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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘debiti’

Prestiti: aumenta del 4,7% il consolidamento debiti

Posted by fidest press agency su domenica, 10 marzo 2019

Il 2018 è stato un anno positivo per il settore dei prestiti personali, caratterizzato, rispetto al 2017, da un aumento del peso percentuale delle richieste di prestito per il consolidamento debiti (+4,7%) e da un calo di quelle per la ristrutturazione casa (-3,40%) e per l’acquisto dell’auto (-1,20%). In crescita anche la percentuale di coloro che si sono rivolti ad una società di credito per pagare le spese mediche (+0,8%), per acquistare un immobile (+0,9%) e per ottenere liquidità (+1,7%).A tracciare un bilancio sull’andamento del settore ha pensato l’osservatorio di Facile.it e Prestiti.it che, esaminando oltre 190mila domande di finanziamento raccolte nel corso del 2018, ha evidenziato che l’importo medio chiesto da chi si è rivolto lo scorso anno ad una società di credito è stato pari a 12.890 euro, da restituire in 67 mesi (poco più di 5 anni e mezzo).Analizzando il profilo socio-demografico dei richiedenti emerge che l’età media di chi ha chiesto un finanziamento nel 2018 è pari a 42 anni, anche se quasi un terzo delle domande proviene da un under 35 (29,2%); nel 72% dei casi a presentare richiesta è un uomo, mentre se si guarda alla professione in 7 casi su 10 proviene da un dipendente privato a tempo indeterminato.

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Pd al fianco delle banche e contro la povera gente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 gennaio 2019

“Il Pd si è schierato a favore degli istituti bancari e contro la povera gente che non riesce ad arrivare a fine mese e pagare i debiti. Infatti, il Partito democratico in sede di votazione degli emendamenti al dl semplificazione ha votato contro l’emendamento che modifica l’articolo 560 del Codice di procedura civile che consente al giudice di sfrattare il proprietario di casa dalla sua abitazione pignorata prima che sia avvenuta la vendita del bene. Grazie anche al voto di Fratelli d’Italia, invece, da oggi questo non sarà più possibile. E’ stato così sancito un principio di giustizia e di equità, che eviterà al proprietario di essere cacciato dalla propria abitazione prima che si sia conclusa la vendita”. Lo dichiara il capogruppo in Commissione Giustizia al Senato di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni.

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Prestiti: aumentano quelli richiesti per il consolidamento debiti e le spese mediche

Posted by fidest press agency su martedì, 4 dicembre 2018

Milano. Aumentano le richieste di prestiti personali destinati al consolidamento debiti, all’acquisto di arredamento e alle spese mediche, mentre calano quelli per la ristrutturazione della casa. Sono queste le prime evidenze emerse dall’osservatorio congiunto di Facile.it e Prestiti.it, realizzato su un campione di oltre 150.000 domande di finanziamento*, secondo il quale, nel corso dei primi 10 mesi dell’anno, gli italiani che si sono rivolti ad una società del credito hanno cercato di ottenere in media 10.334 euro, lo 0,8% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Aumento che, si legge nell’analisi, si è tradotto anche in un allungamento dei piani di ammortamento medi, passati da 60 a 62 rate.
Gli italiani continuano dunque a far ricorso alle società del credito, ma cambiano le priorità; esaminando le richieste di prestito personale nelle quali il firmatario ha specificato la finalità, emerge che la prima motivazione che ha spinto gli italiani a presentare domanda nei primi 10 mesi dell’anno è l’acquisto di un’auto usata (22%), mentre slittano al secondo posto le richieste di prestito destinate alla ristrutturazione della casa (21%), che perdono 4,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
In forte aumento, invece, le domande di prestito personale destinate al consolidamento debiti, che passano dal 9,5% del 2017 al 13,1% del 2018, e quelle per pagare le spese mediche, il cui peso percentuale è cresciuto di oltre un terzo passando dal 3,7% del 2017 al 5% del 2018.
«Nell’ultimo anno si è assistito ad un cambiamento delle motivazioni che hanno spinto gli italiani a chiedere un prestito personale», spiega Andrea Bordigone, Responsabile prestiti di Facile.it «se da un lato l’aumento del consolidamento debiti ci racconta di una maggiore consapevolezza rispetto alle opportunità per gestire più correttamente il debito, dall’altra non si può non notare come stiano assumendo un peso sempre maggiore le richieste di prestiti personali destinati a coprire le spese mediche.».
A variare rispetto ai primi 10 mesi del 2017 sono state anche le somme che i richiedenti hanno cercato di ottenere. In aumento gli importi medi richiesti per il consolidamento debiti (17.538 euro, +9%), per la formazione (7.040, +12%) e i viaggi (€ 4.692 euro, +13%). In calo, invece, le somme richieste per i prestiti personali destinati alla “casa” come l’acquisto immobili (€ 21.025 euro, -20%) e la ristrutturazione casa (€ 13.281, -13%). Situazione in chiaroscuro per i prestiti personali per l’acquisto di arredamento; se ne chiedono di più (il loro peso percentuale è passato dal 7,1% al’8,8%) ma è diminuito il taglio medio (sceso del 4% e stabilizzatosi a 8.443 euro).
Guardando al profilo dei richiedenti emerge che chi ha presentato domanda nei primi 10 mesi del 2018 aveva, in media, 42 anni; la fascia anagrafica più rappresentata è quella degli under 35, cui fanno capo quasi 1 terzo delle richieste (31,9%), seguita dai richiedenti con età compresa tra i 35 e 44 anni (31,5%) e quelli nella fascia 45-54 anni (23%).
Dati interessanti emergono dall’analisi del sesso del richiedente; la percentuale di domande di finanziamento presentate da donne rimane ancora marginale (circa il 28%) e permangono le differenze sugli importi medi richiesti dai due sessi, con gli uomini che puntano ad ottenere, in media, il 10% in più rispetto al gentil sesso (10.612 euro contro i 9.633 euro). Rispetto alla posizione lavorativa del richiedente, a presentar domanda in circa il 75% dei casi è un dipendete con contratto a tempo indeterminato, nel 14% un lavoratore autonomo o libero professionista e nel 5,5% un pensionato.

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La Merkel ha dimenticato quando l’Europa dimezzò i debiti di guerra alla Germania

Posted by fidest press agency su sabato, 3 novembre 2018

di Riccardo Barlaam «Scheitert Europa?», «L’Europa fallisce?» si chiede l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer nel suo libro, appena pubblicato, in Germania che è un durissimo atto di accusa contro le «politiche di euroegoismo» attuate dalla Cancelliera Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, la politica dell’«ognuno per sé», come la definisce l’ex leader dei verdi, politico-maratoneta, voce critica dell’attuale dirigenza tedesca. Fischer scrive che è «sorprendente» che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa le cancellò buona parte dei debiti di guerra. «Senza quel regalo – scrive l’ex ministro tedesco nel suo libro – non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico». La cura di austerità imposta dalla coppia Merkel-Schaeuble, secondo l’ex ministro tedesco, è stata «devastante» perché ha imposto ai Paesi del Sud Europa «una deflazione dei salari e dei prezzi» impossibile da superare con il peso del rigore; «alla trappola della spirale dei debiti», che condanna questi Paesi a non uscire dalla crisi con il pretesto del risanamento dei conti. Fischer, in definitiva, accusa la Germania della signora Merkel e della sua grande coalizione di «euroegoismo» e di avere la memoria troppo corta. «Se la Bce non avesse seguito le decisioni di Draghi ma le obiezioni dei tedeschi a quest’ora l’euro non esisterebbe più. Il più grande pericolo per l’Europa – conclude il politico tedesco -attualmente è la Germania». Ma cosa si decise alla Conferenza di Londra del 1953? La prima della classe Germania è andata in default due volte durante il Novecento (nel 1923 e, di fatto, nel secondo dopoguerra). In quella conferenza internazionale le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per darle la possibilità di ripartire. Tra i Paesi che decisero allora di non esigere il conto c’era l’Italia di De Gasperi, padre fondatore dell’Europa, e anche la povera e malandata Grecia, che pure subì enormi danni durante la seconda guerra mondiale da parte delle truppe tedeschi alle sue infrastrutture stradali, portuali e ai suoi impianti produttivi. L’ammontare del debito di guerra tedesco dopo il 1945 aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora). Una cifra colossale che era pari al 100% del Pil tedesco. La Germania non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre. Guerre da essa stessa provocate. I sovietici pretesero e ottennero il pagamento dei danni di guerra fino all’ultimo centesimo. Mentre gli altri Paesi, europei e non, decisero di rinunciare a più di metà della somma dovuta da Berlino. Il 24 agosto 1953 ventuno Paesi (Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia), con un trattato firmato a Londra, le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie. Ma nel 1990 l’allora cancelliere Helmut Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Anche questa volta Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto. Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro. Senza l’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per altri 50 anni. Il resto della storia è noto. E’ scritto nei sacrifici imposti dalla rigida posizione tedesca ai Paesi del Sud Europa che da anni combattono con una crisi che sembra senza fine. Fischer non ha dubbi. E punta il dito contro la sua connazionale Merkel: «Né Schmidt e né Kohl avrebbero reagito in modo così indeciso, voltandosi dall’altra parte come ha fatto la cancelliera. Avrebbero anzi approfittato della impasse causata dalla crisi per fare un altro passo avanti verso l’integrazione europea. La Merkel così distrugge l’Europa».(fonte Nuove direzioni) (n.r. come dire: si predica bene e si razzola male, anzi malissimo. E’ bene che lo ricordino i vari politici italiani che pontificano sulle “virtù” germaniche e pensano che l’Italia con l’attuale governo ci porta alla perdizione. Dovrebbero meglio indirizzare i loro strali velenosi. Contiamo di rinfrescarci la memoria con l’aiuto di Nuove Direzioni e la speranza che gli italiani riescano ad aprire gli occhi sulla realtà europea e a capire che se proprio il sogno europeo naufregherà non sarà per i debiti italiani ma per una Germania dalle politiche antieuropeiste ed egocentriste.)

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Allarme bomba debiti negli Usa

Posted by fidest press agency su sabato, 13 ottobre 2018

Il decennale anniversario del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla più grande crisi finanziaria ed economica della storia, è appena stato celebrato come un semplice “fatto del passato”. Per molti è un evento da dimenticare, per alcuni qualcosa su cui riflettere e da cui imparare. Secondo noi, invece, dovrebbe essere il momento per guardare con maggiore attenzione alla realtà odierna. Sono troppi i segnali, purtroppo ignorati nelle sedi competenti, dei crescenti rischi di una nuova e più grave crisi globale. Non si tratta di pessimismo. Occorre avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato. L’attenta e precisa analisi del The New York Post, pubblicata il 23 settembre scorso, ci rivela che il debito aggregato mondiale ha raggiunto la vetta di 247.000 miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177.000 miliardi di dollari. Già il titolo dell’importante giornale è eloquente e preoccupante: ”Ci potrebbe essere un crac finanziario prima della fine del mandato di Trump”. L’analisi evidenzia in particolare la situazione degli Usa. In dieci anni il debito pubblico americano è più che raddoppiato. Ha raggiunto il picco di 21.000 miliardi e potrebbe determinare una brusca frenata dell’attuale pretesa ripresa economica. Secondo il Congressional Budget Office, quest’anno Washington dovrà sborsare 390 miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico. Si stima che in un decennio tale quota annuale potrebbe essere di 900 miliardi di dollari, superando l’enorme budget militare. Il debito delle famiglie americane ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Ciò è dovuto al fatto che le ipoteche immobiliari sono pari a 9.000 miliardi, superando il livello del 2008. I debiti fatti per finanziare i prestiti agli studenti sono passati dai 611 miliardi del 2008 ai 1.500 di oggi. Quelli per l’acquisto di auto sono cresciuti moltissimo fino a 1.250 miliardi. Anche il debito totale sulle carte di credito è ritornato ai livelli di dieci anni fa. Si teme che il finanziamento dei prestiti per gli studenti, che in tre anni dovrebbero raggiungere i 2.000 miliardi di dollari, possa diventare il detonatore della prossima crisi. Si ricordi che la bolla dei mutui subprime, che fu una delle principali cause del crac, nel marzo 2007 era pari a circa 1.300 miliardi di dollari. L’aumento del debito aggregato negli Usa è l’inevitabile conseguenza della politica dei tassi d’interesse zero e dell’immissione di massiccia liquidità attraverso il quantitative easing. Adesso la Federal Reserve sta cambiando rotta e aumenta i tassi. Occorrerà vedere gli effetti sul mercato azionario di Wall Street, che è nel frattempo cresciuto a dismisura. Anche nelle economie emergenti gli effetti sono, purtroppo, già visibili e hanno generato fughe di capitali che stanno destabilizzando vari paesi, tra cui l’Argentina, l’Indonesia e la Turchia.
Anche lo shadow banking è cresciuto enormemente: si è passati dai 28.000 miliardi del 2010 ai 45.000 di oggi.Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’importantissima agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, torna a paventare rischi di nuove crisi. “Siamo in una bolla”, e aggiunge che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, afferma, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria. Altri moniti sono venuti da ex capi di governo, come l’inglese Gordon Brown, al potere a Londra allo scoppio della grande crisi, che evidenziano che si sta camminando ciecamente verso un futuro crac. Anche Jean-Claude Trichet, governatore della Bce dal 2003 al 2011, vede nella crescita del debito il pericolo di una nuova grande crisi. Ancora una volta riteniamo che non si possa sfuggire all’impellente necessità di sedersi intorno al tavolo per definire una nuova Bretton Woods, una nuova architettura condivisa che regoli il sistema economico, finanziario e monetario internazionale. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Codici: Acea fa orecchie da mercante e non vuole sentirne di pagare i propri debiti alle imprese

Posted by fidest press agency su martedì, 10 gennaio 2017

impreseI ritardi nei pagamenti da parte di Acea nei confronti delle imprese fornitrici di costruzioni e manutenzione rappresentate da ASSISTAL e CNA ROMA, si sono acuiti al punto tale da superare i 180 giorni rispetto ai 90 previsti da contratto. Ciò significa che queste imprese non vedranno i pagamenti prima di 6 o 9 mesi, Acea infatti non starebbe rispettando i termini del contratto in merito a contabilizzazione e pagamenti dei fornitori, pertanto l’unica via per queste imprese rimane quella dell’indebitamento sia per poter retribuire i propri dipendenti che per restituire i soldi agli istituti di credito.
Questo lato aziende, ma c’è anche l’aspetto che riguarda i cittadini: infatti, qualora le imprese coinvolte non fossero più in grado di portare avanti i servizi sulle reti idriche ed elettriche, potrebbero essere creati dei notevoli disservizi.
Ci risulta che le Associazioni di categoria abbiano formalmente sollecitato Acea senza aver ottenuto ad oggi alcuna risposta.
Acea vuole che queste piccole e medie imprese collassino in seguito ad una crisi di liquidità, costringendole ad indebitarsi con le banche? Ci auguriamo di no.
Quando si tratta di incassare dagli utenti però, Acea quanto è disposta ad attendere prima di un distacco o di compiere le verifiche del caso per non far arrivare una bolletta di conguaglio da migliaia di euro. La risposta la lasciamo ai consumatori.
Acea intervenga immediatamente, rompendo il silenzio ed adducendo delle spiegazioni in merito a questa vicenda, oltre che ovviamente, saldare i propri debiti.

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Ma cosa vuole questa Germania?

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 giugno 2016

germaniaNel 1933. Dopo aver vinto le elezioni, i nazisti smisero di pagare i debiti e le riparazioni dovute. Negli anni successivi cominciarono ad invadere i loro vicini, non dimenticando mai, appena arrivati, di svuotare le casseforti degli altri.
Nel 1953, dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania ha nuovamente battuto cassa per non pagare il suo debito.
Il 27 febbraio 1953, la conferenza di Londra, ha infatti deciso l’annullamento di circa i due terzi del debito tedesco (62,6%). Il debito di prima della guerra è stato ridotto da 22,6 a 7,5 miliardi di marchi e il debito del dopoguerra è stato ridotto da 16,2 a 7 miliardi di marchi.
Nel 1990 il Cancelliere di allora,Helmut Kohl, si è rifiutato di applicare l’accordo di Londra del 1953 sui debiti esterni della Germania là dove veniva previsto che le riparazioni destinate a rimborsare i disastri causati durante la seconda guerra mondiale dovevano essere versati alla riunificazione; pertanto la riunificazione della Germania è stata pagata dalle stesse nazioni danneggiate dalla follia bellica della Germania di Hitler; un solo esempio chiarisce l’arcano tedesco: tenuto conto dell’inflazione dopo il 1945, la Germania ha un enorme debito con la Grecia che è stato calcolato in 162 miliardi di euro.
Ora è il momento dei reich Merkel che ha dichiarato sotto falso nome, la terza guerra mondiale all’Europa, ma senza schierare panzer o V/1 e V/2, bensì le banche tedesche fornite dall’arma di distruzione di massa che è diventato lo spread.
E’ la Germania la ragione prioritaria dell’uscita dell’Inghilterra dall’UE; non che la casa mi dispiaccia, perché anche la “perfida Albione” ha sempre preteso dall’UE un trattamento pieno di eccezioni.
L’UE si potrà salvare solo se tutte le nazioni che la compongono saranno poste sul medesimo piano, senza pretese pan germaniche per quanto riguarda la Germania o esigenze di primato da parte inglese.Ma, al di fuori della Francia, non c’è altra nazione in Europa con un premier in grado di fare la voce grossa, per far valere diritti e doveri in modo paritario. (Rosario Amico Roxas)

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Debiti P.A.: sono arrivati a 61 miliardi di euro

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 giugno 2016

renato-brunettaDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia:“Nonostante i reiterati annunci del premier Matteo Renzi, in questi ultimi due anni la Pubblica amministrazione non ha ridotto i lunghissimi tempi di pagamento di beni e servizi, mantenendo sostanzialmente invariato lo stock di debito commerciale contratto nei confronti delle imprese fornitrici. Secondo la stima di ImpresaLavoro, su dati Intrum Justitia, lo scorso 31 dicembre questo ammontava infatti a circa 61,1 miliardi di euro (in leggero calo rispetto ai 67,1 miliardi del 2014).
Questo assurdo ritardo del governo nel pagamento di questi debiti nel 2015 è costato alle imprese italiane la cifra di 5,4 miliardi (in leggero calo rispetto ai 6,1 miliardi del 2014). Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento l’ammontare complessivo dei debiti della nostra PA, l’andamento della spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi (così come certificato da Eurostat) e il costo medio del capitale (pari all’8,84% su base annua) che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti.
Il fenomeno dei ritardi di pagamento della nostra PA mantiene dimensioni che non hanno pari rispetto ai nostri principali partner europei. Per pagare i suoi fornitori lo Stato italiano impiega infatti in media 131 giorni: 16 giorni più della Grecia, 33 giorni più della Spagna, 55 giorni più del Portogallo, 73 giorni più della Francia, 91 giorni più dell’Irlanda, 101 giorni più del Regno Unito e addirittura 116 giorni più della Germania.
Renzi aveva promesso, ormai più di due anni fa, che i debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese sarebbero stati azzerati in pochi mesi, promettendo a Bruno Vespa, durante una puntata di ‘Porta a Porta’, che se non avesse mantenuto l’impegno entro il 21 settembre (2014) sarebbe andato in pellegrinaggio al santuario di Monte Senario.
Come da copione: impegno non mantenuto, soldi non restituiti alle imprese, debito non pagato.
I numeri di ImpresaLavoro confermano che il premier è stato ancora una volta sbugiardato dai fatti. Altra balla da inserire nello speciale palmares di un presidente del Consiglio inaffidabile”.

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I debiti di Roma Capitale: senza fine

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2016

campidoglioChi l’avrebbe mai detto? Si devono ancora pagare i debiti delle Olimpiadi del 1960! Eppure, si vogliono fare quelle del 2024! La scoperta sorprendente l’ha tirata fuori il commissario straordinario per il piano di rientro del debito di Roma Capitale, Silvia Scozzese, durante un’audizione alla commissione Bilancio alla Camera dei Deputati. Si tratta di espropri di terreni ancora non pagati e relative vicende giudiziarie.Dalla relazione emerge che il debito complessivo del Comune e’ di 12 miliardi e ci vorranno ancora 19 anni per azzerarlo; si arrivera’ al 2035. Per questo, i romani continueranno ad avere la piu’ alta addizionale Irpef d’Italia e, per non lasciarli soli, anche gli italiani seguiteranno a versare il loro contributo per risanare le casse capitoline. Insomma, i contribuenti romani e italiani hanno pagato, pagano e pagheranno la dissennata gestione della Capitale d’Italia.
Ci aggiungiamo che per il 43% delle posizioni, presenti nel sistema informatico del Comune, non e’ stato individuato direttamente il soggetto creditore, cioe’ non si sa a che dare i soldi.Per convincere Governo, Regione e Comune a ritirare la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, non basta il disastro delle casse comunali, lo spreco dei Mondiali di Nuoto del 2009, lo sperpero dei Mondiali di Calcio del 1990, lo stato di degrado della Capitale d’Italia? Cosa altro si vuole di piu’? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Debiti Pa. Unimpresa, Governo acceleri rimborsi a imprese

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 agosto 2013

“I tempi per il pagamento degli arretrati della pa vanno definiti una volta per tutte per dare certezza agli imprenditori. E sui rimborsi è ora che il Governo metta il piede sull’acceleratore. Quei soldi possono essere vitali mentre i continui tira e molla minano la fiducia delle aziende e minacciano le speranze di ripresa”. Lo dichiara il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Secondo il Centro studi Unimpresa, sono oltre 215mila le imprese italiane che vantano credito con la pubblica amministrazione. E per ciascuna di esse la media degli arretrati dei pagamenti è pari a 422mila euro. L’analisi di Unimpresa, basata su dati Istat e Banca d’Italia, mette in luce i numeri sulle imprese che vantano credito con la Pa settore per settore. Nell’industria è pari all’1,2% la quota di imprese in credito con lo Stato: vuol dire che ci sono 5.436 aziende che aspettano a di veder saldata una fattura. Nel comparto delle costruzioni (edilizia e ristrutturazioni) la quota di imprese in fila d’attesa è pari al 16,2%, che equivale a 100.926 aziende. Il record è nei servizi: sono 109.131 (il 3,3% del totale del settore) le imprese a cui lo Stato centrale o gli enti locali e territoriali (regioni, province e regioni) devono riconoscere un corrispettivo. Complessivamente, dunque, sul totale delle imprese italiane (4.383.000) il 4,9% è creditore della pubblica amministrazione: 215.493 aziende, insomma, corrono il rischio di licenziare i dipendenti, di chiudere in perdita un bilancio, di avviare una procedure di crisi, di trovarsi in una pericolosa condizione di insolvenza o, ipotesi peggiore, di imboccare la strada del fallimento. Tutto questo per colpa dei ritardi di pagamento della Pa. Lo stock di arretrati, tra Stato ed enti locali, è pari a 91 miliardi di euro: le misure approvate e sulle quali si stanno ancora definendo i tempi, dovrebbero servire per sbloccare 20 miliardi quest’anno e altri 20 miliardi nel 2014.

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Debiti Pa, le farmacie aspettano 800 milioni di euro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 aprile 2013

Circa dieci miliardi di euro per la sola fornitura di farmaci e dispositivi medici ad alta tecnologia. A tanto ammonta il credito che vantano farmacie e imprese farmaceutiche e del biomedicale dalla pubblica amministrazione, mentre proprio la sanità nel suo complesso sarebbe la voce che pesa per circa il 50% sul totale dei debiti della Pa (stimati dalla Banca d’Italia intorno ai 90 miliardi di euro). Soldi che le Regioni e le Asl pagano con ritardi che sfiorano anche i due anni, mettendo a rischio migliaia di attiv ità private. L’esposizione di Asl e Regioni, come si legge anche nelle analisi del servizio studi della Camera sul decreto che sblocca i pagamenti della Pa, nel 2010 (ultimo dato disponibile) si attestava sui 35,6 miliardi di euro. Di sicuro però, i privati hanno fatto i conti: le farmacie, ad esempio, registrano ritardi di qualche mese nel rimborso e attualmente aspettano circa 800 milioni di euro, concentrati in Calabria, Campania, Lazio, Piemonte, Sicilia come spiega Federfarma. Se il Piemonte e nel Lazio ci si attesta su ritardi di massimo un paio di mesi, così come in Sicilia, in Calabria il ritardo medio è di tre mensilità, con un picco di 4 a Crotone, dove le farmacie aspettano anche rimborsi relativi al 2011. In Campania, dove già qualche farmacia è fallita, il ritardo medio è di 5 mensilità con un picco di 7 a Napoli. Ma a subire pagamenti troppo dilazionati nel tempo sono soprattutto le imprese: Assobiomedica as petta circa 5 miliardi di euro, soprattutto dalla Campania, con cui è stato siglato un protocollo d’intesa per lo sblocco di 585 milioni ma lo “scoperto” a febbraio 2013 era stimato in circa 824 milioni. Ma tra i peggiori ci sono anche Lazio (565 milioni), Piemonte (480 milioni) e Calabria (458 milioni). Le industrie farmaceutiche, secondo le stime di Farmindustria, aspettano circa 4 miliardi di euro, con una media nazionale di ritardo nei pagamenti di 236 giorni negli ultimi 4 trimestri, che vedono in prima fila il Molise con 749 giorni, seguita a stretto giro dalla Calabria (672 giorni) e con un margine di distanza dalla Campania, che paga i produttori di farmaci con circa un anno di ritardo. Ma è lunga la lista dei creditori per i quali il decreto sblocca-pagamenti mette a disposizione in due tranche 14 miliardi di euro, più di un terzo del totale: oltre alle imprese del farmaco e del biomedicale ci sono infatti le altre forniture (a partire dagli appalti per la gestione di mense, servizio rifiuti, lavanderia), ma anche le imprese che si occupano della manutenzione e della ristrutturazione di ambulatori e ospedali e tutta la galassia delle strutture private ma convenzionate con l’Ssn. Solo gli ospedali privati aderenti all’Aiop, aspettano, secondo le stime circa 4 miliardi di euro. Ma poi ci sono anche le strutture a cavallo tra il “socio” e il “sanitario”. Senza dimenticare le migliaia di ambulatori accreditati che offrono prestazioni specialistiche, esami diagnostici, medicina fisica e riabilitativa e visite specialistiche.(fonte farmacista33)

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Debiti pubblica amministrazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 Mag 2012

L’Associazione Sviluppo Lavoro accoglie con grande favore la notizia dell’approvazione del decreto che sbloccherà una prima tranche dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese. Si parla di circa 20-30 miliardi di euro di arretrati da erogare entro la fine del 2012, oltre all’intendimento di rispettare i tempi massimi dettati dall’UE a partire dall’anno prossimo.
Il Presidente di Sviluppo Lavoro Gabriele Manconi, che da tempo aveva fatto presente la necessità di provvedimenti del genere, ha commentato con entusiasmo la notizia: “È un raggio di sole in mezzo alla tempesta, un segnale di speranza che arriva nel periodo più difficile della storia recente del nostro Paese”.
La soddisfazione di Manconi riguarda anche il coinvolgimento delle banche attraverso l’impegno assunto dall’ABI di mettere a disposizione 20 miliardi di euro per far ripartire l’economia: “Finalmente è arrivato un segnale di apertura da parte delle banche, senza il cui supporto non è neppure pensabile una ripresa”.

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Debiti P.A.: Monti annuncia primi rimborsi già in 2012

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 Mag 2012

Quattro decreti e un accordo tra banche e imprese. È questo il pacchetto di misure varato dal governo per accelerare i pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. Con l’adozione dei quattro decreti ministeriali, uno dei quali relativo alla certificazione dei crediti verso gli enti locali, le regioni e gli enti del Servizio sanitario nazionale, il governo punta a rimborsare entro il 2012 tra i 20 e i 30 miliardi di crediti commerciali vantati dalle imprese verso la pa. Ad annunciarlo il presidente del Consiglio, Mario Monti, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il suo vice all’Economia Vittorio Grilli e il ministro dello Sviluppo Corrado Passera. «Siamo in grado di realizzare un progressivo rientro del debito, 20-30 miliardi già nel corso di quest’anno», ha detto Monti. «Il recupero dei crediti che le imprese vantano nei confronti della Pa è importante. Sono le nostre aziende, a volte più piccole, innovative, che in questa fase difficile non hanno abbassato la testa. Per questo hanno bisogno di liquidità, di un carburante capace di riaccendere il motore della produttività», ha aggiunto. I decreti definiscono le procedure con le quali le imprese potranno farsi certificare i crediti dalle amministrazioni debitrici. Con la certificazione le imprese potranno farsi anticipare a sconto le somme dalle banche. Grilli ha confermato che in alternativa al canale bancario le imprese potranno chiedere la compensazione tra crediti e debiti iscritti a ruolo su imposte e contributi (fonte doctornews33)

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I debiti della Rai

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 marzo 2012

RAI

RAI (Photo credit: Marco Gentili)

“La Rai ha annunciato con un ottimismo fuori luogo di aver chiuso il bilancio annuale con oltre 4 milioni di attivo. Si è dimenticata tuttavia di ricordare che l’ha chiuso anche con 240 milioni di passività accumulata nel tempo. Non serve grande immaginazione per comprendere la difficoltà di presentarsi di fronte a qualsiasi istituto di credito in queste condizoni e le pesantissime incognite che gravano sul futuro dell’azienda e del servizio pubblico”. Lo afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. “Il governo non può fingere di non sapere e non vedere. E soprattutto non si può consentire che si voglia procedere ad una proroga silenziosa, surrettizia e furbesca. L’immediata modifica della Legge Gasparri peraltro non è una necessità solo per la Rai ma anche un obbligo istituzionale se si vuole arrivare ad una qualsiasi ipotesi di riforma della legge elttorale”. “Non ci sarà legge elettorale accettabile – conclude Giulietti – fino a quando non sarà affrontato anche il nodo del conflitto di interessi, dell’autonomia dell’Autorità di garanzia, della Rai e del ripristino della parità di accesso tra i diversi soggetti politici e istituzionali”.

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Equitalia: sarà possibile rateizzare i propri debiti in maniera flessibile

Posted by fidest press agency su martedì, 21 febbraio 2012

Un primo timido segnale di avvicinamento alle esigenze dei cittadini ed imprese nel campo del pagamento di sanzioni e tributi potrebbe giungere dalla bozza del decreto legge sulle “semplificazioni” ora all’esame del Governo. A sostenerlo è Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” che si augura che tale norma diventi effettiva per concedere un po’ di sollievo alle famiglie ed aziende italiane già alle prese con i problemi quotidiani aggravati dalla perdurante crisi economica.
Secondo quanto è dato apprendere, i titolari di debiti tributari avranno la possibilità di rateizzare i propri debiti in maniera flessibile, oltre a chiedere la dilazione dei pagamenti in caso di decadenza dalla rateazione.
Nella bozza è, infatti, contenuta una norma secondo cui “Il debitore può chiedere che il piano di rateazione preveda, in luogo di rate costanti, rate variabili di importo crescente per ciascun anno”. Una volta ricevuta l’istanza di rateazione, l’agente della riscossione può iscrivere l’ipoteca “solo nel caso di mancato accoglimento dell’istanza, ovvero di decadenza”.I piani di rateazione a rata costante, già emessi alla data di entrata in vigore del presente decreto, “non sono soggetti a modificazioni, salvo il caso di proroga” ai sensi dell’articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 602 del 1973.

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Italia. Lo Stato che esige le tasse e non paga i debiti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 febbraio 2012

Come potremmo definire una persona che pretende da noi i crediti ma non paga i debiti? Strozzino no, perche’ l’usuraio almeno i soldi li presta. Ladro no, perche’ il furfante ruba soltanto. Avremmo qualche definizione in mente ma lasciamo perdere. La circostanza riguarda lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. Tutti attingono alle tasche degli italiani ma contestualmente sono restii ad onorare i propri impegni. Si parla di 70 miliardi di euro, cifra enorme che manda in tilt i bilanci delle imprese. Eppure c’e’ una direttiva europea, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno, che impone i pagamenti a 30/60 giorni. I ritardi possono attivare un meccanismo perverso: le imprese, consapevoli dei differimenti, cercano soluzioni di rientro con il costo degli appalti, oppure possono ricorrere alle “lusinghe”, che sfociano nella corruzione che, secondo la Corte dei Conti, vale qualcosa come 60 miliardi. Ovvio che non si puo’ continuare in questo modo, strozzando le imprese e quindi l’economia nazionale. Per risolvere il problema lo Stato, le Regioni e gli enti locali dovrebbero vendere cio’ che hanno: gli immobili. Il ministero dell’Economia ne stima il valore in 400 miliardi. Bene ci si metta mano.

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I debiti dello Stato

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 febbraio 2012

English: Enrico Letta at the Trento 2009 Econo...

Image via Wikipedia

“70 miliardi di debiti da parte della PA nei confronti delle imprese sono una realtà inaccettabile e bene hanno fatto oggi il ministro Passera e il presidente Marcegaglia a sottolineare l’urgenza di una soluzione definitiva al problema. In questa fase critica per l’economia il fattore tempo è quanto mai fondamentale. In tal senso, tanto l’articolo 14 contenuto nella legge Comunitaria, quanto la nostra interrogazione alla Camera dello scorso 25 gennaio hanno come obiettivo proprio la velocizzazione dei tempi per l’attuazione della Direttiva Europea sui tempi di pagamento da parte della PA, che obbliga i debitori a pagare le imprese entro un massimo di 60 giorni, a seconda del settore interessato. Recepire in maniera rapida questa Direttiva significa porre fine all’agonia di molte imprese italiane, messe in ginocchio dalla crisi e alle prese con l’assenza di liquidità che impedisce loro di compiere investimenti. Oltre alla recente interrogazione, da più di un anno è stata depositata alla Camera una proposta di legge, di cui sono firmataria insieme ai colleghi Marco Beltrandi e Antonio Misiani, che ha raccolto le adesioni di 75 deputati di tutti gli schieramenti politici, esclusa la Lega Nord. Una proposta che si ispira proprio alla Direttiva UE ma che ridefinisce in modo assai più rigoroso i tempi di pagamento e le sanzioni per le imprese e la pubblica amministrazione che non li rispettano. Questa proposta, insieme a un rapido cambiamento del Patto di Stabilita’ interno, potrebbe davvero costituire un valido strumento, per l’attuale governo, per risolvere in tempi rapidi questo problema. Ci auguriamo che, nel concepire un piano di ripresa, il ministro Passera e il premier Monti la prendano in considerazione.” Così Paola De Micheli, deputato e responsabile PMI del PD su http://www.associazione360.it, il sito di TrecentoSessanta, l’Associazione di Enrico Letta

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Divieto di speculazione su debito sovrano e limitazioni a vendite allo scoperto

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 novembre 2011

Parlamento Europeo

Image by Naroh via Flickr

I deputati europei hanno approvato martedì una nuova legislazione per limitare le vendite allo scoperto e il commercio in credit default swaps (CDS), un prodotto finanziario utilizzato come assicurazione contro i fallimenti. Le nuove regole europee imporranno maggior trasparenza e vieteranno l’uso di alcune tipologie di CDS, rendendo più difficile la speculazione sul default di un paese.Il regolamento è una delle legislazioni presentate dalla Commissione per affrontare la crisi finanziaria. Le vendite allo scoperto e i CDS sono due pratiche finanziarie accusate di incrementare l’instabilità dei mercati. In particolare, il commercio in CDS è generalmente considerato come un potenziale fattore di peggioramento della situazione greca e italiana.
Il Parlamento ha ottenuto l’introduzione di un divieto di commercio di CDS allo scoperto (comprare contratti di assicurazione sul debito senza avere i relativi titoli). Per esempio, acquistare CDS greci sarà d’ora in poi possibile solo se l’acquirente possiede già titoli di Stato greci o una partecipazione in un settore fortemente dipendente dall’andamento di tali titoli, come una banca greca (in caso di fallimento del paese, le banche greche soffrirebbero certamente in maniera importante).
L’unica eccezione a questo divieto è la possibilità per le autorità nazionali di sospendere il divieto per un massimo di 12 mesi nei casi in cui il mercato del debito sovrano non funzioni in modo corretto, con possibilità di rinnovo per ulteriori 6 mesi. Anche tale possibilità è tuttavia circoscritta, poiché il testo legislativo specifica le situazioni, limitate, nelle quali il regolatore può aver diritto a tale sospensione. Inoltre, entro 24 ore, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (European Securities and Markets Authority – ESMA) dovrà pubblicare un parere sul proprio sito web sull’utilità o meno di sospendere il divieto: un’opinione negativa dell’ESMA avrebbe un forte significato politico.Esprimendo la soddisfazione per il divieto, il relatore Pascal Canfin (Verdi, FR), ha detto: “Queste regole sono la prova che l’UE può agire contro la speculazione quando c’è volontà politica. La legislazione renderà impossibile l’acquisto di CDS con il solo obiettivo di speculare sul default di un paese”.
Una maggioranza di deputati aveva in origine chiesto l’introduzione di una regola che prevedesse la conversione obbligatoria di tutte le vendite allo scoperto “nude” (naked short sellings, in inglese), il tipo più rischioso fra le vendite allo scoperto, in vendite allo scoperto normali entro un giorno lavorativo. Tuttavia, la cosiddetta regola del “localizza e riserva” (locate and reserve rule in inglese) per cui un operatore finanziario non solo deve notificare da dove intende prendere in prestito i titoli azionari in questione, ma anche ottenere una garanzia che potrà effettivamente prenderli in prestito, è stata alla fine diluita durante i negoziati con i governi nazionali.
Il regolamento prevede ora che l’operatore dovrà localizzare e avere una “presunzione ragionevole” di poter realmente ottenere il prestito. L’ESMA dovrà determinare quali sono le condizioni da soddisfare perché si possa “ragionevolmente presumere” di poter effettuare l’operazione alla scadenza prevista.
Un altro elemento introdotto dal Parlamento che ha rafforzato la proposta originaria della Commissione è l’introduzione di obblighi d’informazione più stringenti. Proprio la mancanza d’informazione è stata uno degli ostacoli più grandi al lavoro dei supervisori nel periodo precedente la crisi.Le informazioni che ora giungeranno ai regolatori nazionali ed europei permetteranno loro di eseguire il lavoro di prevenzione in maniera più efficace e di avvertire in anticipo nel caso di rischi potenziali. Per esempio, i supervisori finanziari saranno informati, e ne informeranno il pubblico, nel caso di una “posizione corte netta”, appena questa supera la soglia dello 0,5% del valore dei capitali azionari emessi

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Sicilia: debiti con i cinesi

Posted by fidest press agency su martedì, 27 settembre 2011

Description: Topography of Sicily, created wit...

Image via Wikipedia

Gli Indipendentisti du Frunti Nazziunali Sicilianu –“Sicilia Indipinnenti” assistono al dipanarsi e protrarsi della crisi finanziaria con trepidazione mista a preoccupazione. Appare, infatti, sempre più evidente che il Governo centrale romano e con esso le forze politiche tutte non sanno più che pesci prendere. Al punto che un po’ improvvidamente quanto semplicisticamente taluni a mo’ di soluzione miracolosa invocano l’intervento della Cina e dei suoi enormi capitali. E’ una prospettiva di cui si parla già da qualche tempo come quando si ventilò che la Cina acquistasse un ingente quantitativo di titoli di stato italiani. Non sappiamo se il Governo romano in carica sia davvero intenzionato a procedere in tale direzione. E’ comunque chiaro che se si trovasse lo “accordo” tra Roma e Pechino , questa intesa avrebbe condizioni economiche e ancor più politiche tutt’altro che lievi o indolorI. E ci dispiace che la Regione Siciliana sia pedissequa. Nessuno e men che mai Noi Indipendentisti du F.N.S. dimentica, infatti con quale attenzione e bramosia la Repubblica Popolare Cinese guardi alla Sicilia come HUB commerciale. In questa chiave di “imperialismo commerciale” si può leggere anche l’interesse manifestato dai cinesi anche al finanziamento del Ponte –iattura sullo Stretto di Messina. Appare evidente dunque quale potrebbe essere il ”prezzo” richiesto in cambio del sostegno finanziario cinese. Un prezzo che finirebbe per pesare prima sulla Sicilia e i Siciliani e poi per minacciare i già precari equilibri geopolitici del e nel Mediterraneo. Noi du Frunti Nazziunali Sicilianu –“Sicilia Indipinnenti” manifestiamo tutta la nostra ritrosia economica e geopolitica per una apertura al MOLOCH politico-economico CINESE e crediamo che se questa crisi dovrà e potrà avere una soluzione essa dovrà necessariamente prescindere dall’Apporto del “DRAGO ASIATICO” maturando nel contesto di quella Unione Europea di cui la Forma Stato Italia oggi è parte”.(fonte Segreteria Nazionale FNS)

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Visita Frattini in Cina

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2011

Debora Serracchiani a Sassuolo

Image by Debora Serracchiani via Flickr

“Voglio credere che Frattini nella sua missione in Cina non ’dimentichera’ di parlare anche di diritti umani”. Così l’europarlamentare del Pd Debora Serracchiani, membro della commissione Libertà civili, alla vigilia della missione in Cina del ministro degli Esteri Franco Frattini.
Serracchiani ha riconosciuto che “nessuno è tanto ingenuo da non capire l’importanza della partnership strategica con la Cina, dato che quel Paese può contribuire in modo fondamentale alla stabilità dei mercati e all‘assetto dei debiti sovrani, di cui l’Italia in questo momento ha estremo bisogno. Tuttavia – ha puntualizzato – le recenti vicende dei Paesi del Mediterraneo dovrebbero averci insegnato che non è saggio tenere separata la partita degli interessi economici da quella sui diritti umani. Secondo Serracchiani “temi come il Tibet, la compressione delle libertà religiose, il ricorso massiccio alla pena di morte, la stessa detenzione in carcere di un premio Nobel per la pace come Liu Xiaobo, non possono essere tenuti completamente fuori dall’agenda dei colloqui italo-cinesi. Solo un anno fa, il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek ha invitato l’Europa a impegnarsi con i suoi partner strategici per affrontare le sfide comuni ma – ha concluso – allo stesso tempo a coltivare un dialogo aperto e schietto sui diritti umani”. (Giancarlo Lancellotti)

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