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Darfur: violenza in continuo aumento nel Sudan occidentale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

In considerazione della crescente violenza nel Sudan occidentale, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede alla comunità internazionale di aumentare e migliorare la tutela della popolazione civile nel Darfur. Gli attacchi aerei, gli stupri di donne e ragazze, la mancanza cronica di cibo, acqua e medicinali, l’espulsione di cooperanti stranieri, il blocco dei convogli dei caschi blu dell’UNAMID e gli scontri armati tra diversi gruppi trasformano la già difficile vita di circa 7,2 milioni di persone profughe di guerra in un inferno. La comunità internazionale deve immediatamente impegnarsi per porre fine agli attacchi aerei dell’aviazione sudanese contro la popolazione civile del Sudan occidentale e a favore di una reale tutela della popolazione civile e dei profughi. La comunità internazionale deve inoltre sostenere con maggiore forza i processi di pace locali per ridurre e porre fine agli scontri tra diversi gruppi etnici in lotta tra loro.Negli scorsi quattro giorni sono state uccise più di 300 persone appartenenti alle popolazioni arabe dei Rizeigat e dei Maalia. Queste popolazioni che tradizionalmente vivono da nomadi nel Darfur occidentale sono in lotta per il bestiame e il controllo dei pascoli. Molti di loro hanno fatto parte delle famigerate milizie Janjaweed le quali, a partire dal 2003, avevano partecipato al genocidio di almeno 400.000 Darfurini. Oggi gli ex-miliziani si trovano in lotta tra loro e si accusano a vicenda di “pulizia etnica” per il controllo dei pascoli e del bestiame. L’APM è preoccupata per la crescente spirale di violenza e impunità. Le milizie etniche del Darfur, a suo tempo armate dal governo sudanese e impiegate nel genocidio del Darfur, sono oggi fuori controllo e formano quasi uno stato nello stato. Lunedì 12 agosto un gruppo di Maalia ha addirittura tentato di uccidere il governatore del Darfur Occidentale Abdel Hamid Musa Kasha in opposizione al governo sudanese che non sarebbe capace di garantire la loro sicurezza.Oltre ai gravi scontri armati tra gruppi arabi e/o arabizzati, il governo di Khartum sta sferrando una serie di attacchi aerei arbitrari che colpiscono la popolazione civile nelle montagne di Jebel Marra. Un bombardamento dello scorso 11 agosto ha causato nove morti civili, tra cui due bambini di sette anni. 17.000 persone sono finora fuggite dalle loro case nel tentativo di mettersi in salvo dai bombardamenti nelle montagne di Jebel Marra.La situazione catastrofica nei campi profughi, la cronica mancanza di tutto, i danni provocati dalle piogge torrenziali e i forti ostacoli posti dalle autorità ai cooperanti internazionali rendono la sopravvivenza della popolazione civile sempre più ardua. In agosto 2013 le autorità sudanesi hanno rifiutato il rinnovo dei permessi di lavoro di 20 su 37 collaboratori stranieri dell’UNHCR, l’organizzazione dell’ONU per i profughi, nonostante il numero dei profughi in Darfur sia cresciuto di 300.000 persone dall’inizio dell’anno ad oggi.

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Darfur, grave situazione umanitaria

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 agosto 2013

Burnt hut in Darfur closeup of tools

Burnt hut in Darfur closeup of tools (Photo credit: Wikipedia)

Decine di migliaia di persone, tra rifugiati del Darfur e ciadiani rimpatriati, sono fuggite dai violenti scontri nel Darfur nel periodo compreso fra gennaio e maggio 2013 e hanno cercato rifugio nella zona di Tissi, nel sud-est del Ciad. Un’indagine retrospettiva sulla mortalità, condotta all’inizio di maggio e pubblicata da Medici Senza Frontiere (MSF), rivela che il 93% delle morti tra gli sfollati è avvenuto in Darfur, prima di raggiungere il Ciad, ed è stato causato principalmente dalla violenza. MSF ha ricevuto segnalazioni sugli spostamenti all’inizio di marzo, durante lo svolgimento di una campagna di vaccinazione contro la febbre gialla nel distretto di Goz Beida. Poche settimane dopo, MSF ha iniziato a fornire assistenza medica di emergenza, materiali per allestire dei ripari, acqua potabile e kit per l’igiene ai rifugiati e ai rimpatriati nella zona Tissi. Per capire meglio le circostanze di questi grandi spostamenti di popolazione, MSF ha commissionato a Epicentre, il Centro di ricerche epidemiologiche di MSF, un’indagine retrospettiva sulla mortalità negli insediamenti di Haraza e Tissi, dal 9 al 18 maggio. Le informazioni sono state raccolte tra più di 15.000 persone, in 2.658 famiglie, equamente divise tra rifugiati e rimpatriati. Nelle testimonianze rese all’équipe di MSF, i rifugiati descrivono attacchi in cui è stato sparato a molte persone e i villaggi dati alle fiamme, rasi al suolo e saccheggiati. Il primo dato significativo è che la maggior parte delle morti si è verificata in Darfur prima di attraversare il confine con il Ciad. “Questa indagine conferma che la violenza in Darfur è infatti la principale causa di mortalità tra i rifugiati”, afferma Delphine Chedorge, coordinatrice dell’emergenza di MSF. La ricerca rileva non solo che il 61% dei 194 decessi segnalati è stato causato dalla violenza, ma anche che la maggior parte di essi (111 su 119) è dovuta ad armi da fuoco ed è legata a specifici episodi di violenza che precedono le due grandi ondate di spostamenti, una all’inizio di febbraio e l’altra i primi di aprile.
La stragrande maggioranza dei rifugiati intervistati da MSF a Tissi viene da Abugaradil. Hanno riferito di 71 morti violente in questo villaggio, quando è stato attaccato, tra il 2 e il 9 aprile. “Questi risultati contrassegnano un episodio di estrema violenza a Abugaradil e sollevano gravi preoccupazioni per la situazione umanitaria nella regione”, afferma Delphine Chedorge. Da giugno a settembre, le piogge isolano la maggior parte della zona di Tissi e gli interventi umanitari devono essere ridimensionati. Un’équipe di MSF è comunque rimasta nella città di Tissi e continua a ricevere e curare pazienti.
MSF lavora in Ciad da più di 30 anni e, oltre alle operazioni in risposta alle emergenze, l’organizzazione gestisce progetti a Abeche, Massakory, Am Timan e Moissala.
Medici Senza Frontiere, nata nel 1971, è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo. Nel 1999 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Opera in oltre 60 paesi portando assistenza alle vittime di guerre, catastrofi ed epidemie. http://www.medicisenzafrontiere.it; Facebook.com/msf.italiano; Twitter: @MSF_Italia APP per Smartphone “MSF – Senza mai restare a guardare” http://app.msf.it

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Dieci anni di conflitto nel Darfur

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2013

KHARTOUM – Le nuove violenze in Sudan, nella regione occidentale del Darfur, registrate negli ultimi mesi, hanno spinto oltre 250.000 persone ad abbandonare i propri villaggi ed averi, ha dichiarato oggi il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP).Il conflitto decennale ha recentemente subito un’accelerazione, a causa di conflitti interni tribali per l’accaparramento di terre coltivabili e risorse, creando la più grande ondata di popolazione sfollata negli ultimi anni e mettendo a dura prova la capacità del WFP di raggiungere le famiglie vulnerabili.“Siamo molto preoccupati per come si sta evolvendo la situazione che minaccia la fragile sicurezza alimentare in questa regione”, ha affermato il Direttore del WFP in Sudan, Adnan Khan. “Questa è la stagione in cui le persone dovrebbero dedicarsi a seminare o a lavorare nelle fattorie , invece fuggono dai loro villaggi ed un numero significativo di essi è addirittura dovuto fuggire nei campi rifugiati del vicino Ciad”.
La natura del conflitto si è evoluta ed è diventata più complessa, a causa del coinvolgimento di un numero maggiore di gruppi in quasi tutte le aree del Darfur. In aggiunta ai 250.000 sfollati all’interno del Sudan, secondo l’UNHCR circa 30.000 sudanesi hanno attraversato il confine con il Ciad negli ultimi mesi. Fino ad ora circa 16.000 persone si sono stabilite nel paese vicino e stanno ricevendo assistenza nel nuovo campo profughi di Abgadam nella zona di Tissi, in aggiunta ai 300.000 rifugiati del Darfur che sono in Ciad da diversi anni.
Nelle altre aree del paese, nelle regioni colpite dai conflitti del Blue Nile e del Sud Kordofan, confinanti con la Repubblica del Sud Sudan, vi sono stati oltre 100.000 sfollati a causa di una ripresa delle violenze. Il WFP sta rispondendo a questa situazione, fornendo assistenza alimentare nelle aree a cui ha accesso.In Sudan, la maggior parte delle operazioni del WFP si svolgono in Darfur, dove l’agenzia per l’assistenza alimentare delle Nazioni Unite, all’inizio dell’anno, aveva previsto di raggiungere 2,7 milioni di persone, inclusi 1,4 milioni di persone che vivono nei campi. A causa dei recenti movimenti di popolazione, il numero totale delle persone che riceveranno assistenza nel Darfur salirà a oltre 2,9 milioni di persone.“Questo conflitto sta andando avanti da un decennio e l’escalation a cui abbiamo assistito in questa prima metà dell’anno ha creato non solo maggiori necessità ma ha anche reso più difficile il nostro compito di assistere tutti coloro che ne hanno bisogno a causa dell’insicurezza. Il prolungarsi di questa situazione potrebbe mettere a rischio i nostri programmi per garantire la sicurezza alimentare nel lungo periodo e costruire la resilienza delle comunità” ha dichiarato Khan.Il WFP ha raccolto, finora, solo 180 milioni di dollari del suo bilancio operativo, che è pari a 397 milioni di dollari, necessari a sfamare 3,9 milioni di persone colpite dal conflitto in Sudan. Nonostante un buon raccolto nel 2012, la sicurezza alimentare rimane fragile ed è minacciata da una combinazione di fattori quali il conflitto, l’insicurezza e alti prezzi degli alimenti.

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“Volti e colori del Darfur”

Posted by fidest press agency su domenica, 22 Mag 2011

Firenze, Ieri, 21 maggio, ore 15 alla Fortezza da Basso nell’ambito della rassegna internazionale Terra Futura, manifestazione che mette al centro le tematiche e le buone pratiche della sostenibilità sociale, economica e ambientale, è stato presentato il libro ‘Volti e colori del Darfur’ – Edizioni Gorée – di Antonella Napoli, giornalista e africanista nonché presidente di Italians for Darfur, organizzazione promotrice in Italia della campagna di sensibilizzazione per i diritti umani in Sudan. L’opera, un viaggio tra i rifugiati nei campi profughi del Darfur, raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti alle violenze dei janjaweed, milizie arabe sanguinarie che dal febbraio 2003 massacrano il popolo darfuriano, e delle principali vittime di questo conflitto: le donne.
A cura di Terra Futura e dell’associazione Leggere i Diritti, in collaborazione con Salone del Libro di Torino, la conferenza è stata l’occasione per un dibattito sull’onda delle rivolte in Nord Africa e in Medio Oriente. Oltre all’autrice era presente Cecilia Strada, presidente di Emergency a cui sono devoluti parte dei proventi della vendita del libro.
Trenta scatti, realizzati e selezionati dalla presidente di Italians for Darfur che raccontano momenti di vita quotidiana, spesso ai limiti della sopravvivenza, nei campi profughi della regione sudanese che vive la più grave e complessa emergenza umanitaria attualmente in corso nel mondo.
Antonella Napoli nasce il 9 gennaio 1972 a Salerno, dove studia e si forma fino all’esame di Stato in Giornalismo. Dopo un’esperienza radiofonica e televisiva passa alla carta stampata, mantenendo sempre alto il baluardo della promozione e la difesa dei diritti umani. Vive per alcuni anni tra Londra, New York e Milano per poi stabilirsi a Roma, dove risiede e lavora. Il reportage “Andata e ritorno dall’inferno del Darfur”, realizzato da giornalista indipendente in Darfur, è stato presentato al concorso “Ilaria Alpi”, edizione 2008.

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Esercito sudanese bombarda civili nel Darfur

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 Mag 2011

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è rivolta con urgenza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché ottenga il libero accesso per le organizzazioni umanitarie internazionali nel Sudan occidentale. La comunità internazionale deve inoltre esigere l’immediata fine dei raid aerei contro la popolazione civile del Darfur. Una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU visiterà a partire da domani 20 maggio il Sudan ed è attesa anche in Darfur. Dopo i bombardamenti di diversi villaggi del Darfur di questa settimana le autorità sudanesi hanno impedito agli investigatori dell’ONU di visitare i villaggi bombardati e di sentire i testimoni oculari. Contemporaneamente hanno anche fortemente limitato la libertà di movimento dei cooperanti internazionali in Darfur.
Dall’inizio del genocidio nel febbraio 2003 il Consiglio di Sicurezza ha dovuto chiedere diverse volte la fine dei bombardamenti sui civili, contrari al diritto umanitario. Negli scorsi due anni il governo sudanese ha più volte espulso dal paese cooperanti di organizzazioni umanitarie internazionali oppure ha volutamente aggravato la situazione dei profughi chiudendo i campi di organizzazioni umanitarie internazionali.
E’ con grande preoccupazione che l’APM prende atto delle ultime nuove limitazioni al lavoro delle organizzazioni umanitarie internazionali decise lo scorso martedì dalle autorità e che andranno inevitabilmente a peggiorare ulteriormente la già drammatica situazione dei profughi. Secondo le nuove disposizioni i cooperanti internazionali potranno lavorare solamente in un’area di 15 km attorno alla città di Nyala Not. Le autorità hanno nuovamente interdetto qualsiasi sostegno umanitario nel campo profughi di Kalma dove sopravvivono 80.000 persone. Già nel 2010 le autorità avevano impedito ai cooperanti l’accesso al campo di Kalma dove vi erano state proteste contro il governo sudanese.

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Un anno di Sudan

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 gennaio 2011

Si chiude un anno importantissimo nella storia del Sudan e un altro altrettanto decisivo si apre. Il 2010 è stato l’anno delle prime elezioni multipartitiche dal colpo di stato che, nel 1989, aveva portato al potere il presidente Bashir. L’appuntamento, previsto dagli accordi di pace del 2005, avrebbe dovuto essere un passaggio decisivo nel processo di democratizzazione necessario per rendere l’unità del paese attraente per tutti i suoi cittadini. Si è risolto invece in una prova di forza e destrezza tesa a rinsaldare il potere dei due partiti di governo, il Ncp al Nord e lo Splm al Sud.
La comunità internazionale, chiamata in causa a più riprese dall’opposizione politica e dalla società civile democratica, ha avvallato i risultati, pur ammettendo che tutto il processo elettorale era ben lontano dagli standard necessari per definirlo libero e credibile. L’obiettivo ultimo era portare a termine il percorso previsto dagli accordi di pace con il referendum di autodeterminazione, che si terrà dal 9 al 13 di gennaio di quest’anno, il 2011. È ormai evidente che il sostanziale fallimento del processo di democratizzazione porterà con ogni probabilità alla secessione del Sud. Cosa succederà dopo è difficile da prevedere. Troppe sono le variabili in gioco e gli scenari possibili sono innumerevoli.   Il nuovo paese si affaccia alla storia in un contesto particolarmente difficile. Sul piano interno molte questioni rimangono aperte: i confini tra il Nord e il Sud; la gestione di risorse strategiche come l’acqua del Nilo e il petrolio; l’instabilità di vaste regioni al conflitto sempre aperto in Darfur;  i diritti di cittadinanza, il rispetto dei diritti umani, politici e civili in genere.  Sul piano internazionale i due potenziali paesi hanno già ora una storia differente: il Nord rischia l’isolamento, soprattutto a livello regionale, dove si attribuisce al governo di Khartoum la responsabilità della secessione del Sud, che potrebbe aprire molte altre rivendicazioni in tutto il continente; il Sud ha per ora molti sostenitori, soprattutto in Occidente, ma sono già vive le preoccupazioni per la gestione complessiva del paese. Nel corso del 2011 la Campagna italiana per il Sudan seguirà l’evolversi di questa complessa situazione, dando particolare attenzione al contesto regionale in cui si inscrive e all’uso delle risorse, da cui dipende il consolidarsi di una pace sostenibile o lo scoppio di altri conflitti. http://www.campagnasudan.it

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Darfur: La pace non porta la fine delle violenze

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è estremamente preoccupata per la crescente ondata di violenza e arbitrarietà nel Darfur. Mentre il mondo guarda alle minacce di guerra nel Sud-Sudan nella parte occidentale del paese continua ad aumentare il numero degli arresti arbitrari di attivisti per diritti umani, giornalisti e studenti. Secondo il governo di Karthoum il conflitto nel Darfur è di fatto concluso e la pacificazione sarà siglata entro il 19 dicembre con la firma a Doha (Qatar) di un accordo di pace con il “Movimento per la libertà e la giustizia”. Si tratta in realtà di un accordo con un movimento militarmente poco importante che non risolverà la situazione e certamente non eliminerà le cause delle violenze in corso. Le parti in causa impegnate nelle trattative di Doha sostengono di aver praticamente risolto la maggior parte delle questioni critiche tra la popolazione del Darfur e il governo sudanese ma nella regione del Darfur nulla sembra indicare che il governo sia interessato a una pace reale e duratura. Da gennaio 2010 ad oggi le aggressioni, la violenza e le tensioni tra i diversi gruppi etnici sono aumentate notevolmente e le strategie di pace del governo si scontrano con la disapprovazione della popolazione locale. Contemporaneamente la comunità internazionale sembra essere sorda alle critiche provenienti dal Darfur e punta invece sulle promesse vuote di Karthoum.

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Darfur, situazione catastrofica

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 luglio 2010

Dopo sette anni di scontri violenti non accenna a migliorare la situazione nel Sudan occidentale e le condizioni di vita della popolazione civile sono sempre più catastrofiche. Da maggio 2010 ad oggi, in soli 3 mesi, sono morte più di 1.221 persone durante combattimenti nel Darfur. Da febbraio 2010 più di 110.000 persone hanno abbandonato le proprie case e sono fuggite dalle violenze mentre gli scontri impediscono un’adeguata assistenza alla popolazione civile e ai profughi.L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si appella dunque ai paesi membri del Consiglio di Sicurezza che giovedì dovranno decidere sull’approvazione di un nuovo mandato per i Caschi Blu dell’UNAMID in Darfur. L’APM chiede che venga innanzitutto garantita la sicurezza della popolazione civile e le truppe non si occupino invece, come chiesto dai paesi arabi, principalmente della ricostruzione del paese. In particolare l’APM chiede che cessi ogni tolleranza per il reiterato ostacolamento del lavoro dell’UNAMID e delle organizzazioni umanitarie in generale da parte delle autorità sudanesi.

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No alla missione Onu in Darfur

Posted by fidest press agency su sabato, 24 luglio 2010

Dichiarazione di Matteo Mecacci, deputato Radicale nel gruppo del PD, membro della Commissione Affari Esteri “La decisione della maggioranza parlamentare di respingere il mio emendamento per il ripristino della partecipazione italiana alla missione Onu in darfur e’ una decisione gravissima per sue le conseguenze, sia politiche che umanitarie. Politicamente, infatti, il segnale che il governo da’ al Sudan e al suo Presidente Al Bashir, incriminato per crimini di guerra e contro l’umanità e per genocidio, e’ che in Darfur va tutto bene e che la presenza dell’ONU non e’ necessaria. Dal punto di vista umanitario poi, questa decisione mette ancora piu’ in difficoltà le organizzazioni che cercano di assistere e salvare la vita a milioni di sfollati in Darfur e nei paesi limitrofi, e che sono già in una condizione. disastrosa. Spiace constatare che i colleghi parlamentari della maggioranza che a parole esprimono preoccupazione e sdegno per la situazione in Darfur, oggi abbiano obbedito silenti dicendo si’ a una decisione inaccettabile.

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