE-CL-001, che ha posto le basi per lo studio registrativo ELEVATE/TN recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet, valuta la sicurezza e l’efficacia di acalabrutinib, in monoterapia e combinazione, nel trattamento di prima linea della Leucemia Linfatica Cronica. Anche lo studio ASCEND, primo trial randomizzato a confrontare direttamente un inibitore della tirosin-chinasi di Bruton come monoterapia con la chemio-immunoterapia standard e con una terapia chemo-free nel trattamento della malattia recidivante o refrattaria, ha ottenuto nelle scorse settimane la pubblicazione sul prestigioso Journal of Clinical Oncology.

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La carenza cronica di risorse contribuisce a una nuova crisi in Burkina Faso

Posted by fidest press agency su domenica, 12 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha reso noto che altre persone rischiano di perdere la vita nelle regioni del Centro-Nord e del Sahel, in Burkina Faso, dove centinaia di migliaia di persone in fuga, tra cui bambini piccoli, sono costrette a dormire all’aperto alla mercé delle intemperie.Si stima che siano 350.000 le persone che ora necessitano con urgenza di aver accesso ad alloggi e approvvigionamento d’acqua adeguati per sopravvivere alle condizioni di tipo desertico delle aree remote del Burkina Faso. L’acuirsi dell’insicurezza sta costringendo ogni giorno alla fuga un numero sempre più elevato di persone.L’UNHCR aveva già espresso apprensione in relazione al fatto che la carenza cronica di risorse minacciasse il verificarsi di una catastrofe umanitaria di proporzioni rilevanti. La pandemia da COVID-19 ora sta aggravando ulteriormente una situazione caratterizzata da un intreccio di crisi.Siamo in corsa contro il tempo per impedire che vi siano altre sofferenze umane. Nelle aree remote le persone hanno un disperato bisogno di trovare un riparo e devono far fronte a condizioni climatiche molto dure. L’UNHCR esorta tutti gli attori umanitari a incrementare le risorse.Attualmente, la crisi in corso in Burkina Faso rappresenta l’esodo col più rapido ritmo di crescita su scala mondiale, con quasi 840.000 persone sfollate dal conflitto e dalla siccità negli ultimi 16 mesi. Sono quasi 60.000 quelle costrette a fuggire nel solo mese di marzo.Nonostante il dispiegamento di un numero crescente di forze di sicurezza, gruppi armati continuano a compiere devastazioni nelle regioni del Centro-Nord e del Sahel, aggredendo allo stesso modo polizia e militari, civili, scuole, ambulatori, insegnanti e personale sanitario.Il personale dell’UNHCR raccoglie regolarmente testimonianze strazianti dai sopravvissuti in fuga. Raccontano con dettagli orripilanti gli attacchi condotti ai danni dei loro villaggi, durante i quali uomini e ragazzi vengono uccisi, le donne stuprate, le case saccheggiate e le scuole, insieme ad altre infrastrutture, distrutte.
L’UNHCR sta lavorando con le autorità locali e i propri partner umanitari per consegnare quanto prima ulteriori alloggi e forniture di emergenza agli sfollati, ma date le crescenti condizioni di insicurezza e le risorse limitate, sarà difficile raggiungere tutte le persone che necessitano di assistenza. Molte vivono in condizioni disperate in aree sovraffollate. Molte dormono e vivono sotto alberi.
Il costante peggioramento della sicurezza sta producendo un impatto negativo sulla risposta umanitaria, dal momento che ostacola gravemente l’accesso degli operatori impedendo di raggiungere coloro che ne hanno bisogno: le persone costrette alla fuga e le comunità che le accolgono hanno tutte disperato bisogno di alloggio, cibo, acqua, protezione, salute e istruzione.
Il sistema sanitario del Burkina Faso è stato gravemente colpito, in un momento storico in cui il Paese deve far fronte anche agli effetti del COVID-19. I confini sono chiusi dalla settimana scorsa e gli spostamenti per e dai paesi o città in cui vi sono casi confermati di coronavirus hanno subito restrizioni. Nell’intensificare gli sforzi nel Sahel per garantire protezione alle persone in fuga dalle violenze, l’UNHCR, inoltre, sta adattando le operazioni di sostegno alla risposta nazionale all’emergenza di salute pubblica in modo da includere rifugiati, sfollati interni e comunità di accoglienza.Ad oggi, l’UNHCR ha garantito alloggio a circa 50.000 sfollati e continua a lavorare senza sosta per soddisfare tutte le esigenze rilevate.Nella regione del Sahel, la carenza di acqua rappresenta un’altra notevole criticità. L’UNHCR sta costruendo riserve per la conservazione di circa 15.000 litri di acqua vicino a Dori, nel Sahel, e continua a lavorare con le autorità locali per far sì che gli insediamenti siano collegati alla rete nazionale di approvvigionamento idrico.In coordinamento con le autorità burkinabé, stiamo inoltre esplorando le possibilità di trasferire alcuni sfollati al campo rifugiati di Goudoubo, a Dori, nella regione del Sahel – dal momento che alcuni degli sfollati vivono sia all’interno sia nei dintorni di questa città, a pochi chilometri di distanza. Il campo si è svuotato meno di due settimane fa, dopo che alcuni rifugiati maliani sono fuggiti per fare ritorno in Mali in seguito agli attacchi e all’ultimatum ricevuto. Nel campo, acqua, servizi igienico-sanitari e cure mediche sono già disponibili.

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Leucemia linfatica cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 17 dicembre 2019

Orlando. AstraZeneca ha presentato i risultati dettagliati dell’analisi ad interim dello Studio di Fase III ELEVATE-TN che mostrano come acalabrutinib, sia in combinazione con obitunuzumab che somministrato in monoterapia, migliori significativamente la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto al trattamento con chlorambucil in combinazione con obinutuzumab, uno dei trattamenti chemio-immunoterapici standard per i pazienti affetti da leucemia linfatica cronica (LLC) non precedentemente trattati.I risultati analizzati dall’Independent Review Committee (IRC) sono stati presentati nell’ambito del Congresso Annuale dell’American Society of Hematology 2019 di Orlando. Ad un follow-up mediano di 28,3 mesi, acalabrutinib in combinazione con obinutuzumab e in monoterapia ha ridotto significativamente il rischio di progressione o morte rispetto al chlorambucil in combinazione con obinutuzumab, rispettivamente del 90% e dell’80%.Paolo Ghia, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Coordinatore del Programma Strategico per lo Studio della CLL dell’Ospedale San Raffaele, ha commentato: “I risultati dello Studio ELEVATE-TN, che confronta acalabrutinib, sia come monoterapia che in combinazione con obinutuzumab, con un regime di trattamento chemio-immunoterapico comunemente utilizzato, mostrano un miglioramento clinicamente significativo della sopravvivenza libera da progressione per i pazienti anziani o giovani con comorbilità affetti da leucemia linfatica cronica e non pre trattati, confermandosi pertanto una potenziale nuova opzione per il trattamento di prima linea di questa patologia. I risultati di tollerabilità e sicurezza, fattori fondamentali per questa popolazione di pazienti, si sono inoltre rivelati incoraggianti nei due bracci di trattamento con acalabrutinib”.Il verificarsi di Eventi Avversi (EA) ha portato all’interruzione del trattamento, rispettivamente, nell’11,2% dei pazienti trattati con acalabrutinib in combinazione con obinutuzumab e nell’8,9% dei pazienti trattati con acalabrutinib in monoterapia, rispetto al 14,1% dei pazienti trattati con chlorambucil più obinutuzumab. Questi risultati, insieme ai dati precedentemente presentati dello Studio di Fase III ASCEND sulla LLC recidivante o refrattaria, supportano le recenti approvazioni di acalabrutinib da parte della Food and Drug Administration (FDA) negli Stati Uniti e dell’Australian Therapeutic Goods Administration per il trattamento di pazienti adulti affetti da LLC o da informa linfocitico a piccole cellule e dall’Health Canada per il trattamento della LLC.2

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La broncopneumopatia cronica ostruttiva

Posted by fidest press agency su domenica, 15 dicembre 2019

In Italia secondo i dati ISTAT, la BPCO colpisce il 5,6% degli adulti (circa 3,5 milioni di persone) ed è responsabile del 55% dei decessi per malattie respiratorie. Tuttavia, la prevalenza della malattia è verosimilmente più elevata perché la BPCO viene spesso diagnosticata nelle fasi avanzate, spesso in occasione del ricovero ospedaliero per riacutizzazione, mentre le forme iniziali e lievi non vengono diagnosticate.L’impatto economico complessivo della BPCO sul SSN è molto rilevante, sia per la durata di malattia, sia per il notevole impiego di risorse nelle fasi di riacutizzazione, gestite per lo più con ricoveri ospedalieri. Infatti, il Programma Nazionale Esiti (PNE) riporta per il 2017 un tasso grezzo di ospedalizzazione per BPCO dell’1,94 per mille, per un totale di 109.674 ricoveri ordinari e 3.394 in day hospital che, in base ai dati sulla degenza media del Rapporto annuale 2017 sull’attività di ricovero ospedaliero del Ministero della Salute, corrispondono ad oltre un milione di giornate di degenza ospedaliera. Il PNE documenta inoltre che i pazienti con BPCO riacutizzata hanno un tasso di mortalità a 30 giorni del 9,8% e del 13,45% di riammissioni ospedaliere a 30 giorni, per un totale di 73.222 ricoveri.
Per tali ragioni la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), aggiornate al luglio 2019, che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema Nazionale Linee Guida, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità. Le linee guida NICE, destinate prevalentemente ai professionisti delle cure primarie, in particolare a medici di medicina generale e infermieri, formulano raccomandazioni su vari aspetti della gestione della malattia: dalla diagnosi all’educazione e self management del paziente; dalla terapia inalatoria alla profilassi antibiotica; dall’ossigenoterapia ai criteri per la riduzione chirurgica del volume polmonare. Cinque i “pilastri” del trattamento della BPCO identificati dalla linea guida NICE, da considerare ad ogni visita di controllo ed offrire a tutti i pazienti, ove necessario:
Prescrivere un trattamento e fornire supporto per smettere di fumare
Condividere un piano personalizzato di self management
Effettuare le vaccinazioni anti-pneumococcica ed antinfluenzale
Prescrivere la riabilitazione polmonare, se indicata
Ottimizzare la terapia delle comorbidità
«Fondamentali le raccomandazioni sul coinvolgimento del paziente – puntualizza Cartabellotta – che prevedono sia di fornire un set standardizzato di informazioni scritte, sia di predisporre un piano di azione per prevenire e gestire le riesacerbazioni». Infatti, le evidenze scientifiche dimostrano che, grazie a questi strumenti, i programmi di self management migliorano la qualità della vita e riducono le ospedalizzazioni.«Auspichiamo che la versione italiana di questa linea guida del NICE – conclude Cartabellotta – rappresenti un’autorevole base scientifica sia per la costruzione dei PDTA regionali e locali, sia per l’aggiornamento dei professionisti sanitari, oltre che per una corretta informazione di pazienti, familiari e caregiver».Le “Linee guida per la diagnosi e la terapia della broncopneumopatia cronica ostruttiva negli adulti” sono disponibili a: http://www.evidence.it/BPCO.

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Le diete proteiche aumentano il rischio di malattia renale cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Secondo uno studio olandese e uno coreano pubblicati su Nephrology Dialysis Transplantation, le diete ricche di proteine, oggi in voga per chi vuole dimagrire e aumentare la massa muscolare, sarebbero dannose per i reni in soggetti con funzionalità renale apparentemente normale. Nello studio olandese, Kevin Esmeijer, del Leiden University Medical Center, e il suo gruppo di lavoro, hanno raccolto i dati alimentari di 4.837 pazienti di età compresa tra 60 e 80 anni con una storia di infarto miocardico. L’età media della coorte era di 69 anni e la velocità di filtrazione glomerulare media stimata (eGFR) era di 82 mL/min/1,73m2. Per l’intera coorte, l’assunzione totale media di proteine è stata di 71 g/die, di cui circa due terzi da proteine animali e un terzo vegetali. L’analisi dei dati ha mostrato che, nella popolazione considerata, le persone che hanno assunto più proteine hanno subito un declino più rapido della funzione glomerulare.
Nello studio coreano, il gruppo di lavoro di Jong Hyun Jhee, della Yonsei University di Seoul, ha analizzato l’effetto che una dieta ricca di proteine ha avuto sull’iperfiltrazione renale e sulla riduzione della funzionalità renale in 9.226 individui, con età media di 52 anni. I pazienti sono stati classificati in quartili in base all’assunzione giornaliera di proteine, valutata tramite un questionario, e la prevalenza dell’iperfiltrazione renale è risultata essere significativamente più alta tra quelli nel più alto quartile di apporto proteico. Anche in questo studio, inoltre, la diminuzione media annua di eGFR è stata maggiore nelle persone posizionate nel quartile più alto di assunzione giornaliera di proteine. «Questi risultati ci portano a dedurre che un maggiore apporto di proteine possa essere un fattore di rischio indipendente per l’iperfiltrazione renale, che può accelerare il deterioramento della funzione renale» concludono gli autori. «I dati emergenti in individui e popolazioni suggeriscono che l’iperfiltrazione glomerulare associata a una dieta con alto contenuto di proteine possa portare a un rischio maggiore di sviluppare una malattia renale cronica o possa accelerare la progressione di una patologia esistente» scrivono in un editoriale di accompagnamento Kamyar Kalantar-Zadeh, della University of California, e alcuni colleghi.
(fonte: doctor33)

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Disidratazione cronica

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 dicembre 2019

Di idratazione si parla poco e ancor meno quando riguarda gli anziani. Eppure l’acqua è un nutriente tanto essenziale quanto sottovalutato. Ne sottolineano i benefici estetici gli spot pubblicitari in nome di purezza e liberazione di tossine mentre è meno rappresentata nelle priorità della corretta alimentazione e della nutrizione clinica. Sembriamo dimenticare che il corpo e in particolare le cellule sono composte per oltre il 75% da acqua che però perdiamo in molti modi: respirazione, traspirazione, sudorazione, ecc. Il dato sconcertante è che tra il 20 e il 30% degli over 65 è disidratato cronicamente. Bere da grandi è quindi un elemento cruciale. Se il giusto apporto di liquidi infatti determina un senso di benessere, anche piccole carenze idriche possono determinare importanti esiti negativi come l’insorgenza di patologie, disabilità, disturbi cognitivi e mortalità.La disidratazione cronica deriva spesso dalla mancanza della sete, uno stimolo che tende a decrescere con l’età e che impone quindi di ‘ricordarsi’ di bere. Inoltre negli anni i reni tendono a perdere la capacità e l’efficienza a trattenere l’acqua. Ma c’è di più perché molta dell’acqua del nostro organismo è contenuta nei muscoli che con l’età subiscono una diminuzione importante di massa. Quel fenomeno chiamato ‘sarcopenia’ e che legato ad un aumento di debolezza e perdita di forza e mancata resilienza agli stressors esterni. Dal momento che un adulto su tre di quelli con più di 60 anni soffre di una severa perdita di muscolo (così come rilevato da una review apparsa sulla rivista Age and Ageing nel 2014) ecco che siamo in presenza di condizioni che insieme rendono la disidratazione un fenomeno comune. Non va meglio se il soggetto è affetto da diabete non diagnosticato o non controllato, condizione che fa aumentare il volume urinario. Le persone con ipertrofia prostatica o quelle più anziane con incontinenza urinaria invece tendono a bere di meno per limitare il problema, mentre disturbi neuro degenerativi come demenza o Alzheimer hanno un rischio aumentato di non bere abbastanza (Nutrients 2018), “un problema se pensiamo che anche una disidratazione moderata può determinare una più o meno grave alterazione dello stato cognitivo” spiega il Professor Maurizio Muscaritoli, Presidente SINuC che aggiunge: “E’ molto importante insegnare ai giovani medici a riconoscere tempestivamente le caratteristiche cliniche gli elevati rischi della disidratazione. Basta, infatti, una disidratazione lieve, pari al 2% del peso corporeo per scatenar senso di confusione e disorientamento, fatica, perdita di forza, di coordinazione e delle funzioni cognitive in generale. Le conseguenze di questo lieve deficit possono essere cadute, traumi e incidenti ma anche danni a reni e muscoli, aumento del rischio di contrarre infezioni. Terapie come quelle a base di diuretici, antistaminici e lassativi possono portare ad urinare di più senza che i liquidi vengano reintrodotti a sufficienza. Ma non tutte le bevande sono state create uguali: la stessa glorificata acqua non è il liquido più idratante che abbiamo a disposizione, anche se la sua assunzione rimane fondamentale per non eccedere in calorie, permettere le funzioni di fegato e reni e mantenere l’elasticità cutanea. E’ quanto afferma una ricerca condotta all’Università di Saint Andrews in Scozia che ha messo a confronto il potere idratante di alcune bevande, detronizzando l’acqua dal podio: “l’acqua disseta a breve termine, mentre liquidi che contengano piccole quantità di zuccheri, grassi o proteine permettono una idratazione di organi e tessuti più a lungo” afferma il Professor Ronald Maughan autore dello studio che sottolinea come uno dei fattori chiave dell’idratazione sia la composizione in nutrienti: il latte sarebbe più ‘idratante’ dell’acqua grazie al contenuto il lattosio (uno zucchero), proteine e grassi. Questa composizione induce l’organismo a trattenere il liquido più a lungo nello stomaco per metabolizzarne gli elementi, rispetto alla velocità di eliminazione della semplice acqua. A questa persistenza nel corpo contribuisce anche il sodio che trattiene i liquidi come una spugna ed impedisce che questi vengano eliminati con le urine troppo in fretta. E’ lo stesso principio su cui si basano le soluzioni reidratanti usate in caso di diarrea: contengono piccole quantità di zuccheri, sodio e potassio che favoriscono la ritenzione dei liquidi nell’organismo per compensare quelli perduti. Sono proprio gli elettroliti a contribuire ad una idratazione efficace, mentre una piccola quantità di calorie fa si che il liquido rimanga più a lungo nell’organismo. Ma attenzione perché questo non significa che le bevande molto zuccherate aumentino questo vantaggio, al contrario spingono il liquido nel piccolo intestino pronto per essere eliminato.Ecco allora che l’acqua, talora poco gradita, può essere alternata a latte scremato o intero, spremuta di arancia e the in quantità moderate.

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Prevenzione della Malattia Venosa Cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 23 aprile 2019

Avere gambe sane è fondamentale per tutti e a tutte le età, ma è necessario occuparsi della loro salute fin da giovani. Dolore, gonfiore e crampi notturni, infatti, possono essere i primi sintomi legati alla Malattia Venosa Cronica (MVC), patologia che coinvolge il sistema circolatorio e che peggiora se non trattata fin dalle prime avvisaglie.
Questa malattia si verifica quando le vene delle gambe non funzionano più in modo corretto e hanno difficoltà a far defluire il sangue dalla periferia del corpo al cuore perdendo elasticità.Con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione e di invitarla a controllare lo stato di salute delle proprie gambe, prende il via la campagna “Ama le tue gambe”, promossa da Servier – Azienda farmaceutica indipendente leader nell’ambito delle patologie croniche – con la validazione e il supporto scientifico della SIDV, la Società Italiana Diagnostica Vascolare e della FIV, Fondazione Italiana Vascolare onlus.
“Il paziente con Malattia Venosa Cronica ha una qualità di vita compromessa, per questo Servier, da sempre dedicata alla gestione delle malattie croniche cardio-vascolari, si pone come partner di riferimento per i pazienti ed i professionisti della salute al fine di offrire soluzioni adatte alle loro esigenze. La nascita del Mese della Prevenzione della Malattia Venosa Cronica è un’ulteriore dimostrazione del nostro impegno nei confronti di questi pazienti” dichiara François Debaillon-Vesque, il Direttore Generale di Servier Italia.Per tutto il mese di maggio, chiamando il numero verde 800 042 650, sarà possibile fissare una visita gratuita con i medici della SIDV. Tutte le informazioni sulla campagna, sulla patologia e sulle regole della prevenzione saranno disponibili sul sito http://www.amaletuegambe.it e nelle principali farmacie italiane.I consigli per prevenire e curare la Malattia Venosa Cronica sono stati definiti da un board di esperti appartenenti alla SIDV, alla SIMG e a Federfarma, e riassunti in un vademecum che contiene tutte le indicazioni pratiche sulla prevenzione, diagnosi e trattamento farmacologico della Malattia Venosa Cronica.Il consiglio degli esperti, dunque, è farsi controllare soprattutto prima dell’estate, periodo dell’anno in cui i sintomi si possono accentuare, in particolare in caso di familiarità, se durante il giorno si tende a stare molto in piedi fermi o seduti, se si è in sovrappeso e se ci si espone a fonti di calore.
“Dolore, gonfiore, bruciore alle gambe e crampi notturni possono essere i primi sintomi legati alla Malattia Venosa Cronica – spiega il Prof. Pier Luigi Antignani, Presidente FIV e Presidente Onorario SIDV -. Questa patologia, la terza più diffusa, dopo allergie e ipertensione, colpisce 19 milioni di italiani: dal 10 al 50% degli uomini e oltre la metà delle donne (dal 50 al 55%). Solo una persona su tre, però, sa di essere malata e segue una corretta terapia farmacologica. A queste prime avvisaglie si accompagnano gonfiore e pesantezza durante il giorno. A livello visivo i primi segni che si notano sulle gambe sono piccoli capillari in vista, di colore rosso o verdastro di circa 3 millimetri: non si tratta solo di inestetismi ma dei primi campanelli d’allarme delle branche varicose”.
“Per Malattia Venosa Cronica (MVC) si intende ogni anormalità morfologica e funzionale che riguarda il sistema venoso, di lunga durata ed espressa da sintomi e segni che indicano la necessità di indagini o di cure – approfondisce il professor Leonardo Aluigi, Presidente SIDV (Società Italiana di Diagnostica Vascolare) -. Viene distinta dall’Insufficienza Venosa Cronica, che è invece una fase più avanzata della Malattia Venosa Cronica e che si riferisce alle alterazioni emodinamiche del sistema venoso, che si manifestano con edemi, alterazioni della pelle e addirittura con le ulcere, nei casi più avanzati”.
“Considerando che circa il 20% della popolazione soffre di MVC, le richieste al Medico di Medicina Generale sono numerose e non vanno assolutamente trascurate. Già i primi sintomi vanno presi in considerazione dal medico che in quel caso può prescrivere alcuni farmaci – precisa il dottor Ovidio Brignoli, Medico di Medicina Generale e Vicepresidente SIMG -. Anche l’indicazione di presidi adeguati è fondamentale come l’elastocompressione.”

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In Italia un paziente su 3 ha una multipatologia cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 dicembre 2018

Il paziente complesso con multipatologia è il nuovo malato all’attenzione del Sistema Salute: la sua gestione è tra le maggiori sfide della sanità del futuro. Il “medico della complessità”, preparato attraverso specifici corsi formativi, è il moderno professionista sanitario capace di individuare strategie di cura e organizzare percorsi sanitari ad hoc per gestire la cronicità.Le malattie croniche rappresentano il 60% di tutte le patologie nel mondo con un incremento previsto fino all’80% nel 2020. In Italia il 10% della popolazione sopra i 65 anni ha almeno tre condizioni morbose croniche, che richiedono più farmaci, più medici e maggiori costi per la difficile gestione.Scopo dell’Associazione scientifica The System Academy è la formazione altamente qualificata degli operatori sanitari attraverso corsi didattici innovativi.

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Italia: 7 detenuti su 10 hanno almeno una patologia cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 ottobre 2018

Ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. Secondo gli ultimi dati, circa il 70% dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi poco meno della metà ne è consapevole. Le carceri si confermano, quindi, un concentratore di patologie: malattie infettive, psichiatriche, metaboliche, cardiovascolari e respiratorie.
“Tra le malattie infettive, il virus dell’epatite C è quello più rappresentato, soprattutto a causa del fenomeno della tossicodipendenza – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Presidente del Congresso nonché Direttore Scientifico SIMSPe-ONLUS – E’ risaputo che un terzo dei detenuti (34%) è detenuta per spaccio di stupefacenti, il che li rende più soggetti a malattie infettive. Dal 30% al 38% dei carcerati ha gli anticorpi del virus dell’epatite C, ma di questi solo il 70% hanno il virus attivo. Dai 25 ai 30mila detenuti, quindi uno su tre, avrebbero bisogno di essere trattati con i nuovi farmaci altamente attivi contro il virus C dell’epatite”.
Numeri migliori, ma non ancora positivi, per quanto riguarda l’HIV. Una patologia in diminuzione, ma che non riguarda più principalmente ed esclusivamente le categorie più a rischio. Oggi si parla del 3/3,5% di sieropositivi nelle carceri, ma è difficile effettuare nuove diagnosi. Gli affetti da Epatite B, invece, sono circa il 5-6% del totale. Inoltre oltre la metà dei detenuti stranieri è positivo ai test per la tubercolosi.
“Quando parliamo di migranti – spiega il Prof. Babudieri – dobbiamo ricordarci che si tratta di persone che, per più o meno ovvie ragioni, tendono a non curarsi e a non poter approfondire la propria questione sanitaria. In aumento per loro è soprattutto la tubercolosi, con la possibilità di aumentare la circolazione di ceppi multiresistenti ai farmaci. Un ulteriore problema è intrinseco alla malattia, per sua natura subdola e non facilmente diagnosticabile, perché il peggioramento è lento e graduale. Purtroppo ci vorrebbe una maggiore attenzione proprio a partire dai centri migranti, spesso con controlli sanitari non adeguati”.

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Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2016

milanodavedereMilano Lunedì 12 dicembre 2016 10:30 – 12:00 Spazio Open Viale Monte Nero, 6 presentazione progetto editoriale Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), se la riconosci la curi meglio Viaggio nel pianeta di una malattia “misconosciuta”. L’idea nasce dalla volontà di coinvolgere tutti gli “attori” che ruotano attorno alla Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una grave patologia diffusa ma ancora sotto diagnosticata, i cui sintomi sono a tutt’oggi sottostimati o persino poco o per nulla conosciuti.
Le voci di pazienti, medici, ricercatori, scienziati, giornalisti, industria, associazioni, istituzioni sono state ascoltate e raccolte per definire un quadro d’insieme funzionale a contrastare la BPCO e le sue complicanze, e per migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari.Parteciperanno:
– Claudio Barnini, giornalista AGIR (curatore del libro e moderatore)
– Francesco Blasi, Professore ordinario Malattie Respiratorie, Università di Milano
– Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e Cure Primarie
– Salvatore D’Antonio, Presidente Associazione Italiana Pazienti BPCO
– Marco Zibellini, Direttore Medico di Chiesi Farmaceutici

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Sindrome da fatica cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

londraLa Sindrome da Fatica Cronica non aumenta il numero di decessi da tumore o da malattie cardiovascolari. Incrementa però la mortalità da suicidio. E’ quanto dimostrato da uno studio, recentemente pubblicato su The Lancet, che ha analizzato 2.147 casi nell’area di Londra. “E’ una ricerca importante che evidenzia come la Sindrome porta i pazienti ad avere comportamenti più salutisti – afferma il prof. Umberto Tirelli, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori, Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (PN) -. La percentuale di decessi riscontrata è inferiore rispetto a quella di molte malattie psichiatriche che sono spesso associate all’abuso di alcol, fumo, disordini affettivi e della personalità. E’ necessario però valutare in modo accurato e tempestivo gli episodi di depressione che possono verificarsi in questa categoria di persone”. La Sindrome da Fatica Cronica si manifesta quando per almeno sei mesi il senso di spossatezza non viene alleviato dal riposo. In Italia 300.000 persone sono colpite dal disturbo e per questo sono costrette a rinunciare al lavoro, ad andare a scuola, alle proprie attività e relazioni sociali e, più in generale, ad avere una buona qualità di vita. Spesso si tratta di pazienti che stanno affrontando cure oncologiche. “Negli ultimi anni molto è stato fatto per aumentare l’informazione su questa patologia e oggi molti medici sono in grado di riconoscerla e diagnosticarla correttamente- aggiunge il prof. Tirelli -. Tuttavia a livello normativo il disturbo è ancora un oggetto sconosciuto. I pazienti incontrano quindi grandi difficoltà nel farsi riconoscere la malattia e anche nel ricevere o accettare le cure. Nel Centro di Aviano negli ultimi 20 anni abbiamo visitato migliaia di persone afflitte dalla Sindrome. La depressione non è la causa ma solo una conseguenza. Abbiamo messo a punto con MyGenomics un test genetico che valuta la suscettibilità genetica di sviluppare una stanchezza cronica ed eventualmente una sindrome da fatica cronica. Dai dati preliminari in nostro possesso può esservi anche un incrementato rischio familiare della patologia o comunque della suscettibilità a svilupparla. La terapia che si basa prevalentemente su antivirali, immunomodulatori ed integratori, può essere efficace ma soltanto in una minoranza dei malati – conclude il prof. Tirelli -.Recentemente abbiamo attivato presso il Kosmic Center di Pordenone una nuova terapia con ossigeno-ozonoterapia (autotrasfusione di sangue), che sta dando buoni risultati nella CFS”.

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La malattia di Behçet

Posted by fidest press agency su domenica, 19 aprile 2015

Sindrome_Behçet.svgLa malattia di Behçet è una rara patologia infiammatoria cronica la cui manifestazione principale è costituita da ulcere orali e genitali recidivanti. Si possono manifestare anche infiammazione articolare e lesioni cutanee e oculari recidivanti.“Le ulcere orali dolenti sono la principale manifestazione della malattia di Behçet e possono avere un impatto significativo sulla vita di molti pazienti. Le terapie attualmente utilizzate per questa malattia possono non essere in grado di controllare le ulcere genitali o orali in alcuni pazienti oppure presentano eventi avversi che possono limitarne l’impiego” ha dichiarato il dottor Gulen Hatemi, Professore Associato della Cerrahpasa Medical School di Istanbul, Turchia. “La pubblicazione dei dati di fase II nel The New England Journal of Medicine è molto importante per far conoscere questi risultati alla comunità medico-scientifica e per tenerla informata sugli ultimi sviluppi della ricerca su questa rara malattia cronica.”I risultati dello studio, compreso l’endpoint primario (riduzione del numero medio di ulcere orali dopo 12 settimane di trattamento), sono stati inizialmente presentati al congresso annuale della European League against Rheumatism (EULAR) e dell’American College of Rheumatology (ACR) nel 2013 (P<0,001). L’articolo, oltre ai risultati precedentemente citati, riporta anche che il numero mediano (min, max.) di ulcere orali si è ridotto dopo 12 settimane di trattamento con apremilast rispetto a placebo (rispettivamente 0,0 (0, 6) versus 2,0 (0, 13).L’articolo include inoltre i risultati dell’intera fase di 24 settimane di trattamento. Dopo 12 settimane, i pazienti del gruppo placebo sono passati al trattamento con apremilast, mentre quelli nel braccio apremilast hanno proseguito la terapia. Nei pazienti trattati con apremilast per l’intero periodo di 24 settimane la riduzione del numero medio di ulcere orali è stata osservata entro la settimana 2 (0,3 alla settimana 2 vs. 2,7 al basale). Tale riduzione si è mantenuta fino alla settimana 24 (0,6). Nel braccio placebo il numero medio di ulcere orali era di 2,9 al basale e di 1,7 alla settimana 2. Alla settimana 24, dopo 12 settimane di trattamento con apremilast, il numero medio di ulcere orali nel gruppo placebo è sceso a 0,4.Parallelamente alle ulcere orali, nel tempo si è ridotta anche la dolorabilità associata: i punteggi medi del dolore, misurati mediante scala visiva analogica, sono scesi da 54,3 al basale a 12,0 alla settimana 2 e a 9,7 alla settimana 24. Nel braccio placebo i punteggi del dolore erano pari a 51,7 al basale e a 29,8 alla settimana 2. Alla settimana 24, dopo 12 settimane di trattamento con apremilast, il punteggio medio del dolore in questo gruppo è sceso a 9,7.Apremilast ha inoltre migliorato in modo significativo diverse misure di attività della malattia e di qualità di vita alla settimana 12. La variazione media dal basale alla settimana 12 è risultata significativamente migliore per il punteggio del modulo relativo all’attività attuale della malattia di Behçet (Behçet’s syndrome activity scale, BDCAF) (-1,5 con apremilast versus -0,1 con placebo; P<0,001), per il punteggio relativo all’attività della sindrome di Behçet (Behçet’s syndrome activity scale, BSAS) (rispettivamente -21,2 versus -6,0; P<0,001), per il questionario sulla qualità di vita (QoL) nella malattia di Behçet (Behçet’s disease quality of life instrument) (-4,5 vs. -1,6; P=0,040) e per il questionario SF36 breve, versione 2, relativo alla componente fisica (4,7 versus -1,7; P=0,001). Non sono emersi miglioramenti significativi della componente mentale in base all’SF36 breve, versione 2 (2,0 vs. 1,6; P=NS).I dati di sicurezza e tollerabilità di apremilast osservati in questo studio sono in linea con quelli precedentemente riportati in altri sei studi di fase III su apremilast condotti su pazienti con artrite psoriasica o psoriasi a placche. La percentuale di pazienti che ha sviluppato almeno un evento avverso (AE) durante la fase controllata con placebo è risultata simile: apremilast 85,5%, placebo 80,4%. Sono stati riportati AE seri in due pazienti trattati con apremilast, e in nessun paziente trattato con placebo. In quattro pazienti trattati con apremilast si sono verificati AE che hanno richiesto l’interruzione del trattamento; nessuna interruzione dovuta ad AE si è verificata nel braccio placebo. Eventi avversi come nausea, vomito e diarrea sono risultati essere più comuni nel braccio di trattamento con apremilast rispetto al braccio placebo.“Celgene si prefigge di condurre sperimentazioni cliniche volte a offrire ai pazienti nuove opzioni terapeutiche per patologie infiammatorie croniche rare come la malattia di Behçet”, ha affermato Scott Smith, Presidente della divisione Malattie infiammatorie e Immunologia di Celgene. “Sulla base dei risultati di questo studio di fase II, Celgene ha presentato domanda di autorizzazione all’immissione in commercio alle autorità regolatorie in Turchia e ha avviato in tutto il mondo uno studio di fase III su OTEZLA nei pazienti colpiti da questa malattia debilitante.”Questi risultati provengono da uno studio sperimentale di fase II. Apremilast non è approvato per il trattamento di pazienti con malattia di Behçet in alcun paese.
Sebbene la malattia di Behçet sia una patologia ad eziologia sconosciuta, è associata ad anomalie del sistema immunitario e all’infiammazione del sistema vascolare. Si tratta di una patologia caratterizzata da ulcere orali e genitali recidivanti e da lesioni cutanee che vanno dall’acne alle ulcerazioni. Può comportare anche trombosi venosa, aneurismi, infiammazione oculare sotto forma di uveite e sintomi neurologici e gastrointestinali. La prevalenza della malattia di Behçet raggiunge i livelli più elevati in Medio Oriente, Asia e Giappone. In Turchia questa patologia colpisce circa una persona su 250, per un totale di circa 300.000 casi. La malattia di Behçet è molto meno comune negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove colpisce solo una persona su 100.000. Negli Stati Uniti il National Institutes of Health ha classificato la malattia di Behçet come una malattia rara o “orfana”. Al momento, le opzioni terapeutiche negli Stati Uniti e in Europa sono limitate. (Giovanna Giacalone) (fonte foto Wikipedia)

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Le persone con sclerosi multipla avranno diritto al part-time

Posted by fidest press agency su martedì, 24 febbraio 2015

sclerosi_multiplaLo prevede una norma contenuta nel Decreto attuativo del Jobs Act relativo al riordino delle tipologie contrattuali, approvato venerdì 20 febbraio in via preliminare dal Consiglio dei Ministri. Il provvedimento ha esteso la norma del diritto al part-time, già previsto per le persone con malattie oncologiche, anche a persone con gravi malattie cronico degenerative e ingravescenti, come la sclerosi multipla.
Si tratta di un risultato importante voluto fortemente da AISM, Associazione Italiana Sclerosi Multipla, che proprio in questi mesi ha sancito nella Carta dei Diritti delle persone SM questo irrinunciabile “Diritto al Lavoro: tutte le persone con SM hanno il diritto e il dovere di essere parte attiva della società, con pieno accesso al mondo del lavoro sin da giovani e con il mantenimento dell’occupazione anche al variare delle condizioni determinate dall’evoluzione discontinua della malattia”. Grazie ad un costante dialogo con le Istituzioni parlamentari fin dall’iter della Legge delega sul Jobs Act, l’Associazione ha portato all’attenzione della Commissione Lavoro della Camera proposte per il riconoscimento normativo di questo diritto. Ne è derivato un Ordine del Giorno con cui il Governo si è impegnato a portare avanti queste proposte, giudicate meritevoli di essere valutate in sede di decreti attuativi.Nel complesso le misure, volta a migliorare l’inclusione sociale e lavorativa delle persone con sclerosi multipla ed altre patologie ingravescenti attraverso il diritto al part time, ed a riconoscere priorità di trasformazione da tempo pieno al part time per i familiari e conviventi, sono state condivise e sostenute anche da CISL – con la quale AISM ha da tempo instaurato una proficua collaborazione sui temi legati alla disabilità e lavoro.“Questo è un risultato fondamentale per tutte le persone con Sclerosi Multipla che avranno modo di vivere quotidianamente la propria condizione di vita e di lavoro oltre la SM. Tale successo si pone inoltre nella cornice dei principi espressi nel Piano di Azione Biennale delle persone con Disabilità, frutto del lavoro delle principali associazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro reti, tra cui in primis FISH. Un impegno, quello dell’Associazione, che va a beneficio non solo delle persone con SM ma della più ampia comunità delle persone con patologie cronico degenerative e, più in generale, delle persone con disabilità. E’ un impegno, quello di AISM, costante e importante che non si ferma qui”- ha dichiarato Roberta Amadeo, Presidente Nazionale AISM –.Il provvedimento passerà ora al Parlamento per i pareri delle Commissioni e tornerà quindi all’esame dell’Esecutivo per la definitiva adozione ed entrata in vigore.

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Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 novembre 2014

broncopatiaAlla luce della XIII Giornata Mondiale della BPCO del 19 novembre, i rappresentanti delle principali società scientifiche italiane in materia si sono riuniti a Milano per un approfondimento dedicato alla patologia, agli approcci terapeutici attuali e futuri e all’importanza di una gestione multidisciplinare e integrata che assicuri un’efficace presa in carico del paziente. “La BPCO si manifesta con ostruzione cronica delle vie aeree e diminuzione del flusso respiratorio, risultanti dalla combinazione di lesioni diverse e variabili per sede, tipo, gravità o estensione – afferma il Professore Carlo Mereu, Direttore Struttura Complessa di Pneumologia e Direttore Dipartimento Specialità Mediche ASL2 Savona, e Presidente SIMeR (Società Italiana di Medicina Respiratoria) – Tra le maggiori cause di questa condizione, va considerato il tabagismo, seguito dall’esposizione ad agenti inquinanti e dall’inalazione di sostanze nocive”.
I sintomi della BPCO (tra i più frequenti tosse protratta, presenza di catarro, dispnea, limitata tolleranza all’esercizio fisico e influenza o bronchiti che tardano a guarire) vengono spesso sottovalutati e trascurati, poiché ritenuti conseguenza pressoché naturale del fumo o dell’invecchiamento della persona. Ciò fa sì che la diagnosi avvenga in ritardo o non avvenga affatto. Il principale strumento diagnostico per la BPCO è la spirometria, esame che verifica l’ostruzione del flusso aereo, unita alla valutazione di sintomi respiratori e/o esposizione ai fattori di rischio, della qualità di vita e a eventuali altre indagini di funzionalità respiratoria. “Si pensi che in alcuni pazienti la BPCO viene diagnosticata attorno ai 60 anni, quando la malattia è ad uno stadio avanzato e la funzione respiratoria risulta già significativamente compromessa – prosegue Mereu – La spirometria, che richiede massima collaborazione da parte del paziente, nonché la presenza di personale adeguatamente istruito, è purtroppo un esame poco effettuato. Questo aspetto, insieme alla non adeguata valutazione dei fattori di rischio, contribuisce ad accrescere la problematica della sottodiagnosi”.Come per tutte le grandi cronicità, la corretta gestione della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) richiede un programma di monitoraggio della malattia che consenta di adattare il trattamento alla progressione della stessa e, soprattutto, un precoce intervento della riabilitazione respiratoria per prevenire l’invalidità polmonare. “La terapia del paziente con BPCO in fase stabile – precisa il Professore Fausto De Michele, Primario della U.O. di Pneumologia I e Fisiopatologia Respiratoria dell’Ospedale Cardarelli di Napoli e Presidente Nazionale AIPO (Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri) – prevede innanzitutto la rimozione dei fattori di rischio, con particolare riferimento al fumo di sigaretta. Attualmente sono, inoltre, disponibili diversi farmaci broncodilatatori a lunga durata d’azione (LAMA, anticolinergici long acting, LABA, β2-agonisti a lunga durata d’azione associabili a steroidi inalatori) che sono molto efficaci nel controllo dei sintomi del paziente ed in grado di rallentare la progressione della malattia”.Nel corso della storia naturale della condizione patologica, il paziente con BPCO può andare incontro a riacutizzazioni, prevalentemente su base infettiva (virale e/o batterica) che rappresentano la principale causa di visite mediche, ospedalizzazioni e decessi. “Per la prevenzione delle riacutizzazioni è importante l’esecuzione in tutti i pazienti della vaccinazione antinfluenzale, associata al regolare trattamento farmacologico di base – afferma De Michele – Per quanto riguarda il trattamento delle esacerbazioni, quelle meno gravi possono essere trattate a domicilio con l’aumento del livello di trattamento basale e l’integrazione, se necessario, di antibiotici e steroidi. Nei casi più gravi bisogna ricorrere alla ospedalizzazione, possibilmente in ambiente specialistico pneumologico – conclude De Michele – per la possibilità di utilizzare, quando necessario, presidi quali l’ossigenoterapia continua e la ventilazione meccanica non invasiva al fine di ridurre il rischio di ricovero in area critica (rianimazione)”.Il paziente con BPCO richiede una gestione piuttosto complessa, soprattutto in considerazione del fatto che frequentemente si tratta di un paziente anziano, diagnosticato in ritardo, molto probabilmente fumatore (o ex fumatore) e con possibili comorbilità. Per la presa in carico ottimale di questo tipo di paziente è pertanto necessario un approccio multidisciplinare, che veda la massima collaborazione tra il medico di medicina generale e lo specialista pneumologo (ed eventuali altri figure professionali coinvolte nell’assistenza domiciliare) e che incontri un sistema di cure integrate sul territorio.“Il medico di medicina generale ricopre un ruolo fondamentale, innanzitutto nella prevenzione e nella diagnosi precoce della malattia – afferma il Dott. Germano Bettoncelli, Medico di Medicina Generale a Brescia e Responsabile Nazionale Area Pneumologica SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) – se si considera che in un anno ha la possibilità di visitare in media circa l’80% dei propri assistiti. Di fronte a un paziente con BPCO, è fondamentale che il medico di medicina generale imposti un piano di presa in carico globale, che tenga conto della cronicità della patologia, della sua progressiva evoluzione e del rischio di esacerbazioni della stessa. – conclude Bettoncelli – Soltanto una buona relazione tra medico di medicina generale e specialista, in un contesto di gestione integrata territoriale, purtroppo ancora in parte da costruire, permetterà di offrire al paziente la continuità assistenziale auspicabile”. E’ proprio con l’intento di sensibilizzare i medici di medicina generale sulla diagnosi precoce della BPCO e sulla gestione globale del paziente, che il board scientifico composto dai Presidenti delle Società AIPO, SIMeR, AIMAR e SIMG, con il contributo non condizionato di Biofutura, ha dato vita al progetto educazionale EUREKA, in occasione della XIII Giornata Mondiale della BPCO del prossimo 19 novembre. “Il progetto EUREKA – spiega il Prof. Fernando De Benedetto, Direttore dell’UOC di Pneumologia Presidio Ospedaliero Clinicizzato di Chieti e Presidente AIMAR (Associazione Scientifica Interdisciplinare per lo studio delle Malattie Respiratorie) – prevede lo svolgimento di 150 incontri ECM sul territorio nazionale che coinvolgeranno oltre 1.000 medici di medicina generale con l’intento, grazie anche al coordinamento di uno specialista pneumologo, di fornire un’opportunità educazionale sulla gestione clinica integrata della BPCO”.La ricerca clinica e farmacologica attuale nell’ambito della BPCO prosegue nell’impegno di valutare i benefici derivanti dall’associazione di farmaci broncodilatatori come i LABA (β2-agonisti a lunga durata d’azione) o i LAMA (anticolinergici a lunga durata d’azione), tra loro o eventualmente associati a steroidi.
“Recenti studi clinici hanno mostrato che la combinazione fissa di due broncodilatatori con meccanismo d’azione sinergico- conclude De Benedetto – ha dimostrato di migliorare la qualità di vita del paziente, grazie a un potenziamento dell’azione e a una duplice broncodilatazione. La monosomministrazione giornaliera dei due broncodilatatori assicura una maggiore compliance senza che aumentino gli effetti collaterali. Questa associazione, dunque, ha le potenzialità per diventare un’opzione terapeutica di riferimento nel trattamento della BPCO”.
La società Biofutura Pharma nasce nel 2001 con l’obiettivo di sviluppare prodotti etici, nutraceutici e medical device per la cura di patologie dell’apparato respiratorio, del sistema nervoso centrale, dell’apparato muscolo-scheletrico e del sistema vascolare, nell’intento di espandere la presenza del Gruppo Sigma-Tau, di cui fa parte, nel comparto farmaceutico.

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Trattamento epatite cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2014

(PRINCETON, N.J. Bristol-Myers Squibb ha annunciato che l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha validato la richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio (MAA, Marketing Authorization Application) per l’utilizzo di daclatasvir (DCV), un inibitore sperimentale del complesso NS5A, per il trattamento di pazienti adulti con epatite C cronica (HCV) con malattia epatica compensata, che include i genotipi 1, 2, 3 e 4. La richiesta mira all’approvazione di daclatasvir per l’uso combinato con altri farmaci, incluso sofosbuvir, per il trattamento dell’epatite C cronica. La validazione della MAA segna l’inizio di un processo di revisione regolatoria accelerata per DCV, che ha il potenziale, quando utilizzato in combinazione con altri farmaci, di colmare una grande necessità medica non soddisfatta nell’ambito dell’Unione Europea (UE), dove si stima che 9 milioni di persone siano affette da epatite C.i
“Il nostro vasto programma di studi clinici ha dimostrato che daclatasvir ha un potenziale utilizzo come farmaco di base in regimi di trattamento multiplo dell’HCV – afferma Brian Daniels, MD, senior vice president del Global Development and Medical Affairs, Research and Development di Bristol-Myers Squibb -. Se daclatasvir verrà approvato, ci impegneremo per assicurarne la disponibilità a pazienti con opzioni terapeutiche limitate e collaboreremo con le autorità sanitarie dell’UE per assicurare che l’accesso al farmaco sia ottenuto il più velocemente possibile”. Nell’Unione Europea il peso della malattia epatica e di altre comorbilità legate all’infezione di HCV è significativo, con un ampio numero di pazienti con urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche.ii A causa della natura progressiva dell’HCV, possono trascorrere decenni prima che i pazienti diventino sintomatici. Molti di questi pazienti invecchiando sviluppano la malattia epatica, rendendo molto più difficile il trattamento con le terapie standard disponibili a base di interferone e ribavirina, in combinazione o meno con un inibitore della proteasi. iii L’epatite virale è stata inoltre indicata quale causa dell’aumentata incidenza di carcinoma epatocellulare (HCC) in Europa. iv
La richiesta all’EMA è sostenuta da dati di molteplici studi su daclatasvir con altre terapie per l’HCV. Ad oggi, DCV è stato studiato su oltre 5.500 pazienti in una serie di regimi tutti orali e con l’attuale standard di cura a base di interferone. Oltre a dimostrare la potenza pan-genotipica in vitro, DCV ha mostrato un basso profilo di interazione farmaco-farmaco, che supporta il suo potenziale uso in regimi a trattamento multiplo e in pazienti con comorbilità. Finora, negli studi clinici con DCV, non sono stati evidenziati segnali di sicurezza clinicamente rilevanti e DCV è stato in genere ben tollerato in tutti i regimi studiati e in tutti i tipi di pazienti. La sottomissione in UE segue il recente filing regolatorio di Bristol-Myers Squibb in Giappone per l’approvazione di un regime a base di DCV per il trattamento di pazienti con HCV con genotipo 1b.

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Asma bronchiale cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 dicembre 2013

apparato-respiratorio_Sarah-Katrin

apparato-respiratorio_Sarah-Katrin (Photo credit: barbarabevilacqua)

Si presenta in due diversi stati, l’attacco e la fase stazionaria, con sintomi determinati da una costrizione bronchiale che si manifestano nel paziente con un senso di oppressione al torace, fame d’aria (dispnea), respiro sibilante all’espirazione e tosse. Maggiore è l’entità dell’ostruzione bronchiale, più gravi sono le manifestazioni cliniche che possono sfociare nell’attacco d’asma vero e proprio. Per evitare un aggravamento improvviso è necessario tenere sotto controllo la patologia attraverso l’utilizzo regolare di terapie mirate, il cui effetto dipende da due fattori primari: la quantità di farmaco depositato nei polmoni e la sua distribuzione omogenea in tutto l’albero bronchiale. Purtroppo, non sempre il paziente riesce ad assumere correttamente il farmaco prescritto, in parte per via di limiti oggettivi posti dalle soluzioni terapeutiche e in parte per la difficoltà nel seguire la terapia assegnata, compromettendo il controllo della patologia e mettendo a rischio la propria salute.“Spesso, ci accorgiamo che il paziente non segue la cura correttamente – osserva il professor G. Walter Canonica, Direttore della Clinica di Malattie dell’Apparato Respiratorio e Allergologia Di.M.I. Università degli Studi di Genova e Presidente eletto della Società Italiana di Allergologia – attraverso la persistenza dei sintomi. Tuttavia, accade spesso che ciò non dipenda dalla sua volontà, ma da ostacoli pratici, quali la complessità nella gestione del dispositivo. Questo fattore non è da sottovalutare, in quanto compromette il controllo dell’asma e, quindi, la qualità della vita del paziente. I più recenti studi dimostrano infatti che la semplicità e l’efficienza del dispositivo d’inalazione rappresentano un momento cruciale per garantire l’aderenza alla terapia”.Non solo: anche la formulazione del farmaco gioca un ruolo molto importante. È stato dimostrato, infatti, che l’infiammazione alla base dell’asma bronchiale coinvolge anche le vie aeree periferiche. “Le piccole vie aeree – afferma il prof. Nicola Alessandro Scichilone, Dirigente Medico presso la Divisione di Pneumologia II dell’Ospedale V. Cervello di Palermo e Professore di Malattie dell’Apparato Respiratorio, Università di Palermo – sono un target fondamentale per ottenere una corretta gestione dell’asma. Fino ad oggi, le terapie disponibili non garantivano che i principi attivi raggiungessero anche la periferia dell’albero bronchiale, non permettendo una diminuzione dell’infiammazione a carico di questa parte. In molti pazienti, infatti, assistevamo a una persistenza dei sintomi, pur con una corretta aderenza alla terapia. Studi clinici ci hanno permesso di comprendere che le formulazioni extrafini, contenendo particelle di dimensioni minori, sono in grado di raggiungere anche le vie aeree più piccole. Inoltre ciò consente un aumento apprezzabile della deposizione del farmaco rispetto alla dose erogata, producendo conseguenze positive sulla funzionalità polmonare, sul controllo dell’asma e sulla qualità della vita del paziente”.Grazie all’impegno in Ricerca e Sviluppo dell’azienda italiana Chiesi Farmaceutici, da ottobre è disponibile anche sul mercato italiano l’associazione fissa beclometasone/formoterolo in polvere extrafine erogata attraverso un inalatore semplice ed efficace. La nuova soluzione terapeutica è stata realizzata per offrire al medico e al paziente una risposta alle necessità, a oggi non ancora soddisfatte, di migliorare l’aderenza alla terapia.

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Gli italiani con la berlusconite cronica

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Berlusconi è arrivato al capolinea ma non sembra avvedersene. Convengo con Rosario Amico Roxas quando scrivendomi afferma: “Ci sono elementi piuttosto “strani” in questa tragicommedia che vede Berlusconi prim’attore, regista, suggeritore e capo claque.” Nasce il legittimo sospetto che non tutto si limiti a un processo, ai suoi tre gradi di giudizio e alla condanna passata in giudicato anche se il cavaliere ha fornito prova di non digerirla scagliandosi con veemenza contro i giudici e accusandoli di persecuzione giudiziaria e di complotto “comunista-stalinista”. C’è, indubbiamente, qualcosa d’altro.
Rosario nell’intento di capire quest’atteggiamento così inquietante pensa che “debba essere accaduto qualcosa che non doveva accadere e cioè la personalizzazione di interessi che dovevano rimanere globali o societari; ed invece è emerso un circuito di denaro che non confluiva nella “comune amministrazione, ma finiva nelle tasche di un solo personaggio o, al massimo, di alcuni soci/complici.”
Sta di fatto che questo “panorama” spiega più di tutte le altre possibili ragioni, la volontà di Berlusconi di dimostrare l’infondatezza della condanna pur giunta al suo epilogo naturale. E lo fa non per l’orecchio degli italiani, anche perché per anni hanno dimostrato una sordità patologica, ma per chi, al contrario, ci sente molto bene.
E chi, come ha fatto negli anni andati, è in grado di dargli una mano? Non certo gli uomini e le donne del suo partito, ma una certa classe dirigente del Pd che in passato ha chiuso un occhio e anche due sull’ineleggibilità di Berlusconi, sui suoi conflitti d’interesse, sulle leggine ad personam per favorire le sue televisioni, ecc. ecc.
E le grandi manovre sono già iniziate. Se vi sono dei parlamentari Pd con le mani pulite e credo che siano in tanti non facciano come la classica scimmietta sottraendosi all’ascolto, alla vista e alla parola e dimostrino al proprio elettorato che gli inciuci non sono più di moda. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Ricerca sulla stipsi cronica

Posted by fidest press agency su domenica, 11 marzo 2012

In Italia le persone affette da stipsi cronica sono per l’80% donne, con un’età media di 50 anni, e da circa 17 anni soffrono di questa patologia. Questo, in estrema sintesi, l’identikit del paziente affetto da stipsi cronica, patologia che colpisce circa il 15%-20% della popolazione italiana, descritto dalla ricerca LIRS – Laxative Inadequate Relief Survey. L’indagine LIRS, condotta da Doxa Pharma con il supporto non condizionato di Shire Italia e presentata oggi a Milano, ha coinvolto 39 centri di gastroenterologia in tutta Italia e circa 900 pazienti, con l’intento di fare il punto sulla qualità di vita (fisica, psicologica e sociale) di chi soffre di questa patologia, sull’impatto socio-economico della stessa, e sul grado di soddisfazione/insoddisfazione dei pazienti nei confronti delle terapie oggi disponibili.
“La stipsi cronica non si limita all’alterazione dell’alvo, ma è il risultato di una sintomatologia più complessa che include, ad esempio, gonfiore, sforzo, sensazione di evacuazione incompleta, fastidio all’addome, che riducono la qualità di vita del paziente.” – dichiara il Professor Enrico Corazziari, Ordinario di gastroenterologia all’Università di Roma “La Sapienza” – “Infatti, da quanto emerge dai dati dell’indagine LIRS, questi sintomi sono le manifestazioni più sgradevoli e frequenti avvertite in modo forte e molto forte da circa il 50% del campione”.Una qualità di vita, fisica ed emotiva, compromessa – Secondo i risultati LIRS, il 46% dei pazienti con stipsi cronica giudica “non buona” la propria salute. La ricerca evidenzia, inoltre, che il superamento della soglia sotto la quale si registra una significativa limitazione della salute fisica, nel caso della stipsi cronica, è condizionato dalla numerosità e dall’intensità dei sintomi. Sintomi ai quali, nonostante l’andamento cronico della malattia, non ci si abitua ma che, anzi, peggiorano con il passare degli anni.
Nel campione LIRS, chi soffre di stipsi cronica percepisce la propria condizione di malato cronico e avverte la medesima limitazione di questa situazione al pari di un iperteso o di un malato di artrosi e in modo maggiore rispetto a chi soffre di emicrania. La stipsi cronica è, dunque, un disturbo che condiziona la vita, restituisce un vissuto di profondo disagio, determinando un processo di ridefinizione della propria “normalità”.
Le implicazioni emotive, poi, al pari di quelle fisiche, provocano un’alterazione del benessere del paziente, condizionando il modo di affrontare la quotidianità. Esse riguardano sensazioni provate in modo molto forte quali, ad esempio, la preoccupazione di non essere riuscito ad andare di corpo al bisogno (67%), la sensazione che il corpo non funzioni bene (62%), o la paura che i disturbi peggiorino (58%).
I bisogni e le insoddisfazioni dei pazienti rispetto alla terapia – Spesso la percezione del “malessere” e del peggioramento della qualità della vita non sono legate solo al disturbo ma anche all’insoddisfazione del paziente con stipsi cronica rispetto all’offerta terapeutica oggi disponibile (rappresentata principalmente dai lassativi). L’indagine LIRS rileva, infatti, che solo 1 paziente su 5 è soddisfatto della terapia in atto. La percentuale di chi si dichiara, invece, insoddisfatto va dal 35% per i pazienti di grado moderato al 50% per quelli più severi.
Indipendentemente dalla tipologia di lassativo utilizzato il grado di non soddisfazione del paziente non cambia: si va dal 35% per chi assume fibre o lassativi formatori di massa, al 37% per i lassativi osmotici, al 42% per i lassativi stimolanti, al 39% per chi assume una combinazione di più lassativi.
Un quadro complesso, dunque, quello che emerge dai risultati LIRS e che evidenzia la necessità di un approccio sempre più attento alla stipsi cronica e di opzioni terapeutiche sempre più mirate con l’intento di diminuire gli effetti invalidanti della patologia sulla qualità di vita dei pazienti.
Shire Italia S.p.A., fondata nell’anno 2000, è una consociata di Shire Plc (www.shire.com), società specialistica biofarmaceutica con sede principale nel Regno Unito. A Firenze, Shire Specialty Pharma opera in ambito ematologico, nefrologico, nella neuropsichiatria infantile e nella gastroenterologia mentre, a Genova, Shire Human Genetic Therapies svolge attività per il trattamento di malattie genetiche rare.
Shire Italia S.p.A. è membro di Farmindustria e di Assobiotec.

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Il paziente con stipsi cronica

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2012

Milano, 9 marzo 2012 – ore 11.00 presso il Circolo della Stampa Corso Venezia, 48. La conferenza sarà l’occasione per presentare i dati di LIRS – Laxative Inadequate Relief Survey, una ricerca condotta da Doxa Pharma volta ad analizzare la qualità di vita di chi è affetto da stipsi cronica, l’impatto socioeconomico della patologia e le aspettative dei pazienti nei confronti delle terapie. Durante l’incontro verrà, inoltre, fatto un focus sulla patologia dal punto di vista epidemiologico, diagnostico e terapeutico, in particolar modo sui progressi che la ricerca farmacologica ha compiuto nell’individuare nuove soluzioni per il trattamento della stessa.Interverranno:
· Guido Basilisco – Gastroenterologo – Fondazione IRCCS – Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano;
· Enrico Corazziari – Dipartimento di Medicina Interna e Specialità Mediche – Università La Sapienza di Roma;
· Rosario Cuomo – Gastroenterologo – Università Federico II di Napoli;
· Vincenzo Stanghellini – Dipartimento di Medicina Clinica dell’Università degli Studi di Bologna – Policlinico S. Orsola Malpighi.
Parteciperanno, inoltre, all’incontro Giacomo Baruchello, General Manager di Shire Italia e Giuseppe Venturelli, Direttore Generale di Doxa Pharma.

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Insufficienza renale cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 aprile 2011

E’ la disinformazione più costosa per la collettività e più dannosa per la salute e la qualità della vita delle persone: riguarda la malattia renale cronica, definita “killer silenzioso” perché non presenta sintomi, opera per anni indisturbata e, quando si manifesta, è in genere troppo tardi per affrontarla efficacemente. Mentre invece una diagnosi precoce, effettuata con esami semplici, poco costosi e assolutamente non invasivi, presenta ottime possibilità di cura. Le patologie renali e quello che la comunità scientifica da un lato e le istituzioni, dall’altro, fanno per accelerare sulla prevenzione, hanno caratterizzato l’incontro svoltosi di recente a Napoli promosso da Value Relations in collaborazione con Abbott e con il patrocinio della Regione Campania, della SIN (Società Italiana di Nefrologia) e della SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera). La malattia renale cronica rappresenta una reale emergenza di salute e di politica sanitaria, costituisce un rischio di vita analogo ad un tumore e peggiora gravemente la qualità di vita per il paziente e per i familiari. Colpisce un grande numero di persone: un italiano su 10 ha un certo grado di riduzione della funzione renale e 1 su 1000 è in trattamento sostitutivo, dialisi o trapianto. In Campania sono circa 220mila le persone affette da insufficienza renale cronica (IRC). La spesa nel 2009 è stata pari a 266 milioni di euro, riferita ai soli trattamenti dello stato più grave della malattia; tale cifra, senza una tempestiva presa in carico del paziente da parte dello specialista nefrologo con un’adeguata somministrazione delle terapie appropriate, è destinata a lievitare a 372 milioni di euro tra meno di 10 anni. Queste le cifre elaborate dall’Osservatorio di Sanità e Salute, rese note al Convegno dal responsabile Studi Economici Alessandro Ridolfi. L’antidoto consiste nella prevenzione. Che può essere estremamente efficace, se la diagnosi avviene nei tempi giusti. Solo ritardando l’entrata in dialisi del paziente di 5 anni, per la sola Regione Campania, il risparmio di risorse da destinare ad altre cure sarebbe di circa 23 milioni di euro l’anno – afferma Ridolfi -. Altri 29 milioni di euro potrebbero essere risparmiati se si intervenisse in modo tempestivo solo sul 10% dei pazienti nei primi stadi di progressione della malattia. Le cure ci sono, fondamentale è il network fra medici di medicina generale e specialisti per procedere ad una corretta e tempestiva diagnosi, ma il vero e primo nemico è la disinformazione. Di rilievo quanto sta facendo la Regione Campania, che, con un provvedimento adottato a gennaio di quest’anno, ha varato uno specifico piano d’azione mirato alla prevenzione delle IRC. L’obiettivo è sviluppare una rete assistenziale territoriale adeguata e l’assistenza integrata fra ospedale e territorio, con particolare riferimento al rapporto, fondamentale, fra nefrologi e medici di medicina generale.

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