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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘cura’

Una staffetta tra generazioni per curare la talassemia

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 giugno 2019

Dieci moduli di due giornate ciascuno, svolti nei migliori centri italiani per la cura della emoglobinopatie: è il percorso Masterclass che nel corso di due anni darà la possibilità a venti giovani medici, poco più che trentenni, di specializzarsi nel trattamento di queste patologie e di raccogliere il testimone dai medici esperti che hanno dedicato la loro vita lavorativa al perfezionamento delle soluzioni di cura per il paziente.
I medici, provenienti da tutta Italia e selezionati tra una rosa di oltre cinquanta candidati, hanno la possibilità di frequentare la prima Scuola di Alta formazione sulle Emoglobinopatie (Masterclass Management of Hemoglobinopathies) che ha ottenuto il patrocinio di SITE (Società Italiana Talassemie ed Emoglobinopatie), AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica) ed è realizzato con la collaborazione scientifica e didattica di SDA Bocconi. Il Masterclass, organizzato da Edra, è tenuto da una faculty di medici che operano nei migliori centri italiani per la cura delle emoglobinopatie oltre che da docenti di SDA Bocconi che hanno un expertise specifico in management sanitario. Ha reso possibile l’iniziativa Novartis, azienda farmaceutica protagonista nell’area della talassemia, patologia per la quale ha contribuito alle importanti evoluzioni delle terapie negli ultimi anni.
In sintesi, il percorso offre una formazione avanzata e specialistica nella prevenzione, nella diagnostica, nel trattamento e nella gestione delle emoglobinopatie, con un particolare focus sulla talassemia, malattia che in Italia (zona ad alta prevalenza) conta circa 6 mila pazienti colpiti dalle forme più severe e che ancora necessitano di trasfusioni; per questo risulta fondamentale un percorso multispecialistico e non frammentario per rispondere appieno alle necessità del paziente. Le emoglobinopatie, in particolare talassemie e l’anemia falciforme (Sickle Cell Disease), pur essendo classificate a livello europee come rare, costituiscono in Italia un gruppo rilevante di malattie, e rappresentano un capitolo importante e in espansione delle patologie ematologiche.
“È necessario un ricambio generazionale e per fare questo devono essere formati medici in grado di affrontare le nuove sfide del trattamento e di garantire una migliore qualità di vita ai pazienti, sia quelli pediatrici, sia quelli adulti, per i quali negli anni è migliorata la prognosi e aumentata la sopravvivenza – precisa la professoressa Maria Domenica Capellini -. Nel primo modulo si parlerà delle basi genetiche e fisiopatologiche della malattia ma anche di diagnostica pratica in laboratorio e molecolare e delle principali forme cliniche di emoglobinopatie”. “In Italia 10mila persone soffrono di emoglobinopatie e circa il 10% della popolazione italiana è portatrice sana di anomalie dell’emoglobina. La problematica nel nostro Paese ci sarà sempre e quindi dobbiamo essere sempre meglio preparati ad affrontarla – dice il dottor Gian Luca Forni -. Questa cultura che comprende prevenzione, diagnosi e cura già all’avanguardia in Italia, va portata avanti e trasmessa a una nuova generazione di specialisti”.
Valore aggiunto del Masterclass è la partecipazione dei docenti di SDA Bocconi. Durante il terzo modulo, previsto per settembre, si parlerà di “Processo di budget e indicatori sanitari”. La professoressa Erika Mallarini di SDA Bocconi ricorda infatti quanto sia importante per i medici, nella gestione del paziente, “avere un’organizzazione e tecnologie di tipo manageriale per coordinare i soggetti e per gestire al meglio le risorse necessarie a offrire miglior servizio e maggiore qualità di cure”.
“Novartis è presente nel settore delle emoglobinopatie da decine di anni, periodo nel quale è aumentata, fortunatamente, la sopravvivenza dei pazienti, grazie all’eccellente lavoro dei clinici e grazie alla presenza, in Italia, di grandi scuole che si occupano di queste patologie – conclude il General Manager Oncology di Novartis Italia, dottore Luigi Boano”.

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I tumori curati con la chirurgia

Posted by fidest press agency su martedì, 18 giugno 2019

Roma, 21 giugno 2019, ore 10.30-13 Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani (Via della Dogana Vecchia 29) più del 50% dei casi di tumore può essere curato solo con la chirurgia. La letteratura scientifica ha stabilito gli standard relativi al numero di interventi che ogni ospedale dovrebbe eseguire all’anno nelle diverse forme di cancro. Ad esempio, almeno 50-70 operazioni per il carcinoma del polmone, almeno 50 per il pancreas e 20-30 per lo stomaco. È dimostrata la stretta correlazione tra il volume di procedure chirurgiche oncologiche effettuate ogni anno e l’esito delle cure. E sempre più pazienti chiedono informazioni sui luoghi di cura. Quali ospedali eseguono il numero adeguato di interventi in neoplasie frequenti come quelle alla mammella, al polmone e allo stomaco? In quali Regioni si trovano i centri che soddisfano gli standard minimi richiesti per la chirurgia del cancro pancreas o dell’ovaio? Sono alcune delle domande a cui risponde il progetto “Dove mi curo, come mi curo” di Fondazione AIOM. Per illustrare i contenuti dell’iniziativa, Fondazione AIOM organizza venerdì 21 giugno(ore 10.30-13) a Roma (Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia 29) un convegno nazionale in cui interverranno, fra gli altri, Fabrizio Nicolis (presidente Fondazione AIOM), Alessandro Gronchi (Presidente Eletto SICO, Società Italiana di Chirurgia Oncologica), Maria Chiara Corti (Coordinatore delle Attività del Programma Nazionale Esiti di AGENAS), Flavia Petrini (Presidente SIAARTI, Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) e Alessio Piredda (FNOPI, Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche).

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Scoperto “per caso” il ruolo di alcuni recettori nella cura dei linfomi

Posted by fidest press agency su sabato, 15 giugno 2019

Per creare cure su misura contro i linfomi, i ricercatori sono impegnati a capire perché la stessa terapia su un malato funziona bene, su un altro meno, su un terzo per nulla. Questione di geni, ma non solo: serve andare oltre, capire quali recettori sono “espressi” dalle cellule del nostro sistema immunitario, perché il successo delle cure dipende in gran parte da loro. Josée Golay – una vita dedicata a indagare come funzionano gli anticorpi monoclonali usati attualmente come farmaci per la cura di linfomi e altri tipi di tumore – ha fornito per la prima volta alla comunità internazionale dei ricercatori un’informazione importante, grazie a una scoperta inaspettata.“Durante gli studi arruoliamo volontari sani disposti a sottoporsi a un semplice prelievo di sangue per studiare l’interazione degli anticorpi terapeutici con il nostro sistema immunitario. Uno di loro, come abbiamo scoperto successivamente, aveva una caratteristica molto rara: era un donatore “nullo”: non esprime cioè un particolare recettore del sistema immune, chiamato CD16B, normalmente espresso dai neutrofili, un importante tipo cellulare del sistema immune – spiega Golay -. Questi donatori sani sono rarissimi. In questo modo abbiamo capito che alcuni effetti degli anticorpi in vitro non erano dovuti al CD16B ma a un altro recettore simile, il CD16A, che solitamente non viene preso in considerazione. Invece ora sappiamo che ha un effetto importante nella risposta del paziente a uno dei farmaci più utilizzati contro i linfomi”.scoperta è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista dell’American Society of Hematology, Blood, con un commento del Prof. Ronald Taylor dell’Università della Virginia, Stati Uniti. Il ruolo di questi recettori, infatti, apre nuovi scenari non solo in campo ematologico, ma in tutte le ricerche in cui il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale, ad esempio negli studi dedicati alle patologie autoimmuni dove i neutrofili hanno un’attività.Alla scoperta ha lavorato un gruppo tutto “bergamasco” che ha riunito ricercatori del Centro di Terapia Cellulare “Gilberto Lanzani” dell’ASST Papa Giovanni XXIII, dell’Associazione Italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma (AIL) – sezione Paolo Belli di Bergamo, che ha fondato e sostenuto il Centro di Terapia Cellulare fin dal 2003, e della FROM, Fondazione nata da una costola dell’ospedale di Bergamo e oggi importante centro di ricerca presieduto da Alberto Bombassei, patron di Brembo spa e del Kilometro Rosso. Fra i colleghi che con Golay hanno firmato il lavoro vi sono Martino Introna, Rut Valgardsdottir, Gerta Musaraj, Damiano Giupponi e Orietta Spinelli. La ricerca ha goduto del supporto di AIRC, Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

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Sistemi di cura per l’ictus: pubblicate le nuove raccomandazioni Usa

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Perfezionare i sistemi di cura per l’ictus è necessario affinché i progressi scientifici si traducano in migliori esiti clinici dei pazienti. A sostenerlo è il nuovo policy statement dell’American Stroke Association (ASA) pubblicato su Stroke, che arriva in seguito agli sviluppi dell’ultimo decennio in merito a terapia endovascolare, cure neurocritiche e certificazione dei centri per l’ictus, e all’avvento del telestroke e delle unità mobili per l’ictus. Con il nuovo statement, rilasciato durante il National Emergency Medical Services Week, l’ASA aggiorna le raccomandazioni presenti nella precedente pubblicazione (2005) allo scopo di aiutare i responsabili delle politiche e la sanità pubblica a raggiungere un rinnovo continuo dei sistemi di cura per l’ictus. «Queste raccomandazioni riflettono i tanti progressi fatti e cosa ancora deve essere realizzato per massimizzare gli esiti dei pazienti nella cura dell’ictus acuto» afferma Opeolu Adeoye, della University of Cincinnati negli Stati Uniti. Tra queste troviamo la scelta dell’ospedale. In caso di paziente con sospetto ictus grave, le unità di emergenza devono prendere in considerazione la possibilità di allungare fino a 15 minuti il tragitto per raggiungere un ospedale che possa realizzare la trombectomia endovascolare, procedura che, insieme alla somministrazione di ateplase, deve essere eseguita rapidamente, ma che non tutti gli ospedali forniscono. Si raccomanda l’attuazione di programmi di educazione pubblica, soprattutto per le popolazioni ispaniche e di colore che sembrano avere minore conoscenza delle cause e dei sintomi dell’ictus e quindi meno possibilità di beneficiare dei servizi di emergenza. Agenzie governative, pronto soccorso, medici ed esperti dovrebbero collaborare allo sviluppo di protocolli di triage per far sì che l’ictus sia rapidamente identificato. Inoltre, la prevenzione secondaria dei pazienti dovrebbe essere sostenuta dai centri certificati e la riabilitazione dovrebbe comprendere cure primarie e servizi specializzati, come la fisioterapia. Infine, si raccomanda l’attuazione di politiche federali e statali che permettano a tutti i pazienti di ricevere tempestivamente le cure adeguate e di avere facile accesso alle risorse di prevenzione e riabilitazione. «I responsabili politici dovranno identificare il modo migliore per creare sistemi locali/regionali che massimizzano il triage e la cura di tutti i pazienti con ictus sospetto» afferma Robert Harrington della Stanford University (USA) in un editoriale correlato. (fonte: Stroke. 2019. doi:10.1161/STR.0000000000000173. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31104615 by Doctor33)

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Smagliature: “Ecco come combatterle”

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 maggio 2019

Pur essendo un inestetismo largamente odiato, alle smagliature – o in termini tecnici atrofie dermo-epidermiche a strie – va riconosciuto un grande pregio: sono democratiche. Sono infatti in grado di avvicinare la più comune delle mortali agli angeli, in particolare a una delle Victoria’s Secret Angels, la modella Bella Hadid che durante il red carpet del Met Gala 2019 le ha esibite con un abito con oblò. Le smagliature sono il prezzo da pagare quando il nostro corpo affronta cambiamenti quali l’adolescenza, la gravidanza oppure un’importante perdita di peso, e, poiché largamente dipendenti da fattori ormonali, sono un problema prevalentemente femminile, anche se gli uomini non ne sono del tutto esenti. Ma una volta appurato che si tratta di una condizione comune rimane una domanda: è possibile trattarle? “Si tratta di vere e proprie cicatrici e come tali vanno trattate – spiega Veronica Manzoni, medico estetico, in occasione del 40° congresso della Società italiana di medicina estetica (SIME) in corso a Roma – le smagliature attraversano due fasi: inizialmente sono rosse e vengono dette striae rubrae, col passare del tempo diventano bianche e lucide, prendendo il nome di striae albae. La differenza principale, oltre al colore, è la vitalità del tessuto. Nella fase iniziale il tessuto è ancora vitale e quindi trattabile con successo, col passare del tempo assistiamo ad una inevitabile atrofia della smagliatura. Se si giunge a quel punto, l’inestetismo non è più reversibile, il medico estetico può solo attuare degli interventi che ne migliorino l’aspetto e ne riducano lo spessore”. In caso di comparsa di striae rubrae, rivolgersi a dei professionisti in tempo significa avere delle buone probabilità di farle scomparire. Ma anche sulle smagliature ormai bianche si possono avere dei margini di miglioramento, la parola chiave è ‘rivitalizzare’. “Intervenire sui bordi della smagliatura è l’unico modo per apportare dei cambiamenti significativi – continua Manzoni – al centro della smagliatura il tessuto è inerte, non reattivo. Per questo motivo trattamenti come la carbossiterapia, il needling e il laser vanno usati solo sui margini dell’inestetismo, dove le cellule possono ancora essere stimolate a produrre collagene. Dopo le sedute, qualsiasi metodica venga applicata, è molto importante un’idratazione profonda con prodotti specifici, che non solo riescano ad alleviare i sintomi dolorosi del trattamento delle smagliature, ma che rendano più efficaci i trattamenti, veicolando i fattori di crescita”. Insomma, il ‘fattore tempo’ è fondamentale contro le smagliature, ma ancora più fondamentale è metter in campo strategie di prevenzione “Le smagliature sono un’importante sfida in Medicina Estetica – afferma il professor Emanuele Bartoletti, presidente della SIME – Semplici da trattare quando ancora rosse, diventa molto difficile migliorarle quando schiarite e atrofiche. La prevenzione è fondamentale soprattutto nelle fasi di vita ‘a rischio’: il periodo puberale e la gravidanza. Seguire i consigli di un medico estetico dopo un check-up cutaneo può portare a scomparsa se in fase iniziale o ad un buon miglioramento se in fase più avanzata”. (By Veronica Manzoni)

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La cura delle malattie con i dispositivi laser e Tecar di ultima generazione

Posted by fidest press agency su sabato, 13 aprile 2019

Dalle ulcere cutanee e diabetiche, alle patologie della colonna vertebrale come ernie e lombosciatalgie, fino ad arrivare a lesioni del cavo orale e ai più comuni dolori articolari e muscolari, sono sempre più numerose le malattie che vengono curate con l’ausilio di dispositivi laser e Tecar di ultima generazione. Scenario clinico confermato da una recente ricerca pubblicata dalla Reuters, secondo cui il mercato mondiale della laser terapia raggiungerà il valore stimato di 1900 milioni di dollari entro il 2022, con una crescita annuale del 9,2% nel solo territorio americano. Sono proprio gli Stati Uniti infatti i protagonisti di questo settore, date l’elevata popolazione di pazienti, la spesa governativa che sostiene ricerca e sviluppo e l’ingente spesa sanitaria: basti pensare che, secondo il Centres for Disease Control and Prevention, nel 2016 quest’ultima rappresentava il 18% del PIL totale, pari a circa 3,2 trilioni di dollari. E proprio all’enorme mercato degli Stati Uniti punta Mectronic, azienda italiana ed eccellenza del Made in Italy con sede a Grassobbio (BG) che ha ottenuto per i suoi dispositivi di tecar e laser terapia l’approvazione della Food and Drug Administration, l’ente governativo che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, sanitari e farmaceutici. Theal Therapy e Doctor Tecar costituiscono la punta di diamante di questo progetto di sviluppo nel mercato americano, che segna una nuova svolta per la strategia commerciale di espansione internazionale di Mectronic. I prodotti saranno venduti e distribuiti all’interno del mercato statunitense dal partner commerciale Luna America, che proporrà sul mercato americano le tecnologie dei prodotti iLux XP, iLux Light e Doctor Tecar.
Acronimo dell’inglese “Temperature controlled High Energy Adjustable multi-mode emission Laser”, Theal Therapy è una terapia innovativa e brevettata, basata su un’avanzata tecnologia laser fino a 8 lunghezze d’onda ad emissione ed energia modulata e termo-controllata, che consente di massimizzare gli effetti terapeutici in totale sicurezza inducendo, fin dalla prima seduta, un’intensa riduzione del dolore e la ripresa della mobilità. La terapia sfrutta diverse lunghezze d’onda che si possono dosare tra di loro in modo tale da ottenere il mix perfetto per una determinata patologia e per un determinato paziente, adattando il trattamento in base ai parametri fisiologici come età, dolore, fototipo e tipologia di tessuto, migliorando notevolmente le performance terapeutiche e riducendo i tempi di recupero. Di forte impatto è anche la Tecar Terapia, un metodo di Trasferimento Energetico CApacitivo e Resistivo in grado di stimolare il passaggio di energia nei tessuti biologici e di attivare i naturali processi di riparazione e di recupero. Doctor Tecar opera su più fronti, agendo direttamente a livello cellulare provocando diversi effetti: biostimolante, antalgico, antinfiammatorio, antiedemigeno e decontratturante. (by Matteo Gavioli)

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Cuore: svolta storica per la cura della stenosi aortica

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 marzo 2019

Un passaggio epocale per la cardiologia interventistica e per milioni di persone in tutto il mondo che, in caso di stenosi aortica, grazie alla TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation), non dovranno più sottoporsi a un intervento a cuore aperto. L’annuncio al Congresso dell’American College of Cardiology in corso a New Orleans, dove sono stati presentati i risultati di due importanti studi clinici. “Si tratta di una notizia che cambierà la storia della nostra disciplina – annuncia Giuseppe Tarantini, Presidente GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica), Professore Associato e Direttore dell’UOSD Cardiologia interventistica del Dipartimento di Scienze Cardiologiche, Toraciche e Vascolari del Policlinico Universitario di Padova -. I due maggiori trials randomizzati di confronto fra TAVI e sostituzione valvolare aortica chirurgica nel paziente a basso rischio, sono andati ben oltre le aspettative. Non solo la TAVI ha raggiunto la non-inferiorità rispetto alla sostituzione valvolare chirurgica in termini di mortalità ed incidenza di ictus cerebrale, ma in uno studio si è dimostrata superiore alla chirurgia per quanto riguarda l’incidenza di morte, ictus, re-ospedalizzazione ad un anno. Sarà una rivoluzione per il percorso terapeutico della stragrande maggioranza dei pazienti affetti da stenosi valvolare aortica, il cui trattamento sarà sempre più appannaggio della cardiologia interventistica”. “La TAVI è una tecnica mini-invasiva assai innovativa – spiega il cardiologo interventista – eseguita senza aprire il torace e fermare il cuore, nel trattamento dei pazienti affetti da stenosi aortica. Si tratta di una malattia che insieme ad altre disfunzioni delle valvole cardiache, colpisce oltre un milione di italiani e ben il 10% degli over 65. È la più frequente tra le alterazioni valvolari: nel nostro Paese infatti la percentuale di popolazione in età avanzata, afflitta da restringimento o occlusione di tale giunzione è del 3,8%, mentre quella con stenosi severa, con indicazione all’intervento di sostituzione, è del 2%. In assenza di angina pectoris, sincope e scompenso cardiaco, la prognosi è relativamente benigna, ma con la comparsa dei sintomi si riduce drammaticamente l’aspettativa di vita, con una sopravvivenza media di 2-3 anni, in persone con angina o sincope, e di soli 1-2 anni in pazienti con scompenso cardiaco”.
Grande l’entusiasmo al congresso che si tiene in Lousiana (USA). Per il Dott. Robert Lederman, che dirige il Programma americano di ricerca interventistica di Cardiologia presso il National Heart, Lung and Blood Institute, non coinvolto negli studi e in alcun modo legato alle società che hanno sponsorizzato i dispositivi “i risultati sono stati notevoli”. “È un momento storico e tutti noi dovremmo ricordarlo come tale”, ha aggiunto Eugene Braunwald, cardiologo presso il Brigham and Women’s Hospital di Boston. “Se fossi un paziente con stenosi aortica, sceglierei di sottopormi a TAVI”, ha affermato il cardiochirurgo Gilbert Tang, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York.
“Questa è per tutti, cardiologi interventisti e pazienti, una rivoluzione che è superiore all’invenzione dello stent – conclude il Prof. Tarantini-. Cambieranno l’approccio alla malattia e gli standard di cura. In caso di stenosi aortica, ci si chiederà perché sottoporre i pazienti a un intervento chirurgico tradizionale, se abbiamo a disposizione la metodica TAVI”.

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Nasce l’alleanza per migliorare il percorso di cura

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 febbraio 2019

Roma Martedì 19 febbraio alle 11 (Hotel Nazionale, Piazza Montecitorio 131, Sala Cristallo) è prevista la conferenza stampa di presentazione di All.Can con gli interventi, tra gli altri, della senatrice Emilia Grazia De Biasi (Portavoce All.Can Italia), del prof. Gianni Amunni (Direttore Generale ISPRO, Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica), del prof. Paolo Marchetti (Direttore Oncologia Medica B del Policlinico Umberto I di Roma e Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza), della dott.ssa Antonella Cardone (European Cancer Patient Coalition), dell’Avv. Elisabetta Iannelli (Segretario Generale FAVO – Federazione Associazioni Volontariato in Oncologia) e della dott.ssa Nicoletta Cerana (ACTO – Alleanza contro il Tumore Ovarico).

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Per una migliore presa in carico e cura del paziente oncologico

Posted by fidest press agency su sabato, 2 febbraio 2019

Recepito integralmente in una mozione presentata al Senato dal coordinatore dell’Intergruppo “Insieme contro il Cancro”, il Senatore Massimiliano Romeo, l’Accordo di legislatura siglato il 7 febbraio scorso dal progetto “La Salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” con i partiti politici candidati alle elezioni.
L’Accordo di legislatura è un documento in 15 punti – relativi a temi molto attuali dell’oncologia quali l’attuazione delle reti oncologiche e le Breast Unit, le disparità regionali in tema di accesso alle cure, i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) e i Centri di Accoglienza e Servizi per la presa in carico dei pazienti – che intende rappresentare un percorso ideale per la presa in carico e la cura del paziente oncologico all’interno del perimetro della sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale.«La presentazione di questa mozione ci fa ben sperare per il prosieguo della nostra attività – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e coordinatrice del progetto – l’Accordo di legislatura non deve essere un libro dei sogni ma un percorso concreto e realizzabile condiviso con tutte le forze politiche nazionali e regionali. Le 23 associazioni aderenti al nostro progetto hanno infatti ideato e scritto questo documento per dare una struttura portante e un contenuto strutturato al nostro costante dialogo con le Istituzioni».«Ho raccolto con favore questa iniziativa di confronto con le associazioni pazienti – spiega il Senatore Massimiliano Romeo – credo che la società civile e il mondo del volontariato possano davvero contribuire ad una più compiuta riflessione da parte della politica e delle istituzioni e, come coordinatore dell’Intergruppo “Insieme contro il cancro”, mi impegnerò con tutte le forze politiche per accrescere questi momenti di dialogo».

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Centralità del pediatra di libera scelta nella cura del bambino e dell’adolescente

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 gennaio 2019

Si chiede: il prolungamento dell’assistenza sanitaria pediatrica sino alla maggiore età, vantaggi derivanti dall’impiego di personale di studio, applicazione e rispetto delle norme contenute negli accordi collettivi nazionali come segno di affidabilità della controparte amministrativa e politica. Sono questi i principali spunti, e allo stesso tempo le richieste messe sul tavolo dai pediatri di famiglia, emersi dal convegno “I pediatri e le sfide del nuovo millennio: denatalità e organizzazione sanitaria”, organizzato dalla sezione regionale Puglia di Simpef – Sindacato Medici Pediatri di Famiglia nel weekend a Bari.
Durante i lavori, che hanno affrontato il tema denatalità e le sue ripercussioni sul sistema delle cure pediatriche, il dibattito tra pediatri di libera scelta, clinici, esperti e decisori politici regionali e nazionali ha fatto emergere alcune proposte che Rinaldo Missaglia, Segretario nazionale Simpef illustra. “In primo luogo – premette il Segretario – è opportuno ricordare come da anni non si sottoscrivono convenzioni rinnovate, nel senso di un adeguamento alle radicalmente mutate condizioni sociali e sanitarie dell’infanzia e dell’adolescenza, ma non solo. Intere parti di sostanza degli Accordi collettivi nazionali vigenti non sono ancora applicate o sono unilateralmente ed improvvidamente disattese dalle amministrazioni regionali. Inoltre, l’ultimo accordo, siglato pochi mesi fa, è scaduto il 31 dicembre; siamo nuovamente in una situazione di vacatio. Ed è per questo che, con grande senso di responsabilità civile oltre che professionale, ci rivolgiamo al rinnovato Comitato di Settore Sanità perché si attivi per avviare le procedure per la riapertura del tavolo di discussione, indicando a SISAC – Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati, nella sua eventualmente rinnovata composizione, di procedere alla relativa convocazione, quanto mai opportuna.”Venendo quindi alle proposte, Missaglia chiarisce: “È sotto gli occhi di tutti, la montante criticità della fase di vita adolescenziale, stretta tra un crescente complesso di inadeguatezza, ansia, ma anche de-responsabilizzazione delle figure adulte di riferimento, compresi i genitori, e stili e condizioni di vita inappropriati, dalla sedentarietà all’abuso di quanto le moderne tecnologie di comunicazione mettono a disposizione. In questa situazione, oggi il ragazzo è di fatto, assistenzialmente, ‘abbandonato a sé stesso’. Andrebbe accolta e perseguita la disponibilità dei pediatri di famiglia ad assicurare la propria competenza assistenziale a tutti gli assistibili, fino al compimento della maggiore età posta, sia scientificamente sia legalmente, al diciottesimo anno di vita. In questo modo si garantirebbero, in maniera appropriata, le cure necessarie in un’età socio-sanitariamente problematica.” Secondo il Segretario nazionale Simpef: “Sotto questo punto di vista, la figura e il ruolo del pediatra, considerato dalle famiglie un punto fermo nella cura e nell’assistenza, sono fondamentali e la nostra attività professionale dovrebbe essere sostenuta e ampliata. Occorrerebbe migliorare e rendere maggiormente efficiente la presa in carico dei piccoli assistibili, grazie soprattutto alla messa a loro disposizione di pediatri di libera scelta che possano avvalersi dell’opera di collaboratori di studio infermieristici ed amministrativi per lo svolgimento della propria attività professionale.” “Nel corso dell’incontro di Bari – conclude Missaglia – su questi temi sono stati sensibilizzati tanto rappresentanti della società civile, di authority a tutela dell’infanzia e adolescenza quanto autorevoli esponenti delle Istituzioni parlamentari, quali l’On. Francesca Galizia e il Sen. Ubaldo Pagano. Tutti hanno condiviso la necessità di approfondire queste problematiche al fine di ottenerne l’opportuna risoluzione. Ci auguriamo che alle parole seguano fatti concreti.”

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“Guardiamo gli uomini segnati dalla sofferenza nel coinvolgimento, nell’abbassamento, nella cura e nell’attenzione”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 dicembre 2018

Palermo. “In questo Natale il mio pensiero va innanzitutto, al Signore perché se non partiamo da Lui anche la comunità cristiana pensa distante da ciò che invece la connota. Se noi pensiamo come Chiesa il nostro essere nel mondo, a partire dall’incarnazione di Gesù, allora è chiaro che questo ci porta a guardare gli uomini, con gli occhi di Dio, lì dove c’è fragilità e una esigenza di pienezza di umanità”.Sono le parole dell’Arcivescovo, mons. Corrado Lorefice, alla vigilia del suo quarto Natale del Signore alla guida dell’Arcidiocesi di Palermo.“Se siamo uomini portiamo dentro il desiderio di una felicità, ma la convivenza umana ci porta alla sofferenza, a mancare delle cose essenziali, alla divisione e alla durezza della convivenza. E allora a partire da Gesù la prossimità, e soprattutto la Parola evangelica che ci fa pensare tra come uomini che creano un fermento di bene, solidarietà e di pace e allora guardiamo agli uomini e in modo particolare a quelli segnati dalla sofferenza come li guarda Gesù nel coinvolgimento, nell’abbassamento, nella cura e nell’attenzione. Il messaggio che arriva a Natale è un Dio che si incarna e chiede una Chiesa che continua a riconoscere Gesù nella carne degli uomini e soprattutto se segnata dalla sofferenza ed è questo l’augurio per la mia Chiesa e per ogni uomo perché possiamo insieme sempre di più costruire una convivenza umana nel segno della solidarietà, di parole belle, costruttive nella condivisione, perché abbiamo questa via, quella che ha segnato il Figlio di Dio venuto sulla terra, la via dell’altro, della prossimità per accorciare le distanze”.

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Chi meno ha più spende per curarsi

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 dicembre 2018

“L’identikit di chi acquista servizi sanitari privati è presto fatto: agli anziani over 60 sono imputabili oltre 23 miliardi di euro spesi per acquistare beni e prestazioni sanitarie private rispetto ai 40 miliardi complessivi, dei quali solo 5,8 miliardi “gestiti” (poco meno del 14,5%) da Polizze Sanitarie e Fondi Integrativi – spiega Marco Vecchietti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute, intervenuto al convegno “Reddito di Salute: il servizio universale della sanità integrativa”, organizzato a Roma dalla Fondazione Farefuturo, presso la sala del Refettorio della Camera dei Deputati, presentando un approfondimento dell’VIII Rapporto RBM-Censis 2018 -. Il costo medio pro capite sostenuto dagli anziani (1.356,23 euro annui) penalizzati da situazioni reddituali mediamente meno favorevoli, è più che doppio rispetto a quello registrato per tutti i cittadini. Un’altra fascia che acquista prestazioni sanitarie private è quella delle persone che convivono con una patologia cronica, ovvero quasi 1 italiano su 2. Il 58% delle cure acquistate privatamente, infatti, riguarda i malati cronici, il 15% le persone con patologie acute, per oltre il 12% i non autosufficienti/inabili. E ancora, proseguendo nell’identikit di chi paga di tasca propria per curarsi, osserviamo come la Spesa Sanitaria Privata interessi in prevalenza i redditi meno elevati. Si tratta di un fenomeno caratterizzato da un’importante regressività: il 32% della Spesa Sanitaria Privata, infatti, ha riguardato i cittadini con reddito compreso tra 35.000 e 60.000 euro annui, il 17,58% i redditi compresi tra 15.000 e 35.000 euro annui ed il 6,43% i redditi inferiori a 15.000 euro annui”.
A livello territoriale, la spesa sanitaria privata non risparmia le aree economicamente meno agiate: pagano di tasca propria le cure sanitarie il 26% dei cittadini del Sud e Isole, poco meno del 20% di quelli del Centro, poco più del 24% dei cittadini del Nord Est ed oltre il 30% di quelli del Nord Ovest. Inoltre, per quanto riguarda le visite specialistiche il maggior ricorso alla Sanità Privata si osserva al Sud e nelle Isole con una frequenza del 69,6% (scostamento +7,6% rispetto alla media). Ulteriore paradosso è che un lavoratore del Sud versa un’aliquota Irpef superiore a quella di un collega del Nord, ma la sua aspettativa di vita in buona salute è inferiore (57,3 anni in Campania contro i 65,5 di Trento, oltre 9 anni di divario secondo i dati presentati al Convegno OASI2018). Attualmente, nel nostro Paese le forme sanitarie integrative intermediano una spesa sanitaria pro capite di circa 95 euro, 5 volte meno che in Francia e 2 volte in meno che in UK. Tutto ciò a causa del mancato avvio di un Secondo Pilastro Sanitario a favore di tutta la popolazione (al momento riguarda solamente alcune fasce di lavoratori)”. Se da un lato, dunque, si accentuano le disuguaglianze in Italia anche in campo sanitario, dall’altro va evidenziato come il Servizio Sanitario Nazionale e il Secondo Pilastro Sanitario siano sempre più simili a due gemelli diversi che in mancanza di dialogo finiscono per penalizzare una larghissima fascia di utenti.

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Malattia di Lyme: se la conosci la curi

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

La malattia di Lyme è causata da un gruppo specifico di batteri trasmessi all’uomo tramite puntura di una zecca infetta. La malattia determina vari problemi clinici: dal tipico rash cutaneo (eritema migrante) al coinvolgimento sistemico che può causare artriti, problemi neurologici e cardiologici. La probabilità di essere morsi da zecche infette e contrarre la malattia di Lyme aumenta nelle aree erbose e boschive, ma anche nei parchi e nelle aree verdi urbane. In Italia i dati ufficiali sulla diffusione della malattia di Lyme sono limitati e non recenti: nel 2000 una circolare del Ministero della Salute riporta circa un migliaio di casi nel periodo 1992-1998. Le Regioni con il maggior numero di segnalazioni sono Friuli Venezia Giulia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna e la Provincia autonoma di Trento, mentre nelle Regioni centro-meridionali e insulari i casi segnalati sono rari. Recentemente, il Gruppo Italiano di Studio sulla Malattia di Lyme ha stimato che nel nostro Paese si verificano circa 500 nuovi casi ogni anno.Per aumentare la consapevolezza di medici, professionisti sanitari e pazienti sulla malattia di Lyme, la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), aggiornate nell’ottobre 2018, che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del nuovo Sistema Nazionale Linee Guida gestito dall’Istituto Superiore di Sanità.
Le linee guida NICE forniscono raccomandazioni relative alla diagnosi e alla terapia della malattia di Lyme: dai dati epidemiologici e clinici alla base di un adeguato sospetto clinico alle corrette modalità per la rimozione delle zecche; da un algoritmo per l’utilizzo dei test di laboratorio alla terapia antibiotica a cui la linea guida dedica particolare attenzione. Vengono infatti riportati in maniera molto dettagliata i numerosi schemi di trattamento per adulti e bambini, tenendo conto della assenza/presenza di disturbi focali: dal coinvolgimento dei nervi cranici o del sistema nervoso periferico a quello del sistema nervoso centrale, dall’interessamento articolare a quello cardiaco.
In particolare, se sospetto clinico è elevato non bisogna escludere la probabilità di malattia di Lyme sulla base di un’anamnesi negativa per esposizione a punture di zecca, peraltro non sempre visibili, o se i test di laboratorio sono negativi. Inoltre, se i sintomi persistono dopo due cicli completi di antibiotico, non bisogna prescrivere di routine ulteriori cicli. http://www.evidence.it/Lyme.

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“Curarsi nell’era digitale: generazioni a confronto”

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Milano martedì 13 novembre alle 10:45 presso la Diamond Tower (Piazza Lina Bo Bardi 3) presentazione della ricerca “Curarsi nell’era digitale: generazioni a confronto” commissionata da BNP Paribas Cardif e realizzata da Eumetra MR. Durante la mattinata, moderata da Nicoletta Carbone, giornalista esperta di salute di Radio 24, si parlerà di come è cambiato l’approccio alla salute e al benessere degli italiani.
Verranno svelati dati interessanti sul tema analizzando diversi aspetti, come la spesa medica e l’impatto economico, l’ipocondria, l’uso della tecnologia e del web, lo stato di salute e di benessere, la prevenzione, le fake news, i timori, il ruolo dell’assicurazione e tanto altro.Tutto questo mettendo a confronto le diverse generazioni e facendo emergere le differenze di genere.

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“Limiti e orizzonti nella cura”

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Riccione, 15/17 novembre 2018 Palazzo dei Congressi, Viale Virgilio, 17 Il fil rouge del XXV Congresso SICP – Società Italiana Cure Palliative è rappresentato dal tema “Limiti e orizzonti nella cura” che rappresentano due parole chiave per la filosofia che ispira l’operato delle équipe di cure palliative. Il “limite” assume, nelle cure palliative, molteplici significati, da quelli temporali (tempo residuo di vita, tempo disponibile per la cura) a quelli spaziali (quale sarà il miglior ambiente di cura: il domicilio?, l’Hospice?, l’Ospedale? le Residenze per Anziani?) o quelli legate alle risorse (economiche, organizzative, psico-fisiche) o ai vincoli giuridici, deontologici ed etici della medicina. L’altra parola chiave è “orizzonti” che può rivestire molteplici significati: la dimensione spazio-temporale del percorso di cura, la dimensione emotivo-relazionale connessa alla vicenda malattia, il confine della diffusione culturale delle cure palliative nella società, nella medicina e nelle Università. Particolarmente interessante sarà lo sviluppo delle riflessioni attorno al rapporto fra “Limite” e “Orizzonte” poiché il limite non si riduce nel solo limitare e confinare ma contiene in sé la vocazione al suo superamento mentre, per converso, l’orizzonte è una prospettiva inevitabilmente in movimento che racchiude ma nel contempo sfuma nella sua esplorazione liminale.Non per nulla il congresso si apre ufficialmente con una riflessione sul piano filosofico e sanitario sulle declinazioni dei limiti alla cura, dopo aver iniziato con sessioni dedicate ai casi Charlie Gard e Alfie Evans che hanno sollevato un clamore mediatico, al grave deficit di formazione universitaria in cure palliative o con corsi monotematici dedicati alle tendenze della ricerca in cure palliative, alla spiritualità al temine della vita e alla costruzione di scelte eticamente consapevoli nei trattamenti sanitari.

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Malattia di Fabry: diagnosi e cura

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 luglio 2018

Dare ai pazienti in trattamento con la ERT la possibilità di effettuare la terapia domiciliare in alternativa alla somministrazione in ospedale in ogni regione italiana e inserire nel panel dello Screening Neonatale Esteso la malattia di Fabry e le Lisosomiali. Ha esposto le sue priorità AIAF Onlus, l’Associazione Italiana Anderson-Fabry (www.aiaf-onlus.org) nel corso dell’”Excellence Meeting I AM FABRY – Accademia Malattia di Fabry”, che si è svolto a Napoli.
Ad aprire il convegno proprio Stefania Tobaldini, presidente di Aiaf, invitata per dare voce ai pazienti. Nel suo intervento “Cosa si aspetta dal Sistema Sanitario un paziente affetto da malattia rara nel 2018”, ha fatto il punto sui progetti e gli obiettivi dell’associazione di fronte ad una platea di 250 medici provenienti da tutta Italia.
Nel corso del suo intervento Stefania Tobaldini ha evidenziato le diverse problematiche vissute dal paziente Fabry fin dal momento in cui si trova a dover affrontare i primi sintomi: i numerosi consulti medici (a partire dal medico di medicina generale o pediatra di libera scelta fino alle visite specialistiche, cui spesso viene indirizzato anche senza un corretto sospetto diagnostico), i troppi anni vissuti alla ricerca di una diagnosi corretta, con un impatto pesante sulla famiglia sia sotto l’aspetto economico che dal punto di vista della qualità di vita, ma anche la difficoltà nel comprendere la diagnosi di ‘malattia rara’, specie se questa viene comunicata in modo frettoloso. “Oggi i pazienti sono molto esigenti, vogliono essere parte attiva e si informano sul web, ma purtroppo in Internet non sempre si trovano informazioni corrette – ha spiegato la Tobaldini – E’ quindi molto importante che si instauri un buon rapporto tra medico e paziente, e che la visita di monitoraggio periodica venga programmata con regolarità e possa diventare anche un momento per confrontarsi ed instaurare un clima di fiducia”. Un problema, inoltre, le disparità regionali nella domiciliazione delle terapie, le difficoltà nel gestire le assenze dal lavoro per la gestione della malattia e delle terapie a causa dell’assenza di tutele specifiche e il mancato riconoscimento di invalidità da pare delle commissioni INPS. Tutto questo aggravato dall’assenza di un supporto psicologico strutturato lungo tutto il percorso del paziente.
Su molti di questi temi il Consiglio Direttivo di Aiaf sta lavorando con progetti ad hoc.
La Malattia di Anderson-Fabry è una patologia genetica rara, caratterizzata da un accumulo di particolari grassi in varie cellule dell’organismo. Colpisce soprattutto i reni, il sistema nervoso e l’apparato cardiocircolatorio e l’aspettativa di vita è fino a 30 anni in meno rispetto al resto della popolazione. Si calcola che siano circa 60 i nuovi casi ogni anno in Italia, per un totale di 700 pazienti che convivono con questa patologia, ma si tratta di un numero ampiamente sottostimato.

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Alleanza digitale per la cura del diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

La “potenza è nulla senza controllo” recitava una famosa pubblicità sul finire degli anni ’90 e questo concetto potrebbe oggi essere traslato alla malattia diabetica. Il diabete, infatti, a fronte della sua espansione in tutto il mondo, è al centro dell’attenzione dei ricercatori che studiano e mettono a punto farmaci e dispositivi tecnologici sempre più raffinati e potenti. Nonostante tutto ciò, il principale problema che diabetologi e persone con diabete devono affrontare ogni giorno è sempre lo stesso: il controllo metabolico della malattia ossia il mantenimento dei livelli di vari parametri nella norma.
Secondo lo studio GUIDANCE, un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, la gestione del diabete evidenzia alcuni dati preoccupanti. Il livello dei processi di cura è incoraggiante – dicono gli autori – meno, tuttavia, lo sono i risultati che si conseguono. Infatti, solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) raggiunge valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerato la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.
Uno studio pubblicato dal Gruppo Annali AMD su Diabetic Medicine[2], infatti, ha mostrato, che i centri diabetologici che avevano raccolto e valutato i dati di processo (ossia le visite e i diversi esami effettuati) e clinici (cioè i risultati ottenuti), su un arco temporale di 4 anni e su una media di 100 mila persone con diabete tipo 2 curate annualmente, ottenevano un aumento del 6 per cento del numero di assistiti con target di HbA1c inferiore a 7 per cento, ma ottenevano anche buoni risultati nel controllo del colesterolo LDL (+10 per cento) e della pressione arteriosa (+ 6,4 per cento). Risultati statisticamente superiori a quelli riscontrati nei centri che avevano iniziato la raccolta dei dati solo negli ultimi 12 mesi, impiegati come termine di paragone.
Ma i vantaggi della digitalizzazione in sanità non sono solo di ordine clinico o organizzativo, come emerge chiaramente dalle autorevoli parole di Roberto Viola, connazionale che guida la Direzione generale per la comunicazione digitale e le tecnologie della Commissione europea. Viola ha recentemente sottolineato come la digitalizzazione in sanità comporterebbe per il nostro Paese un risparmio di circa il 20 per cento della spesa sanitaria nazionale ossia più o meno 20 miliardi di euro l’anno.Anche questo aspetto è stato valutato nel nostro Paese, con riferimento alle cure diabetologiche erogate. Sempre nell’ambito del progetto Annali AMD, e sempre su Diabetic Medicine, è stato pubblicato un secondo studio che ha dimostrato come l’estensione della metodologia di raccolta e analisi del dato, applicata nei centri che utilizzano la cartella clinica diabetologica digitale, a tutti i centri di diabetologia italiani comporterebbe un risparmio, per le casse del Sistema sanitario nazionale, calcolato in circa 1,5 miliardi di euro in 5 anni, e una proiezione di oltre 18 miliardi in 50 anni. Risparmi, spiegano gli autori, legati ai minori costi associati alle complicanze a lungo termine del diabete, che si registrano per ogni categoria di complicanza, ma in misura particolare per quelle renali.Questo risparmio, se investito nuovamente nei centri, porterebbe a un miglioramento organizzativo, migliore efficienza, maggiore qualità nella gestione del diabete, utilizzo più appropriato delle informazioni, minore dispendio di tempo per attività amministrative e di conseguenza libererebbe tempo prezioso che oggi manca, da dedicare all’ascolto dei propri pazienti. Infatti, solo con una maggiore attenzione, personalizzata alle esigenze dei pazienti, si potrà ottenere un significativo miglioramento nella gestione complessiva del diabete e delle sue conseguenze.

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Laser per la cura delle ulcere cutanee

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

Venose, da decubito e diabetiche: sono le ulcere cutanee, lesioni croniche che invalidano in Italia due milioni di persone e che sono dovute ad un mancato processo di riepitelizzazione. Le ferite dunque non si rimarginano poiché manca il tessuto circostante e il loro decorso, specie per quelle croniche, è superiore alle 8-10 settimane. Secondo gli studi effettuati dall’AIUC (Associazione Italiana Ulcere Cutanee Onlus) le percentuali dei pazienti affetti da lesioni croniche cutanee parlano chiaro: le ulcere da decubito colpiscono circa l’8% degli ospedalizzati e tra il 15% e il 25% di coloro che sono ricoverati in struttura adibite alla lunga degenza. Nello specifico, le ulcere degli arti inferiori è dell’1% nella popolazione generale con un picco del 3.6% nella popolazione con età superiore a 65 anni e appartenenti ad un ceto medio basso. Per la loro cura arriva un’innovativa tecnica messa a punto da Mectronic, l’azienda made in Italy leader del mercato mondiale nel campo della laser terapia, la Theal Therapy (Temperature controlled High Energy Adjustable multi-mode emission Laser) ovvero la laser terapia a energia modulata e termo controllata, punto di arrivo dopo anni di ricerca, tecnologia e innovazione che ha stabilito un nuovo standard nel settore.
“Solitamente le ulcere nel piede di Charcot non sono particolarmente dolorose. Vi sono però un numero assai consistente di casi in cui il paziente viene dal medico non tanto per l’ulcera quanto per il dolore – spiega il dott. Roberto Casale, direttore scientifico di Habilita e responsabile dell’ambulatorio di fibromialgia di Habilita Poliambulatorio San Marco di Bergamo – Particolarmente efficace nel trattamento dei dolori neuropatici di questo tipo si è rilevata essere la luce laser ad energia modulata e termo controllata di Theal Therapy. Inoltre, grazie alla possibilità di mixare tra di loro quattro differenti lunghezze d’onda, consente di ottenere un ottimo effetto fotochimico di rigenerazione tissutale, fondamentale per la cura delle ulcere cutanee”.Vista la crescente mole di pazienti che soffrono di ulcere cutanee invalidanti, come riportato dal rapporto ISTAT secondo cui la popolazione ultraottantenne italiana passerà dagli attuali 2,9 a 7,7 milioni entro il 2030, la Theal Therapy rappresenta la nuova frontiera per guarire bene e rapidamente senza effetti collaterali. Infatti, numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato l’efficacia della luce laser ed in particolare della luce laser nel range 630nm – 670nm nel trattamento delle ulcere cutanee. La Theal Therapy, a differenza di altri dispositivi dotati di tecnologia laser, consente di erogare 2W a 650nm e di mixare altre lunghezze d’onda come 810nm, 980nm e 1064nm al fine di personalizzare la terapia. Inoltre grazie alla possibilità di modulare l’emissione e di controllare termicamente la temperatura dei tessuti biologici durante la terapia è possibile massimizzare l’effetto fotochimico atto a promuovere ed accelerare la rigenerazione tissutale.I risultati ottenuti con la Theal Therapy nel trattamento delle ulcere cutanee sono eccellenti, percepibili fin dalla prima seduta e senza alcun tipo di effetto collaterale. La Theal Therapy è un alleato fondamentale nella cura delle ferite e, grazie alla capacità di modulare l’energia della luce e di controllarla termicamente, consente di ottenere ottimi risultati anche nel trattamento di molteplici patologie muscolo-scheletriche. Dunque una soluzione che risolverebbe un problema enorme per gli anziani allettati ma anche per chi soffre di malattie della pelle e di diabete costretti a lunghe degenze nelle strutture ospedaliere, con conseguente crescita dei costi di gestione del malato. Infatti, in termini economici il trattamento delle ulcere cutanee comporta una spesa non indifferente: secondo il rapporto inglese THIN-The Health Improvement Network stilato tra il 2012 e il 2013, la gestione delle lesioni dal punto di vista economico si aggira intorno ai 4-5,1 miliardi di sterline all’anno, spesa paragonabile al budget speso per combattere l’obesità e più in generale rappresenta il 4% dei costi totali del sistema sanitario della Gran Bretagna. (Matteo Gavioli)

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“Welfare che non c’è”

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2018

È necessario un cambio di mentalità, è necessaria la promozione di una nuova cultura del risultato per incidere in profondità sul sistema Paese. Non è più valida l’equazione tra produttività e durata della presenza in ufficio, ogni forma di taylorismo è ormai anacronistica. Sono alcune delle riflessioni emerse all’unanimità dall’incontro “Il Welfare che non c’è” svoltosi questa mattina nell’ambito di Nobìlita, il festival dedicato alla cultura del lavoro organizzato dalla community FiordiRisorse, in programma fino a questa sera all’Opificio Golinelli di Bologna. Gli ospiti sul palco – Alessandra Stasi, Group Talent&People Development di Barilla, Giordano Curti, Direttore Generale Cir Food, Michele Riccardi, HR Manager di EdenRed Italia e Andrea Montuschi, Presidente di Great Place to Work – si sono confrontati sui temi del welfare, tentando di definire cosa significhi oggi. Le best practice in essere all’interno delle singole realtà aziendali – dalla cura dell’alimentazione alla disponibilità di piattaforme che consentono alle persone di disporre dei propri budget individuali secondo formule di flexible benefits fino allo smart working – disegnano uno scenario di costante tentativo di armonizzazione tra i bisogni delle aziende e quelli dei lavoratori. Un tentativo che risulta essere conveniente, sia per quanto comporta in termini di defiscalizzazione sia in quelli di soddisfazione del dipendente e, conseguentemente, di maggior produttività. “
Uno scenario che apre uno spiraglio di positività in una realtà del mondo del lavoro che molto spesso è raccontata solo al negativo, tra incongruità retributive e costanti ricatti al lavoratore. “Quel che manca è un cambio di mentalità – dice Alessandra Stasi di Barilla. – Misure di welfare come lo smartworking comportano investimenti ridotti da parte delle aziende ma si traducono in miglior qualità della vita del lavoratore, e, di conseguenza, dell’azienda stessa. È un passaggio culturale nel quale occorre accompagnare i lavoratori, instillando una cultura degli obiettivi, così come nei manager, troppo ancorati alla necessità del controllo sull’operato dei propri dipendenti”. E se il modello olivettiano non è più percorribile in un panorama così profondamente mutato dal punto di vista storico, sociale, economico, tecnologico, occorre trovare altri strumenti, “destrutturare più che organizzare” secondo le parole di Michele Riccardi, che con EdenRed disegna soluzioni di welfare per le aziende. “E’ impossibile pensare a misure che possano essere identiche per 300 persone: le esigenze variano di individuo in individuo, e di anno in anno: ecco perché quello cui puntiamo è la creazione di un bouquet di offerte in cui le persone possano trovare sempre quello di cui hanno bisogno. Dello stesso avviso Andrea Montuschi, Presidente di Great Place to Work, azienda che misura proprio la soddisfazione delle persone in azienda per comprendere quali misure di welfare si possano adattare ai bisogni dei singoli. Anche lo smart working va in questa direzione, a patto che non lo si sovrapponga con il telelavoro, il lavoro a distanza, ma gli si riconosca la natura di modalità organizzativa intelligente, che consente di organizzare i propri tempi e di riconoscere di volta in volta le modalità operative più performanti: un giorno fuori dall’ufficio, l’altro in riunione con lo staff. E il settore pubblico, sollecita un intervento dalla platea, a che punto è? Nonostante normative specifiche impongano agli enti pubblici di implementare il lavoro a distanza, siamo ben lontani dall’applicazione effettiva: una sinergia privato-pubblico potrebbe essere la strada per costruire assieme nuovi scenari, in cui si faccia strada un modello culturale squisitamente anglosassone – ciò che è tradito dall’abbondanza di anglicismi utilizzati per definire queste modalità – per attivare da un lato responsabilità di comportamenti nei dipendenti, dall’altro la fiducia dei capi nei confronti dei collaboratori. (fonte: Ufficio Stampa Fior di Risorse a cura di Mec&Partners)

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Una “Call for Speech” per la medicina del futuro e “Il tempo della cura”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2018

Bologna Dal 3 al 6 maggio 2018 la 4° edizione del Festival della Scienza Medica, l’appuntamento che vede protagonisti scienziati di fama internazionale, Premi Nobel, massimi esperti in diversi campi della ricerca e dell’innovazione, con l’ambizioso obiettivo di avvicinare e rendere accessibile al grande pubblico la cultura medico-scientifica e le sue sfide. La quarta edizione del Festival della Scienza Medica, in programma a Bologna sarà dedicata a “Il Tempo della Cura”. I progressi della scienza medica hanno portato l’aspettativa di vita in molti Paesi occidentali a ottanta anni e oltre. Questo risultato è al tempo stesso conseguenza e causa di un’attenzione crescente per la salute e la cura.
E lo fa anche lanciando una call for speech rivolta agli studenti di Scuole e Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia, Farmacia, biotecnologie e Scienze Motorie degli Atenei italiani, invitandoli a presentare le loro idee. Uno speaking corner di prestigio dal quale i medici di domani potranno presentare le loro visioni innovative su temi di attualità biomedica. Tra tutti i progetti inviati, i Membri del Comitato Scientifico del Festival ne selezioneranno sei, i cui autori saranno invitati a prendere parte all’iniziativa come relatori durante le giornate del Festival. L’iniziativa, resa possibile grazie al patrocinio e alla collaborazione della CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, chiama gli studenti a elaborare un breve abstract (massimo 400 battute) sui seguenti argomenti:
Il ruolo del medico in una prospettiva futura di medicina personalizzata
La medicina e il fine vita
La corretta comunicazione su tematiche culturalmente controverse, quali le vaccinazioni
Il ruolo dello psichiatra e dei farmaci nella cura delle depressioni.
Il Presidente del Comitato Scientifico del Festival, Professor Fabio Roversi-Monaco, sottolinea come la Call for Speech sia “un’iniziativa di grande valore e significato culturale, in quanto essa ci consente di coinvolgere in modo attivo e significativo la componente giovanile, dagli studenti di Medicina ai giovani ricercatori”. Ciascun candidato, che dovrà avere come requisito l’essere in pari con gli esami del Corso di Laurea, potrà presentare domanda per una sola tematica: il termine per la consegna degli abstract è il 10 aprile 2018.

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