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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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Andamento crediti deteriorati

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

L’analisi svolta da CRIF sull’andamento del rischio di credito di imprese e famiglie italiane che nel 2017 si è stabilizzato dopo oltre 13 trimestri consecutivi di forte decelerazione, raggiungendo livelli inferiori a quelli del periodo pre-crisi. Nello specifico si osserva che il tasso di default delle imprese a dicembre 2017 si è stabilizzato al 3.9%, rispetto alla rilevazione di dicembre 2015, quando era risultato pari al 5.8%, e lontanissimo dal picco della fine del 2009, nella fase più acuta della crisi, quando aveva raggiunto il 7.9%. Molto più contenuta la volatilità del rischio delle famiglie italiane, tradizionalmente più prudenti nel ricorso al credito e storicamente protette da saggi di risparmio elevati: il tasso di default è sceso dal 2.3% di dicembre 2015 all’1.7% di dicembre 2017, anche in questo caso su livelli decisamente più contenuti rispetto al 3.5% registrato sempre alla fine del 2009. Per il prossimo biennio, CRIF Credit Solutions stima che, secondo lo scenario di complessivo miglioramento dello stato generale dell’economia delineato dall’EBA, il rischio delle imprese si stabilizzerà su un sentiero di normalità attestandosi intorno al 4% fino alla fine del 2019. Considerando invece per ipotesi uno scenario fortemente sfavorevole, la rischiosità potrà aumentare fino al 5.8%, ritornando ai livelli conosciuti nella crisi più recente. Per quanto riguarda le famiglie, invece, CRIF prevede una normalizzazione della dinamica del tasso di default intorno all’1.6% fino alla fine del 2019 ma, in presenza di condizioni economiche molto avverse, il trend del default potrà accelerare risalendo fino al 2.2%.

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Il default della Grecia non è una preoccupazione per i suoi partner europei

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 luglio 2015

ateneI professori di finanza Sotiris K. Staikouras e Elena Kalotychou della Cass Business School di Londra commentano la situazione fornendoci il loro punto di vista asserendo che: “Ciò che li preoccupa è l’impatto di tale collasso sulla struttura finanziaria dell’UE. La crisi dell’Eurozona non ha insegnato nulla di nuovo agli esperti della comunità finanziaria, a parte il fatto di constatare che le crisi finanziarie non sono molto diverse l’una dall’altra. Il catalizzatore può variare in alcuni casi, ma la storia economica e la conoscenza finanziaria dovrebbero consentirci di individuare le radici del problema prima della sua comparsa. Il default sovrano non è una novità. Non ci vuole un genio per capire che un paese come la Grecia, in disperato bisogno di miliardi di euro, non sarà mai in grado di ripagare tale debito quando la sua economia si basa sul turismo e teoricamente sui servizi e l’agricoltura.Il problema si è prolungato per troppo tempo in attesa del cedimento di una delle due parti (Grecia vs creditori). Il default della Grecia non è una preoccupazione per i suoi partner europei. Ciò che li preoccupa è l’impatto di tale collasso sulla struttura finanziaria dell’UE. Ciò diventa ancora più complicato quando questioni come la cancellazione del debito, l’aspetto morale, i controlli interni dell’UE, i disordini sociali, l’instabilità geopolitica, così come l’inesperienza della Grecia nel rinegoziare i termini e le condizioni del suo debito sono sul tavolo delle trattative.Per noi, questo è il momento per l’UE di inserire controlli interni solidi al fine di monitorare gli stati membri che operano sotto una moneta unica e una politica monetaria unica. Per la Grecia questa è l’ultima occasione di rendersi conto che la sua incapacità di gestire il settore pubblico è costata almeno il doppio allo stato e alla sua gente, con i licenziamenti e la stagnazione del settore privato e del settore finanziario. Il suo sistema di entrate ha un disperato bisogno di riavviarsi per conformarsi alla sua definizione statuaria; mentre l’intera classe dirigente ha bisogno di essere rinnovata e servire il suo popolo come postulato dal parlamento”.

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Crisi: a un passo dal fallimento per colpa del Governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 novembre 2011

Palazzo Chigi

Image by Simone Ramella via Flickr

«Il tempo è scaduto. Questo Governo ci sta trascinando verso il fallimento. Lo sanno tutti e il presidente del Consiglio non può far finta di nulla. Il tempo per fare le riforme e mettere in pratica le misure promesse a Bruxelles non c’è più. Ci uniamo al grido d’allarme di Abi, Confindustria, Rete imprese Italia e Alleanza delle cooperative: si dia vita a un nuovo esecutivo che faccia respirare il Paese. Chiediamo anche al presidente della Repubblica, nel suo ruolo di garante della Costituzione e dell’unità del Paese, di intervenire con determinazione perché siamo veramente a un passo dal default».Luca Pozzoli, 46 anni, è il presidente di Univendita, l’associazione di categoria che riunisce le più importanti aziende italiane operanti nel campo della vendita diretta a domicilio. Le imprese associate a Univendita contano oltre 55mila collaboratori in tutta Italia e superano il miliardo di euro di fatturato annuo.

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Commissario Olli Rehn sulla Grecia

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 giugno 2011

Questa settimana la Grecia deve affrontare una fase critica. Sia il futuro del paese e la stabilità finanziaria in Europa sono in gioco. Ho pieno rispetto delle prerogative e la sovranità del Parlamento greco nel dibattito in corso. E ho fiducia sul fatto che i leader politici greci sono pienamente consapevoli della responsabilità che si trova sulle loro spalle per evitare il default.
L’unico modo per evitare di default immediato è che il Parlamento approvi il programma economico rivisto. Il programma comprende sia la strategia di bilancio a medio termine e il programma di privatizzazione. Devono essere approvati se si vuole che la nuova tranche di aiuti finanziari sia concessa. (olli)

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Crisi greca, in gioco il futuro Ue

Posted by fidest press agency su martedì, 14 giugno 2011

L’economia è ritornata ad essere il fantasma da fugare. Presente ma non voluto come ai summit del G8 pre crisi finanziaria. Il documento finale di Deauville sembra un prodotto della guerra fredda: si passano in rassegna tutti i punti caldi del mondo pur di non affrontare dovutamente le emergenze economiche nei paesi cosiddetti industrializzati. Sbrigativamente esso dice che la ripresa si rafforza anche se i rischi di ricaduta rimangono. Che raffinata analisi! Del rischio di default degli Usa, di quello della Grecia e del futuro dell’Unione europea non c’è alcun cenno! Il fatto che non si parli in pubblico dei veri problemi dell’economia indica che essi, purtroppo, sono più gravi e preoccupanti di quanto poi si sostiene. Intorno al salvataggio o meno della Grecia si sta celebrando la minaccia di morte dell’Europa e dell’euro. A fine giugno serviranno altri 12 miliardi di euro, 8 dalla Ue e 4 dal Fmi, per evitare il default ellenico. Dopo la miserabile caduta di Strauss-Kahn, un Fmi a momentanea trazione americana sembra sempre più orientato a sfuggire ai propri impegni. I mercati sembrano aver messo la Grecia e l’Europa di fronte soltanto a due alternative: default greco e ritorno alla dracma oppure ristrutturazione, cioè allungamento delle scadenze del debito sovrano ellenico. Così poste, entrambe, secondo noi, sono inaccettabili per l’Europa. Porterebbero in modi differenti alla progressiva dissoluzione del progetto europeo e dell’euro. I mercati dicono che la bancarotta di Atene avrebbe un effetto di contagio immediato e comporterebbe il fallimento dell’Europa unita. Le ricadute sui valori dei titoli di stato sarebbero inevitabili. I mercati indicano che anche la ristrutturazione del debito sovrano sarebbe contagiosa e porterebbe ad un immediato crollo delle obbligazioni elleniche. L’opposizione della Bce sia allo sganciamento della Grecia dall’euro che ad una eventuale ristrutturazione del debito non è tecnica ma politica! Tecnicamente la ristrutturazione si potrebbe fare, ma i dirigenti della Bce sanno bene che, oltre ad essere una perdita secca per le sue casse, queste due ipotesi inevitabilmente segnerebbero la fine della banca centrale e delle altre istituzioni europee. La Bce sarebbe esposta per circa 375 miliardi di euro nei confronti dei paesi Pigs. 180 miliardi soltanto con l’Irlanda. La Banca centrale europea detiene il 17,6% del debito ellenico e le banche europee ne hanno in pancia il 18,6%. Il problema è la sudditanza nei confronti dei mercati! Fintanto che si rimane in questa logica non vi saranno vie d’uscita ragionevoli. Si continuerà a giocare con il fuoco della disgregazione dell’Ue fintanto che la casa andrà in fiamme e sarà troppo tardi per chiamare i pompieri. Ricordiamoci che quando il crollo della Lehman Brothers portò il mondo della finanza globale alla soglia del default sistemico, tutti, banche e mercati compresi, chiamarono gli Stati ad intervenire. Allora i mercati non parlavano, le agenzie di rating erano «nascoste nei sotterranei», le banche non ponevano condizioni. Tutti stendevano la mano in cerca disperata di aiuto. Si prenda il caso dei due colossi americani dei mutui e delle ipoteche immobiliari, Fannie Mae e Freddie Mac. Essi avevano un’esposizione totale di 5.200 miliardi di dollari, pari a più di un terzo del debito pubblico Usa. 1.500 miliardi erano per i mutui e il resto per i derivati Mbs (mortgage based securities) fatti poi circolare nel resto del mondo.Nel 2009 il Congressional Budget Office calcolò un costo di salvataggio di almeno 389 miliardi. Ma oggi, nello scenario peggiore, il costo potrebbe salire a 1.000 miliardi. La crisi era ed è bancaria e finanziaria, non primariamente del debito sovrano. L’Ue, a cominciare dalla Germania e dalla Francia, deve quindi decidere se vuole privilegiare la sua stessa esistenza o gli interessi dei mercati e delle banche. È una scelta politica prima che economica da portare fino fondo! Come fece il presidente Franklin Delano Roosevelt con i suoi interventi di profonda riforma del 1933. Dopo una tale decisione l’Ue potrebbe definire come ristrutturare i debiti pubblici, siano essi della Grecia o della Francia, mettendo in campo contemporaneamente progetti e finanziamenti per un rilancio vero dei settori produttivi. I mercati e i loro grandi attori bancari e finanziari saranno obbligati a prenderne atto. Altrimenti dalla Grecia potrebbe avanzare sul resto dell’Europa lo spettro della Repubblica di Weimar, fatto di collasso economico, di inflazione galoppante, di disperazione delle famiglie e dei senza lavoro e di scontri sociali violenti. (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi, Paolo Raimondi Economista)

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FMI e Lagarde: Quando non si è all’altezza

Posted by fidest press agency su sabato, 21 Mag 2011

Christine Lagarde - World Economic Forum Annua...

Image by World Economic Forum via Flickr

La Grecia è a rischi di default, ha dichiarato Cristine Lagarde, Ministro dell’Economia francese e candidata alla guida dell’FMI. Insieme alla valutazione negativa di Fitch, la dichiarazione della Lagarde ha avuto effetto un effetto devastante: giu’ le borse, titoli di stato greci al 25%, fuga verso i piu’ stabili bund. Se la Lagarde e’ la candidata alla guida dell’FMI non possiamo che preoccuparci. E’ irresponsabile che un ministro dell’Economia faccia questi apprezzamenti a mercati aperti e comunque che li faccia. Ci sono gli organismi preposti a cio’ e, comunque, sarebbe stato opportuno una consultazione, anche rapida, dei ministri dell’Economia europei prima di rilasciare dichiarazioni. Ci pare che la Lagarde non sia proprio la persona adatta a ricoprire il delicato ruolo di direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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L’ombra degli speculatori sull’Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 19 settembre 2010

(fonte Italiaoggi) Fa un certo effetto vedere «Italy» in cima alla lista dei paesi oggetto di interesse da parte di chi opera e specula in Credit Default Swaps (Cds), i derivati finanziari che dovrebbero fungere da assicurazione contro i fallimenti. Erano diventati noti nel mezzo della crisi greca, quando si temeva il default dei debiti sovrani ellenici. Allora, per garantirsi da questo rischio, un contratto quinquennale Cds sui bond di Atene per un valore di 10 milioni di euro costava a giugno 970 punti, cioè 970.000 euro all’anno. A marzo erano 300 punti. Oggi, dopo il salvataggio europeo della Grecia e la creazione di un fondo speciale d’intervento Eu per 750 miliardi di dollari, un simile Cds sui bond greci si paga ancora quasi 850.000 euro. È come un termometro che si può manomettere alterando la temperatura. L’ultimo rapporto ufficiale della International swaps and derivatives association (ISDA) indica che sull’Italia vi sono Cds per un valore nozionale di 242, 6 miliardi di dollari. E i punti base del costo sono intorno ai 240. Mentre a marzo 2009 erano 158, saliti già a 220 nel turbolento marzo scorso. Il secondo paese europeo sulla lista, dopo l’Italia, è la Spagna, con Cds per un valore nozionale di 113 miliardi di dollari. Dai bollettini si può notare che i costi per i Cds sono in costante crescita sia per l’Italia che per la media europea. Dai dati risulta anche che i maggiori operatori ribassisti sul debito italiano sono 4 grandi hedge fund americani, tra cui spicca quello di Soros. Ricordiamo che nel 1992 il finanziere speculatore George Soros, per sua stessa ammissione, scommise enormi somme sul collasso dell’allora sistema monetario europeo e di alcune monete, tra cui la lira, provocando sia la fine dell’accordo monetario che una gigantesca svalutazione della nostra moneta. Dai resoconti dell’Isda si evince anche che banche e corporation americane e città e stati degli Usa sono menzionati nella lista per valori paragonabili a quelli di grandi paesi. Contro il pericolo di default della JP Morgan Bank, per esempio, ci sono Cds per 84 miliardi di dollari. Vi sono poi decine di miliardi di Cds sul rischio insolvenza dei residential mortgage-backed securities (Mbs), i famigerati titoli tossici legati ai mutui subprime. Si scopre che i costi dei Cds per la California sono superiori a quelli del Portogallo. Per assicurasi contro l’eventuale collasso dello stato dell’Illinois bisogna pagare più che per l’Irlanda. Assicurare il debito di New York costa più che per l’Italia.
Ciò deve indurre a riflessioni più attente. Siamo certamente in una grave crisi globale che attanaglia tutti, Europa compresa. Non possiamo nascondere il grave problema del debito pubblico europeo, ne tanto meno quello dell’Italia che si avvicina al 120% del Pil. Nondimeno, a differenza dal debito americano, quello europeo e italiano è stato fino ad oggi in gran parte coperto dai risparmi dei cittadini, che comprano Bot o Cct. Il crescente debito pubblico e privato americano, invece, dipende da investitori internazionali, come la Cina, oppure dagli acquisti fatti dalle banche americane con i prestiti concessi dalla stessa Federal Reserve a tasso zero. Infatti, a livello mondiale oltre il 40% di tutti i titoli in scadenza sono americani. Per immaginare le dimensioni globali si consideri che soltanto il sistema bancario europeo, secondo uno studio della Deutsche Bank, ha titoli di debito in circolazione per circa 5.000 miliardi di euro, di cui più di 1.500 miliardi in scadenza entro il 2012. Ecco perché gli hedge fund americani, legati alle grandi banche, hanno buon gioco a speculare contro l’Europa! Di conseguenza, alzare il rischio Europa inevitabilmente comporta lo spostamento degli investitori verso altri lidi. Quando la coperta è corta, bisogna fare attenzione se qualcuno, di nascosto, la tira dalla sua parte. Occorre inoltre ricordare che, poiché le operazioni in derivati «nudi» e short (al ribasso) sono a tutt’oggi permesse, gli speculatori possono comprare contratti Cds su titoli che non possiedono, scommettendo sul loro deterioramento finanziario. Facendo salire progressivamente i costi dell’assicurazione contro il fallimento, possono lucrare sulla differenza. Ecco perché i governi, in primis quelli europei, sulla questione dei titoli di debito, dei Cds e degli hedge fund speculativi non possono essere molli, lenti o peggio accondiscendenti. Ne va della sopravivenza degli stessi stati e del benessere della collettività. Urge l’immediata entrata in funzione delle nuove recenti autorità europee di vigilanza. Così come impellenti sono le regole su derivati Otc, short selling, hedge fund, e altri rilevanti questioni finanziarie su cui la Commissione Ue è chiamata prossimamente a decidere. Auspichiamo che anche il governo italiano sia più deciso in merito. L’Italia ha il dovere di impegnarsi in sede europea con maggiore convinzione. Procrastinare l’intervento per lasciare le cose come stanno, cioè senza regole, sarebbe un segno di debolezza e un invito agli speculatori ad affondare la lama nel cuore dell’Europa. (di Mario Lettieri Sottosegretario all’economia nel governo Prodi  e Paolo Raimondi Economista)

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