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Posts Tagged ‘debito’

Strage Vergarolla: Rojc (Pd) Italia ha debito di memoria

Posted by fidest press agency su domenica, 18 agosto 2019

“La Repubblica italiana ha un grande debito di memoria e di pietà nei confronti delle vittime di Vergarolla, e solo da poco si sta colmando un vuoto di conoscenza e di consapevolezza storica. Questo anniversario non sia silenziato dalle contingenze della politica, i morti del nostro confine orientale non siano ricordati a fasi alterne e a loro vada sempre l’onore delle Istituzioni”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc, in occasione dell’anniversario della Strage di Vergarolla a Pola, dove il 18 agosto 1946 un’esplosione uccise 63 civili e centinaia tra donne, giovani, bambini, tutti italiani, rimasero feriti mentre si trovavano in riva al mare per assistere alle gare natatorie della Coppa Scarioni organizzata dalla società “Pietas Julia”. Per la senatrice “alla politica non spetta sostituirsi al lavoro degli storici né all’opera di chi svolge rigorosa divulgazione. Ma certamente è compito della politica indicare mete collettive, adoperarsi per la tutela di un patrimonio memoriale, chiedere sempre maggiore chiarezza e nettezza dei fatti”.”Sulle nostre terre – aggiunge Rojc – abbiamo vissuto l’anteprima della Guerra fredda, la violenza dell’ideologia e la strumentalizzazione politica delle contrapposizioni etniche. Davanti alla lapide che ricorda i caduti di Vergarolla si deponga un rinnovato impegno di verità e di rispettosa riconciliazione”.

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“Il tempo per risolvere il problema della bolla del debito cinese sta per scadere”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2019

A cura di Paul Smillie, Analista senior della Columbia Threadneedle Investments. Nelle ultime settimane, i timori di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sono balzati alla ribalta delle cronache, spaventando gli investitori. Ciò è apparso particolarmente evidente in Cina, dove lo Shanghai Composite Index ha ceduto il 10% circa a maggio rispetto ai livelli di aprile in seguito al deteriorarsi delle trattative commerciali tra i due paesi.Considerate le minacce del Presidente statunitense Donald Trump di autorizzare una nuova tranche di dazi (pari al 25% sui restanti USD 300 miliardi di importazioni cinesi, mentre la Cina prende in esame eventuali contromisure), l’impatto negativo di una guerra commerciale sull’economia cinese potrebbe rivelarsi significativo.Il prospettarsi di un conflitto commerciale è sicuramente preoccupante, ma riteniamo che i mercati stiano sottostimando altri rischi sistemici potenzialmente più gravi per l’economia cinese, ovvero la rapida e preoccupante espansione del credito negli ultimi anni.La crescita cinese va indebolendosi ed attualmente è scesa al di sotto del 7% da oltre il 14% annuo registrato prima della crisi finanziaria, evidenziando una contrazione molto marcata per la seconda economia mondiale in termini di dimensioni. Le autorità cinesi hanno reagito aprendo i rubinetti del credito al fine di stimolare l’economia favorendo il ricorso a prestiti. Il problema è che quanto più si prolunga l’espansione creditizia, tanto meno efficace diviene questa strategia.Nel 2008, il rendimento sul credito, che misura l’efficacia del nuovo credito nello stimolare la crescita, si attestava intorno allo 0,75. Questo significa che ciascun CNY di credito generava CNY 0,75 in termini di prodotto interno lordo (PIL) nominale. Dal 2014, questo rapporto è sceso in media allo 0,25.
L’aumento dei rischi estremi è ancora più preoccupante. Comunque la si guardi, la massiccia espansione del credito cinese negli ultimi anni dovrebbe far suonare campanelli di allarme. I principali parametri della crescita del credito indicano non solo che l’attuale tasso di espansione è insostenibile, ma anche che causerà un forte aumento dei prestiti in sofferenza, che non mancherà prima o poi di avere enormi ripercussioni negative sui mercati obbligazionari e azionari cinesi.Prendiamo il rapporto credito/PIL, che misura il livello del credito rispetto alle dimensioni dell’economia. Includendo sia il credito a bilancio che quello fuori bilancio, alcuni stimano che tale rapporto sia salito al 300% circa dalla crisi finanziaria, partendo da una base di quasi il 150%. Ciò segnala a nostro avviso una chiara crisi del settore bancario cinese.
La buona notizia è che i livelli dei prestiti cinesi in valuta estera sono bassi, fatta eccezione per il settore aziendale. È quindi improbabile che in Cina si assista a una replica della crisi asiatica del 1997, innescata dall’elevato indebitamento in dollari.
Includendo tuttavia gli attivi fuori bilancio, i patrimoni bancari cinesi ammontano all’incirca a USD 45.000 miliardi. Secondo le stime, il paese detiene USD 3.000 miliardi di riserve valutarie, che potrebbero rapidamente esaurirsi in seguito a prelievi di capitale di entità anche contenuta. Qualora si rendesse necessario sostenere le banche, le autorità cinesi si vedrebbero costrette a ricorrere a provvedimenti più radicali. Il governo potrebbe ricapitalizzare il settore bancario, una mossa che, secondo i nostri calcoli, potrebbe far schizzare verso l’alto il rapporto ufficiale debito/PIL del paese, portandolo dall’attuale 48% circa a oltre il 70%. Tale livello sarebbe ancora in linea con quelli di molti governi occidentali, ma non si tratterebbe di una mossa di poco conto.
Cinque anni fa eravamo del parere che una rapida espansione del credito in Cina avrebbe potuto essere gestita senza causare gravi turbolenze sui mercati. Non siamo più di questo avviso.La Cina potrebbe diventare la prima nazione in grado di assorbire una tale espansione del credito senza accusare problemi, tramite un’abile riduzione dell’indebitamento in un contesto di rallentamento della crescita, svalutando la propria moneta o, più probabilmente mediante una costosa ricapitalizzazione del settore bancario. Non si può tuttavia escludere il rischio di un improvviso e doloroso scoppio della bolla del credito cinese, con gravi ripercussioni per la crescita globale data l’importanza del paese per l’economia globale.In ogni caso, gli investitori possono aspettarsi oscillazioni dei mercati azionari e obbligazionari ancora più marcate di quelle causate dagli attuali timori della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

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Bankitalia: debito aprile sale a 2.373 mld

Posted by fidest press agency su martedì, 18 giugno 2019

Il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito ad aprile a 2.373,3 miliardi. “Non si possono abbassare le tasse se il debito continua a salire. E’ vero invece l’esatto opposto. Fino a che non abbassiamo il debito e, quindi, gli interessi che gli italiani continuano a pagare con le loro tasse, non potremo ridurle seriamente, ma solo indebitare le future generazioni” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Considerato che in Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono 25.386.000 famiglie, è come se ogni famiglia avesse 93 mila euro di debito, 93.488 euro per la precisione. Se consideriamo invece la popolazione residente, è come se ogni italiano avesse un debito di 39 mila e 238 euro” conclude Dona.

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Un fondo per contribuire al pagamento del debito dei Comuni capoluogo di città metropolitana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

Dichiara il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, sulla norma “Risparmia Italia”:”Negli ultimi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con i Comuni capoluogo di Città Metropolitano, alcuni dei quali si trovano in una fase di riequilibrio finanziario, ovvero in dissesto e pre-dissesto finanziario. Stare al fianco delle Amministrazioni vuol dire garantire un’elevata qualità dei servizi pubblici ai cittadini che, diversamente, potrebbero vederli ridotti, per responsabilità che spesso vanno imputate a vecchi amministratori. Dall’approfondito confronto tecnico è uscita una norma corposa che contribuisce a risolvere, o quanto meno alleviare, le problematiche delle amministrazioni coinvolte. I relatori al provvedimento hanno infatti presentato un emendamento al Decreto Crescita, cui abbiamo lavorato da ultimo in questa fase di conversione, in virtù del quale attingendo ai risparmi derivanti dalla rimodulazione del debito di Roma Capitale, abbiamo istituito un fondo finalizzato al “concorso al pagamento del debito dei comuni capoluogo di città metropolitana”. E’ un lavoro che proseguirà, in modo certosino, perché ad ogni “malato” serve la giusta cura”.

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Investimento sostenibile: ESG nel debito dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 dicembre 2018

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt di Pictet Asset Management. Perché gli investitori nelle obbligazioni sovrane dei mercati emergenti devono fare attenzione ai fattori ambientali, sociali e di governance.Le immagini delle mazzette di banconote praticamente prive di valore dello Zimbabwe o del Venezuela necessarie per acquistare prodotti di base come il pane e la carne che spesso sono comparse sui social media sottolineano chiaramente l’importanza della governance nelle economie dei mercati emergenti. Ma cercare di scoprire – non diciamo leggere – i segnali che indicano come stanno cambiando le condizioni, se in meglio o in peggio, è difficile.A complicare ulteriormente le cose ci sono le dimensioni sociali e ambientali che potrebbero svolgere ruoli altrettanto critici nelle scelte di investimento. Ad esempio, la deforestazione in atto ad Haiti e la Primavera araba hanno prodotto come conseguenza drammatica la totale svalutazione delle rispettive valute.
Ma gli investitori hanno fatto molta fatica a valutare le caratteristiche ambientali, sociali e di governance dei Paesi in modo onnicomprensivo o sistematico, soprattutto nei mercati del reddito fisso. Una ragione per la quale gli investitori in obbligazioni sovrane sono stati notevolmente più lenti rispetto, diciamo, a quelli azionari nella capacità di riconoscere l’importanza dei fattori ESG è una relativa mancanza di informazioni di qualità. Mentre i fattori ESG vengono sempre più quantificati a livello di aziende e utilizzati per l’’investimento in azioni e credito, ci sono state meno ricerche sul modo in cui tali parametri influiscono sul merito creditizio degli Stati.Recentemente, tuttavia, i servizi di consulenza e le agenzie di rating hanno risposto alla crescente domanda di analisi ESG basata sui titoli sovrani. Si tratta di una tendenza che è destinata a crescere, in quanto gli investitori vedono la diretta dimostrazione della correlazione tra il punteggio dei Paesi in base a diversi criteri ESG e la performance delle loro obbligazioni. Ad esempio, è sempre più evidente la correlazione tra una buona governance e un minore rischio di insolvenza sovrano e l’andamento degli spread. Un altro recente studio ha evidenziato che mentre il cambiamento climatico ha aumentato il costo medio del debito dei Paesi emergenti di 117 punti base, coloro che hanno investito in adeguamento sociale sono riusciti a ridurre i costi di 67 punti base.
L’approccio più redditizio all’investimento in ESG sovrani è tuttavia probabilmente un approccio che riguardi l’intero settore. I governi a cui si chiede di migliorare le credenziali ESG, con ogni probabilità evidenzieranno una crescita più robusta e stabile e saranno più capaci di sopportare le turbolenze macroeconomiche. In effetti, il miglioramento dei criteri ESG tra i mercati emergenti migliorerebbe la performance tendenziale della classe di attivi – o darebbe slancio al loro beta, come si dice nel gergo dei mercati.
Presi singolarmente, i gestori di portafoglio hanno relativamente poco potere di incidere, sebbene ci siano esempi in cui i debitori governativi si sono inchinati alla pressione esercitata dai gestori, come quando noi abbiamo espresso preoccupazioni sulle riforme agrarie in Sudafrica.
Invece, nel complesso il settore ha la forza per guidare i governi nella direzione giusta – circa 592 miliardi degli 8.311.000 miliardi di dollari di debito sovrano dei mercati emergenti in circolazione sono detenuti da società di gestione patrimoniale.Le società di investimento stanno già prendendo alcuni provvedimenti in questa direzione. Ad esempio, l’iniziativa Principles for Responsible Investment, sponsorizzata dall’ONU con oltre 1800 firmatari a livello di settore che gestiscono oltre 2.250 miliardi di dollari di attivi, ha recentemente istituito un gruppo di lavoro sul coinvolgimento dei governi per incoraggiare un maggiore dialogo e una maggiore collaborazione tra il settore della gestione patrimoniale e i debitori governativi. C’è un numero crescente di altre iniziative di settore, come, ad esempio, il Global Green Finance Council, che si prefigge di coordinare gli sforzi di diversi enti di settore al fine di incoraggiare lo sviluppo della “green finance”.
La sostenibilità è stata al centro delle attività di Pictet Asset Management. Motivo per cui siamo anche in prima linea nell’integrare i criteri ESG in tutti i nostri processi di investimento – se non altro per le nostre strategie di debito dei mercati emergenti.
Non solo ci impegniamo direttamente con gli emittenti delle obbligazioni sovrane. Lavoriamo anche con i nostri concorrenti e con gli enti multinazionali rilevanti per sviluppare un approccio a livello di settore in grado di sostenere e incoraggiare i governi ad essere meglio gestiti, più attenti all’ambiente e a fare cosa è meglio per le loro società. Perché questo è il modo migliore per migliorare il welfare delle persone nelle economie emergenti, e nel corso del tempo, avvantaggiare i nostri investitori. E perché è la cosa giusta da fare.

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Fisco, speculazioni e debito

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 novembre 2018

(By Antonio De Lellis Comitato per l’Abolizione dei Debiti Illegittimi, CADTM Italia). La ”manovra del popolo” e le rinnovate paure di default dell’Italia richiamano la necessità di capire i meccanismi di formazione del debito pubblico italiano.
Lo studio, che è stato presentato da Cadtm Italia il 27 ottobre a Roma in una conferenza organizzata dal Comitato per l’Abolizione del Debito Illegittimo sul tema “Riforme fiscali e debito pubblico italiano”, ha avuto lo scopo di fornire informazioni sulla struttura del sistema fiscale italiano e sugli effetti che le controriforme dei passati decenni hanno avuto sulle entrate dello stato, e quindi sul debito pubblico.
Secondo le sue risultanze la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria.
Il tema è stato trattato da Paolo Raimondi e Mario Lettieri i quali con i numerosi editoriali su Italia Oggi hanno aperto finestre di approfondimento al tema. Se consideriamo solo tre episodi speculativi (1992-93; 2007-2007; 2011-2012) ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi in valore assoluto, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017. Qui non è fondamentale la cifra esatta, ma sapere che il problema della speculazione e dei suoi effetti nefasti sul debito esiste. Qualunque sia la cifra, che non si discosterà molto da quella individuata, occorre sapere che essa è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, solo il 5% del debito complessivo.
Analizzando il dossier su entrate fiscali e debito vediamo che se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2016, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef. Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato.
Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Solo per effetto delle speculazioni oggetto di studio e di una Irpef iniqua oltre 762 miliardi di euro, ovvero quasi il 34% del nostro debito, può considerarsi causato da dinamiche internazionali e nazionali che nulla hanno a che fare con scelte consapevoli degli abitanti dell’Italia.
L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla Flat tax non fa altro che contribuire ad alimentare tale business sul debito pubblico italiano. Solo il ripristino di una tassazione complessiva e unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico.
Il dossier su Fisco e debito mostra come le soluzioni alla tanto paventata ”tenuta dei conti” si possano trovare battendo altre strade che tagli ed austerità, recuperando il punto di vista della Costituzione e il suo richiamo alla giustizia sociale.
Nel corso della giornata, Massimo Pallottino, della Caritas italiana e coportavoce della Coalizione Italiana contro la Povertà, ha tracciato il contesto dentro il quale si muove la tematica con un riferimento, alle tre grandi crisi: economica, sociale ed ambientale. Esse potranno trovare soluzioni solo con politiche coerenti ai tre obiettivi (agenda 20/30). Il tema del debito si collega anche all’iniziativa di varie organizzazioni cristiane dal titolo “Chiudiamo la forbice” sulle scandalose disuguaglianze, la cui misura in termini di aggravio Irpef per le classi medie è stato di oltre 900 miliardi dal 1983 al 2016. Non possiamo vedere cosa è accaduto agli impoveriti senza vedere ciò che è accaduto ai ricchi.
Marco Bersani, socio fondatore dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie (ATTAC), ha affrontato il tema della spesa pubblica e di come la narrazione dominante riesce a modificare la realtà che vede l’Italia sotto la spesa pubblica della media europea con incrementi minimi. Questo crea una differenziazione sociale e la necessità di affrontare il tema che è il tabù dell’economia del debito. Insieme a questo il tema del debito degli enti locali con una tassazione che dal 2010 al 2016 è aumentata di 7,8 miliardi e con una liquidità complessiva diminuita di 5,6 miliardi, ovvero con un saldo di – 13 miliardi occorsi per finanziare il debito pubblico nazionale. Un enorme costo per la società se si pensa che il contributo degli Enti locali al debito pubblico è di solo 1,8%.
A questo riguardo si sottolinea l’importanza dell’assemblea pubblica a Napoli prevista per 23 novembre alle ore 15,00 con i sindaci italiani che vogliono avviare una vertenza nazionale sul tema dello schiacciamento degli Enti locali.
Numerosi gli interventi dal pubblico che hanno spaziato sul riconoscere al metodo del dossier fisco e speculazioni il merito di avere aperto una pista di indagine nuova che può essere applicata anche agli audit civici, alla necessità di sganciare la finanza pubblica da quella privata, per evitare le speculazioni sul debito pubblico, al debito di Roma ed a questioni molto pertinenti sulla tassazione e su come sia possibile a partire da questi dati proseguire ed approfondire.

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Opportunità di investimento nel debito dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su martedì, 30 ottobre 2018

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt, e Alper Gocer, Head of EM Local Currency Debt di Pictet Asset Management. I fondamentali del debito dei mercati emergenti continuano a essere interessanti, dopo il calo subito dalla classe di attivi quest’anno.Nonostante tutte le turbolenze di mercato che hanno subito quest’anno, i Paesi emergenti sono in condizioni molto migliori rispetto alle crisi passate. In molti casi, i fondamentali economici rimangono positivi, nonostante la vendita massiccia generalizzata. Di conseguenza, si sono create opportunità per gli investitori ben informati.Diversamente dai precedenti periodi di turbolenza, il crollo di quest’anno del debito dei mercati emergenti non è stato causato da un brusco rallentamento dell’economia globale o da uno schianto generalizzato del mercato azionario, o addirittura dal collasso dei prezzi delle materie prime. È stata invece una combinazione di minacce lente: i rischi posti da un accumulo di debito corporate dei mercati emergenti; l’impatto di un dollaro forte su Paesi con debito in dollari; il costante ritiro dello stimolo monetario in tutto il mondo e l’aumento dei tassi statunitensi; le ripercussioni delle guerre commerciali. Un quadro che ha incoraggiato gli investitori a prendere profitti nella corsa incredibilmente favorevole del 2017.
Lo stratosferico rally di mercato dello scorso anno, a sua volta, è avvenuto sulla scia di solide basi economiche. Nel complesso, le economie emergenti sono meno indebitate, meno dipendenti dalle materie prime o dai flussi di capitali esteri, più orientate verso la domanda interna, e con popolazioni più ricche e produttive che mai. Ma le valutazioni per alcune classi di attivi dei mercati emergenti, come le obbligazioni denominate in dollari e in valuta locale dei mercati emergenti, si sono impennate troppo e troppo velocemente. Quindi, quando il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato a fomentare le tensioni commerciali globali, gli investitori si sono preoccupati non solo di come i dazi statunitensi potessero incidere sulle economie dei mercati emergenti, ma anche su alcune delle minacce più interne alla crescita economica.
Tutto sommato, i fondamentali economici dei mercati emergenti rimangono solidi: i livelli del debito governativo sono generalmente contenuti, i saldi della bilancia commerciale sono robusti, così come le riserve in valuta estera, mentre la domanda interna rimane solida.
Una preoccupazione importante è stata la Cina. Ma le misure di Trump contro il Paese difficilmente scateneranno un crollo del commercio globale, se non altro perché la sua decisione di aumentare la spesa pubblica è destinata a causare un ulteriore ampliamento del deficit delle partite correnti statunitensi. Una buona parte degli scambi statunitensi con la Cina sarà probabilmente dirottata verso altre economie emergenti competitive.Contemporaneamente, la svalutazione dell’8% da inizio anno del renminbi rispetto al dollaro compensa ampiamente i dazi del 10% imposti dall’amministrazione Trump, riducendo le difficoltà per gli esportatori cinesi. I nostri economisti ritengono che anche una piena attuazione di ulteriori dazi su 500 miliardi di dollari USA di esportazioni cinesi negli Stati Uniti ridurrebbe il PIL cinese di poco più di un punto percentuale. Allo stato attuale, le misure commerciali già adottate valgono circa un quarto di punto di crescita.
I responsabili della politica dei mercati emergenti hanno ampiamente risposto alla turbolenza con manovre ben calibrate. I tassi d’interesse sono stati aumentati e rafforzati con aggiustamenti fiscali. Nel frattempo, tassi di cambio flessibili hanno contribuito ad ammortizzare i colpi. Di conseguenza, molte economie dei mercati emergenti sono uscite dalla tempesta dei mercati sostanzialmente illese. Infatti, gli ultimi dati indicatori anticipatori dei mercati emergenti sono migliorati su base trimestrale, e attualmente sono ben al di sopra della media mobile su tre anni. Le eccezioni sono costituite dai Paesi con un debito in dollari importante e saldi della bilancia dei pagamenti deboli. La Turchia e l’Argentina sono state particolarmente colpite. Entrambe hanno significativi deficit delle partite correnti e dipendono dagli afflussi di capitale estero. Quando gli investitori si preoccupano per questi squilibri, ritirano i capitali investiti. Le conseguenti crisi valutarie hanno quindi causato l’aumento dell’inflazione, che ha costretto le banche centrali di Argentina e Turchia ad aumentare i tassi d’interesse. Sebbene gli aumenti dei tassi non siano stati sufficienti per contenere il panico, tuttavia hanno attenuato la crescita economica, il che, a sua volta, ha alimentato al ribasso la spirale delle economie.
Altrove nell’universo dei mercati emergenti, le condizioni sono state ulteriormente complicate da un ciclo di elezioni politiche impegnativo, non ultimo in Brasile.Ma nulla di ciò giustifica la portata delle vendite massicce in tutti gli attivi dei mercati emergenti. La conseguente ridefinizione dei prezzi ha spalancato interessanti opportunità per la gestione attiva. Le valute e le obbligazioni delle economie robuste con buone prospettive di crescita paiono nuovamente convenienti, come quelle di Sudafrica e Messico.Più in generale, il premio offerto dal debito dei mercati emergenti pare adesso interessante.
Le valute dei mercati emergenti sono più che mai convenienti rispetto al dollaro da almeno due decenni a questa parte, secondo i parametri di valutazione dei nostri economisti: sono, infatti, sottovalutate di circa il 20% rispetto al dollaro, con il renminbi più conveniente che mai sulla base della parità di potere di acquisto. Nel frattempo, il rendimento delle obbligazioni in dollari dei mercati emergenti è del 6,4%, più del doppio delle omologhe statunitensi.In momenti come questo, per investire è necessario un po’ di coraggio e un’analisi molto attenta. Ma le possibili ricompense sono commisurate.

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Sell-off del debito emergente: che cosa c’è alla base?

Posted by fidest press agency su sabato, 28 luglio 2018

Commento a cura di Peter Eerdmans, Co-Head, Emerging Market Fixed Income di Investec Asset Management. Come durante il taper tantrum del 2013, una causa del sell-off registrato nel debito dei mercati emergenti può essere individuata in un diverso indirizzo delle politiche degli Stati Uniti che ha alterato l’attrattività relativa degli asset del debito emergente. Nel 2013 si trattava del tapering del quantitative easing. Nel 2018, lo scenario di debolezza si è presentato in corrispondenza di un ritmo più accentuato nella normalizzazione dei tassi e nel quantitative tightening degli Stati Uniti.
Non si tratta di un fenomeno nuovo. Nel corso degli episodi precedenti (2004, 2005, 2006) forti riprezzamenti nei tassi americani hanno comportato una correzione nell’asset class. Ad ogni modo, durante l’intero ciclo di rialzi tra il 2004 e il 2006 negli Stati Uniti, la Fed ha effettuato un rialzo complessivo del 4,25%, mentre il debito emergente sia in valuta locale, sia in valuta forte ha registrato rendimenti annualizzati di oltre il 10% nel periodo.Il ritmo della stretta dei tassi negli Stati Uniti si è attenuato nelle ultime settimane e le prospettive future sembrano essere molto più modeste. Diversamente dal 2013, quando la Fed stava appena iniziando a fare un passo indietro dal QE, adesso siamo potenzialmente più che a metà strada nel ciclo dei rialzi, quindi riteniamo che lo scenario attuale sia molto più simile al 2004-2006.
Come nel 2013, i mercati emergenti con le maggiori vulnerabilità sono stati i più colpiti. Però, diversamente da quanto avvenuto nel 2013, la lista dei paesi con vere e proprie vulnerabilità è più ristretta. Eccezion fatta per l’Argentina e la Turchia, che hanno vulnerabilità esterne significative, la maggior parte degli altri mercati emergenti si trova in uno stato migliore. Ad esempio, durante la grande correzione degli ultimi anni le bilance delle partite correnti dei mercati emergenti sono generalmente passate dal deficit al surplus.Nel 2013, i flussi in uscita e la debolezza di mercato hanno causato un significativo restringimento delle condizioni finanziarie attraverso la debolezza delle valute e la contrazione delle politiche monetarie delle banche centrali dei mercati emergenti, che hanno rinforzato il sell-off. Invece, questa volta, l’impatto è stato abbastanza marginale eccetto che in Argentina e Turchia.
A nostro avviso la stretta nelle condizioni finanziarie non farà deragliare il percorso relativamente positivo dei mercati emergenti. Questo è un altro fattore chiave di differenziazione dal 2013, quando i mercati emergenti stavano rallentando dopo un lungo boom che aveva portato al surriscaldamento delle economie e a un eccessivo accumulo di credito in alcuni mercati.La situazione è piuttosto diversa adesso. Le economie emergenti sono generalmente nelle fasi iniziali del ciclo, con una crescita in recupero dopo un pesante rallentamento tra il 2013 e il 2016. Di conseguenza, c’è un ritardo considerevole in molti mercati. Questo consente alla crescita di accelerare senza alimentare l’inflazione o danneggiare i deficit delle partite correnti. In più, il contesto di crescita globale rimane relativamente forte e le materie prime ricevono ampio sostegno.Le valutazioni non dovrebbero mai essere considerate isolatamente, ma nel contesto fondamentale relativamente positivo di questo periodo riteniamo che il sell-off abbia apportato valore considerevole nell’asset class, specialmente nelle obbligazioni in valuta locale, dove già ritenevamo che le valutazioni fossero abbastanza convincenti. All’apice del taper tantrum le valutazioni delle valute emergenti si mantenevano vicine ai massimi del 2011, mentre attualmente vi è un margine tra il 15-17% nel tasso di cambio effettivo reale. Gli spread del credito sono probabilmente meno interessanti su una base meramente retrospettiva. Tuttavia, a differenza del 2013, i fondamentali del credito sono su una traiettoria positiva.
Ci sono, ovviamente, alcuni rischi da considerare. La retorica della guerra commerciale è un rischio chiave, al punto che pensiamo sia il motivo per cui questo sell-off è diventato più ampio delle precedenti correzioni del mercato rialzista. Riteniamo che gli effetti concreti della guerra commerciale saranno marginali. Tuttavia, ci aspettiamo che il rischio perduri nel corso dell’estate, durante la quale Trump cercherà di convincere i partner commerciali.
Un altro fattore che teniamo in considerazione è la composizione della crescita globale. L’impulso fiscale degli Stati Uniti ha aiutato l’economia americana a sovraperformare gli altri Paesi del mondo nel secondo trimestre.Le economie emergenti tipicamente danno il meglio quando l’economia globale cresce più forte, ma i mercati emergenti stanno andando più velocemente degli Stati Uniti. La nostra considerazione di partenza è che il ritmo di crescita degli Stati Uniti andrà incontro a una moderazione nella seconda metà dell’anno. In correlazione a ciò, un nuovo pesante sell-off nei Treasuries potrebbe far deragliare l’asset class. Tutto ciò sembra però improbabile, visto che l’inflazione degli Stati Uniti sembra restare ben ancorata e che i rialzi dei tassi per il resto dell’anno sono già largamente prezzati.Nel complesso, riteniamo che l’asset class sia in una condizione molto migliore rispetto al 2013. I fondamentali e le valutazioni sono entrambi positivi e il sell-off non ha prodotto effetti secondari che possano minacciare un ulteriore ribasso dell’asset class. Non ci sembra vi siano i presupposti per un esteso mercato ribassista, anche se stiamo monitorando da vicino i rischi che potrebbero cambiare il quadro. Siamo costruttivi sull’asset class e disponiamo di un modesto sovrappeso beta nei nostri portafogli.

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Bankitalia: nuovo record debito, sale a 2.327,368 miliardi

Posted by fidest press agency su domenica, 15 luglio 2018

Nuovo record storico del debito pubblico italiano, che, dopo il primato di aprile, sale ancora attestandosi a 2.327,368 miliardi. “In pratica è come se ogni famiglia avesse il conto corrente in rosso per 91 mila e 679 euro. Da non dormirci la notte!” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, ci sono 25.386.000 famiglie. “Un buon padre di famiglia, avendo un debito di questo ammontare, cercherebbe di ridurlo e non andrebbe certo in banca a protestare e a pretendere l’apertura di una nuova linea di credito, che peraltro non gli sarebbe mai concessa. Peccato che, invece, sia quello che l’Italia ha sempre cercato di fare con l’Europa” prosegue Dona. “Dopo il monito di ieri della Corte dei Conti e l’imminente fine del QE, sarebbe opportuno se si concentrasse gli sforzi sul calo del debito in valore assoluto” conclude Dona.

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Preoccupazione Ue sui conti pubblici italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 15 maggio 2018

“Mentre gli italiani stanno aspettando, ormai da giorni, il programma economico da libro dei sogni a firma Lega a Movimento Cinque Stelle, a non aspettare è il nostro debito pubblico, che lo scorso marzo è tornato a crescere di +15,9 miliardi di euro, riportandosi sopra la soglia dei 2.300 miliardi, esattamente a 2.302 miliardi. Il nostro debito si riavvicina così pericolosamente al record storico del luglio 2017, quando arrivò a toccare un livello pari a 2.308 miliardi.
Una notizia da leggere con apprensione, soprattutto considerando che i recenti dati sulla crescita del Pil e sulla produzione industriale relativi al primo trimestre dell’anno sono decisamente inferiori alle attese e lasciano presagire un 2018 difficile per la nostra economia. Tra gli altri effetti negativi che la riduzione della crescita può comportare, c’è il peggioramento dell’indicatore più importante sullo stato di salute delle nostre finanze pubbliche, quello del rapporto debito/Pil, che, dopo questi dati, rischia di dover essere rivisto nuovamente al rialzo.
La delicata situazione del debito pubblico italiano sta preoccupando non poco le istituzioni europee, che oggi, tramite il vicepresidente della commissione Europea, Valdis Dombrovskis, hanno lanciato un duro monito sulla necessità da parte dell’Italia di ridurre la montagna di debito e rispettare il percorso di rientro dall’eccessivo deficit concordato con Bruxelles. Il vicepresidente Dombrovskis ha lanciato anche un avvertimento a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, dichiarando che “l’approccio alla formazione del nuovo Governo e l’approccio rispetto alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale, riducendo gradualmente il deficit e riducendo gradualmente il debito pubblico”.A rincarare la dose, nei già tesissimi rapporti tra il tandem Lega – Movimento Cinque Stelle e i funzionari europei, sono arrivate anche le parole di Jirki Katainen, vicepresidente della Commissione, il quale ha affermato di non vedere “segnali che gli Stati membri vogliano cambiare le regole o concedere eccezioni a Stati membri” sul Patto di Stabilità e Crescita, confermando che la Commissione è “guardiano dei trattati” e che “tutte le regole del Patto di Stabilità e Crescita si applicano” anche all’Italia.Cosa faranno Matteo Salvini e Luigi di Maio dopo le parole di Dombrovskis e Katainen? Entreranno in uno scontro aperto, senza precedenti, con la Commissione Europea, senza aver alcun alleato a Bruxelles e rischiando di esporre l’Italia ad una durissima rappresaglia dell’Europa, o proseguiranno nel tentativo di formare un nuovo governo ma rinunciando al loro programma economico sfora-debito? Dopo l’ultimatum europeo, i due leader dovranno prendere una decisione definitiva già nelle prossime ore, perché il tempo per le parole sembra ormai essere finito”. Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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Brasile sulla strada giusta, ma necessari ulteriori progressi per stabilizzare andamento debito

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2018

A cura di Paulo Salazar, Senior Equity Analyst Emerging Markets di Candriam Investors Group.  È stata una vera e propria montagna russa. Il quadro macroeconomico del Brasile è cambiato notevolmente dall’impeachment di Dilma Rousseff di circa 2 anni fa. Il Paese è stato in grado di superare la cattiva amministrazione generale e i grandi squilibri generati dagli esperimenti politici insoliti, pur dovendo al contempo confrontarsi con il più grande scandalo di corruzione della sua storia.Il governo attuale non è perfetto, ma è stato in grado di istituire un team economico di alto livello e di far passare in congresso una serie di mini-riforme che ha permesso al colosso latinoamericano di ritornare nel mirino degli investitori. Il Brasile è attualmente in un momento favorevole del ciclo economico e opera nel quadro di una serie di politiche convenzionali e ortodosse. Quest’anno la crescita ha messo a segno un picco considerevole, le dinamiche del mercato del lavoro e la fiducia dei consumatori stanno crescendo, mentre i tassi di interesse rimangono ai minimi storici grazie all’inflazione debole e a una divisa ben ancorata.
Eppure, sono necessari ulteriori progressi per stabilizzare l’andamento del debito, con la riforma pensionistica – altamente impopolare – attualmente in discussione che svolge un ruolo chiave in questo processo. La tempistica non è ideale, visto che i politici di strette vedute si iniziano a preoccupare delle elezioni di quest’anno. Gli investitori sono stati compiacenti sperando che, se non oggi, la situazione possa almeno risolversi quanto prima.Tutti vogliono una chance. La conferma della condanna di Lula per corruzione e riciclaggio di denaro ha praticamente eliminato un rischio di coda importante per i mercati. In uno scenario in cui nessun altro spicca, anche il Presidente Temer scommette su un prossimo mandato, malgrado un timido 5% negli indici di gradimento. Ad eccezione del membro del Congresso Jair Bolsonaro, gli altri candidati presentano un consenso imbarazzante a una sola cifra. Con il voto previsto non prima di ottobre, questa sarà la corsa presidenziale più aperta degli ultimi decenni!Una corruzione cronica e un sistema politico inefficace, violenza, servizi pubblici e infrastrutture da terzo mondo restano questioni di lungo corso da affrontare. Tuttavia, ogni viaggio inizia con un passo e, con il sentiment degli investitori che diventa più positivo, sembra che il peggio sia stato evitato. Malgrado il buon andamento dell’anno scorso, il Brasile è rimasto indietro rispetto ai suoi peer e vediamo un potenziale di rialzo per titoli specifici sull’onda di fondamentali in miglioramento.

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Finanze pubbliche e mercati. La speculazione finanziaria ha fatto esplodere il debito

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 febbraio 2018

Prevale nel mondo della politica e dell’economia l’opinione secondo la quale il debitore ha sempre torto in quanto, a prescindere dalle più differenti cause sottostanti, è stato lui a sottoscrivere il debito. Per il debito pubblico, inoltre, la responsabilità è ‘comodamente’ attribuita all’intera popolazione, anche se non ha avuto alcun ruolo nelle relative decisioni. Lo si fa anche quando la sua crescita è dovuta a evasioni fiscali, incompetenze amministrative, corruzione e ruberie. La giustificazione addotta di solito è: «Devono pagare perché hanno vissuto oltre le loro possibilità». Quando il debito s’impenna a seguito di attività speculative internazionali, tale odioso commento diventa ancora più frequente. Gli ultimi dati relativi al debito pubblico italiano indicano che il suo rapporto rispetto al Pil è di poco meno del 133%. È secondo solo alla devastata Grecia, tanto che in Europa si pongono interrogativi circa il ruolo dell’Italia nella Ue. È un solido elemento oppure è una minaccia d’instabilità? Di conseguenza tutti reclamano riforme strutturali, rientri veloci, tagli e austerità, fino a sollecitar forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht. Non conta più il fatto che l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione. La si vorrebbe relegare nel secondo o addirittura nel terzo ‘girone’, quello a velocità ridotta.
È vero che nei decenni passati l’andamento del debito è quasi sempre stato in crescita, tranne nel biennio 2006-8 del secondo governo Prodi. Ma spesso non si evidenzia che la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni al debito pubblico. Non si dimentichi che il primo grande attacco avvenne contro la lira nel 1992. Era parte, come risaputo, del più vasto attacco contro il Sistema monetario europeo (Sme). In Italia, però, tale attacco speculativo si combinò con la pressione internazionale per la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Il famoso ‘scandalo del Britannia’, lo yacht della regina Elisabetta, su cui finanzieri angloamericani e alti rappresentanti ministeriali e delle Partecipazioni statali si incontrarono per ‘progettare’ le privatizzazioni. La speculazione determinò la svalutazione di circa 30% della lira, trasformando così le privatizzazioni in vere e proprie svendite. Le conseguenze sul debito pubblico furono devastanti.
Il rapporto debito/Pil , che nel 1992 era di 105,4%, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere il 121,8% nel 1994. Andamento che, ovviamente, si aggravò ulteriormente sotto la pressione dei mercati che fecero lievitare notevolmente i tassi d’interesse sui titoli di Stato. Fu necessario uno sforzo enorme per tagliare la spesa pubblica e avviare la ripresa. Contrariamente alla vulgata populista, anche l’entrata nell’euro incise positivamente nel riequilibrare il rapporto debito/Pil che si assestò intorno al 103% nel 2004 e di nuovo nel 2007. Purtroppo, subito dopo vi fu la crisi finanziaria globale del 2007-8 che, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.
La crisi è stata il frutto velenoso della deregulation finanziaria che determinò il crollo dei mutui subprime e il collasso della montagna di derivati finanziari super speculativi a essi collegati. Si ricordi che secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il valore nozionale globale dei derivati over the counter (otc), cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, era allora di circa 700 trilioni di dollari. Una cifra enorme che nonostante le tante proposte di riforma finanziaria, ancora oggi resta alta, circa 600 trilioni di dollari. I n Italia il rapporto debito/Pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. L’impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread a oltre 500 punti (5%) sopra il tasso d’interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi sui titoli di Stato italiani. Ciò determinò la caduta del governo Berlusconi e l’arrivo del governo Monti. L’attacco speculativo si fermò quando Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro: il suo famoso «whatever it takes»! Ma il rapporto debito/Pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo. È troppo facile affermare, in Europa o in Italia, che la speculazione attacca chi se lo merita. Si dimentica che un’economia più debole deve fare degli sforzi maggiori per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.
Ora il debito pubblico, con la sua enormità, ci dice che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. A nostro avviso, in quelle sedi bisogna evidenziare anzitutto che il nostro Paese, a causa dei citati ripetuti attacchi speculativi, ha subito un significativo aggravamento del rapporto debito/Pil non inferiore al 30%. Allo stesso tempo bisogna far comprendere la necessità di escludere gli investimenti dai vincoli delle politiche di austerità. Il rapporto debito/Pil si riduce soprattutto con la crescita e lo sviluppo economico sostenuti da una politica di investimenti nelle infrastrutture, nella modernizzazione tecnologica e digitale e nelle stesse politiche sociali. La riscoperta di una finanza rivolta agli investimenti, come i project bond, e non alla speculazione può essere è certamente di grande aiuto.
Crediamo che sia necessario, anche se non facile, definire un sistema di valutazioni e di interventi, anche di carattere giuridico, per evitare che gli effetti della deregulation selvaggia e della speculazione finanziaria siano scaricati, attraverso il crescente debito pubblico, sulle spalle dell’intera popolazione. Altrimenti, come ha ben evidenziato Francesco Gesualdi nell’articolo del 2 febbraio scorso con il quale lei, direttore, ha aperto il dibattuto su ‘Avvenire’, l’Italia rischia di rimanere nella trappola del debito, dove il pagamento di alti interessi è fatto attingendo a nuovi debiti pubblici. In merito a questo enorme problema le parole di papa Francesco, quando dice che «i mercati non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza risolvere i problemi dei poveri non risolveremo quelli del mondo», ci sembrano le più appropriate ed efficaci.(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista, editorialista di Italia Oggi)

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Proposta Renzi sul deficit troppo rischiosa per l’Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 16 luglio 2017

cottarelli“L’Italia ha un debito così alto che credo sia rischioso indebitarsi ulteriormente e non credo neanche che possa servire a far ripartire l’economia italiana, vista l’incertezza legata al futuro della finanza pubblica.” Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, intervistato da Sebastiano Barisoni a Focus Economia su Radio 24, commenta così la proposta di Renzi di portare il deficit dell’Italia al 2.9% per 5 anni e spiega: “Abbiamo un debito molto elevato, trovare come via d’uscita per l’economia italiana un ulteriore indebitamento, a me sembra un po’ rischioso. Non mi sembra la soluzione ai problemi dell’economia italiana. Se fossimo un paese con un debito più basso sarebbe una cosa diversa. Ci sono paesi che hanno spazio fiscale come la Germania che anzi non spendono abbastanza, potrebbero avere un deficit più alto”.
“In aggiunta – ha concluso Cottarelli – per ridurre il rapporto debito /pil la storia ci dimostra che non basta far crescere il denominatore, ossia il pil ma deve ridursi anche il numeratore ossia il debito. Per non parlare – ha concluso Cottarelli – del fatto che con un deficit al 2,9% qualunque shock economico inatteso anche di matrice esterna ci porterebbe oltre quella soglia con un immediata reazione dei mercati finanziari”

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La bolla del debito dei “corporate bond”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 maggio 2017

Banca europea per gli investimentiLa bolla dei corporate bond è una seria minaccia al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha abbondantemente superato i 30 trilioni di dollari. Il dato più preoccupante però è che nel settore corporate il tasso debiti/ ricavi, il famoso leverage, è il più alto degli ultimi 12 anni. In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha un’economia più forte.
Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l’abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei disastri.
L’anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006 alla vigilia della crisi globale. Ora non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell’esplosione di questa nuova bolla.
La “miccia” potrebbe essere accesa dall’atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare nuovamente l’epicentro di un’ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.
Dal 2008 ad oggi negli Usa l’ammontare dei corporate bond è cresciuto del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane.
Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.
I quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.
Secondo uno studio dell’Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di “ingegneria finanziaria” e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l’acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.
E’ una palese distorsione, una scelta di vera “finanza creativa” che ha comportato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacquisto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l’indice Dow Jones è passato da circa 12.000 punti del 2010 ai 21.000 di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all’andamento dell’economia produttiva sottostante.
Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l’attuale tasso di interesse sia inferiore all’1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non farebbe un profitto sufficiente a coprire i costi del debito.
Ignorare tutto ciò consegnerebbe l’economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche.
Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Grecia: discussione sul piano di salvataggio di 86 miliardi di euro

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2017

ateneBruxelles parlamento europeo. I deputati discuteranno il piano di salvataggio greco di 86 miliardi di euro e le tensioni fra il più grande debitore europeo e i suoi creditori, per tentare di superare le divergenze riguardo le politiche di bilancio e le riforme di Atene. All’inizio di questa settimana, uno dei creditori, il Fondo monetario internazionale, ha emesso una valutazione pessimistica sull’economia greca e sulla capacità di rimborsare i debiti senza una drastica ristrutturazione del debito stesso. Tale valutazione ha indotto Bruxelles e Atene ad accusare il Fondo monetario internazionale di essere “troppo pessimista”. Le Istituzioni dell’UE desiderano raggiungere un accordo sul piano di salvataggio prima che l’Eurogruppo si riunisca il 20 febbraio. Si tratta infatti di una delle ultime riunioni di ministri delle finanze europei prima delle elezioni nei Paesi Bassi e, più tardi nel corso dell’anno, in Francia e in Germania.

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Debito cinese: dalle stelle alle stalle

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2016

grafico-cinaLa Cina ha un problema di debito. Quello pubblico sarà ancora relativamente modesto, ma dalla crisi finanziaria globale quello del settore privato è quasi raddoppiato in proporzione al prodotto nazionale, fino a sfiorare il 205% del PIL. Quest’onere crescente, costituito soprattutto da finanziamenti alle imprese, offusca le prospettive del Paese e fa temere un’ondata di default che potrebbe provocare una crisi interna con effetti devastanti per il mondo intero.Il problema quasi sicuramente peserà sull’economia cinese, causando un rallentamento della crescita al di sotto del 5% annualizzato entro la fine del decennio, ma non dovrebbe rappresentare un rischio sistemico né entro né oltre i confini nazionali. Probabilmente, infatti, il governo spalmerà i danni nell’arco di parecchi anni.Tuttavia, molto dipende dalla velocità di riconoscimento dei crediti inesigibili, dalla definitiva allocazione dei costi e dalla capacità di Pechino di controllare il processo – il margine di errore è tutt’altro che trascurabile.
La soluzione del problema non può essere rimandata a lungo. A fronte di una crescita economica più lenta e degli inquietanti livelli di indebitamento delle imprese (168% del PIL a fine 2015, la percentuale più elevata fra i principali Paesi in via di sviluppo), i crediti inesigibili della Cina poterebbero lievitare in fretta.Particolarmente preoccupante è l’espansione del debito privato rispetto al trend di lungo periodo (debito in eccesso), oggi superiore al 30% del prodotto nazionale. Tal parametro si è dimostrato un indicatore attendibile di gravi problemi finanziari. L’esperienza dimostra che l’economia va molto male quando il debito in eccesso raggiunge il 10% del PIL.
Generalmente si osserva un crollo della crescita subito dopo il superamento di tale soglia, seguito da una ripresa con la stabilizzazione a un ritmo più lento. Le nostre ricerche evidenziano un calo del PIL reale annuo medio dell’1,3% nei sette anni successivi al raggiungimento della soglia del 10% rispetto ai sette anni precedenti. Inoltre, più sostenuta era la crescita prima del momento di crisi, maggiore è il rallentamento del PIL tendenziale. Il debito in eccesso della Cina ha superato il 10% del PIL nel secondo trimestre del 2012. Quando altri Paesi hanno raggiunto la stessa soglia, i loro tassi di crescita hanno evidenziato la tendenza a un forte calo. Nel caso della Cina la frenata è stata meno brusca, ma l’effetto netto è stato più drammatico: la crescita è passata da un tasso annuo medio dell’11% negli anni precedenti la soglia critica al 7% attuale. E la decelerazione continua. Secondo le nostre stime, l’espansione annua del PIL reale si ridurrà al 4-5% entro il 2020.Tale flessione è in parte la naturale conseguenza del precedente boom della Cina – più cresce l’economia, più è difficile mantenere il ritmo, ma è dovuta anche ai perniciosi effetti di cattivi investimenti.Negli ultimi dieci anni le autorità cinesi hanno spesso usato l’espansione del credito come stimolo economico. Ma il potere di ogni nuovo renminbi di debito si è affievolito. Oggi occorrono 3,7 renminbi di debito (per lo più di aziende grafico-cina1pubbliche o controllate dallo Stato – per generare un renminbi di PIL. Prima della crisi ne bastava 1,2 e, fra il 2000 e il 2010, 1,7 in media. Anche se la minore redditività è un normale sintomo di maturazione dell’economia, in Cina l’effetto è stato esacerbato dagli errori commessi nell’allocazione del capitale. La pianificazione centrale ha portato a un eccesso di capacità produttiva in alcuni settori, in particolare costruzioni, metalli e carbone. Le nuove città cinesi a oggi disabitate, come Ordos, e i progetti infrastrutturali rimasti cattedrali nel deserto hanno fatto notizia come esempi perfetti di investimenti sbagliati.
A nostro parere, comunque, le autorità cinesi potrebbero e probabilmente riusciranno a gestire il problema del debito delle aziende con una serie di provvedimenti. Una possibile misura consentirebbe il fallimento delle società improduttive ed eccessivamente indebitate, così da ridurre la capacità del mercato e aiutare le aziende superstiti a generare i profitti necessari al rimborso dei debiti. Attualmente il tasso di default delle imprese cinesi si attesta a un mero 0,3%. In generale, l’economia è in grado di sostenere un tasso di circa il 2% senza ripercussioni significative. Le banche in difficoltà a causa di tali insolvenze dovrebbero essere ricapitalizzate. Dopo tutto, sono per lo più istituti statali. Nello stesso tempo, circa due terzi del debito corporate in circolazione sono detenuti da aziende pubbliche. Per il governo sarebbe quindi naturale rifondere i crediti inesigibili di queste aziende.Il risultato sarà un drastico aumento del rapporto fra debito pubblico e PIL, che d’altra parte si attesta appena al 45%. Inoltre, l’esperienza recente di altri Paesi indica la sostenibilità di livelli molto elevati per un lungo periodo. Nella peggiore delle ipotesi, secondo noi, Pechino dovrebbe salvare metà delle aziende pubbliche, un’operazione che porterebbe il rapporto debito / PIL al 100%, al di sotto del 132% dell’Italia e del 248% del Giappone ma anche del 105% degli USA, stando agli ultimi dati dell’FMI. Peraltro, le autorità stanno già regolamentando il sistema bancario ombra del Paese, che rappresenta ormai una fonte di rischio sistemico, nonché i prodotti di gestione patrimoniale spesso opachi, un punto di riferimento per i risparmiatori retail. Nel frattempo, la liberalizzazione dei conti capitale sarà limitata nel timore di ingenti flussi.
Nel caso della Cina si sono verificate solo due di queste condizioni. Ad esempio, l’anno prima che la Thailandia fosse travolta dalla crisi finanziaria asiatica, il debito estero aveva raggiunto il 67% del PIL. Quello della Cina, invece, si attestava appena al 13,1% nella seconda metà del 2015. Nel periodo precedente la crisi finanziaria globale, USA, Spagna e Irlanda presentavano un tasso di risparmio privato di appena il 20% circa del PIL. Quello della Cina è ben al di sopra del 50%. Infine, i prezzi degli immobili hanno visto un’impennata nelle città più importanti, ma le distorsioni non si sono diffuse ad altre aree – le bolle immobiliari sono spesso associate a crisi finanziarie.(foto: grafico cina)

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Manovra: E’ da prima repubblica, deficit, debito e marchette

Posted by fidest press agency su martedì, 18 ottobre 2016

caritas“Questa è una legge di bilancio da prima Repubblica: tutta entrate aleatorie, cioè che non saranno incassate; tutta spesa per mance di tipo elettorale; e aumenta deficit e debito”. Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio. “Renzi se ne infischia dell’Europa, degli italiani, dei cinque milioni di poveri che vanno alla Caritas a mangiare, e pensa solo alla sua sedia, a vincere il referendum. Vedremo poi i contenuti specifici di questa legge di stabilità, quando li presenterà. Vedremo come la cancellazione di Equitalia sia solo un imbroglio: vengono mantenute le attuali regole, trasferendo tutto all’Agenzia delle entrate, con le relative conseguenze. Vedremo l’imbroglio dell’Ape, vale a dire del pensionamento anticipato; vedremo l’imbroglio delle quattordicesime per i pensionati; vedremo l’imbroglio della sanità; e tutti gli altri imbrogli contenuti in questa legge di bilancio da prima Repubblica, in deficit e per fare marchette di tipo elettorale”.

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Roma: No alle Olimpiadi del mattone

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 settembre 2016

virginia-raggidi Virginia Raggi. Speculazione edilizia, affari per le lobby, impianti mai completati, strutture abbandonate, debiti e sacrifici per i cittadini. Siamo contrari alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 perché non vogliamo ipotecare il futuro dei romani e degli italiani in cambio dell’ennesima promessa da parte di chi finora non ha mai mantenuto la propria parola. Abbiamo sotto gli occhi cosa hanno lasciato gli ultimi “grandi eventi” che avrebbero dovuto risollevare il Paese: i cantieri incompiuti dei Mondiali di nuoto di Roma del 2009, le infrastrutture abbandonate dei Giochi invernali di Torino 2006, il fallimento di Expo Milano 2015, il flop dei Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009; la ricostruzione infinita dell’Aquila dopo il terremoto; la colata di cemento sull’isola La Maddalena in Sardegna che avrebbe dovuto ospitare il G8 del 2009. E i miliardi di euro di debito che gli italiani continuano a pagare mentre qualcuno si è arricchito alle loro spalle. Sembra incredibile ma da poco abbiamo terminato di pagare il mutuo per i Mondiali di calcio del 1990. Abbiamo studiato bene il dossier Olimpiadi. Abbiamo visto cosa è accaduto ad Atene 2004: un grande sogno che si è trasformato in un incubo per tutti i greci messi ora in ginocchio da chi li aveva illusi. E a Londra 2012 non è andata meglio: spese cresciute del 76%. Peggio ancora a Sidney 2000: costi cresciuti del 90%. Per non parlare di Atlanta 1996: un incremento del 151%. Infine, c’è Montreal, dove si è raggiunta la vetta di un aumento del 720% rispetto al budget iniziale previsto. Non lo diciamo noi, ma uno studio dell’Università di Oxford del 2016. Mancano ancora i dati di Rio 2016: le immagini delle proteste in strada lasciano intendere cosa ne pensino i brasiliani.L’organizzazione di un grande evento, come i Giochi, ci sembra un buon affare per le lobby. Siamo contrari ad una logica emergenziale o al ricorso alla straordinarietà della gestione pubblica. Roma e l’Italia hanno bisogno di una ordinaria buona gestione: senza sprechi, senza favori agli amici, senza privilegi per le varie caste. Abbiamo un progetto su Roma molto più ambizioso di quello presentato per ospitare i Giochi del 2024: restituire la città ai romani e agli italiani. Vogliamo riqualificare i servizi, ottimizzare le infrastrutture esistenti e progettare un futuro sostenibile nel quale nessuno resti indietro.Chiedete ad un romano cosa pensa dello scempio dei Mondiali di nuoto del 2009. Chiedete ad un disabile che ogni giorno deve superare barriere architettoniche. Chiedete a chi porta i propri figli in scuole sprovviste di palestre o impianti che, peggio, cadono a pezzi. E’ meglio avere l’ennesima cattedrale nel deserto o investimenti mirati a migliorare la vita quotidiana di tutti?Non siamo dei folli ma delle persone normali, dei cittadini. Questo tipo di valutazioni le hanno già fatte gli abitanti di Boston, Amburgo, Madrid: hanno rinunciato alla candidatura perché hanno altre priorità. Le nostre priorità sono quelle dei cittadini di Roma e degli italiani. Per questo continueremo ad impegnarci per far tornare Roma una città con una qualità della vita a livello delle principali capitali europee. Interverremo sugli impianti sportivi comunali della città con nuovi criteri di gestione e puntiamo a tariffe più accessibili per il loro utilizzo. E proveremo a rimediare anche agli errori degli altri: vogliamo trasformare i cantieri fatiscenti e incompiuti della Città del Nuoto in una “vela della conoscenza” grazie ad un accordo che stiamo per siglare con l’Università di Tor Vergata. (foto: conferenza stampa)

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Città metropolitana Roma: amministrazione uscente acquista nuova sede con nuovi debiti

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2016

campidoglioMentre la campagna elettorale per il nuovo Sindaco della capitale entra nel vivo con i ballottaggi, alla Città Metropolitana di Roma l’Amministrazione uscente prepara un bel “pacco regalo” per il futuro primo cittadino, che sarà anche Sindaco della Città Metropolitana.Viene infatti presentata al Consiglio Metropolitano odierno una delibera che impegna finanziariamente l’Amministrazione oltre il 2020 e che impone di anticipare 70 milioni di euro finalizzati al parziale abbattimento del debito residuo per l’acquisto della sede unica di via Ribotta.“Un atto di straordinaria amministrazione che non dovrebbe essere approvato durante la campagna elettorale – afferma Gilberto Gini, dell’USB Enti Locali – ed è molto singolare che ci si appresti in tutta fretta a presentare in Consiglio una delibera del genere quando sono note le difficoltà finanziarie dell’Ente, che peraltro non ha ancora approvato il bilancio consultivo e che lo scorso anno ha sforato il patto di stabilità”.“Prima di approvare una delibera che impegna risorse economiche per i prossimi 5 anni – continua il sindacalista – andrebbe almeno attesa la nomina del nuovo Sindaco. A nostro avviso, sarebbe bene utilizzare i fondi per erogare servizi ai cittadini, piuttosto che acquistare cattedrali nel deserto che non servono a nulla”.“Troppo spesso si dimentica che il Sindaco di Roma Capitale sarà anche il Sindaco della Città Metropolitana, ed in questa campagna elettorale si è parlato troppo poco di politiche del territorio dell’area metropolitana e del futuro dell’Ente. Auspichiamo dunque che l’approvazione di questa delibera venga sospesa fino alla nomina del nuovo Sindaco e che i candidati, Giachetti e Raggi, intervengano sulla vicenda, occupandosi anche del futuro della Città Metropolitana”, conclude Gilberto Gini.

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Gli Usa vivono in gran parte sulle spalle del resto del mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2016

congresso stati unitiAnche negli Usa non è tutto oro quello che luccica. Nel mondo non è adeguata l’attenzione all’andamento del debito degli Stati Uniti. La realtà è che esso, insieme ad altri indicatori economici, segna rosso costante. E’ come per le automobili, quando il cruscotto segnala un problema, anche se la macchina ancora cammina non è consigliabile continuare a guidare come se nulla fosse.
E’ un dato inoppugnabile che ciò che avviene negli Usa non riguarda solo gli americani perché esso riverbera i suoi effetti nel resto del mondo. All’inizio del 2016 il debito pubblico federale americano ha raggiunto i 19.200 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. In pratica si è più che triplicato. Perciò per il sistema americano è il suo tasso di crescita, o meglio, di accelerazione della sua crescita esponenziale che deve preoccupare maggiormente. Lo stesso andamento si è avuto per il debito delle corporation private non finanziarie che oggi è pari a 6.600 miliardi di dollari. Era di 3.300 miliardi nel 2007ed è raddoppiato.
Di conseguenza non ci si deve stupire dell’attuale stratosferica cifra di quasi 64.000 miliardi di debito totale (governo federale, singoli stati, enti locali, business, famiglie e ipoteche). Era di 28.600 miliardi nel 2000. Si sottolinea che oggi è evidente che è più che raddoppiato.In pratica si tratta in gran parte di “debito sporco”. Fatto per tappare i buchi di bilancio, per evitare i fallimenti di banche e corporation e non per sostenere investimenti e sviluppo. La spia rivelatrice è il perenne deficit di bilancio degli Usa. Nel 2009 esso aveva raggiunto l’incredibile vetta di 1.413 miliardi di dollari portando gli Usa fino alla soglia della bancarotta. Anche il 2015 si è chiuso con un deficit di 438 miliardi.Significativo quanto preoccupante è il crollo della bilancia commerciale. Dal 2000 ad oggi gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale di oltre 8.630 miliardi di dollari. Dallo scoppio della crisi ad oggi è aumentato di ben 3.500 miliardi. Sarebbe ancora peggiore se si considerasse soltanto la bilancia commerciare di beni reali che dal 2000 è in negativo per oltre 10.500 miliardi. Quasi 4.700 miliardi a partire dal 2009. E’ evidente che l’avanzo commerciale nel settore dei servizi ne attenua la portata. Anche se nei servizi convivono quelli dell’ingegneristica e quelli finanziari, dove la componente speculativa è notevole.E’ quindi naturale chiedersi come facciano gli Usa a continuare a stampare e a spendere dollari quando l’economia sottostante,come visto, non è tanto solida. Il tutto sembra molto simile al gioco delle tre carte.
La prima è sicuramente il Quantitative easing, cioè la decisione a suo tempo adottata dalla Federal Reserve di immettere nuova liquidità nel sistema. L’effetto è ben visibile nella crescita straordinaria del bilancio della Fed che è passato da 860 miliardi di dollari del 2007 ai circa 4.500 miliardi di oggi. La decisione della Fed e del governo di Washington anche se ha una valenza monetaria è soprattutto politica. Secondo noi la situazione non può durare all’infinito. I nodi prima o poi verranno al pettine.
La seconda carta è il debito pubblico americano, finora largamente scaricato sulle ‘spalle’ del resto del mondo che, in verità, per varie ragioni ha assecondato tale tendenza. Infatti circa 6.000 miliardi di dollari di obbligazione del Tesoro Usa sono in mani straniere. La Cina da sola ne ha 1250 miliardi ed il Giappone ne possiede ben 1.133 miliardi. La Fed ha in bilancio T-bond fino a 2.500 miliardi.La terza carta si chiama derivati otc (over the counter), cioè quelli trattati al di fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori dai bilanci. Si sottolinea che, a seguito del tasso di interesse zero, il’ammontare complessivo di tali derivati a livello mondiale è sceso a 500.00 miliardi di dollari. Però di questi ben 180 mila sono nella banche americane. Come è noto, i derivati sono un mezzo per generare nuova liquidità quando se ne ha bisogno. Sono titoli creati attraverso una forte leva finanziaria e con alti rischi. Possono anche essere messi in garanzia per ottenere dei prestiti veri dalla Fed o dalla Bce.
Fin tanto che gli Usa riescono a scaricare il proprio debito sul resto del mondo e sui propri cittadini avranno mano libera per creare la liquidità necessaria per continuare a comprare a debito e finanziare spese di ogni tipo prescindendo, purtroppo, dalla loro effettiva capacità economica e finanziaria. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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