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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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Anziani cronici e rete di assistenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 luglio 2019

La rete dell’assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio. Essi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia. Lo dicono i dati del Ministero della Salute che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%. “L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”, spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva.
Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione – oltre 2 milioni di persone – che supera gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi i nostri anziani sono soggetti fragili, affetti da multimorbilità, cioè la concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci. Chi si prende cura di questi pazienti, quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al Pronto Soccorso sarebbe eccessivo? C’è una “terra di mezzo” in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi, che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale. Continuità perché mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.È questo il tema al centro della prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, e presentata nel corso della quarta edizione degli “Stati Generali dell’assistenza a lungo termine”, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care in corso a Roma al Ministero della Salute.
“L’Italia, si sa, viaggia a diverse velocità – conclude il prof. Bernabei –: ci sono esempi d’avanguardia, ma pure aree che stentano a decollare. Alcuni snodi della continuità assistenziale risultano ancora insufficienti, giacché la loro efficacia si dovrebbe fondare su una buona organizzazione. Da ciò trae ispirazione il nostro impegno: vogliamo far emergere le esperienze migliori, e mutuarle in zone del Paese sempre più vaste”.
andreina.depascali@italialongeva.it, a.delgiudice@vrelations.it,

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Mmg sul piede di guerra, per i cronici in Lombardia si punta sugli ospedali. Ecco le proposte della Regione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

regione lombardiaC’è fermento tra i medici di famiglia in Lombardia per una bozza di delibera che attribuisce l’assistenza dei pazienti cronici alle Aziende sociosanitarie territoriali, cioè agli ospedali, ridimensionando il ruolo del medico curante. Poste 63 patologie croniche principali, spesso compresenti in un solo paziente, la bozza trae spunto dalla classificazione dei pazienti lombardi in tre categorie: 150 mila polipatologici fragili prevalentemente assistibili in ospedale, 1,3 milioni con più d’una patologia cronica “frequent user” dei servizi sanitari o anche dei servizi sociali; 1,6 milioni di cronici con una sola patologia cronica, fin qui effettivamente assistiti dal medico di famiglia. Ci sono poi tra i residenti 6,5 milioni di “sani”, sporadici utilizzatori dei servizi Ssn o non utilizzatori. Dunque, tra 1,6 e 3,2 milioni di lombardi potrebbero presto firmare un patto di cura non con il proprio medico ma con centri servizi esterni alla medicina generale che gestirebbero il piano assistenziale individuale (Pai), siglato sì con il curante, ma poi solo integrabile e mai modificabile da quest’ultimo.
Le ex Asl -divenute aziende di tutela sanitaria – selezionerebbero i gestori dei cronici d’estrazione ospedaliera con bandi per i quali vanno ancora individuati i requisiti d’accreditamento. Quanto alla medicina generale, poco si citano nella bozza i Creg o Chronic Related Groups, gruppi di patologie a ciascuno dei quali da alcuni anni è attribuito un budget con cui oggi si pagano le prestazioni per i pazienti cronici a provider che sono in genere coop di medici di famiglia. Quest’anno si paga ancora la vecchia tariffa, ma dal 2018 il medico dovrà adeguarsi a tariffe ridisegnate con la nuova sperimentazione: tutto qui. Fiorenzo Corti segretario di Fimmg Lombardia, conferma la sua preoccupazione (domani il sindacato tiene un consiglio regionale straordinario). «Che a decidere un percorso di medicina d’iniziativa per i pazienti cronici non sia il medico di famiglia ma un gestore, come sembrerebbe volere la Regione, è una prospettiva che può configurare secondo noi la fine della medicina di famiglia. Abbiamo ottenuto come Fimmg modifiche rispetto al testo iniziale: patto di cura e Pai inizialmente erano affidati al “gestore”, il medico di famiglia non avrebbe potuto modificare il piano assistenziale per il suo paziente e sarebbe servito a dare tachipirine, sciroppo per la tosse, antibiotico dopo 3 giorni, pillola all’iperteso giovane e certificato di malattia che il gestore non fa». Adesso si riaprono delle prospettive ma il monito di Corti è grave. «Stiamo attenti a non disegnare il Pai come una soluzione che si deduce da algoritmi imperniati su elenchi di prestazioni attese senza alcuna mediazione del medico di famiglia: sarebbe come dire che prognosi e terapia li fa oggi il gestore e domani un computer».
Differenti sentimenti animano il presidente Snami lombardo Roberto Carlo Rossi. «Colpisce positivamente che la Regione reputa sorpassato il criterio di attribuire un budget per tipologia di paziente al medico che aderisca ai Creg e di remunerare quest’ultimo in tanto in quanto rispetta quel budget: una visione che si prestava ad obiezioni deontologiche. Però – aggiunge Rossi -ci sono gravi criticità: si “ospedalizza” l’assistenza ai pazienti cronici senza sentire le rappresentanze dei medici. E si affida una prevenzione secondaria “rinforzata” a protocolli compilabili in ultima analisi da personale amministrativo, dimenticando, a torto, il ruolo fin qui avuto dal medico di famiglia nel contenere la domanda di cura». Al medico di famiglia non pare esser stata sottratta la possibilità di stilare i Pai. «Gli è però impedito di modificarli», ammette Rossi. «Eppure, sentenze della Corte dei Conti alla mano, la Regione dovrebbe sapere che al clinico (quale il mmg è), ove vi fosse un vantaggio tangibile per il suo paziente, è sempre concedibile un margine per scostarsi dalle linee guida». Per Rossi i piani assistenziali individuali potrebbero bene essere gestiti dalla medicina di famiglia, «Se il nodo è ricordare di prendere la pillola o indirizzare verso il controllo periodico, ci sono ormai decine di apps per i-phone che per una parte dei nostri assistiti potrebbero svolgere il ruolo dei centri servizi e call center previsti nella nota, a costi inferiori e con il vantaggio di trovarsi in “prossimità” del paziente». (Mauro Miserendino da Doctor33)

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Istat: troppe disuguaglianze, soprattutto per cronici e anziani

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 maggio 2012

Nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 111.168 milioni di euro, pari a 1.833 euro pro capite, mentre a livello regionale si osserva uno scarto di circa 500 euro pro capite tra la provincia autonoma di Bolzano, che spende mediamente 2.191 euro per ogni residente, e la Sicilia, che ne spende 1.690. Questo uno dei risultati emersi dal dalla XX edizione del Rapporto Annuale Istat 2012 sulla situazione del Paese, che per la sanità disegna un quadro caratterizzato da una forte disomogeneità. Secondo il rapporto, «il Patto della salute 2010-2012 aveva stabilito, come parametri di riferimento, una quota pari al 5% delle risorse complessive da destinare all’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro, una pari al 51% all’assistenza distrettuale e il restante 44% per l’assistenza ospedaliera. Rispetto a questa ripartizione delle risorse, solo Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana presentano una distribuzione della spesa sanitaria molto prossima ai parametri di riferimento, mentre per le altre regioni le risorse risultano ancora troppo spostate verso l’assistenza ospedaliera (soprattutto Lazio, Abruzzo e Sicilia)». I principali squilibri tra regioni, continua l’Istat, «si osservano, in particolare, per i servizi preposti alla presa in carico di pazienti cronici e alla gestione della post acuzie, in larga misura rivolti agli anziani ed ai disabili». In particolare, a eccezione di Abruzzo e Basilicata, tutte le regioni meridionali presentano valori sotto il target previsto: in particolare in Puglia e Sicilia gli anziani seguiti con forme di assistenza domiciliare integrata sono la metà rispetto all’obiettivo fissato. Mentre per quanto riguarda il settore ospedaliero gli indicatori regionali di dotazione strutturale risultano più omogenei: «quasi tutte le regioni mostrano valori dell’indicatore prossimi ai livelli fissati, con l’eccezione di Liguria, Molise e Sardegna che presentano in regime ordinario e in regime di day hospital oltre 40 posti letto ospedalieri ogni 10 mila residenti». Ma passando alla qualità dell’assistenza, Piemonte, Valle d’Aosta, Trento, Veneto, Emilia Romagna e Toscana sono le regioni che presentano i più elevati livelli in tutte le dimensioni. All’opposto si collocano la Campania e la Sicilia, con bassi livelli di qualità in tutte le dimensioni.(fonte doctornews33)

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Buon anno scolastico!

Posted by fidest press agency su sabato, 11 settembre 2010

I nostri figli tornano a scuola. Insieme a loro, anche noi genitori.  E, in qualche modo, l’intero Paese è coinvolto: tempi di lavoro, trasporti, mense, biblioteche, attività sportive, culturali, ricreative e formative. Intorno alla scuola, che resta istituzione fondamentale per una democrazia moderna, è intenso il ritmo di attività, incontri, impegno.  Come genitori vorremmo che a tutti fosse presente la centralità dell’educazione e della scuola.  Ci sono, non lo dimentichiamo, i problemi cronici (il precariato, l’ingente riduzione di risorse…) e le tensioni politiche, che si intrecciano con l’inevitabile disorientamento di fronte a tante novità nella scuola, alcune non condivise.   Vi sono temi ancora sospesi, da un Governo all’altro, fra i quali, come genitori, segnaliamo la riforma degli organismi di partecipazione scolastica e l’introduzione di un efficace sistema di valutazione delle scuole e degli insegnanti.  Ogni provvedimento richiede, nella scuola, un tempo di sedimentazione, la traduzione in una prassi didattica, l’adattamento al contesto ambientale: dopo anni di innovazioni (talora cancellate nei Governi successivi), dopo successive sperimentazioni, modifiche, regolamentazioni, proponiamo oggi una sorta di moratoria per la scuola, un tempo di pensiero e confronto, che ponga l’attenzione ai ragazzi e alle famiglie, superando le contrapposizioni e le polemiche.  Vorremmo che, per un certo periodo, tacendo un poco la produzione normativa, la scuola possa essere più comunità di ricerca e di relazioni.  L’A.Ge. – Associazione Italiana Genitori – continua a credere che la comunità scolastica, viva perché tessuta da relazioni fra insegnanti, alunni, genitori, realtà del territorio, sia un luogo speciale nel quale i ragazzi si pongano domande sul nostro tempo, sul futuro, sul senso delle cose. Un luogo nel quale ogni alunno scopra dentro di sé la passione per il sapere e la scoperta, maturando sensibilità per il mondo.  Ad inizio anno scolastico vorremmo estendere a tutta la scuola, particolarmente ai genitori impegnati in modo associato e solidale, un augurio particolare: se tutto parrebbe dire che bisogna correre per la carriera, il successo, l’efficienza e il risultato, noi siamo anche convinti che la sosta, la parola buona, il sorriso, il percorso condiviso, la passione educativa sono tesori da non perdere. (da un comunicato Age)

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Nefropatie croniche pericolose per il piede diabetico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2009

Nei pazienti diabetici, le nefropatie croniche incrementano il rischio di sviluppare ulcere del piede o di essere sottoposti ad amputazioni delle estremità inferiori. Questa associazione è stata sospettata sulla base di quella già accertata fra nefropatie terminali che richiedono dialisi ed amputazioni, ma non era sospettabile la presenza di un’associazione tanto forte anche nei soggetti con nefropatie croniche lievi: è dunque molto importante effettuare un esame dei piedi in questi pazienti. Sarebbe interessante accertare se l’uso di medicinali atti a rallentare la progressione delle nefropatie croniche abbia anche un effetto sulla prevenzione delle ulcere e delle amputazioni nel piede del diabetico, e se i soggetti con nefropatie croniche in cui è necessaria l’amputazione presentino polimorfismi genetici peculiari. (Diabetes Care 2008; 31: 1331-6)

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