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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

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“Le valutazioni aggiornate sul rischio di default delle imprese italiane”

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 giugno 2021

“Esse evidenziano un impatto severo della pandemia, soprattutto in alcuni settori, ma con un quadro migliore rispetto a quello previsto negli scorsi mesi. Il miglioramento riflette il buon ritmo della campagna vaccinale, che ha ridotto l’incertezza sui tempi di una piena riapertura della nostra economia. Sono i risultati di elaborazioni condotte su un campione molto ampio di 640 mila società di capitali non finanziarie, indebitate per 846 miliardi di euro con il sistema finanziario nel 2019, impiegando le valutazioni del Cerved Group Score, un indice di rischio ampiamente utilizzato sul mercato per valutare la probabilità di default delle controparti e proiezioni dei bilanci per il 2020. Secondo le analisi, quasi la metà delle imprese analizzate (il 49,5%) ha avuto un downgrade del proprio score dopo la pandemia, la quota più alta registrata dal 2009. Il numero di società “rischiose”, con un’alta probabilità di default a 12 mesi, è passato da 75 mila nel 2019 (l’11,8% del campione) a 120 mila (il 18,7%). In uno scenario severo, la quota di imprese rischiose salirebbe al 20,7%, una percentuale sensibilmente più bassa rispetto al 32,3% stimato lo scorso anno, quando l’incertezza sull’evoluzione della pandemia, sui suoi effetti sulle imprese e sul successo delle misure emergenziali per mitigarne l’impatto era molto maggiore. Secondo le proiezioni sui bilanci del 2020, ka liquidità garantita immessa nel sistema ha fatto aumentare i debiti finanziari delle società analizzate di oltre 90 miliardi, portandoli a 937 miliardi di euro (+10,7%). Questo è coinciso con uno spostamento delle imprese verso le classi più rischiose, con il risultato che il volume di debiti finanziari nelle società a maggiore rischio di default è più che raddoppiato, passando da 63,2 miliardi di euro (il 7,5%) a 135 miliardi (il 14,4%).Secondo le proiezioni sui bilanci del 2020, la liquidità garantita immessa nel sistema ha fatto aumentare i debiti finanziari delle società analizzate di oltre 90 miliardi, portandoli a 937 miliardi di euro (+10,7%). Questo è coinciso con uno spostamento delle imprese verso le classi più rischiose, con il risultato che il volume di debiti finanziari nelle società a maggiore rischio di default è più che raddoppiato, passando da 63,2 miliardi di euro (il 7,5%) a 135 miliardi (il 14,4%). Il rischio è aumentato in tutte le dimensioni di impresa, ampliando ulteriormente il gap tra le imprese minori e quelle più grandi: la quota di società rischiose scende dal 20,5% delle microimprese al 14,5% delle piccole, al 12,1% delle medie fino all’8,3% delle grandi società. Le società di maggiore dimensione sono le più solide, ma anche quelle che ricorrono più al mercato finanziario ed è tra queste che si concentra il volume maggiore di debiti con più alta probabilità di insolvenza: nei bilanci di 515 grandi società ad alto rischio i debiti finanziari nel 2020 ammontano infatti a 56,5 miliardi di euro, una cifra che supera i debiti a rischio delle micro (32 miliardi), delle piccole (22) e delle medie (24) a più alta probabilità di default. La particolare natura asimmetrica della crisi indotta dal Covid-19 ha determinato effetti fortemente diversificati tra i settori. A livello aggregato, gli impatti sono stati più forti nel settore dei servizi alle imprese e alle famiglie; conseguenze solo marginali nella filiera agroalimentare e soprattutto nella chimico-farmaceutica. Le quote più alte di debiti finanziari nei bilanci di imprese rischiose, nel 2020, si osservano nel comparto dei servizi B2B e B2C (25,3%) e nel real estate (30%). Un’analisi di maggiore dettaglio indica che in alcuni settori gli impatti del Covid rischiano di essere devastanti. La quasi totalità dei debiti finanziari delle società che organizzano fiere e convegni (il 95%) sono nei bilanci di imprese “rischiose”, in aumento dal 17,3% del periodo pre-Covid. Situazione difficile anche per le agenzie di viaggio e per i club sportivi, per cui i debiti a rischio ammontano circa all’80%; nel caso dei club sportivi, pesano soprattutto le difficoltà delle società di serie A. In forte crescita anche il numero di imprese rischiose nella ristorazione, con una percentuale che è passata dal 17,3% al 43,1% (pari a circa 14 mila ristoranti). Il rischio di default è aumentato in tutta la Penisola, con un ulteriore ampliamento dei divari territoriali, dovuto alla maggiore presenza di società di minore dimensione nel Centro-Sud. La quota di società rischiose è più bassa in Friuli Venezia Giulia (13,3%), Veneto (13,5%) e Trentino (13,7%), mentre supera il 20% nel Lazio e in tutte le regioni meridionali, tra le quali le quote risultano particolarmente elevate in Calabria (28%), Molise (26,8%) e Sardegna (26,2%).” Così nel report “Up&Down – Come cambia il rischio delle imprese” rilasciato nel Giugno 2021 da Cerved.

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Sostenere imprese a rischio default

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 marzo 2021

“Iniziano ad emergere, con chiarezza, i numeri della crisi lato imprese. Quello che più ci deve preoccupare in questo frangente, secondo me, è l’aumentare vertiginoso del peso del debito che hanno contratto, anche a causa della pandemia.La domanda, per le imprese che saranno riuscite a non chiudere, proseguendo nella loro attività, è: quanti anni in più di cash flow (differenza costi ricavi) varrà l’indebitamento delle imprese, dopo che saremo usciti dal Covid? Nel 2021 le stime dicono che le aziende del commercio, per esempio, che pre-crisi avevano un debito mediamente corrispondente a 2 anni di ricavi meno costi, nel 2021, avranno un debito che potrebbe arrivare a rappresentare oltre 11 anni di cash flow. In altri settori questa stima porta a dati più bassi ma tutti i settori duplicano, almeno, il livello di debito in relazione al cash flow.Se osserviamo le imprese, e sono oltre un milione, affidate al Fondo centrale di garanzia negli ultimi anni e fino a gennaio 2021, il 70% di loro oggi risulta vulnerabile, o a rischio, rispetto ad un eventuale default. Delle circa 500 mila imprese classificate come sicure, prima della pandemia, quasi due quinti sono passate ad un profilo di rischio più alto. Circa 166 mila imprese, invece, che erano già vulnerabili, prima del Covid, sono invece diventate rischiose. Cosa fare, dunque? Tre sono le priorità:
1. intervenire sul debito fiscale, mettendo a punto strumenti come il “saldo e stralcio”, la cancellazione del magazzino e una nuova rottamazione;
2. intervenire sulle norme del diritto fallimentare, prevedendo – per le imprese che hanno visto un aggravamento della crisi a causa del Covid – tempi più lunghi per i concordati e i piani di riequilibrio;
3. prorogare quelle le misure, introdotte lo scorso anno con il Decreto Liquidità, che sono state più proficuamente accolte dal sistema, sia per la parte prestiti che per la parte sostegno alle ricapitalizzazioni.
Sono temi su cui, come MoVimento 5 Stelle, stiamo lavorando da tempo e che porteremo avanti nel confronto con la maggioranza di Governo”. Lo scrive, in un post, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Nuove regole Eba in materia di default dei creditori

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 gennaio 2021

«Fratelli d’Italia fa proprio e rilancia l’appello lanciato dalle associazioni di categoria per chiedere alle istituzioni di Bruxelles di rivedere le nuove regole Eba in materia di default dei creditori e di calendar provisioning, che entreranno in vigore pggi 1 gennaio 2021. Secondo queste norme basterà uno scoperto minimo sul conto per essere segnalati alla centrale rischi come insolventi. Le banche saranno sommerse di nuovi crediti deteriorati e risponderanno con una nuova stretta creditizia. Un vero e proprio disastro annunciato che rischia di infliggere il colpo di grazia a migliaia di lavoratori e aziende in sofferenza a causa della crisi generata dal Covid. Da settimane FdI, attraverso la delegazione nel Parlamento Ue, chiede al Commissario all’Economia Paolo Gentiloni di battere un colpo. La risposta è stata un assordante silenzio. E tace anche il governo italiano che non ha mosso un dito per cercare di ottenere almeno un rinvio delle nuove norme. Non ci fermeremo: in Italia e in Europa continueremo a chiedere un intervento urgente, perché difendere le imprese italiane è un dovere della politica e delle istituzioni». Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Bollette energia. Verso il default del mercato? Occorrono scelte tampone

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 novembre 2020

L’allarme lanciato dall’associazione Arte (fornitori privati di energia – 1) ha messo il dito su una piaga che fino ad oggi sembrava essere ignorata dai più: il peso del costo dei servizi energetici sui bilanci malmessi di famiglie ed aziende in questo periodo pandemico. Secondo i dati diffusi da questa associazione, il 40% degli utenti non sta pagando le bollette, e se si considera che la stagione fredda appena iniziata comporterà un maggiore consumo di energia, nel contesto economico pandemico esploso negativamente per tutti, non è azzardato pensare che questa percentuale di morosi sarà maggiore. A parte i colossi del settore (Enel ed Eni soprattutto), si tratta di più di 400 aziende che “in questa fase sono state utilizzate come ammortizzatori sociali (con capitali privati) per sopperire ai mancati pagamenti”. Il governo e il legislatore, consapevole del momento drammatico che stiamo vivendo, sta facendo i salti mortali per cercare di impedire il tracollo di famiglie ed aziende: con molti problemi e difficoltà che – indipendentemente dalle più o meno giuste critiche che si possono fare – pur nel caos generale percepito (più che reale), rappresentano un aiuto e una presa in carico della propria responsabilità.E’ bene ricordare che quasi il 90% di quello che viene incassato dalle aziende di questo mercato finisce allo Stato, e se gli utenti finali pagano in ritardo le loro bollette, altrettanto ritardo di pagamenti verso lo Stato non è “concesso” a questi fornitori dei servizi energetici.Se la situazione pandemica e di aiuti stati dovesse continuare così com’è oggi (e peggiorare, come tutti gli indicatori fanno intendere) è altamente probabile uno scenario del genere: – percentuali maggiori di utenti che non pagano le bollette. Nuovo probabile intervento dell’Autorità Arera per il blocco dei tagli ai morosi? – aziende del libero mercato che capitombolano per i mancati incassi e per i pagamenti comunque fatti allo Stato. Qualcuno “un po’ strano” potrebbe sostenere che è giunto il momento di mettere una parola fine alle velleità liberalizzatrici e tornare al vecchio monopolio, mandando a ramengo tutti gli impegni in sede comunitaria, non solo attirandosi multe da brivido ma compromettendo lo stesso nostro ruolo nell’Unione. O, sempre questo “un po’ strano”, potrebbe chiedere l’ulteriore rimando della fine del mercato tutelato (al momento fissato al 2022). Una “pezza” che, nell’apparenza politica, non risolverebbe in nessun modo la situazione in essere (e peggiorativa) di aziende e famiglie: i problemi di mancati pagamenti di utenze e di gestori rimarrebbero proprio dove sono ora.In situazione di emergenza vanno trovati metodi provvisori e di emergenza. Così come lo Stato si sta privando (o rimandando) di introiti importanti per la sua gestione, visto che più del 90% delle bollette energetiche sono di soldi che vanno allo Stato, quest’ultimo dovrebbe agire su questa percentuale, dissolvendola o ridimensionandola. E dando disposizioni per altrettanta ricaduta su utenti e gestori. Abbiamo tutti i caloriferi accesi. Siamo sempre più spesso in casa e usiamo l’energia domestica come non mai in passato. Mentre i risparmi energetici degli uffici con molto personale al lavoro a casa, sono molto bassi, ché non si possono energeticamente abbandonare a se stessi uffici e locali come se fossero terremotati o bombardati. Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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“Declassamenti, default e dispersione: Covid e credito”

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2020

A cura di Gene Tannuzzo, Vice Responsabile del Reddito Fisso Globale di Columbia Threadneedle Investments. Nei primi mesi dell’anno, i mercati hanno reagito con violenza all’adozione di politiche di confinamento da parte delle economie di tutto il mondo al fine di contrastare la diffusione del Covid-19. Trainati dalla maggiore incertezza e dalla pressione sui ricavi, gli spread creditizi delle obbligazioni societarie (o premi al rischio) si sono ampliati drasticamente riflettendo l’aumento del rischio di declassamenti e default. Benché l’entità della correzione sia stata significativa, la direzione non può che essere logica tenuto conto dell’improvviso blocco del commercio globale.Da marzo, i mercati finanziari hanno messo a segno performance molto più solide. I mercati globali del credito hanno beneficiato del notevole supporto offerto dalla liquidità, tra cui tassi d’interesse bassi e acquisti diretti di obbligazioni societarie ed exchange-traded fund da parte delle banche centrali. Progressivamente, anche i dati economici hanno iniziato a migliorare. Tuttavia, numerosi aspetti dell’attività economica globale restano ben lontani dai livelli del 2019. A prima vista sembra esservi un disallineamento tra il restringimento degli spread delle obbligazioni societarie e il contesto economico debole ma in miglioramento. Alla luce di ciò, tentiamo di identificare cosa viene attualmente integrato nei prezzi delle obbligazioni societarie e lo raffrontiamo con le nostre opinioni.Lo spread di un’obbligazione societaria dovrebbe compensare diversi aspetti, tra cui ad esempio il rischio di declassamento. Il merito creditizio formulato dalle principali agenzie di rating può incidere sulla propensione all’acquisto di diversi operatori di mercato, tra cui banche, compagnie assicurative e gestori patrimoniali. Nel 2009, sulla scia della crisi finanziaria globale, le agenzie di rating declassarono titoli di debito per 108 miliardi di dollari da investment grade ad high yield. A metà 2020, questo precedente record di cosiddetti “angeli caduti” è stato sorpassato con il declassamento ad high yield di titoli di debito per 189 miliardi di dollari, di cui 151 miliardi solo nel primo trimestre.Dal primo trimestre, il ritmo dei downgrade ha registrato un forte rallentamento. A nostro parere ciò è ascrivibile alle numerose decisioni di rafforzamento del credito adottate dai team dirigenziali, tra cui la sospensione dei dividendi e dei riacquisti di azioni, il posticipo delle spese per investimenti e il ridimensionamento dei costi. Inoltre, la ripresa dell’attività economica e la riapertura dei mercati dei capitali hanno contribuito positivamente. Pur non aspettandoci un ritorno all’ondata di declassamenti osservata nella prima parte dell’anno, è importante notare che il rischio persiste.
Le banche centrali di tutto il mondo hanno sostenuto attivamente i mercati delle obbligazioni societarie. Negli Stati Uniti, la Fed sta addirittura acquistando alcuni titoli high yield. Ciò ha contribuito a creare un solido supporto tecnico per i mercati. Benché possano aiutare a risolvere le difficoltà connesse alla liquidità vissute dai mercati nella prima parte dell’anno, gli istituti centrali non possono certo porre rimedio ai problemi di solvibilità. Se le riaperture delle attività economiche saranno lente e disomogenee, i rischi di declassamenti e default rimarranno elevati.Di conseguenza, ad oggi il mercato riflette un premio al rischio superiore e più ampiamente distribuito rispetto all’anno scorso. In questo contesto, una ricerca creditizia valida può consentire di escludere i dati poco pertinenti per identificare le società capaci di superare a testa alta la tempesta. Poiché i tassi privi di rischio sono probabilmente destinati a rimanere contenuti nell’immediato futuro, l’opportunità di generare reddito tramite un’allocazione nel credito gestita in base al rischio resta interessante. (abstract)

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A rischio default il 15,5% delle imprese italiane in caso di nuove ondate di Covid19

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 Maggio 2020

Il 15,5% delle imprese italiane a rischio di fallimento nel caso di nuove ondate del Covid19, con ulteriori lockdown che potrebbero durare fino a sei mesi. La probabilità di questo scenario è “bassa”, secondo gli analisti di Cerved Rating Agency, ma gli effetti potenzialmente molto pesanti: con un peggioramento così marcato dello scenario macroeconomico e un elevato rischio Paese, la probabilità di default triplicherebbe (dal 4,9% attuale al 15,5%), con punte del 22% nelle costruzioni, del 19,1% in hotel e ristorazione, del 18,9% nei servizi.
Sono i risultati dello studio “Evolution and impacts of the COVID-19 pandemic emergency on Italian non-financial corporates” di Cerved Rating Agency, agenzia di rating del Gruppo Cerved tra le prime in Europa che attribuisce il merito creditizio alle imprese sul territorio nazionale, su un campione di 30 mila società. Un’analisi che aggiorna in senso peggiorativo la precedente, rilasciata a febbraio, in cui a rischio fallimento nel caso più drastico era un’azienda italiana su dieci.Secondo lo scenario più pessimistico, i settori con la più alta probabilità di default sarebbero le costruzioni (22%), i servizi di alloggio e ristorazione (19,1%) e le attività di supporto al settore turistico (18,9%). Viceversa, quelli più resilienti, dunque con un rischio più basso, risulterebbero farmacie (6,5%), l’industria alimentare (6,8%), il commercio al dettaglio alimentare (7,9%). La percentuale aumenterà in misura maggiore per le imprese piccole (dal 10,7% al 21% per le microimprese) e meno strutturate (28% per le imprese individuali); dal punto di vista geografico, la probabilità di default è attesa in forte crescita in tutta la Penisola, con un picco del 17,8% nel Mezzogiorno (dal 9,3%).
Per tenere conto di questa incertezza, gli analisti di Cerved Rating Agency hanno elaborato tre diversi scenari correlati allo sviluppo della pandemia e dello scenario macroeconomico. Secondo lo scenario “soft”, al quale gli analisti attribuiscono una probabilità “alta”, non ci saranno nuove ondate di contagi e l’economia italiana riprenderà anche grazie a un’efficace azione di politica economica. In base a quello “intermediate” (probabilità media), il sistema produttivo potrebbe affrontare una seconda ondata di contagi, che richiederebbe ulteriori lockdown (fino a 4 mesi) e che frenerebbe il recupero dell’attività produttiva. Infine, stando allo lo scenario più pessimistico, “hard” con una probabilità bassa, i lockdown potrebbero durare fino a sei mesi, con effetti depressivi sull’economia e un aumento del rischio Paese.In generale, è atteso un deterioramento complessivo dei profili di rischio, come conseguenza diretta di un livello di redditività più basso e un peggioramento della struttura finanziaria delle aziende. L’applicazione degli scenari negativi determina uno spostamento delle entità valutate verso le classi di rating peggiori, con migrazione da posizioni di investment grade a speculative grade dal 16% nel caso soft, fino al 42% nello scenario hard. L’innalzamento del rischio si traduce in un aumento dei default attesi. In base alla gravità dello scenario, e stimando alle condizioni attuali una probabilità di default pari a 4,9%, si sale, nell’ipotesi soft, al 7,7%, al 9,7% in quella intermedia e arriva al 15,5% nello scenario hard.

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Quali sono le imprese più a rischio default con l’emergenza Coronavirus?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

Sono quelle con rating intermedio, tra B e BBB, il 65% delle Pmi italiane. Se le prime della classe, le triple A, sono in grado di superare con disinvoltura anche lo scenario più negativo, in cui si ipotizza un calo del fatturato di almeno il 10%, per tutti gli altri rating le probabilità di default sembrano destinate ad aumentare. E per la classe B, che raccoglie imprese equilibrate pure se con margini risicati, la situazione è la più critica: la probabilità di default aumenterebbe di oltre tre volte, passando infatti dallo 0,98% al 3,29%, in caso di scenario gravemente negativo, diventando di gran lunga superiore a quella della tripla C, che oggi è del 2,38%.
Sono alcuni dei risultati degli stress test condotti da modefinance, la prima Agenzia di Rating Fintech d’Europa, attraverso For-ST, tool di simulazione progettato per elaborare proiezioni dell’andamento del bilancio e simulazioni di scenari di stress testing all’interno della piattaforma di Rating-as-a-Service.
Nella simulazione effettuata da modefinance su un campione rappresentativo di 187mila Pmi italiane con un fatturato compreso tra i 2 e i 50 milioni di euro sono stati ipotizzati due possibili scenari (oltre a quello attuale di partenza, definito in figura 4 “PD attuale modefinance”). Il primo è uno scenario moderatamente negativo e ipotizza una contrazione del fatturato del 4% per tutti i settori e le imprese di cui è composto il campione (incluse quelle attività per cui è possibile attivare lo smart working). Il secondo è uno scenario gravemente negativo in cui la contrazione generalizzata del fatturato si attesta in media almeno il 10% per tutte le imprese italiane, a prescindere dal settore. Questo riguarda, quindi, anche le aziende non o meno colpite dall’attuale situazione, come ad esempio la GDO, il settore farmaceutico o, ancora, le imprese che possono attivare lo smart-working.Il campione rappresentativo di Pmi italiane si caratterizza, non sorprendentemente, per un forte sbilanciamento geografico al Nord del Paese (che pesa per il 60% del totale, mentre il restante 40% si divide equamente tra Sud e Centro).Per quanto riguarda i settori, i più rilevanti sono quelli del commercio all’ingrosso e al dettaglio (circa il 30%) e la manifattura (poco più del 28%); le costruzioni rappresentano il 13,44% del totale, seguite da trasporto (5,7%) e attività immobiliari (quasi il 5%).

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Andamento crediti deteriorati

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

L’analisi svolta da CRIF sull’andamento del rischio di credito di imprese e famiglie italiane che nel 2017 si è stabilizzato dopo oltre 13 trimestri consecutivi di forte decelerazione, raggiungendo livelli inferiori a quelli del periodo pre-crisi. Nello specifico si osserva che il tasso di default delle imprese a dicembre 2017 si è stabilizzato al 3.9%, rispetto alla rilevazione di dicembre 2015, quando era risultato pari al 5.8%, e lontanissimo dal picco della fine del 2009, nella fase più acuta della crisi, quando aveva raggiunto il 7.9%. Molto più contenuta la volatilità del rischio delle famiglie italiane, tradizionalmente più prudenti nel ricorso al credito e storicamente protette da saggi di risparmio elevati: il tasso di default è sceso dal 2.3% di dicembre 2015 all’1.7% di dicembre 2017, anche in questo caso su livelli decisamente più contenuti rispetto al 3.5% registrato sempre alla fine del 2009. Per il prossimo biennio, CRIF Credit Solutions stima che, secondo lo scenario di complessivo miglioramento dello stato generale dell’economia delineato dall’EBA, il rischio delle imprese si stabilizzerà su un sentiero di normalità attestandosi intorno al 4% fino alla fine del 2019. Considerando invece per ipotesi uno scenario fortemente sfavorevole, la rischiosità potrà aumentare fino al 5.8%, ritornando ai livelli conosciuti nella crisi più recente. Per quanto riguarda le famiglie, invece, CRIF prevede una normalizzazione della dinamica del tasso di default intorno all’1.6% fino alla fine del 2019 ma, in presenza di condizioni economiche molto avverse, il trend del default potrà accelerare risalendo fino al 2.2%.

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Il default della Grecia non è una preoccupazione per i suoi partner europei

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 luglio 2015

ateneI professori di finanza Sotiris K. Staikouras e Elena Kalotychou della Cass Business School di Londra commentano la situazione fornendoci il loro punto di vista asserendo che: “Ciò che li preoccupa è l’impatto di tale collasso sulla struttura finanziaria dell’UE. La crisi dell’Eurozona non ha insegnato nulla di nuovo agli esperti della comunità finanziaria, a parte il fatto di constatare che le crisi finanziarie non sono molto diverse l’una dall’altra. Il catalizzatore può variare in alcuni casi, ma la storia economica e la conoscenza finanziaria dovrebbero consentirci di individuare le radici del problema prima della sua comparsa. Il default sovrano non è una novità. Non ci vuole un genio per capire che un paese come la Grecia, in disperato bisogno di miliardi di euro, non sarà mai in grado di ripagare tale debito quando la sua economia si basa sul turismo e teoricamente sui servizi e l’agricoltura.Il problema si è prolungato per troppo tempo in attesa del cedimento di una delle due parti (Grecia vs creditori). Il default della Grecia non è una preoccupazione per i suoi partner europei. Ciò che li preoccupa è l’impatto di tale collasso sulla struttura finanziaria dell’UE. Ciò diventa ancora più complicato quando questioni come la cancellazione del debito, l’aspetto morale, i controlli interni dell’UE, i disordini sociali, l’instabilità geopolitica, così come l’inesperienza della Grecia nel rinegoziare i termini e le condizioni del suo debito sono sul tavolo delle trattative.Per noi, questo è il momento per l’UE di inserire controlli interni solidi al fine di monitorare gli stati membri che operano sotto una moneta unica e una politica monetaria unica. Per la Grecia questa è l’ultima occasione di rendersi conto che la sua incapacità di gestire il settore pubblico è costata almeno il doppio allo stato e alla sua gente, con i licenziamenti e la stagnazione del settore privato e del settore finanziario. Il suo sistema di entrate ha un disperato bisogno di riavviarsi per conformarsi alla sua definizione statuaria; mentre l’intera classe dirigente ha bisogno di essere rinnovata e servire il suo popolo come postulato dal parlamento”.

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Crisi: a un passo dal fallimento per colpa del Governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 novembre 2011

Palazzo Chigi

Image by Simone Ramella via Flickr

«Il tempo è scaduto. Questo Governo ci sta trascinando verso il fallimento. Lo sanno tutti e il presidente del Consiglio non può far finta di nulla. Il tempo per fare le riforme e mettere in pratica le misure promesse a Bruxelles non c’è più. Ci uniamo al grido d’allarme di Abi, Confindustria, Rete imprese Italia e Alleanza delle cooperative: si dia vita a un nuovo esecutivo che faccia respirare il Paese. Chiediamo anche al presidente della Repubblica, nel suo ruolo di garante della Costituzione e dell’unità del Paese, di intervenire con determinazione perché siamo veramente a un passo dal default».Luca Pozzoli, 46 anni, è il presidente di Univendita, l’associazione di categoria che riunisce le più importanti aziende italiane operanti nel campo della vendita diretta a domicilio. Le imprese associate a Univendita contano oltre 55mila collaboratori in tutta Italia e superano il miliardo di euro di fatturato annuo.

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Commissario Olli Rehn sulla Grecia

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 giugno 2011

Questa settimana la Grecia deve affrontare una fase critica. Sia il futuro del paese e la stabilità finanziaria in Europa sono in gioco. Ho pieno rispetto delle prerogative e la sovranità del Parlamento greco nel dibattito in corso. E ho fiducia sul fatto che i leader politici greci sono pienamente consapevoli della responsabilità che si trova sulle loro spalle per evitare il default.
L’unico modo per evitare di default immediato è che il Parlamento approvi il programma economico rivisto. Il programma comprende sia la strategia di bilancio a medio termine e il programma di privatizzazione. Devono essere approvati se si vuole che la nuova tranche di aiuti finanziari sia concessa. (olli)

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Crisi greca, in gioco il futuro Ue

Posted by fidest press agency su martedì, 14 giugno 2011

L’economia è ritornata ad essere il fantasma da fugare. Presente ma non voluto come ai summit del G8 pre crisi finanziaria. Il documento finale di Deauville sembra un prodotto della guerra fredda: si passano in rassegna tutti i punti caldi del mondo pur di non affrontare dovutamente le emergenze economiche nei paesi cosiddetti industrializzati. Sbrigativamente esso dice che la ripresa si rafforza anche se i rischi di ricaduta rimangono. Che raffinata analisi! Del rischio di default degli Usa, di quello della Grecia e del futuro dell’Unione europea non c’è alcun cenno! Il fatto che non si parli in pubblico dei veri problemi dell’economia indica che essi, purtroppo, sono più gravi e preoccupanti di quanto poi si sostiene. Intorno al salvataggio o meno della Grecia si sta celebrando la minaccia di morte dell’Europa e dell’euro. A fine giugno serviranno altri 12 miliardi di euro, 8 dalla Ue e 4 dal Fmi, per evitare il default ellenico. Dopo la miserabile caduta di Strauss-Kahn, un Fmi a momentanea trazione americana sembra sempre più orientato a sfuggire ai propri impegni. I mercati sembrano aver messo la Grecia e l’Europa di fronte soltanto a due alternative: default greco e ritorno alla dracma oppure ristrutturazione, cioè allungamento delle scadenze del debito sovrano ellenico. Così poste, entrambe, secondo noi, sono inaccettabili per l’Europa. Porterebbero in modi differenti alla progressiva dissoluzione del progetto europeo e dell’euro. I mercati dicono che la bancarotta di Atene avrebbe un effetto di contagio immediato e comporterebbe il fallimento dell’Europa unita. Le ricadute sui valori dei titoli di stato sarebbero inevitabili. I mercati indicano che anche la ristrutturazione del debito sovrano sarebbe contagiosa e porterebbe ad un immediato crollo delle obbligazioni elleniche. L’opposizione della Bce sia allo sganciamento della Grecia dall’euro che ad una eventuale ristrutturazione del debito non è tecnica ma politica! Tecnicamente la ristrutturazione si potrebbe fare, ma i dirigenti della Bce sanno bene che, oltre ad essere una perdita secca per le sue casse, queste due ipotesi inevitabilmente segnerebbero la fine della banca centrale e delle altre istituzioni europee. La Bce sarebbe esposta per circa 375 miliardi di euro nei confronti dei paesi Pigs. 180 miliardi soltanto con l’Irlanda. La Banca centrale europea detiene il 17,6% del debito ellenico e le banche europee ne hanno in pancia il 18,6%. Il problema è la sudditanza nei confronti dei mercati! Fintanto che si rimane in questa logica non vi saranno vie d’uscita ragionevoli. Si continuerà a giocare con il fuoco della disgregazione dell’Ue fintanto che la casa andrà in fiamme e sarà troppo tardi per chiamare i pompieri. Ricordiamoci che quando il crollo della Lehman Brothers portò il mondo della finanza globale alla soglia del default sistemico, tutti, banche e mercati compresi, chiamarono gli Stati ad intervenire. Allora i mercati non parlavano, le agenzie di rating erano «nascoste nei sotterranei», le banche non ponevano condizioni. Tutti stendevano la mano in cerca disperata di aiuto. Si prenda il caso dei due colossi americani dei mutui e delle ipoteche immobiliari, Fannie Mae e Freddie Mac. Essi avevano un’esposizione totale di 5.200 miliardi di dollari, pari a più di un terzo del debito pubblico Usa. 1.500 miliardi erano per i mutui e il resto per i derivati Mbs (mortgage based securities) fatti poi circolare nel resto del mondo.Nel 2009 il Congressional Budget Office calcolò un costo di salvataggio di almeno 389 miliardi. Ma oggi, nello scenario peggiore, il costo potrebbe salire a 1.000 miliardi. La crisi era ed è bancaria e finanziaria, non primariamente del debito sovrano. L’Ue, a cominciare dalla Germania e dalla Francia, deve quindi decidere se vuole privilegiare la sua stessa esistenza o gli interessi dei mercati e delle banche. È una scelta politica prima che economica da portare fino fondo! Come fece il presidente Franklin Delano Roosevelt con i suoi interventi di profonda riforma del 1933. Dopo una tale decisione l’Ue potrebbe definire come ristrutturare i debiti pubblici, siano essi della Grecia o della Francia, mettendo in campo contemporaneamente progetti e finanziamenti per un rilancio vero dei settori produttivi. I mercati e i loro grandi attori bancari e finanziari saranno obbligati a prenderne atto. Altrimenti dalla Grecia potrebbe avanzare sul resto dell’Europa lo spettro della Repubblica di Weimar, fatto di collasso economico, di inflazione galoppante, di disperazione delle famiglie e dei senza lavoro e di scontri sociali violenti. (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi, Paolo Raimondi Economista)

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FMI e Lagarde: Quando non si è all’altezza

Posted by fidest press agency su sabato, 21 Maggio 2011

Christine Lagarde - World Economic Forum Annua...

Image by World Economic Forum via Flickr

La Grecia è a rischi di default, ha dichiarato Cristine Lagarde, Ministro dell’Economia francese e candidata alla guida dell’FMI. Insieme alla valutazione negativa di Fitch, la dichiarazione della Lagarde ha avuto effetto un effetto devastante: giu’ le borse, titoli di stato greci al 25%, fuga verso i piu’ stabili bund. Se la Lagarde e’ la candidata alla guida dell’FMI non possiamo che preoccuparci. E’ irresponsabile che un ministro dell’Economia faccia questi apprezzamenti a mercati aperti e comunque che li faccia. Ci sono gli organismi preposti a cio’ e, comunque, sarebbe stato opportuno una consultazione, anche rapida, dei ministri dell’Economia europei prima di rilasciare dichiarazioni. Ci pare che la Lagarde non sia proprio la persona adatta a ricoprire il delicato ruolo di direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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L’ombra degli speculatori sull’Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 19 settembre 2010

(fonte Italiaoggi) Fa un certo effetto vedere «Italy» in cima alla lista dei paesi oggetto di interesse da parte di chi opera e specula in Credit Default Swaps (Cds), i derivati finanziari che dovrebbero fungere da assicurazione contro i fallimenti. Erano diventati noti nel mezzo della crisi greca, quando si temeva il default dei debiti sovrani ellenici. Allora, per garantirsi da questo rischio, un contratto quinquennale Cds sui bond di Atene per un valore di 10 milioni di euro costava a giugno 970 punti, cioè 970.000 euro all’anno. A marzo erano 300 punti. Oggi, dopo il salvataggio europeo della Grecia e la creazione di un fondo speciale d’intervento Eu per 750 miliardi di dollari, un simile Cds sui bond greci si paga ancora quasi 850.000 euro. È come un termometro che si può manomettere alterando la temperatura. L’ultimo rapporto ufficiale della International swaps and derivatives association (ISDA) indica che sull’Italia vi sono Cds per un valore nozionale di 242, 6 miliardi di dollari. E i punti base del costo sono intorno ai 240. Mentre a marzo 2009 erano 158, saliti già a 220 nel turbolento marzo scorso. Il secondo paese europeo sulla lista, dopo l’Italia, è la Spagna, con Cds per un valore nozionale di 113 miliardi di dollari. Dai bollettini si può notare che i costi per i Cds sono in costante crescita sia per l’Italia che per la media europea. Dai dati risulta anche che i maggiori operatori ribassisti sul debito italiano sono 4 grandi hedge fund americani, tra cui spicca quello di Soros. Ricordiamo che nel 1992 il finanziere speculatore George Soros, per sua stessa ammissione, scommise enormi somme sul collasso dell’allora sistema monetario europeo e di alcune monete, tra cui la lira, provocando sia la fine dell’accordo monetario che una gigantesca svalutazione della nostra moneta. Dai resoconti dell’Isda si evince anche che banche e corporation americane e città e stati degli Usa sono menzionati nella lista per valori paragonabili a quelli di grandi paesi. Contro il pericolo di default della JP Morgan Bank, per esempio, ci sono Cds per 84 miliardi di dollari. Vi sono poi decine di miliardi di Cds sul rischio insolvenza dei residential mortgage-backed securities (Mbs), i famigerati titoli tossici legati ai mutui subprime. Si scopre che i costi dei Cds per la California sono superiori a quelli del Portogallo. Per assicurasi contro l’eventuale collasso dello stato dell’Illinois bisogna pagare più che per l’Irlanda. Assicurare il debito di New York costa più che per l’Italia.
Ciò deve indurre a riflessioni più attente. Siamo certamente in una grave crisi globale che attanaglia tutti, Europa compresa. Non possiamo nascondere il grave problema del debito pubblico europeo, ne tanto meno quello dell’Italia che si avvicina al 120% del Pil. Nondimeno, a differenza dal debito americano, quello europeo e italiano è stato fino ad oggi in gran parte coperto dai risparmi dei cittadini, che comprano Bot o Cct. Il crescente debito pubblico e privato americano, invece, dipende da investitori internazionali, come la Cina, oppure dagli acquisti fatti dalle banche americane con i prestiti concessi dalla stessa Federal Reserve a tasso zero. Infatti, a livello mondiale oltre il 40% di tutti i titoli in scadenza sono americani. Per immaginare le dimensioni globali si consideri che soltanto il sistema bancario europeo, secondo uno studio della Deutsche Bank, ha titoli di debito in circolazione per circa 5.000 miliardi di euro, di cui più di 1.500 miliardi in scadenza entro il 2012. Ecco perché gli hedge fund americani, legati alle grandi banche, hanno buon gioco a speculare contro l’Europa! Di conseguenza, alzare il rischio Europa inevitabilmente comporta lo spostamento degli investitori verso altri lidi. Quando la coperta è corta, bisogna fare attenzione se qualcuno, di nascosto, la tira dalla sua parte. Occorre inoltre ricordare che, poiché le operazioni in derivati «nudi» e short (al ribasso) sono a tutt’oggi permesse, gli speculatori possono comprare contratti Cds su titoli che non possiedono, scommettendo sul loro deterioramento finanziario. Facendo salire progressivamente i costi dell’assicurazione contro il fallimento, possono lucrare sulla differenza. Ecco perché i governi, in primis quelli europei, sulla questione dei titoli di debito, dei Cds e degli hedge fund speculativi non possono essere molli, lenti o peggio accondiscendenti. Ne va della sopravivenza degli stessi stati e del benessere della collettività. Urge l’immediata entrata in funzione delle nuove recenti autorità europee di vigilanza. Così come impellenti sono le regole su derivati Otc, short selling, hedge fund, e altri rilevanti questioni finanziarie su cui la Commissione Ue è chiamata prossimamente a decidere. Auspichiamo che anche il governo italiano sia più deciso in merito. L’Italia ha il dovere di impegnarsi in sede europea con maggiore convinzione. Procrastinare l’intervento per lasciare le cose come stanno, cioè senza regole, sarebbe un segno di debolezza e un invito agli speculatori ad affondare la lama nel cuore dell’Europa. (di Mario Lettieri Sottosegretario all’economia nel governo Prodi  e Paolo Raimondi Economista)

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