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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘defibrillatore’

Cardiomiopatia non ischemica, confermati i benefici dell’impianto di defibrillatore

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

pacemakerSecondo una nuova metanalisi pubblicata su Annals of Internal Medicine, i defibrillatori impiantabili hanno un valore nella prevenzione primaria sia nei pazienti con cardiomiopatia ischemica che in quelli con cardiomiopatia non ischemica. «Quando confrontata con la cura convenzionale, la terapia di prevenzione primaria con defibrillatori impiantabili ha ridotto l’incidenza di morte improvvisa e per tutte le cause in pazienti a rischio di aritmie ventricolari pericolose per la vita in entrambi i tipi di cardiomiopatia» afferma l’autrice principale dello studio Michalina Kolodziejczak, della Nicolaus Copernicus University di Bydgoszcz, in Polonia. Lo studio DANISH aveva messo in discussione i benefici di tali dispositivi nei pazienti con malattia non ischemica e, per fare chiarezza sulla questione, i ricercatori hanno esaminato i dati provenienti da 11 studi randomizzati che confrontavano la terapia con defibrillatore impiantabile con la cura convenzionale, terapia medica contemporanea e terapia antiaritmica, per la prevenzione primaria in circa 8.700 adulti con insufficienza cardiaca e ridotta frazione di eiezione. Il follow-up è durato circa tre anni, alla fine dei quali i risultati hanno mostrato che la mortalità per tutte le cause è stata significativamente più bassa con defibrillatore rispetto alla cura convenzionale nei pazienti con cardiomiopatia non ischemica (20% rispetto a 24%) e più bassa con defibrillatore in quelli con malattia ischemica anche se non in maniera significativa (22% rispetto a 30%). La morte improvvisa era significativamente minore con defibrillatore nei pazienti con cardiomiopatia non ischemica (3% rispetto a 7%) e significativamente inferiore con defibrillatore in quelli con malattia ischemica (5% rispetto a 15%).
Limitazioni dell’analisi includono tempi diversi di posizionamento del dispositivo e contemporanei interventi farmacologici e di re-sincronizzazione, oltre al fatto che gli studi sono stati compiuti in periodi diversi, e che gli eventi avversi e le complicazioni non sono state riviste. «Nel complesso i nostri risultati, che rispecchiano con le linee guida attuali, supportano il valore della strategia con defibrillatore impiantato in ambito di prevenzione primaria con cardiomiopatia ischemica o non ischemica» concludono gli autori. (fonte doctor33 – Ann Intern Med. 2017. doi: 10.7326/M17-0120
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28632280) (foto: defibrillatore)

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Il primo defibrillatore indossabile salvavita

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 settembre 2016

defibrillatore1Chieti (Abruzzo). Nell’Ospedale di Chieti per la prima volta è stato utilizzato un defibrillatore indossabile LifeVest per proteggere dal rischio di arresto cardiaco improvviso un paziente di circa 40 anni affetto da cardiomiopatia dilatativa, patologia che colpisce prevalentemente il ventricolo sinistro, la parte del cuore che invia il sangue nel resto dell’organismo attraverso l’aorta, determinandone l’ingrossamento. L’innovazione, che può evitare interventi invasivi e ridurre tempi di degenza e risorse economiche impiegate, è stata adottata dall’unità operativa Utic Cardiologia del “SS. Annunziata”, diretta dal dottor Marcello Caputo.
defibrillatore2Diversamente da un defibrillatore cardiaco impiantabile (ICD) definitivo, LifeVest è indossato sul corpo e non impiantato nel torace. E’ composto da un corpetto dotato di elettrodi collegato a un monitor agganciato a una cintura. Questo sistema consente al medico di mettere immediatamente in sicurezza il paziente e avere il tempo necessario per valutare il rischio di aritmia a lungo termine, prima di procedere all’eventuale impianto di un defibrillatore definitivo. Nei casi in cui la patologia si riveli reversibile, infatti, si evita al paziente un intervento chirurgico inutile e, al sistema sanitario, uno spreco di risorse, riducendo tra l’altro notevolmente i tempi di degenza in ospedale.
«La cardiomiopatia dilatativa – spiega Marcello Caputo – può avere diverse origini. La più frequente è quella ischemica post-infartuale. Vi sono altre origini, come quella alcolica, che possono determinare inizialmente una severa disfunzione del cuore: una volta cessata l’assunzione di alcol, tuttavia, si può assistere al miglioramento e spesso alla risoluzione della dilatazione cardiaca». Caputo sottolinea l’innovazione introdotta da questo dispositivo: «Speriamo che sia il primo di una lunga serie – afferma il direttore dell’Utic di Chieti -: questa patologia riguarda molte persone le quali, anche dopo un infarto che ha comportato una dilatazione del ventricolo sinistro, devono aspettare almeno 40 giorni (come da linee guida internazionali) prima di poter essere messe in sicurezza con un ICD definitivo. I pazienti trascorrono i 40 giorni in una condizione di incertezza: il defibrillatore indossabile consente loro di affrontare questo periodo con maggiore tranquillità». (foto: defibrillatore)

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Sopravvivenza a lungo termine dei pazienti a cui era stato impiantato un defibrillatore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 agosto 2016

cardiology congress-2016Roma. Il sesso femminile è stato storicamente sottorappresentato nel panorama degli studi clinici ma in parte questo gap viene colmato con un ampio studio retrospettivo americano che ha preso in esame oltre 329.000 pazienti di entrambi i sessi. L’obiettivo era valutare la sopravvivenza a lungo termine dei pazienti a cui era stato impiantato un defibrillatore (ICD) o un defibrillatore per la terapia di resincronizzazione cardiaca (CRT-D).
I dati presentati all’ESC sono stati estratti da un ampio database di monitoraggio, la mortalità è stata dedotta incrociando i dati del Social Security Death Index. Gli oltre 300.000 soggetti avevano un età media di 64 anni, erano maschi nel 73,5% e avevano un defibrillatore impiantabile nel 70,6%. La sopravvivenza a 10 anni si è rivelata a favore del sesso femminile, interessando il 66,9% delle donne rispetto al 61,7% degli uomini, mostrando un outcome migliore di 1,18 volte (p<0,0001).
Il defibrillatore impiantabile, noto con la sigla ICD, è un piccolo dispositivo in titanio che viene impiantato sotto la cute ed è alimentato a batteria, il suo compito è quello di monitorare il ritmo cardiaco e somministrare una lieve scarica elettrica se necessario. In uso nella pratica clinica da oltre vent’anni è stato sviluppato a Baltimora (USA) negli anni ’70. Il CRT-D invece è un dispositivo impiantabile per la terapia di resincronizzazione cardiaca che unisce la funzione pacemaker-resincronizzatore a quella di defibrillatore.
defibrillatore“Viene utilizzato in genere in pazienti con scompenso cardiaco, soggetti ad aritmie ‘maligne’ che portano a morte improvvisa ma anche per condizioni più rare come la Sindrome da QT lungo o la Sindrome di Brugada” spiega al Congresso il Dottor Michele Gulizia – Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania e Local Press Coordinator ESC, “In Italia ogni anno ne vengono impiantati oltre 45mila tra pacemaker CRT e ICD, che ricerca e innovazione hanno reso sempre più efficaci, sicuri e longevi in termini di durata della batteria che li alimenta. Una necessità data anche dalla maggiore aspettativa di vita della popolazione e anche i pazienti chiedono nel 73% dei casi informazioni proprio sulla durata della batteria, per sapere se e quando dovrà affrontare un secondo intervento. Evenienza, quella di dover sostituire il dispositivo per scarica del generatore, che interessa una volta il 70% dei pazienti e due o più volte il 40%”.
Lo scompenso cardiaco è una condizione patologica che interessa circa 3 milioni di persone nei 5 principali paesi Europei (Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna): “di questi uno su 3 è a rischio arresto cardiaco e rischia da 6 a 9 volte di più rispetto ai soggetti sani” precisa il dottor Franco Romeo – Direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma e Local Press Coordinator ESC. Il suo uso ha mostrato un rischio di morte di oltre il 20% in meno rispetto ai soggetti trattati con farmaci”.

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Il defibrillatore viaggia in taxi

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 febbraio 2015

bologna

Bologna. Una rete mobile di soccorritori non sanitari addestrati alle manovre di rianimazione con il defibrillatore, in grado di intervenire in pochi minuti da un arresto cardiaco avvenuto in un luogo pubblico. È l’obiettivo del progetto DAE in Taxi (DAE è l’acronimo di Defibrillatore Automatizzato Esterno) che vede Comune di Bologna e 118 Bologna Soccorso, in partnership con COTABO, impegnati per dotare i taxi di defibrillatori semi automatici e formarne gli autisti al loro utilizzo corretto. Ad oggi sono 15 le auto di COTABO con defibrillatore a bordo. Gli interventi del 118 in soccorso a persone colpite da arresto cardiaco in un luogo pubblico sono visibili anche alla centrale di COTABO che, verificata la disponibilità nelle vicinanze di un taxi con defibrillatore, può scegliere di inviarlo in aggiunta ai mezzi 118, per anticipare eventualmente le prime manovre rianimatorie. La tempestività dei soccorsi, infatti, aumenta sensibilmente le possibilità di sopravvivenza delle persone colpite da arresto cardiaco. Ogni anno sono circa un migliaio, nel territorio provinciale bolognese, le persone colpite da arresto cardiaco. Grazie al tempestivo intervento del 118, garantito entro 10 minuti dalla chiamata alla Centrale Operativa, il 16% di queste sopravvive. Una percentuale che può aumentare anche del doppio se la defibrillazione è praticata immediatamente. DAE in Taxi rappresenta un ulteriore tassello nella costruzione della rete di soccorritori non sanitari adeguatamente formati alle manovre rianimatorie e all’utilizzo del defibrillatore.
331 defibrillatori, 1.500 soccorritori non sanitari, 13 centri di formazione. L’impegno ultradecennale dell’Azienda Usl di Bologna per il soccorso non sanitario L’Azienda Usl di Bologna è in prima linea nella promozione della diffusione sempre più capillare dei defibrillatori in luoghi molto frequentati e nella formazione diretta di soccorritori non sanitari. Dal 2001 è attivo Pronto Blu, progetto per la diffusione dei defibrillatori nei luoghi pubblici e privati ad elevato afflusso di persone.241 i defibrillatori installati a tutt’oggi presso centri commerciali, aziende pubbliche e private, scuole, istituzioni, ai quali si aggiungono i 90 presenti sulle ambulanze e auto mediche del 118. 1.500 i soccorritori non sanitari addestrati e costantemente aggiornati alle manovre di rianimazione con il defibrillatore attraverso una rete di 13 centri di formazione, tutti autorizzati dall’Azienda Usl di Bologna e coordinati nell’ambito dello stesso progetto Pronto Blu.

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Novità per i cardiopatici

Posted by fidest press agency su domenica, 15 agosto 2010

I risultati dello studio “INTRINSIC RV”, pubblicati tempo fa su “Circulation” accrescono la fiducia nella terapia con il defibrillatore impiantabile per molti cardiopatici a rischio di morte improvvisa.  Lo studio, condotto da Boston Scientific in 108 Centri in USA, Germania, Italia e Australia su 1500 pazienti a rischio, fornisce la prova clinica che il “defibrillatore cardiaco bicamerale intelligente”, capace di stimolare in modo differenziato atrio e ventricolo destro, è in grado di aumentare la sopravvivenza rispetto ai dispositivi tradizionali. Ogni defibrillatore svolge in realtà una doppia funzione salvavita: all’occorrenza ripristina il normale ritmo cardiaco ‘defibrillando’ le accelerazioni improvvise come le aritmie ventricolari mortali, ma funziona anche come pace-maker, aumentando il ritmo quando c’è il rischio che questo rallenti fino al blocco cardiaco.  I defibrillatori monocamerali agiscono solo sul ventricolo destro e solo quando il battito scende sotto la soglia di circa 40 battiti/min. I bicamerali, invece, vengono applicati a pazienti con battito cardiaco lento e depresso; la funzione di pace-maker è continuamente attiva sull’atrio e per buona parte del tempo anche sul ventricolo. Il problema “tecnico” è stato ora risolto attraverso un software basato su un algoritmo che risponde in modo fisiologico a ogni battito del cuore. La funzione, presente in tutti i defibrillatori bicamerali prodotti dall’americana Boston Scientific, consente inoltre di utilizzare farmaci importanti come i betabloccanti. “Tali molecole – prosegue il Professor Favale – se da un lato aumentano la sopravvivenza, dall’altro provocano il rallentamento dei battiti cardiaci; in molti casi tale effetto è controproducente e vanifica i benefici del trattamento stesso. Il defibrillatore bicamerale “intelligente” elimina tale effetto e permette di ottimizzare il trattamento farmacologico”. Fin dal 2003 lo studio Sudden Cardiac Death Heart Failure (SCDHeFt) ha dimostrato la superiorità dei defibrillatori rispetto ai trattamenti farmacologici nel ridurre la mortalità cardiaca. Cionondimeno, ancora il 60-70% dei pazienti a rischio di morte improvvisa, dovuta a una grave aritmia, non accede a questa terapia. “In Italia sono attualmente circa 12.000 i pazienti cui vengono impiantati i defibrillatori – afferma il prof. Favale – un livello ben al disotto delle percentuali che deriverebbero dall’applicazione delle attuali linee-guida, in accordo con gli studi più recenti”. Due gli aspetti da sottolineare che interessano direttamente i pazienti: in primo luogo, l’efficacia complessiva dei defibrillatori che hanno dimostrato di essere superiori a qualsiasi altra terapia nel ridurre i rischi di morte improvvisa e di mortalità totale.

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Defibrillatore precoce non riduce la mortalità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2009

L’impianto precoce di defibrillatori cardiaci in pazienti colpiti da infarto acuto del miocardio non riduce l’incidenza di mortalità. È quanto emerge da uno studio pubblicato recentemente su New England Journal of Medicine, che ha analizzato l’efficacia di defibrillatori cardiaci impiantati entro 40 giorni dall’episodio cardiaco, contrariamente a quanto previsto dalle attuali linee guida. Sono stati selezionati 898 pazienti colpiti da infarto miocardico con ridotta frazione d’eiezione ventricolare sinistra (=40%); frequenza cardiaca pari o superiore a 90 battiti al minuto; tachicardia ventricolare non sostenuta (=150 battiti/min). Dopo 37 mesi di follow-up, non è emersa alcuna riduzione del tasso di mortalità generale nei partecipanti che hanno ricevuto defibrillatori cardiaci impiantabili (Icd) rispetto a quelli sottoposti soltanto a terapie farmacologiche (hazard ratio=1,04). Sebbene sia stato osservato un numero inferiore di decessi cardiaci improvvisi nel gruppo Icd rispetto a quello farmacologico (27 vs 60; hazard ratio=0,55) l’incidenza di morte cardiaca non improvvisa è risultata più elevata con gli Icd (68 vs 39; hazard ratio=1,92). (L.A.)

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Il defibrillatore impiantato salva anche i più a rischio

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 settembre 2009

I defibrillatori impiantabili per cardioversione (ICD – Implantable Cardioverter Defribillator) riducono del 44% la mortalità per qualsiasi causa, anche in presenza di funzione cardiaca gravemente ridotta. Questi i dati a lungo termine del Registro per la prevenzione della morte cardiaca improvvisa II (PreSCD II) presentati da Boston Scientific Corporation. L’analisi dei dati è stata presentata dal professor Heinz Völler, della Klinikum am See di Ruedersdorf (Germania), al congresso annuale della European Society of Cardiology (Esc) di Barcellona. PreSCD II, tra il 2002 e il 2005 – informa una nota – ha arruolato in 19 centri in Germania 10.612 pazienti sopravvissuti a un attacco cardiaco. Il registro ha ottenuto l’appoggio della Società tedesca di cardiologia e della Società tedesca di prevenzione e riabilitazione, ed è stato supportato da Boston Scientific. “I dati del PreSCD II – afferma Völler – confermano le conclusioni degli studi clinici randomizzati, che hanno mostrato come gli ICD riducano la mortalità in seguito ad attacco cardiaco. Inoltre, il registro conferma che i tassi effettivi di impianti di ICD, per il sottogruppo maggiormente a rischio, erano inferiori a quelli consigliati dalle linee guida attuali e dai risultati di altri studi. Questo elemento desta particolare preoccupazione, poiché la riduzione della mortalità associata a un ICD era più elevata proprio in questo sottogruppo di pazienti. È stato interessante anche osservare come il beneficio in termini di sopravvivenza aumentasse con l’aumentare dell’intervallo di tempo trascorso tra l’attacco cardiaco e l’impianto di ICD”. (fonte Farmacista33)

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Nuovo defibrillatore Promote Accel™ CRT-D

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2009

A pochi giorni dall’approvazione europea è stato impiantato a Roma, il primo defibrillatore Promote Accel™ in Italia. L’intervento è stato eseguito presso il Policlinico Tor Vergata dall’équipe del Prof. Francesco Romeo. La procedura di impianto, conclusasi dopo 2 ore circa senza alcuna complicazione, è stata eseguita dal Dr. Luca Santini e dalla Dott.ssa Giulia Magliano. L’impianto del defibrillatore è stato effettuato su un paziente di 61 anni affetto da cardiomiopatia dilatativa primitiva con una severa riduzione della contrattilità cardiaca. Al termine della procedura sono stati attivati gli innovativi algoritmi di cattura che consentono la regolazione in modo del tutto automatico degli impulsi di stimolazione da erogare, con conseguente risparmio della batteria del dispositivo e quindi maggior longevità dello stesso.
Lo scompenso cardiaco  è una patologia caratterizzata da una ridotta capacità contrattile del cuore  con una conseguente riduzione della quantità di sangue che ad ogni battito cardiaco viene mandata in circolo nell’organismo. In molti di questi pazienti il cuore appare dilatato e all’elettrocardiogramma è presente un blocco di branca sinistra che esprime il ritardo di attivazione elettrica di alcuni segmenti del cuore. La mancanza di sincronia nella contrazione delle diverse pareti del cuore si traduce in ulteriore perdita di efficienza contrattile da parte della pompa cardiaca. Questi pazienti, oltre al rischio di un arresto cardiaco improvviso ed imprevedibile a causa di aritmie letali,  hanno una pessima qualità della vita con l’impossibilità di compiere anche il minimo sforzo e con una grave difficoltà respiratoria spesso presente anche a riposo.  Questa patologia cronica rappresenta una delle principali cause di ricovero ospedaliero e contribuisce in maniera preponderante alla spesa sanitaria. In Italia si contano tra i 600.000 e 1.000.000 di pazienti affetti da scompenso cardiaco, con 100.000 nuovi casi ogni anno e un’incidenza dell’1,2 % sul totale delle ospedalizzazioni – percentuale che arriva fino al 7% se si considera la popolazione sopra ai 65 anni – con una degenza media di 10-11 giorni e un conseguente notevole aggravio sulle risorse sanitarie. In Italia si eseguono circa 15.000 impianti di defibrillatori cardiaci impiantabili (ICD) l’anno in circa 400 laboratori di elettrostimolazione. Negli ultimi 10 anni il numero di impianti di ICD si è moltiplicato di quasi 20 volte e in questo, la terapia di resincronizzazione nello scompenso cardiaco interessa da sola ormai più di un terzo degli impianti.
St. Jude Medical è impegnata a migliorare la qualità della vita di pazienti in tutto il mondo affetti da disturbi cardiaci, neurologici e dolore cronico attraverso l’eccellenza tecnologica dei propri dispositivi medici e di servizio. Le sue principali aree terapeutiche includono: gestione del ritmo cardiaco, fibrillazione atriale, neuromodulazione e cardiovascolare. La società, con sede generale a St. Paul nel Minnesota (Usa), impiega circa 14.000 dipendenti in tutto il mondo. http://www.sjm.com

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