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Il culto solare di Andrea Antonello Nacci

Posted by fidest press agency su domenica, 2 Maggio 2021

Nuova uscita nella Collana di Studi Esoterici de I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno con il libro di Andrea Antonello Nacci dal titolo emblematico “Il culto solare” che si avvale inoltre della prestigiosa prefazione di Maria Grazia Giorgino, ricercatrice indipendente ed esperta di simbolismo iniziatico. Con un linguaggio asciutto, ma puntuale ed esaustivo, Nacci cerca di svelare alcuni segreti simbolici, legati al Sole, al suo culto nella storia attraverso diversi testi e contesti antropologici, magici ed iniziatici “Andrea Nacci analizza ed approfondisce alcuni aspetti di uno dei simboli più importanti, il Sole, che, con la Luna, ha esercitato un profondo fascino in tutta la storia umana. Fonte di vita, di luce e rigenerazione, la forza di questo simbolo è stata usata dai miti di ogni tradizione, per narrare le discese e le ascese di esseri divini che hanno portato la civiltà e la conoscenza agli uomini, per illuminare la strada a tutti i semidei ed eroi che dalle tenebre si proiettano verso la luce. Gli iniziati ai Misteri, in ogni tempo avevano ed hanno come obbiettivo ultimo quello di riattivare il Fuoco nucleare, simile a quello del sole, affinché la materia/coscienza si possa trasmutare in Oro o Sole Filosofale. Ma il Sole più di ogni altro simbolo esprime il Centro – luogo originale, dimora imperitura -, il nucleo indistruttibile ed immortale che ci rende divini. Invito pertanto chi si appresta a leggere il saggio ad abolire il concetto di Tempo – così come lo si percepisce – ed invito anche ad abbandonare le proprie convinzioni religiose e culturali, in modo da collocarsi nella Terra di mezzo affinché si possa cogliere attraverso la lettura, un filo d’oro, quasi invisibile, che ci narra dell’esistenza di una Tradizione Unica, che scorre come un fiume sotterraneo in tutte le tradizioni dei popoli.” (Maria Grazia Giorgino) Dichiara l’Autore. “In un certo modo, potrei passare per un umanista post litteram. I miei interessi spaziano dalla musica (campo in cui sono impegnato professionalmente come compositore e studioso di linguaggi sperimentali da più di quarant’anni), alla matematica, alla filosofia e all’esoterismo. In particolare, lo studio delle radici comuni alle varie religioni, campo nel quale ancora ci sarebbe da fare molto, mi ha portato alla realizzazione di questo lavoro, anche e soprattutto all’interesse mostrato ed all’incoraggiamento dell’editore. Cerco in tutta sincerità, di pormi con questo libro in modo critico ed obiettivo di fronte alle più accreditate fonti, traendone conclusioni di una qualche novità che non mancheranno di catturare l’attenzione dei lettori.” Andrea Antonello Nacci­ in arte Andrej Nansen ­ è compositore, polistrumentista, designer e scrittore. Proveniente da solidi studi di tipo umanistico, ai quali ha da sempre affiancato personali approfondimenti e ricerche in campo matematico ed informatico. Appassionato cultore di storia e di architettura (la musica anche come luogo fisico di vibrazioni sonore), concept designer e saggista oltre che musicista, la sua vena creativa eclettica e poliedrica si manifesta da sempre in una costante ricerca di nuove vie e di nuovi possibili scenari su cui innestare un gesto compositivo che, pur tenendo conto delle più profonde radici della musica “colta” come delle attuali possibilità e degli strumenti­ particolar­mente in termini di elaborazione elettronica ­ a disposizione del compositore contemporaneo, non si lasci sedurre dalla tentazione in­tellettualistica della sperimentazione fine a se stessa, spesso sterile, oda quella storicistica di una pretesa “archeologia musicale” (altrettanto spesso ottusamente autocelebrativa), ma mantenga costante l’atten­zione sulla necessità di tradurre in suoni precise forme di ispirazione di taglio eminentemente naturalistico secondo schemi e modelli strutturali logico­matematici.

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Il culto della nostra identità

Posted by fidest press agency su martedì, 30 marzo 2021

La nostra identità si dispiega tra un punto di partenza e di arrivo per tutti ineludibile. È quello genetico. Si voglia o no, la vita di ognuno si snoda lungo una traccia programmata nelle sue linee generali. I nostri gradi di libertà sono molteplici, ma entro limiti indipendenti da noi. L’indipendenza di tali limiti crea la nostra “dipendenza”. Atei o credenti si trovano, da questo punto di vista, sullo stesso binario. Sopra la nostra volontà, c’è un altro imperativo, chiamato, impersonalmente, destino, o personalmente indicata col nome di Dio. Nel momento in cui entriamo in quest’ordine d’idee giunge l’ora, come osserva l’Ubaldi, “di compiere un salto in avanti verso un nuovo tipo di selezione biologica, non più quella feroce del passato che esaltava come campione il vincitore violento, assaltante. Oggi divenuto pericolo sociale. Si tratta di un tipo di selezione più progredita, che vuole produrre l’uomo intelligente, lavoratore, spiritualmente forte, collettivamente organizzato. Si tratta di costruire l’uomo cosciente che sa pensare da sé, indipendente dal giudizio altrui, un responsabile, perché conosce la legge di Dio e secondo essa sa vivere”. La coscienza di trovarsi dentro la legge e in armonia con essa conferisce una maggiore resistenza nelle avversità e un maggiore equilibrio in senso all’ordine universale. Chi ha capito come funziona la vita, si accorge d’essere al di fuori delle vaghe astrazioni. Si rende conto come la legge sia una forza viva, operante, risanatrice, positiva. Sa che la sua giustizia finisce col vincere tutte le ingiustizie umane e che quindi il vincitore finale è il giusto e non il prepotente della terra. La legge è imparziale e universale. Ripaga ciascuno secondo i meriti. Oltre questo livello, comune ai razionalisti e agli stoici, oggi si va affermando un elemento di trascendenza che percorre tutti i rami più alti del sapere. Quella che un grande matematico italiano definiva la “insufficienza logica dell’universo naturale”, e quella che un grande logico tedesco definiva “incompiutezza” oggi si presenta nell’orizzonte della vita come aspetto escatologico. Qual è l’ultima parola della vita? È forse la morte come voleva il grande Claude Bernard e come pensa la maggior parte della gente? Oppure l’ultima parola della vita è ancora la vita, la vita oltre la vita? Che significa oltre? C’è un cammino che dall’esterno, diciamo dalle regioni epidermiche, porta verso l’interiorità che non si arresta al fenotipo, cioè al tipo che appare. Quando dico “fiore” io celebro un’apparenza fatta di sepali e di petali, la loro decadenza coincide con una deiscenza. È là che s’incontra il genoma e la sua immortalità relativa. Quando io dico “la vita oltre la vita”, penso appunto al genoma e alla legge interiore che lo sottende. Ove si colloca questa legge interiore, se non nella logica che, per l’appunto, si chiama logica della vita? Ecco allora che questa moralità biologica, che riscontriamo nelle leggi della vita, non è altro che un’espressione dell’universale ordine della legge a questo livello. Si tratta della stessa disciplina che la scienza ha visto nel campo fisico e dinamico e che accade nel campo più avanzato, quello della condotta dell’uomo, quello della morale che la dirige. Si tratta dello stesso principio di ordine insito nella legge e funzionante a livelli evolutivi diversi. È così che si spiega come la condotta umana sia soggetta a norme etiche. È così che possiamo dire che la vita, sia pure in proporzione e forma adatta al suo grado di evoluzione, è fondamentalmente onesta. Fino al suo livello più alto, quello della psiche e della coscienza, ciò è dato da uno stato di equilibrio, di rispondenza tra causa ed effetto, tra azione e reazione, che riscontriamo nel mondo della materia ed energia. Si tratta dello stesso principio di ordine che, al livello superiore della psiche, prende la forma di rettitudine nella condotta e di giustizia. Cosa mai dice tutto questo? Non dice forse unità fondamentale del tutto, non dice forse unità fondamentale della legge? Non dice forse principio di armonia che regge tutto l’universo? Tutto è un momento della legge. Tutto si moralizza in misura diversa a qualunque livello. (Riccardo Alfonso)

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Accesso ai luoghi di culto

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2020

Palermo. Il provvedimento, come noto, divide l’Italia in tre aree – gialla, arancione e rossa – a seconda del livello di rischio. L’inserimento di una Regione in una delle tre fasce di criticità, ha spiegato il Presidente del Consiglio, avverrà con ordinanza del Ministro della Salute che recepisce l’esito del monitoraggio periodico effettuato congiuntamente con i rappresentanti delle Regioni.Circa le celebrazioni, il testo precisa nuovamente che “l’accesso ai luoghi di culto avviene con misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro” (art. 1 comma 9 lettera p). Come già nei precedenti DPCM viene chiarito che le celebrazioni con la partecipazione del popolo si svolgono nel rispetto del protocollo sottoscritto dal Governo e dalla Conferenza Episcopale Italiana, integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico (articolo 1 comma 9 lettera q). Nessun cambiamento, dunque. Nelle zone rosse, per partecipare a una celebrazione o recarsi in un luogo di culto, deve essere compilata l’autocertificazione.Circa la catechesi e lo svolgimento delle attività pastorali, alla luce delle indicazioni del DPCM, la Segreteria Generale della CEI consiglia una consapevole prudenza; raccomanda l’applicazione dei protocolli indicati dalle autorità e una particolare attenzione a non disperdere la cura verso la persona e le relazioni, con il coinvolgimento delle famiglie, anche attraverso l’uso del digitale. Già l’Ufficio catechistico nazionale con il documento “Ripartiamo insieme” aveva suggerito alcune piste operative. In particolare, per le zone rosse, la Segreteria Generale invita a evitare momenti in presenza favorendo, con creatività, modalità d’incontro già sperimentate nei mesi precedenti e ponendo la dovuta attenzione alle varie fasce di età.​ custom facebook instagram twitter youtube

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La rivoluzione in Italia nel culto della democrazia

Posted by fidest press agency su martedì, 11 agosto 2020

Quante volte in Italia e nel mondo abbiamo concepito l’idea che rivoluzione e democrazia sono in antitesi? Questo ha una sua ragione d’essere se non riusciamo a trovare uno sbocco ai cambiamenti che avvengono nella società civile mentre la politica dei partiti rema in senso contrario. Si avverte, quindi, un forte mutamento e si pensa solo a una rottura radicale come lo è stata la Rivoluzione francese, quella russa e ancora il nazismo, il fascismo e il franchismo. Eppure, una diversa strada esiste e ce la offre la stessa democrazia: il voto. È come quando si dice che la parola ferisce più di una coltellata in pieno petto. Se penso al pateracchio germinato in queste ore dai “politicanti” che stanno cercando di mettere in cantiere una nuova legge elettorale che alla fine non ci porterà da nessuna parte. Nel loro Dna vi è la paura che l’elettore si appropri di uno strumento formidabile che solo la democrazia è capace di germinare: la rivoluzione democratica espressa dalle urne. È uno strumento spesso inquinato da chi teme che la voglia di cambiamento stia maturando fortemente e che vi sia il rischio che si possa fare piazza pulita dei vecchi catorci della politica, dei loro intrallazzi, delle loro amicizie equivoche. Oggi forse più che in passato questa opportunità è a portata di mano purché l’elettore senta forte questa ventata rivoluzionaria che lo investe e non si lasci sedurre dalle solite sirene della disinformazione e dalle sottili seduzioni del pifferaio di turno.
Se è questa la volontà popolare non lasciamoci tentare nel disperdere il nostro voto e puntiamo solo su una sigla, forse poco nota, forse non del tutto convincente ma è capace di proporre gente nuova e soprattutto diversa dai vecchi schemi e logiche del passato. È la rivoluzione che ci resta se vogliamo un reale cambiamento senza forti traumi esistenziali o l’annichilimento della nostra dignità di cittadini. (Riccardo Alfonso)

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A proposito dell’apertura delle chiese al culto

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 Maggio 2020

La decisione dei vescovi, in Italia e in Francia, di intervenire su Conte e su Macron per una deroga a favore della Chiesa cattolica alle norme sul confinamento, ai fini di radunare il popolo per l’Eucaristia, ha suscitato un dissenso profondo non solo da parte di “cristiani critici” pronti e forse adusi a dar sulla voce alle gerarchie, ma anche da parte di teologi autorevoli, intellettuali, vescovi. Così la messa che è la grande istituzione per l’unità – la “comunione” – dei fedeli, è diventata causa di divisione.
Si è perfino sostenuto che emergessero due Chiese, una nella tradizione dei sacramenti e del culto, l’altra del Vangelo. In ogni caso la Chiesa di tutti, la Chiesa dei poveri ama tutte e due, anche perché esse non sono così nettamente distinte tra loro e c’è molto traffico di frontalieri attraverso i loro confini.
Neanche noi abbiamo condiviso la rivendicazione dei vescovi e motivi validissimi ne sono stati recati e messi in circolazione da molti. Ciò che soprattutto ci ha turbato è stata la ragione, un po’ ultimativa, addotta dai funzionari di un ufficio della CEI, secondo la quale con meno messe ci sarebbe stato meno servizio ai poveri, alla comunità; come a dire niente sacramento niente lavanda dei piedi, l’una cosa essendo alimento dell’altra, e ciò come se la messa, e solo lei, fosse un distributore di benzina o una centralina per il rifornimento di elettricità, senza cui la macchina non va. È verissimo che per servire i poveri, lavarsi i piedi l’un l’altro, essere cristiani ci vuole una ingente energia, ma, a non essere pelagiani, si sa che questa energia viene dallo Spirito del Signore, e ci mancherebbe altro che lo Spirito Santo si facesse interdire dalla scarsità di messe in tempi di pandemia o in regioni amazzoniche, sarebbe come tagliare la luce al palazzo occupato, che l’Elemosiniere del papa, il divino elettricista, è andato a riattaccare.Per uscire dalla controversia, se essa non vuole essere tenuta in vita e strumentalizzata ad altri scopi, basterebbe rifarsi alle parole di Gesù quando ha dato il suo pane, ed ha detto: “fate questo in memoria di me”. Dunque il pane, che poi i teologi hanno spiegato come transustanziazione, è il mezzo, il fine è ricordarsi di lui. E qui il mezzo non è il messaggio, il fine è superiore al mezzo. Per questo abbiamo sempre pensato che sarebbe bello che I cristiani si ricordassero di lui ogni volta che spezzano e mangiano il pane, cioè sempre, tanto più se condiviso; e infatti c’è un’antica tradizione popolare secondo cui a tavola il padre, o la madre, o uno degli altri, benedice il pane prima che tutti lo mangino.È bello che il pane sia legato alla memoria, per questo le celebrazioni della Parola che si fermano alle letture prima della consacrazione, come si usava a Bologna nell’entusiasmo della riscoperta della Bibbia dopo il Concilio, in questo mancano, nel rendere visibile la memoria. Per questo non c’è mai stata più memoria di Gesù in questi tempi, di quanta c’è n’è ora intorno alla messa di Papa Francesco, che grazie al virus è trasmessa e “vista” in TV ogni mattina da Santa Marta. E se il pane rende visibile la memoria e la fa anche cibo, epidemia permettendo, la memoria del Signore non vive di solo pane. E se no, come sarebbe giunta fin qui?

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Il culto della nostra identità

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 marzo 2020

La nostra identità si dispiega tra un punto di partenza e di arrivo per tutti ineludibile. È quello genetico. Si voglia o no, la vita di ognuno si snoda lungo una traccia programmata nelle sue linee generali. I nostri gradi di libertà sono molteplici, ma entro limiti indipendenti da noi. L’indipendenza di tali limiti crea la nostra “dipendenza”. Atei o credenti si trovano, da questo punto di vista, sullo stesso binario. Sopra la nostra volontà, c’è un altro imperativo, chiamato, impersonalmente, destino, o personalmente indicata col nome di Dio.
Nel momento in cui entriamo in quest’ordine d’idee giunge l’ora, come osserva l’Ubaldi, “di compiere un salto in avanti verso un nuovo tipo di selezione biologica, non più quella feroce del passato che esaltava come campione il vincitore violento, assaltante; oggi divenuto pericolo sociale. Si tratta di un tipo di selezione più progredita, che vuole produrre l’uomo intelligente, lavoratore, spiritualmente forte, collettivamente organizzato. Si tratta di costruire l’uomo cosciente che sa pensare da sé, indipendente dal giudizio altrui, un responsabile, perché conosce la legge di Dio e secondo essa sa vivere”. La coscienza di trovarsi dentro la legge e in armonia con essa conferisce una maggiore resistenza nelle avversità e un maggiore equilibrio in senso all’ordine universale. Chi ha capito come funziona la vita, si accorge d’essere al di fuori delle vaghe astrazioni. Si rende conto come la legge sia una forza viva, operante, risanatrice, positiva. Sa che la sua giustizia finisce col vincere tutte le ingiustizie umane e che quindi il vincitore finale è il giusto e non il prepotente della terra. La legge è imparziale e universale. Ripaga ciascuno secondo i meriti. Oltre questo livello, comune ai razionalisti e agli stoici, oggi si va affermando un elemento di trascendenza che percorre tutti i rami più alti del sapere. Quella che un grande matematico italiano definiva la “insufficienza logica dell’universo naturale”, e quella che un grande logico tedesco definiva “incompiutezza” oggi si presenta nell’orizzonte della vita come aspetto escatologico. Qual è l’ultima parola della vita? È forse la morte come voleva il grande Claude Bernard e come pensa la maggior parte della gente? Oppure l’ultima parola della vita è ancora la vita, la vita oltre la vita? Che significa oltre? C’è un cammino che dall’esterno, diciamo dalle regioni epidermiche, porta verso l’interiorità che non si arresta al fenotipo, cioè al tipo che appare. Quando dico “fiore” io celebro un’apparenza fatta di sepali e di petali, la loro decadenza coincide con una deiscenza. È là che s’incontra il genoma e la sua immortalità relativa. Quando io dico “la vita oltre la vita”, penso appunto al genoma e alla legge interiore che lo sottende. Ove si colloca questa legge interiore, se non nella logica che, per l’appunto, si chiama logica della vita? Ecco allora che questa moralità biologica, che riscontriamo nelle leggi della vita, non è altro che un’espressione dell’universale ordine della legge a questo livello. Si tratta della stessa disciplina che la scienza ha visto nel campo fisico e dinamico e che accade nel campo più avanzato, quello della condotta dell’uomo, quello della morale che la dirige. Si tratta dello stesso principio di ordine insito nella legge e funzionante a livelli evolutivi diversi. È così che si spiega come la condotta umana sia soggetta a norme etiche. È così che possiamo dire che la vita, sia pure in proporzione e forma adatta al suo grado di evoluzione, è fondamentalmente onesta. Fino al suo livello più alto, quello della psiche e della coscienza, ciò è dato da uno stato di equilibrio, di rispondenza tra causa ed effetto, tra azione e reazione, che riscontriamo nel mondo della materia ed energia. Si tratta dello stesso principio di ordine che, al livello superiore della psiche, prende la forma di rettitudine nella condotta e di giustizia.
Cosa mai dice tutto questo? Non dice forse unità fondamentale del tutto, non dice forse unità fondamentale della legge? Non dice forse principio di armonia che regge tutto l’universo? Tutto è un momento della legge. Tutto si moralizza in misura diversa a qualunque livello. (Riccardo Alfonso)

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Beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 febbraio 2020

Roma Giovedì 27 febbraio 2020, ore 16:30 Pontificia Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4 nell’anno europeo del patrimonio culturale, il Dipartimento dei beni culturali del Pontificio Consiglio della Cultura, l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Conferenza Episcopale Italiana e il Dipartimento dei Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana, hanno promosso un Convegno con due tematiche attuali e ampiamente discusse: la dismissione di chiese e la gestione integrata dei beni culturali. Puntare l’attenzione sul fenomeno della nuova destinazione d’uso di antichi luoghi di culto si inserisce pienamente nella gestione integrata dei beni culturali della Chiesa. L’ampiezza della problematiche trattate è trasversale e sensibilizza non soltanto le comunità cristiane, ma anche l’opinione pubblica, in virtù della valenza simbolica e rappresentativa delle chiese nel tessuto urbano e paesaggistico.La pubblicazione degli Atti (Ed. Artemide) è una occasione per riprendere la discussione. Dopo il saluto iniziale di P. Nuno da Silva Gonçalves S.J., Rettore della Pontificia Università Gregoriana, interverranno l’Arch. Carlo Birrozzi (Direttore dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione), la Prof.ssa Maria Vittoria Marini Clarelli (Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali), S.E.R. Mons. Stefano Russo (Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana), S.Em.R. Card. Gianfranco Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura). Modera S.E.R. Mons. Carlos Alberto Moreira Azevedo (Delegato del Pontificio Consiglio della Cultura).

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Roma 1968-2018: arte sacra e spazi di culto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

Roma 15 novembre 2018 alle ore 9.30, nella Sala Conferenze dei Musei Vaticani, apre il Convegno a cura di Teresa Calvano e Micol Forti Roma 1968-2018: arte sacra e spazi di culto, i cui lavori proseguiranno il giorno successivo, 16 novembre, presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Studiosi di storia dell’architettura, storia dell’arte e storia della Chiesa, si confronteranno intorno alle questioni che riguardano l’architettura e l’arte sacra a partire dal rapporto liturgia e arti affrontato dal Concilio Vaticano II (1962-1965) – la prima importante apertura della Chiesa all’arte contemporanea – e dei suoi successivi sviluppi e applicazioni.Per delimitare un tema tanto vasto si è scelto quale fulcro tematico del Convegno le nuove chiese realizzate a Roma negli ultimi cinquant’anni, dal 1968 a oggi. Un arco temporale significativamente complesso per l’evoluzione della nozione di spazio sacro, non sempre portata ai migliori esiti, ma che testimonia un impegno e un coinvolgimento importanti, come è documentato dagli oltre cento edifici di culto realizzati nelle nuove aree urbane della Capitale. Ulteriore obiettivo è quello di considerare, parallelamente, quanto in essi è stato realizzato in merito all’arte sacra e agli arredi liturgici, ambito ancora poco noto, anche per la mancanza di una completa inventariazione, e scarsamente considerato dalla ricerca storico-critica, sociale e antropologica.Delineare le molteplici implicazioni in cui si è formato, si forma ed evolve il “sacro contemporaneo” di una città come Roma, ricca di tensioni e di contrasti, sociali e urbanistici, temporali e visivi, coinvolge aspetti teorici e storici e rende necessario riconsiderare la centralità di temi quali i confini della libertà espressiva, i vincoli della funzionalità, il ruolo della committenza e delle istituzioni coinvolte, gli aspetti devozionali e di preghiera, la formazione degli artisti e del clero, i concetti di stile, di forma, di decoro e di etica delle immagini.Il Convegno è organizzato e promosso dai Musei Vaticani, in collaborazione con ANISA (Associazione Nazionale Insegnanti Storia dell’Arte) e MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo.

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Il culto della lettura e la forza della meditazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 agosto 2018

Leggere, scrivere e meditare sono le opportunità che possono raggiungere solo poche persone in una società come la nostra in cui il ritmo della vita, non solo è frenetico ma invasato dal demone del denaro che ci acceca e ci rende perversi, egoisti e homo homini lupus, ci assegna ben poco tempo per una serena e pacata riflessione su di noi, sul nostro essere e divenire.
Io ho cercato, sovente non riuscendovi, più per necessità che per libera scelta di sottrarmi da questa tela di ragno del contingente che mi avviluppa e tende a soffocarmi. E’ che se non lavoro, e mi faccio sfruttare, la mia esistenza verrebbe posta in serio pericolo. Vivo se mi considerano utile e se produco ricchezza per gli altri, beninteso, mentre a me restano solo le briciole. Cosa mi rimane se non la strenua ricerca di un mio spazio vitale nel quale rifugiarmi a leggere e a meditare anche se in condizioni di precarietà? Ora che sto facendo un piccolo bilancio della mia vita mi sembra un miracolo che io possa aver letto tanto, scritto tanto e anche meditato. Ancora mi chiedo perplesso come io possa essere riuscito nell’impresa pensando ai miei 120 libri, ai migliaia di articoli redatti e nell’aver svolto tantissimi impegni nel sociale a titolo rigorosamente gratuito. Nel loro insieme posso dire che sono stati il frutto delle mie letture, riflessioni, creazioni nate a volte, così per caso o dalla mia innata curiosità letteraria, scientifica e parascientifica. Uno scibile che dominava il mio pensiero e che, a mio avviso, avrebbe avuto un suo naturale epilogo, con l’avanzare degli anni, potendoli curare meglio e spurgargli dagli inevitabili strafalcioni dovuti soprattutto dalla fretta di scrivere. Ci fu nel mezzo un libro che non avrei voluto mai scrivere. Fu quello su mio figlio morto prematuramente a trent’anni. Lo titolai: “Chi sei? Dove vai?” Era diventato improvvisamente la prova provata della caducità della vita e della sua fatale precarietà. A che serve mi sono chiesto, e continuo a pensarlo, tanto fervore, tanta voglia di leggere e conoscere se improvvisamente si può chiudere il capitolo della propria vita e quella dei propri cari in maniera tanto brutale quanto inaspettata?
Guardo la mia e quella di mio figlio librerie gravide di libri, di classici, di narrativa, di saggistica, di fantascienza, di letteratura, ecc. e mi chiedo che senso può avere averli lì muti testimoni di tante tragedie umane. Impotenti a lenirne il dolore. Incapaci di trasmettere il sentimento che potevano aver suscitato nei precedenti lettori ma non certo per loro demerito. (Riccardo Alfonso)

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La rivoluzione in Italia nel culto della democrazia

Posted by fidest press agency su domenica, 15 ottobre 2017

rivoluzione-franceseQuante volte in Italia e nel mondo abbiamo concepito l’idea che rivoluzione e democrazia sono in antitesi? Questo ha una sua ragione d’essere se non riusciamo a trovare uno sbocco ai cambiamenti che avvengono nella società civile mentre la politica dei partiti rema in senso contrario. Si avverte, quindi, un forte mutamento e si pensa solo a una rottura radicale come lo è stata la rivoluzione francese, quella russa e ancora il nazismo, il fascismo e il franchismo. Eppure una diversa strada esiste e ce la offre la stessa democrazia: il voto. E’ come quando si dice che la parola ferisce più di una coltellata in pieno petto. Se penso al pateracchio germinato in queste ore dai “politicanti” che hanno dato vita a una legge elettorale che non ci porta da nessuna parte, tanto per confondere le idee, mi rendo conto che vi è una ragione: la paura che l’elettore si appropri di uno strumento formidabile che solo la democrazia è capace di germinare: la rivoluzione democratica espressa dalle urne. E’ uno strumento spesso inquinato da chi teme che la voglia di cambiamento stia maturando fortemente e che vi sia il rischio che si possa fare piazza pulita dei vecchi catorci della politica, dei loro intrallazzi, delle loro amicizie equivoche. Oggi forse più che in passato questa opportunità è a portato di mano purché l’elettore senta forte questa ventata rivoluzionaria che lo investe e non si lasci sedurre dalle solite sirene della disinformazione e dalle sottili seduzioni del pifferaio di turno. Se é questa la volontà popolare non lasciamoci tentare nel disperdere il nostro voto e puntiamo solo su una sigla, forse poco nota, forse non del tutto convincente ma è capace di proporre gente nuova e soprattutto diversa dai vecchi schemi e logiche del passato. E’ la rivoluzione che ci resta se vogliamo un reale cambiamento senza forti traumi esistenziali o l’annichilimento della nostra dignità di cittadini. (Riccardo Alfonso)

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Al via il progetto “Inside Africa”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 Maggio 2010

Abuja (Nigeria) dal 27 al 31 maggio si svolgerà presso il Transcorp Hilton la prima conferenza internazionale “Inside Africa” organizzata dal Sindacato Emigrati Immigrati dell’Ugl. L’occasione è la presentazione del progetto “Inside Africa” che prevede la costruzione di un grande centro di formazione al lavoro per la popolazione locale ed immigrati di ritorno. Saranno presenti le massime autorità locali, diversi rappresentanti di istituzioni internazionali e una delegazione italiana.  Il centro sarà realizzato su un terreno di 50 ettari ad Abuja. Si partirà con l’Università dello Sport, che verrà aperta entro l’anno, per proseguire con la scuola teorico-pratica, il laboratorio, la sala conferenze, il refettorio, il presidio sanitario e i luoghi di culto. Il progetto si inserisce in una cornice più ampia di relazioni bilaterali tra l’Italia e i Paesi dell’Ecowas (la Comunità economica dell’Africa Occidentale), frutto di un lungo percorso che il Sei Ugl sta portando avanti con gli organismi, le imprese e le istituzioni locali e internazionali.  Nella conferenza, inoltre, verranno presentati il progetto “R.V.A. Nigeria”, per favorire il rimpatrio volontario assistito e l’inserimento lavorativo di 50 cittadini dell’ECOWAS emigrati in Italia, e uno studio sulla perdita d’identità nei migranti. La Caritas e la Fondazione Migrantes, infine, parleranno del “Rapporto Italiani nel mondo 2009”.

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