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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 338

Posts Tagged ‘cura’

Obiettivo mani, la cura inizia in inverno

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2020

Le indicazioni della dottoressa Patrizia Gilardino.Le mani possono dire molto. Sono il principale strumento di comunicazione, anche adesso che non è possibile dare la tradizionale “stretta”, e ci aiutano a esprimerci. Talvolta curate fin nei minimi dettagli, altre volte screpolate in balia di vento e sole. Sono però un’importante cartina di tornasole dei nostri stili di vita, delle nostre attività e dell’incedere del tempo. Tra mascherine e distanziamento, sono anche uno dei pochi lembi di pelle che rimangono scoperti in questo inverno, quando non si portano i guanti.Per mantenerle giovani talvolta non bastano nel consuete accortezze, ma è necessario agire più in profondità. «Il cosiddetto processo di “schelettrizzazione” è il principale indicatore del passare degli anni: le mani si presentano più rugose, più vuote; si assottigliano i tessuti molli e vengono in evidenza le vene e strutture tendinee», spiega Patrizia Gilardino, medico estetico di Milano. «Non solo, tendono a presentare delle macchie: queste possono dipendere dalla propria struttura genetica, ma anche dall’esposizione al sole. Infatti spesso non ci preoccupiamo di proteggerle dai raggi ultravioletti. La conseguenza è nella comparsa di macchie più o meno intense, dalle dimensioni variabili, che rappresentano un importante inestetismo». Il momento migliore per prendersene cura è l’inverno. «I trattamenti danno risultati consolidati nell’arco di alcuni mesi. Iniziare oggi significa prepararsi ad avere mani più giovani e in buona salute la prossima estate», afferma Gilardino. Ad esempio, per contrastare le macchie, «il trattamento prediletto è quello con luce pulsata che permette nell’arco di poche sedute di intervenire sul pigmento e “polverizzarlo”; scomparirà attraverso una leggera desquamazione. Per le situazioni più severe – che possono degenerare nella cheratosi – più indicato è l’uso di laser specifici che agiscono in profondità cancellando la parte più scura». In entrambi i casi non è richiesto alcun periodo di convalescenza ed è possibile tornare subito alle proprie attività quotidiane. Patrizia Gilardino è. Laureata in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano nel 1988, Patrizia Gilardino si è specializzata nella Scuola di Chirurgia Plastica Ricostruttiva dell’Università degli Studi di Milano nel 1993.

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“La demenza: differenze di genere, prevenzione e cura”

Posted by fidest press agency su sabato, 3 ottobre 2020

Torino, lunedì 5 ottobre alle ore 16“ Massimiliano Massaia (Dirigente Medico Molinette) interviene sul tema “La demenza: differenze di genere, prevenzione e cura” presso la Sala dei mappamondi dell’Accademia delle Scienze, in via Accademia delle Scienze 6 a T. Viene introdotto dalla vicepresidente dell’Accademia di Medicina, Teresa Cammarota, Primario emerito di radiologia. Il tema viene declinato nell’ottica della Medicina di genere, una branca della Medicina che studia le differenze biologiche e socioculturali tra uomini e donne e l’influenza di questi fattori sullo stato di salute e di malattia, nonché sulla risposta alla terapia. Nello specifico, la demenza «è caratterizzata da una riduzione significativa delle capacità intellettive e da un lento, ma progressivo, percorso involutivo che conduce spesso alla perdita dell’autonomia» (da “Invecchiare senza invecchiare” di G. Isaia). L’incontro inaugura il nuovo programma “Scienze & Salute. Longevità e senescenza: come invecchiare in salute” promosso dall’Accademia delle Scienze e dall’Accademia di Medicina con il supporto della Bioindustry Park di Colleretto Giacosa. Sarà possibile accedere solo su prenotazione, attraverso la registrazione al seguente link: http://www.eventbrite.it/e/biglietti-la-demenza-differenze-di-genere-prevenzione-e-cura-122388233501.

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Diventano misurabili gli effetti della pandemia sulla cura dei tumori nel nostro Paese

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2020

Nei primi 5 mesi del 2020, in Italia, sono stati eseguiti circa un milione e quattrocentomila esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Ritardi che si traducono in una netta riduzione non solo delle nuove diagnosi di tumore della mammella (2.099 in meno) e del colon-retto (611 in meno), ma anche delle lesioni che possono essere una spia di quest’ultima neoplasia (quasi 4.000 adenomi del colon-retto non diagnosticati) o del cancro della cervice uterina (circa 1.670 lesioni CIN 2 o più gravi non diagnosticate). Queste neoplasie non sono scomparse, ma saranno individuate in fase più avanzata, con conseguenti minori probabilità di guarigione e necessità di maggiori risorse per le cure. Per questo, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) chiede alle Istituzioni di destinare più fondi per la lotta contro il cancro, non solo per le terapie ma anche per potenziare la telemedicina e per creare percorsi definiti di collaborazione con la medicina del territorio. L’impatto del Covid-19 sull’oncologia e l’individuazione di nuovi strumenti per far fronte alle conseguenze del virus sono fra i temi centrali del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), al via da domani al 21 settembre in forma virtuale. “Le nuove armi come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare hanno cambiato la storia naturale di molte neoplasie e oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi – spiega Giordano Beretta, Presidente AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. La pandemia però sta modificando gli scenari. Le incertezze riguardano in particolare la prevenzione secondaria, cioè gli screening. Le neoplasie, non rilevate in questo periodo, verranno comunque alla luce prima o poi, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori. In base a stime del National Cancer Institute (NCI), negli Stati Uniti, nei prossimi 10 anni, vi saranno circa 10.000 morti in più per tumore del seno e del colon-retto, proprio a causa dell’effetto del Covid-19 sugli screening e sul trattamento. Si tratta di numeri che, in termini relativi, possono sembrare piccoli, riferendosi all’1% del totale dei decessi per queste due neoplasie negli USA, ma in termini assoluti sono tutt’altro che trascurabili, perché parliamo di 10.000 decessi in più per grandi malattie, che in questi anni hanno beneficiato dell’effetto positivo dello screening sulla mortalità”. Nel Regno Unito, inoltre, è stato stimato che il ritardo diagnostico causato dalla interruzione e dal rallentamento dei servizi sanitari possa essere la causa di aumento della mortalità (rispetto al periodo pre Covid-19) nei prossimi 5 anni fino al 16,6% per i tumori del colon-retto e al 9,6% per la mammella. “L’allarme lanciato nel Regno Unito e negli USA si può applicare anche in Italia – afferma Saverio Cinieri, Presidente eletto AIOM e Direttore Oncologia Medica e Breast Unit dell’Ospedale ‘Perrino’ di Brindisi -. A oggi, il ritardo diagnostico accumulato è limitato, ma sta crescendo anche per le modalità organizzative necessarie per garantire il distanziamento fisico dei cittadini che si sottopongono agli screening”.Nel nostro Paese, nel 2019, sono stati stimati 371mila nuovi casi di tumore e il costo dei farmaci anticancro è in costante crescita. In cinque anni (2014 – 2019) la spesa per le terapie è passata da 3,9 a circa 6 miliardi di euro. I farmaci antineoplastici rappresentano la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica per il 2019 (26% della spesa totale). Non solo. Nel 2019, il tetto del Fondo per i farmaci oncologici innovativi, stabilito in 500 milioni di euro, è stato sforato, superando i 584 milioni.“L’oncologia è una delle discipline in cui il contributo della telemedicina può essere più prezioso, non solo durante l’emergenza, ma anche nella nuova normalità post Covid-19 – continua Saverio Cinieri -. I contatti telefonici e telematici non hanno la pretesa di sostituire le visite fisiche, ma consentono una tempestiva discussione degli esami di laboratorio e strumentali e di eventuali segni e sintomi di malattia. Nell’ambito del potenziamento della telemedicina, è opportuno sfruttare al meglio anche l’opportunità offerta dai patient-reported outcomes (PROs) elettronici. Sono questionari che consentono di raccogliere preziose informazioni sulla qualità di vita dei pazienti, sui sintomi, sugli eventi avversi in corso di trattamento e sull’aderenza alla terapia, anche nella pratica clinica. I risultati dei questionari, compilati elettronicamente dai pazienti e ricevuti dal personale sanitario, possono essere discussi telefonicamente, consentendo una valutazione sistematica dell’andamento dei sintomi e degli effetti collaterali, indipendentemente dall’accesso fisico del paziente in ospedale. È documentato il beneficio di un approccio proattivo nella gestione dei sintomi, in termini di riduzione degli eventi avversi severi che richiedano accesso in pronto soccorso e ospedalizzazione. L’adozione dei PROs elettronici comporta però varie sfide, tra cui la formazione e la consapevolezza da parte del personale sanitario della loro utilità ed efficacia e la necessità di educare il paziente alla corretta compilazione dei questionari”.

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Sempre più campani decidono di curarsi al Nord

Posted by fidest press agency su martedì, 4 agosto 2020

“Mentre De Luca continua a dire falsità, nel tentativo di nascondere il proprio fallimento agli occhi dei campani, ogni giorno escono notizie che confermano lo sfacelo della sua amministrazione. Ieri l’impennata dei contagi di Covid-19, dato che non si registrava da tre mesi a questa parte, e oggi la notizia che la Campania è messa peggio tra le Regioni meridionali per quanto riguarda la mobilità sanitaria interregionale. Insomma, sono sempre di più i cittadini della Campania che decidono di andare a farsi curare altrove, in particolare al Nord. Dovunque purchè non sia nella Sanità gestita e distrutta da De Luca. Questo purtroppo comporta un doppio danno: meno risorse pubbliche e meno investimenti. Ecco, De Luca ci parli di questo in campagna elettorale, racconti cosa non ha fatto in questi anni per migliorare un servizio essenziale come quello sanitario. Altro che lanciafiamme! Un’altra ragione per votare Fratelli d’Italia e Stefano Caldoro, perchè i campani hanno diritto ad un’assistenza sanitaria di qualità e non ad essere costretti a trasferirsi in altre regioni per avere adeguate cure”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Antonio Iannone, commissario regionale di FdI in Campania.

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Tumori: Un nuovo modello di cura

Posted by fidest press agency su martedì, 21 luglio 2020

A quasi cinque mesi dall’inizio della pandemia, il sistema sanitario è chiamato a fornire risposte ai pazienti oncologici, visto che l’emergenza sanitaria ha costretto a rinviare screening, visite di controllo e interventi chirurgici non urgenti. Nel nostro Paese, circa 3 milioni e 400mila cittadini vivono dopo la diagnosi di tumore. La necessità di fornire continuità di cura alle migliaia di pazienti oncologici si unisce all’opportunità di operare una vera riforma della presa in carico diffusa sul territorio. In che modo è possibile riorganizzare l’assistenza oncologica per continuare a garantire a questi cittadini le cure migliori, anche durante un’eventuale seconda ondata del Covid-19 in autunno e al termine della pandemia? Che ruolo deve avere la medicina del territorio e come va rivisto il rapporto con l’ospedale?
Per rispondere a queste domande, All.Can organizza un webinar aperto alla stampa mercoledì 22 luglio, dalle 11 alle 13 Al webinar interverranno, tra gli altri, Emilia Grazia De Biasi (Portavoce All.Can Italia), Mattia Altini (Direttore Sanitario IRCCS Irst Meldola), Domenico Crisarà (Vice Segretario Nazionale FIMMG – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), Barbara Mangiacavalli (Presidente FNOPI – Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), Tiziana Frittelli (Presidente Federsanità ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani) e Gianni Amunni (Direttore ISPRO Toscana). Parteciperanno anche le Associazioni e i membri di All.Can Italia.

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Servono più risorse da destinare alla cura del cancro nel nostro Paese

Posted by fidest press agency su sabato, 11 luglio 2020

Per affrontare la fase 3 della pandemia e un’eventuale seconda ondata del Covid nel prossimo autunno. In Italia, i tumori costano ogni anno circa 20 miliardi di euro: le uscite per i farmaci antineoplastici, nel 2018, hanno raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni e i costi diretti a carico dei pazienti e delle famiglie sono stimati pari a 5,3 miliardi di euro. Alla cura di tumori in stadio più avanzato corrispondono uscite sempre maggiori per le terapie. E la sospensione degli screening, la diminuzione delle visite oncologiche ambulatoriali e la cancellazione o il rinvio di numerosi interventi chirurgici, determinati dall’emergenza Covid negli ultimi mesi, rischiano di causare un aumento del numero di diagnosi di cancro in fase avanzata nei prossimi anni nel nostro Paese, con la necessità di più risorse. “È forte la preoccupazione dei pazienti che un’eventuale seconda ondata del virus in autunno possa provocare gli stessi danni a cui abbiamo assistito nella fase 1, in assenza di provvedimenti migliorativi dell’assistenza sia territoriale che ospedaliera – afferma Francesco Cognetti, Presidente di Fondazione Insieme contro il Cancro e coordinatore del Tavolo Tecnico -. Come affermato in molte occasioni dal Ministro Speranza, serve un significativo e immediato aumento delle risorse da destinare alla sanità. Le malattie croniche hanno un impatto enorme sulla spesa sanitaria. Basta pensare che, in Italia, quasi 11 milioni di persone vivono con patologie oncologiche, ematologiche e cardiovascolari. Il sistema nella fase acuta della pandemia ha prodotto grandi risultati grazie ad un buon sistema ospedaliero e al sacrificio degli operatori sanitari, che sono stati in grado di superare le lacune organizzative della medicina territoriale”. Il Fondo sanitario nazionale per il 2020, pre-Covid, era pari a 116,474 miliardi di euro. La spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL, in Italia, nel 2018, è stata pari al 6,5%. Grandi Paesi europei come Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%), nel 2018, hanno registrato percentuali di spesa pubblica in sanità rispetto al PIL decisamente più alte delle nostre (Fonte OCSE).“Buona parte delle criticità, emerse durante l’emergenza Covid-19, si riferiscono a carenze relative alla sanità pubblica territoriale, che inevitabilmente hanno determinato un sovraffollamento degli ospedali – spiega Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Responsabile Oncologia Medica Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 371mila nuovi casi di cancro. Per quel che attiene all’assistenza oncologica, riteniamo, come spiegato nel Documento, che una serie di attività quali i follow-up dei pazienti non più in trattamento, le attività di screening e di riabilitazione oncologica e tutte le problematiche attinenti alla gestione delle cronicità possono essere gestite in strutture sanitarie territoriali ad hoc di nuova istituzione, con una forte e strutturata collaborazione tra specialisti ospedalieri e medici di medicina generale”.“Inoltre – conclude il prof. Cognetti – serve forte impulso alla ricerca traslazionale e clinica, soprattutto nel settore della medicina personalizzata, privilegiando soltanto i progetti più validi e promettenti al fine di aumentare la selettività dei trattamenti con il risultato della massima efficacia e minore tossicità. Dovrà essere previsto un uso più esteso dei test genomici con capacità già dimostrata di markers prognostici e predittivi dei trattamenti oncologici, anche al fine di evitare, per esempio, la chemioterapia adiuvante in molte pazienti con cancro della mammella operato, così ponendo fine alle assurde discriminazioni attualmente in atto tra le Regioni a questo riguardo”.Nel webinar intervengono anche Franco Locatelli (Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, membro del Comitato tecnico scientifico della Protezione Civile e delegato del Ministro della Salute), Sergio Amadori (presidente AIL, Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma), Elisabetta Iannelli (Segretario Generale Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia – FAVO) e Antonio Gaudioso (Segretario Generale Cittadinanzattiva).

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Diagnosi e cura dei sarcomi

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

C’è uno strumento nuovo in oncologia per il corretto inquadramento diagnostico dei sarcomi ed il miglioramento terapeutico complessivo: è la piattaforma condivisa tra i laboratori degli IRCCS che aderiscono ad ALLEANZA CONTRO IL CANCRO – la Rete Oncologica Nazionale fondata dal MINISTERO DELLA SALUTE – creata per identificare, mediante approcci di sequenziamento del genoma di ultima generazione (NGS), alterazioni la cui individuazione risulta fondamentale per il corretto inquadramento della patologia. A perfezionarla, il Working Group Sarcomi che per questo studio specifico si è avvalso del coordinamento scientifico dell’ IFO-Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma (IRE) e del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (CRO). Le risultanze del lavoro sono state pubblicate dalla rivista Frontiers Oncology.
«I sarcomi sono un gruppo di tumori rari particolarmente aggressivo che colpisce le cellule costituenti il tessuto connettivo (ossa, muscoli, nervi, vasi sanguigni, tessuto adiposo e tendini) la cui prognosi può risultare piuttosto severa. – spiegano Roberta Maestro e Rita Falcioni, che hanno coordinato lo studio – I sarcomi nel loro complesso costituiscono un gruppo molto eterogeneo costituito da oltre 60 tipi tumorali diversi. Ecco che effettuare una diagnosi accurata per pianificare il trattamento terapeutico più adeguato è fondamentale, ma spesso richiede l’impiego di indagini molecolari complesse, laboriose e non alla portata di tutti i laboratori ».Di qui l’impegno concreto di Alleanza Contro il Cancro che ha messo a punto la piattaforma che identifica rapidamente anomalie genetiche presenti in un terzo circa dei sarcomi. «Sono irregolarità chiamate traslocazioni cromosomiche – aggiungono – che provocano lo spostamento di pezzi di cromosoma dalla loro sede in altre dando di fatto origine a dei cromosomi anomali. Ciò porta alla formazione di geni ibridi, detti di fusione, che non hanno corrispondenza in cellule normali ma che sono esclusivi di quella tumorale». Essendo i geni di fusione differenti nelle varie tipologie di sarcoma, l’importanza della loro identificazione nella classificazione delle varianti diagnostiche, è di fondamentale importanza perchè da una diagnosi accurata dipende l’efficacia del trattamento terapeutico.Hanno partecipato al lavoro: Unità di Oncogenetica e Oncogenomica Funzionale, IRCCS Centro di Riferimento Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (CRO), Aviano; Dipt. di Ricerca, Diagnosi e Tecnologia Avanzata, IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, Roma; Dipt. di Onco-Ematologia e Unità di Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma; Dipt. di Patologia, IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano; Lab. Di Ricerca Oncologica Avanzata, IRCCS Istituto di Oncologia Veneto, Padova; Div. Di Oncologia Medica, FPO-IRCCS Istituto per la Ricerca sul Cancro, Candiolo; Lab. Di Oncologia Sperimentale, IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli, Bologna; Centero di Osteoncologia e Tumori Rari, IRCCS Istituto Oncologico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori, Meldola; Dipt. di Oncologia Sperimentale, IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione “G. Pascale”, Napoli; Dipt. di Patologia, Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, Padova.

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Covid-19: Protocollo di cura innovativo

Posted by fidest press agency su martedì, 14 aprile 2020

Camerino. E’ nato all’interno dei laboratori Unicam, in particolare dal gruppo di ricerca coordinato dal prof. Giacomo Rossi, medico veterinario della Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria dell’Ateneo camerte, una terapia che potrebbe aprire incoraggianti scenari alla cura del Coronavirus. Il prof. Rossi sta conducendo uno studio sul Coronavirus del gatto, FeCoV, nel quale da molti anni si verifica una patologia molto grave, per lo più ad esito mortale, di cui non esiste un protocollo terapeutico o un vaccino efficace/protettivo. Studiando i siti recettoriali ed il modo con il quale i coronavirus si legano alle cellule dell’ospite, il gruppo di ricerca si è accorto di una particolarità di Covid-19: il virus presenta un numero maggiore di legami con i siti di glicosilazione del recettore ACE2 cellulare (il recettore che Covid-19 utilizza per entrare nelle cellule del polmone, dell’apparato digerente e del tratto genito-urinario dell’uomo). “I siti di glicosilazione – afferma il prof. Rossi – sono delle aree in cui delle molecole di zucchero semplice si legano ad una proteina ancorata sulla membrana cellulare. In particolare, ho notato che tutti questi siti di glicosilazione sono costantemente legati all’ultimo amminoacido della proteina di membrana, che è l’aminoacido Asparagina. Da qui l’idea di utilizzare un vecchio farmaco, ben noto presso gli oncologi che lo usano nella terapia della leucemia acuta dei bambini, la L-Asparaginasi, che è un enzima che eliminando l’aminoacido Asparagina “taglia” di fatto il legame dello spike virale con il suo specifico recettore cellulare, bloccando di fatto l’infezione. Questo farmaco, unito alla già nota Clorochina che funziona bloccando l’ingresso del virus nella cellula tramite un altro meccanismo alterante il pH delle vescicole che trasportano il virus al proprio interno, e all’Eparina, che previene il danno acuto vascolare indotto dalla tempesta dell’infiammazione causata dal virus, e quindi la trombosi secondaria, copre in maniera completa infezione ed effetti dell’infezione sull’uomo”. E poiché la scienza non conosce muri e steccati ma solo ponti e collaborazioni, grazie all’interessamento di un medico marchigiano, lo studio in brevissimo tempo viene analizzato dal noto imprenditore e scienziato Francesco Bellini, laureato ad honorem Unicam, cofondatore della società canadese Biochem Pharma e presidente, tra le altre, della ViroChem Pharma, nonché membro del Consiglio di amministrazione di Montreal Heart Institute Foundation e Canada Science Technology & Innovation Council.
Dopo un attento studio ed analisi è nato il brevetto che, in tre giorni, è stato depositato negli USA (Washington DC) e che già è in fase di valutazione in vari nosocomi statunitensi e canadesi per una rapida applicazione. “Chiaramente è presto per poter dire se questa cura sarà efficace – ha dichiarato il Rettore Unicam Claudio Pettinari – ma ancora una volta sono ad esprimere grande soddisfazione, a nome dell’intera comunità universitaria, per questo ulteriore successo che conferma l’eccellenza della qualità della ricerca scientifica dell’Università di Camerino, riconosciuta anche a livello internazionale. In questa occasione la soddisfazione è ancora più grande perché abbiamo messo in campo le competenze dei nostri ricercatori per trovare soluzioni che siano a beneficio della salute pubblica mondiale. Mi complimento con il prof. Rossi, di cui apprezzo le ottime capacità di ricercatore e divulgatore. Come definito anche nel Piano Strategico di Ateneo 2018-2023, Unicam conferma l’intenzione di sostenere e sviluppare le attività dei gruppi di ricerca che operano nelle cinque Scuole di Ateneo, affinché riescano non solo ad inserirsi con più facilità nei programmi di finanziamento europei ed internazionali, ma perché producano innovazione da trasferire al mondo delle imprese e delle professioni. In questo caso la sinergia pubblico-privato ha dato subito eccellenti risultati ed ora attendiamo tutti fiduciosi l’esito della sperimentazione”.

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Per la cura del Covid-19: Plaquenil introvabile

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 aprile 2020

In piena emergenza sanitaria il farmaco che sembra dare buoni risultati nella cura del Covid – 19 c’è, ma non si trova. E da Farmacie Rurali d’Italia parte una lettera rivolta al Ministro della Salute Roberto Speranza: “Noi farmacisti delle aree rurali gli ultimi della lista, qui ne va della salute pubblica”. Non è questione di complesso dell’ultimo ma di salute e sul tema oggi si apre una riflessione profonda che parla di disorganizzazione, azioni poco ponderate e, forse, di una pericolosa tendenza all’automedicazione. L’ultima comunicazione della casa produttrice infittisce il mistero perché assicura che il prodotto non è carente, ma di fatto nei banchi delle farmacie non se ne vede l’ombra da settimane e la situazione pesa, sopratutto, nelle zone disagiate.“Il Plaquenil è un farmaco utilizzato da quarant’anni nella cura della malaria e dell’artrite reumatoide – spiegano i farmacisti del gruppo Farmacie Rurali d’Italia -, di recente si è confermata la sua utilità all’interno delle terapie somministrate ai pazienti positivi al Covid – 19, questo perché è un potente antinfiammatorio. Se davvero aiuta a fermare l’evolversi della malattia allora è necessario permettere subito ai medici di medicina generale di prescriverlo e alle farmacie di venderlo. Vogliamo chiarezza e vogliamo capire cosa sta succedendo”. Per le aree rurali, dove le distanze pesano più che in città e in tempi di Covid sono un ostacolo alle misure preventive, la somministrazione attraverso la medicina di territorio significa evitare alle persone due ore di auto per raggiungere un ospedale, per esempio.La sensazione è che, ancora una volta, si navighi a vista. “Non c’è chiarezza – concludono -, così come è mancata una normativa unica per la distribuzione delle mascherine e dei farmaci così in questo caso non si sta affrontando la questione di petto e con ordine”.

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Castelli: “Cura Italia prima misura, per interventi immediati”

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Roma. “Il Decreto Cura Italia è una prima misura, serviva per intervenire immediatamente in una situazione di emergenza, e lo abbiamo fatto su alcuni capi saldi. Il primo riguardo la sanità, dove abbiamo previsto l’assunzione di medici, infermieri e di personale tecnico e di biologi. In questi anni in cui noi siamo al Governo abbiamo sempre aggiunto fondi alla sanità, purtroppo nei dieci anni precedenti erano stati tagliati. Ma siamo in una situazione in cui servivano molte più risorse, e le abbiamo messe.
Abbiamo stanziato più soldi per la Protezione Civile, che sta gestendo l’emergenza ed a cui va tutto il nostro supporto. Ed abbiamo inserito alcune norme relative alla produzione di materiale sanitario, per fare anche in modo che la burocrazia non rallentasse la produzione.E poi c’è la parte del lavoro e quella per garantire liquidità alle imprese. L’idea è che nessuno debba perdere il proprio lavoro per colpa del coronavirus. Per questo abbiamo messo a disposizione risorse per la Cassa Integrazione, così l’impresa, in questo momento di stop, potrà riprogrammare senza lasciare a casa i lavoratori. Ed abbiamo previsto una serie di altre misure per i lavoratori atipici, le partite iva, gli stagionali”. Lo ha detto il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, durante una diretta Facebook con il Deputato Questore Francesco D’Uva.

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“Il decreto legge ‘Cura Italia’ contiene misure buone ma non ancora sufficienti”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 marzo 2020

“Per rispondere alla grave crisi sanitaria ed economica scatenata dal Coronavirus ci vuole un maggiore impegno. Al momento, in attesa del testo definitivo del decreto, siamo soddisfatti del fatto che il governo abbia ascoltato la richiesta di Fratelli d’Italia di stanziare di più dei 7 miliardi originari, arrivando fino a 25 miliardi, grazie allo scostamento di Bilancio votato nei giorni scorsi in Aula. Sospensione dei tributi, interventi su mutui, affitti, cartelle esattoriali, misure per sostenere il sistema sanitario, sono tutte proposte avanzate da Fratelli d’Italia e che sono contenute nel dl Cura Italia. Dispiace non vedere ulteriori misure che potrebbero favorire le imprese, i lavoratori autonomi e le famiglie. Aspetteremo l’arrivo del decreto Legge in Parlamento per poter fare le nostre proposte in senso migliorativo”. Lo dichiara il senatore Nicola Calandrini, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Bilancio.

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Valorizzare le invenzioni di un IRCCS per migliorare i livelli di cura

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 gennaio 2020

E’ ottimo il posizionamento dell’Italia nella produzione d’innovazione scientifica, basti pensare che il nostro paese è tra i primi dieci nel mondo per articoli scientifici pubblicati e per il loro impatto. Un risultato di assoluto rilievo se si confrontano i nostri investimenti in Ricerca con quelli di tante altre nazioni.* Il 20% degli studi clinici dell’ Unione Europea è svolto in Italia, il 37% del totale degli studi clinici è su farmaci biotech, e il 26% su farmaci orfani.Non è altrettanto positivo il posizionamento del nostro paese nella tutela della proprietà intellettuale in ambito scientifico, ed è addirittura scarso nella valorizzazione dei risultati della ricerca. Questo a causa di insufficiente tutela della proprietà intellettuale con prevalenza di brevetti solo italiani rispetto a domande brevettuali internazionali frutto per anni di una attività di valorizzazione statica, mancanza di cultura sul tema e norme anacronistiche.Valorizzare in chiave economica i risultati della ricerca scientifica e tecnologica per fornire le migliori strategie di cura ai pazienti è l’impegno costante e crescente degli IFO, in linea con il regolamento recentemente diffuso dal Ministero della Salute. Dal 2015, anno in cui è stato istituito l’Ufficio Trasferimento Tecnologico (UTT), si persegue con maggior determinazione e con regole condivise l’obiettivo di valorizzazione dei risultati attraverso contratti con enti pubblici e privati, potenziamento delle politiche brevettuali e capacità di sfruttare commercialmente l’attività di gestione e concessione delle licenze. L’UTT IFO dispone di un budget medio annuale di oltre 80.000 euro, genera risorse per l’ente, ricadute positive sull’assistenza sanitaria e migliora la gestione dei goal della ricerca da un punto di vista traslazionale, legale e commerciale. Negli anni 2017 – 2018 sono stati 7 i brevetti concessi e oltre una ventina il numero di accordi di riservatezza, di partnership tra istruzioni diverse per la gestione della co-titolarità di brevetto e per il trasferimento di materiali.
Diffondere una cultura imprenditoriale della ricerca e sostenere le iniziative di spin-off è proprio tra le mission di un istituto di ricerca. Il meeting di oggi all’IFO “Trasferimento Tecnologico e Valorizzazione della Ricerca”, è stato un confronto costruttivo tra enti di ricerca, istituzioni e gestori di strumenti utili per questa attività.
Al Regina Elena tra i casi di best practices in ambito di tutela della proprietà intellettuale, ricordiamo la recente scoperta del ruolo chiave nella resistenza alle terapie contro il melanoma, dei microRNA, rintracciati nel sangue umano attraverso la biopsia liquida. Ricercatori del Regina Elena hanno, inoltre, recentemente identificato un gruppo di RNA circolari (circRNA) in cellule di carcinoma mammario sempre grazie alla biopsia liquida. Anche queste molecole rappresentano potenziali biomarcatori non invasivi, estremamente interessanti e utili per identificare i pazienti ad alto rischio di progressione di malattia. Un importante brevetto dei ricercatori del San Gallicano aiuta a combattere le infezioni ospedaliere: una piattaforma diagnostica misura in modo rapido la produzione di biofilm da batteri isolati, informazioni essenziali per una scelta terapeutica mirata, perché identifica il tipo di antibiotico più efficace per colpire il biofilm microbico.

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Ostacoli imprevisti nei percorsi di cura

Posted by fidest press agency su domenica, 12 gennaio 2020

La Fondazione per la Medicina Personalizzata FMP, ha promosso una campagna di informazione, che nasce dall’osservazione della pratica clinica sulla rabbia nei pazienti oncologici. Per il prof. Paolo Marchetti – Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata e direttore dell’ Oncologia Medica B Policlinico Umberto I, professore ordinario di Oncologia Medica alla Sapienza e già direttore del reparto di Oncologia Medica dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma – gli ostacoli presenti nei percorsi di cura rappresentano dei muri spesso insormontabili, la diagnosi di una malattia oncologica influenza in molti modi la vita di una persona, annulla in un momento il progetto di vita. Tra le reazioni più comuni ci sono shock, negazione, depressione, ansia e rabbia.Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli il tema della rabbia sta prendendo sempre più dimensione nelle attività mediche in generale. Viviamo nell’età della rabbia, in una società difficile che genera stimoli continui e frustrazioni, dove i criteri sono quelli del successo, del benessere, dell’essere in forma. Per Alberto Castelvecchi, esperto in comunicazione e docente alla Luiss, è molto importante l’empatia tra medico e paziente, in modo da trasformare la rabbia, in volontà di combattere e il medico in alleato.

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L’arte che cura

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 novembre 2019

Milano Martedì 19 novembre dalle ore 17.15 alle ore 18.30 Spazio culturale Imbonati11 – via Carlo Imbonati 11 Durante la presentazione Oliviero Rossi – psicologo, psicoterapeuta, direttore della scuola di Artiterapie e docente invitato dell’Università Antonianum di Roma – presenterà la struttura del corso e proporrà ai presenti una breve esperienza pratica, per fare “toccare con mano” di cosa si tratta, e quanto possa essere efficace e utile l’uso della mediazione artistica.Requisito indispensabile per l’iscrizione al corso triennale è il possesso di una laurea triennale o un titolo equipollente.Cos’è l’arte terapia? L’Arte terapia è una disciplina che utilizza gli strumenti dell’arte nella relazione di cura. In altre parole, invece di utilizzare le parole, l’arte terapeuta costruisce un canale comunicativo tramite varie discipline artistiche (video, scrittura, teatro, pittura, movimento) aiutando in questo modo le persone ad esprimere vissuti ed emozioni, e quindi a ricontattare e sviluppare le proprie risorse e potenzialità nella direzione della crescita personale e del benessere. Si può lavorare negli ospedali, nella scuola, nelle comunità realizzando progetti orientati alla crescita della consapevolezza, al problem solving, all’implementazione della resilienza, per arrivare fino al lavoro con bambini ed adolescenti
La formazione dura 3 anni, e tratta varie discipline fondamentali tra cui videoterapia, fototerapia, land art, collage, fumetto, teatro, fototerapia, body painting, autoritratto, utilizzo della poesia nella relazione di cura.Il corso avrà una durata di 1200 ore complessive e consentirà di conseguire, al termine dei tre anni, il Diploma di Formazione in Arte terapia come previsto dalla norma UNI 11592. E’ organizzato come un master, le lezioni si svolgeranno in 8 weekend (sabato e domenica) di 15 ore ciascuno e un residenziale intensivo (4 giorni) di 30 ore, per un totale, nel triennio, di 450 ore di lezioni frontali e laboratori. La supervisione, il tirocinio, e lo studio individuale completano il monte ore dell’intero percorso formativo.I corsi professionalizzanti di Nuove Arti Terapie sono organizzati secondo gli standard UNI. La scuola è riconosciuta da Apisat (Associazione Professionale Italiana Sviluppo Arti Terapie).

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Cellule staminali per la cura di gravi patologie

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 ottobre 2019

A poco più di 30 anni dal primo trapianto di sangue cordonale, la sua efficacia nel trattamento di numerose patologie, di cui molte infantili, è dimostrata da un numero crescente di studi scientifici e clinici. Sono più di 40.000 i trapianti di sangue cordonale eseguiti. Risultati molto promettenti si sono raggiunti, per esempio, nel trattamento dell’autismo e delle paralisi cerebrali, gravi patologie neurologiche per le quali fino ad oggi non esistevano cure alternative efficaci. Due settimane fa alla conferenza Cord Blood Connect a Miami medici, ricercatori e banche del cordone ombelicale hanno discusso degli ultimi risultati raggiunti. Il messaggio che è emerso è chiaro e forte: ogni genitore dovrebbe considerare di donare o conservare il cordone ombelicale del proprio figlio alla nascita.Alla luce di queste importanti applicazioni terapeutiche, poter usufruire delle opportunità offerte dalla crioconservazione delle cellule staminali cordonali è cruciale. Purtroppo, ancora oggi in Italia il cordone ombelicale viene buttato via con gli scarti ospedalieri nel 95% dei casi. Ciò significa che meno di un genitore italiano su 10 prende in considerazione l’opportunità di conservare questo prezioso materiale biologico. Eppure, esiste una risoluzione firmata dal Parlamento Europeo già nel 2012 sulla donazione volontaria di tessuti e cellule che sancisce che i cittadini debbano essere informati di tutte le opzioni esistenti relative alla donazione del sangue cordonale alla nascita inclusa la conservazione in banche private o pubbliche, con un invito agli Stati membri a migliorare la tutela dei diritti dei genitori al consenso informato e alla libertà di scelta.
Il gruppo FamiCord – banca leader in Europa nella conservazione del cordone ombelicale e delle cellule staminali cordonali con esperienza pluridecennale – è impegnato in prima linea su questo fronte. “Siamo fermamente convinti dell’importanza di promuovere un maggiore accesso alla conservazione o alla donazione del sangue cordonale, alla luce delle crescenti evidenze scientifiche che ne attestano i potenziali benefici terapeutici per la salute della famiglia. Riteniamo che un’alleanza tra pubblico e privato sia essenziale per poter mettere al servizio dei genitori italiani che vogliono avvalersi di questa importante opzione le migliori soluzioni di crioconservazione.” – afferma Tomasz Baran, medico e membro del Consiglio di Amministrazione di FamiCord Group.Oggi la valenza di questa scelta e la sicurezza e affidabilità delle banche del cordone ombelicale sono però al centro di crescenti polemiche e speculazioni. “FamiCord ha avuto da Cryo-Save AG l’incarico di stoccare nei propri laboratori in Polonia, che rispettano i più elevati e rigorosi standard di qualità, circa 300mila campioni da tutta Europa, di cui alcune migliaia dall’Italia. Vogliamo quindi rassicurare queste famiglie che i loro campioni sono al sicuro. Sul nostro sito FamiCord.eu sono disponibili tutte le informazioni utili e un form attraverso il quale i genitori possono richiedere notizie specifiche del proprio campione” – spiega Tomasz Baran.L’invito a tutti coloro che hanno bisogno di avere informazioni sul proprio campione di cellule staminali cordonali è di compilare il form disponibile sul sito https://famicord.eu/contact-with-famicord. FamiCord contatterà tutti coloro che avranno compilato il form per fornirgli tutte le informazioni riguardanti il proprio campione.

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Si inaugura a Venezia una scuola per curare il dolore cronico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 settembre 2019

Il dolore cronico è considerato ormai come una malattia vera e propria che comporta grave disabilità e richiede competenze specifiche: per questo, la scuola è destinata a medici specialisti. Le lezioni si svolgeranno presso l’Ospedale San Raffaele Arcangelo Fatebenefratelli nascono sotto l’egida della Società europea del dolore (EFIC), che ispira altri corsi universitari in Europa (Klagenfurt, Cracovia e Maribor-Liverpool). A Venezia ci si occuperà di dolore neuropatico (sciatalgie, diabete, ictus e lesioni spinali, ecc.). L’iniziativa è promossa e coordinata dal professor Roberto Casale, neurologo con una lunga esperienza alla guida di diverse unità operative ospedaliere e nella ricerca. Oggi opera con Opusmedica, che è un network di ricerca.
Il dolore neuropatico cronico. «Il dolore neuropatico cronico – precisa Casale – è un dolore che viene generato da una lesione come traumi (un incidente, un taglio, ecc), compressioni (tutte le cosidette sindromi compressive come il tunnel carpale, l’ernia del disco, il neuroma di Morton del piede eco…) e malattie del sistema nervoso come le polineuropatie (diabete, insufficienza renale, intossicazioni, ecc) o malattie ancora più severe come quelle riscontrate nell’emiplegia e nella paraplegia. Tra questi dolori da lesione del sistema nervoso centrale c’è il dolore nel Parkinson, nell’emiplegico e nel paraplegico. Infine, perché assai difficili da diagnosticare correttamente, i vanno ricordati dolori nel demente». Il più moderno concetto di terapia si basa sulla definizione di dolore cronico come una patologia che ha meccanismi differenti da quelli del dolore acuto. «Non è detto quindi che un farmaco che funzioni per il mal di denti funzioni in un dolore cronico come nella neuropatia diabetica – osserva lo specialista -. Si utilizzano quindi farmaci che a volte possono confondere il paziente poiché si usano oltre agli antinfiammatori e agli oppiati anche antidepressivi o antiepilettici anche se il paziente non è ne depresso ne ha problemi di epilessia.La scelta del farmaco è quindi delicata e ci si deve affidare solo ad esperti di medicina del dolore». La riabilitazione. In questo scenario terapeutico non deve mancare la riabilitazione «poiché non basta togliere, anche parzialmente, il dolore se poi il paziente non riesce ad andare a fare la spesa o a comprare il giornale per la disabilità conseguente al dolore. Ne consegue che la terapia del dolore deve prevedere una presa in carico globale del paziente nel più moderno concetto di un approccio bio-psico-sociale, che tenga conto quindi della componente biologica, del substrato psicologico in cui si trova un paziente con dolore cronico e le sue condizioni sociali» conclude Casale, ricordando in tal modo anche perché la scuola ha scelto l’Ospedale Fatebenefratelli di Venezia come propria sede.

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Una staffetta tra generazioni per curare la talassemia

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 giugno 2019

Dieci moduli di due giornate ciascuno, svolti nei migliori centri italiani per la cura della emoglobinopatie: è il percorso Masterclass che nel corso di due anni darà la possibilità a venti giovani medici, poco più che trentenni, di specializzarsi nel trattamento di queste patologie e di raccogliere il testimone dai medici esperti che hanno dedicato la loro vita lavorativa al perfezionamento delle soluzioni di cura per il paziente.
I medici, provenienti da tutta Italia e selezionati tra una rosa di oltre cinquanta candidati, hanno la possibilità di frequentare la prima Scuola di Alta formazione sulle Emoglobinopatie (Masterclass Management of Hemoglobinopathies) che ha ottenuto il patrocinio di SITE (Società Italiana Talassemie ed Emoglobinopatie), AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica) ed è realizzato con la collaborazione scientifica e didattica di SDA Bocconi. Il Masterclass, organizzato da Edra, è tenuto da una faculty di medici che operano nei migliori centri italiani per la cura delle emoglobinopatie oltre che da docenti di SDA Bocconi che hanno un expertise specifico in management sanitario. Ha reso possibile l’iniziativa Novartis, azienda farmaceutica protagonista nell’area della talassemia, patologia per la quale ha contribuito alle importanti evoluzioni delle terapie negli ultimi anni.
In sintesi, il percorso offre una formazione avanzata e specialistica nella prevenzione, nella diagnostica, nel trattamento e nella gestione delle emoglobinopatie, con un particolare focus sulla talassemia, malattia che in Italia (zona ad alta prevalenza) conta circa 6 mila pazienti colpiti dalle forme più severe e che ancora necessitano di trasfusioni; per questo risulta fondamentale un percorso multispecialistico e non frammentario per rispondere appieno alle necessità del paziente. Le emoglobinopatie, in particolare talassemie e l’anemia falciforme (Sickle Cell Disease), pur essendo classificate a livello europee come rare, costituiscono in Italia un gruppo rilevante di malattie, e rappresentano un capitolo importante e in espansione delle patologie ematologiche.
“È necessario un ricambio generazionale e per fare questo devono essere formati medici in grado di affrontare le nuove sfide del trattamento e di garantire una migliore qualità di vita ai pazienti, sia quelli pediatrici, sia quelli adulti, per i quali negli anni è migliorata la prognosi e aumentata la sopravvivenza – precisa la professoressa Maria Domenica Capellini -. Nel primo modulo si parlerà delle basi genetiche e fisiopatologiche della malattia ma anche di diagnostica pratica in laboratorio e molecolare e delle principali forme cliniche di emoglobinopatie”. “In Italia 10mila persone soffrono di emoglobinopatie e circa il 10% della popolazione italiana è portatrice sana di anomalie dell’emoglobina. La problematica nel nostro Paese ci sarà sempre e quindi dobbiamo essere sempre meglio preparati ad affrontarla – dice il dottor Gian Luca Forni -. Questa cultura che comprende prevenzione, diagnosi e cura già all’avanguardia in Italia, va portata avanti e trasmessa a una nuova generazione di specialisti”.
Valore aggiunto del Masterclass è la partecipazione dei docenti di SDA Bocconi. Durante il terzo modulo, previsto per settembre, si parlerà di “Processo di budget e indicatori sanitari”. La professoressa Erika Mallarini di SDA Bocconi ricorda infatti quanto sia importante per i medici, nella gestione del paziente, “avere un’organizzazione e tecnologie di tipo manageriale per coordinare i soggetti e per gestire al meglio le risorse necessarie a offrire miglior servizio e maggiore qualità di cure”.
“Novartis è presente nel settore delle emoglobinopatie da decine di anni, periodo nel quale è aumentata, fortunatamente, la sopravvivenza dei pazienti, grazie all’eccellente lavoro dei clinici e grazie alla presenza, in Italia, di grandi scuole che si occupano di queste patologie – conclude il General Manager Oncology di Novartis Italia, dottore Luigi Boano”.

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I tumori curati con la chirurgia

Posted by fidest press agency su martedì, 18 giugno 2019

Roma, 21 giugno 2019, ore 10.30-13 Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani (Via della Dogana Vecchia 29) più del 50% dei casi di tumore può essere curato solo con la chirurgia. La letteratura scientifica ha stabilito gli standard relativi al numero di interventi che ogni ospedale dovrebbe eseguire all’anno nelle diverse forme di cancro. Ad esempio, almeno 50-70 operazioni per il carcinoma del polmone, almeno 50 per il pancreas e 20-30 per lo stomaco. È dimostrata la stretta correlazione tra il volume di procedure chirurgiche oncologiche effettuate ogni anno e l’esito delle cure. E sempre più pazienti chiedono informazioni sui luoghi di cura. Quali ospedali eseguono il numero adeguato di interventi in neoplasie frequenti come quelle alla mammella, al polmone e allo stomaco? In quali Regioni si trovano i centri che soddisfano gli standard minimi richiesti per la chirurgia del cancro pancreas o dell’ovaio? Sono alcune delle domande a cui risponde il progetto “Dove mi curo, come mi curo” di Fondazione AIOM. Per illustrare i contenuti dell’iniziativa, Fondazione AIOM organizza venerdì 21 giugno(ore 10.30-13) a Roma (Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia 29) un convegno nazionale in cui interverranno, fra gli altri, Fabrizio Nicolis (presidente Fondazione AIOM), Alessandro Gronchi (Presidente Eletto SICO, Società Italiana di Chirurgia Oncologica), Maria Chiara Corti (Coordinatore delle Attività del Programma Nazionale Esiti di AGENAS), Flavia Petrini (Presidente SIAARTI, Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) e Alessio Piredda (FNOPI, Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche).

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Scoperto “per caso” il ruolo di alcuni recettori nella cura dei linfomi

Posted by fidest press agency su sabato, 15 giugno 2019

Per creare cure su misura contro i linfomi, i ricercatori sono impegnati a capire perché la stessa terapia su un malato funziona bene, su un altro meno, su un terzo per nulla. Questione di geni, ma non solo: serve andare oltre, capire quali recettori sono “espressi” dalle cellule del nostro sistema immunitario, perché il successo delle cure dipende in gran parte da loro. Josée Golay – una vita dedicata a indagare come funzionano gli anticorpi monoclonali usati attualmente come farmaci per la cura di linfomi e altri tipi di tumore – ha fornito per la prima volta alla comunità internazionale dei ricercatori un’informazione importante, grazie a una scoperta inaspettata.“Durante gli studi arruoliamo volontari sani disposti a sottoporsi a un semplice prelievo di sangue per studiare l’interazione degli anticorpi terapeutici con il nostro sistema immunitario. Uno di loro, come abbiamo scoperto successivamente, aveva una caratteristica molto rara: era un donatore “nullo”: non esprime cioè un particolare recettore del sistema immune, chiamato CD16B, normalmente espresso dai neutrofili, un importante tipo cellulare del sistema immune – spiega Golay -. Questi donatori sani sono rarissimi. In questo modo abbiamo capito che alcuni effetti degli anticorpi in vitro non erano dovuti al CD16B ma a un altro recettore simile, il CD16A, che solitamente non viene preso in considerazione. Invece ora sappiamo che ha un effetto importante nella risposta del paziente a uno dei farmaci più utilizzati contro i linfomi”.scoperta è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista dell’American Society of Hematology, Blood, con un commento del Prof. Ronald Taylor dell’Università della Virginia, Stati Uniti. Il ruolo di questi recettori, infatti, apre nuovi scenari non solo in campo ematologico, ma in tutte le ricerche in cui il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale, ad esempio negli studi dedicati alle patologie autoimmuni dove i neutrofili hanno un’attività.Alla scoperta ha lavorato un gruppo tutto “bergamasco” che ha riunito ricercatori del Centro di Terapia Cellulare “Gilberto Lanzani” dell’ASST Papa Giovanni XXIII, dell’Associazione Italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma (AIL) – sezione Paolo Belli di Bergamo, che ha fondato e sostenuto il Centro di Terapia Cellulare fin dal 2003, e della FROM, Fondazione nata da una costola dell’ospedale di Bergamo e oggi importante centro di ricerca presieduto da Alberto Bombassei, patron di Brembo spa e del Kilometro Rosso. Fra i colleghi che con Golay hanno firmato il lavoro vi sono Martino Introna, Rut Valgardsdottir, Gerta Musaraj, Damiano Giupponi e Orietta Spinelli. La ricerca ha goduto del supporto di AIRC, Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

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Sistemi di cura per l’ictus: pubblicate le nuove raccomandazioni Usa

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Perfezionare i sistemi di cura per l’ictus è necessario affinché i progressi scientifici si traducano in migliori esiti clinici dei pazienti. A sostenerlo è il nuovo policy statement dell’American Stroke Association (ASA) pubblicato su Stroke, che arriva in seguito agli sviluppi dell’ultimo decennio in merito a terapia endovascolare, cure neurocritiche e certificazione dei centri per l’ictus, e all’avvento del telestroke e delle unità mobili per l’ictus. Con il nuovo statement, rilasciato durante il National Emergency Medical Services Week, l’ASA aggiorna le raccomandazioni presenti nella precedente pubblicazione (2005) allo scopo di aiutare i responsabili delle politiche e la sanità pubblica a raggiungere un rinnovo continuo dei sistemi di cura per l’ictus. «Queste raccomandazioni riflettono i tanti progressi fatti e cosa ancora deve essere realizzato per massimizzare gli esiti dei pazienti nella cura dell’ictus acuto» afferma Opeolu Adeoye, della University of Cincinnati negli Stati Uniti. Tra queste troviamo la scelta dell’ospedale. In caso di paziente con sospetto ictus grave, le unità di emergenza devono prendere in considerazione la possibilità di allungare fino a 15 minuti il tragitto per raggiungere un ospedale che possa realizzare la trombectomia endovascolare, procedura che, insieme alla somministrazione di ateplase, deve essere eseguita rapidamente, ma che non tutti gli ospedali forniscono. Si raccomanda l’attuazione di programmi di educazione pubblica, soprattutto per le popolazioni ispaniche e di colore che sembrano avere minore conoscenza delle cause e dei sintomi dell’ictus e quindi meno possibilità di beneficiare dei servizi di emergenza. Agenzie governative, pronto soccorso, medici ed esperti dovrebbero collaborare allo sviluppo di protocolli di triage per far sì che l’ictus sia rapidamente identificato. Inoltre, la prevenzione secondaria dei pazienti dovrebbe essere sostenuta dai centri certificati e la riabilitazione dovrebbe comprendere cure primarie e servizi specializzati, come la fisioterapia. Infine, si raccomanda l’attuazione di politiche federali e statali che permettano a tutti i pazienti di ricevere tempestivamente le cure adeguate e di avere facile accesso alle risorse di prevenzione e riabilitazione. «I responsabili politici dovranno identificare il modo migliore per creare sistemi locali/regionali che massimizzano il triage e la cura di tutti i pazienti con ictus sospetto» afferma Robert Harrington della Stanford University (USA) in un editoriale correlato. (fonte: Stroke. 2019. doi:10.1161/STR.0000000000000173. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31104615 by Doctor33)

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