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Elezioni: Avremo un parlamento devitalizzato?

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 febbraio 2018

camera deputati“Aridateci” le correnti. Di fronte al nauseante spettacolo della formazione delle liste elettorali – cui, chi più chi meno, non si è sottratto nessuno, neppure le vestali della democrazia diretta – con scelte che porteranno a Camera e Senato soldatini ciecamente obbedienti, creando un parlamento “devitalizzato”, divampa in noi la nostalgia del tempo che fu, quando i partiti – che tali era giusto definire – erano articolati in “correnti”, stabili e organizzate. E tutte, anche quando la pratica quotidiana le spingeva sul terreno del sottogoverno e della clientela, sempre e comunque definite seconda precise linee politico-culturali distintive. Certo, quella pratica ha prodotto nel tempo delle degenerazioni, talvolta anche gravi – non ci sfugge – ma è evidente che il confronto con la situazione degli anni della Seconda Repubblica, e ancor peggio con quella di oggi, rende più che giustificato il rimpianto. Anche perché, francamente, la polemica pannelliana contro la cosiddetta “partitocrazia” non ci ha mai convinto. Non c’è il minimo dubbio: la statura del personale politico e il livello del dibattito politico fanno pendere l’ago della bilancia del confronto tra le epoche, a favore della stagione correntizia.Oggi, invece, ci accingiamo a passare da una fase che ha visto la prevalenza dei dilettanti – di fronte alla quale pensavamo, sbagliando, che si fosse toccato il fondo – ad una in cui a prevalere sarà la genia dei lobotomizzati, peraltro senza per questo perdere un’oncia sul terreno dell’incompetenza. Con qualche rara eccezione, naturalmente, che non fa altro che confermare la regola. Chi ha fatto più scalpore è stato il Pd, che Renzi ha sottoposto ad una vera e propria pulizia etnica. Anche se dobbiamo confessarvi che non proviamo alcuna pietà per coloro che l’hanno subita: Renzi, in fondo, ha solo fatto se stesso, chi aveva immaginato che sarebbe stato inclusivo e tollerante, si è dimostrato un credulone, che non solo non ha capito l’uomo – ma qui entriamo nel campo della psicologia – ma soprattutto non ha letto il suo disegno di conquista totale del Pd per trasformarlo in un partito personale. Molti ex democristiani si sono baloccati nell’idea che “in fondo Renzi fa fuori i comunisti, che è cosa buona e giusta”. Altri, compresi molti esponenti dei gironi più larghi dell’inner circle renziano rispetto a quello centrale (5 persone a esagerare), si sono fidati delle promesse e delle blandizie, e solo alla fine hanno capito quanto mal gliene sia incolto. Eppure, le mosse del segretario del Pd erano perfettamente prevedibili, perché era chiaro il disegno: avere i gruppi parlamentari totalmente al suo servizio, sapendo che il risultato elettorale costringerà a fare patti al di fuori dello schema a quattro con cui si va alle elezioni e che avere il controllo dei parlamentari è indispensabile a poter reggere qualsiasi gioco si voglia fare dal 5 marzo in avanti. Perciò, hanno sbagliato coloro che non hanno posto per tempo e sul terreno politico, anziché quello viscido della spartizione dei seggi (peraltro presunti, perché vedremo come andrà a finire…), il tema delle scelte del partito e della sua conduzione. Renzi ha perso le amministrative, quindi il referendum (rovinosamente), poi le regionali siciliane, e alle primarie per la segreteria ha sì superato gli altri, ma la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono scesi a 1,3 milioni dagli 1,7 milioni del 2013. Inoltre, come spiegammo a suo tempo, aveva scientemente preparato la trappola della diaspora, in cui Bersani e D’Alema sono caduti come polli per poi doversi affidare ad un grillino mancato come Pietro Grasso, proprio perché il suo obiettivo era la pulizia etnica.Tutto questo non era forse sufficiente per capire l’antifona e porre il problema politico? Certo che sì. Ma tutti i capi-bastone – che siamo costretti a chiamare così proprio perché le correnti non esistono e ci si vergogna anche solo a chiamarle per nome – hanno preferito affidarsi alla trattativa bilaterale. Perdendo tutti clamorosamente la partita. Sarà cinismo il nostro, ma gli sta bene. La politica richiede coraggio, e almeno questa caratteristica non difetta a Renzi – anzi, ne ha fin troppo – mentre gli altri ne sono sprovvisti.Non diversamente sono andate le cose nel centro-destra, e in particolare in Forza Italia. Al di là dei proclami, sensibilità politica, esperienza amministrativa (sana) e competenze specifiche non sono certo stati i criteri di selezione, tanto che persino un uomo equilibrato e misurato come Gianni Letta ha dovuto sbottare. Ma anche Salvini e Meloni hanno badato essenzialmente alla fedeltà. E del “centralismo a-democratico” dei 5stelle, con contorno di brutte figure come quella di quell’ammiraglio già consigliere comunale in carica per una lista civica guidata dal Pd o del tizio indicato come sfidante di Renzi a Firenze nella sfida diretta di collegio, che risulta un ex iscritto al Pd che ha fatto campagna per il sì al referendum costituzionale, vogliamo parlarne? La verità è che la mediocrità delle leadership chiama altra mediocrità, in un loop che non sembra avere fine. Tanto che, in questo quadro, appare sotto una luce decisamente migliore non solo chi si è sottratto e chiamato fuori, come Enrico Letta, Cuperlo o Tremonti, ma anche chi, suo malgrado, è stato messo fuori senza andare troppo per il sottile. Non tutti, sia chiaro. Che i Razzi o gli Scilipoti non siederanno più sugli scranni di Montecitorio o palazzo Madama farà solo che bene alla salute, malconcia assai, della nostra democrazia. Tuttavia, si è formato un piccolo partito, del tutto trasversale, di “riserve della Repubblica”, che verranno bene in una situazione post elettorale che presumibilmente richiederà (per fortuna) caratteristiche del tutto diverse da quelle dei capipartito scesi

enrico letta

in campo e dei loro accoliti. D’altra parte, non solo il subentrato Monti del 2011, ma anche chi si è avvicendato a palazzo Chigi nel corso della legislatura apertasi con il voto del 2013 e in via di conclusione – Letta, Renzi, Gentiloni – è stato un “perdente di successo” (copyright Michele Ainis) e magari, come nel caso dell’attuale segretario del Pd, un non parlamentare. A conferma che non solo era (e rimane) una bufala la questione dei “candidati premier”, non prevista dalla Costituzione e dunque una aperta violazione di essa – a proposito, ci fa piacere che lo dica con nettezza e persino veemenza il presidente Napolitano, ma non era meglio se da inquilino del Quirinale avesse stoppato questa barbarie? – ma che la politica percorre sempre strade più complesse di quelle stupidamente semplificate a cui la si vorrebbe costringere. Ce ne accorgeremo dopo queste “inutili” (le virgolette sono multiple) elezioni, quando gli eletti saranno chiamati a ratificare gli accordi che si dovranno fare. Intese che riusciranno meglio a chi evita la rissa o ancor meglio a chi è rimasto fuori. E quando sarà il capo dello Stato, mai come in questa circostanza, a dare le carte. Suo malgrado, lo sappiamo. Ma siamo sicuri che non si tirerà indietro. E che il partito di chi sta fuori gli darà una mano decisiva.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Caro D’Alema a fare il massimalista si fa il gioco di Renzi (o di qualcun altro)

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2015

d'alemaAbbiamo stima, politicamente, di Massimo D’Alema molto più di quanto egli non faccia per meritarsela e ricambiarla. Per questo ci permettiamo di dolerci del modo in cui sta svolgendo il ruolo, utile se non fosse sterile, di antagonista di Matteo Renzi. Tralasciamo qui gli strali di cui l’ex leader comunista è diventato facile oggetto nel mostrare il suo lato ruvido (ma ne avrà uno non tale?) al giovane presidente del Consiglio: si è beccato dell’invidioso, del rancoroso, del vecchio frignone incapace di uscire di scena. Sono giudizi meschini, che non ci appartengono. Ma siccome D’Alema rivendica, giustamente, come giudizi politici le critiche brucianti che rivolge a Renzi, è proprio sul terreno politico che il suo antagonismo feroce fa acqua. Non perché a Renzi e al renzismo non ci sia motivo di rivolgere critiche – in questa sede non le abbiamo certo lesinate, seppure sempre con spirito costruttivo tanto da coltivare la speranza di non essere messi tra gli asini e i gufi – ma perché non è attestandosi sul fronte del “no” che si fanno quelle giuste, di critiche, nel metodo come nel merito. No, caro D’Alema – e con lei tutti gli altri oppositori interni di Renzi, da Bersani in giù – non è mettendosi sul fronte sinistro del suo partito e dello schieramento politico nazionale che si può costruire una posizione alternativa al giovinotto fiorentino, costruttiva e vincente.Renzi è un riformista pragmatico, ed è su quella linea di demarcazione che va organizzata la dialettica (e, creda, c’è modo di farlo: si rilegga gli ultimi 18 mesi di TerzaRepubblica, se ha bisogno di spunti). Prima di tutto perché quella è la linea su cui si attesta sia la possibilità che la sinistra moderna vinca le elezioni sia che il Paese possa essere salvato. E poi perché, se non ricordiamo male, D’Alema si era dislocato su quel fronte quando Renzi aveva ancora i pantaloni corti, e non si capisce perché l’uomo che, seppur tra mille (troppe) prudenze aveva apprezzato la modernità del socialismo di Bettino Craxi e sottolineato il carattere perdente della sinistra comunista, oggi recuperi linguaggi e concetti antagonisti che non gli erano stati propri, per esempio quando aveva varcato il portone di palazzo Chigi da presidente. La “rottura sentimentale” con il partito che fu, che Massimo rinfaccia a Matteo, in realtà è stato proprio D’Alema a volerla, quando cercò – purtroppo senza riuscirci – di modernizzare la sinistra post-comunista. Perché ora rimproverarla a chi, nel bene e nel male, ci sta riprovando?Tuttavia, è sotto un altro profilo, quello della tattica politica – terreno in cui D’Alema ama farsi vanto di non essere secondo a nessuno – che troviamo maledettamente fragile l’opposizione a Renzi, quella di D’Alema e ancor più quella della pattuglia di parlamentari che sta cercando di sgambettare il segretario-premier prendendo a pretesto le riforme istituzionali. Messa così la loro battaglia è perdente. Anche se dovesse riuscire a rovesciare Renzi, non sarebbe certo vincente nel Paese. Il quale ha salutato con un’apertura di credito che, in quella misura, non era stata concessa neppure a Berlusconi nel 1994, l’arrivo di un giovane sparigliante come Renzi, capace di mandare alle ortiche il bla-bla-bla sindacale e i riti della concertazione asfissiante. Poi, è vero, ne ha preso le misure, ha imparato a distinguere le parole dai fatti, non ha apprezzato più di tanto certa spavalderia, e il consenso è calato, forse più di quel tanto che era fisiologico che succedesse. Anche se lui lo nega, il risultato di Renzi alle ultime amministrative è ben lontano da quello conseguito solo qualche mese prima alle europee, fino al punto da far pensare (e se il presidente del Consiglio non ci pensa è matto) che la nuova legge elettorale ideata per un Pd attestato al 40% possa rivelarsi un clamoroso boomerang. Ma tutto questo non porta neppure una goccia d’acqua al mulino della minoranza Pd. Che, con i suoi arroccamenti, appare fuori dalla storia e dalla realtà, sia – ovviamente – agli occhi dei moderati che si sono avvicinati a Renzi per via della crisi di Berlusconi, ma anche agli occhi di quel popolo di sinistra che quando ha smesso di credere nel suo vecchio partito si è rifugiata nell’astensionismo o ha imboccato le strade che portano alle nebulose della sinistra-sinistra o ai pentastellati.Ognuno di questi due tronconi, quella riformista e quello “vetero”, pensa di non poter convivere con l’altro, e comunque l’elettorato mobile (centrista e moderato, quello che fa vincere le elezioni) non premia certo chi predica la coabitazione a tutti i costi. Con buona pace di chi, come Paolo Mieli, esprime tormento per la sinistra divisa e teme la “sindrome greca”. Unita può anche prendere un voto in più degli avversari – dipende dalla consistenza di questi ultimi, e dalle modalità della legge elettorale – ma poi non è capace di governare. Divisa deve allearsi con le forze moderate, e può farlo solo l’ala riformista. Ma perché D’Alema e Bersani dovrebbero stare dalla parte dei massimalisti? Perché il riformista Renzi non gli piace? Bene, ma allora lo incalzino da quel lato, e anziché proporre brodose alternative a questo o a quel punto di questo o quel provvedimento, lancino un progetto riformista radicalmente diverso, che sappia mettere in evidenza i limiti del pragmatismo arruffato di Renzi.Qualche esempio? Invece di inseguire Renzi sul terreno delle sue riforme istituzionali, indicando correttivi – su cui tanto il premier non media, perché vuol far esaltare la pochezza programmatica degli avversari – lancino la proposta spiazzante dell’Assemblea Costituente. Sulla scuola facciano esplodere la contraddizione di chi dice che bisogna tagliare la spesa pubblica corrente e poi si mette ad assumere decine di migliaia di insegnanti precari. Sul terreno dell’economia, perché non buttano tra i piedi del governo una bella proposta sulla riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico? E perché non sfidare Renzi sul terreno del garantismo in tema di giustizia?Insomma, caro D’Alema, se ne faccia una ragione: se gli italiani devono scegliere tra lei in versione massimalista e Renzi, scelgono Renzi. Oppure nessuno dei due.
(Enrico Cisnetto direttore del quotidiano online Terza Repubblica)

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