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Definizione della scolastica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 dicembre 2016

santommasoaquino-guercinoLa scolastica è quella filosofia che ha prodotto una concezione sistematica del mondo e dell’uomo in accordo con la Rivelazione divina. Essa è chiamata in maniera più precisa “prima scolastica” ed inizia con la fine della patristica ed è continuata – malgrado il nominalismo, l’umanesimo e il rinascimento – sino ai giorni nostri con la seconda e terza scolastica, delle ultime quali ho già scritto su questo sito. Nel presente articolo tratto solo della prima scolastica per metterne a fuoco la natura e la sua perenne vitalità e attualità soprattutto ai giorni nostri.La scolastica accoglie e sublima tutte le branche dello scibile umano coltivate dall’antichità classica greco/romana e le orienta verso la concezione trascendente della verità. Quindi essa ha preparato una sempre maggiore penetrazione della verità teologica grazie all’armonia tra fede e ragione, natura e grazia.Il metodo della scolastica è caratterizzato da una diretta adesione alla realtà saggiata e verificata dall’esperienza umana sensibile e dall’esercizio della riflessione speculativa, che aiuta la teologia a formulare più precisamente i dogmi e a difenderli da chi li contraddice.Il rapporto tra ragione e fede, per la scolastica, è positivo. Infatti da una parte la ragione porta alle soglie della fede, ossia dimostra che credere non è contraddittorio né contro la sana ragione, ma è oltre la ragione; dall’altra parte la fede aiuta la ragione a non cadere in errore come un paracarro aiuta un’autovettura a non uscire fuori strada. Questa reciprocità positiva tra ragione e fede è stata realizzata pienamente dalla scolastica, mentre la patristica l’aveva solo iniziata. Particolarmente la scolastica tomistica ha difeso la consistenza ontologica e metafisica dell’ente finito, dell’intelligenza e della libertà umana pur essendo consapevole dei loro limiti creaturali.La caratteristica peculiare della filosofia scolastica è l’armonizzazione dell’ordine naturale e soprannaturale, preparata in maniera non ancora sistematica dalla patristica e portata a termine dalla scolastica. Quindi lungi dal contrapporre patristica e scolastica è doveroso vederle come due momenti complementari e continui del medesimo cammino della cultura cristiana, la quale ha come punto di arrivo il sapere teologico, secondo cui la filosofia è la serva della teologia.L’armonia tra natura/grazia, ragione/fede trovata e portata a perfezione dalla scolastica viene incrinata e rotta con il nominalismo, l’umanesimo, il rinascimento, poi viene contrastata e osteggiata dalla modernità idealista e infine “distrutta” dalla post-modernità nichilista.Il rigore logico/scientifico della filosofia scolastica le viene da Aristotele, che le ha fornito anche le basi della metafisica e dell’etica naturale. Dal canto suo la teologia scolastica grazie al progresso della filosofia perenne tende a presentarsi e ad assumere una forma scientifica secondo una distribuzione logicamente stabilita e coordinata in vari trattati (De Deo Uno, De Deo Trino…), seguendo un procedimento razionale e dimostrativo in forma sillogistica.La filosofia moderna assorbe la Rivelazione e la fede nella ragione e nella filosofia. Hegel conosce il cristianesimo, ma lo interpreta soggettivamente e lo stravolge dentro il proprio pensiero, il proprio Io e la propria Idea assoluta, rendendo la Rivelazione e la fede uno stadio imperfetto rispetto alla filosofia naturale idealistica, in cui è l’Io assoluto che crea la realtà e cerca di rimpiazzare Dio, per cui Hegel è uno dei filosofi che più parlano di Dio, ma non crede nel Dio oggettivo, reale, trascendente e personale.L’idealismo moderno è l’antitesi fondamentale ed esplicita della scolastica per la dissoluzione che fa dell’infinito, che è solo la totalità dello sviluppo dialettico del finito (panteismo evoluzionista), che comporta la dissoluzione del trascendente, alle soglie del quale la scolastica porta la ragione per dimostrarle la credibilità della Rivelazione divina. Invece per l’idealismo la teologia, la fede e la Rivelazione sono uno stadio preliminare e imperfetto, proprio del volgo, del Pensiero assoluto, in cui la sola ragione naturale domina sovrana e usurpa il posto di Dio.
Nel secolo XIII, specialmente con San Tommaso d’Aquino, la sintesi di ragione e fede raggiunge la sua forma compiuta. Nella prima metà del Duecento entrano in Europa le traduzioni latine di Aristotele, fatte da filosofi arabi (Avicenna e Averroè) e si conosce soprattutto la metafisica della sostanza di Aristotele, che servirà da base per quella tomistica, ancor più perfetta, dell’essere come atto ultimo di ogni essenza e sostanza (2). Si può affermare tranquillamente che proprio l’entrata di Aristotele in Europa ha provocato il più grande sviluppo della scolastica della Cristianità medievale europea.
L’uomo è capace di conoscere la realtà e dunque la verità, che è la conformità dell’intelletto con la realtà. Egli ha un’anima spirituale fornita di intelletto per conoscere la verità e di volontà per amare il bene, può quindi giungere a dimostrare l’esistenza di Dio, che è l’Essere e la Verità per sé sussistente, e ad amare il Bene sommo per tutta l’eternità poiché la sua anima è incorruttibile in quanto è spirituale. Inoltre l’uomo è un animale socievole e vive in relazione con gli altri. Ebbene le azioni umane e le relazioni dell’uomo con Dio e col prossimo sono regolate dalla morale. Agire significa tendere ad un fine, perché nessuno agisce a vuoto. Ora l’uomo tende al fine non meccanicamente, ma in maniera cosciente e libera, mediante atti umani, che nascono dalla intelligenza e dalla libera volontà; essi sono moralmente buoni se tendono al bene e moralmente cattivi se tendono al male. La regola della moralità o bontà degli atti umani è la loro conformità con la legge naturale, la natura umana e il suo fine. Quindi tale regola non è soggettiva, indipendente da un oggetto o autonoma, ma è oggettiva. L’uomo sente il dovere di fare il bene e fuggire il male ed il fondamento di quest’obbligo morale sta al di fuori e al di sopra dell’uomo. È Dio che, avendoci creati intelligenti e liberi, vuole che agiamo secondo la nostra natura aderendo alla verità e al bene. Solo così potremo raggiungere il nostro fine. Ora tutte le cose finite e caduche non possono essere il fine ultimo dell’uomo, che avendo un’anima spirituale è aperto a tutta la realtà, alla pienezza, all’eternità. Perciò solo Dio può essere il vero fine dell’uomo, cui la morale oggettiva naturale e divina ci aiuta a pervenire. don Curzio Nitoglia in sintesi) (foto: san tommaso d’aquino)

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Originalità e Perfezione della Filosofia Tomistica Rispetto al Platonismo e all’Aristotelismo

Posted by fidest press agency su martedì, 5 maggio 2015

Curzio NitogliaS. Tommaso non ha scritto un trattato completo di metafisica, ma tra le sue tre grandi opere sistematiche (Commento alle Sentenze, Somma contro i Gentili, Somma Teologica) ha affrontato tutti i problemi della metafisica, benché in maniera sparpagliata e occasionale.L’Aquinate scrisse anche i Commenti all’intero Corpo aristotelico per contrapporli all’interpretazione razionalistica dello Stagirita data da Averroè, che era oggettivamente lontana dalla lettera e dallo spirito delle opere di Aristotele.L’obiettivo principale dell’esegesi tommasiana del Corpus aristotelicum è quello di fare l’esegesi minuziosamente testuale parola per parola, mettendo a confronto i testi paralleli, ossia che trattano il medesimo argomento (littera Aristotelis) e di capire il vero significato (spiritus seu intentio Aristotelis) del testo di Aristotele o l’intentio auctoris per esporre il più fedelmente possibile il pensiero di Aristotele.L’Aquinate non ebbe di mira principalmente di battezzare Aristotele e di mostrarne la compatibilità con la dottrina cristiana, anche se questa intenzione segue quella principale di S. Tommaso. In breve il Dottore Comune non si è proposto un fine apologetico a sostegno delle fede cristiana studiando Aristotele come base filosofica per il suo sistema teologico, ma ne ha voluto capire il testo e il significato per elaborare una sua filosofia che è risultata essere ancora più perfetta di quella dello Stagirita.Per poter fare bene tutto ciò chiese al suo confratello domenicano Guglielmo da Moerbeke, un eccellente grecista, di fare una nuova traduzione di Aristotele in latino. “Quello che l’Angelico riuscì a fare, nel corso di soli quattro anni, ha dell’inverosimile: Lavorando intensamente dalla mattina alla sera, con un gruppo di assistenti e segretari, egli portò a termine il commento di quasi tutto il Corpus aristotelicum” (B. Mondin, Storia della metafisica, Bologna, ESD, 1998, II vol., p. 481). I suoi commenti erano fedeli al testo aristotelico e ne spiegavano il vero significato (con delle brevi note, ove necessario, per mostrare ai giovani Maestri di teologia i punti in cui la dottrina aristotelica era incompatibile con quella cristiana) a differenza di quelli averroistici.Werner Jaeger, il massimo tra gli studiosi di Aristotele nel XX secolo, ha scritto: “I commenti di S. Tommaso ad Aristotele rivelano un nuovo sforzo di concentrazione per arrivare a capire sia lo spirito che la lettera di un autore nuovo, non vi è nulla di paragonabile alla serietà e alla tenacia del felice tentativo di S. Tommaso di penetrare il significato delle opere del grande filosofo di Stagira” (Umanesimo e teologia, Milano, 1958, p. 35).
“Soltanto grazie al neotomismo (per esempio P. Madonnet, M. Grabmann, A. Masnovo, F. Olgiati, E. Gilson, J. Maritain e meglio di tutti C. Fabro), lanciato da Leone XIII nel 1879 con l’Enciclica Aeterni Patris, è finalmente emersa l’importanza e l’originalità della metafisica tomistica, che non è una semplice riedizione della metafisica aristotelica bensì è una metafisica strutturata sul concetto di essere come atto ultimo e perfezione delle sostanze, alle quali soltanto si era fermato Aristotele. […]. Nei commenti di S. Tommaso c’è una straordinaria ricchezza di dottrina. Il pensiero di Aristotele viene non soltanto chiarito, ma anche rafforzato e approfondito. […]. Si commetterebbe un gravissimo errore se si volesse ridurre il tomismo filosofico a quanto S. Tommaso ha scritto nei suoi commenti su Aristotele. In questi infatti, il tomismo compare in minima parte, ossia per la parte che viene mutuata da Aristotele. Ora il tomismo è molto di più per la dottrina metafisica assolutamente nuova ed originale. Dal concetto di essere come atto ultimo di tutti gli enti, che si trova poche volte nei commenti ad Aristotele mentre lo si rinviene ripetutamente e diffusamente in tutti i suoi opuscoli filosofici (nel De ente et essentia, nelle Quaestiones Quodlibetales, nelle Quaestiones disputatae, nel Commento alle Sentenze e nelle due Summae)” (B. Mondin, Storia della metafisica,cit., p. 477 e 492-493).
Avicenna, che aveva affermato la distinzione reale (non solo logica ma ontologica) tra essenza ed essere, è il ponte di cui si serve l’Angelico per passare dalla vecchia metafisica dell’essenza aristotelica alla nuova metafisica dell’essere come atto e perfezione ultima di ogni ente, essenza e perfezione. Tuttavia Avicenna, nonostante la distinzione reale tra essere e essenza, si ferma anche lui come lo Stagirita alla metafisica delle essenze: secondo lui l’ente è un’essenza e il suo essere è un accidente dell’essenza e non l’atto o la perfezione ultima (Metaphysicae compendium, tr. di N. Carame, Roma, 1926, Libro I, parte 2, trattato 1 ). L’Aquinate risponde che ciò è inammissibile poiché l’essere è l’attualità di ogni atto (nulla forma est nisi per esse. Ergo esse est actualitas omnis formae) e non può essere un accidente, poiché l’essere è un concetto trascendentale che oltrepassa le Categorie (sostanza e accidenti). Quindi “non pare che Avicenna abbia detto il giusto. Infatti, pur essendo l’essere distinto dall’essenza e dalla sostanza e trascendendoli, non può essere neppure e a fortiori un accidente” (S. Tommaso, In IV Metaphys., Lez. II, n. 558). In breve per l’Aquinate l’essere è realmente distinto dall’essenza, altrimenti non esisterebbero enti finiti, ma un solo Essere infinito e assoluto (panteismo). Quindi l’essenza è il soggetto che riceve l’essere e l’essere è la perfezione che dà realtà o esistenza all’essenza in un ente concreto esistente in atto (v. I Sent., dist. 19, q. 2, a. 2; De veritate, q. 27, a. 1, ad 8; In De Hebdom., II, nn. 33-34; Quodl. XII, 5, 1).L’ Angelico mostra il primato ontologico dell’essere rispetto all’essenza e all’ente: “ens est essentia habens esse” (I Sent., dist. 37, q. 1, a. 1, sol., S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3). Infatti l’ente è un’essenza, che ricevendo l’essere come sua perfezione ultima, esiste o esce fuori (“ex-sistere”) dal nulla e dalla sua causa. Ecco perché vi è l’ente e non il nulla contro ogni forma di nichilismo metafisico, confutato dall’Angelico con circa seicento anni di anticipo. L’essere sorpassa sia l’essenza che è in potenza a riceverlo, sia l’ente che è sinolo di essenza (potenza) ed essere (atto).L’Aquinate sposta il suo sguardo dalle essenze (Aristotele/Avicenna) all’essere (come atto ultimo) e gli enti esistenti trovano la loro spiegazione nell’essere che attua o perfeziona ultimamente l’essenza. La metafisica tomistica ricerca l’essere o la perfezione ultima degli enti esistenti e la scopre nell’essere come atto ultimo per risalire così dall’ente finito all’Ipsum Esse subsistens o Atto puro.
Per il Dottore Comune “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3); “L’essere è atto di ogni atto e perfezione di ogni perfezione” (De potentia, q. 7, a. 2, ad 9); “L’essenza non sarebbe nulla se l’essere non la rendesse tale” (De pot., q. 3, a. 5, ad 2); l’essere è “l’atto ultimo e la perfezione di ogni essenza” (Contra Gent., Lib. I, cc., 38, 52-54; S. Th., I, q. 50, aa. 2-3; De ente et essentia, c. 5); “Tra tutte le cose l’essere è la più perfetta (esse est inter omnia perfectissimum). […]. L’essere è l’attualità di ogni atto e quindi la perfezione di ogni perfezione” (De pot., q. 7, a. 2, ad 9); “L’essere è l’atto ultimo o perfettivo, che è partecipabile da tutti, mentre l’essere non partecipa ad alcunché. L’essere è partecipato e non partecipante (Ipsum esse est actus ultimus, qui partecipabilis est ab omnibus; ipsum esse autem nihil participat)” (De anima, q. 6, a. 2); “L’essere è la più perfetta di tutte le cose, poiché è l’atto di ogni ente e di ogni forma o essenza. Quindi l’essere sta all’ente come il ricevuto o partecipato al recipiente o partecipante” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).La metafisica tomistica, quindi, poggia su tre pilastri originali e più perfetti dell’aristotelismo e del platonismo:
1°) l’essere come atto ultimo di ogni atto, di ogni sostanza e come perfezione di ogni perfezione, letto alla luce dell’analogia;
2°) il principio di partecipazione letto alla luce della causalità efficiente creatrice;
3°) l’ente come essenza che riceve l’essere e lo limita.
S. Tommaso, così, ha messo in luce tre verità essenziali alla vera e più completa metafisica:
1°) l’essere, che di sua natura è perfezione assoluta e illimitata;
2°) l’essenza, che ricevendo l’essere lo specifica e lo limita;
3°) l’ente, che è il risultato o il fatto della limitazione dell’essere da parte dell’essenza la quale lo riceve. In breve senza l’essere tutto cadrebbe nel nulla, l’essere è la spiegazione di ogni ente e di ogni realtà.
Ecco, quindi, perché «allontanarsi dalla metafisica dell’essere come actus ultimus omnium essentiarum comporta un grave pericolo di conclusioni disastrose. Il più piccolo errore intorno alle prime nozioni di essere produce conseguenze incalcolabili, come ricordava San Pio X, citando queste parole di S. Tommaso: “Parvus error in principio, magnus est in fine”».“Al di sopra di tutti gli infruttuosi esperimenti (di apertura alla modernità) la Chiesa segue la sua strada e ci ricorda via via quello che realmente ci aiuta a non allontanarcene. Se i problemi del momento (la filosofia nichilistica e la nouvelle théologie) si van facendo sempre più gravi, questa è una ragione per ritornare a studiare e capire la vera dottrina di S. Tommaso intorno all’essere, alla verità, al valore dei primi princìpi dai quali si risale con certezza all’esistenza di Dio. […]. Si tratta dei princìpi direttivi del pensiero e della vita morale, tanto più necessari quanto più le condizioni dell’esistenza umana si fanno maggiormente difficili e richiedono certezze più ferme”.
1°) considera ogni cosa alla luce dell’essere come atto ultimo e non in rapporto al movimento, all’io, all’azione;
2°) risolve tutti i grandi problemi mediante la distinzione reale di materia/forma, potenza/atto, essenza/essere dando il primato alla forma, all’atto e per primo e soprattutto all’essere come perfezione ultima di ogni altra perfezione.
L’essenza creata e finita (anche quella angelica) non è il suo atto di essere, ma lo riceve e lo partecipa, essendo realmente distinta da esso; solo Dio è l’Essere per sua essenza; ogni altro ente per partecipazione riceve ab Alio l’essere nella sua essenza creata e finita. San Tommaso insegna esplicitamente che “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3) e distingue nettamente l’essere come atto ultimo, che perfeziona anche le essenze, dall’esistenza, la quale è il prodotto o l’effetto dell’essere attuante un’essenza dando così luogo al fatto (o effetto o prodotto) di ex-sistere dell’ente; ossia l’ente esce fuori dal nulla essendo causato efficientemente dall’essere, che perfeziona l’essenza e la rende ente esistente in atto e realmente. Il tomismo è essenzialmente teocentrico, poiché afferma il primato dell’atto sulla potenza e Dio è Atto puro da ogni potenzialità; inoltre afferma il primato dell’essere su ogni essenza e Dio è l’Essere per essenza. Siccome l’uomo è composto di materia e forma, di potenza e atto, di essenza ed essere, egli è essenzialmente distinto da Dio, che è assolutamente semplice e privo di ogni composizione, e perciò l’unico centro e fine è Dio (“Rex et Centrum omnium cordium”) e non l’uomo, che è solo un mezzo ordinato al fine e sottomesso a lui.Solo il tomismo, dunque, riesce a confutare ogni forma, sia pur soltanto tendenziale, di panteismo ed ogni tentativo di far coincidere teo e antropo/centrismo; infatti l’essere per il tomismo non è univoco (come dicono Scoto e Suarez), ma analogo. Se l’essere fosse univoco, si ricadrebbe nell’errore del monismo di Parmenide (ripreso da Spinoza e dall’immanentismo moderno) già risolto da Aristotele nella Metafisica con la dottrina della distinzione reale tra potenza ed atto, essenza ed essere. Infatti ciò che è univoco viene diversificato solo da differenze estrinseche a lui. Ora al di fuori dell’essere non c’è nulla. Quindi tutto sarebbe una sola cosa: mondo e Dio.Da questa divergenza tra tomismo e scolastica decadente (scotismo e suarezismo), che si trova all’inizio della metafisica o della definizione della natura dell’essere, che pian piano ci fa ascendere all’Essere stesso sussistente, si giunge alla divergenza, che si situa al vertice della metafisica o teologia naturale: per S. Tommaso solo in Dio l’essenza e l’essere sono la stessa cosa (S. Th., I, q. 3, a. 4), mentre per lo scotismo e il suarezismo anche nelle creature essenza ed essere non sono distinti realmente ma solo logicamente. Infine per S. Tommaso solo Dio, l’Atto puro, è il suo proprio essere per essenza. Quindi l’Essere divino non è ricevuto in nessuna potenza o essenza ed è illimitato ed infinito (S. Th., I, q. 3 a. 4; ivi, q. 7, a. 1).In breve l’essere è l’ultima attualità o perfezione di ogni altra perfezione: questo è il vertice e la chiave di volta del tomismo e di ogni metafisica oltre il quale “resta solo la Visione Beatifica”.L’Angelico trascende sia Platone sia Aristotele. San Tommaso trascende Platone, giunto soltanto all’essenzialismo delle ‘idee pure e separate’, come pure Aristotele, fermatosi all’essenzialismo della ‘forma’ e della ‘sostanza’. Entrambi si son fermati alle idee pure o separate, alle forme e alla sostanza senza risalire all’essere, che le perfeziona e le ultima. È S. Tommaso (“Luce intellettual piena d’Amore, Dante”) che si eleva al vertice dell’essere (come atto che perfeziona le idee separate, la forma e la sostanza) e nel trascendere questi due filosofi sublima quanto c’è di valido in entrambi (cfr. De Subst. sep.,c. 3). Si dovrebbe dunque distinguere il tomismo genuino dall’essenzialismo sia delle idee pure del platonismo sia delle forme e delle sostanze dell’aristotelismo per far emergere la sua genialità originale dell’atto di essere quale perfezione ultima di ogni forma (sia idea separata platonica sia sostanza o essenza aristotelica).Per poter guarire i mali di cui soffre l’uomo contemporaneo bisogna prima individuarne la radice e la fonte o farne una diagnosi. Infatti “estirpare solo gli effetti del male e non la causa è poca cosa” (Platone), soprattutto se il male è letale. Certamente il male attuale cioè il pensiero post-moderno è difficilmente curabile, come un cancro con metastasi diffuse in tutto il corpo. Ma “nihil difficile volenti”.La natura del male dell’uomo contemporaneo è il nichilismo filosofico, che vuol distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per essenza (nichilismo metafisico). Perciò tende a trasformare l’uomo in una larva o “pecora matta” (Dante) che galleggia sul nulla per esserne ben presto ingoiata. L’epoca attuale è caratterizzata da un grande vuoto interiore dell’uomo, vuoto di concetti, giudizi e ragionamenti logici, di valori morali e dell’Essere stesso per essenza, che è Dio, perché l’uomo attuale vive come se Dio non esistesse, non ha neppure il “credo” ateo, ma solo l’indifferenza e l’apatia.La terapia deve essere energica, non si tratta di un raffreddore e neppure di una polmonite, ma di un cancro generalizzato. Occorre sradicare la mentalità nichilistica o post-moderna tramite il recupero dei valori e delle verità supreme, che S. Tommaso d’Aquino ha mutuato da Platone e Aristotele e le ha sublimate nella metafisica dell’essere come atto ultimo di ogni sostanza, elevando e correggendo (ove necessario) il concetto di ‘partecipazione’ di Platone e quello di ‘essenza’ di Aristotele. Il rimedio al nulla o non-essere è solo l’essere come atto perfetto.O si torna ai valori veri, oggettivi, reali della metafisica classica (platonico-aristotelico-tomistica), secondo cui l’uomo è un animale razionale, composto di corpo e di spirito (e quindi né solo angelo né solo bestia); fatto per conoscere la verità e amare il bene, creatura finalizzata al Creatore, infinitamente distinta da Lui e che può raggiungere una certa felicità su questa terra solo se vive secondo le leggi della natura creata da Dio: “cercate prima il Regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” oppure si rovina in pieno e perfetto nichilismo, non solo distruttivo ma anche allucinatorio, che dà deliri di onnipotenza: “cercate il potere o la volontà di potenza e tutto il resto verrà da sé” e questo “resto” è la follia, come per Nietzsche, l’inferno in terra come per il drogato e quello eterno per chi persevera in tali errori. Il vero filosofo, invece, è il vero uomo che sa ben pensare e ben vivere.Ora il filosofo post-moderno pensa erroneamente e vive ancor peggio. Giovanni Reale ha scritto: “chi sa vivere e morire in accordo pratico e vissuto col proprio pensiero è un vero filosofo”. La verità oggettiva è l’esatto opposto della conoscenza esoterica. A-letèia dal greco làntano (nascosto) significa non (‘alfa privativo’) nascosto. Quindi tutto ciò che è esoterico o segreto, iniziatico, misterico, occulto o nascosto è per definizione ‘non-vero’. Il soggetto vero (uomo vero, filosofo vero), perciò, è colui che non nasconde se stesso, la sua vera faccia o personalità, è franco, non falso o nascosto, ossia non è un “sepolcro imbiancato”. L’uomo per conoscere la verità oggettiva deve conformare il suo pensiero alla realtà (“adaequatio rei et intellectus”).La modernità è nata, invece, come primato del cogito soggettivo sulla realtà extra-mentale. Onde come diceva Socrate “se vuoi essere felice cura la tua anima”, il tuo intelletto affinché si conformi al vero e alla realtà e la tua volontà affinché faccia il bene e fugga il male. Il nichilismo perfetto per potere sempre più ed essere persino simile a Dio (volontà di potenza esoterica), corre verso il baratro del nulla. “Chi troppo vuole nulla stringe”.Ite ad Thomam “studiorum Ducem”! La prima lascia il mondo puramente sensibile, dopo averlo sperimentato, poiché l’uomo non è una pura bestia, ma ha un’anima razionale fatta per conoscere il ‘meta-sensibile’.
La seconda giunge alla ‘sostanza’ delle cose (Aristotele) e al concetto di ‘partecipazione’ del mondo sensibile a quello delle idee pure (Platone).La terza giunge all’“essere come atto ultimo di ogni sostanza ed essenza” (S. Tommaso d’Aquino) ed applica la partecipazione all’essere (‘essere per partecipazione’ o creato ed ‘Essere per essenza’ ossia Dio: la creatura o effetto partecipa al Creatore poiché somiglia a Dio ricevendo da Lui l’essere in maniera limitata).
La quarta navigazione non è più filosofica ma teologica e ci indica la Croce come unico mezzo per attraversare in pace il mare burrascoso della vita percorrendo le “tre vie della vita spirituale” che secondo l’Angelico sono così suddivise:
“la prima via è quella purgativa dei principianti (incipientes), che si staccano dal peccato grave e meditano discorsivamente;
la seconda è quella illuminativa dei progredienti (proficientes), che imitano le virtù di Cristo e meditano affettivamente con la contemplazione acquisita;la terza è quella unitiva dei perfetti (perfecti), che sotto l’influsso abituale dei sette Doni dello Spirito Santo si uniscono a Dio e entrando nella contemplazione infusa vengono trasformati in Dio” (S. Th., II-II, q. 24, a. 9), senza naufragare nel mare del nulla (Nietzsche) dove tutto affonda o delirare pensando di essere Dio (Evola/Guénon/Schuon).
Il voler essere super-potente o addirittura onnipotente porta allo scacco, alla follia o al suicidio, poiché l’uomo è limitato per natura e sarà forte solo se partecipa alla Fortezza di Dio. Oggi nel momento in cui sembra che il nichilismo trionfi, ricordiamoci che Dio non muore, l’uomo sì. Essere, verità e bontà non passeranno, tutto il resto sì. “Stat Beata Trinitas dum volvitur orbis”.Perciò occorre guardare in faccia la verità, che è evidente, ‘non-nascosta’, la realtà alla luce del sole. Poi bisogna volgere le spalle alle apparenze: l’Io assoluto, il “nulla costruttivo” (ossia il “cerchio quadrato”), l’esoterismo magico. Inoltre subordinare i beni esterni e perituri a quelli interiori e immarcescibili: il corpo all’anima, l’io a Dio. Il male dei mali odierni è il voler apparire, far finta di essere ricchi, forti, belli, contenti, super-uomini o Dei, mentre la realtà è totalmente contraria all’apparenza.La metafisica classica, che è il buon senso eretto a scienza filosofica, è fonte di vita onesta e saggia, la quale sola può dare la felicità seppur imperfetta in questo mondo, preludio di quella perfetta ed infinita della vita eterna (“gratia est inchoatio et semen gloriae aeternae”). La filosofia moderna e post-moderna è fonte di vita disonesta e immorale per principio non per debolezza, e, folle o allucinata teoreticamente, conduce prima al delirio di onnipotenza: Io = Dio, e, poi alla disperazione suicida: per me non c’è salvezza (“error et vitium sunt inchoatio perditionis aeternae”).Tuttavia ogni uomo è suscettibile di redenzione, anche quello moderno e post-moderno, purché lo voglia: “Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te” (S. Agostino). Egli, dunque, può attraversare il “deserto” della modernità e il “nulla” della post-modernità e può esclamare anche lui: “occorre finire con l’auto-inganno e bisogna cominciare a vivere bene e conoscere il vero”. Solo dopo essere passati attraverso il “nada, nada, nada” si giunge in cima al Monte Carmelo (S. Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo).L’unico “trampolino di lancio” per uscire dalla post-modernità è la volontà speranzosa di finire con la menzogna e l’inganno – iniziato col cogito cartesiano e sfociato nella ‘morte di Dio’ nietzscheana/neomodernista – per cominciare a vivere ed agire veramente e bene. La buona volontà che si compone di umiltà, la quale toglie al soggetto il primato sull’oggetto e su Dio, riconoscendo la natura creata e limitata dell’essere umano, più la speranza soprannaturale nell’aiuto di Dio onnipotente e misericordioso danno a tutti la capacità reale di dire come Dante “incipit vita nova”.Ognuno può farla finita col nichilismo per cominciare a guardare in faccia la realtà, così come è e non così come ci appare, conoscendo la verità che è “adequatio rei et intellectus” (Aristotele) e vivere onestamente “curando la propria anima” (Platone): “Fa il bene ed evita il male, questo è tutto l’uomo” (Sal., XXXIV, 15) e per poter esclamare col Poeta “e quinci uscimmo a riveder le stelle” (Dante). (d. Curzio Nitoglia)

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Uniformità alla volontà divina

Posted by fidest press agency su domenica, 26 febbraio 2012

Dio

Image via Wikipedia

● La ‘perfezione’ cristiana (per quanto è possibile in questa terra) consiste nell’amare Dio con la virtù di carità soprannaturale. Infatti l’amor di Dio unisce la nostra volontà alla Volontà divina e quindi ci unisce a Dio stesso (“unumquodque est perfectum in quantum attingit finem suum”). Egli ama le nostre azioni quando sono secondo la sua volontà. Se facciamo l’elemosina per farci vedere farisaicamente, Dio non ama questa nostra azione apparentemente “buona”, perché non è fatta per amor di Dio o in uniformità alla sua volontà, ma per amor proprio o in uniformità alla nostra volontà.
L’uomo che cerca la sua volontà pecca, in un certo modo, di “idolatria” poiché adora la volontà propria e non quella di Dio. S. Gregorio Magno insegnava: “togli la volontà propria e hai chiuso l’Inferno”.
● Per questo motivo è assai necessaria “la vera devozione alla Vergine Maria” (S. Luigi Grignion de Montfort). Infatti, dopo il peccato originale, albergano in noi le tre concupiscenze, i sette vizi capitali e il fomite del peccato. Ora “l’inizio di tutti i mali e peccati è l’orgoglio” e anche le anime pie hanno una certa forma di orgoglio spirituale, molto ben nascosta e celata, che quasi impercettibilmente si insinua nelle loro buone azioni e le guasta, come il fondo un po’ marcio di una botte guasta il buon vino che vi si mette “et ab occultis meis salva me” recita il Salmo, ossia purificami tu o Signore dai miei difetti che non riesco (o non voglio riuscire) a scorgere pienamente senza esserne pienamente cosciente, infatti “chi è diretto da se stesso è guidato da un asino” (S. Bernardo di Chiaravalle). Per cui, siccome “nessuno è buon giudice in causa propria” o “nessun medico sa incidere fino in fondo la sua piaga”, noi non riusciamo a vedere chiaramente i nostri difetti più fini tanto sono ben nascosti nelle pieghe più recondite della nostra personalità o nelle “profondità della nostra anima” (p. Reginaldo Garrigou-Lagrange). Quindi bisogna che chiediamo a Maria di voler estirpare dal nostro animo le erbe, che sembrano essere buone, ma in realtà sono cattive (come la zizzania del Vangelo la quale è molto somigliante al buon grano). Dio è venuto a noi facendosi uomo attraverso Maria e vuole che noi andiamo a Lui passando attraverso Maria, mediatrice universale e dispensatrice di tutte le grazie. Per cui chiediamo alla Madonna Santissima di voler purificarci da ogni attaccamento disordinato a noi stessi e quasi impercettibile o difficilmente discernibile. “Per crucem ad lucem”. La via regia che porta in Paradiso è quella del Calvario e Maria ci è stata data come nostra “madre spirituale” da Gesù sulla Croce nella persona di S. Giovanni ai quali il Salvatore prima di spirare disse: “Madre ecco tuo figlio, figlio ecco tua Madre”.(d. Curzio Nitoglia)

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Stato sociale o anarco-capitalismo?

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 agosto 2010

Le critiche, non pienamente condivisibili, fatte al nazismo da parte dei teo-conservatori filo americanisti, non sono esattamente quelle mosse dalla Mit brennender Sorge di Pio XI, che sono da me totalmente condivise. Le prime, infatti, più che l’aspetto filosofico-religioso, criticano quello sociale del III Reich, si celano dietro la condanna (in sé giusta) del “totalitarismo, ma in realtà, come ogni scuola di derivazione liberista, criticano lo ‘Stato sociale’, ossia il fatto che lo Stato si occupi anche di economia, la quale – per i liberisti – andrebbe lasciata del tutto esente da ogni intervento o ‘pianificazione’ statale. Questa teoria è inconciliabile con la sana filosofia: “l’uomo è animale sociale” (Aristotele e san Tommaso); con la retta ragione: il caso (o la assoluta libertà) è sempre più imperfetto di ogni “piano” umano, che per quanto fallace possa essere non lo è mai tanto quanto il fato o la pura casualità (“laissez faire”). Certamente il nazismo è stato, tendenzialmente, totalitario, neopagano, anticristiano (ma mai come il bolscevismo, il III Reich non ha abolito la famiglia, la proprietà privata e la religione, il comunismo sì), come tale è mal conciliabile con la dottrina cattolica. Tuttavia, socialmente parlando, il III Reich è stato l’unico sistema “socialista” che ha portato benessere per tutti, specialmente per i meno abbienti. Proprio tale aspetto (non quello religioso) è mal visto dal teo-conservatorismo “elitario” ed esageratamente in teoria “antiegualitarista”, ossia in pratica “pro sfruttamento dei poveri” (“peccato che grida vendetta in Cielo”). Solo in tale senso (economico-sociale), affronto il problema della dottrina e soprattutto della azione pratica sociale del III Reich germanico, la quale de facto ha raggiunto degli scopi che ogni cristiano non può non apprezzare alla luce della dottrina sociale della Chiesa. (don Curzio Nitoglia in sintesi)

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Anti-scemitismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2010

«Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole! […]  Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto». (card. Giuseppe Siri, “Rivista Diocesana Genovese”, gennaio 1975).  La parola “antisemitismo” è una di queste, anzi assieme a la “shoah” è “La Parola” intimidatoria per eccellenza (“et verbum timor factum est”). Basta pronunziarla e tutti (o quasi, per fortuna) terrorizzati fanno “mea culpa”. Un celebre giurista diceva: «lo ‘scemo’ è sempre in agguato. Se affermi qualcosa di non politicamente corretto, ti apostroferà: “sei un antisemita!”». Di fronte a tale accusa si risponde facilmente con la distinzione (ripetuta ad abundantiam e sino alla noia) tra:  a) “antisemitismo”, la teoria, nata nell’Ottocento, sulla superiorità della razza germanica sopra tutte le altre e specialmente quella semitica. Quindi, anche quella araba e non solo ebraica;  b) ed “antigiudaismo”, che è una dottrina teologica, la quale non accetta il giudaismo religione talmudica o post-biblica, che nega la divinità di Cristo e la SS. Trinità. Essa risale ai Vangeli, ai Padri della Chiesa e al Magistero pontificio sino a Pio XII. Ma non voglio annoiare il lettore ripetendo cose stranote.
“Chiamo “anti-scemitismo” la sana reazione dell’uomo veramente libero “della Libertà dei figli di Dio” (Rom., VIII, 21), il quale per amore della “Verità che rende liberi” (Giov., VIII, 32) non si lascia intimidire dallo “scemo” di turno, che fa lo “scemita” (non essendo il più delle volte ‘semita’, ma solo un ‘servile’ goy, che ha paura di essere “a-semita”, da “alfa” privativo) ed accusa di antisemitismo tutti, a destra e a manca, anche quando la questione della razza germanica non ci entra per nulla. (Don Curzio Nitoglia) http://www.doncurzionitoglia.com/antiscemitismo.htm

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Politica e metafisica

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 dicembre 2009

La morale sociale o politica si fonda sulla metafisica “che ci fa conoscere: a) la vera natura dell’uomo, creatura spirituale e immortale (metafisica psicologica), e quindi il fine ultimo (Atto puro) al quale è destinato (metafisica ontologica), per rapporto al quale gli atti umani sono moralmente buoni o cattivi, secondo che vi conducano o no (etica generale); b) l’esistenza di un Dio personale e trascendente il mondo, maestro, legislatore e giudice dell’umanità, autore della legge morale oggettiva e obbligatoria” (teologia naturale). Onde da una determinata filosofia speculativa o teoretica (materialismo, individualismo) ne segue una determinata filosofia morale (comunismo, liberalismo). Se la filosofia teoretica dalla quale discendono la politica o scienza economica è falsa, anche queste due ultime lo saranno. Ora il comunismo deriva dal materialismo storico e dialettico, che nega l’esistenza dell’anima; il liberal-liberismo deriva dall’individualismo sensista, che riduce la conoscenza umana a quella dei bruti e nega la natura socievole dell’uomo, rendendo lo Stato o Società civile un ente privato e non più morale. Quindi comunismo e liberalismo-liberista sono due errori opposti per eccesso e per difetto, che sprofondano come due burroni, a ‘sinistra’ e a ‘destra’, sotto la vetta di una montagna, la quale è la vera filosofia del ‘buon senso’ comune a tutti gli uomini dotati di retta ragione, eretto a scienza filosofica, ossia l’«aris-tomismo».(Don Curzio Nitoglia)

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Riflessioni davanti al caminetto

Posted by fidest press agency su domenica, 27 dicembre 2009

Editoriale Fidest. Approfitto di queste festività per soffermarmi su alcune riflessioni che mi sono state inviate da Rosario Amico Roxas da Don Curzio Nitoglia, da Sante Pisani e da quelle estratte dai miei lavori sui temi di politica, sociali, filosofici e teologici. Ho pensato, in proposito, di ricostruire idealmente la stessa scena che ho prefigurato in uno dei miei racconti dove alcuni amici, che le circostanze della vita hanno tenuto lontano, si ritrovano durante le festività di fine anno. Lo hanno fatto sedendo intorno a un caminetto in una fredda sera d’inverno. Si riscaldano al fuoco attizzato generosamente dal padrone di casa e la tenue luce che la fiamma irradia a tratti rischiara la scena e lascia intravedere il calore che le parole infiammano i loro volti. Sono amici che nella realtà, possono ritrovarsi solo scrivendosi, possono immaginare un luogo d’incontro solo virtuale. Sanno che le loro parole sono come il vento che fischia tra i rami della foresta e si disperde nella pianura, ma lascia poca traccia di se perché arriva e passa. Ma come l’aria per respirare, l’acqua per dissetarsi e il cibo per alimentarsi, essi sanno che l’umanità da sempre ha tenuto da conto quella forza che viene dal pensiero, l’idea di costruire una società che affranchi l’uomo dal bisogno e lo riempia di spiritualità. Loro, nel piccolo, sperduto angolo del mondo, minuti anch’essi come granelli di sabbia in un vasto deserto parlano, si confrontano, si accalorano, danno alla vita un senso, cercano di trasmetterlo, in qualche modo, agli uditi più sensibili e meno distratti. Forse pensano alla pausa che anche gli esseri umani più indaffarati si concedono per guardare l’albero di Natale, il presepe e nel concedersi un minuto alle proprie riflessioni, ai propri ricordi e nel fare il punto sulla storia della propria vita, dei propri cari e nel modo come si sono collocati nella famiglia e nella società e nella loro capacità di fare come l’atleta in una staffetta che cede il testimone al compagno che l’attende al varco per continuare la corsa. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Dopo il vaticano II, l’apertura alla massoneria…

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2009

Cortina D’Ampezzo 13 agosto h. 17.30″ Splendid Hotel Venezia” conferenza “Dopo il vaticano II, l’apertura alla massoneria…” dibatte il tema don Curzio Nitoglia  esperto dei temi di grande attualità che minacciano la Chiesa e l’Europa. Introduce la giornalista Rosanna Raffaelli Ghedina

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