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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 299

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Mercati emergenti e guerra commerciale

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

By Dara White. Nel primo trimestre del 2018 la volatilità è tornata a farsi sentire. Il timore principale che molti investitori nutrono è legato alla prospettiva di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Una simile eventualità comprometterebbe gli importanti rapporti commerciali sino-statunitensi, e sussiste il rischio che altri paesi, come la Corea del Sud, possano restare vittime del fuoco incrociato.
Il rallentamento della crescita globale, l’indebolimento del dollaro, il rialzo delle quotazioni petrolifere e la decisione di innalzare i tassi d’interesse presa dalla Federal Reserve a marzo 2018 sono tutti fattori che hanno alimentato la sensazione di trovarci all’inizio di una fase più incerta.
A nostro avviso, però, malgrado la retorica sull’argomento possa sembrare allarmante, le due parti in causa comprendono che una guerra commerciale non avrebbe un vincitore. Il presidente Trump ha già iniziato a ritirare sommessamente alcune sue proposte; per il momento ha escluso dall’applicazione dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio importanti partner commerciali quali Corea del Sud e Australia, mentre si stringono accordi a più lungo termine.Dieci anni fa la possibilità di una disgregazione dei legami commerciali tra Stati Uniti e Cina, le due principali economie mondiali, avrebbe scatenato con ogni probabilità un’ondata di vendite nei mercati emergenti. Oggi gli investitori sono meno suscettibili, nonostante altri fattori di incertezza come il rialzo dei tassi USA, e benché una sorta di correzione ci sia stata le azioni dei mercati emergenti fanno segnare un rialzo dell’1% da inizio anno, sovraperformando i mercati sviluppati.È importante considerare le implicazioni di un aumento dei dazi nella giusta prospettiva. Da parte nostra, stimiamo che le restrizioni commerciali prospettate dal governo cinese infliggerebbero agli Stati Uniti una perdita di PIL pari allo 0,08%. D’altro canto, i dazi USA peserebbero sul PIL cinese per lo 0,01%. Allo stato attuale, dunque, l’impatto complessivo dei dazi non è certamente allarmante nei fatti come lo sembra nelle parole dei due contendenti.È improbabile che la Cina venga colpita da un esodo di massa dei produttori manifatturieri. Le imprese hanno già iniziato a cercare sedi operative più convenienti in termini di costi in altri paesi asiatici in risposta all’aumento dei salari in Cina. Vietnam, India, Pakistan e Bangladesh hanno tutti beneficiato, finora, di questo trend. La Cina ha assorbito le perdite e creato nuovi posti di lavoro nel settore terziario e in quello manifatturiero di maggior valore, continuando la sua marcia verso l’obiettivo di crescita del 6,5% nel 2018.
Il rischio reale è legato alla minaccia di un aggravarsi della guerra commerciale. Stando a quanto abbiamo osservato, il governo cinese ha adottato risposte misurate, impegnandosi attivamente in negoziati commerciali e tastando il terreno della diplomazia. Il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato pubblicamente che la Cina non obbligherà le imprese estere a cedere le proprie tecnologie e che rafforzerà la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, dimostrando disponibilità a trovare un compromesso su due temi di grande importanza per gli Stati Uniti. È nostra attuale convinzione che la Cina non voglia rischiare di cadere in una spirale di ritorsioni.Finora la sua risposta è stata abilmente strategica, limitandosi a colpire sei categorie: automobili, soia, materie plastiche, tabacco, sorgo e prodotti chimici. I primi tre settori sono fortemente concentrati negli stati del Midwest, dall’Ohio al Wisconsin, che avevano sostenuto Obama nel 2012 per poi cambiare casacca eleggendo Trump nel 2016. Anche le coltivazioni di tabacco e sorgo tendono a essere localizzate in aree tradizionalmente conservatrici del Sud (Texas, Virginia e North Carolina), dove i Democratici continuano a guadagnare consensi.
Più in generale, alcuni investitori continuano a guardare la Cina con sospetto, facendo notare i costi elevati e la capacità inutilizzata del passato. Le riforme sul lato dell’offerta stanno affrontando questi problemi e molti settori si avviano a registrare nuovamente cash flow positivi. Invece di utilizzare la maggiore disponibilità liquida per espandere la capacità, le imprese ne fanno uso per ripianare i propri debiti, riducendo la propria dipendenza dalla leva finanziaria. Si tratta di una notizia molto positiva per la solidità del sistema bancario e la qualità dei suoi attivi.
La Cina può inoltre trarre indirettamente vantaggio dal ruolo di spicco che potrebbe ricoprire nelle imminenti trattative diplomatiche. Il colosso asiatico potrebbe avere alcuni assi nella manica per risolvere la questione del nucleare coreano, dati i suoi rapporti relativamente buoni sia con gli Stati Uniti che con la Corea del Nord. La recente visita di Kim Jong-un in Cina, in effetti, è stato il suo primo viaggio all’estero nei sette anni trascorsi dalla sua ascesa al potere. Ciò potrebbe ulteriormente avvantaggiare la Cina nei negoziati commerciali con il presidente Trump.
Secondo gli scettici, i rialzi dei tassi negli Stati Uniti e il rafforzamento del dollaro avrebbero potuto provocare una crisi nei mercati emergenti. Ma questo non è accaduto, grazie all’ispessimento dei mercati del debito locale. I mercati emergenti si trovano oggi in una posizione molto più solida rispetto al passato e sono decisamente più capaci di fronteggiare un rafforzamento del dollaro. La Federal Reserve sembra intenzionata ad attuare un programma di rialzo dei tassi lento e graduale; a meno di sorprese improvvise, le difficoltà sono improbabili. È interessante notare che l’ultima volta in cui la Fed ha innalzato i tassi i mercati azionari emergenti hanno registrato un rally, in un contesto caratterizzato da una forte crescita globale sincronizzata. L’evoluzione positiva dei mercati emergenti rende la fase attuale particolarmente interessante per gli stock picker orientati ai fondamentali. La crescita degli utili inizia a consolidarsi, trasformandosi in performance per i titoli azionari.Nel contempo, i titoli appaiono sottovalutati rispetto alla media storica. Se mettiamo a confronto le azioni dei mercati emergenti con le omologhe dei mercati sviluppati, notiamo che i livelli di redditività del capitale proprio sono analoghi. Tuttavia, gli investitori beneficiano di uno sconto valutativo del 20% quando scelgono i mercati emergenti, che sembrano quindi offrire buone opportunità nel 2018. (A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti presso Columbia Threadneedle Investments – testo integrale su http://www.columbiathreadneedle.com)

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Dazi: Si profila una guerra commerciale globale?

Posted by fidest press agency su sabato, 9 giugno 2018

“Fa bene l’Unione Europea a rispondere alla follia dei dazi americani con i contro-dazi per difendere le nostre produzioni, dall’acciaio ai prodotti agroalimentari, ma, come ha giustamente detto il Presidente Tajani, nessuno può permettersi una guerra commerciale.E’ quindi assolutamente necessario che il Governo italiano faccia di tutto con i partner europei per scongiurare questo enorme pericolo. Da questo dossier, si capisce che l’Europa è necessaria e ci indica l’importanza di una Europa unita e compatta, che sia in grado di dialogare con il Governo americano ribadendo la necessità che, anche su questi temi, ci sia un ‘patto’ atlantico vero e forte, altrimenti poi come ci può chiedere l’America di essere duri sulle sanzioni alla Russia?”. Lo afferma in una nota Raffaele Nevi, deputato di Forza Italia. (n.r. Questa guerra era nell’aria ed è la diretta conseguenza delle disomogeneità economiche, finanziarie e retributive del mondo del lavoro. La globalizzazione le ha messe a nudo e ora è necessario andare alla radice del problema se non vogliamo che ci travolga)

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L’export lombardo tra dazi, Trump e instabilità geopolitica

Posted by fidest press agency su domenica, 15 aprile 2018

L’effetto Trump sui mercati internazionali, il possibile rischio di guerre commerciali e l’aumento di episodi di violenza politica. Come possono le aziende bergamasche affrontare le complessità del nuovo scenario globale, cogliendo le grandi occasioni che export e internazionalizzazione possono offrire? Quali le geografie su cui puntare? È da queste domande che ha preso le mosse oggi a Bergamo (presso il Centro Congressi Giovanni XXIII) il convegno “L’export lombardo tra dazi, Trump e instabilità geopolitica” organizzato in collaborazione con Confindustria Bergamo da SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, per presentare la Country Risk Map 2018.Al centro dell’evento, le testimonianze delle aziende protagoniste dell’export bergamasco – Serioplast, GFM, Brembana & Rolle – che si sono confrontate con gli esperti di SACE SIMEST sulle strategie per affrontare i mercati internazionali.Con oltre 120 miliardi di beni venduti all’estero nel 2017, la Lombardia è la prima regione italiana esportatrice, rappresenta da sola oltre un quarto dell’export nazionale e ha saputo beneficiare della crescita globale in ripresa, realizzando un balzo del 7,5%. L’export è prevalentemente concentrato verso i Paesi dell’area Ue e ha ancora ampio margini di diversificazione verso nuove destinazioni con profili di rischio più elevati e grande potenziale di business: tra queste, la Country Risk Map rileva ad esempio la Cina, il Messico, gli Emirati Arabi Uniti e l’India.“Le imprese lombarde hanno da tempo avviato un percorso di sviluppo all’estero di successo, convinte che export e internazionalizzazione siano leve imprescindibili per la crescita e la competitività – ha dichiarato Alessandro Decio, Amministratore Delegato di SACE –. Consapevoli del forte potenziale di questo territorio, siamo vicini alle eccellenze produttive lombarde, e in particolare a quelle bergamasche, che attraverso il nostro punto di contatto presso Confindustria Bergamo, potranno conoscere tutte le soluzioni offerte da SACE SIMEST e cogliere le migliori opportunità provenienti sia dai mercati avanzati già consolidati sia da quelli emergenti”.“Per continuare ad essere competitivi in un mondo in cui le barriere stanno aumentando, occorre puntare non solo sull’export ma anche sulla produzione all’estero, affiancando il Made in Italy con il Made with Italy – ha dichiarato Salvatore Rebecchini Presidente di SIMEST –. In campo internazionale, le imprese bergamasche sono da sempre particolarmente attive. Dall’inizio dell’attività SIMEST ha sostenuto 42 investimenti diretti all’estero promossi da aziende di questa provincia, per un totale investito di oltre 37 milioni di euro Inoltre i finanziamenti per l’internazionalizzazione sono stati oltre 120 per un totale erogato di 81 milioni euro. Il nostro obiettivo è di accrescere il volume delle nostre operazioni sfruttando sempre meglio le sinergie con SACE”.”Siamo orgogliosi di aver ospitato a Bergamo per la prima volta il Roadshow SACE SIMEST nell’ambito di una collaborazione ormai consolidata. Confindustria Bergamo ha aperto nel 2014 un SACE Point nella propria sede, seguito dall’apertura dello sportello SIMEST nel 2016. Un funzionario SACE/SIMEST è presente una volta a settimana o a chiamata, a seconda delle necessità delle aziende associate. A questa attività si aggiungono i numerosi incontri, convegni e tavoli tecnici organizzati con la collaborazione di SACE – ha dichiarato Aniello Aliberti, Vice Presidente di Confindustria Bergamo con delega al Credito, al Fisco di Impresa e all’Internazionalizzazione –. In una provincia come la nostra, fortemente votata all’export, è fondamentale poter contare su strumenti efficaci, tarati sulle reali esigenze delle imprese. Mi riferisco, per esempio, alla possibilità della copertura assicurativa singola o all’emissione di garanzie e cauzioni in tempi rapidi. Il crescente interesse delle nostre imprese verso SACE e SIMEST conferma che siamo nella giusta direzione e che ci sono spazi per un’ulteriore crescita della collaborazione”.Solo nell’ultimo anno, il Polo SACE SIMEST ha servito 5.700 aziende lombarde, in prevalenza PMI, mobilitando oltre 3,6 miliardi di euro di risorse a sostegno di export e investimenti all’estero.

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I deputati tagliano i dazi doganali per le importazioni dall’Ucraina

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 aprile 2014

ucrainaCirca il 98% dei dazi doganali esistenti sulle importazioni dall’Ucraina di ferro, acciaio, prodotti e macchinari agricoli saranno rimossi grazie a una proposta approvata dal Parlamento giovedì. Questa misura unilaterale dovrebbe aiutare l’economia, oggi in difficoltà, dell’Ucraina facendo risparmiare ai suoi esportatori €487 milioni l’anno. “Il Parlamento europeo ha sostenuto il cammino dell’Ucraina verso l’UE per molti anni. Questa è la nostra prima occasione per dimostrare il nostro sostegno in termini pratici, per aiutare l’Ucraina durante la crisi economica a fronte della diminuzione delle riserve valutarie e all’aumento della pressione dal Cremlino”, ha detto il relatore Pawel Zalewski (PPE, PL). “Come Putin chiude mercati russi alle esportazioni ucraine, noi li stiamo aprendo”, ha aggiunto. Il Parlamento ha approvato la relazione con 531voti a 88, con 20 astensioni. L’UE dovrebbe vietare il visto d’ingresso a 32 funzionari russi coinvolti nella morte dell’avvocato russo Sergei Magnitsky, nell’insabbiamento giudiziario del suo caso e nelle continue vessazioni alla sua famiglia, ha affermato il Parlamento mercoledì in una risoluzione che elenca i nomi dei funzionari. Secondo investigatori indipendenti, Magnitsky, che aveva rivelato un sistema di corruzione su larga scala delle autorità russe, è morto in custodia cautelare nel 2009 dopo aver affrontato “condizioni disumane, negligenza deliberata e torture.”La risoluzione chiede al Consiglio di istituire un elenco dei funzionari russi coinvolti nella vicenda per vietare loro l’ingresso nell’Unione Europea e mettere sotto sequestro le loro attività finanziare e quelle dei loro familiari.I deputati notano, inoltre, che il capo della politica estera Ue Catherine Ashton ha omesso di introdurre tale questione all’ordine del giorno del Consiglio Affari esteri nonostante la richiesta in tal senso del Parlamento di ottobre 2012.Ad alcuni dei funzionari in questa lista è già stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti o l’utilizzo del sistema bancario statunitense sotto la legge “Magnitsky” del 2012.

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Cciaa di Udine a Hong Kong

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 novembre 2010

Nove aziende del settore vinicolo del Friuli Venezia Giulia hanno partecipato alla collettiva organizzata, sotto l’egida della Camera di Commercio di Udine, alla fiera Hong Kong International Wine & Spirits. Hong Kong si conferma dunque piattaforma privilegiata per i prodotti vitivinicoli verso tutta la regione del sud-est asiatico, grazie al favorevole ambiente d’affari e al completo abbattimento dei relativi dazi. Tra le attività di animazione organizzate in collaborazione con l’Ice locale, oltre a una cinquantina di incontri B2B con operatori dell’area del Guangdong (Mainland China), una serata di degustazione di prodotti tipici, abbinati agli autoctoni del Fvg presentati dalle aziende presenti: Butussi, Castelvecchio, Foffani, Forchir, Marco Cecchini, Meroi Davino, Perusini, Piera Martellozzo, Talis Wine. Grande l’interesse suscitato nei partecipanti – una settantina di professionisti del settore – a questa serata speciale, che ha visto sotto i riflettori, fra gli altri, Ribolla Gialla, Refosco Dal Peduncolo Rosso, Malvasia Istriana, Friulano, Picolit, Verduzzo. L’evento ha visto l’apertura da parte del console d’Italia a Hong Kong, Alessandra Schiavo, del direttore Ice Hk, Romano Baruzzi, e di Giorgio Colutta, in rappresentanza della giunta della Camera di Commercio di Udine.

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