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L’attacco militare della Turchia con l’obiettivo di sterminare i curdi è qualcosa di più di una sporca guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 20 ottobre 2019

Di Enrico Cisnetto. La scelta di Erdogan di aprire la sua bottega degli orrori, l’imbarazzante e imbarazzato agnosticismo di Trump e l’assordante silenzio dell’Europa verso un paese della Nato che se ne frega degli alleati, rappresentano una miscela esplosiva capace di far saltare in aria definitivamente quel (poco) che resta della solidarietà atlantica e del sistema occidentale così come si è configurato da dopo la seconda guerra mondiale in avanti. La mancanza degli Stati Uniti d’Europa è ogni giorno che passa sempre più drammaticamente evidente – e della dottrina Trump che fatto diventare “sovranista” il paese un tempo perno degli equilibri mondiali fino al punto da essere accusato di imperialismo, rischia di sbriciolare irrimediabilmente quanto era stato costruito con fatica politica e pazienza diplomatica.
D’altra parte “yankee go home” non è più lo slogan degli anti-imperialisti, ma la parola d’ordine di Trump, traducibile in “gli americani se ne stanno a casa loro” e, nello specifico, se ne impipano se i curdi siriani erano leali alleati nella lotta contro lo stato islamico e sterminarli significa rimettere in circolazione migliaia di tagliagole dell’Isis. Ma non c’è da meravigliarsi: quella nella vicenda turco-siriana è solo l’ultima delle posizioni assunte da Washington che rischiano di compromettere l’alleanza atlantica. Non meno grave, per esempio, è la decisione di trattare con i talebani afgani o la guerra doganale sui dazi che punisce più gli amici che i nemici. È il frutto velenoso di quella micragnosa idea denominata “America first”, che se non è all’origine certo ha contribuito in maniera decisiva al declino dell’egemonia Usa nel mondo, un fatto di cui soltanto gli stolti possono compiacersi. Come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, tutto questo comporta gravi conseguenze. Nell’ordine: mina la Nato, che non può tollerare oltre la presenza della Turchia senza metterne in discussione il comportamento – basti pensare che quella di Ankara è la quarta forza militare dell’alleanza – o in alternativa chiedendone l’espulsione; fa esplodere le contraddizioni europee più di quanto già non fossero evidenti; disarticola i già più che precari equilibri mondiali – a tutto favore della Russia e della Cina – dando un colpo mortale alle (finora sacrosante) ragioni dell’atlantismo. E, sia chiaro, in ballo non c’è il pacifismo, magari nella solita versione politicamente corretta, ma la nostra sicurezza, messa in pericolo dai foreign fighters che possono tornare a organizzare attentati, e i nostri equilibri sociali, che non reggerebbero ad un supplemento di pressione migratoria (vedi la minaccia di Erdogan di riversare in Europa milioni di profughi). Pericoli di fronte ai quali tanto Bruxelles quanto le singole cancellerie continentali non possono pensare di cavarsela con le condanne formali e le minacce (spuntate) degli embarghi delle forniture militari. Come si vede, si tratta di questioni politiche, non (solo) morali. E come tali richiedono risposte politiche, non mozioni degli affetti. E qui casca l’asino italiano. Perché se l’Europa è afona, l’Italia è muta. A parte le solite espressioni di biasimo accompagnate dai soliti auspici buonisti, comunque circoscritti alla situazione del Kurdistan, Roma non si è neppure posta il problema dei temi che solleva e delle conseguenze che comporta questa situazione. La verità è che manca la politica, e in questo vuoto la politica estera è un vero e proprio buco nero. I governanti che si susseguono rincorrono pateticamente una photo opportunity con questo o quel potente, senza neanche guardare troppo per il sottile, si compiacciono se vengono chiamati per nome (storpiato va bene lo stesso, anzi è un Gronchi rosa di maggior valore) e non fanno caso a quali politiche vengono accostati. Viceversa, questo o quel potente – Merkel e Macron in particolare – diventano bersagli della polemica politica interna, con una leggerezza altrettanto sconcertante dell’approccio ruffiano. Figuriamoci se c’è qualcuno che si pone il problema del ruolo della Nato, della tenuta dell’alleanza atlantica, della reinterpretazione della fedeltà agli amici americani in una chiave di dignità che consenta di tenere la schiena dritta (do you remember Sigonella?), dell’esercito europeo da costruire. Avete forse sentito far cenno a queste cose nello stucchevole faccia a faccia televisivo tra i due Matteo, ammesso che abbiate avuto la forza di arrivare in fondo? Noi che lo abbiamo fatto per dovere professionale, vi possiamo assicurare di no, si è parlato di tutt’altro. A proposito, giusto per soddisfare le numerose richieste di giudizio sull’esito del duello da Vespa, ci pare di poter dire che tecnicamente (cioè sul piano della pura abilità dialettica) abbia vinto Renzi, che poi ha però ceduto tutti i punti di vantaggio che aveva a Salvini sul piano della simpatia (nel senso che il leghista è risultato il meno antipatico dei due), e che sia stato un pareggio in quanto a povertà di argomenti (assoluta) e in quanto a visone politica (zero). Figuriamoci se tra una battuta sul Papete e l’altra ci poteva stare anche solo un riferimento alla politica estera, a meno che per tale non s’intendano le frecciate sul Russiagate o quelle sui rapporti con Obama. Mentre, al contrario, è ben visibile in controluce la possibilità e in qualche modo la voglia dei due di incontrarsi in un futuro neanche troppo lontano, consci che la loro predisposizione al populismo – seppur uno di grana grossa e l’altro un po’ più fine – li unisce e che l’uno può servire all’altro, specie nell’ottica della definitiva fine politica di Berlusconi. Tuttavia, la politica senza un’idea che una di come l’Italia si possa e si debba collocare nel contesto europeo e internazionale, è fatalmente destinata a non avere sbocco. Per fortuna un’azione di supplenza la svolge il presidente della Repubblica. Lo si è visto in questo suo viaggio a Washington, quando anche solo con la postura e un minimo di mimica – compostezza, distacco, rappresentazione di sé – Mattarella ha reso a Trump la pariglia in termini di dignità e autonomia senza minimamente venir meno alle ragioni del protocollo (che il pirotecnico Donald non sa neanche dove stia di casa). Non è la prima volta che il capo dello Stato ci mette una pezza. Per esempio, l’aveva fatto con Macron durante il Conte1, rimediando a strappi di Salvini ma anche di chi oggi è (sic!) ministro degli Esteri. Ma la sua supplenza ha un limite costituzionale e di opportunità, oltre il quale non si può spingere, ed è bene che sia così. Per questo, tra un eccesso di confidenza con Putin, un azzardo mal calibrato con i cinesi sulla Via della Seta e un “Giuseppi” di troppo, la voragine procurata dalla totale mancanza di una qualsiasi visione geopolitica da parte della nostra classe dirigente, ci deve preoccupare. Tanto più quando, come adesso, il mondo delle nostre antiche certezze va a farsi benedire. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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La Turchia e la zona curda della Siria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 ottobre 2019

«Come sempre ognuno ha i propri interessi, ma saremo noi cristiani a pagarne le conseguenze». Con profonda amarezza monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico emerito di Hassaké-Nisibi nella zona curda di Siria, commenta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre le notizie che giungono dal confine tra Siria e Turchia. Due cristiani sarebbero stati uccisi ed altri feriti nell’ambito di un attacco avvenuto nelle scorse ore alla Chiesa di San Giorgio a Qamishli.
Monsignor Hindo si era incontrato lo scorso marzo con i leader del Partito Democratico Curdo (PYD). «Li ho invitati a desistere dai loro piani – afferma – loro credono di aver diritto ad una regione autonoma così come vi è un Kurdistan iracheno ed uno turco. Ma La popolazione curda in quelle aree della Siria è appena del 10%. Inoltre si tratta di persone giunte come richiedenti asilo dopo il 1925, che hanno nazionalità turca o irachena. Non hanno alcun diritto». Il presule è convinto che i curdi perderanno lo scontro con la Turchia, soprattutto per il mancato supporto da parte degli Stati Uniti e delle altre forze occidentali. «È stata una mossa stupida quella curda, era chiaro che nessuno li avrebbe aiutati. Ora perderanno tutto, come è accaduto ad Afrin».In queste ore il pensiero di monsignor Hindo va alle 5000 famiglie della diocesi di Hassaké-Nisibi. «Nei giorni scorsi in molti si erano già spostati dalle città di frontiera ad Hassaké. Ora il conflitto è divenuto ancor più grave e temo che saranno in tanti ad emigrare. Dall’inizio della guerra in Siria il 25% dei cattolici di Qamishli ed il 50% dei fedeli di Hassaké hanno lasciato il Paese assieme al 50% degli ortodossi. Temo un simile esodo se non maggiore».Vi è forte preoccupazione anche per l’alta presenza nell’area di affiliati all’Isis. «Questa mattina ho appreso che sarebbe stata colpita la prigione di Chirkin, dove sono detenuti jihadisti dello Stato Islamico. A che pro? In questo modo la gran parte di loro sarà libera. Questo è un piano per distruggere la Siria e non solo. Ora i terroristi arriveranno anche in Europa, attraverso la Turchia e con il sostegno dell’Arabia Saudita».Monsignor Hindo richiama altresì la comunità internazionale alle proprie responsabilità. «Stati Uniti, Italia, Francia, regno Unito, Germania, dovrebbero tutti fare mea culpa. Hanno agito in Siria per i loro interessi, nascondendosi dietro gli ideali della libertà e della democrazia. E invece non hanno fatto che indebolire il nostro Paese a spese della popolazione. Per quale motivo non combattono per la libertà e la democrazia in Arabia Saudita?».

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La Turchia è ancora nella Nato? Se si significa che la Nato aggredisce la Siria per sterminare i curdi?

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

by Manlio Dinucci. Germania, Francia, Italia e altri paesi, che in veste di membri della Ue condannano la Turchia per l’attacco in Siria, sono insieme alla Turchia membri della Nato, la quale, mentre era già in corso l’attacco, ha ribadito il suo sostegno ad Ankara. Lo ha fatto ufficialmente il segretario generale della Nato Jean Stoltenberg, incontrando l’11 ottobre in Turchia il presidente Erdoğan e il ministro degli esteri Çavuşoğlu. «La Turchia è in prima linea in questa regione molto volatile, nessun altro Alleato ha subito più attacchi terroristici della Turchia, nessun altro è più esposto alla violenza e alla turbolenza proveniente dal Medioriente», ha esordito Stoltenberg, riconoscendo che la Turchia ha «legittime preoccupazioni per la propria sicurezza». Dopo averle diplomaticamente consigliato di «agire con moderazione», Stoltenberg ha sottolineato che la Turchia è «un forte Alleato Nato, importante per la nostra difesa collettiva», e che la Nato è «fortemente impegnata a difendere la sua sicurezza». A tal fine – ha specificato – la Nato ha accresciuto la sua presenza aerea e navale in Turchia e vi ha investito oltre 5 miliardi di dollari in basi e infrastrutture militari. Oltre a queste, vi ha dislocato un importante comando (non ricordato da Stoltenberg): il LandCom, responsabile del coordinamento di tutte le forze terrestri dell’Alleanza. Stoltenberg ha evidenziato l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia», forniti a rotazione dagli Alleati. A tale proposito il ministro degli esteri Çavuşoğlu ha ringraziato in particolare l’Italia. E’ dal giugno 2016 che l’Italia ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia. Una unità Samp-T comprende un veicolo di comando e controllo e sei veicoli lanciatori armati ciascuno di otto missili. Situati a ridosso della Siria, essi possono abbattere qualsiasi velivolo all’interno dello spazio aereo siriano. La loro funzione, quindi, è tutt’altro che difensiva. Lo scorso luglio la Camera e il Senato, in base a quanto deciso dalle commissioni estere congiunte, hanno deliberato di estendere fino al 31 dicembre la presenza dell’unità missilistica italiana in Turchia. Stoltenberg ha inoltre informato che sono in corso colloqui tra Italia e Francia, coproduttrici del sistema missilistico Samp-T, e la Turchia che lo vuole acquistare. nA questo punto, in base al decreto annunciato dal ministro degli Esteri Di Maio di bloccare l’export di armamenti verso la Turchia, l’Italia dovrebbe ritirare immediatamente il sistema missilistico Samp-T dal territorio turco e impegnarsi a non venderlo alla Turchia. Continua così il tragico teatrino della politica, mentre in Siria continua a scorrere sangue. Coloro che oggi inorridiscono di fronte alle nuove stragi e chiedono di bloccare l’export di armi alla Turchia, sono gli stessi che voltavano la testa dall’altra parte quando lo stesso New York Times pubblicava una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivavano in Turchia, anche dalla Croazia, fiumi di armi per la guerra coperta in Siria (il manifesto, 27 marzo 2013). Dopo aver demolito la Federazione Jugoslava e la Libia, la Nato tentava la stessa operazione in Siria. La forza d’urto era costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Essi affluivano nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia aveva aperto centri di formazione militare. Il comando delle operazioni era a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Tutto questo viene cancellato e la Turchia viene presentata dal segretario generale della Nato come l’Alleato «più esposto alla violenza e alla turbolenza proveniente dal Medioriente». (il manifesto, 15 ottobre 2019)

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Aggressione turca su territori curdi

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 ottobre 2019

“La prima questione che va ricordata è la richiesta di alcuni Stati europei e di diversi partiti italiani di favorire l’ingresso della Turchia nell’Ue. Spero abbiano il buon gusto di chiedere scusa, visto che sono gli stessi che stanno condannando le operazioni militari di Erdogan.Tra questi campioni di strategia figura anche il governo pentaleghista, che firmò un documento-missione in tal senso. Abbiamo fatto bene a schierarci contro quest’ipotesi, vista la sostanziale incompatibilità dell’attuale presidente turco con metodi e valori occidentali. Siamo esterrefatti del cinismo mostrato in queste ore dalla comunità internazionale: tante astratte condanne e nessuna azione concreta per difendere il popolo curdo che pure è stato determinante, come forza d’interposizione terrestre, nella sconfitta dell’Isis. L’Italia e l’Europa, che hanno in Asia minore interessi territoriali stringenti prendano l’iniziativa e restituiscano ai curdi l’amicizia di cui hanno beneficiato. finora”.E’ quanto dichiara Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e deputato di Fdi.

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Intervento militare turco pianificato in Siria: possibile ricaduta del terrorismo in Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 ottobre 2019

L’Associazione per i popoli minacciati (APM) chiede la convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per mettere in guardia la Turchia dalle conseguenze del suo intervento militare in Siria. L’intervento militare non solo allontanerebbe a tempi indeterminati la possibilità di pace e stabilità in Siria ma rischia di comportare seri pericoli anche per l’Europa. Se il cosiddetto Stato Islamico (IS) riprendesse forza, migliaia di miliziani dell’IS potrebbero tornare liberi e costituire un serio pericolo in Europa. Dopo che la Turchia ha per anni sostenuto i movimenti islamici nella vicina Siria, nessuno pensa veramente che possa ora mandare a processo i miliziani dell’IS. Ciò nonostante il presidente Statunitense Donald Trump ha passato alla Turchia la responsabilità per i prigionieri dell’IS, attualmente sotto custodia delle Forze Democratiche Siriane (Syrian Democratic Forces) a maggioranza kurda. Dopo l’annuncio dell’offensiva turca, le forze kurde hanno dichiarato di non poter più controllare e difendere i campi di prigionia in cui si trovano i miliziani dell’IS poiché hanno ora priorità militari più urgenti. Ma se i prigionieri dell’IS dovessero tornare in libertà potrebbero costituire
un serio pericolo per la sicurezza non solo nella regione ma anche in Europa. L’APM chiede quindi una forte iniziativa dell’Europa che deve farsi finalmente carico dei circa 10.000 miliziani dell’IS provenienti dai paesi europei. Essi devono essere ricondotti nei loro paesi insieme ai loro familiari dove dovranno essere processati per i crimini commessi o, dove possibile, reintegrati in società con specifici programmi di sorveglianza. L’Europa deve finalmente prendere in mano la situazione e assumersi le proprie responsabilità, sia per la popolazione civile della Siria del nord, sia per garantire le condizioni di pace in Medio Oriente così come in Europa.

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I curdi chiudono diverse scuole cristiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 settembre 2018

«Sono anni che lo ripeto, è in atto un tentativo da parte dei curdi di eliminare la presenza cristiana da quest’area della Siria», così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Jacques Behnam Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, nella parte nordorientale della Siria. Il presule ha confermato ad ACS la chiusura di alcune scuole cristiane da parte della Federazione democratica della Siria del Nord, regione autonoma de facto nel nord e nord-est della Siria, non ufficialmente riconosciuta da parte del governo siriano, guidata da una coalizione dominata dal partito curdo dell’Unione Democratica. «Già dall’inizio dell’anno, l’amministrazione locale ha preso possesso di un centinaio di scuole statali, nelle quali ha imposto un proprio programma scolastico e I propri libri di testo. I funzionari curdi ci avevano assicurato che non si sarebbero neanche avvicinati alle scuole private, molte delle quali sono cristiane. Invece non soltanto ci si sono avvicinati, ma ne hanno anche serrato le porte». La motivazione ufficiale addotta alla chiusura di diverse scuole cristiane nelle città di Qamishli, Darbasiyah e Malikiyah, è che tali istituti hanno rifiutato di conformarsi al programma imposto dalle autorità delle regione. «Loro non vogliono che si insegni nella lingua della Chiesa, il siriaco antico, e non vogliono che insegniamo la storia, perché preferiscono inculcare agli alunni la propria storia».Monsignor Hindo non nasconde la propria preoccupazione, sia per la probabile chiusura di altre scuole cristiane – ve ne sono altre sei soltanto ad Hassaké – sia per i gravi danni che il programma scolastico “curdo”, differente da quello ufficiale siriano, potrà causare agli studenti. «Ho detto ad un funzionario curdo che così una intera generazione verrà penalizzata, perché non potrà accedere a gradi di istruzione superiori. Lui mi ha risposto che sono disposti a sacrificare anche sei o sette generazioni, pur di diffondere la loro ideologia».La vicenda rappresenta una conferma del tentativo di “curdizzazione” dell’area, un piano che secondo monsignor Hindo prevede anche l’allontanamento della locale comunità cristiana. «È almeno dal 2015 che continuiamo a denunciare tale pericolo. Vogliono cacciar via noi cristiani per aumentare la loro presenza. Ad oggi i curdi rappresentano soltanto il 20 percento della popolazione, di cui la metà continua a governare soltanto grazie al sostegno occidentale».Attraverso ACS, il presule lancia dunque un appello alla comunità internazionale ed in particolare alle nazioni europee. «La chiusura delle nostre scuole ci addolora. È dal 1932 che la Chiesa gestisce questi istituti e mai ci saremmo immaginati che potessero venire chiusi. L’Occidente non può rimanere in silenzio. Se siete davvero cristiani dovete gettare luce su quanto sta accadendo ed impedire nuove violazioni dei nostri diritti e ulteriori minacce alla nostra presenza nella regione».

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Siria: impedire l’ennesima catastrofe umanitaria

Posted by fidest press agency su domenica, 8 luglio 2018

Dopo gli attacchi dell’esercito siriano alla regione attorno a Daraa nel sud della Sira, attualmente controllata dall’opposizione islamica, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è appellata all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani il giordano Seid al-Hussein affinché intervenga presso la famiglia reale giordana e gli altri governi dei paesi della regione per evitare un ulteriore aggravarsi della crisi umanitaria in Siria e vengano accolti e aiutati i profughi siriani ammassati alla frontiera tra Siria e Giordania. La Giordania ha già accolto diverse centinaia di migliaia di profughi siriani e ha attualmente chiuso le proprie frontiere.Secondo i dati diffusi dalle nazioni Unite, la situazione a Daraa sta precipitando. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) stima che vi siano circa 330.000 persone costrette alla fuga e ora bloccate alla frontiera. L’APM si è quindi appellata alla Giordania affinché non respinga ma accolga e aiuti anche queste persone. Inoltre, l’APM chiede che vengano inviati velocemente degli osservatori indipendenti in questa regione in cui si combatte fin dal 2012 per documentare le molte violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra commessi.A Daraa praticamente non funziona più niente. Sono crollate la distribuzione dell’acqua potabile e dei viveri, non c’è più elettricità e sono state distrutte le infrastrutture mediche. La regione è abitata principalmente da arabi sunniti ed è una delle ultime regioni ancora controllate dalle milizie ribelli islamiche combattute ora con una grande offensiva lanciata da Assad con il sostegno russo.Mentre la Russia, l’Iran e gli Hezbollah libanesi continuano a sostenere Assad nel conflitto siriano, sembrerebbe proprio che la Turchia e altre potenze sunnite abbiano tolto il loro sostegno ai ribelli sunniti in Siria. La Turchia ormai sembra interessata solo a smantellare le regioni autonome kurde in Siria e molto sembra indicare l’esistenza di un tacito accordo tra la Russia, l’Iran, la Turchia e il regime siriano: lasciare Assad al potere e in cambio lasciar cadere i Kurdi.

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Rojava: azione di protesta di fronte all’ambasciata USA di Berlino

Posted by fidest press agency su sabato, 10 settembre 2016

berlinoL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha inviato un appello a Barack Obama, per chiedere un sostegno pieno e incondizionato per i Kurdi e le altre minoranze nel nord della Siria. Nonostante le SDF (Forze democratiche siriane) guidate dalle milizie kurde dello YPG, le Unità di difesa dei popoli, siano leali alleati degli USA nella lotta all’IS e alle altre formazioni estremiste islamiche, Joe Biden aveva chiesto alle unità kurde di ritirarsi dall’area a ovest del fiume Eufrate, concessione fatta a Erdogan a seguito della visita in Turchia a fine agosto.Le concessioni di Biden al governo islamico di Ankara sono state viste come un tradimento dei Kurdi e delle altre minoranze, visto che l’esercito turco è entrato lo stesso giorno in territorio siriano a Jarablus, occupando territori che i Kurdi avevano liberato dall’IS – o mettendo villaggi nel nord della Siria sotto il controllo di gruppi islamisti “moderati”. In ogni caso gli islamisti “moderati” di Erdogan perseguono gli stessi obiettivi dell’IS in Siria, cioè stabilire uno stato basato sulla legge islamica. Se ci riusciranno, tutti i sacrifici dei giovani kurdi che hanno deciso di combattere contro la loro volontà saranno stati vani.
Negli ultimi tre anni, i Kurdi siriani e i loro alleati assiro-aramaici, arabi e turcomanni sono riusciti a cacciare l’IS, altre milizie islamiche, così come le truppe di Assad da una zona di 39.000 chilometri quadrati nel nord della Siria, lungo il confine turco-siriano e di stabilire un'”oasi di pace” nel mezzo della guerra civile siriana. Da allora, hanno rappresentato l’unico potere in Siria ad aver perseguito costantemente un’agenda laica, e hanno già accolto e protetto centinaia di migliaia di profughi. I Kurdi non hanno mai messo in discussione o tentato di minare la sovranità e l’integrità territoriale della Siria o della Turchia – anche se questo è ciò che il governo turco sta cercando di far credere al fine di giustificare gli attacchi di Erdogan.
Ciò per cui i Kurdi e le altre minoranze sono in lotta è uno stato federale democratico in Siria, un auto-governo per il Rojava, come viene chiamata l’area a nord della Siria. In Rojava la tutela delle minoranze e molti altri diritti civili sono già parte della vita di tutti i giorni. Sono ormai realtà diversi sono governi regionali autonomi istituiti con il rispetto delle quote relative alle minoranze che vivono nella regione. Non meno importanti sono stati gli sforzi per arrivare a garantire parità di diritti per le donne; inoltre, l’arabo, il kurdo, e l’aramaico sono già le lingue ufficiali della regione, che ha i suoi centri culturali e ha introdotto le proprie forze di difesa e di polizia. Ora, l’unico obiettivo di Erdogan è quello di distruggere questa “oasi di pace” nel nord della Siria. Gli Stati Uniti e tutta l’Unione Europea non devono in nessun caso tollerare l’attacco all’unica speranza di pace in Siria.

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Fermate Erdogan! Fermate il massacro!

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

mercatino bolzanoBolzano Sabato 27 febbraio, ore 15, Piazza Municipio. Associazione per i popoli minacciati e Associazione Diaco con la comunità kurda locale organizzano una manifestazione di protesta per l’interventismo della Turchia nel già intricato conflitto siriano.
Dopo i bombardamenti turchi dell’enclave kurdo-siriana di Afrin, la zona più occidentale del Rojava, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo turco del presidente Erdogan di gravissime violazioni dei diritti umani. Non vi è stata alcuna provocazione da parte dell’amministrazione di Afrin ma ciononostante da ieri notte (18 febbraio) l’esercito turco bombarda diverse località e villaggi nel distretto di Afrin. In particolare sono stati bombardati i villaggi di Shaykh al Hadid (Shiye), Derbalout, Hammam, Freriye, Sanare e Qarmitlike. Le granate cadono anche nel centro di Afrin, regione che si è dichiarata autonoma, e si contano già i primi morti e feriti tra la popolazione civile rimasta sul posto.Il governo turco giustifica il proprio attacco sostenendo che milizie kurdo-siriane avrebbero attaccato postazioni militari turche, ma le milizie kurde, impegnate a difendere il territorio dai miliziani dell’IS e dalle truppe del regime siriano di Bashar al-Assad, negano con forza e parlano di un “vile attentato terroristico”.La popolazione civile di Afrin subisce dal 2012 gli attacchi militari e i blocchi delle strade che collegano l’enclave kurda di Afrin con la capitale provinciale di Aleppo da parte di diverse organizzazioni radical-islamiche come il Fronte Al Nusra, Ahrar Al Sham, Jaish Al Islam, Jaish Al Mujahidin e non ultimo il cosiddetto Stato Islamico IS. Il governo turco da parte sua ha sempre lasciato via libera alle milizie radical-islamiche mentre interviene ora contro la popolazione civile kurda. Nelle regioni di Afrin molti civili resistono nonostante il conflitto e vorrebbero restare ma gli ultimi attacchi rischiano di costringere chi è rimasto a fuggire e a cercare asilo e protezione altrove.E’ evidente che il governo turco mira a impedire la costituzione di una regione autonoma kurda in Siria, proprio lungo la frontiera con la Turchia, se necessario molto probabilmente anche invadendo la regione. La maggioranza dei Kurdi e delle altre minoranze presenti sul territorio come gli Assiro/Aramei, i Cristiani, gli Yezidi, gli Alawiti, i Drusi, gli Ismailiti o gli Sciiti si oppongono decisamente all’intervento turco in Siria. Il governo turco dal canto suo sostiene principalmente i gruppi radical-islamici e non l’opposizione laica che dopo la dittatura di Assad chiede una Siria democratica.

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Parlamentari curdi in prigione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 giugno 2011

Secondo le informazioni giunte all’Associazione per i Popoli Minacciati, sei politici eletti al parlamento turco come candidati indipendenti tra le file dell’Alleanza pro-kurda per il lavoro, la libertà e la democrazia sono tuttora in carcere. Arrestati poco prima delle elezioni parlamentari per presunta associazione a organizzazione terroristica, i sei politici erano impegnati a difendere i diritti politici, culturali e nazionali della popolazione kurda in Turchia. Tra gli incarcerati si trova anche il popolare politico kurdo Hatip Dicle che nella sua città natale, la metropoli kurda di Diyarbakir nell’Anatolia meridionale, ha ottenuto la maggioranza di preferenze con 80.000 voti a suo favore. Anche i suoi colleghi di partito pro-kurdi Selma Irmak di Sirnak (46.000 voti), Faysal Sariyildiz di Sirnak (40.000 voti), Gülseren Yildirim di Mardin (56.000 voti), Ibrahim Ayhan di Urfa (77.000 voti) e Kemal Aktai di Van (65.000 voti) sono stati eletti al parlamento turco con una larga maggioranza.
Per impedire a Dicle l’accesso in Parlamento il politico kurdo è stato condannato lo scorso 9 giugno, a tre giorni dalle elezioni, ad una pena detentiva di un anno e otto mesi. Nel 1991 Dicle era stato eletto per la prima volta al parlamento turco dove si era impegnato a favore della convivenza pacifica e paritetica tra Turchi e Kurdi. Nel 1994 il parlamento aveva annullato la sua immunità parlamentare e in dicembre dello stesso anno Dicle e gli ex-parlamentari Leyla Zana, Orhan Doian e Selim Sadak erano stati condannati a 15 anni di carcere per associazione terroristica e alto tradimento. Grazie all’ampia solidarietà internazionale i politici furono rilasciati nel giugno 2004, dopo quasi dieci anni di carcere. Dicle venne condannato all’inattività politica e nuovamente arrestato nell’aprile 2010. Da allora si trova in carcere. Hatip Dicle è in carcere per il suo impegno a favore di una Turchia democratica e plurietnica in cui anche le minoranze come Kurdi, Laz, Assiro-Aramei, Armeni, Aleviti e Yezidi possano vivere in pace e con pari diritti. Nonostante il divieto alla candidatura e arresti di massa l’alleanza prokurda ha ottenuto un grande successo alle scorse elezioni parlamentari. 36 candidati indipendenti sono stati eletti al parlamento, tra cui anche un rappresentante della minoranza cristiana degli Assiro-Aramei. Erol Dora infatti sarà il primo politico assiro-arameo a sedere nel parlamento turco. E’ stato nominato dal partito kurdo BDP e sostenuto dalla popolazione musulmana kurda della provincia di Mardin dove ha ottenuto circa 53.000 voti.

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Nuovi profughi curdi in Calabria

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 agosto 2010

42 curdi secondo alcune fonti, 50 secondo altre sono sbarcati in Calabria, tra Santa Caterina dello Jonio e Guardavalle. I profughi, tutti giovani fra i 16 e i 24 anni, hanno raggiunto la costa a bordo di un veliero.  I curdi, che si trovano in discrete condizioni fisiche, sono temporaneamente accolti presso la scuola di Guardavalle Marina. Dopo le procedure di fotosegnalazione presso la Questura di Catanzaro, saranno trasferiti in un centro di prima accoglienza, forse quello di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto (Crotone). Il Gruppo EveryOne, non appena ha appreso dello sbarco, ha inviato un messaggio urgente all’Alto Commissario Onu per i Rifugiati Antonio Guterres e ai suoi referenti italiani. “Oggi in Afganistan e Iraq sono in corso gravi crisi umanitarie,” scrive nella nota EveryOne, “che rendono il rientro in patria dei profughi una condanna a precarietà, violenza, persecuzione e anche morte. E’ necessario vigilare su procedure di identificazione e concessione protezione internazionale, evitando facili e irresponsabili deportazioni”

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Curdi in Calabria e protezione internazionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 agosto 2010

“Chiediamo all’Alto Commissario di vigilare sul diritto alla protezione internazionale, soprattutto in merito ai nuclei familiari con minori, dei profughi curdi sbarcati nella zona di Riace e intercettati ieri mattina lungo la SS 106. Sia in Iran che in Iraq, Afganistan e Siria sono in corso drammi umanitari e persecuzioni. Il rischio è che si tenti in ogni modo di ignorare i loro diritti e di deportare quanti più profughi possibile. E’ importante evitarlo e assicurare ai rifugiati corrette procedure in presenza di rappresentanti dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite”. Lo scrivono, in una lettera urgente inviata questa mattina a Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, e ad Antonio Guterres, Alto Commissario ONU per i Rifugiati, i co-presidenti dell’ONG ‘EveryOne’ Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. Gli attivisti, che hanno contattato anche la portavoce dell’UNHCR Laura Boldrini, chiedono inoltre al Ministero dell’Interno e al Governo italiano di attenersi alle procedure internazionali in materia di diritti umani e di considerare significativamente i serissimi rischi corsi dai profughi nell’eventualità di un rimpatrio forzoso nei rispettivi Paesi d’origine, conferendo loro la debita protezione umanitaria.

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